La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Dalle Olimpiadi invernali in Corea all’impresa della Uc Sinalunghese, il 2018 sportivo tra esoticità ed epicità

Per un nuovo anno che inizia, ce n’è un altro appena passato. Frase che può essere tranquillamente un nuovo proverbio, ma anche semplicemente una tautologia: fatto sta che è così,…

Per un nuovo anno che inizia, ce n’è un altro appena passato. Frase che può essere tranquillamente un nuovo proverbio, ma anche semplicemente una tautologia: fatto sta che è così, ed essendo così c’è anche quel primordiale istinto umano di ripercorrere tutto ciò che è successo nei 365 giorni precedenti.

Serviva semplicemente qualcosa con cui iniziare il pezzo.

Oggi però non vogliamo fare i conti con le vostre coscienze, né sapere cosa avete fatto di sbagliato nel 2018 e che nel 2019 assolutamente non ripeterete.

Siamo qui per guardare a ritroso, certamente, ma solo in chiave sportiva.

Rivivremo, dunque, alcune delle più grandiose imprese sportive tricolori, classificate secondo due criteri francamente poco oggettivi come l’epicità dell’accaduto e l’esoticità della manifestazione. Il livello di epicità è il frutto di un semplicissimo calcolo integrale biquadratico con scarto medio del rapporto tra il risultato dell’impresa e l’aspettativa che avevamo, (∂ + m) ψ = 0 in sostanza. L’esoticità, invece, deriva dalla semidifferenza tra la temperatura in gradi Celsius del luogo in cui sono avvenute le imprese e il livello di interesse mostrato dai quotidiani e dai telegiornali nei confronti dello sport praticato.

Siete pronti? Vedrete che sarà più semplice del previsto, anche se in matematica siete poco ferrati.

XXIII Giochi Oliplici invernali – La “Girl Power” italiana

Livello di esoticità: Pyeongchang

Epicità: 8

Le Olimpiadi Invernali sono quel compromesso tra la bellezza poetica della neve e lo sport. Citati in ordine non casuale. “Sarebbe davvero brutto non fare qualche evento mondiale sulla neve”, deve aver detto l’ideatore di questa manifestazione, giocando a palle di neve col proprio figlio.

In effetti, se non si nasce in montagna è davvero difficile appassionarsi agli sport invernali, a tal punto da seguire una competizione così varia ed incompresa come le Olimpiadi Invernali.

Ma per gli italiani, queste XXIII Olimpiadi Invernali in Corea del Sud hanno registrato uno dei risultati più simbolici dell’anno passato. Infatti, tra gender pay gap e diritti calpestati, sono state proprio le donne a portare in alto l’orgoglio italiano, conquistando gli unici tre ori della spedizione tricolore; inoltre, su 10 medaglie totali, ben 7 sono arrivate grazie a prestazioni “in rosa”.

Come non citare, allora, il tris oro-argento-bronzo di Arianna Fontana, campionessa di short track, disciplina sui pattini basata sulla velocità: Arianna ha battuto la padrona di casa Choi Min-jeong nei 500m, conquistando l’oro, per poi aggiungere al suo palmares l’argento nella staffetta e il bronzo nei 1000m.

Sofia Goggia invece, astro nascente dello sci italiano, è salita sul gradino più alto del podio della discesa libera, davanti alla norvegese Mowinkel e alla “fenomena” statunitense Lindsey Vonn: l’emozione per la sua prima Olimpiade è certificata dall’intervista sul pullman post-gara, in cui sembrava cullare quella medaglia così pesante come un figlio da proteggere.

Il terzo e ultimo oro è arrivato nello snowboard, grazie ad una giovane e sorridente Michela Moioli, prima italiana di sempre a conquistare una medaglia in questa specialità.

E allora l’immagine di questo esagerato trionfo targato donna non può che essere quella di Malagò, presidente del CONI, che per festeggiare le imprese delle azzurre prende Carolina Kostner e si scatena con lei sulle note di “Tu vuo’ fa l’americano”.

Un tributo alla forza di queste ragazze, un calcio alle differenze di genere. Che mette in secondo piano l’inadeguatezza del numero uno dello sport nei panni del ballerino.

Meeting de Atletismo Madrid – Tortu nella storia

Livello di esoticità: essere i protagonisti in una canzone di Samuele Bersani

Epicità: 9’’99

Nel 2002 Samuele Bersani cantava Che vita!, auspicando una lotta fratricida tra Pietro Mennea, primatista italiano nei 100m, e Sara Simeoni, campionessa di salto in alto, per diventare Presidente del Consiglio.

I due erano, e sono tutt’ora, il simbolo dell’atletica italiana, uno sport da sempre poco trattato dai rotocalchi patinati e dalle tv italiane. Chissà cosa avrà voluto dire il nostro Bersani: che la politica faceva schifo? Che lo sport sarebbe stato capace di smuovere le masse più di un politico? Entrambe le cose?

Fatto sta che, se il nostro Bersani avesse scritto la canzone sedici anni più tardi, sarebbe stato costretto ad aggiungere un contendente nella gara a fare il Presidente. Una tripartizione di meriti che ricorda molto la nostra situazione di governo, tra destra-sinistra e 5 stelle: ma tralasciamo, che siamo qui a parlare di sport.

Insomma, Bersani avrebbe sicuramente citato le gesta eroiche di Filippo Tortu, centometrista di chiare origini sarde, e lo avrebbe definito con ogni probabilità “l’atleta italiano del nuovo millenniu”, per fare assonanza nella canzone.

Scherzi a parte, Tortu ha compiuto un’impresa di dimensioni incommensurabili, imprevedibile e destinata all’eternità.

Perché quel record nei 100m di 10’’01 fissato a Città del Messico era come una pietra miliare dello sport italiano, inscalfibile; perché in pochi conoscevano un giovane nato nel 1998 di nome Filippo Tortu, e forse in meno sapevano che quel ragazzo era un prodigio dell’atletica leggera; infine, perché i 100m sono la gara sudamericana per antonomasia, a cui non siamo abituati ad accostare un italiano.

In un anonimo pomeriggio madrileno, mentre il mondo dei media stava sicuramente parlando di calciomercato e vacanze dei vip, Tortu ha abbattuto il muro dei 10 secondi, quel limite che Mennea sembrava aver reso invalicabile per un italiano.

Il suo 9’’99 ci trasporta dritti alla prossima Olimpiade, quando ai 100m, tra pelli nere e casacche giamaicane, potremo fare il tifo anche per un nostro connazionale.

Mondiali di pallavolo femminile – L’EGO NUovo del genere femminile

Livello di esoticità: Hamamatsu (che nella scala “esoticità” è un paio di gradini sotto Pyeongchang)

Epicità: 9

Perdonatemi per l’azzardato gioco di parole, ma ci ho studiato una settimana intera. Non sarebbe stato possibile parlare del cammino glorioso della nostra pallavolo femminile senza citare Paola “Paoletta” Egonu, che ne è stata il simbolo, sia tecnico che morale.

Ancora una volta stiamo ricordando il 2018 sportivo italiano grazie all’impresa di un gruppo di donne: speriamo che, a questo punto, non ci querelino per discriminazione al contrario. Ma ancora una volta dobbiamo ringraziare il genere femminile per esserci sentiti, tutti insieme, italiani, in un anno in cui la delusione più grande era stata proprio l’esclusione dai Mondiali di calcio in Russia.

Siamo un popolo che, in assenza di calcio, ha bisogno di fare il tifo per qualcuno, e stavolta è toccato alle ragazzine terribili di Davide Mazzanti. Una squadra giovanissima, talentuosa e multietnica, come conferma la presenza nella formazione iniziale di ben due giocatrici di colore: la scatenata Miriam Sylla, di origini ivoriane, e la poderosa Paola Egonu, nigeriana.

Le ragazze hanno passato le prime due fasi in scioltezza, vincendo tutte le partite e conquistandosi, pian piano, sempre più spazio tra giornali e notiziari: è come se tutti, giocatrici, media e spettatori insieme, avessero iniziato a percepire che stava accadendo qualcosa di epico. Le azzurre sono arrivate così alla finale con tutti i riflettori puntati addosso e, sulle spalle, le speranze di milioni di italiani, che si erano riscoperti in un battibaleno grandi conoscitori di parallele, pipes e mani-fuori.

La vera impresa però le italiane l’hanno fatta in semifinale, battendo la Cina per 3-2 al tiebreak grazie al doppio punto finale di Paola Egonu, che di questo Campionato Mondiale diventerà poi il miglior opposto e la “capocannoniera”, rubando un lemma al mondo del calcio. In finale, invece, nonostante una partita fenomenale e un parziale di 2-1, le azzurre hanno dovuto arrendersi alla strapotenza della Serbia e della loro miglior giocatrice, Tijana Bošković.

Un sogno fermatosi all’ultimo step, ma che ha il merito di aver risvegliato il popolo italiano, di averlo fatto sentire vivo in un’estate che si prospettava sportivamente torrida e priva di emozioni.

Ah!

Per non farsi mancare nulla, Paola Egonu ha anche dichiarato di avere una fidanzata, che l’ha aiutata a superare la delusione del mondiale. In un’intervista al Messaggero si legge: “Ho una fidanzata. Lo dico con grande semplicità? Infatti, lo trovo normale”. A 19 anni.

Una schiacciata coraggiosa non solo contro il razzismo, ma anche contro l’omofobia.

La sua potenza è talmente straripante che le avversarie, più che fare muro, sembrano proteggersi per non prendere la palla in faccia

Mondiali di bowling – L’Italia fa strike!

Livello di esoticità: perché, esiste una squadra italiana di bowling?

Epicità: error 404

“Abbiamo mangiato i loro panini e visto i loro film, li abbiamo visti volare a canestro e raggiungere la luna…”.

Citava così l’introduzione di Fabio Caressa alla partita dei Mondiali del 2006 tra Italia e Stati Uniti, un elenco di cose che di solito vediamo fare agli americani mentre noi ce ne stiamo lì, a guardare. Fosse stato lungimirante, avrebbe potuto aggiungere anche che probabilmente, se esiste il bowling in Italia, lo dobbiamo alle abitudini a stelle e strisce.

In questo senso, l’impresa compiuta dalla squadra maschile di bowling italiana assume contorni così epici che il mio contatore di epicità si è rotto, non potendo quantificare con un numero preciso la straordinarietà dell’evento.

I nostri eroi hanno un nome ed un cognome: Pierpaolo De Filippi, Antonino Fiorentino, Marco Parapini, Nicola Pongolini, Marco Reviglio e Erik Davolio, battendo prima il Canada (che sta sopra agli USA, quindi sono forti come gli americani) e poi gli USA, hanno conquistato un oro che rimarrà negli annali delle imprese che non ti aspetteresti mai.

Come se un italiano sconfiggesse un cinese a ping pong, come se un francese facesse una pizza più buona di un italiano, come se Donald Trump battesse Malala nella corsa al Nobel per la pace.

Mi piace pensare che i sei campioni del mondo abbiano imparato a giocare così bene a bowling quasi per caso, tra una Coca Cola e un hotdog alla multisala. Questo per dare coraggio a tutti voi lettori: magari non lo sapete, ma anche voi un giorno potreste laurearvi campioni del mondo in qualche sport, perfino a bowling. D’altronde quanti sabati, al Clevillage di Chianciano o in qualsiasi altra sala giochi, i vostri amici si sono congratulati con voi dopo uno spare fortunoso o uno strike con la palla più leggera?

Play off Eccellenza – La Sinalunghese è inDomabile

Livello di esoticità: poco, siamo a Sinalunga

Epicità: + ∞

Arriviamo alla fine di questa breve carrellata tornando vicino a noi.

Siamo La Valdichiana, non possiamo non inserire la Sinalunghese tra le imprese tricolori del 2018 appena finito. Una squadra, quella rossoblù, che a cavallo tra maggio e giugno ha dato vita ad un sogno, riunendo attorno a sé migliaia (migliaia!) di persone, dagli appassionati di calcio ai comuni cittadini.

La promozione in Serie D, la prima nella storia del club chianino, è arrivata dopo un lunghissimo campionato ed un’estenuante fase play off, in cui i ragazzi di mister Fani hanno battuto in successione Grassina, Porta Romana, Fortis Juventus, Pomezia e infine Classe.

Tantissimi i protagonisti del miracolo, dalla dirigenza all’immenso capitano Dario Calveri, dal tremendo francese Vasseur, che con una doppietta nella finale di andata ha steso il Classe, fino a Marini, autentica saracinesca di una squadra che ha dato tutto per raggiungere un obiettivo che all’inizio pareva una semplice suggestione d’inizio estate. Fondamentale, nelle ultime gare, è stato anche l’apporto di una tifoseria coloratissima e mai doma, che ha creato coreografie impensabili e spinto la Sinalunghese verso la sua prima partecipazione alla Serie D.

Balsamo per l’anima di un paese carente di coesione ed iniziativa.

Speriamo, allora, che anche nel 2019 lo sport italiano possa unirci e regalarci le stesse emozioni che ci hanno travolto nel 2018.

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Rivoluzione e creatività: creare per crescere – Il 2019 de La Valdichiana

Per La Valdichiana nata sotto il segno del Toro (3 maggio 2013) il 2019 si prospetta all’insegna della rivoluzione. Già nel 2018 questa rivoluzione si è cominciata ad affacciare sul…

Per La Valdichiana nata sotto il segno del Toro (3 maggio 2013) il 2019 si prospetta all’insegna della rivoluzione. Già nel 2018 questa rivoluzione si è cominciata ad affacciare sul nostro magazine con una veste grafica che ne ha migliorato l’impatto visivo, l’architettura delle categorie in cui sono racchiusi gli articoli e l’esperienza di lettura: pagine più veloci e più facili da leggere da smartphone e tablet, con un impianto pensato per mettere al centro storie e personaggi del territorio. Tutto questo tenendo sempre ben presente la promessa fatta al pubblico ben sei anni fa, ovvero quella di porci ai lettori come compagni affidabili al loro servizio.

Questo approccio, che è alla base della nostra linea editoriale, lo abbiamo perseguito fin dagli albori e continueremo a mantenerlo anche per il 2019, sia nei momenti di maggior successo che in quelli di maggior difficoltà, senza mai perdere di vista i valori che consideriamo fondanti per fare buon giornalismo.

Nel 2018, La Valdichiana ha inaugurato un negozio online che continuerà a essere operativo anche nel 2019. Un negozio virtuale dove il nostro pubblico può trovare ebook esclusivi e nuovi prodotti come ‘Il Mercante in Chiana’, il gioco di carte attraverso il quale vogliamo tutelare e tramandare le antiche tradizioni del nostro territorio.

L’esperienza del ‘Mercante in Chiana’, ideato e prodotto insieme ad Andrea Comunicazione, ci ha permesso di avviare nuove collaborazioni e approfondire la conoscenza di realtà locali dinamiche e creative. È anche grazie ai nostri partner che ci miglioriamo di anno in anno, per offrire servizi sempre migliori, informazioni più complete, esperienze più soddisfacenti e contenuti più complessi. Vogliamo essere portatori di un’esperienza che stimoli la crescita, la curiosità e la ricerca personale, sia del pubblico che della redazione stessa.

Uscendo dall’online e continuando la nostra rivoluzione, il 2019 è già partito con una grande novità: se il 2018 era iniziato con una veste grafica nuova, il 2019 è iniziato con una nuova sede operativa.La Valdichiana, infatti, si è trasferita a Chianciano Terme. Un ambiente a disposizione di tutti i membri della redazione per condividere e implementare idee, seguendo un modello di economia collaborativa in cui tutti offrono competenze, conoscenze, tempo, valori comuni e beni, con il fine ultimo di creare e quindi crescere.

Infine, ultimo ma non meno importante, per il 2019 continueremo a dare spazio all’arte e supportare i vostri progetti con tutte le nostre forze, perché l’arte, declinata in ogni sua sfaccettatura, riempie la nostra vita di significato.

D’altra parte, per La Valdichiana il 2018 è stato anche l’anno dei no, i famosi no che fanno crescere, che nel momento in cui li ricevi lasciano sconforto e confusione, ma che nel tempo si trasformano in insegnamenti di grande importanza.
Allo stesso tempo, però, proprio in virtù di questa crescita, cercheremo di fare in modo che il 2019 sia l’anno dei sì.  a mantenere un approccio positivo verso il mondo che ci circonda, sì ad un modello di giornalismo a cui aspiriamo e che perseguiamo dalla nostra nascita, a cercare sempre soluzioni nuove, a nuovi progetti, a guardare le cose da un’altra prospettiva e un enorme all’avere coraggio per superare i nostri limiti e a non arrendersi mai.

Tutti coloro che lavorano per La Valdichiana, giornalisti, redattori e collaboratori, nel 2019 si impegneranno perché questa rivoluzione, iniziata nel 2018, continui all’insegna della sperimentazione, del perfezionamento, della collaborazione e della creatività. Creare per crescere, perché come diceva Albert Einstein ‘La creatività non è altro che un’intelligenza che si diverte’.

La Valdichiana augura, seppur un po’ in ritardo, Buon 2019 a tutti! Se avete consigli, richieste o critiche, o più semplicemente volete parlare con noi, non esitate a contattarci.

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“Tutta Casa, Letto e Chiesa” al Poliziano – Intervista a Valentina Lodovini

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini,…

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini, le musiche di Maria Antonietta.

Il 9 marzo 1973 cinque uomini armati obbligano Franca Rame a salire su un furgoncino. Viene prima seviziata, la feriscono con una lametta, le spengono sigarette addosso, poi la stuprano a turno per ore. L’ambientazione storica è quella dell’Italia in piena strategia della tensione; Dario Fo e Franca Rame sono artisti schierati: hanno fondato un gruppo di lavoro chiamato La Comune che si esibisce nei circoli ARCI e nelle case del Popolo, coordinano l’organizzazione Soccorso Rosso Militante, che fornisce supporti agli operai in lotta nelle fabbriche italiane e già nel 1962 si erano fatti cacciare dalla RAI per aver inserito nella scaletta di Canzonissima uno sketch giudicato eccessivamente polemico. Nel 1970 hanno portato in scena Morte Accidentale di un Anarchico, sposando apertamente la tesi dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, per i fatti della notte del 15 dicembre 1969. Gli aggressori sono componenti di cellule organizzate neofasciste. L’azione si configurava come una vera e propria spedizione punitiva, per colpire la parte “debole” della coppia di “compagni”.

Dopo questo evento Franca Rame, con il marito Dario Fo, non si arrendono. Scrivono altri testi, molti dei quali decisamente impegnati, tra cui uno, supportato dal crescente movimento femminista e dalle conquiste civili. Si intitola Tutta Casa, Letto e Chiesa. È uno spettacolo focalizzato sulla condizione femminile, sulla servitù della donna, sulla condizione prostrabile e subalterna del femminile nel dominio fallico della cultura occidentale. Un testo che viene rappresentato per la prima volta nel 1977 alla Palazzina Liberty di Milano, ma che nel 2019, invece di mostrare la sua senescenza, si accende di fuoco nuovo, preme le dita contro argomenti che ancora creano disturbo politico, ancora svelano inadeguatezze e problematiche di genere (e pure sessuali) malauguratamente presenti nel tempo presente.

A portarlo in scena oggi è Valentina Lodovini, uno dei volti più noti – e più belli – del panorama teatrale e cinematografico italiano. Passerà anche al Teatro Poliziano giovedì 10 gennaio. Le abbiamo fatto alcune domande.

LaV: Portando in scena un testo interpretato da una gigante del teatro come Franca Rame, hai mai sentito il peso della responsabilità di interpretare le parti di Tutta casa, letto e chiesa?

Valentina Lodovini: No. Questa paranoia non me la faccio. C’ho pensato all’inizio però ogni sera quando sono in scena penso solo al mio pubblico e basta.

LaV: Tra i vari commenti allo spettacolo, ovviamente in maggioranza positivi, c’è anche qualcuno che allude al fatto che tu parli di una sofferenza femminile dalla “posizione privilegiata di sex symbol”: ecco che cosa risponderesti a questa velata accusa?

Valentina Lodovini: Diciamo pure che anche Franca Rame era una sex symbol. Sinceramente questo tipo di pensieri mi spiazzano. Il discorso è proprio limitante. La mia testa non funziona così: io non ho pregiudizi, non ho mai fatto distinzioni tra bello e brutto, non percepisco questa difficoltà. Forse  in Italia se fai questo mestiere e sei bella dai fastidio. Negli altri paesi non è così. La bellezza si apprezza e basta. Noi, in fondo, siamo alla ricerca della bellezza sempre, chiunque di noi, anche semplicemente nella scelta del ristorante in cui andare a cena. Ricerchiamo costantemente il bello. Soltanto in Italia si fanno questi problemi, forse perché siamo abituati alla bellezza, visto che cresciamo in mezzo all’arte… ma io, ecco, me ne sono sempre fregata. Chiariamo: nello spettacolo sono in sottoveste perché i quattro personaggi che interpreto, all’interno del testo, sono in sottoveste: una fa sesso, un’altra si è appena svegliata, un’altra lo dice proprio «sono in déshabillé», sicché è una questione di coerenza con quello che si racconta e che si rappresenta. Sarebbe stupido far alzare una da letto con la tuta da sci, no? … vabbè poi magari mi stava bene pure la tuta da sci e quindi avrebbero avuto lo stesso da ridire… comunque questi discorsi lasciano il tempo che trovano: il mio mestiere è altro. Sono lusingata del fatto che piaccia. In ogni caso, se qualcuno pensa che per essere brava devi essere brutta forse il problema è loro.

LaV: Se si leggono commenti sui social, specie in relazione ai recenti fatti legati al movimento #metoo, l’umanità media in Italia è abbastanza sconfortante: rancorosa, cinica, portatrice d’odio, aggressiva, sessuofobica, violentemente patriarcale: il teatro – specie quando è teatro civile, engagé – è uno strumento di analisi. Serve a sondare i sentori del pubblico vivo, ché forse i commenti online distorcono. Come ti sembra abbia risposto finora il pubblico vivo, di fronte a queste tematiche?

Valentina Lodovini: In molti modi diversi. Nel pubblico teatrale c’è di tutto. C’è da una parte un’intelligenza viva, preziosissima, straordinaria, che risponde bene, e c’è dall’altra una chiusura mentale, purtroppo, molto meno brillante. C’è tutto quello che esiste nel paese reale. È un testo che tira fuori le cose, è inattaccabile. Ha dentro anche la commedia, fa ridere e fa riflettere, stimola il pubblico a reagire in modi diversi e confrontare le emozioni. C’è quindi una scissione ogni sera.

LaV: Ti sei diplomata al centro sperimentale di cinematografia di Roma. Hai modulato le pratiche rappresentative per la camera, e quindi per il cinema: questa cosa ti ha condizionata in qualche modo nella recitazione praticata su un palco scenico, di fronte a un pubblico presente?

Valentina Lodovini: No. Anzitutto io ho fatto un’accademia di teatro prima di fare il CSC. Comunque il Centro lavora a trecentosessanta gradi sulla formazione degli attori. È un po’ ingannevole, un po’ riduttivo, pensare che il Centro lavori solo sul cinema. Dura tre anni e mezzo e fornisce tutti gli strumenti per fare al meglio questo mestiere. Io so adeguarmi a tutti i tipi di linguaggio, conosco le regole – poi magari decido di romperle – però il mio mestiere lo so fare molto bene, se mi chiedono di declamare dei versi li declamo. Nulla è lasciato al caso. Anche in questo spettacolo qua c’è una precisa scelta mia, solo mia, di recitazione e di interpretazione. Può piacere o non piacere, però è stata una scelta. C’è una scelta ben precisa sia sul linguaggio usato, sia con la distanza che viene posta tra me e Franca Rame. Nulla è lasciato al caso. Per me non c’è differenza tra cinema e teatro, si tratta solo di come si sceglie di sfruttare il mestiere.

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Il rock senza compromessi degli One Dimensional Man al GB20 di Montepulciano

Ai cultori del rock alternativo italiano, il nome One Dimensional Man sicuramente dirà ben più di qualcosa, così come il nome di Pierpaolo Capovilla, fondatore proprio di questa formazione che animerà la…

Ai cultori del rock alternativo italiano, il nome One Dimensional Man sicuramente dirà ben più di qualcosa, così come il nome di Pierpaolo Capovilla, fondatore proprio di questa formazione che animerà la serata di sabato 12 Gennaio al GB20 di Montepulciano; Capovilla, è anche, tra l’altro fondatore e frontman dei celebri Il Teatro degli Orrori.

Gli One Dimensional Man sono attivi da più di vent’anni e tra numerosi cambi di formazione, sei album e una pausa nei primi anni 2000, per dare spazio a Il Teatro degli Orrori, la cifra stilistica è sempre rimasta quella: un rock senza velleità commerciali, ma duro e puro, scegliendo una visione dell’attualità da un punto di vista sociale e schierandosi dalla parte degli emarginati e di chi ogni giorno si sente escluso da questo mondo che gira vorticosamente verso individualismo, narcisismo e indifferenza. Una scelta narrativa che ha sempre caratterizzato Pierpaolo Capovilla, in fondo, sia nella musica, che nei suoi spettacoli dedicati alla lettura di poesie (due sono i reading da lui fatti nel corso degli anni, dedicati alle poesie di Majakovskij e di Pasolini).

La formazione attuale vede l’inossidabile Capovilla al basso e alla voce, Carlo Veneziano alla chitarra e Francesco Valente alla batteria. L’ultimo album, “You Don’t Exist” (pubblicato dall’etichetta La Tempesta) è uscito il 23 Febbraio 2018, le cui registrazioni e il mixaggio sono stati curati dalla band stessa e da Federico Grella, presso i Dirty Sound Studios di Verona. Il mastering è stato curato da Tommaso Benedetto degli YourOhm Studio B di Pordenone. Il disco si contraddistingue per una sonorità più dura rispetto ai predecessori, con influenze più hardcore, tornando così alle radici sonore dei primi One Dimensional Man, che come abbiamo detto in precedenza, ora più che mai non cercano nessun compromesso, nessuna esigenza di svendersi al mercato, ma vogliono raccontare tutto da una prospettiva vera e anche, se vogliamo, più cruda rispetto a molte formazioni rock blasonate.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna del rock alternativo con uno dei maggiori rappresentanti del filone, nonché uno dei migliori frontman e narratori del rock italiano degli ultimi anni. Ad accompagnare la formazione ci saranno gli Ask The White. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

One Dimensional Man (1997, Wide Records)
1000 Doses of Love (2000, Wide Records)
You Kill Me (2001, Gamma Pop/Wallace Records)
Take Me Away (2004, Ghost Records/Midfinger Records)
A Better Man (2011, La Tempesta Dischi)
You Don’t Exist (2018, La Tempesta Dischi)

Riferimenti:

Pagina Facebook

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Un pretesto per parlare di noi: “Prove di Miles Gloriosus” agli Arrischianti

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine…

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine degli attori è composta da Laura Scovacricchi, Pierangelo Margheriti, Francesco Storelli, Guido Dispenza, Calogero Dimino, Giulia Peruzzi, Giulia Roghi, Matteo Caruso, Silva De Bellis, Martina Belvisi e Francesco Pipparelli. La replica del 31 Dicembre coincide con il tradizionale veglione di Capodanno a Teatro, format ormai assodato e di comprovato successo marcato Nuova Accademia Arrischianti.

Trentadue anni di Nuova Accademia Arrischianti. Trentadue anni di vicende accumulate, più di cinquanta spettacoli prodotti, centinaia personaggi che hanno attraversato le tavole del teatro in Piazza XXIV Giugno. Un teatro che si è sempre più identificato per la sua caratura distintiva, il suo essere laboratorio permanente, opificio artistico di arti performative e di esperienze umane. Laura Fatini, responsabile dei laboratori, ha lavorato quest’anno allo spettacolo di “capodanno” giocando con l’alchimia testuale di un classico tra i classici. Il Miles Gloriosus di Tito Maccio Plauto è un pretesto per confrontarsi con il percorso che una compagnia e un teatro di provincia hanno intrapreso negli anni, con le loro contraddizioni, le loro tensioni, le loro passioni, le loro inestinguibili bellezze. Ne abbiamo parlato con la regista Laura Fatini.

Il Miles Gloriosus nel 2018 significa non solamente recuperare un testo classico latino ma addirittura una fabula palliata, e quindi una commedia latina di argomento greco, che già di per sé era recupero del passato nel II secolo a.C.; come hai filtrato questi passaggi in uno spettacolo da consegnare oggi, al pubblico locale, sotto le feste?

“Dopo la strepitosa esperienza del Giufà avevo deciso di non riproporre un testo mio. Plauto è un autore sempre molto piacevole e quindi ho deciso di lavorarci su. Ho iniziato pensando all’Amphitruo, in assoluto il mio preferito: si tratta però del primo testo che ho fatto con Carlo Pasquini, e per questo ha un’aura sacrale, è per me intoccabile. Ho un ricordo estremamente bello di quel lavoro, che era fatto in maniera perfetta. Per il profondo rispetto di quel ricordo, ho preferito scegliere un altro testo plautino. Mi sono tuffata allora sul Miles Gloriosus, che avevo messo in scena tempo prima, con i bambini. Ho approfondito molto la traduzione pasoliniana del testo, che sporcava la parola, attraverso il linguaggio popolare, per avvicinarsi di più a Plauto. Detto questo, il Miles è molto contemporaneo, parla di una persona che millanta, parla di una società che si basa sull’inganno, che si basa sul dire di sé piuttosto che sull’essere. Ho quindi ridotto il testo, che però sentivo mancasse ancora di qualcosa. Alla fine mi è venuta in mente l’idea di utilizzarlo come pretesto…”

In effetti il titolo è “Prove” di Miles Gloriosus: un accenno forse al metateatro?

Questo spettacolo parla di nascondimento, del cambio di percezione che si ha del personaggio a seconda dei vestiti che porta. Agli Arrischianti abbiamo una sala dei costumi enorme  che è un vero e proprio tesoro di meraviglie. Ho deciso di ambientare lo spettacolo proprio in una costumeria. E sì, da lì ad approdare al meta teatro è stato immediato. Sono riemerse quindi quelle che sono le mie radici teatrali con il Teatro Povero di Monticchiello: l’autodramma, il mettere in scena noi stessi.”

Quindi cosa racconta realmente questo spettacolo? 

“Dunque: una compagnia di provincia ogni quattro anni mette in scena il Miles. È una tradizione che non è mai stata interrotta. Dopo la quinta volta, i giovani iniziano a stancarsi: dopotutto il Miles è polveroso, è misogino, è antiquato. I vecchi invece dicono che il teatro classico sono le radici, e lì bisogna ritornare. I vecchi sanno a memoria le parti e come succede spesso alle compagnie, quando si vedono i costumi che sono serviti per fare un altro personaggio, vengono in mente le battute. La compagnia cerca di andare avanti a trovare i costumi, ma c’è sempre qualcuno che tira fuori parte di Romeo e Giulietta o di Sogno di una notte di mezza estate… Emergono quindi tantissimi elementi di autoanalisi, da parte della compagnia e tra i personaggi si chiarificano tre gruppi distinti di visione delle cose: la tradizione un po’ annoiata che è la base, poi i giovani che sono già dentro questo meccanismo e poi ci sono quelli che vedono questo mondo da fuori. Chi vede questo mondo da esterno, infatti, percepisce la compagnia teatrale come una setta, come un gruppo di disadattati. C’è una battuta di uno di questi che fa più o meno così: «è sabato sera e siamo al freddo, bevendo un birra calda in attesa di una pizza fredda: perché?…»”

C’è come un voyeurismo di base nelle intenzioni del pubblico, quando si ritrova ad apprezzare film o spettacoli che svelino il retroscena, o talvolta l’o-sceno del teatro. Di recente ho riguardato Le dernier métro di Truffaut, ma pensiamo anche a Birdman che qualche anno fa ha sbaragliato il mercato cinematografico  internazionale. Visto che nella storia della Compagnia Arrischianti c’è anche una riuscitissima produzione di Rumori Fuori Scena, secondo te a cosa è dovuto questo interesse per il dietro le quinte da parte del pubblico? Come lo elabori nei tuoi lavori?   

“Penso che il pubblico senta la vulnerabilità dell’attore. La compagnia è un po’ come la fotosfera solare, composta da tanti elementi in continua combustione. Credo che il pubblico senta il magnetismo della compagnia, questo circolo di auto sostegno, in cui tutto funziona perché  c’è un patto tra tutte le persone presenti in scena e fuori scena, per il quale tutti accettano di credere in qualcosa che di fatto è artificiale. Coleridge la chiamava “volontaria sospensione dell’incredulità”. Il pubblico sta lì e volontariamente sospende l’incredulità e dice: ok, ti credo. Banalmente, il teatro amplifica le relazioni umane, sia quelle interne tra gli attori, sia quelle tra attori e pubblico. Quindi banalmente il pubblico si sente estremamente attratto da questa dinamica. È un magnetismo.”

La Compagnia Arrischianti si è sempre configurata come un “collettivo”, una comunità in continua crescita. C’è anche questo nello spettacolo?

“Nello spettacolo c’è anche questo. La Compagnia Arrischianti ha vissuto varie fasi, e vive una continua mutazione. Nello spettacolo ho cercato di raccontare anche questo: c’è chi ha impegni fuori dal teatro ovviamente, c’è l’esistenza prosaica che incombe: la casa, il lavoro, la vita che cambia. Come ho detto, mutuando dal Teatro Povero di Monticchiello, il Miles è un pretesto per parlare di noi. Di autodrammatizzarci. Mi sto rendendo conto che il mio teatro è questo: qualcosa che crei confronto, sostegno, supporto, aiuto. La forza comunitaria che nasce dal vivere insieme.”

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45 Giri – Terza traccia

Nessuna pausa natalizia per le fasi di preparazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, interamente creato e gestito dai ragazzi con il…

Nessuna pausa natalizia per le fasi di preparazione di “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio di Teatro Danza dei Concordi, interamente creato e gestito dai ragazzi con il coinvolgimento di tanti bambini che avete già visto all’opera con Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

Le festività di fine anno saranno il momento perfetto per intensificare il ritmo delle prove e sistemare gli ultimi dettagli relativi ai costumi e alle scenografie: nel frattempo, però, possiamo già anticiparvi le date ufficiali dello spettacolo: sabato 16 marzo 2019 al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo 2019 al Teatro degli Arrischianti di Sarteano!

Ecco la terza traccia di 45 Giri, buon Natale e buone feste a tutti!

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Espana Circo Este: un piede oltre oceano per il sogno di suonare in ogni continente

Gli Espana li conosciamo ormai da 4/5 anni. Da quando aprirono (per la seconda volta) il concerto a Manu Chao al Vulci Music Fest e già una volta li abbiamo…

Gli Espana li conosciamo ormai da 4/5 anni. Da quando aprirono (per la seconda volta) il concerto a Manu Chao al Vulci Music Fest e già una volta li abbiamo intervistati per spiegarvi chi fossero. Impossibile non rimanere incuriositi da quattro bombe in calzamaglia saltellanti sul palco. La loro musica, poi, è una rarità in Italia: travolgente, energica, fresca, un calderone pieno di ritmi e suoni.

Non potevamo certo mancare all’unica data del loro tour europeo, proprio a Siena, insieme a Lo Stato Sociale, nella fantastica cornice di Piazza del Campo a fine settembre. Alla fine della serata mi sono ritrovato con Marcello, il frontman, a bere birra e parlare di viaggi, genti lontane e sogni a un passo dall’essere realizzati.

Ci siamo visti l’ultima volta alla Festa rossa di Lari. È passato un anno da allora cosa è cambiato? Cos’hanno fatto gli Espana nel frattempo?

Bè abbiamo attraversato l’oceano atlantico per incominciare a mettere un piede di “”. La nostra missione è girare il mondo, suonare in ogni continente. Andare oltre oceano è stato un passo gigantesco, soprattutto per quello che abbiamo fatto, perché abbiamo suonato all’SXSW un festival immenso ad Austin in Texas, con 500 band in giro per la strade e noi siamo stati fra le 15 band di tutte quelle invitate – che erano molto fighe fra l’altro – a suonare nel palco principale. Siamo rimasti di m***a. C’era tantissima gente, un vero macello è stato bellissimo. E comunque non è stata la cosa più importante che abbiamo fatto: ritornare in posti in cui avevamo già suonato è stata una figata, nel senso che l’Europa l’avevamo già esplorata due anni fa e ritornarci per il tour del 2018, con dei festival più importanti, è stato fantastico e poi lo Sziget Festival a Budapest, in cui abbiamo suonato ad agosto, è stato unico.

L’altra volta mi parlasti del vostro sogno: suonare in latino America. Perché proprio là?

Io c’ho vissuto per tanto e da quando sono ritornato in Italia il mio sogno è sempre stato rivedere quei posti da musicista, non solo viaggiatore. Ho questa duplice anima e la musica mi permette di fare entrambe le cose. Vorrei tornarci con addosso queste nuove vesti, quelle del musicista insomma. Infatti, ci siamo mossi in questa direzione, nel senso che abbiamo fatto un EP con Flora Margo che è un’artista molto importante in Messico e adesso stiamo cercando di andare da quelle parti. L’America latina è piena di realtà, di vita vissuta intensamente. Molte cose che viviamo noi in occidente sono fittizie, ma in Sud America la gente vive in modo reale e sensibile, come se avesse ancora un’anima e a me piace questo popolo ancora così vivo, mi piace scoprirlo, rincontralo e vedere se è come l’ho lasciato ormai 10 anni fa.

La senti come casa tua?

Bè sì, c’ho vissuto tanto e mi manca molto, mi manca la sua gente.

E adesso? Programmi a breve termine?

Stiamo facendo i pezzi nuovi!! Sono molto fighi ci saranno dei produttori importanti dietro. Figata!! Aspettiamo un attimino di capire i tempi giusti per la pubblicazione e spiegare meglio cosa stiamo facendo. La prossima volta che torneremo in Italia vogliamo presentarci in una maniera diversa quindi stiamo preparando bene ogni dettaglio.

Tipo?

Nuovi sound, nuova voglia di confrontarci con un mercato che in Italia è molto complicato per noi. Vogliamo vedere cosa succede dopo due anni dall’ultimo disco, a che punto siamo arrivati.

I vostri tour seguono tappe incredibili. Suonate spessissimo in Europa forse più che in Italia. Perché questa necessità? A cosa è dovuta?

Mah, in realtà è un’impressione distorta di chi ci vede da fuori. L’ultimo disco è uscito due anni fa, abbiamo fatto un anno in Italia con quasi 100 date ed è raro che in Italia succeda una cosa del genere e il fatto che quest’anno abbiamo detto basta Italia per suonare all’estero è solo una questione di organizzazione: il primo anno lo dedichiamo in Italia, il secondo sempre in Europa. Tutto qui. Ti dico che oggi siamo arrivati a Siena, unica data italiana, siamo entrati in piazza sbucando da un vicoletto, e di scatto, in maniera spontanea, ci siamo messi ad applaudire vedendo questo spettacolo magnifico. È perché siamo super affezionati all’Italia ci dà delle emozioni uniche e non vediamo l’ora di tornare a suonare qua.

Come t’è sembrata Siena? Com’è stato suonare stasera?

Bella, bellissima. Molto emozionante. Era anche un bel po’ che non suonavamo in Italia ed eravamo timorosi, perché l’Europa ti porta a suonare in una certa maniera, ti cambia e non sai cosa succede quando torni a casa, invece la gente è stata molto disponibile e presa bene! Siamo molto contenti.

Lo facciamo un viaggio insieme? Vi accompagno in Sud America, vi scarico il pullman, vi scrivo il diario di bordo

Se hai una macchina fotografica e una penna per raccontare vieni. Sarebbe bello far filmare i nostri viaggi. Non in maniera invasiva, ma spontanea, fluida, naturale.

Domandona. Ma la calzamaglia a righe e il trucco sugli occhi che fine hanno fatto?

È un’altra cosa raga… ho 32 anni (ride). Sicuramente tornerà la chitarra con lo scotch in stile punk!!

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Garage, punk e rock ‘n’ roll con i Bee Bee Sea al GB20 di Montepulciano

Oltre all’arrivo dell’inverno, questo sabato 22 Dicembre al GB20 di Montepulciano è prevista anche un’ondata di garage, punk e rock ‘n’ roll. Suonano come una delle numerose e collaudate formazioni…

Oltre all’arrivo dell’inverno, questo sabato 22 Dicembre al GB20 di Montepulciano è prevista anche un’ondata di garage, punk e rock ‘n’ roll. Suonano come una delle numerose e collaudate formazioni d’oltreoceano del settore, ma i Bee Bee Sea sono italianissimi e vengono da Mantova, da Castel Goffredo per la precisione. Il loro motto “where there is no good shit around, you better form a band” (“se non succede nulla di buono nei dintorni, faresti meglio a formare una band”) può sì spiegare la genesi della band, ma vuole anche rimarcare come il divertimento sia una componente fondamentale per fare musica; ingrediente fondamentale che è rimasto nel sound dei Bee Bee Sea, a quasi quattro anni dalla loro formazione.

La band, nata nel 2015, è formata da tre elementi: Damiano Negrisoli, Giacomo Parisio e Andrea Onofrio e la loro discografia è composta dal debut album omonimo “Bee Bee Sea” (2015, ripubblicato in versione deluxe lo scorso novembre), un EP “3 Songs & Jacques Dutronc” (2016) e il secondo full-length “Sonic Boomerang” (2017), prodotto da Bruno Barcella e Alessio Lonati presso il T.U.P. Studio di Brescia.

Negli ultimi anni, il trio mantovano si è dedicato a un’intensa attività live che ha dato come frutti concerti di supporto a due band di calibro internazionale come i Black Lips e i Thee Oh Seas – da cui i Bee Bee Sea traggono ispirazione, musicalmente parlando. Questa solida esperienza live si sente in “Sonic Boomerang”, dove le canzoni promettono veramente fuochi d’artificio in sede di concerto.

Grazie all’energia della propria proposta musicale, il trio garage rock ha attirato sin da subito l’attenzione di etichette come Dirty Water, Wild Honey e Glory Records, e molto spesso, le anteprime dei loro nuovi brani sono disponibili su testate specialistiche americane, a rimarcare come la qualità di una simile proposta tutta italiana abbia un degno riconoscimento in uno dei paesi fondamentali per l’evoluzione del rock ‘n’ roll e del garage rock.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata che si preannuncia prima di tutto divertente, calda e all’insegna dell’energia del rock ‘n’ roll. Qui l’evento su Facebook.

Ricordiamo anche che al GB20 sono previste altre due serate, il 12 Gennaio e il 23 Febbraio, i cui dettagli verranno diffusi nelle prossime settimane.

Discografia:

“Bee Bee Sea” (2015)

“3 Songs & Jacques Dutronc” (EP, 2016)

“Sonic Boomerang” (2017)

Riferimenti:

Sito Ufficiale

Pagina Facebook

 

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Trekking in Valdichiana: sul Cammino di Ghino di Tacco, da Torrita a Radicofani

Il 23 e il 24 Dicembre torna l’appuntamento con il Cammino di Ghino di Tacco, due giorni in cammino per percorrere i 50 km circa che consentono di raggiungere la…

Il 23 e il 24 Dicembre torna l’appuntamento con il Cammino di Ghino di Tacco, due giorni in cammino per percorrere i 50 km circa che consentono di raggiungere la Rocca di Radicofani dal borgo di Torrita di Siena, ripercorrendo le mitiche gesta del Falco della Val d’Orcia.

Questo itinerario nasce tre anni fa, quando mi venne in mente l’idea di creare un percorso che ricordasse il personaggio più famoso nato nel mio paese, Ghino appunto, in una delle imprese più importanti della sua vita: la conquista della Rocca di Radicofani, avvenuta nella notte di Natale del 1297.
E così, assieme ad altri appassionati camminatori, ho creato un tracciato che unisce la Val di Chiana alla Val d’Orcia, la Via Lauretana alla Via Francigena. Si parte il 23 Dicembre per arrivare a Radicofani proprio nella notte della Santa Vigilia. Il percorso è da considerarsi di difficoltà medio/alta, visti i 30 km del primo giorno e i 20 km circa del secondo, con dei dislivelli in salita importanti nella prima tappa e veramente impegnativi nella seconda.

La partenza è dalle mura di Torrita, di fronte alla scalette della Madonna delle Nevi, in direzione Montefollonico. Potremo ammirare subito le bellezze naturalistiche del Sentiero del Vin Santo, che si abbandona proprio ai piedi del colle del meraviglioso borgo Bandiera Arancione per dirigersi a sud, in direzione Montepulciano. In pochi sanno che il tratto che unisce Montefollonico a Montepulciano fa parte di un cammino di più di 1000 km, lo Chemin d’Assise che, partendo da Vezelay, a sud di Parigi, arriva ad Assisi. Percorso ogni anno da tantissimi pellegrini, in maggioranza francesi, attraversa anche il paese di Cluny che, grazie alle vicende del suo Abate al cospetto di Ghino ricordate nella novella di Boccaccio, si riallaccia idealmente al nostro percorso.
Da Montepulciano il percorso si dirige deciso verso la Val d’Orcia, che si apre davanti agli occhi del camminatore con il Parco Naturale di Lucciolabella, ecosistema unico che ci ricorda di come fosse originariamente la bella Val d’Orcia facendo sfoggio di sé con biancane, calanchi e panorami unici al mondo. Il percorso del primo giorno si conclude nei pressi del fiume Orcia.

La seconda tappa parte timida, in pianura, seguendo il corso del fiume Orcia, con i suoi argini che ogni anno danno da lavorare a chi traccia il percorso a causa delle continue erosioni causate dai flussi di acqua, a volte anche molto importanti. La Rocca di Radicofani si erge davanti agli occhi dei camminatori ben distinguibile, ma ancora lontana e così in alto da poter quasi scoraggiare la prosecuzione dell’impresa. Guadi sul fiume, percorsi di campo e un po’ di asfalto conducono alla strada sterrata che diventa la vera scalata alla meta: 5 km finali che sviluppano la quasi totalità dei 500m di dislivello in salita del secondo giorno. Finalmente si arriva a Fonte Antese che ci indica il sentiero delle carceri che, bypassando il borgo, conduce deciso alla Rocca di Radicofani. Siamo quasi alla fine del cammino: il nostro premio per le fatiche di due giorni saranno le viste a perdita d’occhio sulla Val d’Orcia, con l’Amiata, il Cetona, il Bolsena, i Cimini e, con la fortuna di cielo terso, Siena.

Ricapitolando le tappe: il primo Giorno 30km per circa 8 ore di cammino da Torrita a Pianporcino; il secondo Giorno 20km per 6 ore di cammino da Pianporcino a Radicofani.
Il percorso è una tratta di sola andata, quindi per il rientro alla partenza della tappa è necessario organizzarsi con mezzi propri o, in caso di numero sufficiente (almeno 8 persone), potremo approntare una navetta (non inclusa nella quota di partecipazione).
Vista la non facilità del percorso si accetterà un numero esiguo di camminatori che devono essere abituati a camminare per lunghe tratte, trovarsi in un buono stato di forma, avere un adeguato abbigliamento e calzature da trekking, zaino con almeno due litri di acqua al giorno e pranzo al sacco.

Evento Facebook

Per le prenotazioni potete contattarmi tramite la mia pagina facebook. Per informazioni chiamatemi al numero 339 7959208. La quota per le singole escursioni è di 15€ a testa al giorno.
Percorso non libero ma condotto dalla Guida Ambientale Escursionistica con relativa copertura assicurativa ai sensi della legge 86/2016, che si riserverà di cambiare tratti del tragitto in caso di necessità e di dare il passo di camminata.

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Il gioco del Panforte: una tradizione delle feste

Le festività di fine anno sono il momento perfetto per passare una serata in compagnia di amici e familiari, rispolverando giochi della tradizione popolare per scaldarsi accanto al camino: non…

Le festività di fine anno sono il momento perfetto per passare una serata in compagnia di amici e familiari, rispolverando giochi della tradizione popolare per scaldarsi accanto al camino: non soltanto la tombola o il mercante in fiera (o la nostra versione, il Mercante in Chiana) ma anche un’usanza particolare chiamata il “Gioco del Panforte”.

Protagonista assoluto del gioco è il Panforte, dolce tipico di Natale diffuso a Siena e dintorni, la cui origine risale addirittura all’anno Mille con il nome di Panpepato. Quello che inizialmente era un pane dolce e speziato, destinato ai palati nei nobili e del clero, diventò uno dei prodotti tipici senesi più famosi e apprezzati. La sua grande popolarità è cominciata nel 1879, anno in cui la regina Margherita si recò in visita a Siena e ricevette in dono una versione “bianca” del Panpepato, con una copertura di zucchero vanigliato al posto del pepe nero. Il Panforte Margherita, così chiamato da quell’evento, si diffuse in tutta la popolazione.

Il gioco del Panforte è antico quanto il dolce, diffuso nelle campagne e negli strati sociali più bassi della popolazione, divenuto un intrattenimento tipico del freddo periodo invernale. Poteva infatti essere praticato nei poderi, durante le veglie contadine, attorno alle tavolate in cui si riunivano le famiglie oppure nelle osterie dei borghi.

Per giocare servono pochi elementi: un Panforte incartato alla vecchia maniera (coperto da carta gialla o di giornale, quindi, e non dentro una scatola), un lungo tavolo e un mestolo di legno da cucina per calcolare la distanza (oppure di un metro “a stecca” nelle versioni più moderne) che viene utilizzato da un arbitro per stabilire le misure dei lanci. Al torneo partecipano delle squadre di più giocatori, in cui ogni componente è chiamato a lanciare a turno il Panforte sul lato opposto del tavolo, cercando di arrivare il più vicino possibile al bordo. Similmente al gioco delle bocce, il valore più alto è attribuito al Panforte che si avvicina di più al bordo rispetto ai concorrenti; tuttavia, se il dolce cade oltre il bordo, il tiro è nullo. Il massimo obiettivo è fare una “capanna”, che accade quando il Panforte supera il bordo del tavolo, rimanendo in bilico senza cadere: tale distanza diventa la nuova misura da superare per aggiudicarsi il punto.

Alla fine del gioco, nella tradizione contadina, il Panforte veniva tagliato a spicchi e suddiviso tra i partecipanti, e il suo costo veniva pagato dalla squadra perdente. Si tratta quindi di un gioco perfetto per promuovere la socialità durante le fredde serate invernali, in cui viene utilizzato un dolce che diventa il premio stesso della contesa, che non ha bisogno di accessori complicati o di regolamenti difficili da imparare.

Proprio la semplicità ha favorito la diffusione del Gioco del Panforte a Siena e provincia, e in molte occasioni questa tradizione è sopravvissuta all’abbandono delle campagne. Nel corso degli ultimi anni è infatti diventato un appuntamento abituale a Pienza e in Val d’Orcia, assieme alla tradizione del “Gioco del Cacio al Fuso”

A Torrita di Siena la tradizione è stata ripresa dalla Contrada di Porta Gavina, che porterà il Gioco del Panforte nel centro storico della cittadina dal 12 al 16 dicembre 2018. Il torneo prevede la partecipazione di 32 squadre, formate da cinque lanciatori e una riserva; i gironi eliminatori si terranno da mercoledì al sabato a partire dalle ore 20:30, mentre domenica pomeriggio si svolgeranno le fasi finali dalle 15:00 in poi. I vincitori porteranno a casa i panforti e altri prodotti tipici locali.

L’idea di recuperare il gioco popolare partì nel 2007, da un’idea di alcuni contradaioli durante le veglie invernali: l’impegno a valorizzare le tradizioni locali ha portato la contrada di Porta Gavina a organizzare il torneo, giunto quest’anno alla 12esima edizione. Il Gioco del Panforte si tiene in Piazza Matteotti, nei locali della Fondazione Torrita Cultura, accompagnato da dolci fatti in casa e vin brulé, in una calda atmosfera di festa che vuole richiamare le veglie contadine.

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‘Bisogna lottare per conviverci’ – Alessandro Cresti, la bici e la sclerosi multipla

Gli avevo proposto lo Scuro, che a Sinalunga è uno dei luoghi più rappresentativi della pausa caffè con annessa chiacchierata, ma ha preferito un aperitivo all’Art Cafè del suo amico…

Gli avevo proposto lo Scuro, che a Sinalunga è uno dei luoghi più rappresentativi della pausa caffè con annessa chiacchierata, ma ha preferito un aperitivo all’Art Cafè del suo amico Nicolò Magi, che a quell’ora è sicuramente un posto più tranquillo e meno caotico per un’intervista. Già da questo piccolo dettaglio avevo capito di avere a che a fare con un ragazzo, ormai uomo, riservato, pacato, che si trova a suo agio negli ambienti a lui familiari, non troppo grandi e che profumano di casa. L’ho trovato impegnato in una briscola con Nicolò, Federico ed Eleni, la sua ragazza, una partita di quelle che non rimarranno di certo negli annali dei giochi da bar toscani: tempo di perdere senza possibilità di replica, pur giocando magistralmente l’ultima mano, che si è alzato, mi ha salutato e mi ha offerto una birra ordinando un piccolo calice di bianco.

“Alessandro, ma che fai?”. Da dietro Eleni aveva gettato l’occhio incredulo su di lui, e io pensavo fosse un rimprovero dovuto alla ferrea dieta degli atleti, che raramente possono permettersi sgarri alcolici.

“Con tutto questo sport nemmeno un bicchiere di bianco puoi permetterti, ho sentito che la tua fidanzata t’ha cazziato…”. La verità, invece, era diversa. “No no, lo sport non c’entra nulla, è che prendo una pasticca e non potrei bere alcolici, se non in piccole quantità. Ma un bianco prima di mangiare non fa niente, farebbe male se bevessi a ridosso del pasto, quando devo prendere anche la pasticca”.

Avviandoci verso i tavolini più lontani dal bancone, avevo capito che quella con Alessandro Cresti sarebbe stata un’intervista diversa. Aveva parlato di quella pasticca con una serenità disarmante, che di certo non ti aspetteresti da una persona malata di sclerosi multipla.

“Una malattia neurodegenerativa demielinizzante, cioè con lesioni a carico del sistema nervoso centrale”, così viene definita dal sito dell’AISM, Associazione Italiana Sclerosi Multipla: un male lento ed inesorabile, che può essere combattuto, per ora, soltanto con tanta forza di volontà ed estrema dedizione.

Ci siamo seduti, davanti a qualche patatina e una manciata di noccioline, e abbiamo iniziato a parlare. Ho messo il registratore tra noi due, e Alessandro ha iniziato a raccontarmi la sua storia di vita.

Una gara contro un avversario tosto ma non imbattibile come la sclerosi, fatta di un inizio in pianura, una salita ripidissima ed, infine, una discesa tortuosa ed avvincente.

KM 0-25, tratto pianeggiante con accenno di pendenza verso il km 25

“Presi quella bici vecchia, messa lì, e iniziai…”

Scoprire di essere malati di sclerosi multipla alla soglia dei 25 anni ti cambia la vita, che tu lo voglia o meno, ma da come Alessandro ne parla questo non sembra trasparire.  C’è una coppia dietro di noi che sta facendo l’aperitivo, ma ogni volta che Alessandro deve pronunciare il nome della malattia non abbassa la voce, non è intimorito.

Cercavo informazioni su Google, come farebbero tutti, ed erano spaventose. Ebbi il sintomo più forte quando mi svegliai e avevo un braccio e una gamba completamente paralizzati: dal 14 novembre al 24 novembre 2014 sono stato alleScotte, ho dovuto fare tantissimi esami ma nessuno ti dice subito cosa hai. La malattia non la nominano nemmeno all’inizio, infatti ho avuto la diagnosi definitiva l’agosto successivo. La prima reazione? Ti chiedi perché proprio a te sia successa una cosa simile, ma poi pensi che non augureresti mai a nessuno la tua stessa sorte, e la tieni per quello che è: con la sclerosi ci vivi, perché ogni giorno hai delle pseudoricadute, ma devi imparare a conviverci, e bisogna lottare per farlo”.

Ed ecco che, proprio quando la vita presenta ad Alessandro il primo vero accenno di salita, arrivala bicicletta in soccorso. Una bicicletta che teneva in garage e rispolverava di rado, per qualche sgambata. “Presi quella bici vecchia, messa lì, e iniziai. I medici mi consigliarono un’attività leggera per non stare fermo, come andare in biciletta, e da quel momento la bici è diventata la mia seconda terapia, non in senso figurato ma reale: fare attività fisica mi fa stare bene, mi tiene lamente occupata attenuando le pseudoricadute giornaliere. Ho iniziato ad andare in bici per stare meglio”.

Il contraccolpo psicologico che dà una malattia del genere è pesante, e Alessandro ammette che la prima cosa a cui pensi è il tuo futuro in carrozzina, incapace di muoverti.

La bici, in questo senso, può essere vista come il movimento che si ribella alla prospettiva di immobilità: se non è lottare questo, non so davvero cosa lo sia.

KM 25-28: breve salita scoscesa, con pendenza vicina alle quote del Mortirolo

“Ne metto dietro parecchi in salita…”

All’improvviso, dunque, la vita pianeggiante che tutti i 25enni sognano di avere, per Alessandro si è trasformata in un’erta salita. Bisogna essere portati persuperare le salite, di gran lunga i tratti più complicati per un ciclista; ma Alessandro non è un ciclista qualsiasi, è un ciclista coraggioso e forte, che non può certo spaventarsi di fronte ad una sfida come questa. “Mi sono accorto, improvvisamente, che la vita di cui ci preoccupiamo, la fretta che abbiamo ogni giorno, le cose per cui ci incazziamo, alla fine non sono altro che piccolezze in confronto ai veri problemi. E non parlo nemmeno del mio, perché frequentando cliniche e ospedali ho visto in faccia il dramma di bambini che non potranno mai vivere la propria giovinezza serenamente, di famiglie distrutte. Ci vorrebbe che tutti, per un giorno, potessero avere una malattia come la mia: ti cambia la prospettiva da cui guardi le cose, e inizi a vivere diversamente”.

La salita, Alessandro, l’ha presa di petto, in tutti i sensi. Ne ha fatto la sua specialità, nella vita come nella bicicletta. “Ne metto dietro parecchi insalita, è la mia forza nelle gare anche se purtroppo spesso le corse non nehanno molte”. Quello che all’inizio era un modo per svagarsi e dimagrire, dopo le cure di cortisone, è diventato un vero e proprio sport agonistico, a cuiAlessandro ha dedicato anima e corpo. Sono arrivati i primi risultati, le prime gare vinte, e alla fine Obiettivo 3, il progetto creato e portato avanti da Alex Zanardi, che permetterà a tre atleti affetti da disabilità di prendere parte alla nazionale italiana che parteciperà alle Paralimpiadi di Tokyo nel2020.

“Ho mandato la mia candidatura online dopo aver completato la procedura che mi riconosce comeparaciclista. La risposta è arrivata dopo un po’, è stato un fulmine a ciel sereno: mi avevano preso! L’esperienza vissuta con il team di Zanardi è stataincredibile, e conoscere un personaggio come lui mi ha caricato ancora di più. Appena lo abbiamo incontrato, sembrava già di conoscerlo: è una personaumilissima, alla mano, e poi è enorme! Per uno come me non può che esserel’esempio da seguire, dopotutto lui da avere tutto è passato, in un momento, anon avere più nulla. Mi ha colpito in particolare una delle tante cose che ci ha detto: “Dopo l’incidente non ho pensato più a quello che non avevo, ma a sviluppare ciò che mi era rimasto”. Alex non ci mette solo il nome per questoprogetto, ma anche e soprattutto impegno, passione ed amore, qualità che spessomancano ai personaggi famosi. Poi, ovviamente, c’è bisogno delle risorse economiche per portare avanti un progetto di questa caratura, e allora viene in aiuto della Fondazione Vodafone, che finanzia il tutto e permette agli atletidi avere a disposizione la strumentazione necessaria, gratuitamente. Biciclette, completini, gps e tante altre cose, strumenti che sarebbero inaccessibili per qualsiasi persona proveniente da una famiglia normale”.

Iniziare a correre in bici, oltre che a stare bene, è servito ad Alessandro anche per fare“outing”, dopo aver nascosto il suo male per quasi 2 anni.

“Non ne ho parlato con nessuno per molto tempo, non volevo sentirmi compiangere dalle persone. Ma dopo una gara in cui arrivai secondo, lo speaker mi disse quasi minaccioso: “Dopo si parla eh”. E da quel momento, parlare della mia malattia non è statopiù un tabù”.

Continuo a sorprendermi della normalità con cui Alessandro mi parla di quella che, percome la vedevo io, era una condanna ad una vita eternamente sofferente.

“L’aiuto delle persone a me care è stato fondamentale: i miei non mi hanno mai fatto vedere neanche unaccenno di dolore, normale per un genitore, ed anche Eleni mi è stata sempre vicino. All’inizio la tentazione è di chiudersi in sé stessi, di non volere aiuto da nessuno perché si ha paura di essere un peso, ma dopo capisci chefarsi dare una mano rende felici anche le persone che ti vogliono bene”.

KM 28-FINALE: discesa velocissima, ricca di curve

“Nella discesa devo migliorare, per me è la parte più difficile di una gara…”

È passata quasi un’ora, e pian piano mi adeguo al suo ritmo dialettico. Se pedala come parla – penso, Alessandro a Tokyo ci arriva davvero.

Alla fine, è venuta fuori la chiacchierata che mi aspettavo, senza domande preconfezionate e pause stabilite: posso dire con certezza, quindi, che non ho intervistato Alessandro, ma ci ho passato un pomeriggio insieme. Non c’è modo migliore di imparare che farlospontaneamente, e non ho mai pensato al fatto che fossi lì per lavoro durantel’ora e mezzo insieme.

Tornando ad Alessandro, per lui la malattia non deve più essere in nessun modo una fonte di egoismo o un pretesto per lamentarsi dell’ingiustizia della vita. Tutt’altro: dev’essere la spinta a condividere la propria esperienza, perché ha capito quanto importanti siano state per lui le parole di chi già da tempo sapeva di esseremalato. “Parlare con qualcuno che ha più esperienza è fondamentale, soprattutto perché ti accorgi che alla fine ce la puoi fare. Leggere il libro di Zanardi mi ha dato un’enorme iniezione di fiducia, perché spiega dettagliatamente come si può continuare a vivere autonomamente anche nella disabilità”.

“Condivisione” è dunque la parola chiave, perché per le persone come Alessandro è fondamentale sapere di non essere soli.

Ed ecco, infatti, la discesa finale a cui la vita lo ha messo davanti.

“Il mio Obiettivo 3 è anche aiutare tutti coloro che come me sono stati messi di fronte ad una malattia come la sclerosi multipla. Mi concedo a giornali, televisioni e siti non per promuovere me, ma perché voglio mandare il messaggio a chi mi legge: “ci sono passato, so cosa vogliono dire i primi mesi, non c’è motivo di avere paura”. L’importante è che mi legga chi ha bisogno, poi del pensiero della gente non mi interesso”.

Oltre le Paralimpiadi, quello che Alessandro sogna è rendere una vera professione questosuo istinto altruista di conforto e aiuto verso gli altri.

“Voglio muovermi sul sociale, già avrei avuto la possibilità una volta ma non ebbi tempo. C’era una gara a Sinalunga e, lo stesso giorno, sempre a Sinalunga si vendevano le meledella ricerca per AISM. Lo seppi tardi, ma sarebbe stato bellissimo poter unirele due cose. Sento che aiutare, e aiutarsi, è la cosa giusta da fare”. Vincere le gare è una soddisfazione non da poco, ma nemmeno paragonabile in confronto alla gioia che si ha quando si riesce ad aiutare un’altra persona. “Voglio essere un esempio per coloro che non sono stati fortunati, e che si sentonopersi. Ho vissuto quel periodo di sofferenza iniziale ma poi mi sono convinto che dovevo iniziare di nuovo da qualcosa: per me la salvezza è stata labicicletta”.

“La cosa più bella è sentirsi dire che, dopo avermi letto, le persone hanno cambiato il modo divedere le cose”.

Si è conclusa con questa frase la chiacchierata, o almeno quella che ho registrato, perché a un certo punto ho staccato il registratore, un po’ perché si era fatto tardi, ma soprattutto perché avevo l’impressione che non ci fosse più bisogno di salvare le sue parole su un dispositivo. Ero entrato ormai nella sua ottica, nell’estrema normalità della situazione che si era pian piano creata.

Infatti, la cosa èavanti ancora per una ventina di minuti, in cui Alessandro mi ha parlato di tutti i suoi progetti, alla soglia dei 29 anni: raccolte fondi per l’AISM, una linea di abbigliamento sportivo tutta sua, il coaching e tanto altro.

Non vorrei chepassasse il messaggio sbagliato, però: Alessandro pedala ogni giorno, e si sta allenando come non mai per provare a cavalcare il sogno di Tokyo 2020. Dopotutto, è un gran bel ciclista, e a partecipare non ci sta, come tutti quanti. È supportato dal preparatore atletico di Zanardi, esperto biomeccanico, e sta seguendo il suo allenamento per arrivare al massimo della forma nel periodo delle gare. A Marzo parteciperà col suo team, il Donkey Bike Club Sinalunga, alla Coppa Toscana di mountain bike, anche se ovviamente Alessandro punterà a farbene su strada proprio per Obiettivo 3.

Mi ha colpito, dulcis in fundo, proprio un episodio relativo ad una gara all’isola d’Elba, che mi ha raccontato “a microfonispenti”.

Discesa, tratto perlui difficoltoso, un altro ciclista gli sta a ruota borbottando per via della sua presunta lentezza. Alessandro lascia correre, già pregusta l’arrivo della salita per sorprenderlo, e lo fa passare. Arriva così la salita, ed è lì che Alessandro rincontra l’irriverente avversario. Lo affianca, affonda un paio di pedalate e superandolo si gira, prendendosi la sua rivincita.

“Sarò anche balordo in discesa, ma te impara ad andare in salita!”. Era una frase del genere.

Perché mi ha colpito? Perché è la dimostrazione di come per lui la bici sia sì una seconda terapia, ma che da questo sia diventata una passione per cui sacrificarsi, una costante motivazione a migliorarsi, l’umanissimo tentativo di primeggiare. Comelo sarebbe per tutti quanti, alla fine.

Salutandoci, per scherzo, gli ho chiesto se mi portava a Tokyo. L’unica sua preoccupazione? “E che mangio quando so’ a Tokyo? Io mi porto i miei yogurt, le mie barrette, va’a capì laggiù nemmeno bolle l’acqua!”.

E io che, ancora oggi, mi chiedo se quello con cui avevo passato un pomeriggio era davvero un malato di sclerosi multipla. Quel male lento ed inesorabile, che ti condanna all’immobilità, ma che da quel momento mi fa molta meno paura.

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Pierrot, Arlecchino e Colombina, più che maschere, colori – Intervista a Maria Claudia Massari

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle…

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle Arti – Corps Rompu. Sulla scena Maria Claudia Massari, impersonando i tre celebri caratteri della tradizione, ci racconta una vicenda ispirata da un racconto di di Michel Tournier intitolato Pierrot e I Segreti della Notte.  In un piccolo villaggio in Francia, il panettiere Pierrot ama la bella lavandaia Colombina. Questa però non è contenta del suo innamorato, che lavora quando gli altri dormono. Un bel giorno passa di là Arlecchino, imbianchino multicolore, che affascina Colombina con la sua magia di colori e vitalità. Lo spettacolo si avvale della musica dal vivo, suonata da Giovanni Rafanelli e le scene di Mauro Borgogni.

«Questo spettacolo esiste da molto tempo. Si è evoluto tantissimo negli ultimi anni» ci racconta Maria Claudia Massari, principale interprete e regista dello spettacolo «Lo spettacolo ha girato moltissimo e ci sono molto affezionata. Il pubblico di ogni età ha sempre risposto bene, forse anche perché finisce con una bella merenda». Alla fine dello spettacolo, infatti, il ciaccino sfornato da Pierrot diventa l’occasione per condividere una merenda e certificare il lieto fine della vicenda.

Maria Claudia Massari ha lungamente approfondito il teatro d’immagine: la sua formazione a Parigi, presso la Ecole Internationale de Mimodrame de Paris Marcel Marceau e Ecole de l’Acteur François Florent, determina una forte cognizione del teatro di maschera. «Lo spettacolo è un tributo ai miei maestri, Marcel Marceau, Ferruccio Soleri… le maschere sono sempre un bellissimo tema di lavoro» continua Maria Claudia Massari, che da sola, sul palco, interpreta i tre personaggi, senza l’uso della maschera fisica «Ovviamente ho lavorato in maniera non convenzionale: il mio Arlecchino è molto timido, anche se seduttore, non di certo paragonabile a quello di Soleri o di Moretti…».

Lo spettacolo si sviluppa sulla forte caratura simbolica dei colori: «Colombina ha una forte predominanza di bianco, Pierrot di blu e Arlecchino di tutti i suoi colori sgargianti. Colombina ha il bianco luminoso del giorno, contrapposto al blu notturno di Pierrot: i due sono svegli in momenti diversi, e proprio su questo contrasto si sviluppa il loro confronto. Giorno e notte, luce e buio, sole e luna. Poi arriva arlecchino che con i suoi colori creerà scompiglio, ma che alla fine dimostrerà la sua inconsistenza».

Un teatro delle maschere che secondo Maria Claudia Massari è ancora molto vivo: «Magari dovranno passare degli anni prima di capire quali maschere sono ancora vive nei nostri tempi, ma in giro si vedono spettacoli bellissimi che ne fanno uso: a Parigi abbiamo visto La Gattomachia che è un ottimo esempio di contaminazione, per quanto riguarda l’uso delle maschere oggi. Anche Andrea Brugnera è uno che a modo suo, anche quando lavora senza maschera, riesce ad averci una maschera sulla pelle:anche questo è un modo di continuare quella tradizione».

L’appuntamento è a Sarteano, al teatro degli Arrischianti, sabato 8 dicembre alle 17:30. «I bambini – dai 3 anni in su – si troveranno nel loro mondo: poi, ognuno più leggerlo a suo moto, anche gli adulti ovviamente».

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