La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

“M’accompagno da me”, a teatro! Intervista a Michele La Ginestra

“Basta ‘a salute e un par de scarpe nove, poi girà tutto er monno… e m’accompagno da me… ” cantava Ettore Petrolini nel 1932, intonando con la chitarra una frase…

“Basta ‘a salute e un par de scarpe nove, poi girà tutto er monno… e m’accompagno da me… ” cantava Ettore Petrolini nel 1932, intonando con la chitarra una frase che, a distanza di quasi novant’anni, concede ancora spunti di riflessione. “M’accompagno da me” è infatti oggi anche il titolo dello spettacolo che Michele La Ginestra porterà in scena, per la regia di Roberto Ciufoli, sabato 16 febbraio al Teatro Vitolo di Montefollonico.
La stagione teatrale torritese si apre pertanto con il ritorno di Michele La Ginestra, che l’anno scorso era salito sul palco degli Oscuri, attualmente in ultima fase di ristrutturazione, con Sergio Zecca per la commedia “Due di notte“.
Tutta un’altra storia questa volta, invece, in quanto si tratterà di un one man show, come l’ha personalmente definito La Ginestra il quale, a pochi giorni dalla data dello spettacolo, ne ha raccontato qualche dettaglio.

M’accompagno da me” dal 2017 è stato allestito con successo in molti teatri italiani, tra cui anche il Sistina di Roma. Si sono aggiunti man mano nuovi elementi a questo spettacolo?

«La pièce conserva, data dopo data, la sua cifra comica, attraverso una sceneggiatura che invita il pubblico alla risata ora più spontanea, ora più ricercata, ora da accogliere con un po’ di commozione. Non si tratta di un monologo ma dell’incontro tra il pubblico e una serie di personaggi, messi a punto continuamente nel corso degli anni, e le loro storie».

Una serie di diverse situazioni, quindi?

«Sì, sul palco, trasformato per l’occasione nella cella di un carcere, si susseguiranno tante personalità, alcune realistiche e altre improbabili, accomunate tra loro dal fatto di avere come interlocutore un giudice con il quale confrontarsi sui reati commessi».

A cosa si deve la scelta di ambientare lo spettacolo all’interno di un carcere?

«Il carcere costituisce di per sè un luogo dove si riuniscono persone assolutamente diverse tra loro, ma che ad un certo momento vivono l’esperienza di dover rendere conto delle proprie azioni. Questo, all’interno dello spettacolo, offrirà la possibilità di viaggiare tra situazioni imprevedibili e, per certi versi, bizzarre».

Verso quale dimensione si accompagnerà lo spettatore nel corso dello spettacolo?

«Si può dire che tutto lo spettacolo sarà un percorso da compiere anche da soli, che tanto “basta la salute” citando ancora una volta Petrolini, per valorizzare ogni singolo personaggio».

C’è un messaggio dietro alla serie di situazioni rappresentate sul palco?

«L’insieme di tutte le figure regaleranno, come senso ultimo e più profondo, il messaggio che ciascun individuo possiede un grande valore, forse talvolta difficile da comprendere, ma sicuramente degno di essere scoperto e portato alle luci della ribalta».

Quanti saranno al teatro Vitolo, sabato 16 febbraio, alle 19:00 o alle 21:15, potranno assistere a un inizio di stagione che si preannuncia come l’incontro con una raffinata comicità.

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Pensiero, Libertà, Azione – intervista al filosofo Luca Pantaleone

Se c’è un posto dove le idee possono emergere, essere coltivate e fiorire in tutta la loro forza rivoluzionaria, questo è senza dubbio l’Associazione Pensiero, Libertà, Azione. Nata ad agosto…

Se c’è un posto dove le idee possono emergere, essere coltivate e fiorire in tutta la loro forza rivoluzionaria, questo è senza dubbio l’Associazione Pensiero, Libertà, Azione. Nata ad agosto 2018, ad oggi conta circa quaranta soci. Il suo fine è quello di accogliere chiunque voglia contribuire a ripensare la società sulla base della cultura, imprescindibile per il confronto e la crescita, come ci ha raccontato il filosofo Luca Pantaleone che, insieme al suo amico Salvatore Tallarico, ne è il fondatore.

L’associazione si chiama Pensiero, Libertà, Azione. È una dichiarazione di intenti?

«In questo nome è riassunto l’obiettivo che l’associazione vuole perseguire: partire dalle idee, dalle competenze e dalle esperienze di tutti, per condividere e promuovere la cultura, elemento in grado di far sorgere nell’individuo il dubbio, provocare la riflessione. È questo poi che apre le porte al pensiero libero, al quale però è necessario che segua una fase di azione, per un miglioramento della società».

Sia tu che Salvatore avete compiuto studi scientifici prima di fondare l’associazione, che ha invece un’ispirazione filosofica. Quale sintesi trovano tra loro questi due diversi aspetti del sapere?

«Una volta liberato dai pregiudizi, il pensiero può essere applicato a ogni ambito della conoscenza, per esempio quello sanitario. A conferma di ciò, porteremo l’attenzione su varie questioni di attualità, tra cui il dibattito pro vax/no vax, cercando proprio di trovare una chiave di lettura valida per approcciarsi a questa tematica».

Quale ruolo spetta alla filosofia nel XXI secolo?

«Si può dire che il compito della filosofia sia sempre quello di fornire un metodo di pensiero, un modo di procedere nella conoscenza, che allontani i pregiudizi dalla formulazione delle idee. È importante per gli individui comprendere sé stessi ancor prima di formulare concetti. Del resto non siamo dei tuttologi e il confronto è il primo passo per sviluppare un pensiero critico, che per esempio sappia non dare per scontate le piccole cose».

Crede che oggi la conoscenza abbia perso autorevolezza?

«È un dato di fatto che la conoscenza non venga più adeguatamente valorizzata, per dare invece maggior risalto al sistema delle apparenze. Si è persa l’idea autentica di cultura, tanto da essere portati oggi a considerarla appannaggio di pochi, quando in realtà è patrimonio di tutti. Dovremmo tornare ad apprezzarla in tutte le sue sfaccettature, poiché potenzialmente ognuna di queste ha i suoi appassionati».

Ma quali possono essere state le cause di questo processo di svalutazione?

«Senza dubbio c’è stato uno snaturamento dei percorsi formativi, in quanto è sempre più difficile che nelle aule, dei licei come delle università, si insegni come prima cosa a ragionare. In generale, in Italia la cultura ha perso valore nel momento in cui si è smesso di produrne, determinando così una forte tendenza alla stabilità piuttosto che all’innovazione. Ciò è accaduto spesso e volentieri in nome del profitto, ma non sta tutto lì quando si parla di cultura, arte, filosofia, musica».

E a proposito di musica, il primo evento di Pensiero, Libertà e Azione sarà proprio incentrato su questo tema. Cosa prevede?

«La nostra Associazione ha organizzato per sabato 16 febbraio, al Museo nazionale d’arte medievale e moderna di Arezzo, la sua prima iniziativa. Si tratta di un incontro dal titolo “Musica, Filosofia, Società“, nel corso del quale si approfondirà il valore della musica nella società contemporanea. Interverranno Ferdinando Abbri e Simone Zacchini, docenti all’Università di Siena, i quali argomenteranno su quanto la musica sia importante nella formazione dell’individuo, in che modo riesca ad emozionare, ad influenzare la quotidianità e come in passato abbia condizionato il corso storico degli eventi».

Ci sono altre iniziative in programma per i prossimi mesi?

«Nel primo semestre del 2019 continueranno gli eventi culturali, tra cui ci sarà un incontro con Diego Fusaro, che porterà il suo punto di vista su democrazia e capitalismo. Inoltre si possono già anticipare altri approfondimenti, uno di guida all’ascolto dei brani del compositore austriaco Gustav Mahler tenuto da Adele Boghetich, uno sulla valorizzazione economica del patrimonio culturale italiano, a cura della Professoressa dell’Università Bocconi Paola Dubini. Ulteriori novità saranno pubblicate di volta in volta anche sul sito dell’associazione».

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Luca Vanni, un “fuori corso” che ce l’ha fatta

La pressione sociale nei confronti degli studenti universitari è elevatissima, perché spendono tempo e denaro per qualcosa che non necessariamente (anzi, quasi mai) li realizzerà nel futuro. Per i “fuori…

La pressione sociale nei confronti degli studenti universitari è elevatissima, perché spendono tempo e denaro per qualcosa che non necessariamente (anzi, quasi mai) li realizzerà nel futuro. Per i “fuori corso”, bighelloni patentati o semplicemente duri come il coccio, la faccenda si fa ancora più complicata: il conseguimento della laurea si protrae nel tempo, e contemporaneamente si allontana sempre di più la possibilità di trovare un lavoro che sia frutto del lunghissimo percorso di studi.

A fare da cornice alla durissima vita del laureando “fuori corso” ci sono i “vai a lavorare!” di mamma e babbo, le prese in giro degli amici, ma anche le preoccupazioni della nonna, che ti vede deperito per lo stress da esami e ti chiama continuamente per chiederti se hai mangiato.

Come sopravvivere a questo inferno?

Credo di averlo imparato dalla storia di Luca Vanni.

La partecipazione ai più importanti Slam mondiali vale come una laurea, conseguita però in tardissima età, se si considera la carriera di uno sportivo. Luca Vanni, per molto tempo, è stato un “fuori corso” del tennis, combattuto tra la passione per il tennis e la paura di pesare troppo sulle casse dei genitori, tra il suo sogno e il mobilificio di famiglia.

Calma, dedizione e pazienza, anche quando le classifiche parlavano chiaro e lui, già grandicello, era 4.3 – “il livello più infimo del tennis”: sono virtù che gli ho letto sul volto, appena è sceso dalla macchina per fare quest’intervista. In un insolito giorno innevato, col rischio di non potersi incontrare e di rinviare a chissà quando l’appuntamento, Luca si è fermato a Sinalunga per farsi tempestare di domande.

In 5 set.

1° set: Luca Vanni vs Ginocchio

Il match è iniziato sul tavolino più appartato dello Scuro, la casa del caffè sinalunghese, e Luca si è accaparrato subito l’unica sedia alta, mentre a me e Valentina sono toccati gli sgabellini. Come primo servizio, direi subito un ace meritato: non l’ha fatto per comodità, ma perché è impossibile mettersi a sedere su quelle seggioline per uno che è soprannominato il “Gigante del tennis”. Centonovantotto centimetri, roba che mentre gli parlavo sembravo un bambino che recita la poesia davanti a Babbo Natale.

Abbiamo iniziato con le note dolenti non perché sono un infame, ma perché di solito ci si presenta chiedendosi “come va?”, e Luca è stato estremamente sincero a rispondermi diversamente dal solito “tutto bene!”. L’infortunio che tanto lo sta tormentando ormai da troppo tempo è una calcificazione al ginocchio destro, già operato.

“È un periodo così così sotto questo punto di vista, questo ginocchio mi fa tribolare parecchio”.

Che bella la calata aretina, il registratore non lo mette in soggezione.

“Ultimamente gioco fisso con il Voltaren, l’antidolorifico quello della pubblicità, e tra qualche mese mi prenderò del tempo per recuperare. D’altronde, non si tratta di una partita a settimana: se continuo a prendere le pasticche, ci sta che invece che al ginocchio mi operano al fegato!”. Di operazione, infatti, Luca non ne vuole sapere. “Anche i dottori la sconsigliano, mi sono già operato tre volte. Più che altro, essendo una calcificazione, ci sta che anche dopo un’operazione torni, se si tratta poi di un problema posturale. Adesso mi sto curando con delle onde d’urto – che dolore! – spero che facciano il loro dovere”.

Ginocchio fasciato completamente durante gli ultimi Australian Open

2° set: Luca Vanni vs Tempo

Speriamo davvero che tutto si risolva, anche perché l’età avanza e Luca ha già giocato fin troppo col tempo: primo torneo ATP e primo main draw di uno Slam nel 2015, alla soglia dei 30 anni. Ma la calma, la tranquillità, la pazienza di cui parlavo, si palesano proprio quando gli servo sul piattino del suo caffè macchiato il tema degli anni che passano.

“L’età? Solo una scusa, una chiacchiera da bar. Uno se la sente dentro, fuori non esiste”. Coi lineamenti da ventenne e il sorriso da ragazzo, Luca mette subito in chiaro che la sua carriera è ancora lunga. “Finché uno si sente bene non c’è carta d’identità che tenga. Quando mi chiedono se sono a fine carriera me la rido, per fortuna qualcuno mi ha capito. Un mio amico, ad esempio, vorrebbe che andassi da lui per raccontare ai ragazzi che allena la mia storia: un comune mortale che ce l’ha fatta, uno che da quarta categoria, il livello più infimo del tennis, è arrivato in alto. Aggiungo, grazie a spinte mie interne, senza aiuti dall’esterno”. Mette in mezzo anche la prospettiva “ganza” di scrivere un libro. “Sarebbe bello potermi raccontare non solo per le cose belle, ma anche per quelle negative che in un modo o nell’altro sono comunque fondamentali per crescere. Ma è presto, ancora ho voglia di aggiungere qualche capitolo “reale” alla mia carriera”.

E mentre penso che “cavolo, in un modo o nell’altro l’età inciderà nel tennis!”, Luca chiude con il suo rovescio a due mani il discorso.

“L’età incide solo per quanto riguarda il lavoro che fai. Ad un certo punto, il gioco deve valere la candela, parlo proprio a livello economico, in prospettiva futura”. Pendo dalle sue labbra che sputano sincerità e piccole imprecisioni grammaticali, sintomo che si trova a suo agio.

“Il tennis, infatti, è uno sport meritocratico: non è detto che uno a fine torneo si porti sempre il premio a casa, anzi…”.

3° set: Luca Vanni vs Australian Open

Anzi, proprio come dice lui, “la settimana del tennista termina quasi sempre con una sconfitta”.

E sta proprio in questo, secondo me, la crudeltà del tennis: l’emozione e la felicità di aver raggiunto un traguardo importantissimo spesso ti si strozzano in gola, perché un paio di giorni dopo magari esci sconfitto nel match successivo.

La sua recente esperienza agli Australian Open ne è l’amara conferma, e Luca non ha paura di dirlo, con simpatia e pochi peli sulla lingua. “Non ho mai vinto una partita in un tabellone principale. Quindi, alla fine, nonostante tutti i convenevoli del caso, dopo ave’ perso con Busta, me giravano i cojoni! Sono arrivato ad un punto in cui vorrei concretizzare il risultato…”.

Non deve essere facile, appunto, avere rimorsi dopo essere arrivati a giocarsela contro i migliori. Per questo gli ho chiesto quanto fosse importante la solidità mentale in uno sport diabolico come il tennis, che ti fa volare per poi schiantarti a terra nel giro di un secondo. “La testa conta infinitamente di più rispetto alla classe o alla tenuta fisica, e paradossalmente è la cosa che si vede di meno durante una partita. Il tennista può essere influenzato da una miriade di fattori: fusi orari, viaggi, qualità del cibo, clima, dolori, che però in campo non sono visibili. Che ne sa la gente alla TV che la sera prima hai litigato con la fidanzata? La mente deve essere brava a estraniarsi da tutti i problemi, perché alla fine i campi degli Slam sono grandi quanto quelli di Sinalunga”.

Proprio la testa ha fatto la differenza, secondo Luca, nella sconfitta contro il numero 23 al mondo Pablo Carreño Busta. Testa che poi, inevitabilmente, influenza anche tutte le altre qualità di un tennista. “Non dico che potevo fare di più, ma che mentalmente sono stato regressivo e non progressivo, pur essendo avanti di due set. In sostanza, dovevo essere più consapevole del momento, ed invece è lui che si è esaltato punto dopo punto: ha iniziato ad osare, a sbagliare anche di più, ma a giocarsi punti più importanti con determinazione e fiducia nei suoi mezzi. Ha preso campo, e alla lunga è venuta fuori anche la sua migliore condizione fisica, che ha fatto la differenza”.

Gli alzo una palla ghiottissima: “Perdere di pochissimo contro un 23 del mondo è brutto perché hai perso o bello perché era un giocatore forte?”.

Lui mi risponde con uno smash alla Sampras, suo idolo fin da piccolo. “Perdere contro Busta mi ha dato solo la consapevolezza che ancora non sono sazio”.

4° set: Luca Vanni vs Passato

So da dove viene tutta questa determinazione nel voler giocare ancora tanto, e rientrare magari nei primi cento al mondo. Viene proprio da quell’11 maggio 2015, quando il sito ufficiale dell’ATP, alla voce “top 100’s”, recitava “Luca Vanni” proprio alla centesima posizione. Quel 2015 è sicuramente l’anno di Luca Vanni, se non altro a livello di risultati raggiunti: main draw di Roland Garros e Wimbledon, Challenger vinto a Portoroz (Slovenia), vittoria contro Tomic nel tabellone principale del Master 1000 di Madrid, secondo posto all’ATP di San Paolo. E, ciliegina sulla torta, entrare nel circolo ristretto dei migliori cento giocatori nel mondo.

“La spinta per quel 2015 me l’ha data però il 2014, l’anno post-infortunio: avevo voglia di rimettermi in gioco seriamente, così da 850 sono passato a 150 al mondo grazie ad un’annata faticosissima, in cui ho giocato praticamente una partita ogni tre giorni”.

Luca non tradisce emozioni e non dà mai l’idea di volersi pavoneggiare.

“Poi, appunto, il 2015, in cui ho raggiunto i traguardi più importanti della mia carriera. Non ho un ricordo in particolare: l’emozione più bella è forse l’aver calpestato da giocatore i campi del Foro Italico, quelli che sognavo fin da piccolo, quando con il TC Sinalunga andai a Roma per vedere Sampras e Edberg. Sicuramente, ricorderò per sempre la finale persa con Cuevas a San Paolo, anche con un pizzico di rammarico per l’atteggiamento con cui entrai in campo. Si torna al discorso di prima sulla mentalità: all’inizio pensai di più a non fare brutta figura contro un 20 al mondo, pian piano incominciai a prendere coraggio ed infatti la partita è finita 7-6 al tie break del terzo set, dopo tre ore di partita. L’ho sognato anche stanotte”.

“Chi, Cuevas?”. Pensavo ad un’umanissima sete di vendetta. “No, macché. Sogno tutt’ora di calpestare un’altra volta un palcoscenico del genere. C’è la vita davanti, sono tranquillo”. Un dritto incrociato imprendibile, sulla linea, senza bisogno dell’hawk-eye.

5° set: Luca vs Francesca

Dalle interviste precedenti era venuto fuori un Luca legatissimo a Foiano, al posto in cui è nato e cresciuto, cosa insolita per professionisti itineranti come i tennisti. “Dopo due tre settimane inizio a soffrire la lontananza dall’Italia, devo tornare”. Ma non solo per il territorio, ovviamente.

Per i genitori, per la nonna, per Francesca.

Cerca di smorzare l’argomento, ma la pallina finisce sulla rete.

Qui ciò che prova si percepisce chiaramente. “Col tempo, come è giusto che sia, le priorità sono sempre maggiori: non che non sia importante rientrare nei primi 100 al mondo, ma nel senso che a 33 anni non conta solo il tennis. C’è la famiglia, la prospettiva magari di crearsene una propria. C’è Francesca, che mi rispetta ed ha imparato a convivere con me nonostante la lontananza e tutto quanto”.

Dopo aver chiuso il cerchio con Francesca, è arrivato il momento di lasciarci.

C’è stato il tempo, off record, di parlare anche di sponsor, social media, televisione, della sua ultima intervista a Sky.

Un atleta di questa caratura, un tennista che ha giocato sul verde naturale di Wimbledon, sul blu veloce degli Australian Open, che è stato numero 100 ATP, me lo immaginavo più frenetico, sempre di corsa. Invece, tutto il contrario.

Calma, dedizione e pazienza glie le leggevo sul volto. Aggiungo un pregio che manca a tantissimi professionisti: il rispetto. “Pieno rispetto per qualsiasi persona che mi trovo davanti, per chi è e ciò che fa”.

“La mia storia non è finita!”. 

Ci credo, ad occhi chiusi. Non sarà mai troppo tardi, per uno come Luca Vanni. Un “fuori corso” che ce l’ha fatta, e che – spero – tornerà presto a guardare tutti dall’alto.

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Die Panne di Valentina Bischi a Teatro (dopo tanto peregrinare)

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori…

Uno scherzo, un jest, che rivela tutto l’assoluto dell’esistere. Un rovesciamento kafkiano della conformità, per lo svelamento del vero. Dürrenmatt ha utilizzato come nessun altro l’assurdo fonetico per tirare fuori il vero dagli esseri umani. Valentina Bischi, vecchia conoscenza del Teatro Arrischianti di Sarteano, torna al teatro in piazza XXIV giugno con un “classico”, che ormai da due anni sta portando in giro per palchi non esattamente convenzionali. “Die Panne” (La Panne, in italiano), testo equilibratissimo, nato come radiodramma, nel 1956 – reso anche un film da Ettore Scola La più bella serata della mia vita, con Alberto Sordi, nel 1972 – racconta la vicenda di un rappresentante tessile apparentemente senza macchie, che incappa nella casa di un anziano giudice in pensione, il quale – con due suoi ospiti – si diverte ad allestire tribunali fittizi per allietare le serate. Il rappresentante, inizialmente felice di partecipare al gioco, si confronterà con i lati più oscuri della psiche umana, con la labilità dei concetti di colpevolezza ed innocenza.  Abbiamo intervistato Valentina Bischi a pochi giorni dalla residenza di laboratorio che terrà nelle sale della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 e sabato 9 febbraio, per poi andare in scena lo stesso sabato alle ore 21:30 e domenica 10 febbraio alle 17:30.

 

La Panne di Durrenmatt è uno spettacolo che stai portando in giro in varie dimensioni da quasi due anni. Come si è evoluto nel tempo e cosa significa portarlo su un palcoscenico teatrale?

Die Panne è uno spettacolo pensato intorno a un tavolo. Di fatto il teatro accade attorno al tavolo nel quale sono seduti gli spettatori. Quello è stato lo spazio di possibilità dell’azione per cui è stato portato in diversi luoghi: case private, ristoranti, biblioteche… essere in teatro è sempre un’emozione personale e quello di Sarteano particolarmente perché ci sono stata molte volte. L’evoluzione è ritmica. Sempre di più mi rendo conto che è un testo molto legato alla parola che sta su una partitura ritmica. Se parliamo di evoluzione penso alle battute sempre più definite e precise, ma che non decidiamo noi che agiamo lo spettacolo… vengono determinate dal respiro del pubblico. Il ritmo è una condizione collettiva. In questo senso parlerei di evoluzione: lo spettacolo è sempre di più esposto alle variazioni di ritmo determinate dal pubblico.

 

Ti ricordi come avvenne la scelta di questo testo?

La scelta del testo la ricordo bene. Avvenne un paio di anni fa, quando un’amica con cui avevo già collaborato ad Arezzo mi chiese se avessi una storia da raccontare per un evento in una cantina. Io ho pensato a Die Panne che avevo già sentito a Roma, quando collaboravo con la casa dei racconti di Duccio Camerini.

 

Lo spettacolo mescola in maniera estremamente omogenea teatro di parola – di fatto è posto come un radiodramma – e teatro di figura. Qual è stato il modello di lavoro e più in generale dove stra arrivando la tua ricerca drammaturgica?

Sono sempre stata legata alla parola, al suono, alla possibilità del ritmo dentro gli enunciati. Questo testo si è unito perfettamente a questa esigenza. La fascinazione per la voce nella radio, è sempre stata presente.

Die Panne è uno spettacolo che mi ha sempre dato grandi soddisfazioni perché alla fine siamo arrivati a una cinquantina di repliche in vari luoghi. Spero che continui il suo percorso. Nel frattempo insieme a un gruppo nato al Teatro Rossi Aperto di Pisa, un teatro occupato da circa sette anni, abbiamo messo in scena il cartografo di Juan Mayorga.

 

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‘A un centimetro dal cuore’, l’amore complicato del nuovo singolo di Alessio Giannetti

Un amore complicato, una donna che tiene le redini di un rapporto ormai logoro e un uomo incapace di allontanarsi da lei per sempre. ‘A un centimetro dal cuore’, il…

Un amore complicato, una donna che tiene le redini di un rapporto ormai logoro e un uomo incapace di allontanarsi da lei per sempre. ‘A un centimetro dal cuore’, il nuovo singolo di Alessio Giannetti, cantautore di Castiglion Fiorentino e già ospite di ‘Giardino Valdichiana’, racconta di quella distanza minima concessa a coloro cui decidiamo di aprire il nostro cuore.

Il suo nuovo brano di Alessio, uscito lo scorso 9 novembre 2018 in radio e in tutti i digital store (distribuzione Pirames International), ha un suono elettronico molto incalzante, con un retrogusto pop che non guasta mai, in perfetta linea con i suoi pezzi precedenti. L’autore, nella composizione dei suoi brani fa uso di metafore che mette in musica con energia e grinta; la sua voce si trasforma in uno strumento armonioso in grado di raccontare emozioni, pezzi di vita ed esperienze.
L’uscita del singolo è stata accompagnata dal video realizzato da Lightning Multimedia Solutions, che sta riscuotendo un ottimo successo YouTube e sui social.


Ciao Alessio e complimenti per questa tua ultima fatica. ‘A un centimetro dal cuore’ è un brano particolare non solo nella composizione ma anche per il tema che tratta. Ma in cosa consiste, di preciso, questa particolarità?

“La particolarità di questo brano sono le strofe. Il racconto infatti si muove proprio per strofe in metafora, attraverso cui presento la figura femminile principale del brano: mi piace molto l’uso del metaforico per sovrapporre una figura reale a qualcosa di astratto. Il testo parla di una donna molto insistente nella vita di un uomo, una che tiene le redini del rapporto e da cui lui fatica a staccarsi. È una donna che paragono a una voce insistente, presenza importante ma pervasiva; come ossigeno di cui hai bisogno ma che talvolta ti soffoca”.

Con questo nuovo singolo, arrivato dopo il fortunato ‘Cambia’ uscito lo scorso giugno, che in poco tempo ha conquistato il pubblico, Alessio Giannetti mette a segno anche due importanti collaborazioni: quella con Luca Sala, autore del brano ‘Non è l’inferno’ con cui Emma Marrone ha vinto il Festival di Sanremo 2012, e quella con Sabatino Salvati che conta collaborazioni importanti del calibro di Laura Pausini e Francesco Renga.

Il tuo nuovo singolo racchiude un’esperienza molto importante per te, giusto?

A un centimetro dal cuore racchiude un’importante esperienza dal punto di vista professionale e umana. È un brano al quale tengo molto, perché ho avuto l’opportunità di scriverlo con due grandi della musica italiana. Ho lavorato in studio a Milano con Luca e Sabatino e per me è stata un’opportunità di crescita pazzesca. All’inizio non mi sembrava possibile di poter scrivere un brano con Luca Sala, poi è andata veramente così e devo dire che Luca si è dimostrato essere una persona molto umana, oltre che professionale”.

Correndo su e giù tra le note e lo spartito, Alessio Giannetti però non perde di vista il suo obiettivo, o meglio, il suo sogno nel cassetto: quello di avviare una carriera da professionista e imporsi nel panorama del pop italiano con la propria musica.

Per due anni consecutivi ha proposto la sua musica al Festival di Sanremo nella sezione ‘Nuove Proposte‘ aggiudicandosi un posto tra i ‘68 migliori progetti‘ ascoltati e selezionati in RAI dal direttore artistico Claudio Baglioni. Ma Alessio ha i piedi ben piantati per terra e sa che ancora c’è da lavorare per arrivare sul quel palco e dimostrare il proprio talento a tutta Italia.

Di strada ne hai già fatta, ma il viaggio è solo all’inizio.

“Sto lavorando molto duramente per far sì che il mio sogno si realizzi. Sebbene il cammino sia ancora in salita, ho ricevuto delle piccole grandi soddisfazioni che mi hanno dato la giusta dose di energia per andare avanti. Non solo l’apprezzamento da parte del pubblico che, come testimonia l’esperienza dell’estate appena passata, è stato davvero caloroso, ma anche quello della critica”.

E così dopo un’estate intensa e  ricca di esibizioni dal vivo in tutta la provincia di Arezzo, Alessio torna al lavoro tra studi di registrazione e spartiti, con l’obiettivo di trasformare al più presto la passione in lavoro.

“Il mio scopo non è solo quello di abbracciare un pubblico più grande ma riuscire anche a fare della musica il mio lavoro quotidiano. Questo significa dischi, tour e tutto quello che impegna la vita di un artista”.

Qual è il segreto dietro al successo di ‘A un centimetro dal cuore‘? Cos’è che entusiasma il tuo pubblico? 

“Credo che piaccia perché in questa canzone le persone possono vedere e sentire chi sono io come artista, che è un lavoro onesto, vero, il frutto delle mie idee e del lavoro assieme al mio team. Questo è quello che sono, non ci sono vie di mezzo: prendere o lasciare”.

La determinazione e la grinta sono ingredienti indispensabili per affrontare l’insidioso cammino verso il successo, ma Alessio ha già dimostrato di averne in abbondanza. Quindi non ci resta che fargli un grande in bocca a lupo per questa nuova avventura!

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Treno della Memoria 2019: il racconto dell’esperienza degli studenti

Il Treno della Memoria è un progetto realizzato ogni due anni dalla Regione Toscana con l’obiettivo di educare alla cittadinanza attiva, rafforzare l’identità europea e aumentare i momenti di riflessione e…

Il Treno della Memoria è un progetto realizzato ogni due anni dalla Regione Toscana con l’obiettivo di educare alla cittadinanza attiva, rafforzare l’identità europea e aumentare i momenti di riflessione e confronto con i ragazzi sulla risposta sociale da dare ai conflitti. Nel corso degli anni sono stati svolti dei viaggi per ricordare i drammatici eventi della Seconda Guerra Mondiale, diretti ad Auschwitz o altri campi di concentramento dove migliaia di persone hanno perso la vita, con la prospettiva di esercitare la memoria con un’esperienza diretta e non solamente attraverso i libri di testo o le celebrazioni ufficiali.

I viaggi vengono organizzati in prossimità della “Giornata della Memoria”, ricorrenza fissata al 27 Gennaio e dedicata alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Ogni anno vengono coinvolti più di cinquecento ragazzi dagli istituti superiori di tutta Italia, e tra i partecipanti dell’edizione appena conclusa c’era anche una delegazione di studenti provenienti dalla Valdichiana. Si tratta di Lavinia Vestri, Giulia Pasqualoni, Daniel Chierchini e Giacomo Paolini dell’Istituto Redi, Giulia Conti, Noemi Pasquadibisceglie, Nico Canapini e Luca Venturini dell’Istituto Caselli, accompagnati dalla professoressa Lara Pieri.

I ragazzi sono partiti domenica 20 gennaio a bordo del Treno della Memoria, diretti ad Auschwitz, in compagnia di docenti preparati all’esperienza e al tema di quest’edizione: “Razzismi di ieri e di oggi: il buon uso della memoria”. Il treno è partito da Santa Maria Novella alla volta della Polonia, passando per il Brennero, l’Austria e la Repubblica Ceca, per un totale di circa diciannove ore. Sul treno i ragazzi hanno avuto la possibilità di parlare con dei testimoni diretti della Shoah e con dei sopravvissuti ai campi di sterminio, come le sorelline Andra e Tatiana, scampate agli esperimenti del dottor Mengele.

Lunedì 21 Gennaio i ragazzi hanno visitato il campo di Auschwitz-Birkenau, in una fredda giornata piena di emozioni. Dopo la visita guidata si è svolto un corteo verso il Monumento internazionale alle vittime del nazifascismo, dove ogni ragazzo ha pronunciato al microfono il nome di giovani deportati.

“Posso dire che se una cosa non la vedi con i tuoi occhi non la puoi capire fino in fondo. – ha commentato Lavinia Vestri, della classe quarta – Per tutti questi anni abbiamo studiato la Shoah e le atrocità che hanno colpito gli ebrei, però non avevamo capito davvero cosa volesse dire il campo di concentramento finché non l’abbiamo visto”.

Il giorno successivo i ragazzi hanno visitato il celebre campo di Auschwitz, che ha ripreso il nome polacco di Oświęcim, con il museo della memoria e il muro della morte. Il viaggio ha poi fatto tappa al Cinema Kijow di Cracovia, dove è avvenuto un confronto diretto con i testimoni dell’Olocausto, racconti video e interviste in prima persona. Un’esperienza propedeutica all’incontro del giorno seguente, presso l’Università Jagellonica, dove attraverso l’iniziativa “Europa e memoria” gli studenti italiani e polacchi hanno potuto dialogare in maniera pubblica con i sopravvissuti, in un’ampia discussione interculturale alla presenza del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea.

Giovedì 24 Gennaio il Treno della Memoria è ripartito alla volta della Toscana, con i ragazzi carichi di esperienze e riflessioni. Nei giorni successivi si sono svolte assemblee scolastiche all’Istituto Redi Caselli e incontri pubblici (come quello agli ex-Macelli nell’ambito del Mengafono) per raccontare il viaggio, supportati da immagini fotografiche.

“Grazie a questo tema è stato possibile, – ha spiegato la professoressa Lara Pieri – nell’intenso lavoro di preparazione al viaggio, non solo approfondire argomenti storici, ma anche agganciarsi a un presente in cui atteggiamenti razzisti emergono in maniera molto preoccupante.”

Dall’esperienza prenderà vita una mostra fotografica, che sarà allestita in maniera permanente all’interno dell’istituto, ma che potrà poi spostarsi nelle altre scuole del territorio, in modo che i ragazzi possano raccontare la loro esperienza tramite la scelta delle foto e le emozioni da loro suscitate. I racconti personali, infatti, coinvolgono a livello emotivo: un’esperienza diretta che i partecipanti al Treno della Memoria hanno vissuto attraverso l’incontro con i testimoni dell’Olocausto.

“Anche se si tratta di persone ormai anziane, la loro forza comunicativa ed emotiva è enorme, c’è tanto vigore nelle loro parole. – commenta la professoressa Pieri – Grazie ai loro racconti ti senti più coraggiosa, ti sembra quasi di poter cambiare le cose, in una situazione generale in cui tutti siamo passivi e non si crede più che ognuno possa fare la differenza, tanto da sentirsi vinti senza combattere. E invece nelle parole di questi testimoni c’è forza, vitalità, un’emozione che dona coraggio.”

Per finire, lasciamo la parola ai testimoni diretti di questo viaggio: un estratto del servizio realizzato per Toscana Notizie in cui sono presenti anche alcuni studenti dell’Istituto Redi che raccontano l’esperienza appena conclusa.

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Collegiata di San Martino: così gli angeli sono tornati sull’altare

Una folla gremita si è raccolta nella Collegiata di San Martino, in occasione delle celebrazioni per il giorno di San Costanzo. Il 29 gennaio infatti ricorre a Torrita la festa…

Una folla gremita si è raccolta nella Collegiata di San Martino, in occasione delle celebrazioni per il giorno di San Costanzo. Il 29 gennaio infatti ricorre a Torrita la festa del santo patrono: un appuntamento solitamente molto sentito dalla comunità, ma reso quest’anno ancora più importante da un evento che ha riguardato il patrimonio artistico conservato all’interno della chiesa.
Proprio la Santa Messa officiata in onore del patrono ha segnato il ritorno delle due statue di angeli, trafugate all’inizio degli anni 2000 dall’altare della Collegiata e ritrovate soltanto alcuni mesi fa. Prima di ricollocarle nella loro postazione, però, è stato necessario eseguire un fine lavoro di restauro per riportare le statue all’antico splendore.

Di questo si è occupata la restauratrice Mary Lippi, che ci ha raccontato in che modo è dovuta intervenire sulle opere per riparare i danni e rimuovere la patina di sporco che, a causa dell’incuria e del tempo, si era depositata sulla loro superficie.

«I due angeli reggi-candelabro sono statue alte circa un metro e mezzo, in legno policromo e dorato, databili alla prima metà del XVII secolo. Quando me li hanno consegnati in laboratorio presentavano alcuni problemi di stabilità e dissesto tra i vari strati della superficie. La prima fase è stata dunque di pulizia, per togliere il residuo di sporco che li ricopriva. Successivamente mi sono occupata di ripristinare le parti di materia mancanti. In alcuni punti, infatti, la superficie era così deteriorata che invece del colore si poteva scorgere la sostanza di preparazione sottostante. Quindi si è proseguito riprendendo lo strato pittorico e la doratura delle parti consumate. Complessivamente, ci è voluto circa un mese per restituire alle statue le loro sembianze e renderne possibile la presentazione alla comunità».

Anche la Pro Loco di Torrita, riconoscendo il gran valore di questo recupero, ha partecipato alla causa, come ha spiegato il suo presidente Roberto Goracci:

«La Pro Loco ha collaborato con la parrocchia per il ritorno di queste due statue, impegnandosi a finanziare il restauro e mettendo a disposizione il prezioso lavoro dei suoi volontari».

All’esposizione dei due angeli, che ha anticipato di pochi minuti l’inizio della Santa Messa presieduta dal vescovo Stefano Manetti, hanno partecipato le autorità e i sacerdoti della diocesi.

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Babilonia Teatri ha portato la contemporaneità al Teatro Poliziano

Cominciamo col dire che Valeria Raimondi ed Enrico Castellani – ovverosia la front-couple di Babilonia Teatri – sono due fra le menti sceniche più brillanti del nostro panorama teatrale. Hanno…

Cominciamo col dire che Valeria Raimondi ed Enrico Castellani – ovverosia la front-couple di Babilonia Teatri – sono due fra le menti sceniche più brillanti del nostro panorama teatrale. Hanno vinto due premi UBU: il primo nel 2009, come premio speciale per «la capacità di rinnovare la scena, mettendo alla prova la tenuta del linguaggio e facendo emergere gli aspetti più inquieti e imbarazzati del nostro stare nel mondo attraverso l’uso intelligente di nuovi codici visuali e linguistici»,  e il secondo nel 2011 con The End per la «miglior novità di ricerca drammaturgica». Nel 2016, la Biennale di Teatro li ha insigniti del Leone d’Argento per l’innovazione teatrale.

Questo basterebbe per far capire chi è passato per le tavole del Teatro Poliziano la sera del 25 gennaio 2019, a scuotere i corpi della platea con Calcinculo, il nuovo spettacolo della compagnia veronese (di Oppeano, per la precisione) Babilonia Teatri. La Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte conferma la sua vocazione educativa alle forme di espressione contemporanee: abituare il pubblico – per quanto possibile, e con ovvie eccezioni di respiro – ai linguaggi moderni delle arti performative, senza mai appiattirsi nella banalità nazionalpopolare asfittica proposta dai dogmi televisivi.

Il Calcinculo del titolo è la giostra del “calcinculo”, quella che noi, in Valdichiana, chiamiamo le catene: la colonna centrale che rotea su sé stessa con i seggiolini, appesi a lunghe collane in ferro, sui quali i partecipanti al gioco cercano di prendere la coda di volpe, agganciata all’antenna laterale, spinti da dietro dal compagno verso l’alto.

Lo spettacolo è una cascata pop di rimbalzi visuali, teatro d’immagine che utilizza il linguaggio del videoclip e della ritmica dell’intrattenimento puro per raccontare le discrasie dei nostri tempi. La musica si mescola alla drammaturgia in prosa: ed è una musica glitterata, pop plasticosa, alla quale sottace il fremito sordo dell’insofferenza.

Nel percorso artistico interno all’arsenale di Venezia, alla Biennale del 2017, Charles Atlas aveva rappresentato in un grande orologio digitale il countdown della fine del mondo: allo scadere del conto alla rovescia, nell’oscurità della sala, appariva sull’enorme schermo la drag queen newyorkese Lady Bunny che annunciava la fine dei tempi con una canzone discomusic. Le dinamiche del racconto di Babilonia Teatri, per questo Calcinculo, sono le stesse: tutta la frivolezza ostentata dei nostri tempi ha bisogno di una silenziosa profondità, che manca terribilmente nelle grammatiche sociali, quindi il metodo comunicativo migliore, per parlare alle menti – passando per la pancia – è quello di adottare il linguaggio dominante per veicolare significati virtuosi. Con un po’ di Guy Debord, un po’ lettrismo del XXI secolo, Babilonia Teatri intraprende il discorso nella sillabazione del pop, del nazional popolare, per i valori assoluti dell’apertura all’altro, del non chiudersi nei propugnacoli della paura e della “sicurezza come fiera della forca”. Il parco-divertimenti da fiera di paese ha proprio questa funzione: non parlare dal palco ma abbassarsi ai toni del pubblico più basso, dimostrare la prossimità tra autenticità e rappresentazione scenica. Non c’è quarta parete, le persone vengono coinvolte direttamente. Vengono coinvolti cani (con i rispettivi padroni) per una sfilata di bellezza  proprio nel corridoio tra le navate della platea; viene coinvolta la Corale Poliziana – che è apparsa nell’ultimo segmento di spettacolo per partecipare alla chiusura della performance – tutto è quindi rappresentato nei termini di vicinanza allo spettatore più comune.  L’aspetto di intrattenimento innocuo e familiare è talmente prossimo alle misure del pubblico italiano, che le riflessioni sul presente arrivano morbide e pacate, a lavorare emotivamente nelle ore successive allo spettacolo.

In questa parte di millennio, in fondo, ci vuole poco per ricevere lo stigma di Teatro Civile. Basta parlare delle cose che ci sono intorno, passare dalla storia alla cronaca – dal realismo al neorealismo, per dirla in termini cinematografici – ed ecco che i gesti e le opere dell’ingegno creativo sono tacciati di “politico”. Raimondi/Castellani non posano sulle etichette e rappresentano, riempiono la scena di elementi fortemente simbolici ma speculari al pubblico italiano del tempo presente.

 

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45 Giri – Quarta traccia

Manca ormai poco alla prima rappresentazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, che è stato interamente ideato e gestito da bambini e…

Manca ormai poco alla prima rappresentazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, che è stato interamente ideato e gestito da bambini e ragazzi, attraverso il coinvolgimento di un gruppo affiatato che avete già visto all’opera lo scorso anno con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

È arrivato il momento di rivelare l’origine del nome dello spettacolo, in un video che approfondisce le motivazioni che hanno portato alla scelta di “45 Giri”; nel frattempo, il gruppo di ragazzi del laboratorio sta continuando a provare le scene, a ultimare i costumi e le scenografie dello spettacolo. L’appuntamento è fissato per  sabato 16 marzo al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, non mancate!

Ecco la quarta traccia di 45 Giri, buon ascolto!

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Ultras Torrita, una passione vera per il calcio e i suoi valori

A prima vista la vita di provincia può sembrare una condizione limitante, lontana com’è da tutte le opportunità e i luoghi di interesse che, al contrario, in città non mancano….

A prima vista la vita di provincia può sembrare una condizione limitante, lontana com’è da tutte le opportunità e i luoghi di interesse che, al contrario, in città non mancano. Ma, se si guarda bene, crescere in una realtà di poche migliaia di abitanti significa anche stabilire un forte legame con gli elementi che caratterizzano il luogo in cui si vive, verso il quale infine prevalgono affetto e senso di appartenenza.

Lo sanno bene i Briganti Arroganti, il gruppo di giovani torritesi che da quasi un anno accompagna la propria squadra di calcio lungo il calendario di sfide del girone F, nel campionato di prima categoria. Si tratta di una tifoseria organizzata composta da più di trenta persone, pronte a sostenere con grinta la squadra del paese in casa o in trasferta, come mai fino a ora è stato fatto nella storia di questa società sportiva.
Il debutto dei Briganti è avvenuto nell’ultima fase dello scorso campionato, durante i play-off, ma all’inizio della nuova stagione i ragazzi non si sono fatti cogliere impreparati. Armati di megafono, bandiere e striscioni, hanno ricominciato ad animare le tribune e a infoltire il pubblico delle partite.

«La squadra è molto legata alla sua tifoseria – racconta Niccolò, uno degli Ultras – e per tanti ormai sta diventando una consuetudine andare a vedere il Torrita. Il che è una novità, visto che tanti appassionati di calcio ormai trascorrono la domenica davanti al televisore per seguire la serie A e difficilmente si recano negli stadi comunali».

Così, in breve tempo, la presenza di questo nutrito gruppo di ragazzi e dell’entusiasmo con cui accompagna una squadra di prima categoria, si è fatta notare e ha attirato su di sé l’attenzione non solo delle altre società, ma anche della Lega Nazionale Dilettanti, che ha applicato alla condotta le misure disciplinari previste dalla giustizia sportiva. Ben due multe infatti sono state comminate alla società torritese per avere acceso dei fumogeni in occasione di due partite. Provvedimenti che i Briganti hanno accolto con molto disappunto.

«Il nostro obiettivo è quello di sostenere la squadra a nome di tutta la comunità: vorremmo essere riconosciuti per questo e non perché siamo quelli che prendono le multe» prosegue Giacomo, altro fiero tifoso del Torrita.

Inutile dire che quello dei Briganti è un gruppo ormai ben organizzato, come pure hanno riconosciuto le altre tifoserie che nelle settimane scorse hanno manifestato il proprio riconoscimento di stima e solidarietà alla squadra bianco-blu.
Dopotutto da parte degli Ultras c’è la volontà dichiarata di divertirsi e di dare una bella immagine del calcio torritese, non certo quella di mettere in difficoltà la società o rendere gli stadi dei luoghi poco sicuri. Anzi, i ragazzi ci tengono a precisare che le più grandi soddisfazioni finora raggiunte sono state l’aver creato un gruppo trasversale per fasce di età, ma allo stesso tempo molto affiatato, e il gemellaggio con la tifoseria della squadra di San Quirico.
E anche il presidente dell’US Torrita, Marcello Goracci, è dalla loro:

«Se fatto bene e con educazione, il tifo giova alla squadra e al calcio, soprattutto in un contesto dilettantistico come questo».

Non resta dunque che augurare al Torrita un buon proseguimento di campionato e ai Briganti Arroganti di cantare sempre più forte!

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La Memoria degli Olocausti Contemporanei – “Il Treno” agli Arrischianti

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia…

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia De Bellis, Giulia Rossi. La regia è di Giacomo Testa. La vicenda si svolge nel 1941 e racconta di un piccolo villaggio ebraico nel quale, per sfuggire all’imminente arrivo dei tedeschi, si tenta “un’autodeportazione”: finti deportati, finti nazisti su un finto treno. Il Treno è la storia di una fuga perfetta.

Ironia e malinconia accompagnano questa sgangherata comunità nel lungo viaggio verso la Terra Santa.

Il Giorno della Memoria negli ultimi anni è diventato un appuntamento fisso delle stagioni teatrali del nostro territorio. È proprio nelle motivazioni che determinano questa scelta  che alberga – a mio parere – uno dei valori principali del teatro, nella nostra società. Moltissimi media sono elementi volatili che assecondano i tempi ridottissimi delle risorse di attenzione nel nostro tempo. Molti di voi, ad esempio, non stanno più leggendo questo testo, oppure hanno già saltato a piè pari questo paragrafo; tantissimi non hanno nemmeno aperto il link dal quale hanno raggiunto l’articolo, pur avendolo – magari – condiviso. Per mantenere l’attenzione, il pubblico deve essere motivato a farlo. Le forme di rappresentazione più riflessive, che hanno il beneficio di poter occupare un lasso di tempo più lungo delle nostre giornate, sono quelle che necessitano di un ambiente chiuso e determinato, sacrale, nel quale dedicare una porzione di tempo sufficientemente lunga a qualcosa. Un luogo nel quale i telefoni si silenzino (o si dovrebbero silenziare) e non si emettano suoni (o non si dovrebbero emettere), un luogo in cui la concentrazione si rivolga solo e soltanto a un quadro scenico. La sala cinematografica e il teatro sono le due articolazioni del discorso scenico nelle quali lo spettatore è obbligato a dedicare tempo a una rappresentazione. A teatro però, a differenza del cinema, gli agenti della rappresentazione sono vivi, reali, sono presi da un demone istrionico che fa sospendere l’incredulità. Ecco, quindi, l’ambientazione del teatro come eletta per celebrare il giorno della memoria. Ché questa non sia rappresentata da un tweet, da un pensiero fugace, da un link osservato di sfuggita, ma che sia vissuta in un luogo celebrale (non cerebrale, attenzione), da persone in carne e ossa, a forzare i riempimenti psichici del ricordo di una pagina buia della nostra storia, tanto buia che rischia di essere ripetuta ancora oggi.

Il teatro degli Arrischianti di Sarteano da sempre inserisce nel suo cartellone uno spettacolo per il Giorno della Memoria. Da sempre questi spettacoli sono produzioni della Compagnia Arrischianti, sovente le migliori del repertorio. Si è visto in passato il Mein Kampf di George Tabori e più recentemente la prima assoluta italiana di Dall’Inferno alla Luna di Thiercelin. Quest’anno la virtù è ulteriore, perché c’è un esordio alla regia: quello di Giacomo Testa, già comprovato attore, apprezzato in varie vesti nei teatri tra Umbria e Toscana, e che ha deciso di dedicarsi all’arte del metteur en scène proprio in occasione di questa ricorrenza. Gli abbiamo rivolto alcune domande, a pochi giorni dallo spettacolo.

 

LaV: È il tuo esordio alla regia. Come ti trovi in questa veste?

Giacomo Testa: Considera che io ho già fatto delle piccole regie, in passato. Per piccole intendo proprio cose ridotte: monologhi, brevi spettacoli, in piccoli spazi. Per me è esordio alla regia di uno spettacolo lungo e corale. La mia prima regia articolata, diciamo. Devo dire che non è facile gestire il tutto. Dalla parte dell’attore non ci si rende mai conto della misura del lavoro che il regista porta avanti. L’attenzione effettiva che richiedono i piccoli dettagli, il coordinamento dei costumi, dell’allestimento, così come la gestione degli attori. È stato interessante confrontarmi con le varie interpretazioni che il testo subisce durante le prove.  Il lavoro fondamentale con gli attori è proprio questo, vedere cosa esce dalla loro recitazione, lavorare con loro per farli uscire dalla comfort-zone.

LaV: Quali strumenti hai utilizzato per imparare a fare una regia?

GT: Quello che ho cercato a fare da attore è stato rubare con l’occhio. Lavorare il più possibile con persone esperte, con professionisti, per assimilare da loro la qualità pratica. Fortunatamente sono anche un grosso consumatore di teatro, vado a vedere quanti più spettacoli possibili. Quindi ho avuto, da una parte, una formazione da autodidatta. In più ho frequentato laboratori di drammaturgia che sono stati illuminanti. Agli Arrischianti ho seguito i corsi di scrittura e drammaturgia di Angels Aymar,  e prima ancora con la Compagnia Del Pino di Terni.

LaV: Intorno a te hai però il pieno supporto della Compagnia Arrischianti, no?

GT: Sì, c’è Gabriele Valentini che ha curato le coreografie degli attori, la scenografia invece è di Simone Ragonesi e il disegno luci di Laura Fatini, i costumi della Vittoria Bianchini e Angela Dispenza che è l’aiuto regia…

LaV: Le musiche sono originali e sono composte da un musicista d’eccezione, Giacomo Rost Rossetti dei Negrita. Come lo hai coinvolto nel progetto?

GT: Giacomo è un amico. Gli ho chiesto di partecipare e lui ha accettato.

LaV: Lo spettacolo tratto da Train de Vie di Radu Mihăileanu, in che modo si misura con il film?

GT:  Più che “tratto” direi “ispirato”. È uno spettacolo che si ispira al film Train de Vie, non ha la presunzione di essere un rifacimento teatrale, o peggio una riduzione fedele. L’idea di fondo sì, è quella raccontata dal film. Poi da lì partono molti microcosmi che passano dal surreale al simbolico. Ho aggiunto intere parti di dialogo che non ci sono nel film, per rendere più mio lo spettacolo.

LaV: Di che valori si rinnova quest’anno il giorno della Memoria?

Il Giorno della Memoria dell’Olocausto potrebbe essere allargato ai tanti olocausti contemporanei. La Memoria va ricercata di giorno in giorno, e ne abbiamo fortemente bisogno, basta dare un’occhiata alle notizie che abbiamo. Nel mondo ci sono migliaia di olocausti, migliaia, che restano sottotraccia, di cui non siamo informati o peggio di cui non ci vogliamo informare. La celebrazione della memoria dovrebbe essere viva tutti i giorni.

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Gli scioperi in Valdichiana agli inizi del XX secolo

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti…

Agli inizi del XX secolo la mezzadria caratterizzava le campagne della Toscana: la maggior parte dell’economia contadina era infatti gestita attraverso il contratto agrario di mezzadria, che prevedeva la divisione dei prodotti e degli utili tra il proprietario e la famiglia che abitava il podere. Anche la Valdichiana, che dall’epoca della bonifica era diventata una delle più fertili e importanti zone agrarie dell’Italia centrale, veniva condotta a mezzadria, che contribuiva a formare una società tradizionale e rurale.

Alla fine del XIX secolo, tuttavia, il modello produttivo cominciava a mostrare tutti i suoi limiti con l’apertura dei mercati internazionali e l’avvento della meccanizzazione. Nelle campagne regnava una generale situazione di miseria, con patti colonici di retaggio feudale che prevedevano una serie di privilegi nei confronti del padrone e un diffuso disequilibrio nel rapporto tra i proprietari e i contadini. La paura degli sfratti, che avrebbero lasciato le famiglie senza casa né podere, la mancanza di igiene nelle case coloniche e la mancata crescita economica in un periodo storico di forti cambiamenti erano avvertibili in tutte le campagne.

È proprio in questa fase che si inseriscono gli scioperi in Valdichiana, che avvengono nel 1902 e sono considerati uno dei più importanti esempi della storia contadina italiana. Essi avvengono in un quadro di lotte politiche e sindacali sempre più forti, tra il grande sciopero di Genova del 1900 e lo sciopero generale del 1904 dopo l’eccidio dei minatori di Buggerru. La ricostruzione degli eventi in Valdichiana di quell’anno è efficacemente riassunta dal libro di Vittorio Meoni “Gli scioperi del 1902 in Valdichiana” (2002, editrice Le Balze).

I motivi che spinsero i mezzadri a scioperare in quei mesi di tensione non furono soltanto economici, ma anche sociali (relativi alle condizioni di vita dei coloni) e politici, ovvero per sancire l’importanza del riconoscimento di leghe e aggregazioni contadine che potessero difendere i loro diritti. Nella primavera del 1902 si ruppe quindi un equilibrio secolare che aveva caratterizzato le campagne e le aree rurali della Valdichiana.

Prima fase: Chianciano, aprile 1902

La stagione degli scioperi in Valdichiana iniziò il 2 marzo con i contadini di Chianciano che si riunirono in una lega e presentarono un memoriale al Sindaco, in cui si chiedeva una serie di miglioramenti. Principalmente le richieste si concentravano sulla tassa del podere, che volevano a totale carico del proprietario, la ripartizione della ramatura delle viti per far fronte a nuove malattie, la ripartizione della trebbiatura per finanziare i macchinari nuovi, e la cessazione dell’usanza della “capatura” dell’uva migliore da parte dei proprietari. Le richieste più curiose erano quelle di riconoscere la libertà di coscienza e la possibilità di assentarsi dal lavoro nei giorni delle elezioni (che commenterò in seguito). Tale memoriale non venne accolto dai proprietari terrieri di Chianciano, che non solo si rifiutarono di rispondere, ma anche di riconoscere la lega dei contadini.

La risposta dei mezzadri fu dura: in seguito a un’assemblea generale venne indetto lo sciopero per il 7 aprile 1902. La mattina i contadini partirono dai rispettivi poderi, portandosi dietro i buoi, raggiungendo il paese e minacciando di rimanere lì finché non fossero state accolte le loro richieste, a costo di far morire di fame gli animali (la cui proprietà era a metà con i padroni). Inizialmente i proprietari terrieri si rifiutarono di cercare un accordo, e le autorità cittadine rimasero passivamente in attesa.

I contadini in sciopero rimasero fermi nelle loro posizioni e la folla resistette sia alla pioggia del pomeriggio, sia all’arrivo della notte. Il rischio di veder morire di fame gli animali e di rovinare i raccolti costituiva un danno economico troppo grande per i proprietari terrieri di Chianciano, che accettarono infine la trattativa. All’incontro tra i rappresentanti venne siglato un patto che modificava il contratto di mezzadria e garantiva alcune delle richieste fatte dai coloni. Alla firma del patto lo sciopero venne revocato e i contadini tornarono nei rispettivi poderi; quella del 7 aprile 1902 venne quindi considerata come un’importante vittoria dell’aggregazione tra di contadini e uno dei più importanti esempi di presa di coscienza politica.

Seconda fase: Chiusi, maggio 1902

Mentre ancora era in corso la vertenza a Chianciano, anche i contadini di Chiusi cominciano a muoversi, tentando una strategia simile. I mezzadri riuniti in lega consegnarono un memoriale con delle richieste, strutturato in maniera analoga a quanto accaduto nel comune limitrofo; le istanze erano simili, per quanto riguardava le ripartizioni della trebbiatura e le tasse sul podere, ma c’erano anche alcune aggiunte, come la richiesta di estendere la durata del contratto agrario a tre anni e di ottenere una copia del libretto colonico anche nel podere.

Nel frattempo, però, c’era stato lo sciopero di Chianciano, quindi il 9 aprile 1902 i proprietari terrieri di Chiusi non si lasciarono cogliere impreparati e formarono ufficialmente un comitato per rispondere alle richieste dei contadini. Questo comitato si costituì per tutelare i propri diritti e per ottenere il sostegno delle autorità, e questa fu un’importante differenza con Chianciano. I proprietari accettarono alcune delle istanze dei mezzadri e ne respinsero altre, e tale accordo venne inizialmente accettato dai rappresentanti della lega dei contadini di Chiusi. In un secondo momento, tuttavia, l’assemblea dei contadini rifiutò tale accordo e proclamò lo sciopero.

Il 10 maggio 1902 la quasi totalità delle famiglie contadine aderì allo sciopero, senza però radunarsi in paese, ma fermando le attività di gestione del podere e di allevamento dei buoi. A differenza di quanto accaduto a Chianciano, però, i proprietari terrieri di Chiusi rimasero fermi nella loro posizione e ottennero l’appoggio dell’autorità civile, con il sottoprefetto di Montepulciano che fece affiggere un manifesto in cui richiamava i mezzadri all’ordine e al rispetto del primo accordo. La tensione rimase fino al 12 maggio, quando lo sciopero si concluse con i mezzadri che accettarono l’accordo iniziale dei proprietari. Entrambe le parti in causa sentivano di aver vinto: da una parte il comitato dei proprietari, che fece accettare l’accordo iniziale, dall’altra la lega dei contadini, che aveva ottenuto il riconoscimento e la dignità di organizzazione sindacale.

Terza fase: Sarteano, maggio 1902

Seguendo l’esempio dei contadini dei comuni limitrofi, anche i mezzadri di Sarteano iniziarono a organizzarsi a pochi giorni di distanza. Le richieste di migliorie alla vita contadina e al contratto agrario si erano ormai diffuse in tutte le campagne della Valdichiana, e la possibilità di unirsi in leghe permetteva ai contadini di andare a trattare con i proprietari con la forza dei numeri, invece che accontentarsi di una trattativa privata tra latifondista e famiglia colonica.

A Sarteano, però, consci degli avvenimenti nei comuni adiacenti, i proprietari terrieri anticiparono possibili scioperi e il 17 aprile scrissero una lettera al prefetto di Siena, in cui dichiaravano di costituirsi preventivamente in una società difensiva e di voler approntare migliorie al contratto colonico in favore dei contadini, tra cui la concessione di una copia del libretto colonico, una più favorevole suddivisione delle spese per la meccanizzazione dei campi e così via. Tale lettera, mandata anche alle famiglie dei contadini, venne fatta seguire da una diffida a portare il bestiame fuori dai campi senza il consenso dei proprietari, con la minaccia preventiva di ritenerli responsabili di eventuali danni e deperimenti alle proprietà condivise.

La lega dei contadini di Sarteano si riunì il 30 aprile e accettò le migliorie proposte dai proprietari, ma cercò anche di spostare la questione sul piano politico, ovvero di essere riconosciuta come organizzazione sindacale, garantire ai coloni la libertà di pensiero e la possibilità di assentarsi dal lavoro durante le elezioni (come già accaduto a Chianciano). La società difensiva dei proprietari non rispose alla lega, bensì al prefetto di Siena, delegittimando i rappresentanti e lamentando la mancata risposta delle famiglie contadine, intimando inoltre che non sarebbero state date ulteriori concessioni. La tensione continuò a crescere, con i piccoli proprietari che si schierarono dalla parte dei mezzadri e la minaccia di imitare lo sciopero con il bestiame di Chianciano.

Lo sciopero venne indetto il 19 maggio e provocò una mobilitazione in massa dei contadini di Sarteano, che non si spostarono verso il paese ma rimasero nei rispettivi poderi senza lavorare. Contemporaneamente si mossero i proprietari con intransigenza, richiamando le autorità statali ad applicare la forza repressiva, con drappelli di soldati e di carabinieri che si recarono in alcuni poderi dei rappresentanti della lega per contestare la mancata alimentazione del bestiame come inadempienza contrattuale e notificando la citazione in tribunale a Montepulciano. Seguirono alcuni arresti e sfratti, a cui la lega reagì con altrettanta tensione, facendo scendere in sciopero in solidarietà anche i contadini di Chianciano e di Chiusi e facendoli affluire a Sarteano; l’intervento e le cariche della cavalleria, tuttavia, dissolsero l’assembramento.

Il 23 maggio venne dichiarato concluso lo sciopero e la ripresa dei lavori. Lo stesso giorno al tribunale di Montepulciano celebrò rapidamente il processo e la condanna dei contadini arrestati durante i tumulti, affermando i sacri diritti della proprietà contro gli assalti degli scioperanti. Lo sciopero di Sarteano si risolse quindi in un fallimento, e molti contadini abbandonarono la lega, altri subirono sfratti e ritorsioni.

Gli scioperi in Valdichiana nella primavera del 1902, seppur con sorti alterne, contribuirono a migliorare le condizioni delle campagne e i contratti agrari di mezzadria; servirono anche a rafforzare la coscienza di classe dei mezzadri, che in massa si unirono alle leghe dei contadini e successivamente alla Federazione dei Lavoratori della Terra per continuare la lotta sindacale. Fu inoltre una fase di grande tensione che non terminò con le prime organizzazioni ma anzi anticipò le lotte politiche del secondo dopoguerra, con i lunghi e convulsi anni caratterizzati dalle bandiere affisse sui fienili durante la trebbiatura e le agitazioni per ottenere migliori condizioni di vita.

Una riflessione finale va dedicata alla particolare richiesta fatta dai contadini a Chianciano a Sarteano, ovvero la concessione della libertà di pensiero e di assentarsi dal lavoro durante le elezioni. Tale richiesta non venne formalmente accettata dai proprietari durante gli scioperi, perché i mezzadri già la possedevano: essi non erano dipendenti di padroni, nessuno li obbligava a orari precisi di lavoro o a tenere nascoste particolari simpatie politiche. La richiesta però ci suggerisce due cose: innanzitutto che il memoriale preparato dalle leghe dei contadini era probabilmente modellato sulla lotta sindacale di ispirazione socialista già utilizzata nelle città, strutturata nel rapporto tra dipendente e padrone, e che non teneva conto delle differenze dei mezzadri. Secondariamente, suggerisce che i mezzadri, nonostante la loro condizione contrattuale di “proprietari a metà”, si sentissero comunque dipendenti e dovessero chiedere il permesso per esercitare un loro diritto; per quanto formalmente alla pari, infatti, il rapporto di potere nella mezzadria è sempre stato asimmetrico, e le costrizioni a cui erano sottoposte le famiglie coloniche non erano soltanto economiche, ma anche sociali e culturali, rivelando una situazione di subalternità che ha contributo a caratterizzare la società tradizionale delle nostre campagne.

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