La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Licei Poliziani nel mondo: intervista a Francesca Del Toro

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata…

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata celebre per la sua partecipazione ad Amici 13, sta continuando la sua carriera da ballerina nel mondo dello spettacolo, con tante partecipazioni importanti a livello nazionale. Ha iniziato a ballare da piccolissima e la sua specialità è il moderno contemporaneo, ma le piace comunque provare e sperimentare stili diversi: una passione coltivata con grande spirito di sacrificio e tanto impegno.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

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Un Natale magico nel Presepe d’Arte a Torrita di Siena

La chiesa di San Domenico a Torrita di Siena è un piccolo edificio di culto nelle vicinanze della stazione ferroviaria e al suo interno, per le festività natalizie, tornerà un…

La chiesa di San Domenico a Torrita di Siena è un piccolo edificio di culto nelle vicinanze della stazione ferroviaria e al suo interno, per le festività natalizie, tornerà un Presepe d’Arte. Grazie all’impegno e alla passione di un gruppo di artisti e artigiani locali, guidati da Nico Posani e Carlo Becarelli, la tradizione è stata ripresa, con il coinvolgimento di tutta la comunità.

Il Presepe d’Arte si intitola “Ti lascio solo per un momento” ed è stato organizzato come un palco teatrale, con un proscenio e linee di profondità; è un presepe che parte da un’idea classica, ma che si muove verso simbologie e significati contemporanei, con un tocco magico in stile più “fantasy”. Abbiamo intervistato gli autori, per comprendere meglio la loro creazione.

Parlateci del presepe: che cosa volete rappresentare?

“Dopo circa sette anni abbiamo voluto ricreare il presepe nella nostra parrocchia, storicamente abbiamo sempre voluto comunicare un messaggio artistico. Quest’anno il titolo dell’opera è “Ti lascio solo per un momento”. Ci siamo immaginati la nascita su un carrozzone dei nomadi, degli zingari per intenderci, e il senso è che la Madonna lascia per un attimo il bambino da solo, perché deve parlare con i Re Magi impegnati a portare i regali arrivati da tutto il mondo.”

Da dove nasce l’idea di fare un presepe del genere?

“È ispirato alla vecchia Francia, alla Normandia per l’esattezza. Lo sfondo paesaggistico è ispirato a quelle zone. L’atmosfera è molto realistica, pur senza perdere quel tocco di magico. Ci piace pensare a un extra-mondo in cui lo spettatore può entrare in questa dimensione e tornare bambino, come per rivivere una favola. Abbiamo lavorato molto sul cielo, che è stata anche la parte più difficile, perché costellazioni e luna non dovevano rompere la dimensione prospettica di tutto il modello.”

Quali materiali avete usato e come vi siete fatti aiutare?

“Quest’anno abbiamo utilizzato il cartone al posto del polistirolo, che usavamo in passato. Il resto è materiale naturale, cartongesso per il cielo e l’illuminazione al led. In particolare, abbiamo cercato di ricreare in maniera realistica anche le ombre proiettate dalle luci della notte. Abbiamo ricevuto molto supporto da persone che volevano dare una mano, poi ci sono stati offerti materiali per la costruzione da aziende locali. La cosa più importante per noi è essere ripartiti con questo viaggio natalizio, che non era stato possibile ricreare per troppi anni.”

Come mai dare vita a un presepe del genere?

“Noi siamo innamorati dell’arte, ci sentiamo artisti e creare è la nostra missione. Inoltre, nella società contemporanea il messaggio del presepe si è perso, come anche il significato del Natale. Vogliamo ridare il vero significato a queste feste: il bene, la fratellanza, il ritorno all’infanzia nel momento in cui ci si ferma a guardare il presepe.”

Possiamo chiamarlo artigianato artistico?

“C’è un criterio legato alla realizzazione scenografica e quindi artistica, perché viene da un’idea e da un messaggio reso concreto tramite gli oggetti e gli elementi. Tutto quello che si può vedere è stato creato da una bottega d’arte. Perciò sì, chiamiamolo artigianato artistico.”

Siete tornati dopo sette anni a realizzare un presepe d’arte a Torrita: degli anni passati cosa ricordate con più affetto?

“Le emozioni forti che si provano durante la costruzione e quando poi lo vediamo finito, con le persone che rimangono affascinate. Per noi la cosa più importante è proprio questa: l’emozione che il presepe riesce a suscitare nella gente.”

Che obiettivi avete per il prossimo anno?

“Un’altra emozione. Sposteremo il viaggio in un’altra dimensione spazio-temporale rispetto a quella di quest’anno. Affronteremo un tema più profondo, meno classico, molto più scenografico, ma rimanendo sempre in una chiave facilmente leggile per lo spettatore.”

L’inaugurazione del presepe d’arte nella Chiesa di San Domenico è prevista per sabato 7 dicembre alle ore 18:30 in collaborazione con la Parrocchia, la Contrada Stazione e il patrocinio del Comune di Torrita di Siena. L’opera sarà visitabile tutti i giorni dalle 10:00 alle 22:00, per un viaggio magico nelle atmosfere natalizie che esprime tutta la passione dei suoi autori.

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All’Artusi di Chianciano il “Miglior Commis di Cucina della Toscana”

Il 29 novembre 2019 si è tenuto presso l’istituto Alberghiero IIS Pellegrino Artusi di Chianciano Terme, il concorso “Miglior Commis di Cucina della Toscana”, indetto dall’Unione Regionale Cuochi Toscani. Il…

Il 29 novembre 2019 si è tenuto presso l’istituto Alberghiero IIS Pellegrino Artusi di Chianciano Terme, il concorso “Miglior Commis di Cucina della Toscana”, indetto dall’Unione Regionale Cuochi Toscani. Il tema della competizione è stato la valorizzazione dei prodotti enogastronomici regionali.

Competizione. Molti teoreti dell’educazione supportano una visione negativa della competizione: il mettere l’uno contro l’altro gli studenti, l’optare per un sistema educativo che si basa sullo scontro dialettico, il quale si risolve in un sistema binario di vittoria o sconfitta, può sembrare il peggiore dei metodi di insegnamento. Competizione però può essere anche qualcosa di diverso. Con i moduli e la preparazione giusta, può ripristinare il suo significato etimologico di cum-petere, e cioè “andare insieme”, convergere verso un obiettivo comune. È il caso dell’arte culinaria, che proprio attraverso concorsi e gare valorizza il talento e la dedizione dei giovani chef. 

In Valdichiana, l’Istituto Alberghiero Pellegrino Artusi è una fucina di talenti, un laboratorio centripeto che accoglie studenti da gran parte del centro Italia.  È stata la Prof. Donatella Ruggia a individuare sei concorrenti, frequentanti il triennio di enogastronomia, che sono stati messi alla prova nel concorso Miglior Commis di Cucina della Toscana, indetto dall’Unione Regionale Cuochi Toscani.

«I ragazzi hanno proposto alla giuria due antipasti, due primi, un secondo alla radicofanese e infine un dessert» ha affermato la Prof. Ruggia «Il concorso prevede la valorizzazione dei prodotti tipici, offerti da Mukki, e dai Consorzi del pecorino toscano, olio toscano, finocchiona, pane e tartufo. Il  ragazzi dovranno utilizzare, nel piatto elaborato, uno o più ingredienti del paniere che è stato loro consegnato».

La giuria – composta dagli chef Salvatore Quarto e Vito Quarto, il pastry chef Ettore Beligni, pronto per i campionati mondiali di pasticceria che si svolgeranno a Singapore, e Rossella Gulianelli, referente per Chianciano dell’Unione Cuochi Toscani – ha avuto modo di sperimentare la preparazione dei ragazzi del corso di enogastronomia, e di quelli del corso di sala e vendita, che hanno coordinato il servizio al tavolo dei giurati.  

La vincitrice è stata Evelyn Mariacristina Macario Villalta, che ha conquistato il palato della giuria, con il suo dessert Il Giardino di Papà, (una mousse al pecorino con mirror cake ai lamponi, frolla bretone al cacao aromatizzata al rosmarino e una spugna alla menta). Con la vittoria, si è conquistata un posto in finale regionale, che si terrà a Firenze, il prossimo 27 Gennaio 2020. In tale fase saranno poi individuati tre finalisti che rappresenteranno la Regione Toscana ai campionati della cucina italiana di Rimini in Febbraio.  

«È fondamentale preparare i giovani chef, in questa fase della loro formazione, alla valorizzazione dei prodotti del territorio. L’attenzione per le eccellenze e le tipicità, è un fondamento professionale che muove gran parte del settore turistico in Toscana» a parlare è la giurata Rossella Giulianelli, referente per Chianciano dell’Unione dei Cuochi Toscani. «Come URCT cerchiamo di rafforzare la partnership con i consorzi regionali che supportano le produzioni dei prodotti tipici della nostra regione, nel rispetto dei requisiti di qualità. Crediamo sia importante passare questa ricchezza ai giovani chef. I nostri consorzi contano moltissime aziende che lavorano costantemente, seguendo disciplinari anche molto rigidi di rispetto della qualità».

Il concorso si pone di valorizzare i prodotti toscani negli istituti alberghieri della Regione Toscana. Presso l’IIS Artusi, questo movente, ha un valore aggiunto: l’Artusi conta iscritti da tutta l’area del centro Italia con studenti da Siena, da Arezzo, dal ternano, dalla Tuscia, dal perugino e da molte altre aree, che si trovano a confrontarsi con le tipicità del territorio.

«È con estremo piacere che abbiamo accolto la partecipazione dell’Istituto Alberghiero Artusi di Chianciano nelle fila delle scuole del Concorso» continua Rossella Giulianelli «Abbiamo avuto adesioni da parte della quasi totalità degli istituti alberghieri della Toscana, e da chiancianese sono felice di veder annoverato anche l’istituto della mia città. Il concorso sta acquisendo sempre più importanza e autorità nel panorama italiano. È una grande opportunità di formazione e di crescita. Questi ragazzi, che già si confrontano ogni giorno con la professionalità della cucina, avranno modo di lavorare a fianco di colleghi coetanei, provenienti da altre aree geografiche e culinarie diverse, vedere pratiche diverse e stare con più consapevolezza in un contesto professionale. Certo, è una gara, ma non è necessario vincere: la competizione aiuta ad avere più voglia di crescere e di formarsi». 

Allo stesso mondo dell’inclinazione formativa dell’istituto alberghiero, il concorso si propone di fornire ai giovani chef un’impostazione più integra, che spesso viene fin troppo colorata dall’immagine televisiva che negli ultimi anni è filtrata dai media.

«I ragazzi devono capire da subito che il mondo del lavoro non è un programma televisivo» conclude Rossella Giulianelli, «Nei media passa un’immagine dello chef da cooking show, quando è un lavoro di sacrificio, che impegna anche dodici o quindici ore al giorno. Quello che gli istituti alberghieri, così come tutti gli ambiti di formazione in questo settore, compresi i progetti che portiamo avanti come Unione Regionale Cuochi Toscani, devono prosi come obiettivo è trasmettere l’amore per questo lavoro. Dobbiamo far capire quali sono i sacrifici necessari per immergersi in questo mondo. Non ci devono essere lacune professionali: se già da giovane c’è una buona preparazione – in tutti i settori, dalla cucina alla pasticceria – non si avranno problemi nei luoghi di lavoro». 

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Le Sardine devono creare laboratori di democrazia

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia…

Nato dall’idea di tre amici, il Movimento delle Sardine sta riscuotendo un successo inaspettato, confermato dai grandi numeri di adesione alle manifestazioni di piazza. Roberto Morotti, 31 anni, ingegnere, Giulia Trappoloni, 30 anni, fisioterapista e Andrea Garreffa, 30 anni, guida turistica, sono gli organizzatori della mobilitazione d’esordio a Bologna. Ma cosa propongono di concreto le Sardine?

Il fatto che si identifichino esclusivamente come un movimento anti-Salvini mi fa riflettere sull’incapacità di una certa parte della società civile italiana di indirizzare le energie politiche verso percorsi a lungo termine, che includano proposte, soluzioni, dialogo e confronto. Non sono tra quelli appartenenti a una delle mille sinistre, che criticano a prescindere questo movimento. Mi schiero tra quelli che da una tradizione di sinistra ci provengono per educazione familiare, per trasmissione di valori democratici, antifascisti e resistenziali, tramandati da mio nonno (partigiano medaglia d’argento al valor militare) fino a me.  Sono uno di quelli che la Sinistra non l’ha mai vissuta, se non in contesti locali, associazionistici, familiari, intimi. Sono uno di quelli che per la Sinistra si è mosso e mobilitato, senza mai averla vista nascere.

Delle Sardine sono attualmente un sostenitore e in quanto tale ho aspettative, proposte e critiche per il rilancio di una parte politica avvilita, straziata, ma anche corrotta e smarrita. Qualche giorno fa stavo parlando con il Prof. Paul Ginsborg proprio a proposito di questo “banco di pesci” che sta provando a nuotare controcorrente nelle acque torbide e pericolose della politica. Le parole che più frequentemente risuonavano all’interno del suo studio, nel quale lo scorso anno ci riunivamo insieme ad altri ragazzi sotto il nome di “Serraglini”, erano “dialogo” e “passioni”. Per circa 40 minuti abbiamo discusso della crisi dell’Università, di chi la vive, delle mie incertezze e delle mie paure per il futuro. È stata anche l’occasione per parlare di un argomento che coinvolge proprio le Sardine e che è ben spiegato in un articolo uscito il 27 novembre sul Fatto Quotidiano, in cui Paul Ginsborg fa una breve – ma esaustiva – analisi delle mobilitazioni civili dell’ultimo anno in tutto il mondo. Ad animarle sono soprattutto giovani, a volte giovanissimi; sono studenti di ogni età e grado; sono donne coraggiose e forti. È una generazione in pieno dialogo, forse impaurita dal presente e dal futuro incerto, stanca della precarietà, decisa a muovere i primi passi per cambiare il mondo. Tra le manifestazioni globali dell’ultimo anno ce ne sono state anche di pericolose, come quelle dichiaratamente razziste e fasciste, ma la maggior parte si sono dette democratiche e progressiste, proprio come le Sardine. Qualcosa sta cambiando. Le rivolte contro il sistema liberista (e liberalista) in America latina ci parla di un risveglio di coscienze di proporzioni gigantesche; la lotta di una ragazza di 16 anni per nuove e concrete politiche ambientali, ha smosso milioni di persone in tutti gli angoli del pianeta, unendole come forse solo il Sessantotto era riuscito a fare; il movimento femminista è riuscito perfino a coinvolgere ambienti integralisti arabi, in cui le donne vivono ancora in condizioni di subordinazione inaccettabili. Il 2019 è stato l’anno delle mobilitazioni. Qualcosa sta cambiando e forse cambierà davvero.

Tra le voci di protesta si sono levate anche quelle di tre ragazzi capaci di condensare tutta l’avversione alle politiche fasciste e razziste in manifestazioni di piazza che hanno ormai raggiunto proporzioni impensabili. Solo a Firenze la sera del 30 novembre, secondo gli organizzatori della manifestazione, si sono radunate in Piazza della Repubblica 40mila persone. Il messaggio è contrastare l’avanzata della Lega di Salvini, la sua politica basata sull’odio e sulle bugie. È un popolo disgustato quello che sta scendendo in piazza contro l’arroganza e la volgarità di un leader politico circondato e sostenuto da personaggi scandalosi. Odio, rabbia, discriminazione, ancora odio. La gente non ne può più e allora si è unita, come per un processo naturale, per urlarlo in maniera pacifica e dignitosa all’ex “ministro della propaganda” (cit. G. Carofiglio).

Le Sardine a Firenze in Piazza della Repubblica

Gli ideatori delle Sardine non hanno intenzione di legarsi a nessun partito politico; non si candideranno alle elezioni regionali; e non hanno neanche un programma che contenga proposte o alternative concrete. Non è ancora chiaro quale sarà il loro futuro. Non è ancora chiaro se hanno intenzione di proporre qualcosa oppure se si limiteranno ai flash mob a tempo indeterminato. Ma dopo aver raggiunto un consenso così ampio, dopo essere riuscite a unire migliaia di persone in un’Italia politica altamente divisiva e a portare in piazza così tanti giovani, non costruire alcun programma politico sarebbe l’ennesima, cocente sconfitta della sinistra italiana. Significherebbe lasciare ricadere nella disaffezione politica tutta questa gente. Significherebbe darla vinta a Salvini. Significherebbe (come se già non ce lo avesse dimostrato da tempo) che la sinistra parlamentare non è più in grado di raccogliere la voce delle masse. Questo non se lo possono permettere, anzi non devono permettere che accada.

E allora le Sardine devono assolutamente avviare un profondo e intenso dialogo con la società civile democratica e antifascista come ad esempio Libertà e Giustizia, l’ANPI, Libera, i sindacati. Devono riuscire a riaprire la finestra del dialogo con i partiti politici, dalla quale dovranno passare gli umori della gente, le proposte che arriveranno dalle associazioni e l’aria di cambiamento nel modo di fare politica. Le Sardine dovranno allargarsi per coinvolgere non soltanto giovani e studenti, ma anche i lavoratori, i precari, gli operai, i disoccupati. Nel loro cammino, che auguro loro essere lungo e pieno di felicità, incontreranno ostacoli provenienti non soltanto dagli oppositori politici, ma anche da quella generazione che ha ridotto nello stato attuale l’Italia con incoscienza, arroganza e individualismo e che ha il coraggio di schierarsi a sinistra.

Insomma, se le Sardine vogliono entrare a pieno titolo nelle mobilitazioni che stanno scuotendo il mondo in questi mesi, dovranno cominciare a proporre. Nel 1968 gli studenti, ai quali si unirono gli operai delle fabbriche, avevano fatto delle loro assemblee universitarie dei veri e propri laboratori di democrazia. Occorre ricreare questi laboratori.

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Licei Poliziani nel mondo: intervista ad Alessandro Pinzuti

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani….

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani.
Con il ventenne di Acquaviva abbiamo affrontato vari temi: dai ricordi scolastici ai suoi vizi, dai sacrifici agli obiettivi futuri, il tutto con l’immancabile nuoto al centro di tutto.
Ringraziamo gentilmente il Centro Sportivo Esercito per aver concesso l’intervista ad Alessandro Pinzuti: ecco le sue risposte!

Ascolta “Licei Poliziani nel mondo – Intervista ad Alessandro Pinzuti” su Spreaker.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

 

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Quizas, Quizas, Quizas in scena al Teatro Caos di Chianciano: intervista a Manfredi Rutelli e Cristina Aubry

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che…

Si intitola Quizas, Quizas, Quizas, come la canzone di Osvaldo Farrés, cantata da più o meno tutti i crooners del mondo, ed è la nuova produzione di LST Teatro, che aprirà la nuova stagione teatrale del Teatro Caos di Chianciano Terme, organizzata e diretta dalla compagnia LST Teatro e patrocinata dal Comune di Chianciano Terme, sabato 30 novembre, alle ore 21:15.

Manfredi Rutelli, dopo il successo di Tacabanda e de Il secondo figlio di Dio che, portato in scena da Simone Cristicchi, ha trionfato nei teatri italiani, scrive una nuova delicata commedia al femminile: Quizas, Quizas, Quizas. Questa volta la protagonista è una donna, la bravissima Cristina Aubry, alle prese con uno dei temi più attuali della società moderna: la perdita del lavoro, tema trattato con leggerezza e umorismo.

Le donne della commedia italiana sono tradizionalmente tratteggiate in maniera peculiare: sono molto spesso donne al limite, sull’orlo di quello che – a seconda delle prospettive – può essere sia un baratro che un trionfo. Una cosa è certa: è molto raro che siano donne passive. Non subiscono quasi mai l’ordine degli eventi ma se ne rendono – prima o poi – artefici. Sarà che le maschere della commedia dell’arte italiana – fondamento del teatro moderno – proponevano figure femminili sempre attive, finanche nei ruoli di servetta o di locandiera. Anzi, era proprio nelle condizioni di subalternità che queste rovesciavano gli schemi ‘patriarcali’ della società, sbeffeggiando i Padroni e rifiutando obblighi sociali, matrimoni forzati, avances di vecchi libidinosi e soldati fanfaroni.

La penna e la visione scenica di Manfredi Rutelli entrano perfettamente in questa tradizione: il suo modo di raccontare e di rappresentare le figure femminili porta con sé le grandi maschere femminili della nostra commedia. Per Quizas Quizas Quizas, la figura femminile è Cristina Aubry, attrice e doppiatrice, che si confronta con un personaggio molto complesso dal punto di vista recitativo: la protagonista dello spettacolo è infatti Anna, una donna sulla cinquantina, che rimane bloccata dentro l’ascensore mentre sta salendo per andare a un appuntamento importante, presso un’agenzia di consulenza per chi perde il lavoro. Collegata con l’esterno solo grazie all’interfono dell’ascensore, Anna cerca una rocambolesca via d’uscita. In un turbinio di situazioni paradossali e comiche, tra ricordi giovanili e familiari, Anna si ritrova a fare i conti con un’esistenza mai facile, mentre intorno a lei le luci vanno e vengono, e le note della canzoncina “Quizas, quizas, quizas”, diffusa dall’interfono dell’ascensore, si confondono con il rumore delle corde d’acciaio e delle lamiere. Abbiamo incontrato Manfredi Rutelli e Cristina Aubry pochi giorni prima del debutto.

Innanzi tutto è interessante parlare di incontri umani: come è avvenuto l’incontro tra Manfredi Rutelli e Cristina Aubry? Che peso ha avuto il rapporto umano nella preparazione di questo spettacolo?  

Manfredi Rutelli: Questa è la fortuna di essere in una compagnia teatrale indipendente, dove cosa fare e con chi possiamo sceglierlo liberamente. Conosco Cristina da tanti anni; abbiamo già avuto occasione di lavorare insieme, quando la diressi in uno spettacolo di Pierpaolo Palladino, L’ultimo angelo. L’avevo vista recitare tante volte a Roma, è stata ospite del Festival Orizzonti con uno spettacolo intitolato Al Pacino e insomma, credo ci sia stata tra noi sempre, oltre che una piacevole amicizia, anche una profonda stima reciproca. Così, quando LST ha deciso di produrre questo spettacolo, è stato abbastanza spontaneo per me pensare a Cristina come interprete. Le ho fatto leggere il testo e, bontà sua, a lei è piaciuto. Così si è concretizzata questa nuova collaborazione. Ci siamo chiusi dentro il Teatro Caos a Chianciano Terme e abbiamo fatto nascere questo spettacolo, tra chiacchiere, mangiate e prove estenuanti…

Perché proprio  “Quizás Quizás Quizás”, come brano da utilizzare in una dimensione claustrofobica dell’ascensore? 

Manfredi Rutelli: Beh, intanto mi divertiva l’effetto paradossalmente comico di una canzoncina così spensierata in una situazione così angosciosa come quella che sta vivendo la nostra ansiosa protagonista. Ma poi c’è  anche il tormentone di questo “chissà, chissà, chissà” che è infondo il canto di una speranza disperata e allo stesso tempo fiduciosa, ottimistica, della nostra Anna, che spera, con il colloquio che deve fare all’agenzia che sta raggiungendo con l’ascensore, di poter risolvere una situazione personale, economica, molto problematica, come può essere quella della ricerca di un lavoro da parte di una donna non più giovanissima che si trova a fare i conti con un’esistenza mai facile. Chissà come le andranno le cose, chissà se l’aiuteranno a ricollocarsi, chissà se risolverà i suoi complessi nei confronti della figlia, e, soprattutto,  chissà se la tireranno fuori da quell’ascensore dove, molto metaforicamente, è rimasta intrappolata.

Lo spettacolo prevede un grande lavoro tecnico di allestimento: ci sono voci fuori scena, particolarissime sonorizzazioni che hanno un peso diegetico; spesso sono dei veri e propri inneschi narrativi: è come se chi sta dietro i mixer abbia una responsabilità “performativa” al pari degli attori. È una caratteristica di LST? Nel processo creativo degli spettacoli, consideri da subito gli elementi tecnici e i props di scena? 

Manfredi Rutelli: Vedi, per me suoni e luci sono fondamentali in uno spettacolo. Probabilmente la mia passione per il cinema, che non ho mai neanche provato a fare, ma di cui mi sono nutrito sin da bambino quando chiudevo tutto e facevo buio nella mia cameretta e proiettavo sulla parete i cartoni animati di Paperino e Topolino, me la porto ancora dietro. Così come porto con me la mia passione per la musica, i suoni, la sonorizzazione. Paradossalmente per uno che scrive, delle parole ne potrei fare anche a meno,  ma non potrei rinunciare alla visione scaturita dai suoni, rumori, azioni su musica, luci suggestive. Per questo ricerco sempre non una colonna sonora, non un sottofondo musicale, ma un partitura musicale, un corpo sonoro concreto; non un accompagnamento per le azioni, ma proprio un’altra azione. Credo che il suono possa avere la stessa energia di un’azione, lo stesso impatto emotivo sullo spettatore. E così per le luci. Ho la fortuna di lavorare, in LST Teatro, con musicisti come Paolo Scatena e Massimiliano Pace, con tecnici appassionati e preparati, con loro ci piace esplorare, e i nostri prossimi progetti, quelli che abbiamo in mente di realizzare nel 2020, saranno un’ottima occasione di studio e ricerca.

Lo schema drammaturgico dello spettacolo sembra familiare ai classici del teatro contemporaneo come Il calapranzi di Harold Pinter o Giorni felici di Beckett. Quando scrivi hai dei riferimenti? Dei “Maestri”?

Manfredi Rutelli: Accidenti, se avessi saputo di poter essere minimamente accostato ai due mostri sacri che hai citato, camminerei a 30 cm da terra! No, il mio è un artigianato molto più semplice: racconto storie. Nient’altro. Questo è il mio unico riferimento. Raccontare una storia. Questa storia mi è balenata in testa in un periodo della mia vita in cui effettivamente avevo delle difficoltà professionali ed economiche e anche relazionali, visto che non è mai facile ammettere, alle persone care che hai vicine, l’ipotesi, il rischio, di un fallimento. È un modo catartico di superare certe situazioni in cui ognuno di noi potrebbe venirsi a trovare. E non chiedermi il perché abbia trasferito tutto questo a un personaggio femminile, anziché in uno maschile,  visto il mio “genere”, perché si potrebbero aprire meandri da psicanalisi che potrebbero lasciar intendere cose che non sono. Chissà, chissà, chissà… Scherzi a parte, mi piace scrivere di personaggi femminili, non so perché, ma mi viene facile. Forse perché ho vissuto e tutt’ora vivo con moglie e due figlie, circondato da donne; sin da bambino sono state tante le presenze femminili nella mia vita. Mi  piace esplorare quella dimensione, che mi affascina, da cui sono infinitamente attratto e di cui sono perennemente incuriosito. E quando ho pensato alla storia da raccontare, ho pensato subito a una donna come protagonista: Anna. Era lì, con l’urgenza di raccontare la sua vita, i suoi rapporti, i suoi problemi con la madre, con la figlia, e con gli uomini, che in questa vicenda non fanno mai una bella figura!

Quanto è rilevante il fatto che la protagonista sia una donna? Quanto di questo personaggio è visceralmente – o sei vuoi stereotipicamente – femminile? 

Cristina Aubry: Con Manfredi ci conosciamo da anni e mi ha già diretta in uno spettacolo di Palladino, L’ultimo angelo. Questo testo è nato proprio per il teatro Caos. È stato importante, per me, venire a Chianciano e già dal primo giorno avere il teatro a disposizione. Si è creata una bella intimità, è stato come un ritiro nel quale la concentrazione era totale. Il personaggio di Anna è quello di una donna sui cinquant’anni che vive una condizione di solitudine e fallimento su tutti i fronti. Perdere il lavoro in un’età in cui non si è più giovani e non ancora vecchi è molto difficile per entrambi i sessi. Forse per una donna, socialmente, è ancora più discriminatorio. È femminile, secondo me, il fatto che abbia il coraggio di mettersi a nudo e a poco a poco crollino tutte le maschere; credo che questo coraggio sia strettamente femminile e in qualche modo dietro tanta fragilità si nasconde una grande forza.

La figura femminile sembra circondata da un’aura simbolica molto forte: tutto sembra significare qualcosa di più grande. Forse che siamo tutti chiusi dentro un ascensore e sta a noi decidere se sia una trappola o una barricata? 

Cristina Aubry: Anna nella sua vita non ha più nulla a cui appoggiarsi: una madre ancora molto ingombrante, una figlia che parte per l’Australia verso la quale nutre un forte complesso di inferiorità, un matrimonio finito e il licenziamento da lavoro. La tentazione di rimanere al sicuro, nel guscio, è forte… ma il suo coraggio è l’arma che le farà fare un ulteriore passo verso la liberazione. Credo che solo la sincerità con se stessi possa aiutarci a ripartire. Anche da zero.

Lo spettacolo Quizas, Quizas, Quizas, fuori servizio, con Cristina Aubry, scritto e diretto da Manfredi Rutelli, con le voci fuori scena di Pierpaolo Palladino, Alessandro Waldergan e Gianni Poliziani, con gli arrangiamenti musicali di Massimiliano Pace, la sonorizzazione di Paolo Scatena, le Luci di Simone Beco e l’allestimento scenico di Lucia Baricci, dopo la prima di Chianciano Terme, sarà a Roma la prossima settimana, al Teatro Tordinona, dal 6 all’8 dicembre, e da qui prenderà il via la sua tourneé per la stagione 2019/20.

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L’impermeabilizzazione del suolo e il rischio idrogeologico in Valdichiana

Quando pensiamo al suolo, come lo vediamo? Come una risorsa, qualcosa di ovvio forse, che è sempre stato lì e sempre ci sarà; il suolo è ciò di cui è…

Quando pensiamo al suolo, come lo vediamo? Come una risorsa, qualcosa di ovvio forse, che è sempre stato lì e sempre ci sarà; il suolo è ciò di cui è fatto il mondo. Il suolo, l’epidermide del pianeta Terra (la nostra casa, l’unica minuscola pallina fluttuante nell’universo in cui ci siano le condizioni adatte allo sviluppo della vita come la conosciamo), quello strato di materia antica e fertile che ci permette di coltivare, di costruire, di vivere. Come molte delle cose che abbiamo, lo diamo spesso per scontato: infatti, il suolo non è una risorsa rinnovabile.

L’importanza del suolo

Il suolo svolge una gamma molto ampia di funzioni vitali per l’ecosistema: è alla base della produzione alimentare e di materiali da costruzione rinnovabili; crea habitat che favoriscono la biodiversità del sottosuolo e di superficie; regola il flusso delle acque verso le falde e filtra le sostanze contaminanti; riduce la frequenza e il rischio di alluvioni e siccità; aiuta a regolare il microclima in ambienti ad alta densità urbana, assorbendo il calore e nutrendo la vegetazione.

L’impermeabilizzazione del suolo intralcia ciascuna di queste funzioni e riduce in maniera considerevole i loro effetti benefici. Questo dovrebbe farci preoccupare molto, dato che il suolo non è una risorsa facilmente rinnovabile: i suoi tempi di rigenerazione sono lunghi e quelli di formazione addirittura secolari.

Cos’è l’impermeabilizzazione del suolo?

Il terreno e il suolo sono risorse fondamentali per la vita. Tuttavia, nel corso degli ultimi decenni l’occupazione di terreno per l’urbanizzazione e la costruzione di infrastrutture è aumentata a un ritmo più di due volte superiore al tasso di crescita demografica.

Quando la terra viene coperta da un materiale impermeabile, come per esempio il cemento o l’asfalto, si verifica un fenomeno chiamato impermeabilizzazione del suolo: una delle prime cause di degrado del terreno nell’Unione Europea (e quindi anche dell’Italia), che accresce il rischio di inondazioni e di scarsità idrica, contribuisce al riscaldamento globale, minaccia la biodiversità e riduce la disponibilità di terreni agricoli fertili.

L’occupazione del terreno in Europa è in aumento costante, specialmente nelle aree urbane, a causa soprattutto di un fenomeno detto città diffusa o sprawl urbano. Questa continua espansione urbana ha un impatto immenso sulla vita e sull’ambiente, anche se spesso non siamo educati a vederlo.

Gli impatti dell’impermeabilizzazione del suolo sull’ambiente e sull’uomo

Pressione sulle risorse idriche
L’impermeabilizzazione riduce l’assorbimento di pioggia da parte del suolo. L’acqua, non defluendo correttamente, si infiltra in maniera disordinata e aumenta il rischio di inondazioni (anche per collasso del sistema fognario). I terreni impermeabilizzati sono più soggetti alla siccità e necessitano di irrigazione più frequente: agricoltura e comunità dipendono sempre più dai bacini artificiali.

Perdita di biodiversità
Un quarto delle specie esistenti vive nel terreno e molte di esse si occupano di svolgere funzioni fondamentali (decomposizione, il riciclo dei nutrienti, ciclo del carbonio), rendono il suolo più permeabile da acqua e gas e sono spesso fondamentali per la sopravvivenza di altre specie.
L’impermeabilizzazione lineare (strade, autostrade) è legata alla frammentazione ambientale, fenomeno legato alla diminuzione delle specie selvatiche, al cambiamento climatico locale e all’aumento dell’inquinamento chimico e acustico.

Perdita di terreni fertili
I centri urbani tendono a svilupparsi in aree molto fertili, quindi l’impermeabilizzazione del suolo nelle aree urbane porta inevitabilmente a una diminuzione di terreni produttivi liberi. Questo rappresenta un pericolo per la sicurezza della disponibilità di cibo in Europa: un’analisi condotta dal Centro Comune di Ricerca (CCR) della Commissione Europea ha dimostrato che, tra il 1990 e il 2006, 19 Stati membri hanno perso un potenziale produttivo agricolo totale pari a 6,1 milioni di tonnellate di frumento (circa un sesto del raccolto annuale in Francia). Anche a causa dell’erosione del suolo, l’Italia è il paese che ha sperimentato la perdita maggiore.

Aumento del fenomeno delle isole di calore
La perdita di vegetazione nelle aree urbane, il maggiore assorbimento di energia da parte di superfici scure come l’asfalto e l’emissione di calore degli impianti di climatizzazione e del traffico danno vita al fenomeno cosiddetto ‘isola di calore urbano‘. Queste ondate di calore rappresentano un grande pericolo per le fasce di popolazioni più deboli.

Riduzione della vegetazione
I grandi alberi sono essenziali per l’assorbimento di particelle inquinanti e per mitigare la velocità e la turbolenza del vento. Aumentano l’umidità a livello del terreno, raffreddano, aiutano a regolare le risorse idriche. Una forte impermeabilizzazione del suolo genera ambienti più caldi, ventosi, inquinati, franosi e siccitosi.

Danni all’economia locale
Il degrado del territorio danneggia l’economia locale impattando negativamente sull’agricoltura e sul turismo, riducendo il valore dei terreni e la qualità della vita delle comunità locali.

Nonostante la portata immensa del problema, difficilmente ne sentiamo parlare, anche quando i suoi effetti si fanno sentire nella nostra quotidianità, con il risultato che nella percezione comune i rischi dovuti allo sfruttamento del suolo siano quasi nulli.

Iniziative e politiche locali atte ad arginare il problema sono disincentivate da alcuni importanti fattori:

  • la dipendenza delle autorità locali dal gettito di imposte e tasse di urbanizzazione;
  • l’inadeguatezza del trasporto pubblico o la mancanza di alternative ai veicoli privati;
  • l’aumento del valore del terreno entro i confini urbani e svalutazione delle periferie (che si ricollega allo sprawl urbano);
  • percezione comune che il problema non sussista, data l’abbondanza di spazi verdi nelle zone rurali.

L’impermeabilizzazione del suolo in Valdichiana

La Valdichiana, una pianura alluvionale, potrebbe essere definita un paesaggio d’acqua; per sua natura è un territorio delicato dal punto di vista idrogeologico, specialmente nella zona della piana. Eppure, lo sviluppo dei suoi centri abitati e delle infrastrutture che la attraversano non è stato progettato in modo da tenere conto di questa fragilità.
Quando si parla di impermeabilizzazione del suolo, i fattori da tenere in considerazione per comprenderne le conseguenze sono molti. In Valdichiana ci sono diversi aspetti che rendono il problema critico:

INFRASTRUTTURE VIARIE

Nel corso degli anni, l’urbanizzazione e l’artificializzazione hanno contribuito alla modifica del paesaggio, attraverso la rimozione delle colture miste in favore delle monocolture e l’aumento della pressione sui corsi d’acqua e sulle zone umide.

L’autostrada, la ferrovia e le statali che connettono i paesi ai piedi delle colline (come la direttiva Cortona-Castiglion Fiorentino-Arezzo) creano un effetto barriera longitudinale che attraversa tutto l’ecosistema chianino, che risulta tagliato e frammentato anche da tutte le opere connesse a queste importanti infrastrutture (zone industriali, nuovi centri urbani, centri commerciali). Tutto questo si ripercuote non solo a livello superficiale, ma anche sulla qualità degli ecosistemi acquatici che risentono dell’inquinamento civile e industriale.

AGRICOLTURA INTENSIVA

Il suolo della Valdichiana è fertile e per questo la sua vocazione è sempre stata quella agricola. Tuttavia, l’attività agricola si sta facendo sempre più intensa e specializzata (monocolture di cereali, frutteti, vasti vigneti specializzati, colture industriali come il tabacco e la barbabietola da zucchero), causando effetti collaterali come l’aumento del rischio di erosione del suolo, la pressione sulle risorse idriche, la riduzione della biodiversità e la rimozione della vegetazione nativa.

ESPANSIONE DEGLI INSEDIAMENTI URBANI

In Valdichiana i centri urbani si sono sviluppati attorno ai borghi storici collinari, andando a occupare anche le zone di pianura in maniera spesso dispersiva, causando una frammentazione ambientale. A queste dinamiche si vanno spesso ad aggiungere fenomeni di degrado degli edifici storici (leopoldine e ville granducali) conseguenti al loro abbandono. Oggi, però, si presta molta attenzione al patrimonio rappresentato dalle leopoldine e sono molti i progetti che ambiscono al loro recupero nel rispetto dei caratteri storico-architettonici che le contraddistinguono.

LE ACQUE SUPERFICIALI

I laghi di Montepulciano e Chiusi sono poco profondi e si trovano alla fine di un sistema di drenaggio artificiale che passa attraverso un’area di agricoltura intensiva e densamente abitata. Questo, quindi, rende il sistema idrico della Valdichiana molto delicato, essendo particolarmente esposto al rischio di inquinamento, impoverimento e interrimento. L’acqua che defluisce dalle colline circostanti alla valle e il drenaggio limitato rendono molte aree soggette a un elevato rischio idraulico, aggravato dalla densità di infrastrutture e di aree asfaltate o cementificate.

LE COLLINE

Tutte le debolezze del sistema idraulico a valle aumentano di conseguenza il rischio di erosione del suolo e frane anche in collina, accentuato dall’intensità dell’agricoltura e dall’abbandono. Essendo terreni molto fertili si è sviluppato uno squilibrio a favore delle attività produttive rispetto a quelle di difesa del territorio e dell’integrità dell’ecosistema, mentalità che nel lungo termine potrebbe comportare danni strutturali ingenti. Il dissesto idrogeologico in collina si traduce spesso in eventi franosi: in Valdichiana i rischi maggiori si trovano sulle colline che circondano Arezzo, sul preappennino e sulle colline intorno a Montepulciano.

Come si può arginare il problema?

I dati rendono evidente l’importanza di implementare al più presto politiche sostenibili che riducano gli effetti di degrado e di dissesto territoriale. L’impermeabilizzazione del suolo e il conseguente dissesto idrogeologico possono essere arginati solo tramite una gestione amministrativa consapevole e mirata, integrata con la progettazione del verde urbano, il cui effetto benefico sulle dinamiche del suolo e della rete idrografica è già stato dimostrato.

Le amministrazioni possono intervenire dando priorità al mantenimento della stabilità del reticolo idrografico, delle zone umide e dei sistemi di bonifica. Una buona pratica già in essere è, per esempio, il Contratto di Fiume, un patto volontario tra più soggetti con l’obiettivo comune della riqualificazione del territorio fluviale dell’area in cui operano.

Altre buone pratiche, suggerite anche dall’Unione Europea, sono:

– controllare e limitare lo sprawl urbano progettando con attenzione i nuovi insediamenti e le nuove infrastrutture, specialmente nelle aree pianeggianti di Civitella e Arezzo;

– limitare il più possibile la posa di nuove superfici impermeabili (asfalto, cemento);

– creare nuove aree verdi e boschi di connessione alle aree forestali rimaste;

– salvaguardare le aree verdi, le foreste e i pascoli esistenti, ma anche le aree agricole rimanenti come nel territorio di Sinalunga e Torrita lungo la Foenna;

– optare per colture sostenibili e diversificate, realizzare siepi, boschi e zone tampone nei pressi di fiumi e canali;

– riqualificare e riutilizzare aree già edificate o degradate;

– limitare o trovare soluzioni per ovviare all’effetto barriera costituito dalle infrastrutture viarie;

– proteggere le aree umide dalla contaminazione dei sistemi di drenaggio di superficie.

L’intenzione dell’Unione Europea è quello di far sì che tutte le sue politiche tengano conto delle loro conseguenze sull’uso del terreno, per giungere all’obiettivo di un incremento dell’occupazione netta di terreno pari a zero entro il 2050.

Conclusioni

Tutto ciò che abbiamo dipende dal suolo. La situazione sempre più drammatica che ci troviamo a vivere, non solo in Valdichiana, richiede un intervento urgente e serio. Per anni tematiche come quella del cambiamento climatico e dello sfruttamento selvaggio del terreno sono state trascurate, lasciate in secondo piano perché non percepite come prioritarie. Oggi la situazione è ben diversa: dalle scelte e dalle azioni che compiamo oggi dipenderà il futuro delle nostre città, del nostro territorio; esse determineranno la vita dei nostri figli, le loro opportunità, la loro sicurezza, la loro salute. E non è propaganda, non è un argomento che sia colloquialmente che politicamente si può liquidare come demagogia di sinistra o di destra: è dovere dell’intero spettro politico e di tutti i cittadini assumersi le proprie responsabilità e affrontare di petto il problema ambientale. Il benessere collettivo è il solo e ultimo scopo di una società.


Fonti:
http://ec.europa.eu/environment/soil/pdf/guidelines/pub/soil_it.pdf
http://www.regione.toscana.it/documents/10180/11377097/Ambito+15+Piana+Arezzo+Valdichiana.pdf/0dda665f-0b68-4cd5-8b20-8da273d97342
http://www.regione.toscana.it/documents/10180/11403978/Ambito15+Piana+Arezzo+Valdichiana.pdf/0bf4640f-19a4-4349-a9a7-6b625de6c40c
http://www.regione.toscana.it/enti-e-associazioni/pianificazione-e-paesaggio/pianificazione
http://www.globalissues.org/article/170/why-is-biodiversity-important-who-cares
https://geodata.appenninosettentrionale.it/mapstore/#/viewer/openlayers/988

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Motta si racconta al Foiano Book Festival

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da…

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da altri talent simili. Ha fatto la gavetta, come gli piace ricordare spesso. Ha suonato per strada, ha messo su una band quando aveva poco più di 20 anni (i Criminal Jokers), ha lavorato come turnista scaricando gli strumenti dai furgoni, accompagnando sul palco musicisti del calibro di Nada e Zen Circus, fino al momento in cui si è accorto di essere entrato in un processo di maturazione umana e musicale che l’ha portato alla scelta di intraprendere la carriera solista.

I suoi due album “La fine dei vent’anni” e “Vivere o morire” hanno vinto il premio Tenco rispettivamente nel 2016 e nel 2018. E la performance di “Dov’è l’Italia” sul palco di Sanremo gli è valso il premio Miglior duetto insieme a Nada. Insomma, Motta è partito alla grande. I suoi sono testi che rimangono impressi, comunicano messaggi forti, nuovi nel mondo della musica, come in “Sei bella davvero”: una dolcissima canzone dedicata a una donna transgender.

Motta è stato ospite della prima edizione del “Foiano Book Festival”, la nuova kermesse letteraria che nel mese di Novembre ha portato scrittori, registi e cantautori tra le mura cittadine, con grande partecipazione da parte del pubblico e coinvolgimento da parte di autori locali. Nel corso dell’evento in cui si è raccontato al pubblico, abbiamo colto l’occasione per conoscerlo meglio e rivolgergli alcune domande.

Francesco è da poco tornato dal suo viaggio di nozze in Australia insieme alla moglie Carolina Crescentini. Un posto per vivere migliore dell’Italia, dice, in cui ha trovato nuove ispirazioni per lavori futuri. «Ci vivrei. Ho preso appunti che forse andranno a finire in una canzone o forse no. Chissà».

Una notizia importante per tutti i suoi fan è che sta scrivendo un libro. «Il mio rapporto con la letteratura è pessimo. Leggo troppo poco, ma sto scrivendo un libro in cui racconto la mia drammatica esperienza con gli insegnanti di musica». Da come lo dice sembra quasi una rivincita. Motta, infatti, ha più volte raccontato di quando da piccolo studiava musica con un maestro che riusciva a rendere odiosa una cosa così bella. «Invece, la musica per me è stata sempre l’unica via di fuga. Mi faceva stare bene e mi faceva sentire unico nei miei sbagli».

Il suo esordio da solista è stato un vero successo. Oltre ai premi della critica c’è stato il riconoscimento del pubblico, che ha risposto alla grande. Ma è stato un album preparato nel corso di tanti anni, in cui si sommano tante esperienze, come la gavetta da quando è ragazzo, i mesi passati a scaricare e caricare i furgoni con gli strumenti e una maturazione che l’ha portato a capire come meglio incanalare i suoi pensieri in un testo. «A mio figlio sconsiglierò di andare a X-Factor, perché è giusto che si faccia un culo così. Quella dei talent è una ricerca di te stesso più arrivista e molto meno passionale rispetto a un percorso che per strada. Lì ci vai per diventare famoso, ma io a 18 anni volevo suonare e basta». Un Motta idealista e romantico.

«I miei venti anni sono stati un periodo molto buio» e nelle sue canzoni si sente «per 10 anni mi sono sentito in ritardo con me stesso. Oggi sto scrivendo in un insolito periodo felice della mia vita. Comporre con questo stato d’animo è una cosa nuova per me. Sto scoprendo altre forme che mi stanno insegnando che ci sono più modi per esorcizzare le paure con le canzoni: può succedere che stai benissimo e diventa l’occasione per dire cose che non vanno».

Motta è uno di quei cantautori che fa della libertà dei suoi testi un marchio di fabbrica. Le esperienze che canta sono legate alla realtà di tutti i giorni e tra le righe si coglie quella necessità di schierarsi. «È una decisione che si paga. Ma a prescindere dalla politica, che ti tiene spesso sotto tiro, penso che gli artisti debbano sentirsi liberi di parlare di ciò che vogliono. Al Festival di Sanremo sono andato con l’esigenza di cantare “Dov’è l’Italia”, una canzone non semplice, politica, schierata, che andava in controtendenza con il clima di quel periodo. Non era interessante per tantissime persone che stavano lì, ma per me era importante. È stato come un faccia a faccia. Ho capito che farò sempre ciò che posso fare e che voglio fare».

Poi gli ho chiesto di parlarci del suo rapporto con Livorno:

«Livorno è una città strana

piena di gambe nude e personalissime posture

dei silenzi di mia madre

e della mia giustificata distrazione…»

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Giulio Benvenuti: «La regia delle Adorabili Scanzonette è il mio regalo alla Compagnia Teatro Giovani Torrita»

Ogni ispirazione che prende forma è motivo di entusiasmo, ma quando ciò accade sotto la buona stella di un affetto sincero, allora il risultato non può non essere già di…

Ogni ispirazione che prende forma è motivo di entusiasmo, ma quando ciò accade sotto la buona stella di un affetto sincero, allora il risultato non può non essere già di per sé un bene prezioso. Come nel caso de Le Adorabili Scanzonette, il nuovo musical prodotto dalla Compagnia Teatrale Giovani Torrita, che debutta sabato 30 novembre al Teatro degli Oscuri, con la regia di Giulio Benvenuti. Una veste inedita per il giovane attore che proprio all’interno della Compagnia ha intrapreso la carriera artistica e adesso vi torna da professionista affermato, quale è ormai da anni nel panorama italiano del musical, portando in “regalo”, come segno di rispetto e gratitudine, la firma sulla regia di questo spettacolo inedito.

«Le Adorabili Scanzonette è nato dal desiderio che la Compagnia tornasse a produrre uno spettacolo, a distanza di anni dai successi di The Rocky Horror Experience e The Wedding Singer, poichè in questi anni in tanti ci siamo allontanati dal Teatro degli Oscuri proprio per studiare e perfezionarci e poi abbiamo continuato altrove il nostro percorso artistico. Sono state Martina Bardelli e Mikela Rebua, attualmente insegnanti presso la scuola della Compagnia, ad avanzare la proposta di intraprendere un nuovo progetto, magari ispirato a The Marvelous Wonderettes, musical ambientato nella Springfield degli anni ’50 e ’60, su libretto scritto alla fine del XX secolo da Roger Bean, in scena off-Broadway fino al 2016. E poiché credo che uno spettacolo non arrivi mai a caso nella vita di una persona, ho immediatamente accettato. Ma a condizione di attingere da The Marvelous Wonderettes solo la trama di questo jukebox musical, che si svolge durante un classico ballo di fine anno di una scuola americana, per sostituire i brani con dei riferimenti musicali italiani. Gli anni ’50 e ’60 sono stati un periodo fiorente per la musica italiana e quindi, con gli arrangiamenti vocali e la direzione musicale di Giovanni Giannini, ho voluto dar spazio a quella invece di ricalcare il repertorio originale, che a noi è per lo più sconosciuto. Così anche per quanto riguarda i testi, è seguita una fase di riscrittura che ha portato alla nascita delle quattro protagoniste Nives, Dora, Carmen e Milly: le Adorabili Scanzonette, interpretate da Martina Bardelli, Emma De Nola, Lisa Lucchesi e Mikela Rebua».

Lo spettacolo di Giulio Benvenuti infatti prende il nome dal quartetto composto da queste quattro amiche accomunate dalla passione per il canto, che salgono sul palco in occasione della festa di fine anno della loro scuola. Inizia in questo modo un viaggio nella musica degli anni ’50, di fronte ad un uditorio che è al tempo stesso pubblico della festa liceale e dello spettacolo. Quali temi mette in luce la storia?

«Nel corso dei due atti, le Adorabili Scanzonette si lasciano conoscere, ciascuna con la sua personalità e con il colore che la abita, smentendo le ambizioni decise da quell’omologazione sociale a cui, soprattutto nell’epoca in cui è ambientata la vicenda, era soggetta la figura femminile. Il punto di approdo di questo percorso, sia di crescita per le protagoniste che di scoperta da parte del pubblico, si realizza nella festa d’istituto del 1968, quando le Adorabili Scanzonette sono chiamate a cantare ancora una volta. È lì che si scopre quante cose sono successe nell’arco di dieci anni, quanto gli avvenimenti hanno cambiato le quattro protagoniste, ormai lontane dai tempi di Miss Liceo, quali percorsi di vita hanno intrapreso e se la loro amicizia ha resistito agli eventi, ora che anche la musica è cambiata e già manifesta i sintomi delle rivoluzioni che hanno caratterizzato la fine degli anni ’60. La scena si svolge all’interno di una cornice entro la quale si può scandagliare l’animo delle protagoniste e la loro sempre minor aderenza ai dettami che le vogliono così “adorabili”, quando non necessariamente sentono di esserlo. C’è la valorizzazione del singolo carattere, apprezzabile nella sua dimensione di unicità, che però riesce a integrarsi con gli altri tre per giungere ad un’armonia perfetta, come poi del resto è accaduto alle quattro interpreti durante la preparazione dello spettacolo. Hanno saputo trovare una sintesi che gli consentisse di unire le loro voci e al tempo stesso dare risalto alle diverse personalità delle Scanzonette».

E il risultato quale è stato?

«Uno spettacolo che vuole trasmettere armonia al pubblico, chiamato ad essere partecipe e non solo spettatore della scena. Si può dire che ogni volta che si va a teatro è una festa, ma questa volta a maggior ragione, poichè fin dall’ingresso il pubblico si calerà nell’atmosfera della storia, realizzata grazie alla collaborazione di tanti che negli anni hanno gravitato attorno alla Compagnia. A partire dalle scenografie di Matteo Benvenuti, Federigo Bardelli e Maurizio Vanni, alla consulenza vocale di Antonello Angiolillo, docente della Summer Musical Theatre, ai consigli sempre preziosi della direttrice artistica della stagione teatrale Laura Ruocco, fino alla partecipazione, nello spettacolo, di Viola Battenti, proveniente dai nostri corsi di Spaziomusical. Per questo motivo, firmare la regia de “Le Adorabili Scanzonette” ha rappresentato in un certo senso un regalo alla dimensione dove sono cresciuto e dove ho imparato ad apprezzare tutti i ruoli e i mestieri legati al mondo del teatro. In questi anni ho avuto l’onore di lavorare con ottimi professionisti, e ciascuno di loro ha lasciato qualcosa di utile nel mio percorso artistico, arrivato adesso alla prova della regia».

Meglio dietro le quinte o sotto ai riflettori?

«Come regista è difficile trasferire in realtà quello che si ha in testa, ma è una bella sfida: non c’è aspetto che non abbia personalmente valutato, dalle luci ai costumi, anche grazie all’aiuto fondamentale della mia assistente alla regia Valeria Cleri. Sul palco ho intenzione di rimanerci ancora per molto tempo, anche perché vi si imparano molte cose per quando si passa nell’altro ruolo. Sono due mondi complementari che per il momento mi appartengono entrambi, forse un giorno deciderò per l’uno o per l’altro».

Lo spettacolo di Giulio Benvenuti, secondo appuntamento nel calendario della stagione teatrale torritese, è in scena alle 19 e alle 21. Per info e prenotazioni, contattare lo 3801944435.

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Prima edizione del premio letterario Pometti: intervista a Silvio Valota

Amare un territorio e la sua storia, fare in modo che lo stile di vita della gente che vi abita venga riconosciuto e valorizzato come un suo elemento caratterizzante, strutturale….

Amare un territorio e la sua storia, fare in modo che lo stile di vita della gente che vi abita venga riconosciuto e valorizzato come un suo elemento caratterizzante, strutturale. Cercare chi meglio possa trasmetterne le suggestioni e lasciare che queste escano dai ripostigli della memoria dei singoli individui, per andare a comporre un’antologia da poter sfogliare, alla scoperta di aneddoti e tradizioni. Inizia così la storia del nuovo premio letterario istituito dal comune di Trequanda con la collaborazione della casa editrice Il Ciliegio.

È ammesso a partecipare chiunque voglia raccontare il territorio locale e le sue usanze popolari, in un testo di massimo 10mila caratteri che infine verrà inserito nella raccolta, divisa per sezioni, curata e pubblicata dalla casa editrice. Non vi sono limiti o suggerimenti in termini stilistici, ma solo un’indicazione circa il contenuto che dovrà essere affrontato negli elaborati.

In questa intervista, il curatore Silvio Valota spiega di cosa si tratta questo concorso letterario, che porta il titolo di Daniela Pometti, nome legato ad una delle più antiche tenute della Val d’Orcia.

Chi ha pensato di istituire il concorso letterario “Pometti”?
L’idea è stata mia. Frequento le Crete da 40 anni con immenso piacere per l’armonia ineguagliabile del paesaggio, la grazia degli abitanti e la cucina, della quale non so più fare a meno. Purtroppo un male oscuro s’è portato via Daniela, la moglie di Duccio Pometti, e ho pensato che intitolare il concorso al suo ricordo poteva essere un omaggio dovuto. L’idea portante che sto coltivando è quella di fare di Trequanda un polo culturale, rilevante per fantasia e creatività, iniziando ora con questo concorso e poi, chissà, allargandosi anche al mondo dell’arte, della cinematografia.

In che modo è stato scelto il tema degli elaborati?
Ho parlato con Roberto Machetti, sindaco di Trequanda, con Andrea Francini, vicesindaco, e con Mauro Lacagnina, assessore alla cultura. Ci siamo trovati d’accordo nel tentare di esplorare questa strada ponendo l’accento proprio sulle belle ricchezze di questi luoghi, come il territorio, l’agricoltura locale, la storia della zona, le usanze popolari.

Qual è l’obiettivo principale di questo premio?
Proprio questo: attingere alla memoria di chi ci abita per recuperare storie del passato che possano spiegare il presente, e dare un senso di continuità alla vita che si conduce da queste parti. Poi, magari, potremo anche racimolare il materiale sufficiente per comprendere perché questa terra è così bella, affascinante. E magari anche capire perché queste zone sono ancora uguali a quelle che ispirarono secoli fa da Simone Martini, Pietro e Ambrogio Lorenzetti, Giovanni di Paolo, e il Sodoma a Monte Oliveto.

Perché è stato scelto un concorso di questo tipo?
Direi proprio per stimolare il recupero del ricordo e valorizzare quello che è stato, che non si deve perdere nella nebbia di un passato confuso, ma tornare a galla di prepotenza, proprio per il rispetto che questa terra merita.

Quale aspetto del territorio si intende valorizzare attraverso questo progetto?
La sua unicità. Non conosco al mondo una terra così delicata e armoniosa, tanto rispettata dai suoi abitanti da rinnovarla nel tempo senza stravolgerne le caratteristiche. Io trovo questo veramente miracoloso, e credo che non mancheranno menti capaci di raccontarlo.

Chi valuterà gli elaborati?
Questa iniziativa nasce col contributo della casa editrice Il Ciliegio, con cui collaboro da tempo, e che può vantare un gruppo sostanzioso di appassionati recensori che esprimeranno collegialmente la propria opinione sugli elaborati.

Quale premio è stato stabilito per il vincitore?
Il premio consisterà in un soggiorno di due notti presso Villa Boscarello di Carlotta Pometti, a Trequanda. Se i racconti che ci arriveranno, di qualità davvero buona, saranno numericamente sufficienti, ne nascerà un libro, pubblicato appunto dal Ciliegio.

Cosa ne sarà di questa raccolta?
Scopo della pubblicazione è creare un veicolo che favorisca la conoscenza del territorio e della sua storia. Una volta stampato, il libro potrà essere utilizzato dalle strutture ricettive della zona nei confronti del turismo in arrivo. E chissà che questa iniziativa davvero non aiuti Trequanda e tutte le Crete a diventare anche un polo culturale che sia di riferimento per l’Italia intera: una maniera diversa di fare cultura, senza fanfare e senza tromboni, ma vita, vita vera, raccontata da chi la condivide, magari anche da chi ci è stato una volta soltanto. Basta guardarsi attorno, lasciar fuggire gli occhi verso l’orizzonte, distinguere l’Amiata laggiù in fondo, e ascoltare il canto dei fagiani. Il resto viene da sé…

I partecipanti dovranno inviare il proprio elaborato, corredato da una breve nota autobiografica, esclusivamente via mail all’indirizzo premio.pometti.trequanda@gmail.com (indicando nell’oggetto “Concorso Trequanda-Pometti), entro e non oltre il 31 gennaio 2020.

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Il Bravìo degli spingitori: Alessandro Paganelli e Luca Benassi

Piazza Grande, a Montepulciano, trasuda storia. Nella sua perfetta geometria offre ai quattro lati il Palazzo Comunale, dirimpetto a palazzo Contucci, e il Palazzo del Capitano, con accanto il palazzo…

Piazza Grande, a Montepulciano, trasuda storia.

Nella sua perfetta geometria offre ai quattro lati il Palazzo Comunale, dirimpetto a palazzo Contucci, e il Palazzo del Capitano, con accanto il palazzo Nobili-Tarugi. I quattro edifici, sede di quello che nei libri di storia verrebbe definito il potere temporale, fanno quasi da conchiglia alla perla del potere spirituale, il maestoso Duomo, conosciuto anche come cattedrale di Santa Maria Assunta.

In tale suggestiva cornice, cràsi proprio di civiltà e sacralità, ogni ultima domenica di agosto queste due componenti si fondono sopra il sagrato del Duomo, dove arrivano esausti per la fatica gli spingitori delle botti del Bravìo.

E non è un caso che il Bravìo delle Botti sia un’idea nata proprio nella mente di un parroco, Don Marcello Del Balio, che per evitare problemi con la vecchia corsa dei cavalli decise che a sfidarsi sarebbero state le otto Contrade con altrettante botti, simbolo del Vino Nobile e dell’economia del paese. Una tradizione, quella del Bravìo, letteralmente secolare, se si pensa che già verso la fine del 1300 si possono leggere le prime disposizioni in tema negli statuti comunali dell’epoca.

L’evento che ha ricevuto l’etichetta di “Patrimonio d’Italia” dal Ministero del Turismo prende il nome di “Settimana degli eventi del Bravìo delle Botti”, perché naturalmente Bravìo non vuol dire solo gara tra le Contrade, che ne è il culmine, ma anche feste, cene, cerimonie che propiziano l’ultimo atto di una settimana che richiama migliaia di turisti da tutto il mondo.

Aspettative e speranze, fatiche ed emozioni, tuttavia, sono concentrate nei dieci minuti che separano l’inizio del Bravìo delle Botti, sotto la Colonna del Marzocco in via di Gracciano nel Corso, all’arrivo sul sagrato del Duomo, davanti ad un foltissimo pubblico assiepato sulle transenne di Piazza Grande. Il Bravìo, come tutti i palii e le rievocazioni storiche, è il momento in cui ogni Contrada ripone il proprio desiderio di prevalere sulle altre, sia per poter vantarsi della vittoria coi propri “rivali”, ma soprattutto per coronare la settimana di sacrifici che ha impegnato tutta la comunità.

Ovviamente, a caricarsi sulle spalle questo peso non da poco, sono gli spingitori, già impegnati a scalare le ripide salite di Montepulciano spingendo una botte di 80 kg.

Due dei protagonisti hanno così accettato di raccontare cosa significa la parola Bravìo quando si vestono i panni da spingitore. Cosa significano, cioè, quei dieci minuti di ripida scalata vissuti spingendo la botte fino al Duomo, in una Montepulciano che ogni ultima domenica di agosto si trasforma nell’ideale scalinata che porta la profanità sul Paradiso.

Una sorta di Stairway to Heaven, che vi invitiamo a mettere come sottofondo durante la lettura delle imprese che ci hanno raccontato due tra i protagonisti dell’ultimo Bravìo delle Botti: Alessandro Paganelli e Luca Benassi.

Partiamo con il vincitore, assieme ad Attilio “Attila” Niola, del Bravìo 2019, per la contrada di Voltaia.

Alessandro Paganelli quest’anno ha conquistato la sua prima vittoria in coppia con Attila, già trionfante invece in cinque occasioni. Con Attila, curiosamente, ha vinto il Bravìo nelle edizioni 2016 e 2017 anche Matteo Paganelli, che è il fratello gemello di Alessandro, e che in foto potrebbe tranquillamente essere scambiato per lui.

Paganelli, quindi, famiglia di spingitori: Matteo è detto White Kenyan, per la sua silhouette e l’innata capacità di corsa, ça va sans dire; Alessandro, invece, nella settimana del Bravìo è Digiuno, e non servono parole quando sono le immagini a parlare.

Il Bravìo delle Botti, per Alessandro, è una tradizione vissuta fin da giovanissimo, che grazie al padre è diventata poi voglia di spingere.

“Il Bravìo è una tradizione e una passione tramandata da mio padre, che dal 1984 al 1986 ha fatto prima lo spingitore e poi l’allenatore per la contrada di Gracciano. Ho iniziato nel 2012, con l’amico Stefano Chiezzi sotto la guida di Gino Emili, per la contrada di Talosa. Sono stato riserva per due anni, e poi dopo un altro anno in riserva con la contrada di Gracciano mi richiamò Gino. Voleva, stavolta, che corressi il mio primo Bravìo, con Talosa, e non potei dire di no”.

Alessandro, nella sua prima scalata verso Piazza Grande, si è piazzato in sesta posizione, in coppia con Andrea Rosati.

“Fin da subito, dal primo Bravìo corso, ho sentito la necessità di arrivare all’obiettivo. Vincere – lo vedevo da fuori – significava tanto. Significava l’affetto sconfinato della gente della tua contrada, l’abbraccio sul Sagrato, le lacrime di gioia. Fin da subito ho lottato per raggiungere questo traguardo, e per vivere sulla mia pelle queste emozioni”.

E quel momento, il 25 agosto 2019, è arrivato.

“Vincere il Bravìo è il coronamento di un sogno che ho fin da piccolo, con negli occhi l’immagine di mio padre che spinge la botte. Ho rivisto lui in me, anche dopo essermi riguardato nei video e nelle foto. È normale che la prima cosa a cui pensi sono le persone che ti hanno ispirato, oltre a quelle che ti hanno supportato per arrivare dove sei arrivato: la mia ragazza, ovviamente, e mio fratello, che ha sempre avuto grandissima fiducia in me”.

Ovviamente, non c’è solo la famiglia tra i segreti delle vittorie.

“Durante la gara sei tu, il tuo compagno e la botte, ma anche tutta la contrada che ripone in te la speranza di un Bravìo portato dal Sagrato in contrada. Quindi devo ringraziare proprio la contrada di Voltaia per tutto quanto ha fatto per me in quelle delicate settimane prima della gara, e specialmente il mio compagno di spinta Attilio Niola, vero campione, senza il quale non avrei di certo potuto realizzare il sogno. Vincere il Bravìo significa veder festeggiare il proprio popolo: è stato come averli ripagati per il lavoro che sapientemente svolgono non solo durante la settimana della gara, ma durante tutto l’anno contradaiolo”.

Luca Benassi, pur non trionfando, è stato uno dei protagonisti indiscussi di quest’ultimo Bravìo delle Botti. Il Cittino, non solo a livello anagrafico ma anche per quei tratti del viso delicati che lo caratterizzano, è una delle “nuove leve” tra gli spingitori, ma gli addetti ai lavori parlano di lui come uno dei sicuri prossimi dominatori della competizione sportiva.

La sua passione per il ruolo di spingitore viene da lontano, dalle gare viste da giovane spettatore, ed è incrementata anche grazie – o, per meglio dire, a causa – di un record decisamente negativo per la sua contrada: Collazzi, infatti, non ha mai vinto un Bravìo.

“Il mio primo ricordo legato al Bravìo? Difficile dirlo, perché l’ho vissuto da sempre e ormai gli episodi si accavallano nella mia mente. Ho un ricordo abbastanza triste comunque, perché la mia contrada non ha mai vinto e io, piccolo com’ero, volevo che vincesse a tutti i costi. Crescendo ho sempre di più vissuto la contrada, fino a fare il piccolo spingitore col mio migliore amico”.

Luca, cresciuto coi miti degli storici spingitori Piero Bondi e Giacomo Valentini, è stato da sempre uno sportivo. Dopo aver giocato a calcio a ottimi livelli, nonostante la rottura del crociato, Luca ha deciso di dedicare anima e corpo alla corsa, da sempre la sua caratteristica migliore. E, ovviamente, ha iniziato a lavorare quotidianamente per conquistarsi il posto da spingitore.

Allenarsi in vista di un Bravìo, tuttavia, non è certo una passeggiata.

“Quando ci si allena per il Bravìo non conta solo il ‘quanto’, ma soprattutto il ‘perché’, la motivazione che spinge alla fatica. Conta il sacrificio immane che si fa durante l’anno, perché ci si allena sempre. D’altronde, il livello di competitività è altissimo, per cui l’allenamento è settimanale, e non c’è condizione atmosferica che lo impedisca. Il Bravìo, sento dire giustamente, non è la vita, ma ci si dimentica che chi lo prepara ci basa davvero la propria vita”.

Non sono poche le cose a cui si deve rinunciare quindi, soprattutto se si parla di un ragazzo di appena venticinque anni. Aperitivi ridotti al minimo, poche serate e regime alimentare ferreo: la vita dello spingitore è quanto di più lontano ci sia da quello che oggi è considerato godersi la vita.

Il Bravìo di Luca è passato alla storia, tuttavia, per un episodio che ancora lui stesso non riesce a ripercorrere con serenità.

Luca infatti, ad agosto, non è mai arrivato sul Sagrato di Piazza Grande. Si è fermato poco prima, allo stremo delle forze, soccorso dalla tempestività degli altri contradaioli e della Misericordia. Nel video della gara si nota chiaramente che qualcosa lo ha tradito proprio al termine dell’ultima salita prima di Piazza; poi la botte lasciata al compagno, le mani sulle ginocchia, e il vuoto.

“Non è facile riaffrontare certe emozioni. Prima della gara si percepiva di essere migliorati rispetto all’anno precedente, e anche il cronometro oltre le sensazioni ci dava ragione. Lo spirito era differente, insomma c’era grande fiducia, eravamo convinti di poter competere contro Voltaia, un’altra volta favorita”.

Ma i veri atleti percepiscono tutto, e Luca aveva notato qualcosa di diverso rispetto all’anno del suo primo Bravìo.

“Io avevo sognato tutta l’estate di vincere, mi ero fatto un po’ di film come capita a tutti, ma rispetto ad anno scorso non sentivo la tensione, e questo stonava decisamente; poi, quando tutti appena ti vedono dicono che sei il favorito, inizi anche a crederci davvero”.

La domenica, però, il tracollo.

“Il problema vero è stato la domenica mattina, appena sveglio, quando ho provato un’ansia fuori dal comune, accumulata, che non avevo scaricato nei periodi precedenti. Non stavo bene, e anche durante la corsetta che si fa prima della gara mi sentivo pesante, avevo il voltastomaco. Questo Bravìo, da sogno, si è trasformato in un incubo. Avevamo impostato la gara su Voltaia, e invece sono loro che si sono messi dietro di noi, e così ci siamo ritrovati primi dopo trenta secondi e dentro di me sono iniziate le paranoie: pensare alla contrada, agli amici, a chi avrei potuto deludere. Ho sbagliato in quello”.

In effetti la gara di Collazzi, fino al culmine di via Ricci, era stata perfetta, condotta sapientemente e sempre in testa. Durante la gara, però, Luca si è sentito quasi schiacciato dal peso delle aspettative, da quanti credevano in lui, dalle voci che durante il tragitto si levavano per sostenerlo.

“Gli avversari aspettavano un crollo da parte nostra, e hanno avuto ragione. Passando davanti alla mia contrada, invece di caricarmi, mi è successo esattamente l’opposto. Da un passo all’altro ho sentito freddo alle gambe e mi sono reso conto che mi stava succedendo qualcosa, poi le braccia si sono bloccate ma ho continuato a spingere per inerzia, mentre il mio compagno continuava a dirmi di fermarmi”.

La botte di Collazzi è arrivata ugualmente sul Sagrato del Duomo, mentre Luca è stato soccorso all’istante.

“E stata una bella botta a livello di mentalità, visto che ci tengo così tanto. Tutti mi chiedevano come stavo, mentre a me importava solo di non aver vinto”.

Questo è il manifesto di Luca Benassi, un ragazzo destinato a grandi cose per la propria contrada e per il Bravìo in generale. Un giovane spingitore che ha perso conoscenza pur di raggiungere il Sagrato, quel Paradiso che sicuramente lo attenderà nelle prossime edizioni.

Innamorato della botte, del suono che fa picchiando sui sampietrini, e ammaliato dalla sensazione di fatica che lo avvolge ogni qualvolta la spinge.

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Prima mondiale al Teatro degli Arrischianti: Magnolia Cafè da Barcellona a Sarteano, passando per Londra e New York

Dopo un’anteprima nazionale, la stagione al Teatro degli Arrischianti continua con una prima mondiale. La Nuova Accademia degli Arrischianti si è imbarcata in una rischiosa avventura produttiva e ha deciso…

Dopo un’anteprima nazionale, la stagione al Teatro degli Arrischianti continua con una prima mondiale.
La Nuova Accademia degli Arrischianti si è imbarcata in una rischiosa avventura produttiva e ha deciso di ospitare per due mesi la drammaturga e regista catalana Àngels Aymar per la prima mondiale di Magnolia Cafè.
Aymar ha pubblicato in Europa, America e Asia e ha girato il mondo con progetti e messe in scena. Abbiamo la fortuna di averla a Sarteano e così abbiamo deciso di incontrarla.

Ci siamo seduti a parlare con lei a uno dei tavolini di legno che compongono la scena dello spettacolo. Appoggiata alla tovaglia bianca, con un sorriso energico, ci ha raccontato la storia di questo testo, che nei suoi venti anni ha girato il mondo in varie forme, ma mai come spettacolo concluso. È stato pubblicato in spagnolo per un’università degli Stati Uniti, in catalano e in inglese. Non è mai stato messo in scena, ma ne hanno fatto delle letture drammatizzate a New York, Barcellona, Cambridge e Londra. La regia, però, non era la sua.
«Quando ho iniziato a scrivere lo facevo per scrivere, non per fare la regia» ci spiega, sottolineando le parole con le mani. «Pensavo che non avrei mai fatto la regia di un mio testo. Era più interessante che lo facesse un altro, mi rendeva felice.»
Le cose, però, cambiano, e il fatto che alcuni suoi testi non siano stati rispettati le ha fatto rivedere la sua posizione. Così adesso è qui a portare per la prima volta in scena la storia del Magnolia Cafè.

Perché, tra più di trenta testi che ha scritto, ha deciso di mettere in scena a Sarteano proprio Magnolia Cafè?
«Questo è l’unico testo che ho con undici personaggi e volevo lavorare con più persone possibile degli Arrischianti» risponde in totale tranquillità, mostrando di aver colto in pieno l’anima comunitaria di chi la ospita. Dopotutto è dal 2016 che Aymar visita annualmente Sarteano per condurre laboratori con la Nuova Accademia degli Arrischianti, quindi non è strano che siano entrate in sintonia.

Una scelta ben precisa, comunque, non è solo quella che ha portato Magnolia Cafè a Sarteano, ma anche quella che gli ha dato vita.
«Siamo sempre costretti a scrivere per pochi personaggi, abbiamo paura della produzione. Quattro personaggi sono già tantissimi. A Barcellona scrivevano tutti così. A me piace molto andare controcorrente e allora ho detto: voglio vedere se sono capace di scrivere qualcosa con tanti personaggi.»
Era un esperimento anche per lei, quindi? «Sempre» risponde sicurissima. «Ogni testo nasce per un motivo diverso, ma sono tutti una sfida. A volte la sfida viene più dal profondo, altre dalla forma. Questa era una sfida di forma.»
La scelta ha dato vita al processo di ricerca su chi fossero, questi personaggi, dove fossero, cosa volessero, cosa facessero.

In questi venti anni di storia, è cambiato qualcosa in Magnolia Cafè? Aymar guarda i proiettori del teatro. «La sola cosa che manca o è strana, considerando il tempo che è passato, è che non abbiano cellulari. Però quando l’ho scritto i telefoni erano grandi così» dice prima di ridere. «Nessuno li portava. Costavano tanto!»
Questo ristorante all’aperto, però, potrebbe appartenere a qualsiasi epoca. «È un testo senza tempo», spiega Aymar, perché al centro non ci sono gli eventi, ma le persone.

Così ecco in scena undici personaggi (più uno extra) che rappresentano generazioni diverse. Ogni carattere è delineato con stralci di dialoghi o di ricordi, rapidamente ma in modo chiarissimo. In un’atmosfera agrodolce, al Magnolia Cafè vengono evocati immagini e sogni, storie e desideri.
Per vederli in prima mondiale sul palco del Teatro degli Arrischianti, l’appuntamento è il 29 e 30 Novembre alle 21.15 e il 1 Dicembre alle 17.30.

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