La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

“Il Tuo Corpo è Perfetto, Comunque Esso Sia”: Il Parkour come stile di vita

Al di là di tutte le implicazioni evocative che potrebbero scaturire dall’attraversamento di un ostacolo, il superamento di un limite, l’oltrepassamento di un muro, il parkour è una pratica estremamente…

Al di là di tutte le implicazioni evocative che potrebbero scaturire dall’attraversamento di un ostacolo, il superamento di un limite, l’oltrepassamento di un muro, il parkour è una pratica estremamente legata all’aspetto performativo.  Spostarsi da un punto A ad un punto B nel modo più efficiente, veloce e sicuro possibile, sfruttando l’ambiente circostante, diventa una pratica totale e adattabile a qualsiasi configurazione paesaggistica.

Quello del performance parkour è stato uno dei workshop di maggior successo, all’interno del progetto di Muovil’Arte ( di cui abbiamo parlato qui e qui). La scelta, da parte degli organizzatori della nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano – legati storicamente all’esercizio delle performance teatrali – della pratica del parkour nasce dalla ricerca di una possibile attività in grado di valorizzare, far conoscere i luoghi identitari dei piccoli centri e sviluppare allo stesso tempo la sensibilità al bello attraverso l’interazione con il patrimonio architettonico. Il Performance Parkour, disciplina metropolitana mossa dalla filosofia della libertà di movimento, permette di entrare in relazione con i luoghi conosciuti, ma anche con quelli spesso ignorati, da una diversa prospettiva, grazie ad un approccio fisico-artistico. Il laboratorio è stato condotto dagli insegnanti Alister O’Loughlin e Miranda Henderson, di The Urban Playground Teamed è stato una lunga occasione epifanica per tutti coloro che hanno avuto modo di confrontarsi con la pratica.

Parlando con i partecipanti al workshop tenutosi presso la riserva naturale di Pietraporciana, quello che è emerso è un messaggio chiaro ed efficace: il tuo corpo è perfetto, comunque esso sia. Ecco alcuni commenti che trascriviamo di seguito.

Annamaria: è stata una sfida sia a livello fisico che mentale. Il workshop è tutto in inglese e mentalmente è una challenge. Dal punto di vista fisico, è una pratica che dà molta fiducia. Sono riuscita a fare cose che non ero sicura di poter fare. La cosa interessante è che si ha la percezione di poter migliorare sempre.

Francesco: Questa è stata la mia prima esperienza di performance parkour. Prima ho solo supportato altri laboratori in contemporanea, lo avevo visto insegnare, avevo tradotto, magari mi ero prestato per dimostrare i movimenti, ma non avevo mai partecipato direttamente. Avevo paura di non essere in grado di farlo. È stato sicuramente molto formativo: oltre alla base delle tecniche insegnate ho visto tutta la metodologia che impiegano e che hanno dietro il semplice insegnamento del parkour, e cioè le tecniche di comunicazione non verbale, la psicologia, di adattamento rispetto all’audience che hanno. Non ho subito la barriera linguistica più di tanto e credi di aver supportato chi fosse più in difficoltà con la lingua.

Simona: io sono una danzatrice ed ho scoperto come il mio corpo abbia molte più possibilità di quante credevo ne avesse. Nonostante – grazie alla danza – io abbia un rapporto già approfondito con le potenzialità espressive del mio corpo, ho scoperto come ciò che può essere considerato un limite, piano piano, grazie alla disponibilità, alla pratica,e all’aiuto degli altri, possa essere  superato; come ogni limite possa essere piano piano spostato più in là, grazie al supporto degli altri e del gruppo. Quello che a me interessa è soprattutto la pratica sportiva e muscolare che si coniuga a un aspetto espressivo. Una delle cose che più mi ha interessato è stato il rapporto con la struttura che spesso ci siamo trovati a utilizzare: la cage. È una gabbia che non è una prigione, è una gabbia che diventa un’amica. Una gabbia che diventa una casa, un rifugio che ti permette l’espressione.

 Ludovico: io ho fatto parkour già lo scorso anno. Quello che ho detto all’insegnante, al termine del corso, è stato che fino ad allora io sapevo sì di avere di avere un corpo, ma non sapevo più cosa significasse essere felice di avere un corpo. La performance mi ha fatto riscoprire il piacere di averlo addosso, questo corpo.

Giulia: Non è stata la mia prima esperienza. Ho frequentato i corsi dello scorso anno e già sapevo che negli anni scorso avrei trovato dei benefici sia mentali che fisici. Ti apre molto la testa perché devi essere pronto a gestire sempre gli imprevisti. Il corpo non reagisce sempre come vorresti all’ostacolo, sia perché quell’ostacolo non era proprio previsto. Fa riscoprire tutte le possibilità nascoste del tuo corpo. Anche a teatro gli esercizi di contact si scoprono possibilità di movimento così anche qui si scoprono parti corporee che non siamo abituati a utilizzare.  Mi sono resa conto di quanto le persone migliorino e prendano confidenza con il proprio corpo, giorno dopo giorno. Con la pratica si prende coscienza di sé e degli altri.

Ludovico: molta della sicurezza che ho preso di me è stata frutto di un percorso che è nato dai laboratori di parkour che ho fatto l’estate scorsa. Questa disciplina mi ha cambiato la vita. Sì, so che può sembrare una cosa molto cheesy da dire. Il corpo è tuo ed è necessario starci bene dentro. Intorno a te c’è un mondo. Il modo attraverso il quale il corpo interferisce con il circostante si fa espressione. Esistono indicazioni che non sono regole ma spunti, obiettivi, motivazioni; istruttori che non sono dei tecnici della pratica ma ricercatori.

 

 

Nessun commento su “Il Tuo Corpo è Perfetto, Comunque Esso Sia”: Il Parkour come stile di vita

Bruscello 2019 – Tutte le notizie

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Compagnia Popolare del Bruscello – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2019 del Bruscello Poliziano La compagnia popolare del Bruscello Poliziano compie 80 anni (21/06/19) Una storia…

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Compagnia Popolare del Bruscello – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2019 del Bruscello Poliziano


La compagnia popolare del Bruscello Poliziano compie 80 anni (21/06/19)

Una storia di entusiasmo e passione: la Compagnia Popolare del Bruscello Poliziano compie 80 anni, un traguardo storico ed eccezionale, che la rende a buon diritto l’associazione più longeva di Montepulciano. Sorta nel 1939 per iniziativa di cultori locali della tradizione del teatro popolare, con lo scopo di divulgare anche nella cittadina di Montepulciano e nel territorio circostante le storie del Bruscello, nel 2019 vengono festeggiati gli 80 anni attraverso una grande rappresentazione in Piazza Grande nei giorni di Ferragosto, dove verrà messa in scena la “Pia de’ Tolomei”.

Il Bruscello è una forma di teatro popolare tradizionale, nato in Toscana e cresciuto con particolare vigore in Valdichiana. Affonda le radici della sua tradizione nei riti agresti dell’antichità e nelle usanze contadine di celebrare con rituali propiziatori la fine della stagione morta e l’inizio della bella stagione. La rappresentazione teatrale era cantata in ottava rima, generalmente con un accompagnamento musicale basato sulla ripetizione di semplici motivetti; veniva messa in scena nei poderi della campagna mezzadrile, piantando un “bruscello” e utilizzando come elemento centrale della scena. Si pensa che il nome “Bruscello” venga proprio da questo albero, un arbusto o un arboscello. Il Bruscello è popolare perché affronta argomenti conosciuti dalla gente e perché è fatto dalla gente: il popolo diventa attore e spettatore nello stesso momento.

La versione moderna del Bruscello è una rappresentazione popolare cantata, che dal 1939 viene rappresentanza in Piazza Grande a Montepulciano nei giorni di ferragosto. Dai teatrini e dalle campagne il Bruscello si sposta sul sagrato della cattedrale: un ampio palcoscenico, davanti a una platea di circa duemila spettatori. Non più una fisarmonica ad accompagnare il canto, ma l’orchestra dell’istituto di musica. E poi un parco luci da grande teatro per lo spettacolo fatto di notte, i costumi e l’attrezzeria arrangiati con cose vecchie lasciano il posto alle sartorie e attrezzerie teatrali, mentre la cantata ripetitiva diventa un testo con più ritmo. Il Bruscello poliziano ha preso una nuova forma, non più spettacolo elementare fatto di una piccola cantata, ma spettacolo totale dal punto di vista teatrale.

Nel 2019, per festeggiare degnamente gli 80 anni della Compagnia Popolare, il Bruscello proporrà come ogni dieci anni la rappresentazione della “Pia de’ Tolomei”, la nuova versione del Bruscello moderno con cui tutto cominciò nel 1939. L’appuntamento è per i giorni dall’11 al 15 agosto in Piazza Grande per un compleanno carico di entusiasmo e passione insieme a centinai di bruscellanti.


La Compagnia Popolare svela l’Anteprima del Bruscello Poliziano (16/05/19)

Ottant’anni di storia, passione e tradizione: la Compagnia Popolare del Bruscello festeggia un traguardo di notevole importanza, un risultato reso possibile grazie ai tanti bruscellanti che nel corso degli anni hanno mantenuto vivo il teatro popolare proveniente dalla civiltà contadina, adattato al mutato contesto sociale e culturale. Come ormai ampiamente annunciato, sarà la “Pia de’ Tolomei” ad essere rappresentata in Piazza Grande a Montepulciano nei giorni di Ferragosto, appuntamento che si ripete ormai ogni dieci anni, per festeggiare il compleanno del Bruscello Poliziano.

Domenica 19 maggio verrà presentata l’edizione numero ottanta del Bruscello, attraverso uno speciale evento presso la sala ex-Macelli, a partire dalle ore 17:30, in cui verrà ripercorsa la storia della “Pia de’ Tolomei”, alla base della prima rappresentazione che avvenne nel 1939 a Montepulciano. L’autore delle musiche Luciano Garosi, l’autrice del libretto Irene Tofanini, insieme ai bruscellanti, ricorderanno le vecchie e nuove arie della “Pia de’ Tolomei”. Durante la serata sarà presentata l’immagine per il manifesto dell’edizione 2019 realizzata da Emanuela Rossi. L’evento si concluderà con un piccolo rinfresco, offerto dal ristorante pizzeria “C’era una Volta” e un brindisi di buon augurio agli ottanta anni del Bruscello Poliziano.

La Compagnia Popolare del Bruscello tramanda la tradizione del Bruscello attraverso la particolare forma di teatro popolare, con canto e recitazione, attraverso la messa in scena di decine di figuranti nello splendido palcoscenico del sagrato del Duomo di Montepulciano, che avviene nei giorni di Ferragosto. Il Bruscello Poliziano è patrocinato dal Comune di Montepulciano, dalla Provincia di Siena e dalla Regione Toscana, in virtù della sua storia e della sua forte valenza culturale.


Aspettando la “Pia de’ Tolomei”, il Bruscello rinnova il direttivo (23/04/19)

La Compagnia Popolare del Bruscello Poliziano si prepara a vivere un 2019 pieno di emozioni: il tradizionale appuntamento estivo con il teatro popolare giunge infatti all’80esima edizione, un traguardo eccezionale e carico di aspettative. Il tema di quest’edizione è già stato annunciato, perché ricorre ogni dieci anni: sarà la “Pia de’ Tolomei”, la nuova versione del Bruscello moderno con cui tutto cominciò nel 1939. Da allora i bruscellanti hanno continuato a mantenere viva la tradizione poliziana che proviene dall’antica civiltà contadina, diventando l’associazione più longeva di Montepulciano.

Per prepararsi al meglio a questo importante appuntamento, la compagnia è già al lavoro da molti mesi, e proprio in questi giorni ha rinnovato il proprio consiglio direttivo. Confermato alla presidenza Marco Giannotti, a cui sarà affiancato il vicepresidente Paolo Abram; la tesoreria è affidata a Gianni Minasi, il ruolo di segretario del consiglio direttivo a Chiara Protasi, mentre è confermata la direzione artistica a Franco Romani. I responsabili dei costumi sono Michele Morgantini e Anna Meconcelli; completano il consiglio direttivo Paolo Parissi, Franco Capitini, Irene Tofanini, Mauro Betti, Dino Protasi e Celso Pallassini.

Il nuovo consiglio direttivo si è già messo al lavoro, sono state proposte e approvate una serie di iniziative su cui ci stiamo già impegnando – commenta il Presidente Marco Giannotti – L’augurio che faccio è quello di arrivare a festeggiare gli 80 anni della Compagnia Popolare del Bruscello con entusiasmo e passione.”

Nessun commento su Bruscello 2019 – Tutte le notizie

Giardino Valdichiana – Stagione 2019

Arriva l’estate e assieme ad essa torna “Giardino Valdichiana”, l’appuntamento settimanale con interviste, storie e approfondimenti a cura di Valentina Chiancianesi. Il programma torna a farci compagnia per l’estate con…

Arriva l’estate e assieme ad essa torna “Giardino Valdichiana”, l’appuntamento settimanale con interviste, storie e approfondimenti a cura di Valentina Chiancianesi. Il programma torna a farci compagnia per l’estate con un’importante novità: non più in diretta streaming, ma in prima visione ogni settimana, con la possibilità di interagire in diretta con gli intervistati e la conduttrice, per un’edizione completamente dedicata alla storia, alla cultura e al mistero.

Dopo la prima edizione  in cui vi abbiamo portati al Giardino Poggiofanti di Montepulciano, la seconda edizione in cui siamo stati ospiti dell’Enoliteca del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano e la terza edizione svolta presso il Golf Club Valdichiana, questa volta il programma si svolgerà dalla Villa di Leonardo a Sinalunga, in località Il Sodo. Si tratta di una villa ideata architettonicamente da Leonardo da Vinci, di cui proprio quest’anno ricorrono i 500 anni dalla morte, e verrà utilizzata come filo conduttore della trasmissione. Parleremo di storia della Valdichiana, di cultura locale, paesaggi della bonifica e tradizioni popolari, con particolare attenzione ai segreti e ai misteri che il genio toscano ha lasciato anche nel nostro territorio. Al suo interno, inoltre, la visita al Sentiero dell’Acqua di Sinalunga con il racconto a puntate dei sotterranei del borgo!

Nato come esperimento innovativo, “Giardino Valdichiana” è diventato un appuntamento fisso della nostra estate, con tanti ospiti e tante occasioni per raccontare il territorio: un modo per coinvolgere i protagonisti della zona in cui viviamo, attraverso interviste informali e aperte al contributo di tutti. Grazie ai mezzi tecnici messi a disposizione dagli amici di Lightning Multimedia Solutions, che rinnova la collaborazione con la nostra redazione, saremo in grado di offrirvi un programma ancora più innovativo e aperto alla partecipazione di tutti!

Ogni venerdì a partire dal 28 Giugno alle ore 14:00, “Giardino Valdichiana” sarà in prima visione  attraverso Facebook Live, con la possibilità di intervenire personalmente con domande e commenti. La puntata sarà poi disponibile on demand sia sul nostro canale YouTube sia su questa pagina del magazine, con l’intera raccolta in aggiornamento. Come al solito, se avete suggerimenti, curiosità o critiche riguardanti la nuova edizione di “Giardino Valdichiana”, potete scrivere alla redazione!

Nessun commento su Giardino Valdichiana – Stagione 2019

Marco Bellotti: il successo sta nell’inseguire i propri sogni

Sincronia di creatività, mutamento e bellezza, punto di incontro tra la ricerca di nuove dimensioni e l’esperienza del sapere artigianale, la moda rappresenta un vero e proprio linguaggio che, di…

Sincronia di creatività, mutamento e bellezza, punto di incontro tra la ricerca di nuove dimensioni e l’esperienza del sapere artigianale, la moda rappresenta un vero e proprio linguaggio che, di stagione in stagione, propone nuovi contenuti in altrettante nuove forme.

Tra gli interpreti di questo codice, ormai da qualche anno, si è fatto strada come modello Marco Bellotti. Nato e cresciuto a Sinalunga, nello specifico a Scrofiano, a neanche 24 anni, Marco ha già sfilato per celebri stilisti e ha prestato il volto a campagne pubblicitarie diffuse in tutto il mondo.

Se ha scelto di intraprendere questo percorso a contatto con la moda, è vero che forse un po’ lo deve anche alla famiglia da cui proviene: negli anni Sessanta fu il bisnonno ad aprire il pantalonificio che si è tramandato di padre in figlio fino ad arrivare nelle mani di Marco e sua sorella Maria.

“Proprio per attività legate all’azienda, all’età di circa 13 anni ho iniziato a seguire mio padre nei suoi viaggi a Firenze e Milano e a conoscere così questo ambiente” racconta. “Avevo 16 anni quando invece ho realizzato che mi sarebbe piaciuto lavorare come modello: complice l’attrazione verso questo lavoro e una somiglianza che in molti dicevano di notare tra me e il modello brasiliano Francisco Lachowski.

Ma prima c’era da pensare alla scuola. Quindi ho conseguito il diploma al Liceo Scientifico di Montepulciano e poi ho iniziato ad intensificare il lavoro come modello.

Il primo incarico importante è stato tre anni fa. Mi chiamano dall’agenzia e mi dicono “Vieni all’aeroporto di Pisa”. La sera stessa mi trovavo a Berlino e il giorno dopo ero sul set di uno shooting per L’Oréal Paris

Una volta arrivato a Milano, mi sono reso conto di quanti stereotipi ci siano legati a questo lavoro, non corrispondenti al vero, ma che si impongono per l’esasperazione a cui è portato il ruolo dell’immagine. Tutto ruota attorno ad essa e per quanto sia soddisfacente essere un modello, tuttavia ci sono delle difficoltà ad avviare una carriera in questo campo che spesso vengono sottovalutate, a fronte di un’idealizzazione di questo mestiere.

Come credo che accada in tutti gli ambienti lavorativi, anche in questo poi si può incappare in approfittatori o amici di comodo, da saper riconoscere. Ma, alla fine, le personalità più eminenti sono quelle che rivelano anche tanta generosità. E Giorgio Armani rientra sicuramente tra queste”.

Re Giorgio, Marco lo ha conosciuto all’Armani Silos, durante i casting della sfilata che si è tenuta il 20 settembre 2018 nell’hangar di Linate.

“Fin dal primo momento, ho notato un certo rispetto da parte sua nei miei confronti che non avrei immaginato. Il “Signor Armani”, come ci si rivolge a lui, si pone sempre come una persona veramente gentile anche se, non appena entra in una stanza, immediatamente cala il silenzio, ma questo forse è dovuto più ad una riverenza spontanea che tutti qui hanno di lui. Mi è capitato di lavorarci a stretto contatto per tre settimane, sui coordinamenti dei capi che avrebbero sfilato, e in quell’occasione è stato lui a chiedermi di proporre un abbinamento, rendendomi ovviamente onorato.

Finora ho anche sfilato, in tutto una decina di volte, per Dolce e Gabbana. Ecco, in loro, e soprattutto in Domenico, ho conosciuto l’artista nel suo senso più eccentrico”.

Oltre a indossare capi in passerella, Marco è stato protagonista anche di importanti campagne pubblicitarie, L’Oréal Paris e Ray Ban – solo per citarne un paio – tanto che non è stato poi così difficile imbattersi in una sua fotografia sfogliando una rivista o, addirittura, camminando per New York, dove è apparso su uno dei display di Times Square. In queste circostanze ha conosciuto importanti fotografi, come Giampaolo Sgura, di fronte al cui obiettivo ha posato per il tributo ai 30 anni di Emporio Armani, per foto pubblicate su Vogue Giappone. Da mettere in archivio, anche la cover di un numero di Harrods. Una soddisfazione dietro l’altra, quindi, che lascia però lo spazio per domandarsi quali siano i sacrifici da affrontare per condurre una carriera di questo tipo.

“Quello a cui non si pensa, quando si parla della vita di un modello, è lo stress mentale che sottopone il fatto di non poter fare programmi a medio e lungo termine, lo stare fuori casa, soprattutto quando si è affezionati ai ritmi tranquilli del posto in cui si è cresciuti.

Ma si viene ripagati anche in termini emotivi. Soprattutto per quanto riguarda le sfilate, è innegabile la tensione che ne precede l’inizio, magari aumentata da giorni e giorni di prove sul percorso da compiere. È vero che a camminare siamo tutti capaci, ma le cose cambiano un po’ quando sai di doverlo fare davanti ad un muro di occhi rivolti verso di te. Alla prima sfilata che ho fatto per Armani, ammetto che l’emozione è stata tanta, soprattutto negli attimi prima di uscire in passerella”.

E se generalmente quella del modello viene considerata una professione temporanea, Marco ha le idee chiare di quello che vorrebbe fosse il suo futuro.

“Se penso alla mia vita tra venti anni, me la immagino con una famiglia, magari dei figli, a fianco degli amici di sempre, nell’azienda di famiglia, la M2B, alla quale io e Maria stiamo già lavorando con l’obiettivo di lanciarla come un brand autorevole”.

Un ritorno nei luoghi che l’hanno visto crescere, quindi, ma con in tasca il bagaglio di conoscenze accumulato in questi anni. Partire da una frazione di seicento abitanti e ritrovarsi in contesti internazionali può dare la misura delle distanze e delle differenze tra la vita di provincia e una dimensione internazionale.

“Auguro a chiunque di crescere in una piccola realtà come me, a contatto con la natura e con l’essenza delle cose e dei valori, a partire dall’amicizia. Allo stesso tempo, viaggiando mi sono reso conto di quanto rimanere confinati entro orizzonti ridotti possa limitare ancora di più il potenziale di realizzazione di ciascuno.

Io sono partito con la sensazione di poter fare qualcosa di importante, ho sfidato il pregiudizio di quanti mi avevano etichettato solo per l’aspetto fisico, dimostrando prima di tutto a me stesso che avevo molto di più da dare”.

2 commenti su Marco Bellotti: il successo sta nell’inseguire i propri sogni

La Casa del Vento e il Mare di Mezzo

Dall’inizio di questo nuovo secolo il mar Mediterraneo si è andato delineando come “mare di mezzo”. Una distesa d’acqua che divide due continenti culturalmente, socialmente ed economicamente distantissimi. Le vicende…

Dall’inizio di questo nuovo secolo il mar Mediterraneo si è andato delineando come “mare di mezzo”. Una distesa d’acqua che divide due continenti culturalmente, socialmente ed economicamente distantissimi. Le vicende di questo mare non sono più legate, come al tempo degli antichi, al commercio e allo sviluppo di civiltà mitiche. Il suo nome, oggi, si associa a una dicotomia profondissima: la bellezza delle sue sponde, del suo ambiente naturale, dei suoi porti e delle sue città da una parte e il fenomeno migratorio, con i suoi tremendi sacrifici immani, dall’altra. Troppe volte sono state date notizie di barconi affondati in mezzo a quel mare. Troppe volte uomini, donne e bambini in cerca di un futuro migliore sono stati ripescati senza vita da quelle acque. Troppe volte se ne è sentito parlare in maniera disumana.

Tra coloro che cercano di combattere l’indifferenza generale e l’odio insensato nei confronti dei migranti c’è Giulio Carlo Vecchini, liutaio cortonese. Vecchini ha creato uno strumento con i frammenti dei barconi arrivati a Lampedusa nel corso degli anni. A questa chitarra unica ha dato il nome di Mare di Mezzo, traduzione di Bahr Alwasat, “Mediterraneo” in arabo. Adesso, la voce dei migranti può parlare attraverso le note che escono da questo strumento. Lo scopo è quello di sensibilizzare l’opinione pubblica nei confronti dei movimenti migratori del mediterraneo.

Ad Arezzo ho incontrato la Casa del Vento, band folk con alle spalle 13 album pubblicati e una fedele compagna al loro fianco: Mare di Mezzo. Luca Lanzi (voce) e Francesco Moneti (violino e chitarre) hanno scritto una canzone che porta lo stesso nome della chitarra e coinvolto nel progetto tantissimi artisti italiani e internazionali.

Con Eugenio Finardi e la chitarra Mare di Mezzo

Com’è nata l’idea di portare in tour Mare di Mezzo?

È stata data dal liutaio cortonese Giulio Carlo Vecchini a Francesco Moneti, il nostro violinista e polistrumentista, che l’ha portata sui nostri palchi e su quelli dei Modena City Ramblers. Abbiamo sentito il bisogno di scriverci una canzone, perché il momento storico lo richiedeva e così è nato il singolo che porta il nome della chitarra.

Di cosa parla?

Del cammino di un genitore insieme al proprio figlio e in questo viaggio verso il futuro e una vita migliore affrontano il Mediterraneo, che è il mare di mezzo tra due mondi lontanissimi appunto, lo stesso nome che ha la chitarra.

La chitarra è stata fatta suonare a Patti Smith, Eugenio Finardi, Santana, Jovanotti e tanti altri. Che significato ha questo gesto?

Vuol dire far passare un messaggio di solidarietà in maniera molto capillare. Come tutte le cose che passano dalle mani o dalla bocca delle persone conosciute, l’effetto si amplifica e induce a una riflessione solidale più ampia, su un tema importantissimo e su una realtà che miete vite innocenti o comunque le mette di fronte a sfide disumane.

Luca Lanzi (Casa del Vento) e Patti Smith

Diventa sia strumento musicale che sociale allora?

Sì esattamente. Direi prima di tutto sociale. Nel testo della canzone c’è un messaggio importante che il babbo lascia al figlio: se non dovessero farcela qualcuno recupererà il legno della loro imbarcazione e lo farà suonare, come per dare nuova vita alle loro anime ricolme di speranza e rendere le persone dalla parte “buona” del mare consapevoli di quanto succede. Io credo che chi impugni una chitarra del genere faccia una scelta: quella di dare voce alla vita, al dolore, alla tragedia degli anni 2000. Il nostro è un Paese che ha vissuto tanti drammi immani come l’olocausto e le stragi nazi-fasciste e adesso siamo testimoni di nuove forme di sofferenza e di morte alle quali dobbiamo renderci sensibili e consapevoli.

Nelle canzoni della Casa del Vento vengono narrate le gesta di tantissimi e tantissime giovani che hanno sacrificato la loro vita per cambiare il loro futuro. Tutti questi personaggi avevano un sogno. Oggi sembra che noi italiani abbiamo smesso di sognare o che ci siamo dimenticati di chi l’ha fatto per noi. Quelli che lottano per un futuro migliore adesso sono altri esseri umani. Lo avvertite questo cambiamento?

Noi viviamo un periodo di stasi sociale che addormenta le persone. I migranti, invece, hanno la necessità di cambiare la loro vita, di rivoluzionarla. Affrontare viaggi del genere, con tutti i pericoli, con tutte le violenze, con tutti i rischi, è molto rivoluzionario. È quello che facevamo noi quando, in un passato non troppo lontano, dovevamo conquistare la libertà dalla dittatura o i diritti sui luoghi di lavoro.

In una provincia relativamente piccola come Arezzo come viene vissuto il problema migratorio?

Secondo me male, perché c’è una percezione diffusa che non rispecchia minimamente la realtà. Alle ultime elezioni comunali ed europee la gente ha avvertito il problema in maniera pressante e il risultato è stato il successo di Salvini e dalla destra, anche in situazioni sociali assolutamente tranquille, dove se i migranti ci sono, si contano sulle dita della mano. È incredibile. Il fatto davvero preoccupante è che si tratta di un fenomeno diffuso. Trovo assurdo che in Toscana, regione storicamente di sinistra, progressista e solidale si sia arrivati a questa situazione del tutto paradossale. Posso capire chi, per esempio, vive in periferie o condizioni particolari delle grandi città. Lì si può arrivare a delle situazioni di disagio. Quello che è certo è che i mezzi di informazione hanno portato le persone ha percepire un qualcosa che esiste solo in minimi termini. C’è un’ignoranza talmente diffusa che ha fatto da terreno fertile per questi semi marci.

Benché sia casa vostra è raro vedervi suonare qua. Che rapporto ha la Casa del Vento con Arezzo?

Da parte nostra c’è sincero amore. Gli abbiamo dedicato tanto, soprattutto nei due dischi che narrano storie di Resistenza e di lotta per il lavoro. Probabilmente è una connotazione forte che abbiamo dato in quei due album e la città, che è tendenzialmente di destra, non si riconosce nelle nostre canzoni. È evidente che esiste un tipo di Arezzo, che noi evochiamo, e un altro tipo, che è quello dei bar fighetti, dei salotti buoni, degli ex massoni: un ambiente gretto e chiuso. Si scontra con il nostro tentativo di dare a questa terra una tradizione dignitosa. Siamo la provincia con il più alto numero di stragi nazi-fasciste e non abbiamo praticamente una memoria in quel senso.

Sono rari anche i punti di ritrovo…

Esatto e non ci sono locali per la musica dal vivo dove le band possono esprimersi e, comunque, se ci sono vivono di recinti: quel locale fa solo musica indie, quell’altro solo musica folk. Ti chiudi all’interno di un muro. È una mentalità di destra. Per fortuna, però, ci sono delle realtà molto interessanti: entità in movimento.

Tipo?

Il gruppo di Arezzo che spacca che dà possibilità di esprimersi alle realtà musicali aretine. Queste associazioni rendono vitale una città, ma la classe politica di Arezzo non l’ha capito. La conferma è il fatto che l’assessorato alla cultura non esiste più: questo ruolo è stato dato in mano a un privato. È una cosa assurda.

La canzone e il nuovo disco quando usciranno?

Non manca molto. Stiamo aspettando che l’etichetta discografica sia pronta e poi daremo voce a chi non ce l’ha.

Nessun commento su La Casa del Vento e il Mare di Mezzo

“Quel dì di festa”: storie di matrimoni a Sarteano

Il matrimonio è uno dei riti più importanti nella società e uno dei principali racconti che fanno parte della storia delle famiglie; gli usi e i costumi relativi alle nozze…

Il matrimonio è uno dei riti più importanti nella società e uno dei principali racconti che fanno parte della storia delle famiglie; gli usi e i costumi relativi alle nozze sono continuamente modificati dalle società e dalle culture di appartenenza e ogni testimonianza che ci permette di ricordare tali cerimonie è particolarmente interessante. Proprio per questo motivo il cortometraggio “Quel dì di festa”, a cura della Nuova Accademia degli Arrischianti e della Misericordia di Sarteano, indaga la storia dei matrimoni a Sarteano negli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo attraverso i ricordi dei protagonisti.

Il cortometraggio, scritto e diretto da Gabriele Valentini, è stato presentato al Teatro degli Arrischianti lo scorso sabato 15 giugno: si tratta di un progetto a cui ha contribuito anche l’amministrazione comunale di Sarteano e la Regione Toscana e si inserisce nel più ampio contesto della “Festa dell’Anziano”. Tale festa è organizzata dalla Misericordia di Sarteano ed è giunta quest’anno alla 51esima edizione: in questa occasione tutti gli ultraottantenni di Sarteano ricevono un invito a partecipare festa, in cui oltre a dei momenti conviviali accompagnati da musica e balli, vengono consegnati degli attestati ai più anziani in sala e a chi ha raggiunto più anni di matrimonio.

“Quest’anno abbiamo avuto un’idea particolare, – ha detto Vincenzo Grassi della Misericordia di Sarteano – Ovvero quella di realizzare delle interviste agli anziani per capire che cosa accadeva nei matrimoni a Sarteano negli anni’50 e ’60, con la testimonianza viva dei partecipanti dell’epoca. Abbiamo raccolto un centinaio di registrazioni audio, poi Gabriele Valentini ha fatto ulteriori ricerche per lasciare un ricordo diretto delle nozze di quel periodo nella storia di questo paese.”

La presentazione del progetto è avvenuta di fronte a un nutrito gruppo di spettatori. Nel corso della serata è intervenuta anche l’assessore del comune di Sarteano, Donatella Patané:

“Sono felice di vedere il teatro pieno, a dimostrazione che si tratta di occasioni sentite dalla nostra comunità. Abbiamo aderito al progetto e lo abbiamo sostenuto, e ribadisco la vicinanza da parte dell’amministrazione comunale alla misericordia, che dimostra di essere vicina alle esigenze della comunità e sempre attenta ai temi della disabilità e dell’anzianità.”

I ricordi dei matrimoni a Sarteano relativi agli anni del Secondo Dopoguerra sono stati ripercorsi sul palco dai vari soggetti che hanno concorso alla realizzazione del progetto, tra cui il parroco Don Fabrizio:

“Ricordo ancora i matrimoni del mio paese, molto semplici, fino agli anni ’50 facevo il chierichetto… stavo ad aspettare la macchina con la sposa e dovevo correre in chiesa al buio per dire che era arrivata. In paese lo sposo entrava al buio, per lui non c’era la festa, quando invece entrava la sposa partivano le campagne, le luci e la festa. La rievocazione del matrimonio in campagna era diversa invece, c’era un grande pranzo coi parenti, quando la sposa entrava nella nuova casa però trovava la suocera che le metteva il grembiule per far capire subito il suo ruolo.”

Il cortometraggio “Quel dì di festa” è scritto e diretto da Gabriele Valentini, realizzato dallo studio fotografico Dario Pichini, con attori principali Martina Belvisi e Andrea Pinsuti, contiene anche testimonianze dirette degli anziani che ricordano i rispettivi matrimoni a Sarteano.  Così lo ha descritto il regista prima della proiezione:

“Abbiamo realizzato centinaia di interviste a gente proveniente da più di una realtà, abbiamo poi raccolto e scelto alcune testimonianze. Abbiamo girato interviste dentro al Teatro degli Arrischianti, ma dai rispettivi racconti mi sono reso conto che c’erano tante piccole storie che potevano essere riunite in una storia più grande. Abbandonata l’idea del documentario mi sono avvicinato di più al cortometraggio, al modo di raccontare del cinema. Come veniva celebrato il matrimonio? Spiccava il lato sentimentale, magari gli anziani non ricordavano i vestiti o i testimoni dell’epoca, ma ricordavano quello che avevano provato. Quindi più attenzione all’emotività dei personaggi più che alla storicità.”

 

 

Nessun commento su “Quel dì di festa”: storie di matrimoni a Sarteano

Cosce di pollo con crema di aglione della Valdichiana

Nel precedente articolo, ci eravamo lasciati con Marisa Bacconi impegnata nella creazione di un accompagnamento adatto ad arricchire i piatti da servire alla figlia minore senza farle correre rischi e…

Nel precedente articolo, ci eravamo lasciati con Marisa Bacconi impegnata nella creazione di un accompagnamento adatto ad arricchire i piatti da servire alla figlia minore senza farle correre rischi e siamo così giunti alla scoperta della crema di aglione della Valdichiana, una salsa adatta per condire sia secondi che primi piatti, ma esamineremo quest’opzione nel prossimo articolo. Stavolta ci concentreremo su un secondo piatto, una gustosa – e ben più economica – alternativa all’arrosto per il quale è stato pensato questo gustoso condimento.

L’arrosto con la crema di aglione era stato un vero e proprio successo, Adelina e tutto il resto della famiglia l’avevano letteralmente adorato, e a Marisa era dispiaciuto molto dover dire loro che, purtroppo, avrebbero dovuto aspettare un altro Natale per mangiarlo. In una famiglia povera come era sempre stata la loro, non era affatto facile procurarsi dell’arrosto al di fuori delle festività e, in generale, la carne rossa era troppo costosa per poter essere servita nei giorni normali; non c’era niente di male nella carne bianca, a tutta la famiglia Bacconi piaceva moltissimo il pollame, ma dopo tanti anni Marisa aveva esaurito le idee per cucinarla in maniera sempre diversa e presto, probabilmente, tutti si sarebbero stancati di poter mangiare solo pollo, piccione, faraona e, ben più raramente, tacchino.

Per di più, da quando avevano scoperto l’allergia di Adelina all’aglio, le varianti per cucinare la carne erano notevolmente diminuite ed il sapore era diventato via via meno intenso e gradevole ed ormai erano sempre meno i piatti che Marisa poteva cucinare e che soddisfacessero tutta la famiglia; la cosa che sembrava mancare maggiormente a tutti, ed anche a lei, erano però le cosce di pollo arrosto che lei era solita cucinare ogni fine-settimana: accuratamente impanate con un battuto di erbe aromatiche, sale e aglio e poi lasciate cuocere lentamente su una brace che sembrava quasi spenta. Da quando era stata costretta ad eliminare l’aglio dagli ingredienti che usava per cucinare, le cosce non avevano più avuto lo stesso sapore e, dopo un paio di tentativi fallimentari durante i quali quasi tutta la carne era rimasta attaccata alle ossa perché non gradevole come al solito, si era vista costretta a eliminare anche quel piatto dall’ampio menù che seguiva ormai da tanti anni. Riusciva a vedere la malinconia negli occhi dei suoi famigliari quando, fin troppo spesso, si vedeva costretta a cucinare semplice petto di pollo al latte e salvia e le sarebbe davvero piaciuto poter tornare a cucinare le cosce per vedere l’entusiasmo rimpiazzare la malinconia; aveva cercato anche delle varianti a quella preparazione, proprio come aveva fatto per gli spaghetti al pomodoro e con l’arrosto di Natale e, anche per le cosce, non era arrivata ad una soluzione soddisfacente prima di scoprire – o meglio, riscoprire – l’esistenza dell’aglione.

Il percorso non era stato semplice, il battuto di aglione non si era dimostrato efficace quanto quello di aglio, così lei era stata costretta a pensare ad un altro modo per condire le cosce; non era riuscita a giungere ad una conclusione prima di Natale, quando scoprì il modo migliore, fino a quel momento, per usare l’aglione all’interno di un piatto di carne. Se la crema di aglione che aveva fatto stava bene con l’arrosto, si era detta, era altamente probabile che stesse bene anche con le cosce di pollo che amava tanto preparare: da un certo punto di vista, aveva ragione; l’aglione ridotto in crema insaporiva bene anche la carne di pollo, il problema principale era che quest’ultima era un po’ insipida e diventava fin troppo dolciastra una volta condita con la salsa. Quello comunque era un ostacolo piuttosto facile da superare, infatti a Marisa fu sufficiente fare un trito di semi (per l’occasione usò quelli di papavero, di zucca e di girasole visto che in campagna erano decisamente i più facili da reperire) e pangrattato e pensare ad un contorno saporito e piuttosto amaro per contrastare l’eccessiva dolcezza della carne; anche quell’ingrediente fu trovato piuttosto in fretta e, da quell’anno in poi, anche le cosce di pollo in panatura di semi, peperoni arrostiti e crema di aglione della Valdichiana entrarono di diritto a far parte dei piatti preferiti di tutta la famiglia Bacconi.

Così, grazie a questo capitolo, abbiamo scoperto un altro impiego di questa deliziosa crema all’aglione e chissà quanti altri potrebbero dimostrarsi validi facendo qualche esperimento! Per ora, comunque, possiamo ancora affidarci alle sapienti mani di Marisa per scoprire altri impieghi non solo di questa crema nello specifico, ma anche del suo ingrediente principale.


La ricetta: ingredienti per 4 persone

4 cosce di pollo
4 peperoni
250 gr di aglione della Valdichiana
2 lt di latte
Mezzo litro di crema di latte
sale, pepe, olio evo qb, timo

Per la paanatura:

100 gr di semi misti
200 gr di pane Panko (o pangrattato)
200 gr di farina
6 tuorli

Pera la crema di aglione della Valdichiana:

Sbucciare l’aglione, bollirlo per circa 2/3 minuti nel latte e ripetere questo passaggio 4 volte; mettere l’aglione nel mixer con la crema di latte e un pizzico di sale e frullare fino ad ottenere un composto omogeneo.

Preparazione:

Pulire le cosce liberando l’osso (senza toglierlo) e avvolgerle singolarmente nella carta velina dando una forma tonda; cuocerle per circa 20 min. in acqua bollente e, una volta fredde, impanarle passandole nella farina, nel tuorlo e poi nel pane Panko misto a semi per poi lasciarle riposare in frigo almeno mezz’ora.

Preparare i peperoni sbucciandoli con una pelapatate e tagliarli a listarelle, disporli poi in una teglia da forno con sale, pepe, olio evo e timo e cuocerli per circa 30 min. a 190°.

Friggere le cosce di pollo in olio evo fino a doratura e servirle accompagnate dai peperoni.

(per la ricetta ringraziamo il ristorante “Le Logge del Vignola” di Montepulciano  e l’Associazione per la tutela e la valorizzazione dell’Aglione della Valdichiana)

Nessun commento su Cosce di pollo con crema di aglione della Valdichiana

Bravìo delle Botti 2019 – Tutte le notizie

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Magistrato delle Contrade di Montepulciano – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2019 del Bravìo delle Botti di Montepulciano Tutto pronto per la terza edizione delle “Dame…

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Magistrato delle Contrade di Montepulciano – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2019 del Bravìo delle Botti di Montepulciano


Tutto pronto per la terza edizione delle “Dame della Botte” (13/06/2019)

Diventato ormai un appuntamento molto atteso, anche per quest’anno torna la sfida al femminile tra le contrade del Bravìo delle Botti: nel weekend di sabato 15 e domenica 16 Giugno a Montepulciano si svolgerà infatti la terza edizione delle “Dame della Botte”, che vedrà sfidarsi le spingitrici poliziane in attesa della tradizionale sfida di fine Agosto. Organizzato dalla contrada di San Donato, con il supporto del Magistrato delle Contrade e la partecipazione di tutto il mondo contradaiolo,  l’evento aspetta cittadini e visitatori in Piazza Grande per la sfida tra le migliori spingitrici di Montepulciano.

Nessuna novità per il percorso, che replicherà quello dello scorso anno: le gare eliminatorie si svolgeranno in tre batterie che vedranno le sfidanti partire di fronte al Comune, fare un giro intorno alla cattedrale, seguire Via San Donato e Via Fiorenzuola, quindi via di Talosa e via Ricci all’altezza del Museo Civico, con arrivo sul sagrato del Duomo. Al termine delle batterie, le quattro contrade vincitrici si sfideranno nella finale, che prevede un ulteriore giro intorno al Duomo.

Ecco le atlete che si contenderanno la vittoria: Daniela Braconi e Ludovica Galli per Collazzi (campionesse in carica), Francesca Monaci e Alice Tassini per Poggiolo, Cristina Feri e Angelica Biagianti per Cagnano, Rebecca Stainko e Veronica Damiano per Le Coste, Chiara Giachi ed Eleonora Iannuzzi per Talosa, Monika Tomaszun e Francesca Barneschi per San Donato, Chiara Pascucci, Giulia Faralli e Chiara Fè per Voltaia.

Il ricco programma degli eventi del weekend prevede sabato pomeriggio le prove del percorso di gara, che potranno essere svolte anche da coppie miste, e un concerto musicale in Fortezza. La giornata di domenica si aprirà alle ore 17 con le estrazioni delle batterie e i primi gironi eliminatori, fino alla gara finale che partirà alle ore 19 circa. Entrambe le sere, inoltre, sarà possibile cenare con gli stand gastronomici gestiti dalla contrada di San Donato presso i giardini della Fortezza.


Bravìo delle Botti 2019, si apre l’anno contradaiolo (28/04/2019)

Al periodo dei ponti pasquali che sta allietando la primavera di Montepulciano e dintorni si è aggiunto un appuntamento molto atteso dalla cittadinanza e la cui portata ha ormai valicato i confini territoriali: si è infatti aperto l’anno contradaiolo, la prima di una lunga serie di iniziative che porteranno a correre l’edizione 2019 del Bravìo delle Botti.

Domenica 28 aprile si è tenuta la prima uscita pubblica delle contrade dell’anno, per sancire l’inizio della manifestazione più attesa dai contradaioli, che culminerà nella giornata di domenica 25 agosto, in cui le botti rotoleranno lungo le vie cittadine fino al sagrato del Duomo di Montepulciano. Per celebrare degnamente l’evento, l’apertura dell’anno contradaiolo si è svolta come da cerimoniale, alla presenza delle otto contrade cittadine, del Magistrato delle Contrade e delle autorità cittadine. A partire dalle ore 10, il corteo storico ha sfilato dal Palazzo Comunale lungo le vie cittadine, fino a raggiungere il Santuario di Sant’Agnese, dove si è tenuta la Santa Messa in onore della patrona. Al termine delle celebrazioni, nel piazzale antistante la chiesa, si è tenuta la tradizionale sbandierata del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Montepulciano.

“Oggi ha avuto inizio l’ultimo anno contradaiolo del mio secondo mandato – ha commentato Giulio Pavolucci, Reggitore del Magistrato delle Contrade – È stato un percorso bellissimo, difficile ma ricco di soddisfazioni. Ho avuto modo di collaborare con persone splendide e di capire giorno dopo giorno quanto sia essenziale il lavoro di gruppo per questo genere di attività. Non ringrazierò mai abbastanza tutti coloro che, a vario titolo, hanno lavorato e continuano a lavorare per il Bravìo delle Botti di Montepulciano. L’unico rammarico è quello di non aver ancora individuato un gruppo di persone che raccolga il testimone per il futuro, nonostante gli appelli alle contrade. Spero davvero di cuore che ci possa essere un avvicendamento graduale: l’estate 2019 sarebbe una perfetta palestra per preparare il nuovo gruppo.”

Nessun commento su Bravìo delle Botti 2019 – Tutte le notizie

Resistiamo a voce alta: un Pride che non si spegne

Sono consapevole di essere gay da nove anni. Ho passato la maggior parte di questi senza riuscire a dirlo, solo scriverlo era uno sforzo enorme. Poi ho iniziato a dirlo,…

Sono consapevole di essere gay da nove anni. Ho passato la maggior parte di questi senza riuscire a dirlo, solo scriverlo era uno sforzo enorme. Poi ho iniziato a dirlo, timidamente, a pochissime persone: “Sono gay”, sussurravo; “Scusami se sono gay”, intendevo.

Intanto cercavo di adattarmi e di adeguarmi. Per anni ho tenuto sotto controllo i movimenti delle mie mani, della mia faccia, di tutto il mio corpo per non far trapelare niente. Non ci sarò riuscito bene, ma immaginatevi com’è vivere in quel modo.

Figuriamoci se mi sarei sognato di andare a un Pride. Perché partecipare a un evento che grida a tutti chi sono? Cosa sono? Ma poi che senso ha sventolarlo in modo così esagerato? I gay non sono così, ce ne sono anche di normali.

Con quanta invidia dicevo e pensavo quelle cose. Non ne ero consapevole, ovviamente, ma io detestavo quelle persone perché riuscivano a fare quello che io non potevo: essere se stesse liberamente, splendidamente. Volevo essere come quelle persone lì, quelle che si vestivano in modi non convenzionali, che si truccavano, che cantavano a squarciagola tutte quelle canzoni considerate troppo gay dalla maggior parte della società.

Però mi ero messo in una gabbia talmente stretta che era difficile uscirne.

A un certo punto, però, sono diventato troppo stanco. Vivendo come quella persona lì che mi ero costretto ad essere non riuscivo ad amarmi: avevo bisogno di tornare me stesso. Anzi, di diventarlo, visto che non mi sono mai dato la possibilità di esserlo.

Ho iniziato a mettere la matita, qualche volta l’ombretto; ho comprato degli orecchini che normalmente sono considerati “da donna”; ho provato lo smalto (che però non mi piace un granché). Per avvicinarmi a me, quella persona che per tanti anni ho tenuto lontana.

In questa strada per tornare da me, il Pride era un passo fondamentale. Era il modo di dire a me stesso: finalmente hai il coraggio per apprezzare chi sei.

Nonostante avessi deciso, comunque, avevo paura. Il timore di vivere davvero chi sei, una volta interiorizzato, è difficile da scacciare: se siete gay (o lesbiche, bisex…) probabilmente sapete di cosa parlo; se non lo siete, non saprei come spiegarvelo, ma fidatevi che si vive di merda.

Però sono tanto fortunato da avere degli amici bellissimi: etero e cisgender, hanno deciso di accompagnarmi e non li ringrazierò mai abbastanza per avermi tenuto la mano in questo passo.

Così arriva sabato 1 Giugno. Di corsa come in tutte le altre occasioni della mia vita, sono andato a Perugia (niente Pride a Siena o ad Arezzo quest’anno). Non mi sono vestito esageratamente perché non ho trovato niente che mi piacesse. Però mi sono messo matita, ombretto e smalto blu e rosa.

Il timore di essere mal visto dagli altri non se ne era andato, ma speravo di trovare al Pride un mondo simile al mio.

Invece, arrivati a Perugia ho trovato molta meno esagerazione di quanto mi aspettassi. C’erano tanti palloncini arcobaleno, bandiere, quattro carri più o meno colorati, ma le persone erano in media piuttosto normali. Qualcuno truccato c’era e c’erano persone vestite in modi assurdi (in senso buono): qualcuno con un corno di unicorno in testa, altri con maschere e vestiti che non saprei descrivere. In linea generale, però, c’erano persone normali con qualche linea colorata in faccia a creare l’arcobaleno.

Bello, però…

Siamo stati fermi un’ora in piazza senza fare nulla.

Poi finalmente il corteo è iniziato. Io e i miei amici – per errori tattici nella scelta della postazione – ci siamo trovati in fondo.

Abbiamo iniziato a camminare e sembrava di passeggiare.

Nel senso che la stessa identica cosa avremmo potuto farla da un’altra parte, in un’altra occasione, anche se con meno persone intorno.

Allora abbiamo deciso di provare a risalire il corteo, per vedere se in altri punti stesse succedendo qualcosa più “da pride” (per come ce lo immaginavamo). Così abbiamo superato un camioncino dentro il quale un gruppo suonava dal vivo, ci siamo mossi in mezzo a un fiume di persone, siamo stati vicini a un carro dal quale la Bertè cantava Non sono una signora! (esattamente il tipo di musica che cercavo), abbiamo raggiunto il carro di Omphalos Perugia, quello guidato dalle Drag Queen.

Non ricordo che musica ci fosse quando li abbiamo raggiunti, né cosa stessero dicendo, ma forse quello spirito “gay” che speravo di trovare al Pride non era nemmeno lì, perché abbiamo deciso di andare oltre raggiungendo il carro delle famiglie arcobaleno e i loro stamburatori ambulanti che suonavano con grande energia.

Sempre insoddisfatti, siamo andati ancora più avanti.

Alla fine siamo arrivati in testa al corteo. Cioè proprio davanti, dove non c’era più niente. Dopo aver visto tutto eravamo più convinti di quanto non fossimo stati all’inizio, ma non davvero coinvolti.

Stavo cercando di capire se ci fosse un legame tra il percorso che avevamo fatto nel corteo e la mia vita: dal fondo, risalire la corrente per arrivare in cima. Forse assomigliava al fatto che io rimanessi in disparte e nascosto una volta capito di essere gay e, dopo una lunga lotta, avevo iniziato a venire allo scoperto?

Le mie riflessioni (o elucubrazioni) sono state interrotte dai saluti dei miei compagni di avventura che dovevano partire. Così siamo rimasti io e l’amica che si era fatta il viaggio in macchina con me.

Abbiamo deciso di sederci e aspettare che il corteo ci raggiungesse. Non avevamo fretta di andarcene e speravamo invece di vivere davvero il Pride.

Il carro di Omphalos ha recuperato terreno, si è fermato per un po’ davanti a noi (fortuna o destino?). E lì, mentre aspettavamo un coinvolgimento vero, è partita la canzone che sapevo, sapevo sarebbe arrivata prima o poi.

Dolceamaro. Cristiano Malgioglio feat. Barbara D’Urso.

Sarà anche troppo gay (e trash) ma mi sono messo a cantare questa canzone con tutti gli altri vicino e intorno al carro ed è stato in quel momento che sono diventato davvero parte del Pride. Da lì in poi ho smesso di guardare da fuori e mi sono unito agli altri.

La Drag con in mano il microfono (non ricordo il tuo nome, ma ti adoro!) alternava pezzi di canzone a battute a slogan e messaggi. A questi ultimi io però non riuscivo a rispondere con grida e applausi come tutti gli altri: la mia abitudine a ridurre l’espressione dei sentimenti, invece che viverla, non era ancora stata vinta dal coinvolgimento nella manifestazione. Ne ero parte, ma non del tutto.

Ero felice ma… Incerto forse è la parola più giusta.

Eravamo ormai praticamente alla fine ed è allora che la Drag con in mano il microfono ha iniziato a gridare a più riprese che “noi esistiamo e resistiamo”.

“Siamo settemila” ha detto. “L’anno scorso eravamo cinquemila, quest’anno settemila e il prossimo anno saremo di più, perché noi piaciamo, noi valiamo, noi esistiamo, noi resistiamo!”

Era una festa di musica e battute ed è diventata una festa arrabbiata. Perché nonostante tutto, nonostante fossimo in settemila, c’è tutto un mondo che ora come un tempo vorrebbe vederci scomparire, vorrebbe negarci il diritto all’esistenza.

E dal momento in cui quella Drag e tutti gli altri con lei hanno iniziato a gridare e gridare davvero l’orgoglio di essere chi erano nonostante tutto, la voglia di esistere e resistere, da quel momento ho iniziato a gridare e applaudire anche io insieme a tutti gli altri.

È stato emozionante, liberatorio, da brividi. Mi ha reso più leggero, più felice, più orgoglioso.

E più arrabbiato.

C’era un cartello, portato da una ragazza, che diceva “Angry women will change the world”, cioè “Le donne arrabbiate cambieranno il mondo”. Io mi sentirei di dire che le persone arrabbiate cambieranno il mondo.

Perché noi festeggiamo, cantiamo canzoni che altri considerano stupide o troppo gay, ci copriamo di colori, ma non ci dimentichiamo di tutti quelli che vogliono annullarci. Siamo costretti ad esserne consapevoli, continuamente, anche se preferiremmo non esserlo. Siamo costretti a ricordarci che qualsiasi diritto abbiamo non è garantito, che qualsiasi conquista è precaria e che c’è chi i nostri diritti vuole calpestarli ogni giorno. E quando i diritti vengono calpestati ci si arrabbia e noi siamo arrabbiati. Con i nostri colori, con i nostri sorrisi, con il nostro orgoglio siamo arrabbiati e non permetteremo a qualche cretino di schiacciarci.

pride

E per chiunque stia leggendo questo, questa è la lotta che permette a chiunque di essere chi è. Sei un ragazzo cisgender ed etero che però vorrebbe mettersi un po’ di trucco ogni tanto? Lottiamo anche per questo. Sei una ragazza cisgender ed etero che vuole vestirsi con abiti “poco femminili” senza volersi sentir dire “sei un maschiaccio” o “sei lesbica?”? Lottiamo anche per te. Lottiamo perché ognuno abbia la libertà di essere se stesso e di esserlo con orgoglio. Quindi, chiunque tu sia, non venirci a dire che i Pride sono inutili o dannosi. Stiamo lottando anche per te.

Pensi che il Pride non dovrebbe essere esagerato? Che le persone dovrebbero “contenersi” per non attirarsi gli attacchi di chi ci denigra? È come dire a una ragazza che deve coprirsi perché se poi la stuprano se l’è andata a cercare. Quando smetteremo di dare la colpa alle vittime? Quando cominceremo a dire ai colpevoli (perché questo sono) che non va bene comportarsi come fanno?

Esagerato, sobrio, colorato, monocromatico, tutti ci meritiamo di esistere. Tutti esistiamo. E resistiamo.

E poi un messaggio per chiunque sia gay, lesbica, bisex, trans, queer, intersex, asessuale, sia in dubbio o insicuro su chi sia e ancora non si senta pronto a dirlo al mondo. Va bene, non sentirti in dovere di uscire allo scoperto. Ti rispettiamo, ti abbracciamo e ti accettiamo come sei.

Io ci ho messo nove anni a trovare il coraggio. Tu magari ce ne metterai di meno, o magari di più. Non importa: ognuno ha i suoi tempi. Un giorno riuscirai a partecipare a un Pride (se vorrai): sarai accolt* e accettat* per chi sei, chiunque e comunque tu ti senta. Intanto sappi che lottiamo anche per te e che non sei sol*. Ti vogliamo bene.

Ora scusate ma vado a colorarmi un po’ le sopracciglia e a mettermi addosso un po’ di gaiezza. Dico qualche “adoroh” a caso e spargo glitter in giro mentre canto Born this way di Lady Gaga.

La paura interiorizzata che non mi faceva essere me stesso se n’è andata? No. Chissà se se ne andrà mai.

Intanto, però, esisto. A voce alta. E resisto.

E voi attenti a non scivolare sui miei brillantini colorati o rischiate di essere contagiati, non vorrete rischiare di diventare favolosi!

“Il Pride non finisce oggi ma va avanti tutti i giorni dell’anno.”

Nessun commento su Resistiamo a voce alta: un Pride che non si spegne

Jazz e Sud America in “Comunque sia…”, l’ultimo album di Fabrizio Bai

Dopo 6 anni Fabrizio Bai torna con un nuovo album, frutto dell’attività di compositore che alterna a quella di insegnante di musica all’Istituto musicale Ciro Pinsuti di Sinalunga, di cui…

Dopo 6 anni Fabrizio Bai torna con un nuovo album, frutto dell’attività di compositore che alterna a quella di insegnante di musica all’Istituto musicale Ciro Pinsuti di Sinalunga, di cui è anche direttore, e all’interno dell’accademia Siena Jazz.

L’ultimo album risale al 2013 quando, sempre per l’etichetta discografica indipendente Edizioni Dodicilune, uscì “Etruscology”, un omaggio alle origini della cultura musicale, ricostruite sulla base delle testimonianze giunte dalla popolazione etrusca attraverso dipinti e resti di antichi strumenti.

Se già in quell’occasione l’inserimento di alcuni particolari dettagli provenienti da quell’epoca lontana si era sviluppato attraverso il linguaggio del jazz e della musica mediterranea, il disco in uscita si presenta ancora come il risultato di contaminazioni, ma che questa volta hanno come protagonisti la world music e il latin jazz, colorato delle caratteristiche sonorità del Sud America.

«Punti di riferimento nella creazione di nuovi brani sono stati i chitarristi brasiliani Baden Powell de Aquino e Yamandu Costa e il musicista argentino Astor Piazzolla.

Il disco è composto da sette pezzi originali, ciascuno ispirato da esperienze di vita o situazioni in cui quotidianamente ci troviamo, e sono cantati da me, Emanuele Pellegrini e Raffaele Toninelli, che oltre a suonare rispettivamente, chitarra, batteria e contrabbasso, componiamo un coro a tre voci corrispondente a quelli solitamente impegnati nell’esecuzione dei brani della cultura sudamericana. Nella loro stesura, si ritrova l’approfondimento sugli strumenti appartenenti alla tradizione musicale di quei luoghi: in “Maracatù (Quebecoise)”, per esempio, Emanuele suona al ritmo di maracatù, il berimbao e la kalimba, strumenti a percussione che ha conosciuto tramite le collaborazioni con musicisti brasiliani».

Il titolo del disco proviene da quello di un suo brano, ed è legato alla storia del trio.

«“Comunque sia…” porta nel titolo la filosofia con cui ci siamo approcciati allo scrivere di nuovo dopo alcuni anni di pausa. Sebbene siano aumentati per tutti noi gli impegni legati a vita e lavoro, proprio comunque sia abbiamo deciso di proseguire nella nostro percorso di studio e composizione, fino a incidere un altro album, che contenesse l’ispirazione proveniente dalla world music e soprattutto le influenze del latin jazz».

È proprio attraverso le sonorità tipiche dei paesi latini che si snoda la produzione artistica di Fabrizio Bai, che trova nella dialettica musicale tipica del Sud America il linguaggio migliore per comunicare la sua personalità.

«Le armonie che si vanno delineando ogni volta in nuovi modi, sono la dimostrazione di un’esigenza, quella di esprimersi, che comunemente non sembra poi così diffusa. Di continuo, soprattutto nella musica e nel cinema, si assiste a un rifacimento di prodotti già noti al pubblico. Il processo creativo e sperimentale, come nel nostro caso avviene dalla contaminazione di culture, musiche e generi, è invece necessario, al di là del successo che ne può derivare».

Anche per questo la vena compositiva del trio Fabrizio Bai non ha intenzione di fermarsi.

«Abbiamo già iniziato a comporre le tracce per il prossimo album. Rispetto agli ultimi brani che abbiamo scritto, questi manterranno una riconducibilità al jazz nel genere, ma con influenze più europee che latine. Inoltre il progetto prevede l’inclusione di ulteriori strumenti, precisamente un trombone, un violino e un sassofono».

“Comunque sia…” sarà disponibile tra pochi giorni, ma Fabrizio Bai e i suoi musicisti hanno pronta anche una serie di concerti con cui far conoscere le novità contenute in questo ultimo disco.

Da settembre porteremo in giro la nostra musica nei concerti che attualmente stiamo organizzando. Saranno occasioni per lasciarsi trasportare nei ritmi e nelle melodie del Sud America, dove, insieme ai temi del jazz, una contaminazione mediterranea fa da tela ai toni caldi delle terre latine.

Nessun commento su Jazz e Sud America in “Comunque sia…”, l’ultimo album di Fabrizio Bai

Intervista a Massimo Zamboni: «Non ho paura di sentirmi istituzionalizzato»

Massimo Zamboni ha suonato in piazza Duomo a Chiusi alle 22 del 1 giugno 2019 in occasione della Festa della Costituzione di ANPI Valdichiana. Qualche ora prima, sono riuscito a…

Massimo Zamboni ha suonato in piazza Duomo a Chiusi alle 22 del 1 giugno 2019 in occasione della Festa della Costituzione di ANPI Valdichiana. Qualche ora prima, sono riuscito a strappargli qualche minuto per un’intervista, la cui trascrizione riporto qui di seguito.

Sonata a Kreutzberg, il tuo ultimo lavoro, inquadra quella che era la Berlino e l’Europa dei primi anni ’80, lo spazio in cui si sono definiti i prodromi dei CCCP. C’è la sensazione che quel mondo fosse molto meno conformista di quello di oggi: il senso comune sembrava più elastico, più aperto ad accettare la novità…

Massimo Zamboni: Sì, quello che dici è vero. In realtà, l’avere il mondo diviso in due blocchi, creava una doppia polarità alla quale ci si poteva attenere, ma che si poteva anche respingere. Questo provocava movimento. Voglio dire: quel muro che doveva essere impenetrabile, in realtà non faceva altro che moltiplicare gli sguardi di attraversamento. Era facile, vivendo in quegli anni – al di là di tutte le barriere e tutte le guerre fredde o calde che c’erano – pensare che il mondo fosse nostro. Nel momento in cui il mondo è nostro possiamo andare dove la nostra voglia, volontà, coscienza e possibilità ci spingono. Adesso, paradossalmente, c’è una buonissima possibilità di movimento e di viaggio – non in tutto il mondo, naturalmente, ma in una buona parte di questo – ma c’è sempre meno gente che ha voglia di approfittarne perché si accontenta di guardare Google Earth, o di prendere il primo Ryan Air per andare in una località che, dopotutto, gli resta pure indifferente, perché manca il senso della conquista. Manca la voglia di condividerlo, questo mondo. Credo che ci sia un grandissimo conformismo da questo punto di vista. Mi è facile ricordare perfettamente il conformismo di allora: il conformismo della sinistra, il conformismo dei fricchettoni, il conformismo di chi si faceva le pere… il conformismo di tutti, perché ogni categoria aveva il suo conformismo: ma erano molteplici punti di vista. Non impermeabili. Erano anni molto faticosi ma anche molto appassionanti.

 

Ti è capitato di tornare a Berlino negli anni? Che sensazioni ti ha dato il cambiamento?

Massimo Zamboni: Ci torno spesso a Berlino. L’ultima volta che l’ho frequentata è stata anche ieri sera: mi sono ritrovato a visitare il sito di un besetzt in cui ho avuto modo di vedere tutta la mappatura di tutte le case occupate negli anni in cui abitavo anche io. Con anche la mia casa. Se tu li vedessi ti renderesti conto di quanta puntualità, organizzazione ci fosse, sotto questo punto di vista. Era – come dire? – tutto molto tedesco. Berlino oggi sta diventando una capitale come le altre, molto fascinosa, anche con molta voglia di mantenere la propria storia. Però… ti faccio l’esempio della pubblicità di Potsdamer Platz, che è una contraddizione del nostro tempo: quello era il luogo nel quale era costruito il bunker di Hitler, dove lui è morto. Poteva essere utilizzato come un ricordo per tutta europa, un monumento alla memoria, invece è diventato un shopping center della Sony.

 

Quel tipo di antagonismo punk che ha caratterizzato i primi vent’anni della tua carriera, arriva oggi a poter essere racchiuso in una festa dell’ANPI. Ti senti, passami il termine, “istituzionalizzato”?

Massimo Zamboni: Io ho la tessera dell’ARCI, della COOP, dell’Aci e dell’ANPI. Non ho paura delle istituzioni. Le istituzioni esistono soprattutto per proteggere e per aiutare. Capisco bene quello che vuoi dire e no, non ho paura di sentirmi istituzionalizzato. Non mi sono mai sentito antagonista, che è una parola che detesto perché mi porta ad uno scenario urbano di pretesa opposizione e che non mi riguarda assolutamente. Io sono un contadino per la maggior parte delle mie attività. Non ho paura. Con gli anni che passano consegnerò la storia dei CCCP e dei CSI ad una specie di maturità classica che non mi spaventa. Questo non scalfisce l’essere punkettone di allora perché, in realtà, quell’attitudine sta proseguendo sotto forme abbastanza inaspettate, anche per noi stessi. Io mi sento bene qua. Mi sembra di essere a casa. Mi sembra di conoscere molto bene tutte queste persone, questo luogo, riconosco questo modo di porsi. C’è un forte senso di accerchiamento intorno all’ANPI e a tutto ciò che rappresenta. È un po’ come gli orsi quando si ritirano in montagna quando sono inseguiti. Può darsi che questa sia la nostra montagna… lo scopriremo. Anche i partigiani si ritiravano in montagna, d’altra parte. Però mi rendo conto che c’è un’Italia, che non appartiene alle televisioni o ai giornali, ma un’Italia che vive e che lavora e che spesso è molto meglio di quello che pensiamo. Io sono contento di farne parte.

Nessun commento su Intervista a Massimo Zamboni: «Non ho paura di sentirmi istituzionalizzato»

Migrante in fuga dalla morte – La storia di Ibrahim, uno dei ragazzi di Don Biancalani

Tra i tanti giovani che Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha accolto nella sua parrocchia c’è Ibrahim. Ha 19 anni e viene dal Gambia, una striscia di terra inghiottita…

Tra i tanti giovani che Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha accolto nella sua parrocchia c’è Ibrahim. Ha 19 anni e viene dal Gambia, una striscia di terra inghiottita dal Senegal. Insieme a Don Biancalani, che accompagna nelle uscite pubbliche, sono ospiti alla Seconda edizione della Festa della Costituzione, organizzata dall’ANPI Valdichiana nel centro storico di Chiusi. Una cascata di treccine sottili gli esce dal cappello rosso che porta rialzato sulla testa, come i rapper e ricambia ai saluti con una stretta di mano e un simpatico sorriso bianco.

Piazza del Duomo è piena. Tra gli spettatori ci sono tantissimi giovani studenti delle scuole superiori. Dal palco, con il microfono che impugna ormai con disinvoltura, Ibrahim inizia il racconto della sua vita. Sui presenti cala subito un silenzio impressionante. Si sente solo la voce del ragazzo che esce amplificata dalle casse e qualche uccellino che riempie le pause tra una parola e l’altra. Ibrahim potrebbe benissimo trovarsi al posto di uno dei suoi coetanei seduti di fronte a lui, ma il destino gli ha impedito di godersi lo spettacolo.

Mio padre ha sposato due donne” comincia “perché la mia mamma non riusciva a dargli più di due figli. La seconda moglie, invece, ne ha fatti 5”. Tutti quanti vivevano sotto lo stesso tetto, ma tra le donne si crearono subito conflitti. “Il babbo lavorava ogni giorno fino a notte e la mamma andava a vendere verdura al mercato. L’altra moglie rimaneva sempre a casa e quando, con mio fratello più piccolo, tornavamo da scuola ci maltrattava”.

Quando Ibrahim ha soli 9 anni il padre muore e le due donne si dividono. Da allora si è sempre trattato di sopravvivere: andare a scuola, vendere verdure al mercato, restare in vita. “È stato difficile per la mamma rimasta sola pagare la scuola a me e mio fratello. Piangeva sempre. Piangeva ogni giorno. Dopo scuola la aiutavamo a vendere verdure, ma i soldi non bastavano”.

Fu per aiutare la mamma e il fratello che Ibrah prese la decisione di abbandonare la scuola: “me ne andavo in giro a cercare lavoretti. Volevo che mia mamma smettesse di piangere”. Ha lavorato alle pulizie, come meccanico e per due anni è stato cresciuto da un sarto, amico del padre, che gli garantiva un po’ di stabilità. Ma la tranquillità durò poco, perché anche quest’uomo se ne andò prematuramente.

Sono tornato sulla strada, ma nel 2014 ho trovato da lavorare come parrucchiere. Avevo 14 anni. I soldi però non bastavano, perché la mamma non guadagnava abbastanza e il mio fratellino doveva andare a scuola e la scuola costa tanto”. Ibrah ha tentato più volte di proporre alla madre di lasciare il paese per trovare maggiore fortuna, ma lei glielo vietava sempre.

Una notte scappai di casa e riuscii ad arrivare in Senegal. La mamma era disperata e voleva che tornassi, ma io ero intenzionato ad aiutarla. Cambiai la sim del telefono così non poteva più chiamarmi e io non ero tentato di ritornare da lei”. In totale è rimasto in Senegal 5 mesi, durante i quali ha lavorato come parrucchiere. Insieme ad altri amici migranti si è poi spostato in Mali, ma anche qui la situazione che trova è critica. Allora decide di raggiungere il Burkina Faso, dove però trova guerra, devastazione e morte. Nonostante i militari lo blocchino riesce comunque a entrare. Ma la paura lo spinge a fuggire di nuovo, stavolta in Niger.

È un paese molto più povero della Gambia e sono finito subito in mezzo alla strada. Dormivo al mercato, per terra, nei parcheggi. Mendicavo del cibo ogni giorno, fino a quando ho incontrato un uomo che mi ha portato a casa dalla sua famiglia dopo aver sentito la mia storia; mi lava e mi veste con vestiti nuovi; mi dice che in Niger non c’è speranza. Quest’uomo mi ha aiutato ancora una volta pagandomi il viaggio per attraversare il deserto e raggiungere la Libia”.

Insieme ad altre 40 persone Ibrahim è stato caricato in un pickup alle porte del deserto sud-sahariano con una bottiglietta d’acqua e un pacco di biscotti. Sarebbero dovuti durare 4 giorni. Il tempo necessario per attraversare il deserto o morire di stenti provandoci.

Ci hanno scaricati in una stalla. Era come una prigione: non potevamo neanche uscire per comprare il cibo e cercare lavoro. Ci sfamavano una volta al giorno, quando se lo ricordavano. Ci picchiavano e venivano a portarci a lavorare solo quando c’era richiesta di manovalanza e non sempre ci pagavano. Un giorno cercavano dei sarti, ma io avevo troppa paura per alzare la mano, perché vedevo i miei compagni tornare la notte con ferite e lividi. Ma non avevo scelta, avevo bisogno di soldi e alla fine ho deciso di accettare il lavoro”. Per sua fortuna il padrone della sartoria non si rivelerà un uomo violento.

Ogni mattina mi veniva a prendere nella stalla e mi riaccompagnava la sera. Un giorno mi pagò il taxi per andare al lavoro, perché lui non si sentiva bene. Nel tragitto, però, alcuni ragazzini libici armati di mitra mi rapirono e mi portarono in un carcere. Là dentro ho visto una vita che non avrei mai immaginato. Ho sofferto tanto nei due mesi in cui sono rimasto rinchiuso. Le guardie mi picchiavano, chiedevano soldi alle nostre famiglie come riscatto mentre ci torturavano”.

Insieme ad altri Ibrah partecipò a una fuga rischiando tutto. “I militari ci sparavano e c’erano tanti morti e tanto sangue. Io non sapevo dove andare se non dal sarto che mi aveva dato lavoro, ma anche lui era preoccupato, perché mi stava cercando la polizia. Allora mi ha portato al mare per attraversarlo e arrivare in Italia. Sulla spiaggia c’erano altre 250 persone. Andate a morire ci dicevano quelli che riempivano i gommoni. Io non sapevo neanche cosa stesse succedendo. Ero ignorante. Avevo paura”.

La storia e la vita di Ibrahim sono cambiate nel momento in cui la nostra guardia costiera lo salvò portandolo a Napoli e da lì a Pistoia da Don Massimo Biancalani. “Qui ho imparato la lingua e ho continuato a studiare”. L’intervento lo conclude rivolgendosi direttamente ai ragazzi delle scuole superiori, seduti a pochi metri da lui:

Ricordatevi che ognuno di noi ha dei sogni e abbiamo lasciato il nostro paese e le nostre famiglie per motivi diversi e bruttissimi; abbiamo rischiato la nostra vita e siamo stati torturati, perché cercavamo un futuro migliore per noi e per le nostre famiglie; siamo scappati dalla fame e dalla guerra. Quindi, prima di giudicarci, ascoltate le nostre storie. Così è meglio”.

Mentre ospiti, volontari e pubblico si incamminano per le stradine di Chiusi in cerca di ristoranti per pranzare, io mi trattengo per una chiacchierata con Ibrah.

Cosa hai messo nello zainetto la notte in cui sei partito?

Solo un pantalone, una maglia e il cellulare. Avevo solo questo quando sono partito per il Senegal.

Adesso cosa fai oltre a studiare?

Faccio il parrucchiere, ma non ho un contratto stabile; lavoro a chiamata e faccio solo tagli per uomo: sto facendo i corsi per imparare a tagliare i capelli alle donne. Faccio anche sartoria nella parrocchia: cucio i vestiti di Don Massimo e dei bambini della comunione.

Tu sei musulmano e vivi nella parrocchia di un prete cattolico. Com’è far convivere queste due religioni?

Noi siamo lì come una grande famiglia. Non ci distinguiamo in base alla religione: ci sentiamo tutti esseri umani, fratelli. Nella parrocchia di Massimo non conta la religione; conta il cervello e la persona, cosa pensa e cosa fa. Tra l’altro anche i musulmani credono in Gesù: noi lo chiamiamo Isa ed è un profeta. Questo riduce ancora di più le differenze all’interno della parrocchia. Come ha detto Massimo dobbiamo vivere come persone, non ha senso dire io sono del Gambia, io della Nigeria.

Avete dei compiti in parrocchia?

Sì, io cucio per esempio. Abbiamo avuto una pizzeria e facevamo corsi di cucina. Un po’ di tempo fa, però, abbiamo dovuto chiudere, ma vogliamo rifarla ancora. Inoltre, aiutiamo Massimo con le traduzioni e l’accoglienza quando arrivano ragazzi nuovi. E poi lo accompagniamo quando parla in pubblico.

So che giochi a pallone

Sì, la mia squadra sta facendo un bel campionato e stasera abbiamo le semifinali.

Chi è il tuo calciatore preferito?

Toni Kroos del Real Madrid, perché fa il centrocampista come me

E in Italia chi ti piace?

Mi piace tanto Dybala

Il tuo futuro come lo vedi? Hai un sogno?

Voglio vivere una vita serena e aiutare la mamma. Il mio sogno è fare l’università, studiare e diventare psicologo: per capire come mai ad alcuni la testa non funziona…

Nessun commento su Migrante in fuga dalla morte – La storia di Ibrahim, uno dei ragazzi di Don Biancalani

Type on the field below and hit Enter/Return to search