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Tag: Teatro degli Oscuri

“Amleto. Uno studio”, Loredana Scaramella racconta il dramma shakesperiano

La celebre opera shakesperiana Amleto arriva al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, in una versione inedita, frutto di un adattamento a cura della Compagnia Juniores del corso di…

La celebre opera shakesperiana Amleto arriva al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, in una versione inedita, frutto di un adattamento a cura della Compagnia Juniores del corso di alta formazione professionale del Teatro Golden di Roma, guidata dalla regia di Loredana Scaramella. Il prossimo 18 gennaio, la messa in scena di questo spettacolo segna l’esito di uno studio condotto dai giovani attori sul testo di Shakespeare, proprio sotto la supervisione di Loredana Scaramella, loro insegnante, oltre che nome ben noto nel panorama teatrale e televisivo per le attività non solo di recitazione, ma anche di regia, casting e scrittura.
È stata lei a presentare Amleto. Uno studio.

A cosa si deve il progetto di affrontare un classico della drammaturgia come Amleto?

«Dopo un lungo lavoro svolto sui sonetti, è arrivato dagli attori il proposito di misurarsi con un testo compiuto di Shakespeare. L’approfondimento su un’opera tragica del calibro di Amleto è un’idea ambiziosa ma opportuna per chi vuole intraprendere una carriera nella recitazione. E poi c’è da dire che un’opera del genere si può affrontare solo con l’incoscienza dei giovani o con tanti anni di esperienza alle spalle».

L’adattamento in Amleto. Uno studio che tipo di modifiche ha richiesto rispetto all’opera originale?

«Questo spettacolo risulta da una riduzione del testo: sono stati sacrificati i dettagli sul contesto politico che fa da sfondo alla vicenda, mentre è stata data attenzione ai rapporti umani che intercorrono tra i personaggi. Gli attori sono stati coinvolti in un lavoro di scrittura a cui hanno partecipato ricercando fonti iconografiche e bibliografiche, su cui costruire le relazioni personali presenti nella trama».

In che modo oggi può rivelarsi attuale Amleto?

«Il tema centrale dell’opera, dal quale si snodano le azioni dei personaggi, è la vendetta, un piano che tuttavia non trova compimento in quanto interviene la riflessione. L’uomo che pensa, che si interroga, viene frenato nell’azione dalla potenza del dubbio, e per questo alla fine non riesce a muoversi dallo stallo in cui si trova. In questo sta l’affinità con l’uomo dell’era moderna. In un tale stato di sospensione dell’animo, anche l’impalcatura su cui corrono le scene e che caratterizza ogni singolo personaggio assume la duplicità di uno schema binario: in Amleto coesiste la nobile statura dell’eroe tragico e il ruolo del foux, il folle a cui, solo, nella società è consentito di dire ciò che nessuno può rivelare. Il suo progetto di vendetta non realizza il culmine della tragedia, ma allo stesso tempo le allusioni alla sfera di imperfezione e finitezza che circonda Amleto si esprime in chiave umoristica».

Quali elementi completano le azioni sul palcoscenico?

«Senza dubbio le musiche, in parte originali e in parte basate su adattamenti, definiscono le ambientazioni attraverso la loro forza evocativa, così come i movimenti scenici, perfezionati da Alberto Bellandi e Laura Ruocco, costituiscono nella loro caratteristica intermittenza non solo una scelta stilistica di astrazione ma anche un espediente narrativo utile alla rappresentazione delle sequenze».

Cosa risulta dunque come esito di questo lavoro?

«Amleto. Uno studio è una favola nera velata di umorismo, interpretata da attori che hanno fatto della loro età un valore aggiunto nel vestire i panni dei personaggi più giovani e una connotazione di freschezza e vivacità per quanto riguarda i ruoli più maturi. Una destinazione raggiunta sul palco al termine di un percorso di crescita e studio, approfondimento e ricerca, portato avanti dagli studenti, per cui merita senz’altro una menzione Andrea Maia, produttore e direttore artistico del Teatro Golden, che pur nell’ambito di un teatro privato ha deciso di investire nel futuro degli allievi della scuola».

Amleto. Uno studio è in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena sabato 18 gennaio 2020, doppio appuntamento alle ore 19 e alle ore 21.15. Tutte le informazioni sulla stagione teatrale a questo link.

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“Partita aperta”: la Compagnia Anime Specchianti racconta il suo spettacolo sul gioco d’azzardo

Il gioco d’azzardo rappresenta una rilevante problematica sociale, come attestato anche dai dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, secondo cui, nel 2018 in Italia sono stati spesi 104,9…

Il gioco d’azzardo rappresenta una rilevante problematica sociale, come attestato anche dai dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli, secondo cui, nel 2018 in Italia sono stati spesi 104,9 miliardi di euro, con un incremento del 3% rispetto al 2017, e da quelli diffusi il 1 ottobre scorso dall’Istituto Superiore di Sanità, circa la crescita del 10% in quattro anni del numero di giocatori adolescenti.
Di fronte ad un quadro che desta preoccupazione, assumono pertanto un ruolo fondamentale le iniziative volte a contrastare l’insorgenza della patologia e a guidarne il percorso di guarigione. Proprio nel contesto di un progetto promosso con queste finalità a Cervia nel 2018, è nato Partita Aperta – Il modo più sicuro per ottenere nulla da qualcosa, spettacolo scritto e diretto dalla Compagnia Anime Specchianti, in programma sabato 14 al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena.

La Compagnia Anime Specchianti, di cui fanno parte le attrici Martina Cicognani, Francesca De Lorenzi, Giorgia Massaro e Chiara Nicastro, porta in scena il tema della ludopatia con una pièce che descrive dal punto di vista emotivo la caduta nel vortice della dipendenza. Gli stati d’animo e i meccanismi psicologici dietro al gioco d’azzardo, affrontati sul palco, provengono da esperienze dirette raccolte nel corso di incontri con la pscologa Chiara Pracucci e alcuni ex giocatori. Per la sceneggiatura, le Anime Specchianti si sono infatte basate sulle risposte fornite alle domande che, seguendo un protocollo, gli operatori rivolgono ai soggetti ludopatici per comprendere il livello di gravità della dipendenza, in un percorso che parte dal gioco sociale e arriva alla patologia, passando per la credenza nell’entità della “dea fortuna”, alle menzogne raccontate per nascondere un comportamento dal quale non si riesce più ad astenersi.

«Al centro di una realtà continuamente colpita da richiami al mondo del gioco, occasioni per sfidare la fortuna dietro ogni angolo e insistenti messaggi pubblicitari in rete e tv, la ludopatia è un’insidia più frequente di quello che si pensi, e vi può cadere chiunque».

Il suo carattere universale smentisce l’opinione comune che siano gli uomini a soffrirvene maggiormente, e al contempo suggerisce di rivolgere campagne di prevenzione verso più giovani.

«Il fatto che la dipendenza dal gioco non abbia un riscontro visibile sul fisico delle persone, al contrario, per esempio, dell’alcolismo o dei disturbi dell’alimentazione, ne rende difficile il riconoscimento come malattia vera e propria, e di conseguenza anche l’accettazione di un percorso di uscita. Il nostro spettacolo, in questo senso, rappresenta un coro di voci da parte di chi dentro al problema c’è stato davvero e, per questo, meglio di chiunque altro può far conoscere le sensazioni legate a un’esperienza che quasi sempre inizia con un gioco, per poi farsi prepotentemente spazio nella vita quotidiana, non solo quella dei giocatori, ma di chi gli sta attorno».

Partita Aperta aggiunge al valore artistico dello spettacolo teatrale, la cifra della necessità con cui una tematica tanto diffusa merita di essere affrontata, e non evitata. Le Anime Specchianti arrivano così a portare in scena uno spettacolo che è anche il ritratto di una difficile realtà, composta da storie e testimonianze vere.

«L’universalità con cui la ludopatia può arrivare a colpire tutti i segmenti della società viene sottolineata dall’assenza di ogni valorizzazione delle caratteristiche delle quattro interpreti: siamo quattro, ma potremmo essere cento o una soltanto, espressioni di innumerevoli voci, rispetto ad un problema che è sempre lo stesso».

Quella della dipendenza da gioco non è però la sola problematica sociale ad aver attirato l’attenzione della Compagnia Anime Specchianti.

«Stiamo preparando un progetto che incontra il tema dell’immigrazione, con l’obiettivo di diffondere gli aspetti nascosti legati a questo fenomeno, e sensibilizzare ad attenuare la percezione negativa che sta permeando l’opinione pubblica a riguardo».

In attesa di conoscere i dettagli di questo nuovo spettacolo, Partita Aperta – Il modo più sicuro per ottenere nulla da qualcosa è in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena sabato 14 dicembre, alle 19 e alle 21. Per info e prenotazioni, contattare lo 3801944435.

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Giulio Benvenuti: «La regia delle Adorabili Scanzonette è il mio regalo alla Compagnia Teatro Giovani Torrita»

Ogni ispirazione che prende forma è motivo di entusiasmo, ma quando ciò accade sotto la buona stella di un affetto sincero, allora il risultato non può non essere già di…

Ogni ispirazione che prende forma è motivo di entusiasmo, ma quando ciò accade sotto la buona stella di un affetto sincero, allora il risultato non può non essere già di per sé un bene prezioso. Come nel caso de Le Adorabili Scanzonette, il nuovo musical prodotto dalla Compagnia Teatrale Giovani Torrita, che debutta sabato 30 novembre al Teatro degli Oscuri, con la regia di Giulio Benvenuti. Una veste inedita per il giovane attore che proprio all’interno della Compagnia ha intrapreso la carriera artistica e adesso vi torna da professionista affermato, quale è ormai da anni nel panorama italiano del musical, portando in “regalo”, come segno di rispetto e gratitudine, la firma sulla regia di questo spettacolo inedito.

«Le Adorabili Scanzonette è nato dal desiderio che la Compagnia tornasse a produrre uno spettacolo, a distanza di anni dai successi di The Rocky Horror Experience e The Wedding Singer, poichè in questi anni in tanti ci siamo allontanati dal Teatro degli Oscuri proprio per studiare e perfezionarci e poi abbiamo continuato altrove il nostro percorso artistico. Sono state Martina Bardelli e Mikela Rebua, attualmente insegnanti presso la scuola della Compagnia, ad avanzare la proposta di intraprendere un nuovo progetto, magari ispirato a The Marvelous Wonderettes, musical ambientato nella Springfield degli anni ’50 e ’60, su libretto scritto alla fine del XX secolo da Roger Bean, in scena off-Broadway fino al 2016. E poiché credo che uno spettacolo non arrivi mai a caso nella vita di una persona, ho immediatamente accettato. Ma a condizione di attingere da The Marvelous Wonderettes solo la trama di questo jukebox musical, che si svolge durante un classico ballo di fine anno di una scuola americana, per sostituire i brani con dei riferimenti musicali italiani. Gli anni ’50 e ’60 sono stati un periodo fiorente per la musica italiana e quindi, con gli arrangiamenti vocali e la direzione musicale di Giovanni Giannini, ho voluto dar spazio a quella invece di ricalcare il repertorio originale, che a noi è per lo più sconosciuto. Così anche per quanto riguarda i testi, è seguita una fase di riscrittura che ha portato alla nascita delle quattro protagoniste Nives, Dora, Carmen e Milly: le Adorabili Scanzonette, interpretate da Martina Bardelli, Emma De Nola, Lisa Lucchesi e Mikela Rebua».

Lo spettacolo di Giulio Benvenuti infatti prende il nome dal quartetto composto da queste quattro amiche accomunate dalla passione per il canto, che salgono sul palco in occasione della festa di fine anno della loro scuola. Inizia in questo modo un viaggio nella musica degli anni ’50, di fronte ad un uditorio che è al tempo stesso pubblico della festa liceale e dello spettacolo. Quali temi mette in luce la storia?

«Nel corso dei due atti, le Adorabili Scanzonette si lasciano conoscere, ciascuna con la sua personalità e con il colore che la abita, smentendo le ambizioni decise da quell’omologazione sociale a cui, soprattutto nell’epoca in cui è ambientata la vicenda, era soggetta la figura femminile. Il punto di approdo di questo percorso, sia di crescita per le protagoniste che di scoperta da parte del pubblico, si realizza nella festa d’istituto del 1968, quando le Adorabili Scanzonette sono chiamate a cantare ancora una volta. È lì che si scopre quante cose sono successe nell’arco di dieci anni, quanto gli avvenimenti hanno cambiato le quattro protagoniste, ormai lontane dai tempi di Miss Liceo, quali percorsi di vita hanno intrapreso e se la loro amicizia ha resistito agli eventi, ora che anche la musica è cambiata e già manifesta i sintomi delle rivoluzioni che hanno caratterizzato la fine degli anni ’60. La scena si svolge all’interno di una cornice entro la quale si può scandagliare l’animo delle protagoniste e la loro sempre minor aderenza ai dettami che le vogliono così “adorabili”, quando non necessariamente sentono di esserlo. C’è la valorizzazione del singolo carattere, apprezzabile nella sua dimensione di unicità, che però riesce a integrarsi con gli altri tre per giungere ad un’armonia perfetta, come poi del resto è accaduto alle quattro interpreti durante la preparazione dello spettacolo. Hanno saputo trovare una sintesi che gli consentisse di unire le loro voci e al tempo stesso dare risalto alle diverse personalità delle Scanzonette».

E il risultato quale è stato?

«Uno spettacolo che vuole trasmettere armonia al pubblico, chiamato ad essere partecipe e non solo spettatore della scena. Si può dire che ogni volta che si va a teatro è una festa, ma questa volta a maggior ragione, poichè fin dall’ingresso il pubblico si calerà nell’atmosfera della storia, realizzata grazie alla collaborazione di tanti che negli anni hanno gravitato attorno alla Compagnia. A partire dalle scenografie di Matteo Benvenuti, Federigo Bardelli e Maurizio Vanni, alla consulenza vocale di Antonello Angiolillo, docente della Summer Musical Theatre, ai consigli sempre preziosi della direttrice artistica della stagione teatrale Laura Ruocco, fino alla partecipazione, nello spettacolo, di Viola Battenti, proveniente dai nostri corsi di Spaziomusical. Per questo motivo, firmare la regia de “Le Adorabili Scanzonette” ha rappresentato in un certo senso un regalo alla dimensione dove sono cresciuto e dove ho imparato ad apprezzare tutti i ruoli e i mestieri legati al mondo del teatro. In questi anni ho avuto l’onore di lavorare con ottimi professionisti, e ciascuno di loro ha lasciato qualcosa di utile nel mio percorso artistico, arrivato adesso alla prova della regia».

Meglio dietro le quinte o sotto ai riflettori?

«Come regista è difficile trasferire in realtà quello che si ha in testa, ma è una bella sfida: non c’è aspetto che non abbia personalmente valutato, dalle luci ai costumi, anche grazie all’aiuto fondamentale della mia assistente alla regia Valeria Cleri. Sul palco ho intenzione di rimanerci ancora per molto tempo, anche perché vi si imparano molte cose per quando si passa nell’altro ruolo. Sono due mondi complementari che per il momento mi appartengono entrambi, forse un giorno deciderò per l’uno o per l’altro».

Lo spettacolo di Giulio Benvenuti, secondo appuntamento nel calendario della stagione teatrale torritese, è in scena alle 19 e alle 21. Per info e prenotazioni, contattare lo 3801944435.

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Roberto Ciufoli: «I Cattivi non sono mai cattivi davvero»

Roberto Ciufoli torna a Torrita di Siena per il secondo anno consecutivo. Quest’anno sale sul palco del Teatro degli Oscuri con Cattivi . Lo fa sabato 4 Maggio 2019, nel canonico…

Roberto Ciufoli torna a Torrita di Siena per il secondo anno consecutivo. Quest’anno sale sul palco del Teatro degli Oscuri con Cattivi . Lo fa sabato 4 Maggio 2019, nel canonico doppio appuntamento del teatro in piazza Matteotti, alle 19.00 e alle 21.15. 

I Cattivi in genere sono affascinanti. Sarà forse perché per essere buoni basta soltanto esserlo, mentre per essere cattivi si ha bisogno di un pensiero forte e di una personalità marcata… Fatto è che spesso in letteratura, teatro o cinema, i personaggi “cattivi” creano più interesse dei “buoni”; il nero del cattivo è un velo che copre gli altri colori, mostrandone a tratti uno scorcio, mentre il bianco del buono è una spugna che tutti gli altri colori assorbe. Quando poi a disegnarne i tratti è la penna di Shakespeare, i “cattivi” diventano monumenti da visitare e da ammirare. Roberto Ciufoli analizza queste e molte altre questioni nel suo nuovo spettacolo, che lo porterà di nuovo a calcare le tavole dell’Oscuri di Torrita, dopo il successo di Tipi.  Lo abbiamo intervistato.

 

LaV: Sei già passato a Torrita lo scorso anno, con uno spettacolo da solista, intitolato Tipi. Oggi torni con un Cattivi: ecco spiegaci un po’ questo titolo…

Roberto Ciufoli: Come impianto drammaturgico, Cattivi assomiglia a Tipi, nel senso che sono solo e parlo di “tipologie”. Se prima parlavo di tipologie umane diverse, e quindi di atteggiamenti o caratteri di persone, adesso parlo di tipologie di cattivi. O meglio, di “cattivi”, che siamo abituati a considerare tali: Caino e Abele, Giuda, i Cattivi Disney, fino ai villain letterari. Ognuno di questi cattivi ha avuto un motivo per essere giudicato tale. Io cerco di smuovere questa definizione fino anche a sospendere il giudizio. Prendo in esame anche personaggi borderline, come ad esempio Adamo e Eva, che non si definirebbero cattivi. Altri invece sono cattivi per antonomasia, come il Riccardo III di Shakespeare. Lo spettacolo è divertente perché sono tipologie di cattivi che vengono visti da un punto di vista non convenzionale, perché i cattivi non sono mai cattivi davvero.

 

LaV: Come in Tipi anche in questa occasione lavori molto con il tuo bagaglio, inserendo citazioni e tributi: in Cattivi cosa vedremo nello spettacolo?

Roberto Ciufoli: Sì, di Adamo ed Eva ad esempio ne parlo leggendo anche alcuni piccoli estratti dal Diario di Adamo ed Eva di Mark Twain. Poi, analizzando figure che socialmente sono considerate cattive, leggerò L’Elogio del Ladro di Elio Petri, da La Proprietà non è Più un Furto. Leggerò anche un pezzo dal Riccardo III di Shakespeare. Sono solo alcuni riferimenti che ho inserito in un testo che poi, per la maggior parte, è originale.

 

LaV: La linea che si traccia resta nell’ambito della commedia o si sposta verso il monologo drammatico?

Roberto Ciufoli: No, il monologo drammatico no… Non esageriamo. La linea della commedia c’è, in ogni caso. Come sempre nella commedia, però, c’è una linea più seria, che serve anche ad aiutare il pubblico ad interpretare le cose che accadono. Voglio dire: questo è un elemento fondamentale nella storia del teatro. Nelle tragedie di Shakespeare ci sono personaggi comici, che aiutano a capire meglio la portata tragica dei componimenti. Credo che ci dovrebbe essere sempre uno spazio per la lacrima nella commedia e per la risata nella tragedia. Seguo una linea di narrazione che va ad analizzare un panorama contenente una grande diversità di personaggi, di situazioni e di considerazioni: il fil-rouge è quello dell’essere divertenti.

 

LaV: Stai girando l’Italia con diversi spettacoli, come si gestisce questa pluralità di interpretazioni?

Roberto Ciufoli: Adesso ho Cattivi e cerco di concentrarmi su questo. Ce ne sono molti altri, certo. Ormai siamo tornati ai repertori, come nella vecchia commedia dell’arte. Ogni sera si recita a soggetto e il soggetto è sempre diverso. Il teatro italiano funziona così: tutti hanno diversi spettacoli all’attivo e li rimettono in scena a seconda delle disposizioni. Io sono molto felice di portare questo spettacolo al teatro degli Oscuri. Non vedo l’ora di tornare a Torrita. Quel pubblico mi ha accolto benissimo lo scorso anno e il teatro è veramente molto bello. Ha tutti i parametri giusti per poter essere il luogo ideale per Cattivi.

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Simone Montedoro: «”La Casa di Famiglia” è uno spettacolo che coinvolge tutti»

Sabato 27 Aprile 2019 al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, va in scena La Casa di Famiglia, con la regia di Augusto Fornari, nell’ormai canonico doppio appuntamento: primo…

Sabato 27 Aprile 2019 al teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, va in scena La Casa di Famiglia, con la regia di Augusto Fornari, nell’ormai canonico doppio appuntamento: primo spettacolo alle 19 e secondo spettacolo alle 21.15. Con La Casa di Famiglia, tornano sul palco del Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, gli interpreti dalla commedia Finchè Giudice non ci Separi dopo il grande successo riscosso nelle ultime due stagioni teatrali, Simone Montedoro, Toni FornariLuca Angeletti e Laura Ruocco. Scritta nel 2011, e ancora attualissima, La casa di famiglia  è una delle prime commedie scritte dal quartetto di autori del Teatro Golden, Augusto Fornari, Toni Fornari, Andrea Maia e Vincenzo Sinopoli.

La casa di famiglia racconta la storia di quattro fratelli caratterialmente molto diversi tra loro, Giacinto, Oreste, Alex e Fanny. Una cosa hanno in comune: La Casa di Famiglia, dove sono nati e dove hanno trascorso la loro infanzia.  Il loro padre è in coma da due anni e la casa vuota è da tempo inutilizzata. Un giorno Alex convoca i fratelli per annunciare che ha ricevuto un’offerta milionaria per cedere la casa di famiglia. Alex vorrebbe venderla mentre gli altri non sono d’accordo.

Simone Montedoro è uno dei protagonisti della commedia, nonché volto molto noto della televisione italiana, e ci ha concesso un’intervista che riportiamo qui di seguito. 

LaV: Questo testo è già stato elaborato in una funzione cinematografica e parte del pubblico ha già avuto modo di apprezzarlo al cinema. Quali sono i valori aggiuntivi che la versione teatrale apporta a quella filmica?

Simone Montedoro: ti rispondo sinceramente: il film non l’ho ancora visto. (ride) Augusto Fornari è arrabbiato con me per questo motivo… Devo dire però che parlando con chi ha visto sia il fim che lo spettacolo, la preferenza del pubblico cade sempre sulla versione teatrale, ma non è un caso. Lo spettatore a teatro è più esposto a quello che viene raccontato. È più coinvolto. Il testo funziona in entrambi i linguaggi, perché gli autori sono geniali, ma a teatro chi ci guarda rimane più affascinato. C’è anche da dire che a teatro il racconto di drammaturgia è leggermente diverso: noi sul palco scenico cominciamo la storia con l’accordarci per mettere in vendita una casa, dopo le diatribe e i vecchi rancori che esistono tra fratelli, mentre il film inizia che la casa già è stata venduta. Quindi non è esattamente la stessa vicenda, attenzione. A chi ha già visto La Casa di Famiglia al cinema dico: venite a maggior ragione a teatro, che è una forma diversa di vedere anche la stessa storia, che vi può coinvolgere in maniera diversa. La Casa di Famiglia è uno spettacolo che coinvolge tutti, che racconta sentimenti nei quali tutti possono identificarsi.

LaV: Gli spettacoli che arrivano dai teatri delle grandi città molto spesso devono apportare cambiamenti strutturali quando si ritrovano a recitare in piccoli teatri: La Casa di Famiglia come si confronta con i differenti spazi in cui viene ospitato?

SM: Guarda, la scenografia – che è bellissima fatta da Ivan Stefanutti – è stata proprio studiata insieme ad Augusto per essere adattata e ricomposta in quanti più spazi diversi possibili. Ha un’elasticità di produzione che può essere messa ovunque. A livello recitativo siamo forse più compatti nei palchi più angusti, ma siamo talmente affiatati che ci adattiamo ovunque, anche in un salotto. Il teatro degli Oscuri di Torrita è una bomboniera bellissima, con un palco piccolo, ma risolviamo i problemi legati allo spazio in maniera molto funzionale al contesto nel quale recitiamo. La scenografia è stata studiata per essere allestita anche in spazi addirittura più piccoli di questo. Lavoro con persone che fanno teatro ormai da tantissimo tempo e quindi hanno piena consapevolezza.

LaV: La tua carriera è sicuramente poliedrica. Ti abbiamo visto, a teatro così come al cinema e in televisione, intraprendere linguaggi diversi e forme diverse di confronto con il pubblico. Come cambia l’approccio con la scena, nei vari media?

SM: A me piace questo lavoro. Fare l’attore è un mestiere complesso e pieno di sfaccettature. Ci possono essere tanti campi che si sfumano intorno a quello che può essere semplicemente recitare su un palco scenico, o davanti a una camera, una cinepresa. Credo che sia interessante spaziare, dove possibile, in questi campi. Ovviamente senza esagerare! Se mi fanno partecipare a Sanremo con una canzone potrei essere in difficoltà, poiché non sono un cantante… Però ecco: mettere piede nelle dimensioni che girano intorno a quello che è l’intrattenimento, è molto interessante. Una delle esperienze più recenti che mi hanno particolarmente affascinato è stata la conduzione, insieme ad Anna Ferzetti, del Prima Festival. Si trattava della striscia televisiva che è andata in onda, in diretta ogni sera da Sanremo, pochi minuti prima dell’inizio dello show sul palco dell’Ariston. Il codice di comunicazione che ho sperimentato in questo programma è completamente diverso, rispetto al mio modo di relazionarmi con la scena. Ti faccio un esempio: io e Anna ci guardavamo in faccia quando interagivamo, ma ci hanno subito corretto: dovevamo guardare in camera, parlare tra noi, ma stare concentrati sul pubblico da casa. È stato molto interessante. L’attore quindi è un animale che si muove in tutte le sfere ambientali possibili, che deve spaziare in tutti i linguaggi, senza porsi il problema delle dimensioni della scena.

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Giulio Neri, nel ricordo di una voce di fama internazionale

«Lo conobbi nel 1947, al teatro Giardino di Cagliari. Me lo ricordo come un signore alto almeno due metri, con spalle imponenti. Al solo sentirlo parlare sembrava che dalla sua…

«Lo conobbi nel 1947, al teatro Giardino di Cagliari. Me lo ricordo come un signore alto almeno due metri, con spalle imponenti. Al solo sentirlo parlare sembrava che dalla sua bocca uscissero parole intrise di petrolio. Io, che nonostante all’epoca avessi solo sette anni già mi interessavo al canto, assistetti alla sua interpretazione in Mefistofele di Arrigo Boito, seduto tra il pubblico su una delle sedie in ferro della platea, e posso dire chiaramente di aver avvertito il terreno sotto ai miei piedi vibrare esso stesso per la potenza della sua voce».

Questo, nella testimonianza del baritono Angelo Romero, era Giulio Neri, basso di fama internazionale che ebbe i natali a Torrita di Siena. In occasione dell’XI edizione del Concorso Internazionale di Canto Lirico, che quest’anno si svolgerà dal 12 al 14 aprile e con cui Torrita ricorda il suo illustre cittadino, si delineano i tratti biografici di una delle figure più di spicco che siano mai nate nella provincia senese.

La sua voce poderosa, apprezzata dalla critica di tutto il mondo, ha costituito un esempio di assoluta rarità per il timbro e l’estensione verso il grave che l’hanno caratterizzata, ed è oggi possibile riascoltarla in alcune registrazioni dei ruoli di basso profondo che ha interpretato. In gioventù, tra gli amici, la potenza della voce gli aveva fatto guadagnare il soprannome di ‘Bronzone‘.

Colleghi e ammiratori non gli risparmiarono le lodi. Giorgio Gualerzi lo definì una “concentrazione di bassi (…); un roccioso blocco compatto“, mentre uno spettatore all’Arena di Verona disse, mentre Neri cantava nell’Aida: “Neri, l’Arena è troppo piccola per te!“.

Giulio Neri venne alla luce il 21 maggio 1909, da Pasquale e Marianna Pagliai, e visse a Torrita finché la sua vita venne cambiata dall’incontro con il conte Galeotti Ottieri della Ciaia, nobile mecenate locale. Neri era solito esibirsi già in chiesa o durante i ricevimenti, e fu proprio durante una cerimonia nuziale che venne notato dal conte, il quale fu così colpito dal suo talento da offrirsi di pagargli gli studi di canto.

Nel 1933, Neri si aggiudicò la vittoria di un concorso del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; dopodiché si hanno notizie della sua presenza presso la scuola del Teatro Reale dell’Opera di Roma, e di lì a poco prese il via quella che si rivelerà essere una carriera prestigiosa. Il debutto nel 1935 a Castelfiorentino anticipò quello del ’38 a Roma nel ruolo di Fafner ne L’Oro del Reno di Richard Wagner, per cui divenne primo basso dell’Opera.

Gli si aprirono così le porte del Teatro alla Scala di Milano nel 1942, dove cantò nel Falstaff di Verdi, e del San Carlo di Napoli; nel 1945 presentò un’esecuzione della Messa di Requiem di Verdi nel cortile del Belvedere nella Città del Vaticano. Dopodichè la sua voce venne acclamata nei principali teatri europei: il Covent Garden di Londra, il Liceu di Barcellona, l’Opera di Monaco di Baviera, l’Hessisches Staatstheater di Wiesbaden e di fronte al pubblico di Portogallo e Francia.
Il suo nome divenne presto celebre oltreoceano, portandolo a esibirsi al Teatro Colòn di Buenos Aires, a Rio de Janeiro e al Metropolitan di New York.

Non mancarono le collaborazioni con altre personalità iconiche del panorama lirico internazionale. Con Maria Callas condivise il palco in più occasioni: nella La Gioconda di Ponchielli del 1952, nell’Aida di Verdi del 1953 e nella Norma di Bellini del 4 gennaio 1958 al Teatro dell’Opera di Roma, che fu anche la sua ultima esibizione.
La vita di Neri si concluse prematuramente, stroncato da una malattia cardiaca il 21 aprile di quello stesso anno.

Le peculiarità della voce di Neri non si limitavano alla potenza e al registro: spesso non vengono ricordate la bellezza del timbro, la capacità del cantante di modulare la voce e sfumarla per creare personaggi memorabili. Uno di questi è l’iconico Mefistofele, che nella sua interpretazione Neri rende imponente, beffardo, riuscendo allo stesso tempo a portare avanti un’esecuzione tecnicamente impeccabile.

Neri è il più accreditato Mefistofele dei giorni nostri: è ormai un diavolo espertissimo di tutti i gironi infernali siano essi cosparsi di saltellanti frasi, come scioglilingua, o di cavernose note in gara col cupo rombo dei timpani, o implichino movimenti scenici ricchi di elastiche piroette, confacente al beffardo sire infernale“.

Il Momento – 2 luglio 1952

Altro aspetto non da trascurare era la capacità di Neri di dominare la scena grazie alla sua imponenza fisica, attraverso un uso sapiente della sua statura massiccia, del trucco e della recitazione.

Nel corso della vita, Neri toccò anche il mondo del cinema. La sua apparizione più celebre è forse quella, nel ruolo di sé stesso, in Mi permettete babbo’ di Alberto Sordi.

Il Concorso

A Torrita di Siena, dal 2005, la memoria di Giulio Neri rivive nel Concorso di Canto Lirico, tornato con questa edizione ad avere una cadenza annuale e prodotto dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, con la collaborazione della Fondazione Torrita Cultura, sotto la direzione artistica di Eleonora Leonini.

Negli ultimi anni, il Concorso ha attirato sempre più l’attenzione dei cantanti lirici di tutto il mondo, che arrivano nel centro storico di Torrita per partecipare alla fase di selezione ed eventualmente alla finale, un concerto aperto al pubblico presso il Teatro degli Oscuri.

La giuria è composta da nomi autorevoli e conosciuti a livello internazionale. Per questa undicesima edizione i giurati saranno: il tenore Ernesto Palacio, direttore artistico e sovrintendente della Fondazione Rossini Opera Festival; Vincenzo De Vivo, ora direttore dell’Accademia d’Arte Lirica di Osimo e del Teatro delle Muse di Ancona; il soprano Tiziana Tramonti, docente al Conservatorio di Bologna; Giovanni Oliva, coordinatore artistico del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano. Per il secondo anno consecutivo sarà presieduta dal basso Riccardo Zanellato: atteso il prossimo maggio all’Opera di Lipsia e al teatro La Fenice di Venezia, ha collaborato con direttori d’orchestra come Chailly e Abbado e si è aggiudicato l’Oscar della Lirica nella cerimonia tenutasi a Doha, in Qatar. È proprio lui a sottolineare quanto il concorso Giulio Neri, che nelle iscrizioni non pone limiti di età, sia un’occasione importante per i cantanti lirici più giovani, che trovano in un’esperienza del genere un momento di confronto e crescita, come per le voci più mature, che hanno a disposizione uno spazio prestigioso per farsi conoscere.

«Nei giovani cantanti si cerca di individuare il talento e le potenzialità che, attraverso lo studio, possono ancora essere sviluppate; dai concorrenti con un’età più elevata invece in giuria ci si aspetta una preparazione tecnica e musicale ormai consolidata».

Quest’anno, dei 107 iscritti al Concorso provenienti da venti Paesi, sono tredici i cantanti con voce di basso. Un elemento che rappresenta un record nella storia del Giulio Neri, e su cui Zanellato ha espresso commenti di soddisfazione, dal momento che sul panorama musicale attuale non sono molti cantanti con questo registro di voce.

Chissà dunque che proprio il paese natìo di Giulio Neri non porti fortuna ad altri nuovi grandi talenti.


Fonti:

http://www.accademiadeirozzi.it/wp-content/uploads/2014/03/numero30.pdf

http://www.treccani.it/enciclopedia/giulio-neri_(Dizionario-Biografico)

http://www.operaclick.com/schede_artisti/neri_giulio.htm

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“Dis-Order”, il teatro di LaBute a Montefollonico: intervista a Benedicta Boccoli

Sabato 9 Marzo 2019, al Teatro di Montefollonico, va in scena Dis-Order, con Benedicta Boccoli e Claudio Botosso, per la regia di Marcello Cotugno. Il testo è di Neil LaBute,…

Sabato 9 Marzo 2019, al Teatro di Montefollonico, va in scena Dis-Order, con Benedicta Boccoli e Claudio Botosso, per la regia di Marcello Cotugno. Il testo è di Neil LaBute, regista, sceneggiatore e drammaturgo americano, e affronta i lati più intimi e più oscuri di una coppia, un confronto teso e vibrante tra un uomo e una donna che dovranno trovare la forza di amarsi o arrendersi agli eventi.

Il testo di Neil LaBute è diviso in due atti unici in cui i protagonisti sono un uomo e una donna, giunti in entrambi casi a momenti critici della loro relazione. Il tratto d’unione dei due fraseggi narrativi è la presenza – decisiva – di un oggetto-feticcio: il telefono mobile. L’autore non lo fa apparire come mero accessorio quotidiano, ma come elemento drammaturgico decisivo ai fini del destino dei personaggi.

Nel primo atto, intitolato Land of Death, lei è incinta e vuole tenere il bambino, lui no. È mattina. Lui va a colazione dal suo capo per festeggiare la conclusione di un grosso affare, lei in clinica per abortire. Appena terminato l’intervento la donna riceve un messaggio sul suo cellulare. È suo marito: ha cambiato idea. Lavora al World Trade Center ed è l’11 settembre 2001. Nel secondo atto, Helter Skelter, marito e moglie si incontrano in un elegante ristorante, per una pausa dallo shopping natalizio. È una coppia che sembra avere tutto ciò che può confortante: denaro da spendere e due figli. La donna chiede al marito di poter usare il cellulare per chiamare i bambini, dato che il suo è scarico. L’uomo mette in scena una lunga e buffa situazione per sottrarsi alla richiesta della moglie di usare il suo cellulare: sa che sul display del cellulare apparirà il nome della donna di cui è l’amante.

Abbiamo intervistato Benedicta Boccoli qualche giorno prima dello spettacolo.

LaV: Dis-Order è uno spettacolo che affonda nell’intimo della coppia. Si possono affrontare temi collettivi anche spiando l’intimità e il privato delle persone?

Benedicta Boccoli: Certo. È la forza di questo testo. Lo spettacolo coinvolge molto il pubblico. È molto cinematografico. L’inquadratura è molto semplice. Non abbiamo scenografie ma solo un tavolo e due sedie, oltre alle luci e alle musiche. Tutto è dato dall’emotività. Gioca sull’uso del telefono cellulare che è oggi comune a tutti. Un po’ come Perfetti Sconosciuti ma ricordiamo che questo testo è stato scritto molto prima del film di Genovese. Io ho lavorato molto nel comico e nel brillante, ma mi sono innamorata di questo testo che, pur non essendo una commedia, porta in sé un alto tasso di verità. Questo coinvolge moltissimo il pubblico. Io ho iniziato a confrontarmici facendo delle letture pubbliche, durante l’estate. Letture in piazza… puoi immaginare cosa significhi fare una lettura in una piazza italiana d’estate, con i passeggini, i bambini che corrono e tutte le distrazioni del caso. Ecco, mi sono accorta come durante la lettura di questo testo si generava il silenzio, saliva l’attenzione. Veniva a crearsi un grande ascolto collettivo. Questa cosa mi ha convinto ad approfondire Dis-Order. Ho pensato “ma allora non piace solo a me!”. Abbiamo deciso di farne uno spettacolo. Uno spettacolo scenograficamente spoglio, essenziale,  ma pieno di forza, di emozioni. A mio parere è uno spettacolo empatico. Ha molta sostanza.

 

LaV: Alcuni critici hanno parlato di Dis-Order come di un testo femminista. Sei d’accordo?

BB: La figura dell’uomo esce massacrata da questo testo. Nello spettacolo il maschio è un codardo, uno che non sa prendersi le sue responsabilità, un traditore. Il maschio, tra l’altro, occupa la parte comica del testo, per la sua goffaggine, mentre la donna mantiene più lo spazio del dramma. Quindi sì, sono d’accordo…

LaV: Lavorare in due sul palco, interpretando una coppia di lunga data, significa entrare in profonda sintonia con il partner di scena: come è stato il lavoro con Claudio Botosso?

BB: Io Claudio lo conosco da tempo. Anni fa abbiamo girato un film insieme (Dolce di Latte, di Gianni Leacche, ndr) e siamo amici. Cercavamo un testo da fare, che andasse bene a entrambi. È intervenuta poi la regia di Marcello Cotugno, che è anche in contatto personalmente con Neil LaBute e lo conosce molto bene. Con Claudio, abbiamo poi cominciato ad approcciarci a questo testo in maniera molto genuina: ci siamo ritrovati in casa, nei bar a prendere un tè. In situazioni molto amichevoli con il copione sotto mano, a leggerlo e studiarlo. È stato un lavoro molto puro. Penso che traspaia questa cosa, agli spettatori. Non ci sono sovrastrutture. Si vedono due attori che amano una cosa e adorano recitarla insieme.

LaV: Cosa deve aspettarsi il pubblico di Montefollonico?

BB: Sebbene in questo spettacolo non si rida, questo è uno spettacolo che intrattiene bene. Uso il verbo intrattenere nel suo significato più nobile: è un testo che non rallenta mai, che coinvolge. Come ho già detto è un testo molto empatico, che cerca l’emotività degli spettatori. Il pubblico sarà sicuramente coinvolto dalle vicende e fino all’ultimo momento vorrà sapere come va a finire.

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“A Sciuquè” agli Oscuri di Torrita: intervista a Ivano Picciallo

Si intitola A Sciuquè, che in dialetto pugliese significa “A giocare”, e va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita sabato 14 aprile 2018, in doppio spettacolo alle 19:00…

Si intitola A Sciuquè, che in dialetto pugliese significa “A giocare”, e va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita sabato 14 aprile 2018, in doppio spettacolo alle 19:00 e alle 21.15, ed è un gioiellino del teatro sociale contemporaneo. Lo spettacolo è nato qualche anno fa in forma di monologo, ma oggi assume la coralità del racconto con una compagnia di cinque attori, i quali, con la leggerezza – mai banale – della commedia, approfondiscono una delle piaghe sociali dei nostri tempi: il gioco d’azzardo. È proprio sul termine “gioco” che si associa alla ludopatia, che Ivano Picciallo, autore e interprete del testo, ha focalizzato la riflessione, chiedendosi quale fosse il senso di utilizzare la stessa parola per indicare sia l’attività dei bambini che calciano un pallone, sia gli adulti che passano ore davanti alle slot-machine.

Adelaide Di Bitonto, Giuseppe Innocente, Igor Petrotto, Ivano Picciallo e Francesco Zaccaro, della compagnia L’Mamand e I Nuovi Scalzi, raccontano la vita di Nicola dall’infanzia all’età adulta, attraversando quadri scenici per ogni fase dell’esistenza. Lo spettacolo ha vinto il Premio della Direzione della Nico Pepe al Premio Nazionale Giovani Realtà e Teatro e il Premio come miglior spettacolo 2017 al Roma Fringe Festival.

Abbiamo incontrato Ivano Picciallo pochi giorni prima della tappa Torritese.

LaV: A Sciuquè, già a partire dal titolo ci si potrebbe chiedere il motivo per cui è stata scelta una parola dialettale ad indicare il gioco…

Ivano Picciallo: Letteralmente significa “a giocare”. Lo spettacolo vuole analizzare il gioco nelle sue diverse forme e nelle varie fasi della vita. C’è anche un sottotitolo che è: Ai bambini non piace giocare da soli e neanche ai grandi. Abbiamo scoperto che è difficile giocare da soli. È dalla condivisione che viene fuori il gioco. Il dialetto lo abbiamo scelto per dare un colore genuino al titolo. La compagnia con cui stiamo girando è composta da due attori siciliani, due pugliesi e uno lucano. Inizialmente volevamo uniformare il linguaggio, magari rendere tutto in italiano, ma poi abbiamo scelto di utilizzare i nostri dialetti. È stato il modo migliore per dare verità al pubblico. Aggiunge una cifra di veridicità che altrimenti sarebbe andata perduta.

LaV: Che tipo di risposta avete percepito nel pubblico che ha già assistito allo spettacolo, visto che si parla di un argomento che ha un rilievo sociale molto particolare?

IP: Lo spettacolo in fondo è molto semplice, anche nella sua forma. Risponde a una domanda semplice che è trasversale: cosa si intende quando si dice “andiamo a giocare?”. È una domanda che ha colpito tutti. Tutti si sono trovati a giocare da bambini, adulti e adolescenti. Eravamo spaventati per l’elemento linguistico, perché recitiamo con gli accenti dei nostri dialetti, e invece ci siamo accorti che più ci allontaniamo dalle nostre regioni e più il riscontro è positivo. Forse perché la gente si riconosce in questi cliché, in questi colori, e quindi si diverte. Lo spettacolo anche rispetto alla tematica sociale è molto cauto.  Non facciamo inchiesta su questa piaga, ma ci soffermiamo sul concetto di gioco, sulla domanda “cos’è il gioco?”, e sul modo con il quale noi la intendiamo.

LaV: Perché secondo te, dalle statistiche notiamo che la ludopatia è in crescita negli adolescenti, nei sedicenni, perché c’è questo trend malauguratamente positivo tra i più giovani?

IP: Siamo passati dall’analogico al digitale in tutti i campi della nostra vita. Il gioco digitale è schermato, ci isola. Fino agli anni ’90 il gioco era profondamente connesso alla condivisione e ai rapporti interpersonali. Il protagonista dello spettacolo ricorda scene degli anni ’80 e ’90 in cui i bambini giocavano in strada: oggi i bambini non giocano più in strada, si gioca su internet e in questo mondo virtuale si agevola l’isolamento. Lo stesso che incontrano i grandi che giocano alle macchinette…

LaV: E in questo senso la pratica teatrale può essere considerata “gioco”?

IP: Questo spettacolo è stato di fatto un gioco. È nato come monologo. Poi solo successivamente abbiamo iniziato ad aggiungere gli altri attori, che si sono inseriti nel flusso scenico attraverso l’improvvisazione, il piacere di condividere il gioco del teatro.

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Un Omaggio a Rino Gaetano a Torrita – Intervista a Claudia Campagnola

Ogni 2 giugno, a Roma si tiene il “Rino Gaetano Day”. Il pubblico dell’evento nel 2017 ha registrato 30.000 persone – si raccoglie in Piazza Sempione, ad assistere alle esibizioni…

Ogni 2 giugno, a Roma si tiene il “Rino Gaetano Day”. Il pubblico dell’evento nel 2017 ha registrato 30.000 persone – si raccoglie in Piazza Sempione, ad assistere alle esibizioni di una serie di tributi al cantautore crotonese-romano. Una piazza stracolma, come quella che si configura nella manifestazione romana, testimonia l’affezione che il pubblico di oggi mantiene per Rino Gaetano, scomparso tragicamente in un incidente d’auto il 2 giugno del 1981. Un’affezione che coinvolge anche il Teatro Golden di Roma, che sta portando in giro uno spettacolo intitolato Chi Mi Manca sei Tu (celebre refrain di Ahi Maria, successo gaetaniano del 1979) a lui dedicato e che farà tappa al Teatro degli Oscuri di Torrita di Siena, sabato 10 febbraio 2018: sempre secondo lo schema comprovato di doppio spettacolo alle 19:00 e alle 21:00.

Scritto e diretto da Toni Fornari e interpretato da Marco Morandi e Claudia Campagnola, si configura come uno spettacolo-concerto, nel quale si alternano interpretazioni dei brani a racconto in prosa. Sul palco, la band – che vede come frontman lo stesso Marco Morandi – è composta da Giorgio Amendolara, al piano e le tastiere, Menotti Minervini al basso e Umberto Vitiello alla batteria.

Claudia Campagnola interpreta invece un personaggio femminile, molto vicino a Rino Gaetano, ed è lei a guidarci nel racconto di Rino Gaetano. Le abbiamo rivolto delle domande prima della tappa torritese.

LaV: Che cosa rende Rino Gaetano ancora oggi così amato, celebre anche nelle giovani generazioni?

Claudia Campagnola: Sicuramente Rino diceva delle verità scottanti, parlava del presente ma in realtà dava già l’occhio al futuro, cioè era un genio che secondo me aveva uno sguardo ancora oggi attuale che racconta ancora oggi del nostro paese. Rileggendo le sue canzoni i suoi testi le sue canzoni il nostro paese non sembra aver fatto molta strada. È un po’ come fosse un personaggio shakespeariano, tipo fool, a me piace vederlo così, un fool che è l’unico a vedere la verità e raccontarla e quindi per questo considerato pazzo. Invece è semplicemente una capacità più ampia di guardare la realtà più ampia e sicuramente più autentica.

 LaV: Tu interpreti una “groupie” di Rino, che lo seguiva ovunque durante gli anni ’70…

CC: In realtà è una figura più complessa. Intepreto un personaggio femminile  che ha vissuto accanto a Rino Gaetano, che sa molte cose di lui. L’autore del testo non ha specificato se fosse la sorella, la fidanzata, la cugina oppure se sia un flirt che ha fatto parte della sua vita. Sappiamo solo che è una figura femminile, molto vicina a Rino, che ha passato molto tempo nella sua quotidianità, che ha vissuto accanto a lui. A me piace dire che questo personaggio può essere letto anche come la sua anima, la sua anima femminile, una Musa, oppure la sua linfa poetica…

LaV: È cambiato secondo te il rapporto con i divi? È cambiato il rapporto tra il pubblico e la celebrità della musica? Può esistere un personaggio come Rino Gaetano oggi?

CC: Be’ direi che il rapporto con il pubblico da parte degli artisti è completamente diverso. Soprattutto quando viene meno la “purezza” degli artisti. C’è sicuramente un grande intento da una parte di certi cantautori di descrivere il presente attraverso la musica e raccontare le emozioni delle persone. C’è però, devo dire, anche un lato commerciale con cui fare i conti. In questo momento è un po’ difficile per un artista – che sia musicista, cantautore, autore e anche attore – avere una poetica da poter portare avant una poetica pulita, scevra da compromessi commerciali o di mercato. Ma c’è chi ci riesce ancora per fortuna…

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Compagnia Teatro Giovani Torrita, una storia da celebrare

La Compagnia Teatro Giovani di Torrita di Siena compie vent’anni. Dal dicembre 1997 produce spettacoli, intavola confronti di formazione con grandi personalità dell’arte scenica italiana. Si è specializzata nella nobile…

La Compagnia Teatro Giovani di Torrita di Siena compie vent’anni. Dal dicembre 1997 produce spettacoli, intavola confronti di formazione con grandi personalità dell’arte scenica italiana. Si è specializzata nella nobile arte del musical, probabilmente il genere teatrale che riscuote il maggior successo di pubblico. I ragazzi che oggi compongono la Compagnia, hanno voluto omaggiarla, con uno spettacolo tutto dedicato a lei, alla sua storia e ai suoi tanti successi. Auguri: sono 20! Un sogno divenuto realtà è il titolo dello spettacolo che va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita il 20 Gennaio 2018, con una selezione – un The Best Of – delle migliori performance, collezionate lungo tutti i vent’anni dalla pletora di spettacoli portati in scena in tutta Italia dai ragazzi torritesi.

I performers, che sono poi coloro che hanno partecipato negli anni ai vari allestimenti e produzioni, ieri bambini e oggi adulti, ripercorreranno la storia di questi vent’anni attraverso canzoni, aneddoti e ricordi. Uno spettacolo allegro e divertente con i pezzi più famosi dei musical più celebri.

L’associazione Giovani Torrita è nata nel 1997 con l’intento i stimolare e sostenere la crescita morale e sociale, promuovendo la diffusione dell’arte della cultura teatrale, con particolare riferimento al teatro musicale, del quale è divenuta punto di riferimento territoriale e nazionale. Il primo spettacolo è tratto da I racconti di natale di Charles Dickens seguito l’anno successivo con Forza Venite Gente, musical sulla vita di Francesco d’Assisi. Sin dai primi anni si avverte l’intento di alzare l’asticella ogni allestimento e affinare la qualità delle produzioni: Joseph, il Re dei Sogni, viene infatti portato in scena per la prima volta in versione italiana, tradotto appositamente per la Compagnia da Franco Travaglio, oggi celebre traduttore delle liriche dei più grandi musical del mondo che arrivano in Italia. Nel 2000 poi va in scena Il Fantasma di Canterville, tratto dall’omonimo romanzo di Oscar Wilde. È in questo periodo che iniziano a nascere i corsi di avviamento al musical per i giovani e i giovanissimi, oggi ormai un’autorità grazie alla scuola di avviamento all’arte del musical, messa in piedi dalla Compagnia, SpazioMusical. La formazione imbastita dalla scuola è costellata da appuntamenti fissi durante l’anno: il più importante è sicuramente la serie di workshop di fine estate, da dieci anni sotto la direzione artistica di Marco Columbro e con insegnanti Laura Ruocco, Antonello Angiolillo e Barbara Pleruccetti, che richiama ragazzi da tutta Italia.

 

È del 2005 la fortunatissima tournée con la versione italiana di Jesus Christ Superstar. In accordo con la compagnia internazionale inglese, diretta da Andrew Lloyd Webber, The Really Useful Group – London, viene curato l’allestimento nella versione italiana di Joseph e la strabiliante tunica dei sogni in Technicolor.  Il 2008 e 2009 sono dedicati alla messa in scena di una serie di concerti-spettacolo: Musical Greatest Hits Celebration e Make Musical Noto Wall, quest’ultimo realizzato nell’ambito del progetto di cooperazione internazionale con il popolo palestinese Terre di Toscana – Strumenti per la Pace. Nel 2009 inizia la salda collaborazione con Fabiola Ricci, alla quale vengono affidati la regia degli spettacoli e la formazione.

Nell’anno 2010, viene messo in scena The Rocky Horror Experience che debutta il 22 maggio 2010 presso la sala degli ex-macelli di Montepulciano in collaborazione con l’associazione Mattatoio n.5. Nello stesso anno si avverte una cesura forte nella Compagnia, un giro di boa di qualità semi-professionale nelle produzioni: il cast diventa più nutrito, il livello qualitativo delle rappresentazioni aumenta e soprattutto gli investimenti nella formazione dei performer aumentano notevolmente.

L’anno 2011 è segnato dalla partecipazione al progetto You Media – la comunicazione fra e per i giovani: nuovi linguaggi per fare e ricevere cultura, con il co-finanziamento del Comune di Torrita di Siena, al quale la compagnia partecipa attraverso il linguaggio del Musical Theatre proponendo la realizzazione della prima versione italiana di un musical arrivato direttamente da Broadway: The Wedding Singer, con musica dal vivo, su licenza della Music Theatre International – M.T.I., registrando il tutto esaurito nella conseguente tournèe. Con The Wedding Singer nel 2012 la Compagnia viene selezionata per la partecipazione al Festival Nazionale del Teatro Nuovo di Milano, uno dei più prestigiosi teatri milanesi. Il folto pubblico presente in sala e la giuria decretano The Wedding Singer vincitore del primo premio come miglior spettacolo musicale, del terzo premio come miglior spettacolo in assoluto. Il giovane Giulio Benvenuti, prossimo alla carriera professionale, vince il primo premio come miglior performer in assoluto. La Compagnia Teatro Giovani è divenuta, nel territorio torritese, una fucina di performers professionisti, che proprio sulle tavole del teatro degli Oscuri muovono i loro primi passi scenici. Dal 2015 l’Amministrazione Comunale di Torrita affida la stagione teatrale del Teatro deli Oscuri alla Compagnia, con la direzione artistica di Laura Ruocco.

Lo spettacolo di sabato 20 gennaio sarà l’occasione per rivivere ogni tappa dell’evoluzione artistica della Compagnia Teatro Giovani, che all’altezza di vent’anni ha registrato un trend di crescita esponenziale. Lunga vita, quindi, alla passione per i palchi, alla coralità della CTG e alla forza collettiva che porta un gruppo di ragazzi ogni anno ad allestire delle vere e proprie perle. Auguri!

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