La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Il referendum boccia la fusione tra Montepulciano e Torrita di Siena

I cittadini hanno detto la loro, al termine del referendum che si è svolto domenica 11 e lunedì 12 novembre: il fronte del No ha avuto la meglio e il progetto…

I cittadini hanno detto la loro, al termine del referendum che si è svolto domenica 11 e lunedì 12 novembre: il fronte del No ha avuto la meglio e il progetto di fusione tra Montepulciano e Torrita di Siena si ferma qui. I voti contrari sono stati il 53,58% a Montepulciano, dove si è espresso il 33,15% degli aventi diritto, e il 76,7% a Torrita, dove l’affluenza è stata maggiore, con il 64,80%. Lo spoglio delle schede si è svolto nel giro di un paio di ore, ma il responso è apparso chiaro praticamente dalle prime cifre circolate all’interno dei seggi.

In una conferenza stampa convocata presso la sede torritese del Partito Democratico, gli esponenti del comitato a favore della fusione e delle due amministrazioni comunali si sono riuniti per una prima breve analisi del risultato: si parla di “rammarico”, per non essere riusciti a convincere i cittadini della bontà del progetto, ma non c’è il rimpianto di non aver fatto tutto il necessario.

«Le iniziative e gli incontri per dare informazioni sono stati tanti – ha dichiarato il coordinatore del Comitato Sì fusione Giancarlo Pagliai – Forse un confronto diretto con il Comitato del No avrebbe chiarito alcuni aspetti».

Condivisa da tutti i presenti l’opinione che a incidere sulla pesante vittoria del No sia stata l’efficacia degli slogan che hanno più facilmente fatto leva sulle paure della gente, contro le spiegazioni razionali sui vantaggi che la fusione avrebbe comportato.

«La risposta univoca di entrambe le comunità – ha dichiarato il sindaco di Torrita Giacomo Grazi – almeno non rende vana una volontà favorevole espressa da una parte soltanto. Escludo le mie dimissioni, il lavoro amministrativo proseguirà con lo stesso impegno sino alla sua scadenza».

«Questo progetto era uno dei più ambiziosi preparati negli ultimi cinquant’anni nel territorio – ha proseguito la consigliera Alice Raspanti, capogruppo di maggioranza a Montepulciano – ma non resta che prendere atto del volere popolare, certi di aver adempiuto al compito della politica di offrire opportunità ai cittadini».

In generale, il sentimento diffuso tra le fila dei promotori del progetto di fusione è quello di non aver fatto comprendere che tale opportunità avrebbe risposto ai problemi di amministrazione di un ente pubblico.

«Problemi che questo territorio vivrà» secondo il segretario PD Montepulciano Alberto Millacci, «ma che questo progetto, valutato e bocciato dai cittadini, avrebbe arginato» ha aggiunto il consigliere Luca Betti, capogruppo di maggioranza a Torrita. «Il confronto con gli altri referendum di questo fine settimana – ha proseguito Daniele Chiezzi (lista civica) – dimostra che la consapevolezza delle amministrazioni di dover provvedere alle problematiche della gestione dell’ente si scontra con la difficoltà della popolazione a superare certe barriere ideologiche». «Se non altro – ha concluso la segretaria PD Torrita Elena Rosignoli – il comitato del Sì ha sempre usato lealtà e correttezza nei confronti dei cittadini».

Il Comitato del No di Torrita di Siena ha atteso il risultato ufficiale prima di dirigersi verso la propria sede, nel centro storico, dove in serata si sono svolti veri e propri festeggiamenti.

«Il Comitato ha lavorato duramente per due anni per dimostrare l’insensatezza di questa proposta che non aveva visto un processo partecipativo della popolazione, né di Torrita né di Montepulciano, dove abbiamo agito meno intensamente ma, a guardare il risultato, l’eco delle nostre ragioni si è fatto comunque sentire» ha dichiarato Carlo Stefanucci, portavoce del comitato, insieme ad Antonio Canzano, il quale ha proseguito: «Alla vigilia del voto sembrava che a Montefollonico prevalesse il Sì, ma alla fine quella del No è stata una vittoria condivisa da tutti, anche dai poliziani. Dal momento della sua presentazione, i torritesi si sono opposti a questo progetto e il comitato si è semplicemente fatto loro portavoce».

Numerosi i commenti anche degli esponenti delle altre forze politiche presenti sul territorio che si erano dichiarate contrarie alla fusione.

«Hanno prevalso la forza identitaria e il senso di appartenenza delle comunità» ha dichiarato Emanuele Andreucci (Fratelli d’Italia). «L’esito di questo referendum è la prova che le imposizioni dall’alto non sono mai ben accolte dalla popolazione – ha commentato Stefano Bracciali (Movimento 5 Stelle) – I cittadini si sono informati e il loro è stato un voto consapevole sulla fusione, non un giudizio sull’operato dell’attuale amministrazione». Per Lorenzo Vestri (Lega) «L’offerta referendaria non ha unito ma ha provocato una spaccatura nella comunità torritese, che adesso dovrà essere ricomposta».

E lo sguardo va dunque a maggio, quando si svolgeranno le prossime elezioni amministrative per entrambi i comuni. La fusione avrebbe potuto consentire ad Andrea Rossi di ricandidarsi come sindaco di un comune unico, dove anche le liste con le più basse percentuali avrebbero potuto spostare gli equilibri ed essere così determinanti in un’eventuale fase di ballottaggio. Una possibilità che a questo punto non potrà realizzarsi. A Torrita di Siena, Giacomo Grazi è al termine di un primo mandato molto discusso, che nel corso di quasi cinque anni ha ricevuto apprezzamenti per la sua dinamicità, ma anche varie critiche dai cittadini.

Il Comitato No Fusione, di cui nei giorni scorsi era stato ipotizzato un fine politico contro l’amministrazione che si sarebbe concretizzato nella presentazione di una lista civica trasversale, ancora non si sbilancia:

«All’indomani del referendum il comitato si scioglie – ha annunciato Stefanucci – ogni suo componente ne uscirà arricchito sia dal punto di vista umano, per aver conosciuto nuove persone, che civico, per aver acquisito maggior consapevolezza dell’attaccamento verso il proprio territorio e verso la cosa pubblica. Ciascuno farà uso di questo tesoro nella maniera che riterrà più opportuna, ovviamente dopo aver festeggiato a dovere questa vittoria».

E allora, per conoscere quali dinamiche caratterizzeranno il panorama della politica locale dei prossimi anni per i comuni di Montepulciano e di Torrita di Siena, non resta che attendere la primavera 2019.


Referendum popolare regionale consultivo sulla proposta di legge regionale per l’istituzione del Comune di Montepulciano Torrita di Siena

Risultati Definitivi – MONTEPULCIANO

L’affluenza si attesta al 33,17% su un totale di 11230 aventi diritto

  • Sez. 1 — Montepulciano capoluogo – aventi diritto 888 – votanti 263 – bianche 1 – nulle 0 – Sì 109 (41,6%) – No 153 (58,4%)
  • Sez. 2 – Montepulciano capoluogo – aventi diritto 933 – votanti 346 – bianche 1 – nulle 0 – Sì 96 (27,8%) – No 249 (72,2%)
  • Sez. 3 – Montepulciano capoluogo – aventi diritto 748 – votanti 283 – bianche 1 – nulle 1 – Sì 107 (38,1%) – No 174 (61,9%)
  • Sez. 4 – Montepulciano capoluogo – aventi diritto 655 – votanti 245 – bianche 0 – nulle 0 – Sì 80 (32,7%) – No 165 (67,3%)
  • Sez. 5 – Montepulciano capoluogo – aventi diritto 771 – votanti 293 – bianche 0 – nulle 1 – Sì 99 (33,9%) – No 193 (66,1%)
  • Sez. 6 – Abbadia di Montepulciano – aventi diritto 826 – votanti 383 – bianche 2 – nulle 2 – Sì 160 (57,3%) – No 119 (42,7%)
  • Sez. 7 – Abbadia di Montepulciano – aventi diritto 690 – votanti 217 – bianche 2 – nulle 4 – Sì 121 (57,3%) – No 90 (42,7%)
  • Sez. 8 – Gracciano – aventi diritto 643 – votanti 235 – bianche 0 – nulle 0 – Sì 148 (63,0%) – No 87 (37,0%)
  • Sez. 9 – Montepulciano Stazione – aventi diritto 636 – votanti 183 – bianche 0 – nulle 1 – Sì 91 (50,0%) – No 91 (50,0%)
  • Sez. 10 – Montepulciano Stazione – aventi diritto 888 – votanti 269 – bianche 1 – nulle 2 – Sì 131 (49,2%) – No 135 (50,8%)
  • Sez. 11 – Valiano – aventi diritto 408 – votanti 121 – bianche 1 – nulle 1 – Sì 60 (50,4%) – No 59 (49,6%)
  • Sez. 12 – Acquaviva – aventi diritto 639 – votanti 223 – bianche 1 – nulle 1 – Sì 113 (51,1%) – No 108 (48,9%)
  • Sez. 13 – Acquaviva – aventi diritto 630 – votanti 220 – bianche 0 – nulle 1 – Sì 113 (51,6%) – no 106 (48,4%)
  • Sez. 14 – Acquaviva, loc. Tre Berte – aventi diritto 643 – votanti 249 – bianche 1 – nulle 2 – Sì 152 (61,8%) – No 94 (38,2%)
  • Sez. 15 – Sant’Albino – aventi diritto 569 – votanti 144 – bianche 0 – nulle 0 – Sì 63 (43,8%) – No 81 (56,3%)
  • Sez. 16 – Sant’Albino – aventi diritto 663 – votanti 151 – bianche 0 – nulle 0 – Sì 74 (49,0%) – No 77 (51,0%)

Totale Montepulciano: vince il No con 1982 voti pari al 53,58% contro i 1717 voti pari al 46,42% del Sì

Risultati Definitivi – TORRITA DI SIENA

L’affluenza si attesta al 64,81% su un totale di 5850 aventi diritto

  • Sez. 1 – via Roma – aventi diritto 773 – votanti 535 – bianche 1 – nulle 1 – Sì 103 (19,3%) – No 430 (80,7%)
  • Sez. 2 – via Roma – aventi diritto 924 – votanti 643 – bianche 3 – nulle 3 – Sì 142 (22,3%) – No 495 (77,7%)
  • Sez. 3 – via Roma – aventi diritto 816 – votanti 514 – bianche 2 – nulle 1 – Sì 117 (22,9%) – No 394 (77,1%)
  • Sez. 4 – via Marche – aventi diritto 1019 – votanti 638 – bianche 0 – nulle 1 – Sì 133 (20,9%) – No 504 (79,1%)
  • Sez. 5 – via Marche – aventi diritto 862 – votanti 628 – bianche 2 – nulle 4 – Sì 125 (20,1%) – No 497 (79,9%)
  • Sez. 6 –  via Marche – aventi diritto 903 – votanti 528 – bianche 2 – nulle 1 – Sì 107 (20,4%) – No 418 (79,6%)
  • Sez. 7 – Montefollonico – aventi diritto 552 – votanti 305 – bianche 0 – nulle 1 – Sì 151 (49,7%) – No 153 (50,3%)

Totale Torrita di Siena: vince il No con 2891 voti pari al 76,7% contro gli 878 voti pari al 23,3% del Sì

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Due itinerari per scoprire la Via Lauretana, tra Sinalunga, Torrita di Siena e Montepulciano

Nel 2016, guardando un’esposizione di documenti e pubblicazioni riguardanti la Via Lauretana allestita nella Chiesa di Santa Croce a Torrita, rimasi folgorato da un disegno seicentesco raffigurante un pellegrino alle…

Nel 2016, guardando un’esposizione di documenti e pubblicazioni riguardanti la Via Lauretana allestita nella Chiesa di Santa Croce a Torrita, rimasi folgorato da un disegno seicentesco raffigurante un pellegrino alle porte del Santuario di Loreto. Chiunque sia nato e cresciuto in Valdichiana ha sempre sentito parlare della Via Lauretana, ma pochi conoscono le origini e il significato di quel nome o hanno idea di dove portasse quella strada lunga 300km.

Da lì partì il bizzarro progetto di portare le persone a percorrere quell’antica via. A nostro avviso, la Lauretana meritava ben più che rimanere rinchiusa nei salotti di storici dell’arte e ricercatori. Pochi immaginavano che il percorso potesse essere ancora oggi vivo e attuale, così come la fede e la voglia di avventura di chi sceglieva di percorrerlo.

Siamo partiti da Torrita in tre e siamo arrivati a Loreto in tanti, sotto i riflettori dell’opinione pubblica e con la consapevolezza di aver riportato l’attenzione su questo cammino antico, tra i più importanti per i cattolici dalla fine del tredicesimo secolo ad oggi.

Da allora abbiamo accompagnato diverse centinaia di persone sul tratto che da Siena porta fino a Valiano, stimolando diverse associazioni a fare altrettanto. È stato con grande soddisfazione che abbiamo accolto la novità che la Via Lauretana (nella tratta Siena-Loreto) sia stata inclusa nel progetto del MIBACT per sviluppare, riscoprire e valorizzare i tanti itinerari spirituali e storici d’Italia. Grazie a questa delibera del ministero, entro il 2019 il percorso della Lauretana sarà messo in sicurezza e contrassegnato dalla cartellonistica della Regione Toscana nei comuni di Siena, Asciano, Rapolano, Sinalunga, Torrita, Montepulciano e Cortona.

Sabato 17 e Domenica 18 Novembre, la Pro Loco di Torrita di Siena (per la quale ricopro il ruolo di coordinatore della commissione Via Lauretana) ha organizzato due giorni di cammini sul tratto di Lauretana che dalla Pieve di Sinalunga porta alla Maestà del Ponte a Montepulciano stazione, passando per Torrita di Siena. Andiamo a vedere assieme i percorsi nel dettaglio:

Sabato 17 novembre l’itinerario partirà da Sinalunga alle ore 13:30 e proseguirà per circa 10km con un dislivello di 100mt in salita fino a Torrita di Siena, per una durata complessiva di circa tre ore. L’arrivo è infatti previsto per l’imbrunire.

Dopo il ritrovo nel piazzale della stazione ferroviaria, raggiungeremo a piedi la Pieve di S.Pietro ad Mensulas, la prima tappa del percorso. Di origine antichissima, la Pieve sorge nei pressi di una mansio romana sulla Cassia Adrianea che, come la Statio Manliana di Torrita, fungeva da stazione di posta ed era molto attiva in epoca imperiale. Qui, Don Claudio, parroco della Pieve, accoglierà i pellegrini per la benedizione del cammino.

Dopodiché proseguiremo attraverso diverticoli interni che ci porteranno fino alla zona Santarello e subito dopo a La Fratta, tappa fondamentale della Lauretana. Secondo la tradizione questo fu il Castello natale del famoso brigante Ghino di Tacco, che divenne poi un’importante fattoria fortificata tutt’ora in attività. Qui si alleva la razza Chianina e ha sede la Cappella di S.Michele, una chiesetta cinquecentesca al cui interno è custodito un importante affresco di Antonio Bazzi detto Il Sodoma.

Il percorso continuerà in direzione Petriolo, nella zona collinare che cinge Torrita a nord. Da qui potremo godere di un bellissimo e ampio scorcio sulla Valdichiana. Proseguendo, giungeremo poi al colle di Poggio Manliano, sede del cimitero di Torrita, primo insediamento urbano certificato sul territorio torritese di epoca romana che portava il nome di Ascanellum, dove sorse anche la prima Pieve della parrocchia: la Madonna delle Nevi. Da questa posizione di favore potremo ammirare la classica vista da cartolina di Torrita di Siena, adagiata sul colle con le sue mura, le sue torri e lo spiccato colore rosso dei suoi laterizi. Pochi minuti ci separeranno dall’entrare trionfalmente nel centro storico di Torrita.

Domenica 18 novembre partiremo alle 9:00 dalla stazione di Torrita di Siena per arrivare alla Maestà del Ponte di Montepulciano all’ora di pranzo; il rientro avverrà nel pomeriggio a Torrita di Siena su un percorso ad anello lungo circa 18km e con 100mt di dislivello.

I volontari della Pro Loco, ormai fini conoscitori dell’itinerario, accompagneranno i partecipanti in questa camminata che risveglierà i sensi sulle bellezze naturalistiche e paesaggistiche dei territori attraversati, con storie e racconti inerenti la Via Lauretana, a detti di molti uno dei Cammini più belli d’Italia.

Partendo dalla stazione ferroviaria di Torrita cammineremo in direzione sud-est verso il Greppo, la zona di confine tra i comuni di Torrita e Montepulciano. Attraverso la sterminata pianura della Chiana raggiungeremo la Fila, una fattoria di epoca Leopoldina composta da molti poderi in perfetto stile Lorena/Asburgico. Tra essi spicca la struttura del Torrione, l’antica torre fatta costruire dal futuro imperatore austriaco per controllare l’esecuzione dei lavori di bonifica nella vallata.

Da lì raggiungeremo la Maestà del Ponte, chiesa seicentesca nei pressi di Montepulciano Stazione, costruita ai piedi dell’antico ponte che conduceva fino a Valiano e che conserva moltissimi riferimenti Lauretani. In questa sede, l’accoglienza degli amici dell’Asd Maestà del Ponte ci ospiterà per il pranzo al sacco prima di completare l’anello di rientro fino a Torrita, che percorreremo su un sentiero leggermente diverso da quello di andata per scoprire altri scorci tra Stazione, Abbadia e Torrita Scalo.

Per partecipare alle camminate puoi contattarmi, attraverso il sito o la pagina facebook, oppure contattare la Pro Loco di Torrita di Siena.

Articolo a cura di Manuele De Bellis – Guida Ambientale Escursionistica


Per approfondire:
La Via Lauretana – Prima parte
La Via Lauretana – Seconda parte
La Via Lauretana – Terza parte

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Una sigaretta per ogni squadra: Maurizio Sarri, dalla panchina del Tegoleto a quella del Chelsea

L’Italia è un paese amato e rispettato nel mondo soprattutto per quanto riguarda l’arte culinaria: l’export di generi alimentari è uno dei nostri punti di forza e motivi d’orgoglio, basti…

L’Italia è un paese amato e rispettato nel mondo soprattutto per quanto riguarda l’arte culinaria: l’export di generi alimentari è uno dei nostri punti di forza e motivi d’orgoglio, basti pensare a quanto appeal hanno squisitezze come pizza, olio e vino nei paesi gastronomicamente più poveri.

Da qualche mese l’Italia, e più precisamente la Toscana, ha occupato la sala del trono della regina Elisabetta offrendo al banchetto domenicale non gustose portate ma una buona dose di sapienza calcistica. Da qualche mese, infatti, siamo diventati esportatori di football nella terra in cui il football è nato e tutto questo grazie ad un signorone toscano con l’innato vizio del fumo, delle tute da passeggio, che contrappone quotidianamente ai bei vestiti, e alle ipocrite buone maniere che il mondo del calcio in televisione imporrebbe.

Ovviamente, stiamo parlando di Maurizio Sarri e del suo ormai celebre Sarriball, nomignolo coniato dai tifosi del Chelsea per etichettare il gioco spettacolare del loro allenatore. Sarri è nato a Napoli, ma è cresciuto tra i territori del Valdarno e le mura della banca di Firenze, dove ha lavorato prima di dedicarsi interamente al calcio.

Accolto, tra i dubbi, alla corte del proprietario dei blues Roman Abramovič dopo un’insolita staffetta con un altro italiano, Antonio Conte, è riuscito a farsi adorare in pochissimo tempo, non solo per la sua schiettezza e per la sua inaspettata padronanza della lingua inglese, ma anche e soprattutto per il calcio intenso, poetico e bello che riesce a far esprimere alla propria squadra.

Ma a tutto questo, Sarri, ci aveva già abituato in Italia, quando il grande pubblico aveva potuto conoscerlo ed ammirarlo sulle panchine di Empoli prima e Napoli poi. Tuttavia, come tutti i personaggi storici che si rispettino, c’è un passato da raccontare, un passato che ha segnato in maniera indelebile la sua carriera, facendolo diventare l’uomo e il professionista che è ora. Una commistione di sangue campano e toscano, che lo ha reso tra gli allenatori più iconici e amati della contemporaneità, anche oltremanica.

Con questo  articolo voglio ripercorrere, dunque, le tappe principali che hanno indirizzato Sarri verso la conquista della Serie A e, successivamente, della Premier League. Racconterò Sarri abbinando ad ogni squadra un pacchetto di sigarette che porta gli stessi colori sociali della maglia. La sigaretta è un segno distintivo per Sarri da diventarne metonimia: crea, il fumo, quell’aura di provincialità e, perché no, di toscanità, che contraddistinguono l’inizio, dal basso, di una carriera scintillante. Tutto questo, tuttavia, senza mai elevarsi sul piedistallo dell’intoccabilità che media e celebrità costruiscono sotto i piedi dei personaggi famosi.

Vi sembra l’identikit di un allenatore milionario di una delle squadre più ricche del pianeta?

MARLBORO ROSSE – Il Tegoleto e il posto per la macchina

A Tegoleto, frazione di Civitella in Valdichiana, provincia di Arezzo, Sarri arriva dopo quasi 10 anni di esperienza in panchina: prima aveva allenato Stia, Faellese, Cavriglia, Antella e Valdema, ottenendo buoni risultati tra Seconda Categoria, Promozione ed Eccellenza.

Tegoleto rappresenta, per Sarri, la svolta della carriera: sarà la prima vera stagione in cui potrà dedicarsi totalmente al lavoro di allenatore, dopo aver riposto per sempre nel polveroso armadio di casa la giacca elegante da impiegato di banca.

Ci immaginiamo, dunque, un Sarri super meticoloso arrivare un paio d’ore prima dell’allenamento al campo sportivo, avviare il suo pacchetto rigorosamente morbido di Marlboro Rosse e iniziare a ingurgitarne una dopo l’altra, tra fogli impiastricciati pieni di schemi e cenere accidentalmente cadutagli sulla tuta.

“La sigaretta per eccellenza” diventa “la sigaretta per salvarsi in un campionato di Eccellenza”. Sarri, infatti, arriva undicesimo ottenendo la salvezza con qualche giornata di anticipo, anche grazie a qualche accorgimento cabalistico: celebre quella volta – racconta Roberto Bacci, Ds del Tegoleto – in cui uno sconosciuto parcheggiò la macchina nel posto dove Sarri la metteva ogni domenica”

Si incazzò tantissimo, continuava a dì che se ‘un se cavava quella macchina di lì ‘un si sarebbe nemmeno potuto giocà. Io aspettai lì, ogni persona che veniva gli chiedevo se era sua la macchina, alla fine arrivò il proprietario e gentilmente ce la spostò. A quel punto Maurizio la rimise al su’ posto”.

Ovviamente, la partita terminò con una vittoria per i biancorossi di Sarri. Scaramanzia? O, semplicemente, espressione fenotipica del gene napoletano che vive in lui?

Rosa del Tegoleto ‘99/’00

PHILIP MORRIS GIALLE – La Sansovino e il sinistro stradale sistematico

La grande stagione col Tegoleto convince la Sansovino a puntare su Sarri, per portare gli arancioblù in Serie D dopo anni di stabile presenza nel campionato di Eccellenza. A volere a tutti i costi Maurizio sulla panchina della Sanso è Nario Cardini, al tempo Ds, che amava la quadratura tattica delle squadre allenate dal tecnico. “Ogni volta che si giocava contro una squadra di Sarri c’era da soffrì sempre, e a me mi garbavano le squadre toste in quel modo”.

L’esperienza di Sarri alla Sansovino è memorabile, come il sapore di una Philip Morris accompagnata a una birra scura o, forse ancora meglio, a un vino rosso bello corposo tipico toscano. Sì, sicuramente l’immagine di Sarri con una Philip Morris in una mano e un bicchiere di vino nell’altra, alla sagra della porchetta di Monte San Savino, è più convincente.

Il primo anno vince l’Eccellenza portando la squadra in Serie D, ma dopo un sesto posto il tecnico compie il miracolo nella stagione 2002/2003: arrivano, insieme, il secondo posto nel campionato e la vittoria della Coppa Italia, che gli valgono la promozione in Serie C2.

La caricatura di Sarri, anche lei col vizio del tabagismo

Soprannominato “Mister 33” da un giornalista per la varietà infinita di schemi su palla inattiva, anche con la Sansovino si rende protagonista di qualche scongiuro particolare:

Lo stesso Nario Cardini ricorda le tre spighe di grano – “gli dissi che un uomo aveva detto che se si prendevano tre spighe di grano si vinceva, lui fermò la macchina e ne colse tre da un campo. Si vinse, e da quel giorno diventò una cosa fissa” – ma anche un’altra strana abitudine.

“C’era un giocatore, Marco Fara, che portò da Tegoleto. Una domenica per fare retromarcia gli batté la macchina, dopo si vinse, e così ogni domenica il mister a Fara gli faceva mettere la macchina al solito posto, partiva in retromarcia e gliela batteva piano piano, come fece involontariamente la prima volta. Fara non era molto contento, ma insomma per Maurizio si faceva tutto”.

GAULOISES ROSSE – L’Arezzo e la prima staffetta con Antonio Conte

Sarri, a questo punto della carriera, è un allenatore così stimato nel circondario toscano che l’indimenticato presidente Arduino Casprini, noto imprenditore valdarnese e proprietario della Sangiovannese, decide di ingaggiarlo per il campionato di C2 subito dopo il miracolo compiuto dallo stesso mister con la Sansovino.

La scelta si rivela azzeccata, e Sarri conduce la Sangiovannese alla promozione in C1 alla prima esperienza sulla panchina dei biancoazzurri.  Il salto di categoria è doveroso, e così due anni più tardi in Serie B salva un’altra squadra di biancoazzurri, il Pescara, prima di approdare inaspettatamente all’Arezzo.

La scelta, infatti, è di quelle coraggiose, come il pacchetto di Gauloises rosse amaranto che Sarri sicuramente esibiva a ogni uscita con la tuta degli aretini. Se fumi Gauloises aspiri a metterti alla pari di artisti eclettici e immortali: il cubista Picasso, l’esistenzialista Sartre o il sognatore John Lennon, per citarne alcuni, fumavano Gauloises, come segno distintivo di superiorità intellettuale.

E così Sarri, sigaretta in bocca, prende le redini di un Arezzo a -1 in classifica, sfilando il timone per la prima volta nella sua carriera dalle mani di Antonio Conte. Ci mette cinque giornate a vincere la prima partita, contro il Pescara sua ex squadra, ma è a ridosso di Natale che scrive la storia dell’Arezzo: in una fredda serata all’Olimpico di Torino, contro la Juventus, i suoi ragazzi ribaltano due reti di svantaggio e pareggiano contro i bianconeri di Buffon, Del Piero, Trezeguet e compagnia. Non gli ultimi arrivati, insomma.

In un’intervista sgranata su Youtube, per “Amaranto Story”, Sarri racconta tutta la partita, dalla sensazione di impotenza provata passando accanto a quei mostri sacri vestiti di bianconero, fino alla lucida follia che ha permesso ai suoi di portare a casa un 2-2 sulla carta imponderabile.

Sarà stato il sale sparso prima di ogni match sul terreno del “Città di Arezzo”? O la fissa per le calzature total black da far indossare ai propri giocatori? Anche se lasciare la moglie nel pullman, perché portava sfiga, durante una trasferta a Bari, come accorgimento scaramantico li batte un po’ tutti.

Sguardo affamato

CAMEL BLUE – L’Empoli

Arriviamo così all’ultimo capitolo della sua carriera toscana e non poteva che concludersi in Serie A. Lo sceglie l’Empoli, che Sarri conduce verso la massima categoria dopo due anni di B: prima perde il playoff col Livorno, ma la stagione successiva arriva secondo e conquista la A per direttissima.

Il resto è un trionfo.

Sarri, con una squadra data praticamente per spacciata ad inizio campionato, si salva con quattro giornate di anticipo. Il suo Empoli verrà ricordato come una tra le squadre più all’avanguardia del calcio italiano moderno, un 4-3-1-2 pieno di tecnica e fantasia: i gol di Maccarone, gli assist dei trequartisti Saponara e Verdi, una difesa ferrea composta da Hysaj-Tonelli-Rugani-Mario Rui, che adesso giocano tra Napoli, Juventus e Sampdoria. Un gioco spumeggiante, il vero inizio del Sarriball, in grado di mettere in difficoltà squadre come Napoli, Inter e Milan.

Premesse molto hard, esito finale light, come il pacchetto di Camel Blue fumato puntualmente tra primo e secondo tempo, lontano dalle telecamere. Come il mozzicone di sigaretta finita continuamente masticato durante la partita, diventato ormai il simbolo che identifica Sarri nell’immaginario popolare.

Sarri festeggia la salvezza con quattro giornate d’anticipo

L’iconicità del personaggio Maurizio Sarri è dunque dovuta alla sua strenua lotta contro la mercificazione delle passioni calcistiche, che porta avanti da sempre pur trovandosi ad allenare una squadra famosa in tutto il mondo e dai profitti miliardari come il Chelsea.

Alla fine, allora, ci piace comunque immaginarlo nello stesso modo in cui l’abbiamo conosciuto in Toscana.

A salutare sempre l’ultramiliardario proprietario Roman Abramovič stringendogli la mano con la sinistra, perché fece così la prima volta e la domenica successiva ha trovato la prima vittoria contro l’Huddersfield; o urtando every Sunday contro la Ferrari di Eden Hazard, candidato al Pallone d’Oro, perché il sabato precedente l’aveva fatto e il belga aveva messo a segno una tripletta col Cardiff.

Da dare indicazioni al centrocampista dello Stia a catechizzare Hazard. Sempre in tuta, però


Riferimenti.

Usd Tegoleto

Sansovino Calcio

Arezzo Calcio

Empoli F.C

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Racconti di veglia: Halloween e la Morte Secca

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Stanotte non affacciarti alla finestra, perché c’è la processione dei morti e loro ti potrebbero portare via” Questo era…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Stanotte non affacciarti alla finestra, perché c’è la processione dei morti e loro ti potrebbero portare via”

Questo era il monito che le nonne chianine, ma non solo, davano ai nipoti durante le notti dal  31 Ottobre al 2 Novembre, notti in cui secondo la tradizione le anime dei morti tornano sulla terra, una credenza che si trova anche alla base della festa di Halloween. Sono questi i giorni in cui si legano diverse festività e tradizioni, legate da alcuni interessanti fili conduttori: la notte di Halloween del 31 Ottobre, la festa di Ognissanti del 1 Novembre e la Commemorazione dei Defunti del 2 Novembre.

Nella tradizione cristiana più antica, alla vigilia di Ognissanti le anime dei defunti venivano liberate dal purgatorio per 48 ore, per rigenerare il ciclo della vita. Assistere alla processione dei morti che si tiene nelle notti di Halloween è un presagio infausto, perché i mondi dei vivi e dei morti non devono entrare in contatto diretto, altrimenti si correrebbe un grave pericolo. La processione delle anime del purgatorio poteva essere sentita e vista solo da chi non ricordava che giorno fosse e non avesse commemorato i propri defunti. La leggenda parla chiaro: i morti condannati all’oblio dai parenti ingrati, si sarebbero vendicati e li avrebbero portati con loro ed è per questo motivo che fuori dalle case veniva lasciato cibo e vino in loro onore.

Sempre per questo motivo il giorno dei morti nella tradizione cristiana, il 2 Novembre, è il giorno consacrato alla preghiera per le anime del purgatorio. Ognissanti e il giorno dei morti vengono celebrati all’incirca dal III secolo e furono introdotti ufficialmente nel calendario cristiano nel VII secolo; tuttavia, le credenze relative alla notte di Halloween e alle festività per celebrare i defunti sono ancora più antiche e ampiamente diffuse.

Testimonianze e Diffusione

L’usanza di Halloween è legata alla famosa leggenda dell’irlandese Jack, un fabbro astuto, avaro e ubriacone, che per tutta la sua vita ingannò il diavolo per salvarsi l’anima. Ottenne addirittura la promessa di non essere mai accettato all’Inferno, ma, al momento della morte, per via della sua vita piena di peccati, non venne neppure fatto entrare in Paradiso. La vendetta del diavolo fu quella di lasciarlo vagare come anima tormentata, gettandogli un tizzone ardente contro il freddo, che Jack mise all’interno di una rapa per scaldarsi. Da quel momento Jack viene rappresentato con una zucca su cui viene intagliata una faccia, chiamata “Jack -o’-lantern”.

L’usanza di intagliare le zucche in questa maniera, diventata uno dei simboli della festa di Halloween, è in realtà molto antica e ben radicata in molte zone. La rapa è stata usata come una lanterna per ricordare le anime bloccate nel Purgatorio, come nella storia di Jack, sia in Irlanda che in Scozia, per poi essere sostituita da una zucca dopo l’immigrazione in Nord America.  La festa americana infatti altro non è se non la riproposizione, rivista e corretta, della festa celtica che veniva celebrata il 31 ottobre, capodanno celtico e termine di passaggio dalla stagione estiva a quella invernale.

La zucca è ben presente nella cultura contadina della Toscana, infatti per molto tempo nelle nostre campagne si è tramandata l’usanza di intagliare questi ortaggi per creare delle facce grottesche mediante il gioco dello “Zozzo” o della “Morte Secca”.  Nel periodo compreso tra agosto e ottobre (più frequentemente d’estate) si svuotava una zucca, le si intagliavano delle aperture a forma di occhi, naso e bocca; all’interno si inseriva poi una candela accesa. La zucca veniva posta fuori casa, nell’orto, in giardino ma più spesso su un muretto, dopo il tramonto; per simulare un vestito le si applicavano degli stracci o addirittura un abito vero e proprio. In questo modo avrebbe avuto le sembianze di un mostro provocando un gran spavento nella vittima dello scherzo, in genere uno dei bambini, mandato fuori casa con la scusa di andare a prendere qualcosa.

Questo inquietante personaggio veniva popolarmente soprannominato “Morte Secca”, diventando a tutti gli effetti una versione toscana della leggenda di Jack-o’-lantern. Nonostante le sue raccapriccianti sembianze, questo fantoccio possedeva una funzione positiva e bene augurante: serviva ad allontanare le paure, a divertire i bambini che di notte lo portavano in giro cantando filastrocche e a tenere lontani malefici e spiriti maligni. In questo senso può anche ricordare un’altra tradizione locale, quella del befano, che veniva utilizzato per le burle nel periodo dell’Epifania.

La Morte Secca veniva usata anche per festeggiare la nostra versione di Halloween, attraverso un rituale che si svolgeva alla vigilia di Ognissanti. Si prendeva una zucca (o in alternativa una rapa), si estraeva la polpa con un cucchiaio e le si intagliavano i denti e gli occhi; quindi vi si accendeva all’interno una grande candela arancione o dorata a base larga, poggiata su un piatto, e la si lasciava bruciare fino all’alba. Questo rituale serviva per assicurare buona fortuna alla famiglia per tutto l’anno, in quanto la Morte Secca veniva messa fuori dalle finestre o dalle porte con l’intento di spaventare gli spiriti cattivi.
La Morte Secca toscana non è l’unica versione locale di Halloween: le usanze relative alla festa dei morti sono presenti in molte regioni d’Italia. In Piemonte e in Val d’Aosta, ad esempio, veniva presentata una sontuosa tavola per far cenare i defunti: i partecipanti facevano visita al cimitero per lasciare posto ai morti risorti tornati in visita nelle rispettive abitazioni. Sempre in Piemonte si aggiungeva un piatto a tavola, destinato al defunto che veniva a far visita ai vivi nella notte tra l’1 e il 2 Novembre. In alcuni paesi della Lombardia, invece, durante quella notte si lasciava sul davanzale una zucca riempita di vino. Nelle campagne di Cremona ci si alzava presto e si riassettavano i letti, in modo da far riposare le anime dei defunti su di essi.

In Friuli e Veneto era diffusa la tradizione di intagliare zucche con fattezze di teschio, e la credenza che nella notte dei morti questi potessero uscire dalle tombe e muoversi in processione. In Abruzzo e in Calabria si decoravano le zucche e i ragazzi di paese bussavano, di casa in casa, chiedendo offerte per le anime dei morti (una tradizione che ricorda da vicino il “dolcetto o scherzetto” dell’attuale Halloween); similmente accadeva in Campania, dove si chiedeva la questua in giro, con una cassetta di cartone a forma di bara. In Molise e in Puglia era usanza diffusa quella di lasciare delle porzioni a fine di una grande cena, fuori dalle porte o dalle finestre, per le anime che sarebbero venute in visita.

In Puglia nella notte tra l’1 e il 2 Novembre si celebra la notte del “Fucacost”, in cui vengono accesi dei falò davanti a ogni casa per illuminare la strada ai defunti; sulla brace viene poi cucinata la carne che viene mangiata in strada con i passanti. Anche in Sardegna era diffusa l’usanza di cenare a casa con la famiglia durante la notte dei morti; a fine pasto, però, non si sparecchiava, ma si lasciava tutto intatto per gli spiriti dei defunti che sarebbero tornati a visitare la casa. Anche in questo caso i bambini erano soliti andare in giro per il paese a bussare alle porte, ricevendo in cambio dolcetti, frutta secca e denaro, imitando i morti in visita alle case.

Per finire, in Sicilia si è tramandata una versione particolare, chiamata “Fiera dei Morti”, in cui tutti i bambini ricevono dei doni durante la mattina del 2 Novembre, a patto però che si sveglino all’alba e che siano capaci di scovare il loro nascondiglio.

Caratteristiche ed Analisi

Questa carrellata di usanze locali ci permettono di notare dei tratti distintivi che accomunano le varie regioni d’Italia e che ci consentono di trovare relazioni con l’attuale festa di Halloween, dalla Morte Secca fino alla processione dei morti. Innanzitutto, alla base delle diverse festività contenute tra il 31 Ottobre e il 2 Novembre c’è la necessità di celebrare i propri defunti.

La stessa tipologia del nome “Halloween” deriva da “All Hallows’ Eve”, ovvero la “Notte di tutti gli spiriti sacri” che è la vigilia di Ognissanti. Per quanto l’attuale festa sia stata resa famosa in tutto il mondo dalla cultura statunitense, in realtà le sue radici risalgono alle tradizioni europee e le diverse forme locali dimostrano una vasta diffusione anche nelle regioni italiane. Alla base di questa credenza c’è il rapporto tra la vita e la morte, soprattutto in un periodo come quello di metà autunno in cui, secondo i riti agresti della civiltà contadina, i campi vanno a riposarsi in attesa della rinascita primaverile. L’11 novembre, il giorno di San Martino, finiva l’annata agraria e festeggiando Halloween si ricordava anche questo evento: da quel momento in poi, contavano solo i semi che riposavano sotto la terra dei campi arati. La credenza che i morti possano tornare in vita è ampiamente diffusa, e la notte di Halloween è tradizionalmente quella in cui i defunti (sotto forma di spiriti o di creature in carne ed ossa) possono tornare in vita.

Tale evento è vissuto tendenzialmente come nefasto, perché altera il normale svolgimento delle cose (a differenza delle messi che tornano in vita, le persone rimangono morte), ma è ricorrente l’idea che i vivi debbano mostrare timore nei confronti dei morti, o perlomeno rispetto e commemorazione. In molti dei casi sopra citati la tradizione prevede l’allestimento di pasti o cene dedicate ai morti, la sistemazione di letti o di percorsi per facilitare loro la via: i morti non devono quindi essere scacciati ma rispettati, per evitare di ricevere maledizioni.

Altro tipico rituale della festa di Halloween è il legame con i dolci. I bambini che effettuano i riti di questua, imitando la processione dei morti, chiedono dei dolciumi agli abitanti per evitare degli “scherzetti”. Le feste dei morti sono caratterizzate da dolci tipici, che di solito contengono ingredienti semplici come farina, uovo e zucchero; spesso sono presenti mandorle, cioccolato, marmellata o frutta candita. Dolci tipici sono il “Pan coi Santi“, le “Ossa dei Morti” (a Montalcino sono dei biscotti rotondi di farina, zucchero, chiara d’uovo e mandorle, che devono risultare rigorosamente bianchi d’aspetto) oppure le “Fave dei Morti” (biscotti di forma ovale con farina di mandorle, pinoli, albume d’uovo, zucchero e buccia di limone).

Anche l’usanza di mascherarsi nel giorno di Halloween è messa in relazione alla credenza che i defunti possano risorgere per insidiare i vivi. Le persone erano solite indossare maschere e travestimenti, specialmente chi tornava a casa dopo una giornata di lavoro, per evitare di essere riconosciuti e rapiti dagli spiriti maligni; i volti erano anneriti con la fuliggine e i vestiti indossati alla rovescia, per sfuggire agli scherzi di streghe, fate e folletti. Tuttora ci si traveste la notte di Halloween, quando si crede che i confini tra la vita e la morte siano più flebili, per evitare che gli spiriti dei defunti ci riconoscano tra i viventi e che possano nuocerci in qualche modo.
In un contesto del genere è facile capire perché la notte dei morti sia anche considerata una delle più favorevoli per le divinazioni, in quanto l’energia magica e la presenza di spiriti è fortissima. A tal proposito abbiamo trovato molte usanze divinatorie riguardanti l’amore, ma quella che ci sembra più simpatica da narrare è la divinazione dell’aringa. Si dice che se una giovane o un giovane, prima di andare a dormire la notte di Halloween, mangia un’aringa salata cruda o arrostita, il futuro marito o la futura moglie, apparirà in sogno portando da bere per calmare la sete del sognatore. Se qualche lettore o lettrice volesse provare, saremo ben lieti di confermare o meno la verità della predetta diceria.

Influenze nella cultura Pop

Nella tradizione odierna Halloween si ritrova ovunque, dal famosissimo “Nightmare Before Christmas” di Tim Burton (che mette in luce la continuità tra la festa dei morti e la tradizione del Natale) al più recente “Coco” della Disney, ambientato nella tradizione messicana del “Dias de los Muertos”.

La saga cinematografica più famosa è appunto “Halloween”, composta per adesso da 11 film, tutti ambientati nella notte di Halloween, con un unico capitolo senza il serial killer Michael Myers. La lista sarebbe infinita, da “La leggenda di Sleepy Hollow”, a “Piccoli Brividi“, tutti trattano il tema specifico, ma comunque ci sentiamo di consigliare “I Tre Volti della paura”, episodio “La Goccia”: il film in originale si chiama Black Sabbath e ha ispirato il nome della famosa band di Ozzy Osbourne.

Non solo Black Sabbath: anche il gruppo power metal “Helloween” di Amburgo trae il suo nome da questa festa. Secondo l’ex chitarrista Kai Hansen, il nome fu proposto dal bassista Markus Großkopf la sera di Halloween del 1984, giocando sull’assonanza con Hellish Music che i giovani si proponevano di fare. Il gruppo sfruttò questa assonanza: Hansen scrisse una suite di oltre 13 minuti intitolata Halloween, contenuta nel loro secondo album in studio, “Keeper of the Seven Keys Part I”, mentre il loro EP di esordio (Helloween) era introdotto da una breve successione di melodie registrate da una radio, tra cui “Happy Happy Halloween”, sull’aria di “London bridge is falling down”. Jack’o’lantern è una figura ricorrente in tutte le loro copertine (la stessa “o” di Helloween è rappresentata come una zucca maligna).

Nella letteratura oltre i migliaia di libri horror nati come “Penny Dreadful”, ovvero le pubblicazioni periodiche sensazionalistiche che raccontavano storie crude e gotiche, citiamo uno splendido Robert Burns, che, nel poemetto propriamente intitolato “Halloween” (1785), racconta e celebra l’apoteosi della superstizione celtica.

Conclusioni

Oggi Halloween è diventata una festa puramente commerciale, con maschere di plastica, cappelli neri e generici richiami ai mostri e alle storie del terrore. Anche da noi i bambini vanno in giro per le case a recitare la famosa frase “Dolcetto o scherzetto”, la versione italiana del “Trick or treat” anglo-americano. Come accaduto per altre feste del calendario, si rischia di dimenticare la reale antichità di queste tradizioni e di come siano legate strettamente al nostro passato.

Nonostante l’eccessiva banalizzazione commerciale, Halloween è e rimarrà sempre una festa magica, un’occasione per tutta la famiglia di stare insieme e preparare le vecchie ricette di un’amatissima nonna deceduta, raccontare le vecchie leggende di famiglia, gli aneddoti divertenti, condividere le storie di fantasmi: quella della nonna che vide il fratello soldato apparire alla finestra la notte in cui fu ucciso in guerra, quella del patriarca familiare che torna dall’aldilà per spiare nella culla i nuovi arrivati della famiglia, oppure risentire, durante le nozze del nipote preferito, l’odore di tabacco che fumava il nonno morto anni prima. Se durante i giorni delle festività dei morti, oppure in un anniversario di famiglia, abbiamo la fortuna di di sentire o vedere una persona cara, non dovremmo essere spaventati, ma dovremmo essere felici di tale tangibile prova che l’amore sopravvive alla morte.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Calcio a 5 femminile, le ragazze tremende dell’Asd La Chianina

Lo sport è eccitazione ed energia, titoli e medaglie conquistate, ma anche sconfitte e delusioni. La gioia di salire sul gradino più alto di un podio, la soddisfazione di sentirsi…

Lo sport è eccitazione ed energia, titoli e medaglie conquistate, ma anche sconfitte e delusioni. La gioia di salire sul gradino più alto di un podio, la soddisfazione di sentirsi ripagati di tutti gli sforzi e i sacrifici fatti: è questo ciò per cui uno sportivo combatte, questo ciò che lo spinge ad amare ciò che fa.

Purtroppo però la vita di un atleta non è solo gloria e successi, a volte bisogna avere la forza per affrontare e superare le sconfitte: deludono, fanno versare lacrime di rabbia, ma sono un momento importante, indispensabile per prendere coscienza dei propri errori. Dal dolore di una sconfitta nasce la voglia di vincere, nasce la forza che può portare a sacrifici ancora più grandi, nasce, prima di tutto, il desiderio di superare se stessi, prima ancora degli avversari.

E questo lo sanno benissimo Marta Rencinai, Jessica Sodano, Laura Betti, Sofia Faltoni, Alice Tiezzi, Cecilia Biagi, Martina Francini, Lisa Graziani, Roberta Millacci, Dany Marinova e Giulia Ugolini: undici ragazze, ognuna con i propri interessi e i propri sogni, accomunate dalla passione per lo sport, in particolar modo per il calcio e per il calcio a 5, che quest’anno andranno a comporre la rosa della squadra di calcetto femminile dell’ASD La Chianina di Montepulciano Stazione.

Le undici ragazze, negli anni passati, facevano parte di altre squadre di calcio a 5 femminili locali, Sinalunge Le Crete, con il tempo però alcuni elementi importanti di queste squadre sono venuti meno e quindi le due compagini, non arrivando al numero dei componenti per presentarsi ai campionati, hanno deciso di unirsi fino ad arrivare, quest’anno a disputare il campionato con i colori rosso-bianco dell’ASD Chianina.

La Chianina, già ’40 anni fa, disponeva di una squadra di calcio, partecipava a competizioni locali e diffondeva la cultura sportiva nel territorio. Con il passare degli anni si sono succeduti altri importanti settori quali il tennis, il nuoto e il ciclismo, fino alle aggiunte più recenti quali appunto il podismo, il basket e il calcio a 5 femminile. Dalla società sportiva di fine anni ’70, si è poi creata l’Associazione Sportiva Dilettantistica di fine anni ’90, l’attuale forma societaria che vede La Chianina ancora tra i principali attori sportivi del nostro territorio. Attualmente all’associazione è stata affidata la gestione del centro sportivo che ha contribuito a costruire e sviluppare tutte le attività sportive e ricreative.

Forti dal secondo posto dell’anno scorso conquistato nel girone di Siena Campionato Uisp contro una squadra ben più avvezza a macinare successi e vittorie, le ragazze tremende dell’Asd La Chianina, sotto la guida dell’allenatore Massimiliano Armonici e Niki Ciolfi per i portieri, sono pronte a scendere di nuovo in campo, il prossimo 4 novembre, nello stesso campionato, più determinate che mai per migliorare il risultato dell’anno scorso e conquistare il primo posto. Per questo, quest’anno nella squadra hanno fatto il loro ingresso quattro nuove ragazze che, insieme alle altre, oltre a conquistare i piani alti della classifica andranno a comporre un gruppo affiatato e determinato.

‘1,2,3…fotting’ è il loro motto prima di entrare in campo, una frase di intesa che descrive la determinazione e la voglia di vincere di questo gruppo di ragazze molto unito dentro e fuori al campo. Per queste ragazze sentirsi parte di una squadra è adrenalinico e combattere per uno stesso obiettivo per il quale, spesso, non servono parole di incoraggiamento o motti, ma basta uno sguardo per provare le stesse emozioni e le stesse paure, è uno stile di vita che porta ad avere fiducia reciproca.

La ASD La Chianina  può vantare una lunga storia fatta di partecipazione e impegno, incarnati quest’

anno anche dalla nuova squadra di calcio a 5 femminile delle ragazze tremende.

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45 Giri – Prima traccia

Dopo il racconto della nascita di Nessuno, il laboratorio di Teatro Danza dei Concordi è già partito per un nuovo anno, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma…

Dopo il racconto della nascita di Nessuno, il laboratorio di Teatro Danza dei Concordi è già partito per un nuovo anno, con il coinvolgimento di tanti bambini e la conferma di un gruppo di attori e assistenti di scena pronti ad affrontare una nuova avventura. Il titolo dello spettacolo di quest’anno, che verrà messo in scena al termine del laboratorio, è “45 Giri”. La squadra è all’opera per occuparsi di tutte le fasi necessarie alla messa in scena, ma nel frattempo il diario di lavoro verrà raccontato su queste pagine.

Ecco la prima traccia di 45 Giri!

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Fusione dei comuni di Montepulciano e Torrita: tra sospetti e promesse

“SÌ o NO” è la scelta di fronte a cui si troveranno Torritesi e Poliziani nel rispondere, il prossimo 11 e 12 novembre, al quesito referendario sulla fusione dei loro…

“SÌ o NO” è la scelta di fronte a cui si troveranno Torritesi e Poliziani nel rispondere, il prossimo 11 e 12 novembre, al quesito referendario sulla fusione dei loro comuni. Siamo infatti praticamente all’epilogo di un processo decisionale iniziato ormai più di due anni fa, su iniziativa delle amministrazioni di Torrita e Montepulciano, che, come d’altronde c’era da aspettarsi data l’entità del progetto, fin dal principio ha destato l’attenzione di larga parte dell’opinione pubblica.

I cittadini si sono addirittura organizzati in gruppi per esprimere la propria voce a riguardo, come nel caso del Comitato del No di Torrita, che si è costituito dichiarando l’obiettivo di dimostrare l’inconsistenza dei vantaggi portati dalla fusione secondo i suoi promotori. E difatti il denominatore comune delle varie tappe di questo processo di policy, innegabilmente è sempre stato il clima di conflitto tipico di tutte le situazioni che prevedono la polarizzazione (in questo caso “sì o no”) come unica strategia di un gioco a somma zero, in cui si vince o si perde e non c’è spazio per i compromessi. Per mesi, se da una parte si sono forniti dati, dall’altra li si sono smentiti. Se da una parte si è prospettato un futuro ricco di utilità, dall’altra un inevitabile scenario di macerie. A turno, gli uni hanno interpretato la parte di quelli rischiarati dal lume della ragione e hanno accusato di cecità gli altri. Sugli stessi aspetti è stato detto tutto e il contrario di tutto, con il risultato che le posizioni già prese si sono ancor più radicalizzate, nel tentativo di portare dalla propria quanti più indecisi possibile.

Una delle iniziative pubbliche del comitato “No fusione”

Incontri pubblici, per lo più sfociati in arringhe accorate, e presidi alle fiere di paese prontamente documentati sui social con le foto di rito, in cui esponenti della politica locale e stimati professionisti compaiono armati di magliette e volantini alla stregua di hostess e promoter, sono state le principali occasioni fornite ai cittadini per informarsi. A Torrita e a Montepulciano sono giunti da ogni dove, a portare la propria esperienza, sindaci di Comuni che hanno avuto a che fare con le fusioni, come se fosse del tutto trascurabile il fatto che ogni Comune, forse in Italia più che in ogni altra parte del mondo, è storia a sé, per dimensioni, morfologia del territorio, modo di vivere e di pensare. E che magari un’attenzione maggiore al contesto in cui si inserisce questo caso specifico avrebbe, se non altro, aiutato a mantenere i toni entro i confini del rispetto civile, a maggior ragione vedendo quanto i tempi attuali non siano proprio quelli dominati dalla ricerca dell’eleganza oratoria.

Una delle iniziative pubbliche del comitato “Si fusione”

Nel corso di questi due anni si è discusso di tante cifre: il numero degli abitanti, l’ammontare dei soldi di cui si prevede l’arrivo nelle casse del nuovo Comune in caso di fusione, aliquote e percentuali, anch’esse interpretate nei modi più diversi, sempre a seconda della convinzione propria e dell’opinione pubblica, perché, fino a prova contraria, è della possibilità di attuare una politica pubblica che si parla, e almeno su questo si dovrebbe essere tutti d’accordo. Sennonché, e forse è proprio questo il peccato originale che sin dall’inizio ha viziato tutta la situazione, è mancata la condivisione della condicio sine qua non una politica pubblica possa definirsi tale, ossia la presenza di un problema, riguardante tutta la collettività o una parte di questa, alla cui soluzione si cerca di arrivare tramite un percorso di policy, fatto di certe decisioni. Presentare una soluzione ad una necessità che non è avvertita, o comunque non lo è in misura ragguardevole, dalla comunità, ha inevitabilmente portato quantomeno all’insinuazione che i promotori del progetto di fusione abbiano intrapreso questo progetto per interessi diversi da quello di sviluppo economico e culturale per il territorio apertamente dichiarato. Soprattutto se poi a ciò si aggiunge il clima di generale scarsa fiducia verso autorità e istituzioni che caratterizza la società odierna.

Stando a questi presupposti, si capisce come ormai tutto sia avvolto da un clima di sospetto che, se non favorirà l’astensione, perché si tratta sempre di un’iniziativa importante per l’assetto geopolitico di un vasto territorio, di certo neanche permetterà ai cittadini di farsi un’idea scevra da preconcetti, in entrambi i casi.


Per approfondire:

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Gender e Studi di Genere – Un colloquio con Dario Accolla

‘Vi faremo credere che il crocifisso è Conchita Wurst che fa l’aeroplano. Riscriveremo i testi sacri, tutti. Eva non sarà più nata da una costola di Adamo, ma da un…

‘Vi faremo credere che il crocifisso è Conchita Wurst che fa l’aeroplano. Riscriveremo i testi sacri, tutti. Eva non sarà più nata da una costola di Adamo, ma da un orecchino di Vladimir Luxuria’.  È con questo linguaggio ironico e irriverente che Dario Accolla, blogger, scrittore, professore con un dottorato in filologia moderna, attivista per i diritti delle persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender, spiega nel suo ultimo libro ‘Il gender: la stesura definitiva’ che cos’è la teoria gender e perchè suscita interesse scaturendo forti polemiche.

Dario Accolla, tra i fondatori di Gaypost.it, con un blog su Linkiesta.it, con all’attivo un saggio dal titolo ‘I gay stanno tutti a sinistra – Omossessualità, politica e Mario Mieli trent’anni dopo’ e una raccolta di racconti dal titolo ‘Da quando Ines è andata a vivere in città’ e ‘Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile’, si è confrontato sui gender studies con un folto pubblico intervenuto alla Casa della Cultura di Torrita di Siena in occasione del nuovo appuntamento organizzato dalla neonata associazione culturale ‘La Tigre di carta’.

L’incontro con Dario è iniziato spiegando al pubblico cosa sono i gender studies: un approccio multidisciplinare e interdisciplinare allo studio dei significati socio-culturali della sessualità e dell’identità di genere. Nati in Nord America a cavallo tra gli anni settanta e ottanta nell’ambito degli studi culturali, gli studi di genere si diffondono in Europa Occidentale negli anni ottanta e si sviluppano a partire da un certo filone del pensiero femminista, trovando spunti fondamentali nel post-strutturalismo e decostruzionismo francese, negli studi che uniscono psicologia e linguaggio.

Di importanza specifica per gli studi di genere sono anche gli studi gay e lesbici e il postmodernismo. Questi studi non costituiscono un campo di sapere a sé stante, ma rappresentano innanzitutto una modalità di interpretazione. Sono il risultato di un incrocio di metodologie differenti che abbracciano diversi aspetti della vita umana, della produzione delle identità e del rapporto tra individuo e società, tra individuo e cultura.

Dario nel suo libro distingue il gender, scritto in corsivo, da “gender” messo tra virgolette: “Il primo indica gli studi di genere, ovvero quell’insieme di discipline che si basano sul cosiddetto “pensiero della differenza” il cui messaggio è semplice: l’eterosessismo e il maschilismo, sul quale si strutturano sia il pregiudizio omofobico sia il binarismo di genere, generano squilibri e gerarchie che non fanno la felicità dell’individuo. Col “gender” invece indico la mistificazione che si fa attorno ad essi. Una vera operazione di terrorismo psicologico, a ben vedere” – spiega Dario.

Quando si parla di gender, nella faccia delle persone si legge un po’ di paura e sempre più spesso il confronto sfocia nello scontro, Dario spiega ciò paragonando il tema alla questione dei vaccini:

“La mistificazione sul “gender” è particolarmente insidiosa proprio perché fa leva sugli affetti familiari, sul legame genitoriale. È normale che madri e padri siano spaventati di fronte ad una prospettiva per cui si vuole “pervertire” il proprio bambino. Un po’ meno rassicurante, invece, che non ci siano agenzie politiche e culturali – scuola, ministeri appositi, governo – che prendano in pugno la situazione per disinnescare questo allarme sociale”.

I gender studies mirano a favorire condizione di maggior equilibrio tra genere e identità sessuali, Dario, con questo libro, propone una lettura che si articola su un doppio binario: quello dell’ironia, fornendo al lettore una chiave di lettura sulla qualità del dibattito svolto fino ad ora e che usa un linguaggio più ironico, e quello di un’informazione più rigorosa, ricostruita attraverso la documentazione giornalistica, i contributi e gli studi di esperti del settore. Per Dario è importante ricostruire il fenomeno nella sua complessità è per questo che nel suo libro fa una ricostruzione storica dei fatti di cronaca accaduti per spiegare meglio la questione, perchè il sapere è un ottimo antidoto contro l’ignoranza.

Dario, durante l’incontro, ha fatto anche riferimento del ruolo fondamentale della scuola nell’educazione alla cittadinanza:

“I miei studenti dico che non devono pensarla come me, perchè il mio compito è quello di fornire gli strumenti affinché qualsiasi cosa penseranno un domani sia il frutto di una riflessione e non la conseguenza di un insieme di preconcetti. La polemica sul “gender” ha presupposti fortemente omofobici e credo che a scuola non debba esserci spazio per un certo tipo si sentimenti e di discorsi d’odio”

L’incontro organizzato alla Casa della Cultura da ‘La Tigre di carta’ è terminato con una lettura tratta dal libro e dal titolo ‘Piccolo grande amore’, perché come racconta la canzone di Claudio Baglioni scritta nel 1972, l’amore va oltre ogni pregiudizio  superando qualsiasi ostacolo di qualsiasi natura esso sia.


Sitografia

“Gender, la stesura definitiva”: «Così faremo diventare gay i vostri figli»

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Festa dell’olio novo di Trequanda 2018

Un’intera settimana di festa per celebrare uno dei prodotti maggiormente caratteristici di Trequanda e della Valdichiana: l’olio extravergine d’oliva, la cui tradizione è portata avanti da una serie di produttori…

Un’intera settimana di festa per celebrare uno dei prodotti maggiormente caratteristici di Trequanda e della Valdichiana: l’olio extravergine d’oliva, la cui tradizione è portata avanti da una serie di produttori appassionati che animano la comunità locale. “L’olio novo di podere” è stato il protagonista della festa che ha visto una serie di iniziative susseguirsi dapprima a Castelmuzio (nel weekend del 13 e 14 ottobre) e successivamente nel centro storico di Trequanda (weekend del 20 e 21 ottobre), per celebrare degnamente il raccolto 2018 e la commercializzazione di un prodotto che caratterizza il piccolo comune toscano.

Tanti curiosi e appassionati hanno partecipato agli eventi organizzati durante le giornate di festa, dalla visita all’oliviera per la prima frangitura alla spiegazione di tutte le fasi produttive dell’olio, abbinati ad appuntamenti culinari con alimenti a km zero. Particolare attenzione è stata data ai corsi per assaggiatori organizzati dall’Associazione Italiana Conoscere l’Olio d’Oliva (Aicoo) a Castelmuzio e a Trequanda, così come alle passeggiate tra gli olivi e le visite guidate dei borghi storici. Alla riuscita della festa hanno partecipato le associazioni locali, dalla Pro Loco Trequanda a Castelmuzio Borgo Salotto, passando per i tanti volontari del posto, che hanno permesso la realizzazione di spettacoli di intrattenimento serali e momenti giocosi per i più piccoli.

La giornata conclusiva della “Festa dell’olio novo” si è svolta nel centro di Trequanda nella giornata di domenica 21 ottobre, con l’apertura degli stand per la degustazione e l’esposizione dell’olio e dei prodotti tipici, con la partecipazione diretta delle aziende e delle associazioni locali. I paesi gemellati di Marone (Brescia) e Poggio San Marcello (Ancona), con i rispettivi sindaci, hanno partecipato allo scambio di doni con il sindaco Machetti di Trequanda, in qualità di partecipanti all’Associazione Nazionale Città dell’Olio.

Durante il pomeriggio è stato inoltre assegnato, come da tradizione, il premio “Oliva d’oro”, assegnato al produttore che durante l’anno si è particolarmente contraddistinto nella cura dell’olio. Il premio di quest’anno è stato assegnato al Alessandra Arenostro dell’azienda “Il Sole”, che ha dato un’ulteriore spinta all’attività aziendale con la passione e gli investimenti della giovane generazione. Dal prossimo anno il premio cambierà, con un regolamento rinnovato che terrà conto delle caratteristiche tecniche del prodotto, della cura dell’oliveto e del rispetto dell’ambiente.

Uno speciale premio “Oliva d’oro”, un ramoscello d’olivo di metallo prezioso, è stato inoltre assegnato dall’amministrazione comunale all’attrice Olga Rossi, in qualità di artista che si è particolarmente distinta nella promozione di Trequanda in campo culturale. L’attrice, da anni residente nel centro storico di Trequanda, è diplomata al Teatro Stabile di Torino e può vantare la partecipazioni a importanti produzioni come “Tu mi nascondi qualcosa” e “I delitti del BarLume”. Olga Rossi ha ringraziato i concittadini per il premio ricevuto e ha annunciato la partenza di un progetto teatrale con gli abitanti, dedicato alla Costituzione Italiana.

La festa dell’olio novo è proseguita con canti popolari e balli folcloristici, concerti nella Chiesa dei santi Pietro e Andrea e stand gastronomici per gustare i prodotti tipici locali. Una settimana di festa, quindi, per un’annata olivicola da incorniciare: grazie alle favorevoli condizioni climatiche i produttori di Trequanda e dintorni possono vantare infatti una raccolta di qualità straordinaria.

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Le Facce di Lù. Gli artisti camminano fra noi – Intervista all’artista Luigi Viroli

“Oggi come si fa arte visiva? Quali sono le nuove proposte? E soprattutto, gli artisti camminano fra noi?” Non ditemi che non ve lo siete mai chiesti. Almeno una di…

“Oggi come si fa arte visiva? Quali sono le nuove proposte? E soprattutto, gli artisti camminano fra noi?”

Non ditemi che non ve lo siete mai chiesti. Almeno una di queste domande vi sarà sicuramente passata per la testa, che siate esperti d’arte o semplicemente curiosi come il sottoscritto.

Qualche giorno fa ho conosciuto Luigi Viroli, in arte , all’inaugurazione della sua mostra “Puzzle” ad Arezzo. So bene che un solo artista non fa la regola generale, ma sicuramente un po’ di luce sopra i miei dubbi a proposito dell’arte ultra-contemporanea l’ha fatta.

Innanzi tutto, sì: gli artisti camminano fra noi. Egocentrici o timidi, solitari o festaioli, pazzi o nor… no, gli artisti sono tutti un po’ pazzi, dai. Guardatevi intorno e scoprirete una mostra qua, un laboratorio sotto casa vostra, un po’ di colori accanto al muro del vostro ufficio. , artista aretino, non fa eccezione.

Su quali siano i lavori proponibili dopo secoli in cui l’arte ha reso estremamente complicato ogni tentativo di confronto con il passato (vedi Rinascimento), bè, la risposta è molto più complicata e c’è ancora parecchio buio. Sta di fatto che ci sono tantissimi esempi di arte di altissima qualità nel terzo millennio, penso a Banksy o a Steve McCurry. L’unica cosa che mi sento di poter dire è SIATE CURIOSI e scoprirete un sacco di cose bellissime. Spesso strane, ma bellissime.

Come si fa arte visiva oggi? Ho provato a chiederlo a il giorno dell’inaugurazione della sua mostra, in mezzo ai suoi quadri incredibilmente coinvolgenti.

Come ti sei formato?

Ho fatto di tutto nella vita. Ho studiato architettura, ho disegnato gioielli, ho lavorato in un negozio di arredamento e alla fine ho messo su uno studio privato. L’aspetto artistico mi ha sempre accompagnato per tutta la vita. In ogni momento ho dipinto, creato e scritto ciò che sentivo dentro di me.

La passione per l’arte da dove viene?

Forse dalla passione per il bello in generale. A me piace il bello che mi arriva dalla musica, dall’arte, dai vestiti anche. È una ricerca di un equilibrio che probabilmente io non ho. Dipingere è la mia psicanalisi. Quest’ultima avventura delle Facce è nata da un iPad regalato per i miei 50 anni: ho iniziato a disegnare su quello schermo delle facce stilizzate mentre parlavo al telefono. Le ho pubblicate su Facebook per gioco e la gente mi chiedeva continuamente cosa fossero. all’ennesima richiesta mi sono deciso. Ho comprato una tela al negozio dei cinesi, ho riesumato i miei vecchi acrilici e ho iniziato a trasformare le facce in quadri.

C’è qualche corrente artistica o qualche autore al quale ti ispiri?

Io sono un grande osservatore. Guardo, scruto e probabilmente anche senza volerlo recepisco cose e immagini. Non credo di avere nessuna formazione specifica. Rubo immagini dal mondo e le rielaboro. Se una cosa mi colpisce prima o poi esplode, torna fuori. Non ho una grande competenza specifica in arte. Guardo e ripropongo in diversi modi ciò che per me è bello.

Prima delle Facce di Lù cosa facevi? Per esempio, a casa dei miei ho un bellissimo quadro in 3 dimensioni di una città al chiaro di luna, fatto interamente in legno. Una cosa unica.

Sì!! È vero, quanto tempo!! Ma io ho fatto di tutto. Ora mia riporti alla memoria una cosa che avrò fatto più o meno 20 anni fa. Ho lavorato molto con le mai: sculture, quadri particolari, pitture sui mobili. Mi è sempre piaciuto creare. Quando ho in testa una cosa la faccio diventare reale.

Le Facce di Lù cosa rappresentano?

Ti ho già detto che sono nate quasi per gioco. Oggi rappresentano la ricerca di un equilibrio tra spazi, forme, linee. Per me questi quadri diventano un equilibrio nel disordine, nella anormalità.

Dal momento che disegni facce immagino che l’equilibrio ti venga dalle persone che ti stanno intorno?

Non saprei di preciso. Sono anche un grande amante della fotografia e ciò che più di ogni altra cosa amo fotografare sono le persone. Anche se in realtà sono un gran solitario e da solo raggiungo il mio equilibrio, ho sempre bisogno delle persone, delle particolarità che si portano dietro.

Continuerai con le Facce o inizierai qualche altro progetto?

Penso di sì. Mi piace che ci sia qualcosa che mi contraddistingua. Può darsi che comincerà con gli animali, ma sempre di facce si tratterà. Continuerò così perché mi diverte molto e mi stimola. Sto dipingendo personaggi famosi, come la Drusilla l’attore che si veste da donna a teatro, quello che ha fatto Strafatto. Mi diverto ed è quello che ho voglia di fare. Alla gente piace molto questa cosa delle facce perciò mi rende ancora più felice.

La mostra, allestita in via Garibaldi 111 in pieno centro di Arezzo e curata da Giuseppe Simone Modeo, andrà avanti fino al 9 dicembre.

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Bettolle in Rosa: la musica si tinge di rosa per la lotta al tumore al seno

Se si attraversa il piccolo centro urbano di Bettolle durante il mese di ottobre non può non saltare all’occhio la persistenza del colore rosa, nei viali, nelle piazze e nei…

Se si attraversa il piccolo centro urbano di Bettolle durante il mese di ottobre non può non saltare all’occhio la persistenza del colore rosa, nei viali, nelle piazze e nei giardini. Drappeggi enormi composti da quadrati di lana, lunghi anche decine di metri, appesi ai cartelli stradali, intorno agli alberi, distesi lungo ringhiere, sui reticoli e sule paratie stradali. Sono lane, stoffe e nastri, rigorosamente rosa, spesso annodati assieme, a richiamare il simbolo che ormai da anni simboleggia la lotta contro il tumore al seno. È l’urban knitting (conosciuto anche come pratica di Yarn Bombing) che dal 2016 il comitato Bettolle in Rosa porta avanti per sensibilizzare la popolazione alla prevenzione e alla cura di sé.

Il 19 Ottobre 2018, al Tjmory Pub di Bettolle, si alzerà il sipario su Concerto in Rosa: un vero e proprio concertone autunnale che vedrà alternarsi alcuni tra i più importanti musicisti della Valdichiana. Una serata di alternanza ritmica, che passerà dai set acustici al jazz, dal rock’n’roll al cantautorato, finalizzata ad un unico scopo: la beneficienza. Belindà, Debora Giani, Selene Lungarella, Sturm, Andrea Pinsuti e tantissimi altri (la line-up è in continuo aggiornamento) si alterneranno sul palco del locale alternandosi ad aste benefiche che avranno come lotti opere d’arte di artisti locali, nonché ricchi premi messi in palio attraverso estrazioni e lotterie. I live saranno infatti l’occasione per raccogliere fondi destinati al servizio di sostegno psicologico ai diagnosticati presso il reparto di oncologia dell’ospedale di Nottola.

«L’occasione per creare un gruppo di lavoro si è presentata nel 2016» mi dice Rita Reggidori, coordinatrice del comitato di volontarie Bettolle in Rosa «Io mi sono ammalata nel 2013 e sono entrata in contatto con l’associazione IoSempreDonna di Chianciano Terme. Per un anno sono andata ad addobbare Chianciano Terme con manufatti di colore rosa. Dopo qualche anno ho portato questa pratica a Bettolle. Attraverso il passaparola si è creato veramente un bel gruppo di lavoro, costituito non solo da donne ma anche da uomini. Solo il primo anno abbiamo distribuito della lana rosa alla signore del paese e in meno di un mese sono stati prodotti 280 quadrati di lana. Poi nel 2017, lo scorso anno, l’attenzione è ovviamente cresciuta e in molti si sono impegnati per portare avanti questa prativa. Siamo arrivati a 600 quadrati e il numero è destinato a crescere. Mi piacerebbe molto se nascessero comitati anche nei paesi vicini che portassero avanti lo stesso progetto, nello stesso periodo dell’anno».

La serata live del 19 ottobre, si inserisce in un programma più ampio, La Giornata della Salute, dedicato alla prevenzione, coordinato dalla Proloco di Bettolle e ADiVaSe (Associazione Diabetici Valdichiana Senese), con il sostegno dei comitati di volontari Bettolle in Rosa e Bettolle Cuore Amico, e con il patrocinio del Comune di Sinalunga: la giornata dopo il concerto sarà quindi l’occasione per tutta la cittadinanza – e oltre – di poter fruire di controlli glicemici e screening metabolici gratuiti, nonché di seguire gli incontri dedicati all’utilizzo dei defibrillatori automatici esterni. «Quest’anno è stato intercettato il progetto Dai una Mano in Corsa, portato avanti dall’associazione Atletica di Sinalunga» continua Rita, «I ricavati della serata del 19 ottobre confluiranno nella donazione che anche l’associazione sinalunghese fa annualmente, finalizzata allo stesso servizio. Spero che tutto questo serva non solo a raccogliere fondi, che sicuramente servono, ma anche a sensibilizzare le persone a superare le loro paure e controllarsi regolarmente».

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Cos’era Guido Ceronetti

Il 13 settembre 2018 è deceduto Guido Ceronetti. È morto a Cetona, nella casa in cui da anni si era rifugiato, in un’anacoresi mistica laica. Il suo amico Emil Cioran…

Il 13 settembre 2018 è deceduto Guido Ceronetti. È morto a Cetona, nella casa in cui da anni si era rifugiato, in un’anacoresi mistica laica. Il suo amico Emil Cioran gli aveva dedicato un capitolo nella sua raccolta di ritratti Esercizi di Ammirazione, del 1986, nel quale così tesseva la sua iconografia: «…lo si direbbe un eremita sedotto dall’inferno (dall’inferno del corpo), segno certo d’una salute precaria, anzi minacciata: sentire i propri organi, esserne coscienti fino all’ossessione». In effetti, Guido Ceronetti si è interrogato molto sul valore del corpo, non solo del proprio, o più precisamente sul punto di intonazione dell’esistente, snobbando la sua posizione. Guido Ceronetti era un intellettuale obliquo, sovente cattivo, attaccato al peso dei viventi tanto da sentire  la necessità di sfilacciarlo – questo peso – liberarlo dal groviglio filamentoso della storia. Quando, ad esempio, parla di civiltà delle automobili – che annulla la percezione dello spazio – si riferisce a sé come uomo a piedi: l’essere umano pedone che affina il suo sapersi vedere come «punto più debole della natura, candela da soffiare, pudendi scoperti».  In testi come Lo Scrittore Inesistente o La Lanterna del Filosofo (da cui è tratta la citazione soprastante), ma soprattutto ne Il Silenzio del Corpo, cerca di scardinare l’automatismo sensoriale dell’uomo negli anni del consumismo attraverso un vero e proprio culto della parola, che parallelamente trovava forma nelle sue rappresentazioni teatrali.

Guido Ceronetti è stato drammaturgo. Parlava dei suoi testi come di un complesso di parole date in offerta all’altare umanistico che è il teatro. Un teatro, il suo, proiettato al superamento – anche qui – della rappresentazione corporea – certo con le marionette, ma anche con la pura fonetica, per la fruizione della quale si rimanda ai suoi eccezionali radiodrammi per la serie delle Interviste Impossibili.

Attraverso il suo insistere filosofico sul corpo, ha intuito il misticismo new age e il vegetarianesimo almeno vent’anni prima che fosse mainstream, quando in ballo non c’erano movimenti politici con endogene gerarchie da scalare o notorietà, ma solo appercezioni gnoseologiche e altitudini morali.  Guido Ceronetti perseguiva scarti epifanici partendo dal circostante, dai dati che l’esistenza ha messo a disposizione: l’unica stratificazione materica a lui cara è stata la terra, quella del viaggio e dell’immersione paesaggistica. Ha scelto e amato Cetona, come la Svizzera italiana e la sua Torino; ha dato respiro descrittivista alla sua prosa nel suo Viaggio in Italia, con la profondità mistica dei simbolisti francesi, in un tenue anelito di riscatto: «Questo grande rottame naufrago col vecchio nome di Italia è ancora, per la sua bellezza residua, un pallido aiuto alla pensabilità del mondo», scrive nel Viaggio.

Guido Ceronetti è stato altresì un traduttore. Ha tradotto i due libri biblici più vertiginosi: l’Ecclesiaste (o Qoelet) e Il Cantico dei Cantici. Forse uno dei pochi intellettuali del Novecento ad intendere la Bibbia come testo umanisticamente letterario e che – lontano da tutto l’aspetto dogmatico – ha fornito ad esso una postazione di rilievo nella riflessione basica delle letterature comparate.

Nell’ipermaterialismo dei nostri tempi, chi annulla la carne è considerato pessimista, così come l’Edipo Tiranno è percepito come osceno – in realtà il pessimismo di Ceronetti non era che un decimo del suo enorme apporto filosofico. Dal pessimismo mistico, Ceronetti lascia emergere una forte caratura ironica, l’uso del paradosso e della rappresentazione scarna, dell’oggettivizzazione, della conoscenza proteiforme.

La sua mistica nichilistica non si è mai tradotta in uno spudorato – e poco autentico – affidamento religioso, come ad esempio è accaduto in Huysmans, o nel modo in cui recentemente gli scellerati sceneggiatori di True Detective hanno semplificato il pensiero di Thomas Ligotti (altro intellettuale che se avesse avuto trent’anni in più, sarebbe sicuramente stato intercettato, tradotto e divulgato in Italia da Ceronetti), piuttosto nell’eresia (che – come ci insegna lui stesso – deriva da αἵρεσις sostantivizzazione di αἱρέω, e per aumento temporale ᾕρεον, e cioè un verbo la cui significazione rimanda all’atto dello scegliere, del conoscere tante opzioni così da permettersi la valutazione di tutte). Nella sua erudizione Guido Ceronetti ha fornito ai suoi lettori e ai suoi allievi la Scelta, la capacità di ognuno di accrescere una dossografia privata e considerare ogni elemento come degno di approfondimento. È stato erroneamente indicato come intellettuale provocatoriamente antisistemico, passivamente polemico, fuori dagli schemi, era in realtà un erudito capace di non sigillarsi in propugnacoli idealistici, ma aprirsi all’alterità totale. È forse per questo che, negli ultimi giorni di vita, ha scelto di attraversare il sacramento battesimale del Consalamentum, il battesimo dei catari, come a rilucere nel decadimento con un ultimo beffardo ghigno e santificare la morte attraverso l’epitome di un’eresia.

In tutto e per tutto, l’opera di Ceronetti avrà ancora un peso crescente, non tanto nei contenuti della nostra cultura, quanto nel metodo, nel procedimento, nella capacità di strutturare un itinerario del pensiero. Un antidoto all’ego, smisurata malattia dei nostri tempi.

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