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Bravìo delle Botti 2018 – Tutte le notizie

Bravìo delle Botti 2018, aperto l’anno contradaiolo (23/04/2018) Una splendida e soleggiata domenica poliziana ha accolto la prima uscita pubblica delle contrade per l’inizio degli appuntamenti dell’edizione 2018 del Bravìo…

Bravìo delle Botti 2018, aperto l’anno contradaiolo (23/04/2018)

Una splendida e soleggiata domenica poliziana ha accolto la prima uscita pubblica delle contrade per l’inizio degli appuntamenti dell’edizione 2018 del Bravìo delle Botti, uno degli eventi più attesi di Montepulciano e di tutto il territorio. Domenica 22 aprile l’apertura dell’anno contradaiolo ha infatti sancito il primo momento dei lunghi mesi di attesa e di lavoro che ci porteranno alla sfida di domenica 26 agosto, in cui le botti rotoleranno lungo le vie cittadine.

Come da tradizione, le contrade hanno sfilato in corteo storico fino al santuario di S.Agnese, dove hanno partecipato alle celebrazioni della messa in onore della patrona cittadina. Al termine del rito si è svolta l’esibizione del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Montepulciano, prima che ogni contrada tornasse nelle rispettive sedi.

I contradaioli hanno anche portato la statua di S.Agnese da Piazza Grande fino al santuario, per ricordare i 700 anni della morte della santa poliziana, la cui teca non è stata aperta come da cerimoniale: era infatti rimasta aperta alla fine dell’edizione 2017, attraverso un anno contradaiolo che non si è formalmente chiuso ma che continua simbolicamente attraverso tutta l’edizione 2018, sancendo una sorta di passaggio di consegne tra le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Sant’Agnese fino alle celebrazioni dei 500 anni dalla posa della prima pietra del Tempio di San Biagio.

Sarà proprio al monumento di San Biagio e alla sua importanza per l’intera comunità poliziana uno dei punti focali dell’edizione 2018, a cui sarà dedicato il panno che verrà consegnato alla contrada che per prima porterà la botte sul sagrato del duomo nella sera di domenica 26 agosto.. L’edizione che si appresta a vivere il Bravìo delle Botti sarà quindi incentrata sul celebre passato di Montepulciano, ma sempre aperta al futuro, per il continuo coinvolgimento delle nuove generazioni e l’impegno nel far crescere costantemente la manifestazione.

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Il Tempio di San Biagio compie 500 anni: tutte le notizie

Branded Content a cura di Valdichiana Media, Opere Ecclesiastiche Riunite e Parrocchia di San Biagio Al Tempio di San Biagio preziose opere ne ripercorrono la storia (20/04/2018) Sabato 21 aprile al…

Branded Content a cura di Valdichiana Media, Opere Ecclesiastiche Riunite e Parrocchia di San Biagio


Al Tempio di San Biagio preziose opere ne ripercorrono la storia (20/04/2018)

Sabato 21 aprile al Tempio di San Biagio, verrà aperta al pubblico la mostra documentaria ‘Il Tempio di San Biagio dopo Antonio da Sangallo – Storia e Restauri’, composta da immagini, dipinti, incisioni, piante e prospetti del Tempio più famoso al mondo.

La mostra all’interno del Tempio di San Biagio è stata svelata in anteprima ai giornalisti, che dopo una breve introduzione da parte del presiden te delle Opere Ecclesiastiche Riunite di Montepulciano Riccardo Pizzinelli, Laura Martini della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio delle province di Siena, Grosseto e Arezzo e Don Domenico parroco della Diocesi di San Biagio, hanno potuto ammirare le cinque pale restaurate raffiguranti le vicende di San Biagio, le piante e i prospetti antichi del Tempio.

L’evento espositivo, che si aprirà al pubblico sabato 21 aprile, vuole porre l’attenzione su un capitolo poco conosciuto delle vicende di San Biagio: la storia dimenticata dell’arredo interno del tempio, realizzato tra la fine del Cinquecento, al tempo della Controriforma, e il pieno Seicento, con l’affermazione dell’eloquio barocco. L’attuale, classica, configurazione interna risale, infatti, al recupero ‘purista’ di fine Ottocento con gli altari ricostruiti in stile cinquecentesco sull’esempio dell’unico che è stato ritenuto eseguito su disegno originale del Sangallo nella prima metà del Cinquecento.

L’esposizione, curata da Laura Martini e Riccardo Pizzinelli, è promossa e organizzato da Opere Ecclesiastiche Riunite di Montepulciano, dalla Diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza, dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Province di Siena, Grosseto e Arezzo, dal Comune di Montepulciano, dalla Biblioteca Archivio Piero Calamandrei, con in contributo del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, l’intervento di Cattolica Assicurazioni ed è prodotta da Opera-Civita.

Un contributo importante per il restauro stato dato dal Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, da sempre impegnato nella sostenibilità del suo territorio d’origine, in particolare dal punto di vista del recupero delle opere di interesse pubblico. In particolare, in questa occasione, il Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano si è impegnato nel restauro di una delle opere più significative conservate a Montepulciano, La Natività della Madonna attribuita a Raffaello Vanni, pittore della scuola senese del Seicento. Il grande dipinto, un olio su tela di 496×300 di dimensioni attualmente ubicato nella parete sinistra del presbiterio del santuario di S. Agnese di Montepulciano, era in passato collocato nel 2° altare a sinistra del Tempio di San Biagio.

L’apertura ufficiale della mostra sarà sabato 21 aprile a partire dalle ore 17 alla quale prenderanno parte il presidente delle Opere Ecclesiastiche Riunite di Montepulciano Riccardo Pizzinelli, Mons Stefano Manetti Vescovo di Montepulciano Chiusi Pienza Andrea Rossi Sindaco di Montepulciano, Don Domenico Zafarana Parroco di San Biagio, Silvia Calamandrei della Biblioteca Archivio Piero Calamandrei e Piero Di Betto del Consorzio Vino Nobile di Montepulciano Giuseppe Costa Presidente Opera. Subito dopo l’apertura, il pubblico presente potrà assistere al concerto d’Organo di Cesare Mancini.


‘Il tempio di San Biagio dopo Antonio da Sangallo’, opere che ripercorrono la storia del Tempio (17/04/2018)

Le celebrazioni del V centenario dell’edificazione del Tempio di San Biagio a Montepulciano, uno dei più celebri capolavori dell’architettura rinascimentale italiana realizzato su progetto di Antonio da Sangallo il vecchio dal 1518 al 1548, offrono l’occasione per rivisitare e riproporre l’arredo interno originale della chiesa realizzato a partire dall’ultimo quarto del Cinquecento.

Sabato 21 aprile al Tempio di San Biagio, verrà inaugurata la mostra documentaria ‘Il Tempio di San Biagio dopo Antonio da Sangallo – Storia e Restauri’, composta da immagini, dipinti, incisioni, piante e prospetti dell’interno della struttura prima della distruzione degli altari rinnovati nel tardo  XVI e nella prima metà del secolo XVII, nonché documenti legati al loro abbattimento e alla costruzione secondo l’architettura rinascimentale.

L’evento espositivo vuole porre l’attenzione su un capitolo poco conosciuto delle vicende di San Biagio: la storia dimenticata dell’arredo interno del tempio, realizzato tra la fine del Cinquecento, al tempo della Controriforma, e il pieno Seicento, con l’affermazione dell’eloquio barocco. L’attuale, classica, configurazione interna risale, infatti, al recupero ‘purista’ di fine Ottocento con gli altari ricostruiti in stile cinquecentesco sull’esempio dell’unico che è stato ritenuto eseguito su disegno originale del Sangallo nella prima metà del Cinquecento.

L’esposizione, curata da Laura Martini e Riccardo Pizzinelli, è promossa e organizzato da Opere Ecclesiastiche Riunite di Montepulciano, dalla Diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza, dalla Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle Province di Siena, Grosseto e Arezzo, dal Comune di Montepulciano, dalla Biblioteca Archivio Piero Calamandrei, con in contributo del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano, l’intervento di Cattolica Assicurazioni ed è prodotta da Opera-Civita.

All’inaugurazione prenderanno parte il presidente delle Opere Ecclesiastiche Riunite di Montepulciano Riccardo Pizzinelli, Mons Stefano Manetti Vescovo di Montepulciano Chiusi Pienza Andrea Rossi Sindaco di Montepulciano, Anna Di Bene Soprintendente Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle province di Siena Grosseto e Arezzo, Don Domenico Zafarana Parroco di San Biagio, Silvia Calamandrei della Biblioteca Archivio Piero Calamandrei e Piero Di Betto del Consorzio Vino Nobile di Montepulciano Giuseppe Costa Presidente Opera. Dopo l’apertura della mostra il concerto d’Organo di Cesare Mancini.

Il complesso architettonico con il  Tempio a pianta centrale e l’adiacente Canonica, costruiti in blocchi di travertino  delle  vicine cave di S. Albino, è stato oggetto di numerosi studi, che sottolineano l’uso sapiente e armonico degli ordini, dei partiti architettonici e delle proporzioni classiche in un rapporto dialettico tra uomo, architettura e paesaggio. Alla morte del Sangallo (1534) i lavori continuarono con la costruzione della cupola tra il 1543 e il 1545, mentre il primo campanile fu concluso solo nel 1564 ed il secondo resta ancor oggi incompiuto.

L’ambizioso progetto architettonico, nacque a seguito di eventi miracolosi accaduti nell’aprile del 1518 e fu realizzato grazie alla raccolta di offerte dei cittadini e dei devoti. Il tempio fu consacrato nel 1537, ma gli altari, pensati dal Sangallo con un prospetto architettonico sobrio, furono solo in parte realizzati come li aveva previsti il famoso architetto, e rimasero incompiuti ed a lungo privi di dipinti.

Dagli anni settanta dell’Ottocento, sull’onda di un rinnovato interesse per la storia e l’architettura del monumento dopo l’Unità d’Italia, si giunse ad elaborare un progetto di ripristino neorinascimentale nel quale ebbe una parte determinante l’architetto senese Giuseppe Partini. A seguito di una sua proposta San Biagio divenne monumento nazionale nel 1878 e, agli inizi degli anni ottanta, fu oggetto di una prima fase di pesanti lavori demolitivi. Solo negli anni novanta, infine, si giunse alla ricostruzione delle mense in travertino e dei dossali, a seguito della quale le grandi tele eseguite per San Biagio, furono trasferite in chiese cittadine e del territorio, e gli altari rimasero vuoti fino al ‘prestito’, nel 1904, di dipinti provenienti dai depositi delle Gallerie fiorentine, poi restituiti nel 1973.


Tra scienza e fede, il Pendolo di Foucault a San Biagio fa il pieno di visitatori (26/03/2018)

Al Tempio di San Biagio si è conclusa la prima Settimana Scientifica dedicata al Pendolo di Foucault: oltre 2000 visitatori hanno assistito all’affascinante esperimento che dimostra la rotazione della Terra su se stessa all’interno di una cornice unica nel suo genere. Appuntamento ad ottobre 2018 per la seconda Settimana Scientifica

L’organizzazione della prima Settimana Scientifica, la seconda si svolgerà ad ottobre 2018, è stata curata dalle Opere Ecclesiastiche Riunite, dalla Parrocchia di San Biagio, unitamente a Civita-Opera, con il patrocinio del Comune di Montepulciano, della Società Astronomica Poliziana, dei Licei Poliziani, della Biblioteca Archivio “Piero Calamandrei” e della Fondazione Cantiere d’Arte di Montepulciano.

La settimana appena conclusa fa parte del calendario eventi dei festeggiamenti del V centenario della posa della prima pietra di San Biagio che ha avuto inizio domenica 18 marzo 2018 con una Lectio Magistralis del vicedirettore della Specola Vaticana Padre Paul Mueller, che ha affrontato lo spinoso tema del rapporto tra scienza e fede. Trovandosi a Montepulciano, davanti al pendolo con cui Foucault provò per la prima volta la rotazione della Terra, Padre Paul non ha potuto fare a meno di  citare Bellarmino e Galileo Galilei.

L’esperimento del Pendolo è andato avanti per tutta la settimana, fino ad arrivare a sabato 24 marzo, quando, nel Teatrino di San Biagio, si è svolto un interessante dialogo tra Don Alessandro Omizzolo, astronomo della Specola Vaticana, e Massimo Mazzoni della Società Astronomica Italiana. La lezione è stata poi seguita dall’ultima dimostrazione dell’esperimento e dal concerto della soprano poliziana Anna Maria Amorosa con il maestro Massimiliano Cuseri all’organo appena restaurato di San Biagio

Un ruolo fondamentale, per tutta la settimana, è stato svolto dagli studenti dei Licei Poliziani, che oltre ad accogliere turisti e colleghi studenti di altri Istituti, hanno spiegato al pubblico le origini dell’esperimento e la storia del Tempio San Biagio per poi procedere alla dimostrazione della sperimentazione. In tutto i visitatori, che hanno avuto modo di osservare l’esperimento nell’arco della settimana, sono stati quasi 2000.

“Portando i saluti del Dirigente Scolastico Professore Marco Mosconi, ringrazio le opere Ecclesiastiche, Don Domenico, il Comune di Montepulciano, la Società Astronomica Poliziana per averci regalato di nuovo l’emozione di vedere il pendolo di Foucault oscillare in questa splendida cornice, che è la Chiesa di San Biagio. Grazie a tutti coloro che sono intervenuti e ai nostri ragazzi, che incuranti del freddo e della pioggia, hanno trascorso questa settimana ad accogliere studenti e turisti, con un pizzico di timidezza, ma anche con spirito di iniziativa”è stato il commento della professoressa Simona Caciotti referente del progetto per i Licei Poliziani.

 “Quella del Pendolo è stata un’esperienza arricchente sotto molti punti di vista: dal lato scientifico a quello della fede, ma anche dal lato culturale e umano. Le conferenze di padre Mueller, di Omizzolo e di Mazzoni hanno messo in luce quanto piccoli siamo e, nel contempo, quanto può la nostra mente comprendere pur nella propria finitezza. Un plauso grandissimo, oltre alle varie associazioni che hanno collaborato in sinergia, va soprattutto ai quasi settanta ragazzi liceali che, con professionalità ed educazione, hanno illustrato a tutti gli ospiti questo esperimento. L’alternanza scuola/lavoro, per la prima volta nella nostra Parrocchia, ha funzionato pienamente. Ad ottobre, insieme all’orchestra dei Licei, replicheremo l’esperienza per dare alla Chiesa e alla nostra città, quel lustro che purtroppo gli eventi delle ultime settimane hanno parzialmente oscurato”ha spiegato Don Domenico a margine dell’evento.

L’altra settimana dedicata al Pendolo di Foucault si svolgerà dal 20 al 27 ottobre 2018 e in quell’occasione sarà possibili assistere all’esibizione del Coro e dell’Orchestra dei Licei Poliziani.


Scienza e fede si fondono a San Biagio per la seconda edizione del Pendolo di Foucault (19/03/2016)

Come si comporta l’universo? – si chiedeva Stephen Hawking. Noi, in questi giorni, lo vedremo con i nostri occhi, lo toccheremo con le nostre mani, lo gusteremo con i nostri sensi. L’universo si comporta secondo delle leggi precise, ben definite, che Foucault anche oggi ripresenta” – con queste parole Don Domenico Zarafana, parroco della Parrocchia di San Biagio, ha dato ufficialmente il via alla seconda edizione del Pendolo di Foucault domenica 18 marzo al Tempio di San Biagio.

La seconda edizione dell’affascinante esperimento che dimostra la rotazione della Terra su sè stessa è curata da Opere Ecclesiastiche Riunite, dalla Parrocchia di San Biagio, unitamente a Civita-Opera, e gode del patrocinio del Comune di Montepulciano, della Società Astronomica Poliziana, dei Licei Poliziani, della Biblioteca Archivio “Piero Calamandrei” e della Fondazione Cantiere d’Arte di Montepulciano. Questo evento, già proposto a Montepulciano nel 2016 in occasione della Settimana Scientifica dei Licei Poliziani, rientra nel calendario dei festeggiamenti organizzati per il V centenario della posa della prima pietra del famoso monumento, avvenuta il 15 settembre 1518.

La seconda edizione del Pendolo di Foucault è l’occasione per poter nuovamente vedere oscillare il Pendolo nella suggestiva cornice di San Biagio in un esperimento che coniuga scienza, divulgazione, arte ed architettura ai massimi livelli: il filo oscillante penderà infatti all’interno della chiesa per ben 42 metri. Attorno all’esperimento si articola un programma ricco di iniziative che vedranno impegnati gli studenti dei licei e più in generale tutto il territorio.

Durante la giornata di apertura, dopo i saluti istituzionale del parroco Don Domenico, dell’architetto Riccardo Pizzinelli già presidente delle Opere Ecclesiastiche Riunite, dell’Assessore all’Istruzione del Comune di Montepulciano Francesca Profili, del dirigente scolastico dei Licei Poliziani Marco Mosconi e della presidente del Sap Vanna Pellegrini, è seguita la Lection Magistralis del padre gesuita Paul Mueller Vice Direttore della Specola Vaticana dal 2010 e molto legato alla figura di San Bellarmino e ai suoi studi, filo conduttore della lezione. La serata si è conclusa con il concerto, organizzato in collaborazione con la Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte, di alcuni musicisti dell’Istituto di Musica Henze diretti dal maestro Alessio Tiezzi. I musicisti hanno eseguito alcuni brani all’organo, costruito da Alamanno Contucci nel 1781 e recentemente restaurato dalle Opere Ecclesiastiche Riunite.

L’esperimento del Pendolo di Foucault sarà visibile tutti i giorni dalle 10:30 alle 13 e dalle 15:30 alle 17; a fare da accoglienza ai turisti saranno gli studenti dei Licei Poliziani, coordinati dalla professoressa Simona Caciotti, i quali accoglieranno i visitatori, spiegheranno loro la storia dell’esperimento e del Tempio che lo accoglie e poi procederanno alla dimostrazione. La prima Settimana Scientifica chiuderà sabato 24 marzo con un dialogo dal titolo ‘Tra stelle e astri…confronto dialogico’ tenuto da don Alessandro Omizzolo, astronomo, e Massimo Mazzoni della Società Astronomica Italiana, mentre alle ore 16.45 è previsto il concerto del soprano poliziano Anna Maria Amorosa con l’utilizzo dell’organo restaurato della Chiesa di San Biagio.


Aperte le celebrazioni per il centenario (06/02/2018)

La celebrazione per i 500 anni dalla posa della chiesa di San Biagio, in un clima profondamente suggestivo e realmente partecipato, al tramonto di sabato 3 febbaraio dinanzi a poco più di cinquecento persone, quanti sono gli anni della Chiesa, con la lettura – da parte del Parroco di Montepulciano, don Domenico Zafarana – della Bolla Papale con la quale la Penitenzieria Apostolica ha, di fatto, concesso il Giubileo. Tanta attenzione nei presenti e anche stupore per un documento proveniente dalla Città del Vaticano e consegnato alla Parrocchia direttamente dalle mani del Vescovo in quella sede, all’inizio di questo anno centenario.

“Non un magnate, non un principe del Rinascimento, ma la popolazione tutta, senza distinzione di ceto, è stata il vero mecenate che ha donato le risorse per edificare questo tempio nel quale, cinquecento anni dopo, noi ci troviamo” – con queste parole il vescovo Stefano Manetti, Vescovo della Diocesi poliziana-chiusina-pientina, ha salutato i numerosi presenti convenuti nella monumentale Chiesa di San Biagio.

Dopo la lettura della Bolla Pontifica la Messa è proseguita normalmente; più volte mons. Manetti ha fatto riferimento – nel corso dell’omelia – alla storia della Chiesa che, annualmente, viene visitata al suo interno da decine di migliaia di turisti che ne possono ammirare  la bellezza architettonica e monumentale; quella stessa bellezza che, alla fine del XIX secolo, le ha meritato l’appellativo di <Monumento nazionale di prima fascia> al pari degli altri monumenti nazionali e di rilevanza internazionale.

“Chi viene qui – ha precisato mons. Manetti – entra come in una poesia, una poesia elevata e dolcissima, che l’armonia architettonica di questo edificio e la bellezza che esprime in qualche modo contengono in sé, per offrirla ai tanti pellegrini e visitatori per questi cinque secoli e oltre”. Molto seguito l’intervento di mons. Manetti il quale ha inoltre ricordato “la generosità dei nostri antenati che con straordinario entusiasmo si sono spesi per la costruzione di questa chiesa; gli artisti che hanno messo i loro talenti al servizio della bellezza e della fede, e che attraverso le cose materiali, come le pietre, riescono a indirizzare il nostro sguardo alle realtà immateriali dello spirito; la memoria culturale che ha formato i poliziani, così necessaria per guardare al futuro e, infine, tutti voi che amate questo luogo e che, insieme ai pellegrini che la visitano ogni anno, riempite di significato queste pietre che formano il Tempio che oggi celebriamo”.

Parole forti quelle del Vescovo che ha spronato la comunità poliziana ad essere come ‘pietre vive’ capaci di edificare la Chiesa con la maiuscola che ha, in Cristo Signore, la sua ragion d’essere. Per l’occasione – era la prima volta – è stato eseguito l’inno del centenario ‘Cristo, pietra viva’ scritto la scorsa estate dal Parroco don Domenico e musicato dal maestro Luciano garosi, attualmente docente al Conservatorio di Firenze e di Siena e già direttore dell’Istituto di Musica di Montepulciano. Il pezzo, eseguito all’inizio e alla fine della celebrazione, è stato cantato da tutta l’assemblea data la sua orecchiabilità.

Don Domenico al termine del rito religioso, al quale hanno preso parte sia il Vice Parroco che gli altri due sacerdoti delle Parrocchie poliziane in segno di unione e vicinanza spirituale, ha ringraziato il “Vescovo fiorentino, come Antonio da Sangallo il Vecchio” per l’affetto “costantemente dimostrato alla nostra comunità, anche se con discrezione ma con efficacia”.

“Noi oggi a priamo un anno intero di celebrazioni – ha precisato don Domenico – che ricorderanno la posa della prima pietra. Quante pietre vive sono passate calpestando questo pavimento in cinque secoli! Quanta gente umile, semplice, fedele; quanti sposi o bambini portati al fonte battesimale, o defunti per i quali si è offerto il suffragio. Quante pietre vive, che formano un tempio ben più grande e ben più bello che cammina da duemila anni. Quanta grazia tra queste mura, dinanzi a lei, “Nostra Donna”!”. E ha concluso “Noi oggi, con animo grato, insieme a lei, Vescovo fiorentino (come il Sangallo), che la Provvidenza ha voluto in questo momento storico, rendiamo grazie alla Provvidenza per quanto stiamo vivendo. Oggi come allora ci sono i rappresentanti civili della comunità poliziana. Oggi come allora fratelli e sorelle nella fede sostano lieti dinanzi alla “imagine di Nostra Donna” che tanto bene ha fatto e continua a fare per la nostra gente, nel silenzio e con efficacia”.

I festeggiamenti si sono conclusi con il saluto di Riccardo Pizzinelli, presidente delle Opere Ecclesiastiche Riunite, che ha illustrato il programma dell’intero centenario, e il saluto veloce e sentito del Sindaco di Montepulciano Andrea Rossi, che ha partecipato all’intera celebrazione insieme all’assessore Francesca Profili, e a diversi consiglieri comunali che non sono voluti mancare all’evento religioso.

 


500 anni della Fondazione di San Biagio, il Giubileo darà il via ai festeggiamenti (26/01/2018)

L’inizio dei festeggiamenti del giubileo avverrà con la celebrazione eucaristica della festa di San Biagio, presieduta dal Vescovo mons. Manetti, nel pomeriggio di sabato 3 febbraio quando — in apertura della celebrazione — verrà data lettura della Bolla Pontificia di Sua Santità Papa Francesco con la quale, ufficialmente, si proclama l’apertura dell’anno giubilare. Al termine della Messa, verrà presentato in anteprima il programma del cinquecentenario, seguito da un primo concerto di musica sacra di Rossana Damianelli, soprano e Paolo Fabbroni, basso, in collaborazione con la neonata la Società Astronomica Poliziana che poi, nella stessa serata, proporrà anche l’osservazione del cielo notturno con Reading poetico di Rosa Elisa Giangoia, Mario Pepe e Marisa Tumicelli.

Prima di giungere ai periodi clou della fine di aprile e della metà di settembre in occasione delle date di maggiore significato, avremo a San Biagio poi, dal 18 al 24 marzo, la replica dell’esperimento del Pendolo di Foucault, con una settimana di esperimenti scientifici, conferenze, concerti ed esposizioni in collaborazione con i Licei Poliziani

Nella primavera 2018 i festeggiamenti inizieranno anche di là dall’Oceano, negli Stati Uniti, e più in specifico al Museo della Harward University di Boston che, grazie alla collaborazione iniziata in questi anni grazie a Luca ed alla famiglia Meldolesi, con numerosi Eventi in onore del V centenario con una conferenza del prof. Joseph Connors il 4 aprile, un seminario sui documenti della vicenda del cortile del Museo di Harward e del loggiato della Canonica di San Biagio il 27 aprile, alcune esibizioni studentesche (danza, musica, recitazione) nel cortile del Museo dal 26 al 29 aprile, oltre ad una esposizione d’arte Etrusca e neo-Etrusca, realizzata dalla Dott. Carrabino e ispirata da Montepulciano, oltre a visite guidate del cortile, un sito web (tradotto in italiano), suono delle campane di San Biagio in giorni storicamente significanti, e dolci tipici toscani nel Caffè del Museo di Harward.

Si giungerà poi alla Celebrazione del Centenario Miracolo (23 aprile 1518) con eventi che si terranno dal 21 al 23 aprile, ed in particolare il 21 ci sarà l’inaugurazione della mostra evento “Il Tempio di San Biagio dopo Antonio da Sangallo” (che avrà durata fino al 4 novembre) e che riproporrà l’arredo storico antico della chiesa con esposizione di cinque grandi pale che ornarono gli altari fino alla seconda metà dell’ottocento, realizzata in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle province di Siena, Grosseto e Arezzo, la Diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza, il Comune di Montepulciano, e con l’impegno di Opera Laboratori Fiorentini, ed ancor più determinante, quello del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano. Seguirà nella stessa serata il Concerto dell’organo, recentemente restaurato, da parte del maestro Cesare Mancini. Domenica 22 ci sarà poi la Celebrazione ufficiale dell’evento con una Lectio magistralis di un noto Storico dell’Arte in collaborazione con Opera Laboratori Fiorentini con, a seguire un Concerto celebrativo dell’Istituto di Musica di Montapulciano realizzato in collaborazione con Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte che si impegnerà in numerose iniziative durante tutto l’anno 2018, tra cui un concerto sinfonico il 19 luglio ed ulteriori iniziative.

Seguiranno poi numerosissime iniziative tra cui il Raduno nazionale Motociclisti, domenica 10 giugno, con la collaborazione dei Motociclisti diocesani; l’Assemblea della Associazione Fabbricerie d’Italia, venerdì 15 giugno con presentazione ufficiale del Restauro dell’antico organo, di un volume sui restauri e opere d’arte di San Biagio, una mostra testi architettura del ‘500 nella Sacrestia, eventi in collaborazione con AFI, CEI, e Società Bibliografica Toscana. Nella stessa serata si terrà un concerto d’organo e Soprano — in collaborazione con Festival di Pasqua — Contucci; una giornata dedicata all’architettura del Convegno di Studi sul Rinascimento, il 21 luglio, in collaborazione con l’Istituto Francesco Petrarca, che realizzerà anche un concerto di musica da Camera nella stessa serata; l’evento Acquarelli su San Biagio il 27 luglio, in collaborazione con il Rotary Club; una mostra su William Congdon durante il mese di agosto nella sacrestia di San Biagio, in collaborazione con Andrea Bruzzicheli e infine si giungerà poi alla Celebrazione ufficiale del V Centenario dalla posa prima pietra — 15.09.1518, con una serie di eventi che si terranno dal 02 al 17 settembre tra cui i concerti dell’Accademia Renana di Palazzo Ricci, del prof. Pietro Meldolesi e dell’Istituto di Musica, la festa popolare realizzata dalla Contrada le Coste e dall’Associazione della Giostra del Saracino, letture da Poliziano Evento in collaborazione con Arteatro Gruppo di Montepulciano, la rappresentazione nel prato di San Biagio del Bruscellino “Toto da San Biagio”, in collaborazione con la Compagnia popolare del Bruscello, una seconda lectio magistralis celebrativa con conferenza di un importante storico dell’architettura;

E ancora una mostra di Disegni e Acquerelli dell’architetto Roberto Minetti tra i mesi di settembre ed ottobre nel teatrini della Canonica; la seconda settimana dal 20 al 27 ottobre del Pendolo di Foucault ancora in collaborazione con i Licei Poliziani; un convegno storico e di riduzione del rischio sismico realizzato nel mese di novembre in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio delle province di Siena, Grosseto e Arezzo e con l’Ordine Architetti di Siena; il giubileo si chiuderà poi il 25 dicembre durante la celebrazione del Santo Natale per mettere in risalto il carattere mariano della Chiesa che compie cinque secoli, dedicata alla Madre del Buon Viaggio.

In conclusione va poi ricordato che il Bruscello dedicherà al V Centenario la sua rappresentazione annuale in Piazza Grande per ferragosto, che il panno del Bravìo, così come voluto dalla Giunta Comunale, sarà dedicato al V Centenario e che si stanno già realizzando concorso scolastici e progetti didattici in collaborazione con l’Istituto Comprensivo “Iris Origo” e con le scuole del territorio nonché è in corso la catalogazione dei volumi archivio dell’Opera storica di San Biagio in collaborazione con la Biblioteca Archivio Piero Calamandrei ed un concorso fotografico in collaborazione con il Photoclub poliziano, oltre ad altre iniziative che verranno dettagliate e promozionate nei prossimi mesi.

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Il mercato e l’innovazione del Vino Nobile – Intervista a Piero Di Betto, presidente del Consorzio Vino Nobile di Montepulciano

Il Nobile di Montepulciano, eccellenza della viticoltura made in Italy, costituisce non solo un patrimonio enogastronomico per il territorio della Valdichiana, ma una ricchezza anche in termini economici. Si tratta…

Il Nobile di Montepulciano, eccellenza della viticoltura made in Italy, costituisce non solo un patrimonio enogastronomico per il territorio della Valdichiana, ma una ricchezza anche in termini economici. Si tratta infatti di una delle prime dieci Doc nate in Italia: siamo infatti nel 1966 quando il Nobile ottiene questo prezioso riconoscimento, tre anni dopo la promulgazione della legge che ha riconosciuto la Denominazione d’Origine. Nel 1980 il Nobile diviene il primo vino a fregiarsi della Docg.

Un settore, quello dell’agroalimentare, capace di generare fatturato, innovazione e porsi come punta di diamante nei mercati internazionali. Nel decimo rapporto di Intesa San Paolo “Rapporto sull’economia e finanza dei distretti industriali” si sottolinea come sia proprio il wine&food a costituire uno dei comparti più dinamici della nostra economica, che più di altri ha saputo affrontare la lunga crisi economica. Nel report infatti si sottolinea come la forza dell’agroalimentare non sia legata solamente alla dimensione economica, ma anche alla sua capacità di raccontare la storia di un territorio, e di saper interpretare e trasmettere al meglio i valori del made in Italy.

Caratteristiche che contraddistinguono anche il territorio nel quale viene prodotto il Nobile. Qui la viticoltura occupa una posizione economicamente strategica, sia in termini di numeri che di innovazione. Per analizzarne l’impatto e l’indotto generato, all’indomani della chiusura della 53esima edizione del Vinitaly, abbiamo intervistato Piero di Betto, presidente del Consorzio del Vino Nobile di Montepulciano.

Di Betto, quali sono i numeri del Nobile di Montepulciano?

Quando parliamo del Nobile dobbiamo pensare a un patrimonio complessivo di 500 milioni di euro. Di questa cifra, 200 milioni è il valore patrimoniale delle aziende produttrici e 150 milioni quello dei vigneti, con una produzione media annua stimata in 65 milioni. Numeri importanti considerando che il 16% del territorio comunale è vitato, adibito alla produzione di Nobile di Montepulciano Docg e di Rosso di Montepulciano Doc.

Cifre significative anche per quanto riguarda l’occupazione.

 Assolutamente si. Basti considerare che il 70% dell’economia del territorio è indotto diretto del vino. E questo non ci deve far pensare unicamente alle classiche realtà che possono ruotare attorno al settore vitivinicolo. Da una parte, infatti, c’è stato un grande sviluppo dell’enoturismo. Molte delle nostre cantine hanno un agriturismo o offrono ospitalità, e comunque la maggior parte è attrezzata ad accogliere i tanti turisti che arrivano ogni anno a Montepulciano. L’enoturismo conta più di 300 mila visite all’anno in cantina, un dato che dimostra come la diversificazione dell’offerta messa in campo. Ma dobbiamo considerare anche altri tipi di attività, come tipografie o studi di architettura.  Il mondo del vino abbraccia dunque settori tra loro diversi e penetra in profondità il tessuto socio-economico del territorio. Per quanto riguarda il numero di addetti, nelle 76 aziende imbottigliatrici socie, la popolazione lavorativa raggiunge le 2mila unità, che, all’incirca, si dividono equamente tra lavoratori fissi e stagionali.

Ci sono delle caratteristiche specifiche che contraddistinguono gli addetti del mondo del vino?

Due sono gli aspetti principali che si possono riscontrare. Il primo è che il 60% della forza lavoro ha un’età compresa tra i 20 e i 40 anni, e questo è vero per tutte le mansioni. Circa la metà delle nostre aziende sono guidate da under 40. L’altro aspetto è la forte presenza delle donne, e questo sia all’interno del Consorzio sia nelle stesse imprese. Nel primo, sono 3 le donne presenti sui 12 membri del CdA, e le quota rosa sono il 65% degli addetti. Percentuali altrettanto alte si riscontrano nelle aziende. Nel 36% di queste le donne occupano posizioni apicali, e la loro presenza è molto diffusa nell’area commerciale e marketing.

Una presenza così ampia e diffusa di forza lavoro giovane può avere dei risvolti nell’organizzazione all’interno delle aziende?

Questo sta dando vita a una generazione di viticoltori che potremmo definire 2.0, che non supera i 40 anni. Il vino di qualità è sempre più apprezzato da un pubblico giovane e dunque non deve stupirci che le nuove generazioni entrino sempre di più nella filiera produttiva. Questo lo si può constatare in tutte le mansioni. Le aziende del Nobile hanno una percentuale significativa di giovani, pari all’81%, nel marketing, ma si sta registrando una crescita anche in altre posizioni, come quelle di cantiniere, enotecnico ed enologo, senza dimenticare che c’è una domanda sempre più forte di una professionalità che possa permettere all’azienda di confrontarsi con i mercati internazionali, visto che l’export costituisce la prima voce di fatturato per i nostri produttori. Dunque una manodopera giovane, più che modificare l’impianto organizzativo dell’azienda, può essere foriera di nuove competenze, capaci di innovare e leggere in modo diverso le mansioni già presenti nel mondo vitivinicolo.

Riguardo al tema dell’export, le aziende del Nobile sono molto proiettate sui mercati internazionali. Com’è il loro posizionamento?

L’export costituisce il canale principale di vendita per i nostri produttori. Basti pensare che il 78% degli scambi avviene nei mercati internazionali. La Germania costituisce il mercato di riferimento con il 44,5%, seguita dagli Stati Uniti con il 21,5%. Questo denota una forte capacità dei nostri produttori di posizionarsi sui mercati internazionali, che contraddistingue tutto il comparto vitivinicolo made in Italy. Al tempo stesso il Nobile ha avuto il pregio di attrarre un numero considerevole di investitori stranieri, presenti con una percentuale pari al 15%.

Siete preoccupati della svolta protezionistica dell’amministrazione Trump, anche se interessa altri settori, e temete delle ripercussioni negative una volta concluso il processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea?

Partendo da questo ultimo punto, il mercato inglese non costituisce una delle nostre rotte di riferimento, anche perchè si tratta di un mercato nel quale non è facile penetrare, e dove non è semplice riuscire a ottenere un buon posizionamento. Per quanto riguarda il versante statunitense, la svolta dell’amministrazione Trump getta un’ombra di incertezza sul libero scambio. Il settore vitivinicolo è, per ora, al riparo dai dazi, ma certamente ci troviamo in un contesto del quale è molto difficile definirne gli sviluppi futuri.

Altro fattore centrale è l’innovazione. Quanto è importante nel mondo del vino di oggi?

Sicuramente è un valore dal quale non si può più prescindere. Nel vino l’innovazione vuol dire coniugare i valori della tradizione con le nuove professionalità. In questo modo le aziende possono andare incontro ai costanti cambiamenti e prevenire o limitare gli effetti di un’annata meno positiva delle altre. L’innovazione è anche uno sguardo al futuro. In questo senso le aziende del Nobile hanno avviato un percorso che ha al centro la sostenibilità ambientale. Gli investimenti ammontano a circa 8 milioni di euro, e l’obiettivo è quello di arrivare, entro il 2020, a un riduzione totale delle emissioni.

Considerata la grande importanza che il Nobile riveste, non crede che ci possano essere dei rischi connessi al fatto che l’economia del territorio si poggia, in modo significativo, sulla sua produzione?

 Nella tradizione contadina la monocoltura non è mai una scelta di per sé vincente, perchè ci sono sempre delle criticità insite. Lo stesso discorso può valere anche in campo economico.  Le aziende non sono statiche, anzi. Gli investimenti sono molti, nell’innovazione, nella sostenibilità, e tutto questo comporta dei costi. Ovviamente l’attività del Consorzio non è quella di entrare nella governance dell’azienda, ma fornire supporto e coordinare tutti gli sforzi degli attori che operano nel territorio, confidando nell’ottima gestione, da parte dei nostri produttori, del patrimonio vinicolo che abbiamo.

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Il Borgo di Città della Pieve e le sue viuzze

Dalla stretta collaborazione tra le Amministrazioni Comunali di Città della Pieve, Panicale, Paciano e Piegaro e Sistema Museo, gestore dei loro servizi turistici e museali, è nato “Terre del Perugino“….


Dalla stretta collaborazione tra le Amministrazioni Comunali di Città della Pieve, Panicale, Paciano e Piegaro e Sistema Museo, gestore dei loro servizi turistici e museali, è nato “Terre del Perugino“. Questo nuovo brand turistico è costituito dalla rete integrata dei musei e degli uffici turistici del territorio dei quattro comuni, decisi a proporsi al pubblico come un’area omogenea accomunata da aspetti ambientali, culturali, artistici e gastronomici affini.

Filo conduttore di questa nuova offerta è Pietro Vannucci, detto il Perugino, da cui il nome del brand, il più celebre figlio di Città della Pieve, che con la sua arte ha dato lustro e fama a questo lembo d’Umbria ed ha lasciato numerose opere in tutta la zona.

Novità importante di tutto il progetto è il portale www.terredelperugino.it, già online, dove il turista può consultare gli orari degli uffici turistici e dei musei, le loro tariffe, ma soprattutto acquistare i biglietti, le visite guidate, i laboratori e i pacchetti.


Quando si parla di scorci caratteristici, non ci può far scappare un passeggiata tra i vicoli e le piazze di Città della Pieve. A questo proposito è stato creato un itinerario per scoprire proprio questo aspetto così semplice e immediato della città ma anche così tipico e particolare.
La città è famosa per essere costruita quasi interamente di mattoncini, i quali danno al centro storico omogeneità e armoniosità. Ma, in base all’ora del giorno in cui la luce del sole colpisce questi piccoli elementi costruttivi, ogni facciata, ogni angolo, ogni vicolo si avvampa delle più svariate sfumature di colori caldi, dal giallo ocra a tutte le tonalità dell’arancione, soprattutto al tramonto.

Itinerario Città della Pieve tra vicoli e piazze

Questo breve tour, della durata di circa un’ora e mezza, conduce i visitatori alla scoperta dei punti più caratteristici della città. Dalle stradine e ai vicoli che raccontano una storia o che ricordano antichi mestieri ai punti panoramici, come in una passeggiata tra amici ascoltando la storia della città e delle sue tradizioni.
Tappa fondamentale dell’itinerario è il più celebre dei vicoli pievesi: il Vicolo Baciadonne. Si tratta di una stretta viuzza nata da una diatriba tra confinanti che ha dato origine, invece, al vicolo più romantico d’Italia. Largo non più di 80 cm nel suo punto più ampio, il Vicolo Baciadonne deve il suo nome alla malizia popolare, che vedeva la possibilità di tentare un approccio amoroso se mai, attraversandolo, si fosse incrociata una bella donna. Bellissimo è anche il panorama che si apre una volta arrivati in fondo al vicolo, da cui si possono scorgere la Valdichiana e il Monte Cetona, che regala ogni sera bellissimi e romantici tramonti.

Per info e prenotazioni: Ufficio Turistico di Città della Pieve
Tel.0578 298840 – mail: info@cittadellapieve.org

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Acid-Rock dalle contaminazioni etniche: i Giöbia al GB20

La prossima serata in programma questo sabato 21 Aprile al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i milanesi Giöbia, dei veri e propri veterani dell’acid-rock e dello space rock. La…

La prossima serata in programma questo sabato 21 Aprile al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i milanesi Giöbia, dei veri e propri veterani dell’acid-rock e dello space rock. La formazione è infatti attiva da svariati anni, e il primo disco d’esordio è datato 2004, intitolato “Beyond The Stars”, seguito poi da “Hard Stories” quasi sei anni dopo. Paragonabili ad altre band già ospitate al GB20, come i New Candys, i Giobia godono anch’essi di buona fama internazionale.

Beyond The Stars” è un disco che introduce subito alla caratteristica fondamentale della band che tutt’ora è rimasta, ovvero un sound sfaccettato e vario, che attinge dal rock, dal pop, dalla dance, introducendo pure intriganti atmosfere etniche. Un disco da “beata incoscienza”, che, come tutte le band all’esordio, è caratterizzato da musica visionaria e voglia di stupire l’ascoltatore. Nuovi equilibri e una maggiore maturità invece vengono raggiunti nel terzo disco “Introducing Night Sound”, forse avvicinandosi, in qualche modo alle sonorità dei Kasabian, pur mantenendo quella cifra stilistica fatta da interessanti contaminazioni tra musica etnica e psichedelia.

Certo, c’è da dire che forse questo genere negli anni è andato verso la saturazione di proposte, ma quello che conta è la piacevolezza e la qualità della proposta e i Giöbia di certo hanno sempre saputo mantenere un buon livello complessivo nella loro discografia. Per farsi un’idea della loro resa in sede live, inoltre, la band ha pubblicato un CD live, “Live Freak”, nel 2017.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna dell’acid rock e di interessanti contaminazioni etniche. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

Beyond The Stars (2004)
Hard Stories (2010)
Introducing Night Sound (2013)
Magnifier (2015)
Live Freak (2017)

Riferimenti:

Giöbia – Sito Ufficiale
Giöbia – Pagina Facebook

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I volti e le fiabe: intervista a Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli

Intervista a cura di Anita Goti É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e…

Intervista a cura di Anita Goti

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie artistiche realizzate da Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli.

Fotografa lei, hair stylist con esperienza internazionale nel campo della moda lui, l’anno scorso hanno scelto di venire a vivere con Francesca, la loro bambina a cui tra l’altro è dedicata la mostra, nel piccolo borgo di Fonte Vetriana.

Cosa vi ha portato a Fonte Vetriana?

Carlotta: «Eravamo alla ricerca di un luogo tranquillo, una specie di eremo, dove ad essere più pulita fossero la qualità dell’aria e i rapporti con le persone. Qui adesso abbiamo il nostro studio e abbiamo trovato il luogo perfetto per esporre “C’era un volto e forse c’è ancora”».

Come è iniziato il progetto della mostra?

Carlotta: «É accaduto per caso, era il 2014 e Gianluca stava lavorando a un servizio di moda. Rimanemmo colpiti da come alcuni scatti riuscivano a raccontare una modella nei tratti distintivi della sua personalità, oltre che ovviamente a ritrarla nei suoi lineamenti. Poi durante un’esposizione a Parigi, abbiamo fatto vedere le foto a un gallerista che ci ha suggerito di approfondire questo spunto».

Oggetto degli scatti sono i volti. A cosa si deve questa scelta?

Gianluca: «La scelta è stata dettata dalla volontà di porre l’attenzione sulla persona, in una realtà ormai velocissima dove si fa sempre più fatica a soffermarsi sui volti che ci circondano. Abbiamo voluto in posa di fronte all’obiettivo chi potesse esprimere un’estetica non necessariamente racchiusa nei canoni tipici della bellezza, ma in grado di raccontare una propria verità».

Chi sono i soggetti delle fotografie?

Carlotta: «Sono persone del posto, di cui alcune hanno accettato il nostro invito a farsi fotografare, mentre altre si sono proprio offerte».

Che ci sia un legame tra le vostre fotografie e il mondo fiabesco lo si intuisce già dal titolo della mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, ma di preciso in cosa consiste questo rapporto?

Carlotta: «Le fiabe rappresentano luoghi dell’immaginazione con più di un significato, le trame sono fatte di esperienze, incontri, sfide e paure che non riguardano soltanto i personaggi dei racconti, ma la vita vera di ognuno. Per questo vogliamo far riflettere sul fatto che le fiabe si riscrivono ogni giorno, si ritrovano nella vita quotidiana e nei volti delle persone che si incontrano per strada».

Quale ruolo possono avere le fiabe nella nostra società?

Carlotta: «Oggi regna ovunque un clima di indifferenza, quando non proprio di sfiducia, dell’uno verso l’altro, alimentato da paure spesso motivate dalla non conoscenza. L’osservazione di un volto è il primo passo verso la scoperta di una persona e della sua storia, anche se di fronte a queste fotografie lo spettatore può costruirsi il proprio percorso di lettura, inventarsi ogni volta un finale. Non ci sono nè titoli nè didascalie ad indicare a quale fiaba la foto si riferisce, anzi nella maggior parte dei casi si è voluto eliminare il più possibile i particolari che avrebbero potuto distogliere l’attenzione dai soggetti».

State già pensando ad un nuovo progetto?

Gianluca: «Sicuramente proseguiremo con i ritratti, per approfondire e rendere più vasto questo lavoro. Poi vorremmo esporre la mostra in un contesto urbano. Forse in città, piuttosto che qui, incombono la solitudine e l’isolamento dell’individuo e dunque le nostre foto potrebbero essere un’occasione per soffermarsi a osservare, e conoscere, cosa le persone che ci stanno attorno hanno da raccontare».

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Vivaio Arrischianti: intervista a Ludovico Cosner

Venerdì 13 aprile va in scena al teatro Arrischianti di Sarteano, Il ballo degli Inadatti, saggio finale del Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore di Laura Fatini. A differenza di tanti laboratori,…

Venerdì 13 aprile va in scena al teatro Arrischianti di Sarteano, Il ballo degli Inadatti, saggio finale del Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore di Laura Fatini. A differenza di tanti laboratori, quello sarteanese differisce dagli altri per la sua ambizione di formazione globale: non solo attori escono dalle stanze del teatro in piazza XXIV Giugno, ma anche tecnici, direttori di scena, scenografi, costumisti e registi.

Probabilmente la formazione di un regista è la più delicata tra le propedeutiche, rischiosissima in contesti come quello del teatro locale. Laura Fatini però ha indicato Ludovico Cosner come regista per questo spettacolo. Lo abbiamo incontrato prima del debutto e gli abbiamo rivolto alcune domande.

La Valdichiana: La domanda iniziale è scontata: cosa ti ha spinto a metterti nella scomoda posizione della regia? Quale è stato il percorso che ti ha portato ad approfondire questo mestiere?

Ludovico Cosner: A fare il regista ci sono finito un po’ per caso. Il mio percorso da assistente alla regia, principalmente di Laura Fatini, è iniziato perché volevo imparare proprio da Laura come scrivere meglio. Lei mi ha suggerito di vedere come funzionava il teatro, altrimenti non sarei stato in grado di scrivere in modo adeguato per la scena. Ho quindi assistito Laura in moltissimi spettacoli, sia per gli Arrischianti che per l’Orto del Merlo (Compagnia di Cetona). Laura ha dovuto gradualmente lasciare la guida di quest’ultima per impegni lavorativi e quindi nell’estate 2016 mi sono trovato a collaborare alla regia dello spettacolo “Le donne al governo”, sempre di Laura. Questo spettacolo è stato riportato in scena nell’inverno 2017 al Festival di Teatro Artigianale di Città della Pieve e, a causa di impegni vari, né Laura né Giulia Peruzzi (che aveva collaborato con me alla regia estiva) hanno potuto affiancarmi nella gestione degli attori in scena. A quel punto Laura ha pensato che fossi pronto per una “avventura in solitaria” e mi ha proposto di occuparmi dello spettacolo dell’estate 2017: dati i presupposti dell’Orto del Merlo (costruire rete sociale attraverso il teatro) era importante che a dirigere la Compagnia fosse qualcuno che ne faceva parte, non un esterno chiamato a svolgere un lavoro. Così ho adattato “Il Povero Piero” e del risultato (“Morte a Sorpresa”) ho curato la regia. Per me è stata una rivelazione. Fino a quel momento pensavo che la regia potesse interessarmi solo come attività collaterale alla “vita di Compagnia” e, soprattutto, all’attività drammaturgica. Invece dalla prima prova in cui ho potuto mettere in scena una mia visione (nel 2016 la regia era comunque di Laura) ho realizzato che c’era un nuovo mondo che volevo esplorare…probabilmente perché le mie giovanili attitudini dittatoriali trovavano finalmente sfogo! Da quel momento è cambiato il modo in cui vedo il mondo e, soprattutto, ogni forma di intrattenimento di cui fruisco. Nel mio cervello è scattato qualcosa e si è aperta una nuova porta su una stanza che fino all’anno scorso avevo pensato di esplorare solo attraverso la narrazione. Poi a ben guardare è cambiato anche il mio modo di scrivere. È diventato tutto molto più personale, con una visione più decisa e più chiara. Che non vuol dire migliore, ma per me sicuramente più soddisfacente. Adesso mi trovo a dirigere il mio primo spettacolo in un teatro (l’Orto del Merlo va in scena all’aperto) e quest’estate proprio a Cetona andrà in scena il mio primo testo originale. Sul perché io adesso stia scegliendo consapevolmente di occuparmi di regia, posso rispondere (in modo forse un po’ melenso) che sto trovando la mia voce nel mondo.

LaV: Laura Fatini ha scritto di averti indicato solamente il testo e gli oggetti da utilizzare (una scopa, un bicchiere, un pezzo di stoffa): secondo te è stato un modo per fornirti libertà creative o per metterti alla prova?

LC: Il Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore, di cui “Il Ballo degli Inadatti” è l’evento conclusivo per l’anno 2017-18, quest’anno è diventato un laboratorio anche per un regista: il Laboratorio è stato condotto come sempre da Laura, che però ha pensato poi di usare lo spettacolo conclusivo come momento di crescita sia per gli attori che per me. Proprio in quest’ottica, le scelte che Laura mi ha “imposto” sono state un modo per mettermi alla prova: lei si è messa nel ruolo di commissionatrice dello spettacolo e ha cercato di mettermi nelle condizioni in cui un regista può trovarsi nel lavorare ad uno spettacolo su commissione. Al tempo stesso, quando Laura mi ha comunicato queste limitazioni, mi ha anche ricordato che spesso dai limiti deriva uno scatto di creatività. E in effetti così è stato. I tre oggetti, per esempio, sono diventati di tutto: porte, chitarre, scettri del potere, fruste… C’è poi anche da dire che il reperimento degli oggetti di scena (con conseguente lavoro su di essi per renderli adatti) è sempre stata un’operazione a me poco congeniale. Si vede che proprio non è nelle mie predisposizioni, anche se me ne occupo in molti spettacoli. Però questa volta avere solo quegli oggetti, già decisi, mi ha anche liberato dalla ricerca di tutto quello che altrimenti mi sarebbe potuto servire!

LaV: Quali sono i tuoi “riferimenti”, i modelli o gli spunti che muovono le scelte dell’artificio drammaturgico?

LC: Dopo aver letto questa risposta Laura probabilmente mi dirà per l’ennesima volta “Ti devo dare tutti i numeri di Hystrio che ho a casa!” Il fatto è che nell’ambito teatrale ho una certa ignoranza. Non ho mai studiato davvero il teatro, non ho mai fatto un lavoro sui classici. Piano piano sto cercando di sopperire alla mancanza, che però intanto c’è ed è inutile negarlo. Ovviamente, nei modelli che posso prendere a riferimento per il teatro c’è Laura, e sarebbe anche strano il contrario, sebbene in realtà via via che mi chiarisco le idee su che tipo di regista voglio essere diventa evidente una certa differenza artistica tra di noi. D’altra parte non posso non tenere presente l’altro regista degli Arrischianti, ovvero Gabriele Valentini. Con lui ho lavorato meno, ma se chiedi a qualsiasi attore Arrischianti che è stato diretto da me o che ha visto un mio spettacolo ti dirà che ho proprio dei tratti “valentiniani”: credo si riferiscano a un certo gusto per l’estetica e, forse ancor di più, a idee sceniche che sono kitsch, o trash.

Per “Il Ballo degli Inadatti” in particolare, la mia idea di regia è stata stravolta dalla visione del “Macbettu”. Non sto dicendo che il mio spettacolo assomigli al “Macbettu” o lo possa anche solo guardare da lontano, però il gioco degli attori con la scenografia nello spettacolo di Alessandro Serra mi ha spinto a usare al massimo delle possibilità quel poco di scena che abbiamo noi. Vedere il “Macbettu”, più in generale, mi ha spronato ad osare.

Se poi usciamo dall’ambito strettamente teatrale, uno dei punti fissi che ho in testa sono i musical con quei loro momenti di irrealtà assoluta. Oppure mi diverte molto guardare i videoclip di artisti vari, perché quando sono fatti bene hanno un piglio teatrale che mi stimola. Certamente molte cose che si realizzano in video in teatro non si potrebbero fare, ma mi piace attivare percorsi mentali diversi che poi magari si incontrino in punti inaspettati.

LaV: Come ti sembra il confronto con una compagnia di coetanei?

LC: Sono passato dal dirigere (l’estate scorsa) una compagnia fatta quasi solo di persone che hanno l’età dei miei genitori ad una compagnia in cui sono quasi tutti nella mia fascia d’età, e devo confessarti che nel momento in cui ho iniziato a lavorare allo spettacolo non ci avevo neanche pensato a questa differenza. Me ne sono reso conto adesso che mi hai posto la domanda. Sarà che, sia in un caso che nell’altro, sono quasi tutte persone che già conoscevo. Sarà forse per altri motivi. In ogni caso, il confronto con i coetanei non è stato particolarmente diverso da quello con persone più grandi. Ho visto che bene o male tutti si fidano di me (oppure riescono a farmelo credere!). Penso che il mio vero problema sarebbe confrontarmi con una compagnia fatta completamente di bambini o comunque ragazzi molto più piccoli di me!

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“A Sciuquè” agli Oscuri di Torrita: intervista a Ivano Picciallo

Si intitola A Sciuquè, che in dialetto pugliese significa “A giocare”, e va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita sabato 14 aprile 2018, in doppio spettacolo alle 19:00…

Si intitola A Sciuquè, che in dialetto pugliese significa “A giocare”, e va in scena al Teatro degli Oscuri di Torrita sabato 14 aprile 2018, in doppio spettacolo alle 19:00 e alle 21.15, ed è un gioiellino del teatro sociale contemporaneo. Lo spettacolo è nato qualche anno fa in forma di monologo, ma oggi assume la coralità del racconto con una compagnia di cinque attori, i quali, con la leggerezza – mai banale – della commedia, approfondiscono una delle piaghe sociali dei nostri tempi: il gioco d’azzardo. È proprio sul termine “gioco” che si associa alla ludopatia, che Ivano Picciallo, autore e interprete del testo, ha focalizzato la riflessione, chiedendosi quale fosse il senso di utilizzare la stessa parola per indicare sia l’attività dei bambini che calciano un pallone, sia gli adulti che passano ore davanti alle slot-machine.

Adelaide Di Bitonto, Giuseppe Innocente, Igor Petrotto, Ivano Picciallo e Francesco Zaccaro, della compagnia L’Mamand e I Nuovi Scalzi, raccontano la vita di Nicola dall’infanzia all’età adulta, attraversando quadri scenici per ogni fase dell’esistenza. Lo spettacolo ha vinto il Premio della Direzione della Nico Pepe al Premio Nazionale Giovani Realtà e Teatro e il Premio come miglior spettacolo 2017 al Roma Fringe Festival.

Abbiamo incontrato Ivano Picciallo pochi giorni prima della tappa Torritese.

LaV: A Sciuquè, già a partire dal titolo ci si potrebbe chiedere il motivo per cui è stata scelta una parola dialettale ad indicare il gioco…

Ivano Picciallo: Letteralmente significa “a giocare”. Lo spettacolo vuole analizzare il gioco nelle sue diverse forme e nelle varie fasi della vita. C’è anche un sottotitolo che è: Ai bambini non piace giocare da soli e neanche ai grandi. Abbiamo scoperto che è difficile giocare da soli. È dalla condivisione che viene fuori il gioco. Il dialetto lo abbiamo scelto per dare un colore genuino al titolo. La compagnia con cui stiamo girando è composta da due attori siciliani, due pugliesi e uno lucano. Inizialmente volevamo uniformare il linguaggio, magari rendere tutto in italiano, ma poi abbiamo scelto di utilizzare i nostri dialetti. È stato il modo migliore per dare verità al pubblico. Aggiunge una cifra di veridicità che altrimenti sarebbe andata perduta.

LaV: Che tipo di risposta avete percepito nel pubblico che ha già assistito allo spettacolo, visto che si parla di un argomento che ha un rilievo sociale molto particolare?

IP: Lo spettacolo in fondo è molto semplice, anche nella sua forma. Risponde a una domanda semplice che è trasversale: cosa si intende quando si dice “andiamo a giocare?”. È una domanda che ha colpito tutti. Tutti si sono trovati a giocare da bambini, adulti e adolescenti. Eravamo spaventati per l’elemento linguistico, perché recitiamo con gli accenti dei nostri dialetti, e invece ci siamo accorti che più ci allontaniamo dalle nostre regioni e più il riscontro è positivo. Forse perché la gente si riconosce in questi cliché, in questi colori, e quindi si diverte. Lo spettacolo anche rispetto alla tematica sociale è molto cauto.  Non facciamo inchiesta su questa piaga, ma ci soffermiamo sul concetto di gioco, sulla domanda “cos’è il gioco?”, e sul modo con il quale noi la intendiamo.

LaV: Perché secondo te, dalle statistiche notiamo che la ludopatia è in crescita negli adolescenti, nei sedicenni, perché c’è questo trend malauguratamente positivo tra i più giovani?

IP: Siamo passati dall’analogico al digitale in tutti i campi della nostra vita. Il gioco digitale è schermato, ci isola. Fino agli anni ’90 il gioco era profondamente connesso alla condivisione e ai rapporti interpersonali. Il protagonista dello spettacolo ricorda scene degli anni ’80 e ’90 in cui i bambini giocavano in strada: oggi i bambini non giocano più in strada, si gioca su internet e in questo mondo virtuale si agevola l’isolamento. Lo stesso che incontrano i grandi che giocano alle macchinette…

LaV: E in questo senso la pratica teatrale può essere considerata “gioco”?

IP: Questo spettacolo è stato di fatto un gioco. È nato come monologo. Poi solo successivamente abbiamo iniziato ad aggiungere gli altri attori, che si sono inseriti nel flusso scenico attraverso l’improvvisazione, il piacere di condividere il gioco del teatro.

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Il terremoto geopolitico in Medioriente raccontato nel libro di Nicola Censini

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano Il terremoto geopolitico che si è registrato negli ultimi anni a seguito delle Primavere Arabe…

Branded content a cura di Valdichiana Media e Università Telematica Pegaso – Sede di Montepulciano


Il terremoto geopolitico che si è registrato negli ultimi anni a seguito delle Primavere Arabe ha messo in discussione un intero assetto regionale. A distanza di pochi anni, molti dei paesi interessati dalle sommosse presentano ancora forti elementi d’instabilità e di precarietà. In molti casi sono ancora in corso guerre o aspri conflitti interni e, talvolta, anche i vari sistemi istituzionali, politici ed economici appaiono modesti o precari.

Le sommosse, nei Paesi nel quadrante mediorientale, cominciarono nel dicembre 2010 in seguito alla protesta estrema del tunisino Mohamed Bouazizi che si dette fuoco in seguito a maltrattamenti subìti da parte della polizia e il cui gesto innescò l’intero moto di rivolta tramutatosi nella cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini. Per le stesse ragioni, un effetto domino si propagò ad altri Paesi del mondo arabo e della regione del Nord Africa, in molti casi i giorni più accesi, o quelli dai quali prese avvio la rivolta, sono stati chiamati giorni della rabbia o con nomi simili.

Le proteste colpirono non solo Paesi Arabi, ma anche alcuni Stati non arabi, come nel caso della Repubblica Islamica dell’Iran che ha in un certo senso anticipato la primavera araba con le proteste post-elettorali del 2009-2010; i due casi hanno in comune l’uso di tecniche di resistenza civile, come scioperi, manifestazioni, marce e cortei e talvolta anche atti estremi come suicidi.

I fattori che hanno portato alle proteste iniziali sono numerosi e comprendono la corruzione, l’assenza della libertà individuale, la violazione dei diritti umani e la mancanza di interesse per le condizioni di vita, molto dure, che in molti casi rasentano la povertà estrema. Delle rivolte hanno poi cercato di approfittarne movimenti estremisti e terroristici di matrice islamica, come i Fratelli Musulmani che con trucchi, intimidazioni e corruzioni, sono riusciti anche a prendere il potere in alcuni stati, riportando in vigore assurde leggi ancora più opprimenti e antiquate. Anche la crescita del prezzo dei generi alimentari.

Questo scenario è stato esaminato da Nicola Censini, dottorato di ricerca in Geopolitica presso l’Università di Pisa, nel suo secondo libro ‘Le frontiere del quadrante mediorientale’ edito da Aracne e presentato a Montepulciano nei giorni scorsi alla presenza dell’Ambasciatore Roberto Falaschi e del Consigliere Grand’ufficiale della Repubblica Fabrizio Nevola.

Per la scrittura del suo nuovo libro, Nicola non si è soffermato solo sulle situazioni che ci sono in Tunisia, Libia o Egitto, ma ha studiato anche la situazione del Bahrein, uno Stato molto piccolo, ma dalle dinamiche interessanti governato da una dinastia sunnita in un Paese a maggioranza sciita, e dell’Oman, Stato ibadita, ossia governato da un partito che discende dalla lotta fra sunniti e sciiti, agli inizi della storia islamica.

Il volume di Nicola va ad analizzare non solo i cambiamenti che si sono verificati nell’ambito del quadrante mediorientale del Mediterraneo allargato all’indomani delle rivolte arabe, ma in prospettiva anche i lineamenti del nuovo scenario mondiale, sempre più multipolare e ancora in cerca di un suo equilibrio.

Sul ruolo che l’Italia ha in tutto questo ‘scenario’, anche se parlare di scenario in questo momento è molto difficile, ne hanno parlato l’Ambasciatore Falaschi e il Consigliere Nevola, i quali hanno ribadito il fatto che il ruolo del nostro Paese è molto marginale perché c’è la necessità di avere una politica interna più forte e una politica internazionale che desse la possibilità di affrontare certi scenari con determinazione ed efficacia.

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I DaBoot e la mototerapia

Fra i bolidi in esposizione e gli spettacoli acrobatici su due e quattro ruote, allo Show dei motori che si è svolto al Centro affari di Arezzo dal 6 all’8…

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Fra i bolidi in esposizione e gli spettacoli acrobatici su due e quattro ruote, allo Show dei motori che si è svolto al Centro affari di Arezzo dal 6 all’8 aprile c’erano anche i ragazzi del Team DaBoot freestyle.

Sono ragazzi che si divertono a fare acrobazie in aria con la moto da cross, saltando da una rampa che li proietta a 10 metri d’altezza e non contenti si mettono anche a fare capriole e giri della morte. L’adrenalina che trasmettono è tantissima. Il rombo dei motori e lo scoppio delle marmitte ti entra nel cervello in un misto di fascino e timore; lo spostamento d’aria che si sente fra i capelli quando sfrecciano sulle rampe fa venire i brividi e quando si alzano gli occhi al cielo per vedere il risultato della loro passione e della loro follia, dentro di te qualcosa esplode. Succede a chiunque. Anche ai ragazzi diversamente abili che vedo a bordo-pista, che, come tutti gli spettatori, in un vero e proprio stato di estasi tendono le braccia in attesa che i piloti sfreccino accanto alle loro mani per battere il cinque.

I DaBoot sono degli eroi. Proprio come quelli dei fumetti: con la maschera e la tuta. Ma non tanto per quello che riescono a fare in aria, quanto per la gioia che trasmettono ai ragazzi con disabilità attraverso la mototerapia.

Si tratta un progetto nato nel 2012 grazie a uno dei membri del team: Vanni Oddera. Consiste nel condividere la passione per la moto con i ragazzi disabili, passare una giornata assieme a loro ed immergerli nel mondo del freestyle motocross, facendoli divertire e facendo loro trascorrere una giornata da veri riders.

Vado a parlare con i tre motociclisti al termine della loro esibizione. Mi parlano delle loro esperienze e mi spiegano della mototerapia.

«Ovunque andiamo nel mondo a fare i nostri show chiediamo alle associazioni per ragazzi diversamente abili di partecipare. Si vedono lo spettacolo in prima fila, a pochi centimetri dalle moto che sfrecciano e volano. Poi, quando finiamo di saltare li montiamo in sella con noi e li portiamo in giro per la pista. Vista da lontano sembra una gita romantica, dove due persone che si vogliono bene attraversano collinette e saliscendi al tramonto»

E loro come reagiscono?

«Esplodono di gioia. Fra le vibrazioni della moto, il chiasso assordante della marmitta e del motore, la musica a tutto volume iniziano a ridere come matti, urlano e piangono di felicità. Tanti quando scendono iniziano a saltellare e a gridare “è la cosa più bella della mia vita”. Provano cose che li rendono davvero felici. Per noi è un gesto semplicissimo, non ci costa niente, ma ci riempie di orgoglio e pace»

Convincete i nostri lettori e le associazioni per disabili a provare la vostra terapia.

«Bèh, facciamo tanti show all’anno e in tutto il mondo, ormai dal 2012, e sempre più ragazzi partecipano, perché genitori e assistenti provano sulla propria pelle e soprattutto su quella dei figli i risultati, i miglioramenti. Non è una medicina scientifica, ma riusciamo a infondere gioia ed emozioni fortissime a chi è meno fortunato di noi. È una cosa che fa sentire più umani»

Il Team DaBoot raggruppa i migliori giovani italiani nella disciplina acrobatica del freestyle e permette loro di esibirsi nel mondo alle più importanti competizioni. Fra questi pazzi c’è anche Davide Rossi, casentinese di Pratovecchio. È uno dei più giovani piloti della squadra DaBoot e arriva direttamente dalla FMX school di Alvaro Dal Farra, grandissimo freestyler. Nel 2017 è stato selezionato fra i 15 top riders al mondo per competere in una delle tre gare di freestyle MX più prestigiose del panorama, i Nitro World Games organizzati a Salt Lake City da Travis Pastrana, il più grande di tutti i tempi. Mi sono fatto raccontare la sua esperienza.

«Ho iniziato a saltare nel 2012. Vengo dal motocross e dall’enduro, un background che mi ha aiutato moltissimo. Il fascino del freestyle mi ha conquistato da subito, dalla prima volta che ho visto un pilota fare evoluzioni per aria. Allora mi sono trasferito a Belluno dove ho studiato in una scuola acrobatica. E da qui è iniziato tutto. Eventi, competizioni, tappe in giro per il mondo. Adesso è come una droga. Più salto e più vorrei saltare. È un’emozione che ti riempie anima e corpo ogni volta che ti sollevi dalla rampa di lancio»

Partecipi alla mototerapia?

«Certo! Le prime volte per me era molto dura, oltre che tanto emozionante. Poi ti accorgi di imparare da loro. Ci lamentiamo per la macchina nuova o il cellulare da cambiare perché è uscito il nuovo modello. Loro, con tutte le difficoltà della vita, riescono ad essere felici semplicemente stando in sella alla moto abbracciati a noi per 10 minuti. Bisogna ringraziarli, perché davvero ci insegnano tantissimo. È un’esperienza forte. All’inizio avevo il magone. Mi rendevo conto di quanto fosse difficile per loro e per i genitori. Adesso mi sento partecipe di un momento felice della vita di alcune persone. È stupendo»

Com’è Trevis Pastrana?

«Ho gareggiato nel suo circuito. È una persona speciale. Cordiale e gentilissima. Al termine della sessione è venuto a ringraziarci per essere venuti dall’Italia, nonostante che lui ci avesse concesso il privilegio di partecipare»

Mi ricordo del primo double back flip nella storia di questo sport. Eseguito proprio da Travis. Quanto ti manca per arrivare a quel livello?

«Vediamo… Ho degli obiettivi importanti e farò di tutto per raggiungerli. Sono scaramantico, perciò non dico nulla di più. Però il 14 luglio a Pratovecchio organizzo un evento di freestyle. Siete tutti invitati!»

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Racconti di veglia: il Gatto Mammone

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Ninna nanna, ninna oh, questo bimbo a chi lo do? Lo darò al gatto mammone che lo mangia in…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Ninna nanna, ninna oh,
questo bimbo a chi lo do?

Lo darò al gatto mammone
che lo mangia in un boccone.”

Questa ninna nanna è una delle innumerevoli versioni che ci venivano cantate, con la speranza di farci addormentare, ma con il timore di ottenere l’effetto opposto, come accadeva anche per la Marroca. Questa volta però parliamo di una creatura fantastica più facile da identificare e di più ampia diffusione: il Gatto Mammone (oppure, nella versione femminile, la Gatta Mammona).

Testimonianze e diffusione

Chiamato anche Re Dei Gatti, il Gatto Mammone è una creatura magica della tradizione popolare conosciuta in molte regioni italiane, il cui aspetto assomiglia a un enorme gatto dai connotati terrificanti. Un grande felino che spaventa le mandrie al pascolo, predatore malefico di bambini, il cui nome si riferisce chiaramente a “Mammona”, un demone originario delle civiltà mesopotamiche. Viene generalmente descritto come un gatto completamente nero, ma a volte è caratterizzato dalla presenza di una “emme” bianca sul muso.

Anche se viene inteso come una creatura malvagia, in alcuni racconti il Gatto Mammone viene invece descritto come uno spirito positivo, una sorta di famiglio protettore capace di resistere ai malefici e alle stregonerie: fin dall’antichità, infatti, il gatto è stato di sovente accomunato a credenze esoteriche, come se fosse capace di collegare il mondo dei vivi a quello dei morti, fedele compagno di maghi e fattucchiere.

Il Gatto Mammone non è comunque un semplice gatto, ma presenta elementi magici molto marcati. È una creatura potente, presente nella tradizione fiabesca italiana, in cui viene evocato come monito per spaventare i bambini e per non farli allontanare dai luoghi considerati sicuri. Lo spauracchio è sempre il solito: se non ci si comporta bene saremo puniti da questa creatura. Compare spesso anche nella letteratura italiana (Il Milione di Marco Polo) e in quella tedesca (il Faust di Goethe), addirittura nelle leggende arturiane, come accompagnatore dei cavalieri della tavola rotonda.

In Valdichiana la credenza vede il Gatto Mammone come una creatura incline a vivere nei luoghi bui e isolati,cercando soprattutto bambini cattivi da mettere sotto i denti. Veniva usato anche come spauracchio per non far avvicinare troppi i bimbi piccoli ai gatti randagi per paura di un comportamento sbagliato e il rischio di graffi: “Lascia stare i gatti che sono del Gatto Mammone”.

La presenza di questo animale fantastico nella tradizione popolare è ben documentata anche in Sardegna: per esempio, in provincia di Nuoro, viene chiamato Maimòne e utilizzato come fantoccio per simboleggiare il Carnevale, un gigantesco gatto malevolo che punisce chi non rispetta la sacralità dei giorni di festa. Oppure a Iglesias, dove la “Fontana su Maimoni” mette in relazione questa creatura alle divinità acquatiche ricorrenti in tutta l’isola.

Alla figura del Gatto Mammone fanno riferimento anche le testimonianze in provincia di Belluno, che parlano di un mostruoso felino che era solito spaventare le mucche al pascolo. A tal proposito lo scrittore Dino Buzzati scrisse un commento divertito, ritenendo i racconti frutto di fantasia:

«Ancora nel 1968 venne comunicata ai giornali la fuggevole comparsa, in quel di Cesio Maggiore (Belluno) del Gatto Mammone, che si limitò a spaventare un gruppo di mucche al pascolo. Ma la più parte dei naturalisti è incline a ritenerlo una pura fantasia. Dobbiamo dunque pensare che la signora Serafina Dal Pont sia rimasta vittima di un’allucinazione? Già molto avanti in età, diciamo pure oltre i novanta, siamo riusciti a rintracciarla, nella fattoria di Faverga che da secoli appartiene alla famiglia. La sordità ha reso piuttosto precario il colloquio; tuttavia mi è parso di capire che Dal Pont ribadisce con fermezza, quasi con rabbia, la verità dell’incidente, che avrebbe potuto avere tragiche conseguenze. A sentir lei, Santa Rita sarebbe comparsa sotto forma di un grossissimo topo il quale distrasse l’attenzione del mostro che si mise a inseguirlo attraverso la campagna, sottraendosi ben presto alla vista.»

Oltre alla tipica forma del felino, questa creatura potrebbe comparire anche con la forma di una scimmia. In Puglia, infatti, il termine “Mamone” o “Mamàun”, oltre a essere utilizzato come aggettivo per i bambini monelli, viene usato anche con il significato di buon auspicio e soprattutto di scimmia, mandrillo o babbuino. Nell’antichità il termine Mammona si riferiva a un tipo di scimmia chiamato Papio Maimon, antenato del babbuino, come indicato dal dizionario “Milanese Italiano” di Francesco Cherubini del 1841.

Mammone: gatto o scimmia?

Infine, un ulteriore elemento rende ancora più misteriosa e affascinante la figura del Gatto Mammone, ovvero la possibilità di assumere forma umana. Alla fine del XVIII secolo le imprese del bandito Gaetano Coletta nel regno borbonico furono talmente sanguinare da valergli il soprannome di Mammone, tanto che alcuni lo consideravano come l’impersonificazione stessa del mostro.

Caratteristiche e analisi

Il Gatto Mammone non è semplicemente un gatto, che come abbiamo già detto è una creatura presente fin dal culto egizio nelle credenze esoteriche legate all’aldilà. Questa creatura è fortemente legata a Mammone, che non significa “eccessivamente attaccato alla mamma”, ma ha invece oscuri significati legati alle credenze demoniache.

« Non potete servire a Dio e a Mammona»
(Gesù, in Mt 6,24 e nel Lc 16,13)

Il termine deriva probabilmente dalla lingua aramaica ed è presente fin dai tempi delle culture mesopotamiche come demonio dai tratti negativi. Con l’avvento del cristianesimo il termine è andato a identificare un attributo del Demonio, come accaduto per altre divinità pagane, e nello specifico come demone della ricchezza e dell’avarizia; viene riferito nel Nuovo Testamento per indicare il profitto materiale, l’accumulo in maniera disonesta di ricchezze e lo spreco in lussi inutili.

La presenza della lettera “emme” sulla fronte del Gatto Mammone ha molti significati, che si riferiscono alla natura magica di questa creatura. In alcune leggende legate al Natale, questo marchio deriverebbe dall’aiuto offerto da un micio nel riscaldare Gesù bambino mentre si trovava nella mangiatoia: Maria avrebbe premiato e ringraziato il gatto lasciando come marchio sulla sua fronte l’iniziale del proprio nome.

Un’altra storia dal mondo islamico racconta che Maometto aveva un gatto di nome Muezza. Il gatto una volta gli salvò la vita, ferendo un serpente che voleva attaccarlo. La lettera sulla fronte servirebbe quindi a ricordare che Maometto amava i gatti e che questi animali dovrebbero sempre essere rispettati. I cabalisti ebraici riconosco in questo simbolo una delle “lettere madri”, manifestazione cosmica, simbolo di disincarnazione materiale, di distacco dal tutto ciò che è corruttibile, e dalla morte mistica.

Un ulteriore elemento dalla tradizione orientale è quello di riferire la lettera come iniziale di “Majin”, una parola giapponese composta da due kanji, di cui il primo, “Ma” significa “demone”, e il secondo, “Jin”, significa “dio”. La parola “Majin” quindi può significare “dio-demonio” o anche “dio malvagio” ma spesso in giapponese, una parola composta da due kanji dal significato diametralmente opposto, può voler indicare la duplicità dei significati per il medesimo soggetto. Nel caso in esame si può dire che il termine “Majin” voglia dire “un dio E un demonio” oppure “un dio O un demonio” ed è proprio questa l’accezione più corretta per il nome di questa entità, che può creare e distruggere la fortuna di un individuo.

Il Gatto Mammone sembra quindi, a tutti gli effetti, un felino dagli immensi poteri magici che può compiere stregonerie nocive agli esseri umani, oppure proteggerli grazie alle sue conoscenze esoteriche. In questo senso la sua figura assomiglia molto a quella del Re dei Gatti, ampiamente presente nella tradizioni popolari europee e nella letteratura fiabesca arrivata fino ai giorni nostri (basti pensare al Gatto con gli Stivali). Oltre alla fiaba tramandata da Giovanni Francesco Straparola nel 1550 e successivamente da Perrault, il Re dei Gatti viene nominato nelle tante versioni di “Fiabe dei Gatti”, nella seconda metà del 1800, a partire da “La Bella Caterina” di Vittorio Imbriani, inserita nella raccolta dialettale “Sessanta novelle popolari montalesi” di Gherardo Nerucci, fino ad arrivare alla versione tradotta in italiano da Italo Calvino.

La dinamica di queste fiabe è sempre la stessa, come nella più famosa “Cenerentola”: madri e sorelle terribili vessano costantemente la bella e buona figlia minore, fino a che essa, per obbligo o fatalità, chiede aiuto al Palazzo delle Fate, abitato da dei gatti. La bella Caterina si ritrova ad aiutare i felini nelle varie faccende, senza che le fosse richiesto, finché viene portata di fronte al Re dei Gatti, che le dona ricchezza in cambio dell’aiuto ricevuto. A quel punto la sorella cattiva, gelosa di Caterina, si reca al Palazzo delle Fate a reclamare oro e ricchezze, offendendo e picchiando gli abitanti del palazzo, venendo quindi punita dal Re dei Gatti in maniera atroce per aver peccato di avarizia e cattiveria. In tutti questi casi, siamo di fronte a gatti con poteri magici capaci di cambiare la fortuna di coloro che li incontrano, portando ricchezze o salvezza ai meritevoli, punendo severamente chi non si è invece comportato bene.

Influenze nella cultura pop

Considerando tutti gli aspetti caratteristici del Gatto Mammone fin qui elencati, si può intuire la sua vastissima influenza nella cultura di massa, grazie alla già nutrita presenza nella tradizione fiabesca e letteraria europea. Oltre al già citato Gatto con gli Stivali, si possono notare molte caratteristiche in comune con lo StregattoGatto del Chesire – di Alice nel paese delle Meraviglie: una creatura allucinante e incomprensibile, capace di diventare invisibile.

Lo Stregatto – Chesire Cat

Altre somiglianze si possono notare con Tevildo, signore dei Gatti Mannari, raccontato da Tolkien nel mondo in cui è ambientato “Il Signore degli Anelli”:

« Tevildo era un gatto potente — il più potente di tutti — e posseduto da uno spirito malvagio, come dicono certuni, che stava costantemente al seguito di Melkor; tutti gli altri gatti erano suoi sudditi, e lui e i suoi soggetti erano i cacciatori e i procacciatori di carne per la tavola di Melko e i frequenti banchetti. Per questo ancora c’è odio fra gli Elfi e tutti i gatti, perfino oggi che Melkor non regna più e i suoi animali hanno ormai scarsa importanza. »

Particolarmente interessante è la presenza di gatti magici nella cultura giapponese dei manga e degli anime, soprattutto in quelli che attingono a piene mani dal folclore nipponico. Personaggi legati al Re dei Gatti o al Gatto Mammone possono essere trovati nei film dello studio Ghibli, nelle opere di Rumiko Takahashi (Lamù e Ranma) e soprattutto in Doraemon: questo iconico protagonista è infatti un gatto magico che aiuta un ragazzino umano, salvandolo dai pericoli con i suoi poteri.

Doraemon, Gatto Mammone del futuro

Infine, relativamente alla tradizione del marchio sulla fronte del Gatto Mammone, uno dei più famosi esempi è sicuramente quello di Dragon Ball. Majin Bu è uno degli antagonisti che sembra a tutti gli effetti una personificazione del Gatto Mammone: ha la lettera “emme” come simbolo, i suoi seguaci acquisiscono enormi poteri aggiuntivi grazie al marchio sulla fronte, il suo comportamento è un misto tra quello di un bambino goloso e quello di un felino, vede tutto come un gioco, è goloso e dormiglione.

Per finire, quindi, la figura del Gatto Mammone attraversa molti secoli di storia e diverse forme artistiche. Grazie ai suoi legami con la cultura esoterica ha interessato il paganesimo e il cristianesimo, le tradizioni popolari d’Italia e oltre. Una creatura magica che può diventare un potente alleato o un demone spietato, ma che cammina sempre accanto alla nostra storia, come cantavano Antonio Infantino e i Tarantolati di Tricarico.

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Dalla Valdichiana a Cambridge per un’edilizia più sostenibile: intervista a Giacomo Torelli

Innanzitutto, la presentazione: chi sei? Sono nato in Valdichiana, ad Acquaviva di Montepulciano per la precisione, dove ho le mie radici, gli amici di una vita e la mia famiglia….

Innanzitutto, la presentazione: chi sei?

Sono nato in Valdichiana, ad Acquaviva di Montepulciano per la precisione, dove ho le mie radici, gli amici di una vita e la mia famiglia. Sono cresciuto tra un picio al sugo e un bicchiere di vino, come tutti gli abitanti di questa terra meravigliosa. Ho frequentato il Liceo Scientifico di Montepulciano; in quel periodo ho trascorso molto più tempo a giocare a calcio, ascoltare musica e suonare la batteria che a studiare. Penso che quella del liceo sia stata una delle fasi che hanno formato di più la mia personalità: si entra da adolescenti e se ne esce di fatto adulti, passando attraverso la scoperta di sé stessi, dei propri interessi e soprattutto del nostro rapporto con gli altri. Sono ancora fortemente legato alla Valdichiana, ai suoi abitanti ed alle sue manifestazioni, prima fra tutte il Live Rock Festival di Acquaviva, al quale cerco di dare ancora un piccolo contributo attivo ogni anno pianificando le mie ferie in anticipo.

Qual è stato il percorso che ti ha portato dalla Valdichiana a Cambridge?

Il percorso che mi ha portato dalla Valdichiana a Cambridge passa per tre città: Firenze, Londra e Manchester.

Ho conseguito una laurea triennale ed una laurea magistrale in Ingegneria Civile presso l’Università di Firenze, dove è nata la mia passione per la ricerca. Durante gli studi magistrali ho avuto la fantastica opportunità di studiare il comportamento sismico di edifici storici monumentali quali il Battistero di Firenze e la torre Cagnanesi a San Gimignano, in collaborazione con il dipartimento di Ingegneria dello UCL (University College London). Questa collaborazione mi ha permesso di lavorare alcuni mesi come ricercatore a Londra, dove il mio interesse per il mondo dei materiali e della ricerca in ingegneria strutturale si è invigorito ancor più.

A poche settimane dalla laurea magistrale sono partito per Manchester, dove ho ottenuto un dottorato in strutture dedicandomi al comportamento termomeccanico di centrali nucleari in calcestruzzo armato soggette a condizioni estreme. Durante gli ultimi due anni di dottorato a Manchester ho anche insegnato come docente del corso di Modellazione Parametrica di Strutture all’interno del corso di laurea triennale in Ingegneria Civile.

Tutto ciò mi ha portato, lo scorso novembre, a ad iniziare a lavorare all’Università di Cambridge come ricercatore associato.

Di cosa tratta il tuo progetto e come è nato?

Il progetto a cui lavoro, recentemente finanziato per circa 1.5 milioni di euro dall’ente pubblico EPSRC (Engineering and Physical Sciences Research Council), nasce da una delle più grandi sfide che ci troviamo ad affrontare ai giorni nostri: il contenimento della minaccia del riscaldamento globale. L’idea fondamentale della ricerca è contribuire alla lotta al riscaldamento globale minimizzando l’uso del cemento su scala mondiale.

Il calcestruzzo è un materiale straordinario ed indispensabile per l’umanità, con un consumo mondiale stimato superiore ai 20 miliardi di tonnellate ed in continua crescita. In altri termini, è la sostanza più utilizzata al mondo dopo l’acqua. È un materiale composito formato prevalentemente da particelle di sabbia e ghiaia tenute insieme da un legante, la cosiddetta pasta di cemento, composta a sua volta da cemento ed acqua. Il cemento è quindi l’ingrediente chiave del calcestruzzo che vediamo pressoché ovunque intorno a noi.
A livello globale, la produzione industriale di cemento è responsabile del 7-8% delle emissioni di CO2 (diossido di carbonio) connesse ad attività umane, ovvero un’enorme porzione delle emissioni totali. Essendo le emissioni di CO2 la causa principale del riscaldamento globale, ridurre l’uso di cemento a scala mondiale rappresenta un’assoluta priorità ambientale, un’incredibile opportunità per contenere il pericolo di surriscaldamento del nostro pianeta. Il progetto si basa sull’idea di sviluppare tecniche volte alla minimizzazione dell’uso del cemento su due diverse scale: quella materiale e quella strutturale.

Ridurre l’uso di cemento a scala materiale significa progettare delle “ricette” di calcestruzzo che consentano di ottenere un materiale di alta qualità pur riducendo il quantitativo di cemento nell’impasto. In particolare, cerchiamo di minimizzare in maniera sostanziale il contenuto in cemento mantenendo inalterate quelle proprietà che fanno del calcestruzzo un materiale unico: resistenza, inerzia termica e durabilità nel tempo. Tutte queste proprietà sono strettamente connesse al rapporto tra i quattro ingredienti principali, nonché alla presenza di specifici additivi organici che, introdotti in piccole quantità nel mix, modificano le prestazioni del prodotto finale. La natura composita del calcestruzzo e la molteplicità dei processi chimici e fisici che hanno luogo nell’impasto durante la fase di indurimento del materiale, fanno del rapporto tra ricetta e prestazioni un dilemma tanto complesso quanto affascinante. Il nostro approccio al problema si basa su analisi di carattere multidisciplinare che spaziano dallo studio dei processi chimici che avvengono nella fase di indurimento del calcestruzzo, a quello dei fenomeni di danneggiamento meccanico e diffusione di umidità e calore all’interno del materiale indurito.

In parallelo, lavoriamo allo sviluppo di tecnologie volte alla riduzione dell’uso di calcestruzzo, e quindi di cemento, a livello strutturale. Ossia, cerchiamo di formulare nuovi metodi di progettazione strutturale che consentano di minimizzare il volume totale di calcestruzzo impiegato in strutture quali travature di ponti ed edifici civili, mantenendo inalterate le prestazioni delle strutture stesse. Il problema principale degli attuali metodi di progettazione, riportati nelle norme tecniche attuali ed utilizzati dagli ingegneri strutturali di tutto il mondo, risiede nella pressoché assenza del concetto di progettazione strutturale sostenibile. Le pratiche progettuali attuali hanno infatti come unico obiettivo quello di garantire la resistenza, e quindi la sicurezza, di elementi strutturali quali travi, pilasti, solai e pareti in calcestruzzo: trascurano la necessità di minimizzare l’uso di calcestruzzo. Nel nostro dipartimento sperimentiamo metodi che consentano di ottimizzare la geometria degli elementi strutturali, sfruttando a fondo le caratteristiche intrinseche del calcestruzzo e utilizzandolo solo dove strettamente necessario. Concettualmente, è un’arte simile a quella della scultura: si toglie materia nelle zone in cui la sua presenza è superflua, dove non porta alcun tipo di beneficio.

Qual è l’impatto ambientale del cemento comunemente usato nelle costruzioni edilizie?

Un dato che non lascia spazio ad interpretazioni è il seguente: per produrre di 1000 chilogrammi di cemento Portland, il cemento comunemente usato nelle costruzioni edilizie, si immettono in atmosfera 913 chilogrammi di CO2.

L’origine di queste emissioni risiede nelle metodologie produttive. In particolare le emissioni totali possono essere scomposte in due contributi di entità paragonabile:

• Le emissioni indirette, connesse ai consumi energetici di estrazione, trasporto e lavorazione delle materie prime.
• Le emissioni dirette, dovute alla al rilascio chimico di CO2 da parte delle materie prime in fase di “cottura”.

La polvere grigia che chiamiamo cemento è ottenuta in stabilimenti industriali partendo da materie prime naturali: rocce calcaree ed argillose. Una volta estratte dalla cava e trasportate in stabilimento, calcare ed argilla vengono macinati finemente e cotti fino a temperature di 1350-1400°C. La fase di cottura ha il fine di innescare reazioni chimiche che conferiscono al materiale la proprietà di “legante”, ovvero la capacità di indurire se combinato con acqua, e rilasciano CO2. Il prodotto della cottura viene poi ulteriormente macinato e miscelato a piccole quantità di agenti secondari per ottenere polvere di cemento.

Pertanto la produzione industriale di cemento ed il suo impiego per la realizzazione di elementi strutturali in calcestruzzo possono essere visti come un processo di rimodellazione artificiale di materiali rocciosi presenti in natura. Questo processo può essere realizzato solo a fronte in un significativo impatto ambientale.

In che modo si può minimizzare l’impatto ambientale dell’edilizia?

Progettisti, committenti e urbanisti hanno a disposizione una moltitudine di strumenti per rendere i nostri edifici, le nostre infrastrutture ed i nostri agglomerati urbani più sostenibili, ovvero in grado di essere realizzati, fruiti e rigenerati senza pregiudicare l’uso delle risorse del territorio alle prossime generazioni.

Attualmente, il tema centrale e preminente è quello del contenimento delle emissioni di CO2 legate ad ognuna delle fasi che compongono il ciclo di vita dell’edificio: costruzione, uso e dismissione. Negli scorsi decenni ci si è prevalentemente concentrati sulla riduzione delle emissioni connesse alla fase di uso dell’edificio, ovvero quelle associate all’energia utilizzata per il riscaldamento, il condizionamento e l’illuminamento dell’edificio stesso. Ciò ha portato allo sviluppo di tecnologie rinnovabili all’avanguardia, tecniche di isolamento termico super efficienti e componenti impiantistici ad alte prestazioni che permettono di abbattere considerevolmente le emissioni in fase d’uso. D’altra parte, credo che ci sia ancora molta strada da fare per quanto riguarda le emissioni connesse alle fasi di costruzione e dismissione dell’edificio. Tali emissioni rappresentano ad oggi il 30-40% delle emissioni globali e, in virtù del continuo perfezionamento delle tecniche di efficientemente energetico, si prevede possano presto diventare il contributo più significativo delle emissioni totali. È in questo contesto, ed in particolare in quello delle emissioni legate alla fase di costruzione di edifici in calcestruzzo, che si inserisce il progetto di ricerca a cui lavoro a Cambridge.

Un altro grande tema e quello della crescita urbanistica. Una delle piaghe maggiori dei tempi odierni è lo sviluppo incontrollato, “a macchia d’olio”, delle nostre periferie urbane. La continua migrazione verso la città fa sì che queste si espandano consumando, progressivamente, sempre più terreno vergine, in maniera del tutto insostenibile. In Europa abbiamo eccellenti esempi di risposta a questa tendenza. Londra, ad esempio, si è dotata di una cintura verde, la cosiddetta “Green Belt”, oltre la quale ha deciso di non espandersi, e continua a rigenerarsi su sé stessa, andando a riqualificare le sue aree degradate e dismesse e completandosi dall’interno. È un’idea di una crescita per implosione, anziché per esplosione, che ha portato e sta portando ad uno sviluppo organico e sostenibile della città.

Quanto è importante intervenire al fine di rendere il settore edilizio più sostenibile?

È una questione morale ed etica: l’idea che i cambiamenti climatici e le risorse del pianeta che lasceremo ai nostri figli e nipoti dipenderanno da noi dovrebbe farci riflettere. In questo senso, il settore edilizio ha un’enorme responsabilità. Pensiamo ad esempio al riscaldamento globale. Per causa nostra, il mondo si sta riscaldando ad una velocità allarmante. Se non cambieremo il nostro comportamento il surriscaldamento potrebbe portare a conseguenze gravissime come scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello dei mari, l’inondazione di città costiere, l’inaridimento delle foreste, l’estinzione di specie animali e l’aumento di eventi climatici estremi. Purtroppo è impossibile sapere con certezza come cambierà il clima nel futuro, ma possiamo prospettare un ventaglio di possibilità. Le attuali proiezioni vedono le temperature del nostro pianeta aumentare di un valore compreso tra 2°C e 6°C nei prossimi 100 anni. In altri termini, lo scenario può variare da grave, ma sotto controllo, a catastrofico, e l’effettiva evoluzione del sistema Terra dipenderà in maniera sostanziale da come ci comporteremo nei prossimi decenni.


Fonti:

http://gtr.rcuk.ac.uk/projects?ref=EP%2FN017668%2F1
Giacomo Torelli

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