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Bruscello 2018 – Tutte le notizie

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Compagnia Popolare del Bruscello – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2018 del Bruscello Poliziano Le musiche dell Bruscello Poliziano dedicato a Sangallo (17/07/18) Continuano le prove del…

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Compagnia Popolare del Bruscello – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2018 del Bruscello Poliziano


Le musiche dell Bruscello Poliziano dedicato a Sangallo (17/07/18)

Continuano le prove del Bruscello Poliziano e le fasi di avvicinamento al grande spettacolo che, come da tradizione, animerà Piazza Grande nei giorni di Ferragosto; la messa in scena di “Sangallo 1518: il Tempio Poliziano” è infatti prevista per i giorni dall’11 al 15 agosto nello splendido palcoscenico naturale della piazza principale di Montepulciano, sul sagrato del Duomo, che da 79 anni vede alternarsi gli interpreti della Compagnia Popolare del Bruscello nelle rappresentazioni che derivano dall’antica tradizione contadina e riproposte in chiave moderna in uno spettacolo unico nel suo genere.

L’edizione di quest’anno ha visto il ritorno nel ruolo di compositore musicale del maestro Alessio Tiezzi, direttore dell’Istituto di Musica Henze di Montepulciano, che nel corso degli ultimi mesi ha lavorato alla composizione del Bruscello 2018 in sintonia con Irene Tofanini, autrice del libretto.

“Il lavoro è stato un processo piuttosto naturale – spiega Alessio Tiezzi – questo è l’anno dei festeggiamenti del cinquecentenario della costruzione del Tempio di San Biagio, molto caro a tutti i poliziani, quindi è stato naturale sceglierlo come tema portante del Bruscello. Assieme ad Irene abbiamo lavorato intensamente tutto l’inverno, siamo soddisfatti e fiduciosi. In queste settimane stiamo provando con il coro, che è una parte molto importante del Bruscello: si tratta di un coro d’azione e sempre presente, che lancia un messaggio. Questo sarà infatti un Bruscello molto corale, fatto da tutti con impegno e grande serenità.”

La regia è stata affidata ad Alessandro Zazzaretta, mentre le coreografie a Cristina Peruzzi, entrambi supervisionati dal direttore artistico Franco Romani. La composizione del Bruscello 2018 è stata un lavoro di squadra, volta a potenziare il senso di comunità dei bruscellanti e di tutti i poliziani:

“Nel momento della scrittura della parte musicale ho vissuto la storia della costruzione del Tempio di San Biagio anche come un momento personale di riflessione – continua Alessio Tiezzi – C’è stato un parallelo con la parte compositiva, con l’ambizione di costruire qualcosa che rimanga per la società, per i cittadini, per i poliziani. Costruire un tempio è in qualche modo il simbolo di quello che cerco di fare tutti i giorni all’Istituto di Musica, aiutare a formare una generazione che viva in maniera sana il rapporto con la musica e con il proprio tempo, riscoprendo la propria umanità, la sensibilità alla bellezza e alla scoperta dell’altro.”


Novità alla regia per il Bruscello Poliziano dedicato a Sangallo (05/07/18)

Le prove del Bruscello Poliziano sono ancora in corso, ma i protagonisti dello spettacolo che andrà in scena dall’11 al 15 agosto in Piazza Grande a Montepulciano possono già anticipare alcune delle importanti novità che verranno presentate al pubblico durante la prossima edizione del Bruscello. La principale è sicuramente l’esordio alla regia di Alessandro Zazzaretta, che per molti anni ha svolto il ruolo di cantastorie e che quest’anno si troverà ad affrontare l’esperienza da un altro punto di vista:

“È una grande emozione e un privilegio occuparsi della regia del Bruscello. – commenta Zazzaretta – L’idea è sempre stata quella di considerare ogni bruscellante come il vero protagonista, tutti hanno pari dignità di fronte al pubblico. Nel corso degli anni si sono succeduti tanti bruscelli, li ho apprezzati tutti: il Bruscello ha un valore assoluto, non può fare competizione a sé stesso, non si possono fare preferenze. Ogni volta nasce e finisce, però ogni anno è il Bruscello.”

Alle parole del regista fanno eco quelle di Franco Romani, direttore artistico della Compagnia Popolare del Bruscello:

“Quello che metteremo in scena ad agosto sarà un Bruscello dedicato alla posa della prima pietra del Tempio di San Biagio, avvenuta nel 1518. Sarà dedicato al Sangallo, l’architetto progettista, narrando varie vicende della sua presenza a Montepulciano, e la storia di Toto, che decide di raccogliere i fondi per la costruzione di questa chiesa. Già nel 1962 Toto di San Biagio fu protagonista di un Bruscello a lui dedicato, ma questa volta si tratta di un’opera più complessa, incentrata sulla nascita del Tempio di San Biagio e sul suo importante ruolo per Montepulciano.”


Il Bruscello Poliziano: uno spettacolo corale che supera i confini di Montepulciano (18/06/18)

Procedono come da programma le prove del Bruscello Poliziano, ogni mercoledì presso la sede della Compagnia Popolare in via delle Lettere: i bruscellanti, sotto la direzione musicale del maestro Alessio Tiezzi, la regia di Alessandro Zazzaretta e la direzione artistica di Franco Romani, stanno infatti preparando lo spettacolo che andrà in scena dall’11 al 15 agosto in Piazza Grande, e che si preannuncia fin da adesso un evento corale che supererà i confini di Montepulciano.

“Sangallo 1518: il tempio poliziano” racconterà infatti la nascita del Tempio di San Biagio, per celebrare al meglio il cinquecentenario dalla posa della prima pietra. Cinque serate di uno spettacolo unico in Italia e nel mondo, che porterà nella “Perla del Cinquecento” un’edizione in grande stile con la presenza di decine di bruscellanti e orchestrali sul sagrato del Duomo.

“Ci aspetta un’edizione con molte novità, uno spettacolo corale che ogni anno richiama sempre più persone dai comuni limitrofi. – commenta Marco Giannotti, presidente della Compagnia Popolare – Non possiamo più dire che il Bruscello è solo dei poliziani, ma è un orgoglio per noi accogliere bruscellanti dagli altri paesi, addirittura dagli Stati Uniti e dal Sudafrica! È bellissimo vedere volti nuovi che si affacciano per la prima volta al palcoscenico di Piazza Grande e rendersi conto del loro entusiasmo, con i vecchi che accolgono ben volentieri i nuovi arrivati.”

Le prove del Bruscello Poliziano si svolgeranno tutti i mercoledì presso la sede della Compagnia Popolare fino alla fine del mese di luglio, per poi spostarsi in Piazza Grande. La presenza di tanti elementi, dai più esperti ai bruscellanti alla prima esperienza, dimostra l’importanza di questa manifestazione e la sua capacità di continuare a rinnovarsi nel tempo, un vero e proprio patrimonio culturale che supera i confini di Montepulciano.


Il Bruscello Poliziano racconterà la nascita del Tempio di San Biagio (22/05/18)

Sabato 19 Maggio, nella splendida cornice del Tempio di San Biagio, è stata presentata la 79° edizione del Bruscello Poliziano: lo spettacolo di quest’anno, infatti, sarà proprio ispirato ai cinquecento anni dell’inizio dei lavori del grande monumento di Montepulciano, la grande chiesa edificata a valle del centro storico su progetto dell’architetto Antonio da Sangallo.

“Sangallo 1518: il tempio poliziano” sarà il titolo del Bruscello, la cui anteprima si è svolta al cospetto di una nutrita platea di bruscellanti e di cittadini con le parole del Presidente della Compagnia Popolare Marco Giannotti, il direttore artistico Franco Romani, il Presidente delle Opere Ecclesiastiche Riunite Riccardo Pizzinelli, il parroco di San Biagio Don Domenico Zafarana, il vicesindaco del Comune di Montepulciano Luciano Garosi. Durante l’occasione sono state presentate alcune arie della composizione, opera del maestro Alessio Tiezzi, suonate all’organo restaurato del Tempio di San Biagio e cantate da alcuni bruscellanti, mentre l’autrice del libretto, Irene Tofanini, ha illustrato le caratteristiche della trama. Grande emozione nelle parole di Alessandro Zazzaretta, che dopo dodici anni come cantastorie avrà l’onore di curare la regia del nuovo spettacolo.

Durante l’anteprima è stato presentato il bozzetto originale del manifesto, realizzato da Gino Filippeschi, completamente dedicato al Tempio di San Biagio, e la Compagnia Popolare è stata insignita dell’immagine in “Chinadiferro” realizzata per celebrare il cinquecentenario del monumento. Appuntamento quindi, come da tradizione, nei giorni di Ferragosto in Piazza Grande, con l’edizione 2018 del Bruscello Poliziano intitolata “Sangallo 1518: il tempio poliziano”.


Il 19 Maggio l’anteprima del Bruscello dedicato al Tempio di San Biagio (16/05/18)

La nuova edizione del Bruscello Poliziano, che come da tradizione animerà Piazza Grande nei giorni di Ferragosto, è pronta a presentarsi in una speciale anteprima che si terrà sabato 19 Maggio alle ore 17 presso il Tempio di San Biagio a Montepulciano.  La Compagnia Popolare del Bruscello è pronta a svelare a tutta la cittadinanza il tema e le caratteristiche del nuovo spettacolo, che avrà come titolo “Sangallo 1518: il Tempio Poliziano”.

Dopo il grande successo della scorsa edizione, “Agnese: la Santa Poliziana”, che celebrava la ricorrenza dei 700 anni dalla morte di Sant’Agnese, anche quest’anno la Compagnia Popolare del Bruscello approfondirà un elemento storico di grande importanza per Montepulciano, ovvero il Tempio di San Biagio. Proprio nel 2018 ricorrono i 500 anni dalla posa della prima pietra e, sull’onda del ricco calendario di celebrazioni, anche il Bruscello vuole rendere omaggio al monumento architettonico per eccellenza dell’identità poliziana.

L’edizione numero 79 del Bruscello Poliziano verrà quindi presentata in anteprima alla presenza del Presidente della Compagnia Popolare Marco Giannotti, il direttore artistico Franco Romani, il Presidente delle Opere Ecclesiastiche Riunite Riccardo Pizzinelli, il parroco di San Biagio Don Domenico Zafarana, il regista Alessandro Zazzaretta. L’autore delle musiche, il maestro Alessio Tiezzi, presenterà alcune arie del nuovo Bruscello, mentre Irene Tofanini, autrice del libretto, illustrerà i momenti salienti del testo. Sarà inoltre presentata l’immagine del manifesto, realizzata da Gino Filippeschi. Al termine della presentazione, un piccolo rinfresco e un brindisi benaugurale verranno offerti a tutti i partecipanti.

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La consacrazione del Mengo Music Fest – Intervista a Paco Mengozzi

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso…

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso degli anni. Chi il Mengo lo segue da sempre, o comunque da molti anni, si sarà sicuramente accorto dei risultati raggiunti, frutto dell’impegno e dell’esperienza maturati nelle varie edizioni.

Il viaggio del Mengo Music Fest inizia nel 2004 e noi, dopo l’intervista a “I Ministri”, ci siamo fatti raccontare un po’ di cose da Paco Mengozzi, uno degli storici organizzatori.

Mengo Music Fest nel 2009

Com’è nata l’idea? Quali erano i sogni e le speranze di quel giovane di 14 anni fa?

Il Mengo nasce come una cosa del tutto spontanea. Al parco di Via Alfieri c’era il chiosco di mio babbo e un gruppo di ragazzi si riuniva lì per passare i pomeriggi parlando e bevendo birra; la maggior parte suonava in gruppi e nacque proprio su quelle sedie disposte intorno ai tavolini l’idea di suonare insieme. Chiamandosi il chioschino Mengo decidemmo di chiamare così le nostre serate.

Com’era allestito?

Una pedana con due casse e via (ride). Suonava chiunque volesse suonare. Era tutto organizzato fra amici all’ultimo minuto. Ci divertivamo tantissimo.

Come è potuto crescere fino a questo punto?

Già dall’anno successivo il numero dei partecipanti era aumentato e così quello dopo ancora. Creammo un’associazione che si chiama Music! allo scopo di dare maggiori opportunità a tutti quelli che ci chiedevano di suonare. Negli anni siamo cresciuti sempre più, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Nel 2009 c’è stata una prima svolta in cui abbiamo ospitato I Ministri, erano anche loro agli inizi, ma già facevano la differenza. Da quella data i cantanti del panorama nazionale e internazionale si sono susseguiti sul nostro palco fino a comprendere lo Stato Sociale, Calcutta, Zen Circus, Fask, Levante, ecc. Quest’anno ha suonato anche Cosmo.

Chi sono le anime di tutto questo?

Inizialmente volontari che si erano riuniti nell’associazione Music!. Poi molti di loro sono diventati tecnici di palco, turnisti, musicisti, professionisti della musica insomma: i punti di riferimento per il festival. Ci sono anche tanti di noi che dedicano il proprio tempo al Mengo, prendendo ferie dal lavoro e si mettono qui a sudare in pieno luglio. Ovviamente ci sono gli sponsor, senza di loro non saremmo a questo livello.

Oggi cosa è diventato? Cos’è per te il Mengo? Te lo immaginavi così 14 anni fa?

È lo stesso piccolo palco con una pedana e due casse, in versione gigante. È il nostro sogno che si realizza. Sogno che richiede passione e impegno. Adesso è a tutti gli effetti un lavoro, perché l’organizzazione si protrae per tutto l’anno. È principalmente una festa dove il risultato è frutto dell’impegno di professionisti.

Tantissimi elogi e apprezzamenti su giornali e radio. Anche all’inizio dell’avventura erano tutti così entusiasti?

All’inizio non avevamo neanche aspettative. Poi dal secondo anno già la cosa si era ingrandita e l’asticella si alzava. Devo dire che il pubblico ci ha aiutato tantissimo e gli abitanti di Arezzo ci hanno sempre apprezzato, questo ci rende veramente orgogliosi.

Questa edizione la possiamo definire come la consacrazione a grande evento nazionale?

Sì dai. È l’edizione della svolta. Le serate sono state di grandissimo livello sia per le performance sul palco che per la risposta del pubblico. Siamo contentissimi. Molto è dovuto al fatto che questo è un festival gratuito, genere quasi del tutto sparito in Italia. Nonostante non ci sia un biglietto da pagare riusciamo comunque a dare un ottimo prodotto al pari di quegli eventi che invece richiedono il ticket. È importante sottolineare questa cosa della gratuità, perché è difficilissimo e faticosissimo ricercare sponsor e finanziamenti per mesi e mesi avendo come obiettivo quello di creare concerti di altissimo livello. Ci metteremo sempre tutto il cuore e l’impegno che abbiamo!

Mengo Music Fest nel 2018

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I Ministri, la rabbia, i dubbi, la fiducia… il romanticismo – Dal G8 del 2001 al Mengo Music Fest

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino…

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino nel 2009 che li vide come protagonisti, fino a questa stupenda XIV edizione dove si sono incontrati di nuovo.

Sei album in dodici anni. A marzo è uscito il loro ultimo lavoro, Fidatevi. Ci spiegano come il tema della fiducia sia uscito spontaneo dai loro testi, che neanche lo avessero pensato come base di partenza per la scrittura del CD: come se fosse esplosa una necessità inconscia in un periodo privo di fiducia.

Al Mengo c’eravate già stati nel 2009, che impressione vi fa a distanza di tanti anni?

Allora era un contesto molto diverso da quello di oggi: i ragazzi dell’organizzazione provavano a muovere i primi passi in una situazione davvero problematica, ereditiera della parabola di Arezzo Wave. Oggi per noi il Mengo è diventato una realtà grandiosa, essenziale sia per la Toscana che, soprattutto, per l’Italia.

Da alcuni anni si stanno risvegliando i festival. Come avete vissuto la loro fase di declino e di ripresa?

Innanzi tutto, non bisogna pensare che se un festival funziona allora ha raggiunto il quorum culturale che in realtà meriterebbe il concetto di festival. In Italia siamo attaccati all’idea di dover proporre le realtà musicali “del momento”. Il Mengo, come la maggior parte delle manifestazioni, chiama band in tour che presentano sempre i loro nuovi lavori e questo, per fortuna, richiama un gran pubblico. Ma cosa succederebbe se facessero come all’estero, dove si ingaggiano artisti e band di altissima qualità anche al di fuori dei loro tour personali? Inoltre, le serate dei festival italiani sono molto schematizzate in base al genere musicale. Ieri la serata hip-hop di Gemitaiz, oggi la serata rock e blues con i Bud Spencer Blues Explosion e I Ministri. Per noi tutto questo non dovrebbe esistere. Dovrebbe essere un grande calderone, un mix di sonorità, concetti e ritmi. La musica deve coinvolge tutte le persone, non creare fedi musicali. Purtroppo, a livello internazionale siamo ancora indietro da questo punto di vista, ma ben vengano momenti magnifici di festa: ne abbiamo davvero bisogno, soprattutto dopo un periodo in cui la musica italiana ha subito una specie di stagnazione.

Quando avete iniziato avevate i vostri punti di riferimento musicali. Adesso sentite la responsabilità di essere voi quel punto di riferimento per le nuove generazioni?

È bello sapere che sei un esempio per molti, ma non la viviamo come una responsabilità o un qualcosa che ci consacra nell’olimpo della musica. L’importante è ricordarsi di lavorare con serietà e professionalità, perché in fin dei conti è ancora più bello farlo per chi, là fuori, crede in te. È importante dare un esempio di serietà e dedizione verso la musica ai ragazzi che si approcciano a questo mondo bellissimo. Una cosa interessante del rock è il fatto che può essere replicabile, perché relativamente semplice. Un concetto molto distante da quello della musica del producing o dell’elettronica, perché rifare una cosa che di base non è concreta perde il suo significato sociale e culturale: non ho mai sentito nessuno rifare i Club Dogo o Dr. Dre. Questa differenza consente al rock di avere una tradizione indistruttibile, che dura dagli anni ’60. È un collante di umanità per le persone che hanno interessi e passioni comuni. La cosa che notiamo essendo una band perennemente in tour è che nelle grandi città questo sta scomparendo. L’individualismo è diventato imperante e ha portato a valorizzare i suoi contenuti tipici, che non apprezziamo affatto. Le persone di provincia cercano davvero di coinvolgersi nelle vite di tutti, si creano momenti di aggregazione e di cultura che portano a stare bene. Sembrano discorsi fuori tempo, ma tutto questo esiste.

Mi pare proprio che stiate parlando anche di voi stessi, della vostra storia, dove il discorso politico è sempre stato caratterizzante. Siete tra le pochissime band che provano a sensibilizzare sull’attualità, anche con parole e argomenti inusuali. Quanto è importante continuare a farlo?

Lo ripeto: la musica è fatta per stare bene, non per i soldi e il successo. Anche se chiunque guardandosi allo specchio con una chitarra ha pensato “quanto sono fico, quante ragazze mi faccio”, resta comunque qualcosa di naturale e frutto dell’inesperienza, ci siamo passati tutti: inutile nasconderlo. Il nostro obiettivo è ottenere il consenso di qualcuno, non sono la fama e i soldi. Ricerchiamo soprattutto il rispetto da parte delle persone che ci stanno a fianco. Le nostre parole sono molto poco popolari, ma questi siamo noi senza calcoli e costrizioni. È anche un modo per distinguersi. Sappiamo benissimo che i nostri messaggi arrivano solo a una minoranza di giovani, ma non c’è nulla di male nelle minoranze. A volte succede che sono proprio queste che formano un pensiero che metterà in moto il cambiamento. Questo disco ci rispecchia a pieno, molto più di atri che abbiamo fatto. Ci interessano molto i giovani che ci stanno scoprendo adesso con questi messaggi e queste parole. I dischi sono tappe di un percorso lunghissimo, sono dei momenti che cristallizzano un periodo di contemporaneità veramente vissuto, sono i capitoli delle nostre vite e le nostre vite sono sincere. È fondamentale continuare a cantare le parole che ci vengono da dentro, per noi e per chi in noi si riconosce.

Serviva davvero una band che in questo momento storico italiano prendesse posizione. Molti personaggi pubblici che potrebbero farlo non si espongono, come mai?

La nostra è una presa di posizione dalla base verso concetti di principio, più che sulle singole questioni. Oggi la gente è sempre pronta a ringhiare contro obiettivi occasionali, oggi gli immigrati, domani qualcun altro, insultando e mordendo in ogni modo possibile, soprattutto attraverso i social, usati in maniera indegna dai nostri ministri. Credo che sia frutto di tanta paura, che coinvolge tutte le classi sociali.

So che avete agganciato il G8 di Genova con la vostra partenza come band. Che rapporto c’è stato con quell’evento?

È stato un punto di chiusura di un’era e l’inizio di una nuova. Siamo cresciuti ascoltando una musica veramente alternativa cantata in italiano, ma con sonorità internazionali. Erano gli anni della ricerca di un’Italia diversa. Gli occhi e le orecchie erano puntati all’estero in ogni direzione per captare qualcosa che potesse migliorare il nostro mondo. In quegli anni tutti i percorsi musicali che seguivamo erano accomunati da una radice comune: quella dell’ideologia di sinistra. Il G8 ha messo in crisi la condivisione dei valori di questa parte politica: sono diventati pericolosi e tu all’improvviso diventavi comunicatore di qualcosa che era marchiato come terrorismo. I musicisti si sono ritrovati soli, accusati per le loro parole e le loro idee. Noi abbiamo visto Milano cambiare tantissimo dal 2001 a oggi. La nostra città aveva moltissimi centri sociali dove siamo cresciuti come band. Era un periodo in cui il rock e la musica erano profondamente legati ai centri di aggregazione di sinistra: luogo dove la cultura si muoveva e prendeva vita. Ad un certo punto hanno cominciato a chiuderli tutti e il circolo Arci è diventato “l’alternativa culturale”. Ma si trattava di una situazione molto curata dallo Stato e dal partito, non una situazione borderline, autogestita dalle persone, con nuove idee e proposte. Si è smesso di dar fiducia e di credere nella gente e questo ha portato ad un profondo e diffuso individualismo. Tutto doveva essere filtrato da un controllo di Stato e la musica è stata costretta ad autocensurarsi. Noi siamo cresciuti in quest’ambiente.

Vi siete autocensurati voi?

Nah. Quando è successa tutta questa storia noi stavamo praticamente iniziando (era il 2006) e i fatti del G8 erano in una fase di rielaborazione. Già si vedeva come qualcosa di lontano e noi fummo tra i pochissimi che per la prima volta dopo cinque anni urlavano di nuovo quella tipica aggressività che nasce dalla protesta contro le ingiustizie. Per quasi un decennio venne addomesticata la denuncia tipica del rock e al suo posto subentrò lo stile, il ben vestire, l’ordine: una visione molto estetica, innaturale. Noi invece siamo stati fin da subito molto fisici e incazzati, sia nel modo di suonare sul palco che in quello di comunicare. Eravamo molto fuorimoda quando siamo usciti e lo siamo rimasti. Costruivamo le nostre canzoni sulla rabbia e la protesta, ma anche sul dubbio: un racconto interiore di come le cose ci trascinavano dentro e ci cambiavano nostro malgrado. Però con orgoglio ti possiamo assicurare che non siamo cambiati per un cazzo.

Cosa vorrebbero lasciare i Ministri?

L’idea che la musica possa continuare a essere qualcosa che davvero serve all’essere umano e che non sia fatta solo per intrattenere. Per noi è uno stile di vita che porta anche a sacrificare noi stessi. Vorremmo che venisse riconosciuto che la musica ha ancora una valenza nelle vite delle persone, qualcosa che si deposita nei cuori e ci accompagna per sempre. Un po’ di sano romanticismo!

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Alla scoperta delle Terre del Perugino – Il centro storico di Panicale

Dalla stretta collaborazione tra le Amministrazioni Comunali di Città della Pieve, Panicale, Paciano e Piegaro e Sistema Museo, gestore dei loro servizi turistici e museali, è nato “Terre del Perugino“….


Dalla stretta collaborazione tra le Amministrazioni Comunali di Città della Pieve, Panicale, Paciano e Piegaro e Sistema Museo, gestore dei loro servizi turistici e museali, è nato “Terre del Perugino“. Questo nuovo brand turistico è costituito dalla rete integrata dei musei e degli uffici turistici del territorio dei quattro comuni, decisi a proporsi al pubblico come un’area omogenea accomunata da aspetti ambientali, culturali, artistici e gastronomici affini.

Filo conduttore di questa nuova offerta è Pietro Vannucci, detto il Perugino, da cui il nome del brand, il più celebre figlio di Città della Pieve, che con la sua arte ha dato lustro e fama a questo lembo d’Umbria ed ha lasciato numerose opere in tutta la zona.

Novità importante di tutto il progetto è il portale www.terredelperugino.it, già online, dove il turista può consultare gli orari degli uffici turistici e dei musei, le loro tariffe, ma soprattutto acquistare i biglietti, le visite guidate, i laboratori e i pacchetti.


Il centro storico e il Perugino

Panicale è stato designato come uno dei Borghi più belli d’Italia e ha ricevuto la Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, riconoscimenti meritati grazie al dialogo tra il paesaggio e il patrimonio storico-artistico. Il borgo merita una visita fatta senza fretta, fermandosi a gustare i colori, la luce e l’atmosfera, oltre che il patrimonio storico e artistico.

Prima tappa è il Martirio di san Sebastiano, un affresco di Pietro Vannucci, detto il Perugino, capolavoro indiscusso realizzato sulla parete di fondo dell’omonima chiesa nel 1505. Il santo, legato ad una colonna, è al centro di una piazza prospetticamente inquadrata e limitata nel fondo da cinque archi: una sorta di palcoscenico sul quale si svolge l’azione. Oltre le architetture si apre un dolcissimo paesaggio dipinto dal Maestro con la consueta attenzione alla resa dei colori naturali e della luce chiarissima. In alto appare l’Eterno benedicente circondato da angeli.

Nella stessa chiesa si conserva un affresco staccato raffigurante la Vergine col Bambino circondata da angeli musicanti e dalle figure inginocchiate della Maddalena e di sant’Agostino, titolare della chiesa da cui il dipinto proviene; quest’opera, tradizionalmente ritenuta del Perugino e poi di Giovanni Spagna, di recente è stata attribuita da Elvio Lunghi al giovane Raffaello.

Nell’ultimo altare di sinistra della chiesa parrocchiale di San Michele Arcangelo si ammira la tavola dell‘Adorazione dei pastori eseguita nel 1519 da Giovan Battista Caporali, una delle sue poche opere ancora esistenti e una delle migliori, in cui la ripresa dei modelli del Perugino per le figure è accompagnata da una più drammatica interpretazione del paesaggio.

Nell’abside centrale, entro una ricca cornice dorata, è collocato un affresco staccato raffigurante l’Annunciazione, datato al XV secolo e riscoperto nel XVII, quando divenne oggetto di particolare devozione.

A Panicale esiste uno dei più piccoli teatri d’Italia, costruito alla metà del XIX secolo per accogliere 140 spettatori. Il Teatro Stabile dell’Umbria vi organizza ogni anno una stagione di prosa, cui si affianca il festival operistico “Pan Opera” in estate: concerti, premiazioni, incontri e matrimoni rendono vivo questo piccolo gioiello.

La visita del borgo sarebbe incompleta se non si entrasse nel Museo del Tulle intitolato ad Anita Belleschi Grifoni, che negli anni trenta avviò una scuola di ricamo ad ago su tela di tulle e diede notevole lustro a questa forma di artigianato artistico. La collezione è stata allestita all’interno dell’ex chiesa di Sant’Agostino risalente al XV-XVI secolo, al cui interno restano tracce di affreschi, il meglio conservato dei quali è una Vergine in trono dipinta sopra la porta d’accesso.

La Chiesa della Sbarra, costruita sul luogo in cui avveniva il controllo del dazio, risale al XVII secolo e fu costruita a spese del comune su una più antica edicola votiva dedicata alla Vergine. Nel complesso si trova il Museo dei Paramenti e degli Arredi Sacri provenienti dalle chiese locali.

Per info e prenotazioni: Ufficio Turistico di Panicale
Tel. 075 837433 – mail: panicale@sistemamuseo.it

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“Nelle Scarpe di Giufà”: le storie secolari per capire il presente

L’apertura del 43esimo Cantiere Internazionale d’Arte è affidata ad un’interessante co-produzione con la Nuova Accademia degli Arrischianti. A rafforzare la pratica ideale che il maestro Henze aveva inciso nello statuto…

L’apertura del 43esimo Cantiere Internazionale d’Arte è affidata ad un’interessante co-produzione con la Nuova Accademia degli Arrischianti. A rafforzare la pratica ideale che il maestro Henze aveva inciso nello statuto dell’evento poliziano, gli attori e performer della Compagnia Arrischianti conciliano le proprie spinte creative con altre multiformi esperienze.  

Dopo tre anni Laura Fatini torna a portare in scena un testo costruito attorno alla figura di Giufà. Già nel contesto del festival Orizzonti di Chiusi del 2015, con la regia di Gabriele Valentini, era stata allestita la sua pièce Ballata per Giufà. Lo spettacolo al Castello di Sarteano 2018, riprende quello spunto del personaggio della tradizione orale, ma approfondisce sia le metriche drammaturgiche, sia i contenuti del personaggio, nonché si alimenta attraverso la dinamica del Cantiere Internazionale d’Arte, che vuole progetti costruiti per multidisciplinarietà e incontro tra artisti locali e internazionali. Nelle Scarpe di Giufà – questo il titolo dello spettacolo – va in scena da Giovedì 12 a Domenica 15 e da Mercoledì 18 a Domenica 22. Laura Fatini edifica uno spettacolo scritto con perizia quasi scientifica, e si avvale dell’ausilio di un gruppo drammaturgico affinato in anni di laboratori, progetti e propedeutica teatrale nelle stanze del teatro sarteanese: Calogero Dimino, Andrea Storelli, Francesco Pipparelli, Giordano Tiberi, Pierangelo Margheriti, Emma del Grasso, Laura Scovacricchi, Pina Ruiu, Flavia del Buono, Brunella Mosci, Alessandra Mazzetti, Giulia Peruzzi, Noemi Lo Bello, Giulia Roghi, Silvia De Bellis, Francesco Storelli, Matteo Caruso, Giacomo Testa e Giulia Rossi.

Giufà è il nome siciliano di Nasr Eddin Hodja fu un filosofo che visse in Turchia nel XIII secolo. Con il tempo è diventato il protagonista di molte storie tradizionali dell’Asia Minore, e grazie alle migrazioni, ai commerci e alle guerre, le sue storie hanno viaggiato con coloro che si spostavano da quei luoghi ai Balcani, all’Europa Occidentale e oltre, seguendo le rotte migratorie attraverso il Mediterraneo. Questo personaggio ha quindi cambiato molti nomi ed è diventato il protagonista di tante avventure tramandate oralmente nei secoli, circolando in tutti i popoli di Europa, Asia e Medio Oriente.

Nelle Scarpe di Giufà gioca con la potenza umanistica di questo personaggio, il suo tenere in sé un impianto culturale millenario, le storie mescolate di tutti i popoli. «Il percorso è nato nel 2014 nato dall’idea di Orizzonti “voci del mediterraneo”» racconta Laura Fatini «Giufà è una “maschera” che mi fu presentata da Francesco Storelli come personaggio-ponte. Da lì è nato uno studio che è rimasto ininterrotto per quattro anni». Negli ultimi anni Laura Fatini ha intrapreso uno studio storico, antropologico e comparatistico sulla tradizione orale di Giufà. «L’allestimento che presentiamo quest’anno al castello è la parte finale di un progetto. Non semplicemente uno spettacolo».

È di fatto una delle punte dell’iceberg del “progetto Giufà”, nato dal percorso che gli Arrischianti hanno intrapreso con il programma formativo  The Complete Freedom of Truth (TCFT), creato insieme a Opera Circus, concepito per offrire scambi culturali, residenze e formazione a una rete crescente di giovani in tutta Europa; è stato inoltre commissionato da Glyndebourne come parte di un lavoro tuttora in corso e che ha come obiettivo principale quello di presentare l’opera lirica contemporanea ad un pubblico più ampio. «Quando sono andata a Bournemouth, due anni fa, ho conosciuto Sara Ross, la compositrice delle musiche originali di questo spettacolo e che è in residenza artistica proprio in questi giorni a Montepulciano, presso l’Istituto di musica Henze. Ovviamente la mia fissa relativa a Giufà emerge sempre, quando incontro altre persone da altri paesi d’Europa:  Sara è portoghese e da lei esiste la figura di Manuel Tolo, in tutto assimilabile al Giufà siciliano. Ha scritto allora dei brani su questo argomento, nel 2016,  e da allora si è concretizzata la possibilità di lavorare a un progetto insieme. Nel contempo abbiamo lavorato con i migranti, ho avuto modo di confrontarmi con il professor Mugnaini dell’università di Siena, e tutti questi elementi hanno contribuito ad affinare lo spettacolo che stiamo per presentare al pubblico».

Lo spettacolo al castello di Sarteano è, come si è detto, l’apertura del Cantiere Internazionale d’Arte, in co-produzione con l’Accademia degli Arrischianti e in collaborazione con l’Istituto di Musica Henze, da cui arrivano i musicisti che eseguiranno i brani, lungo il percorso. «Dopo 7 anni ci presentiamo allo spettacolo al Castello con un testo originale.» Continua Laura Fatini «La base di lavoro è stata l’esperienza della compagnia Arrischianti e della sua compenetrazione nel territorio. Riusciamo a mettere in scena venti attori di varie età. La complementarità tra le discipline che da decenni anima il cantiere ci ha stimolato a scegliere di lavorare con una compositrice portoghese,  che siamo riusciti ad avere grazie alla vittoria del bando emesso dalla fondazione Monte dei Paschi Patrimoni in Movimento. abbiamo una scenografa inglese, Ella Squirrell – che faceva parte di TCFT – che grazie ad una borsa di studio universitaria in Italia, ha avuto la possibilità di lavorare con noi. In questi giorni a Sarteano c’è un’asse in movimento, che unisce Portogallo e Inghilterra, attraverso i partner Opera Circus, Glyndebourne, Crisis Classroom e Battle Festival. C’è anche un sito www.thegiufaproject.com nel quale vengono raccolte tutte le esperienze percorse finora. Vi consigliamo vivamente di dargli un’occhiata prima di partecipare allo spettacolo».

La tradizione delle storie di Giufà ci insegna che ognuno danza con un demone diverso ma in fondo uguale, identico nelle sue tensioni e nella sua connessione con il circostante, ognuno calpesta spazi già per millenni marcati, da popoli e storie, terre attraversate da migrazioni, incontri, scontri, lingue franche – come il piccolo moresco, la lingua franca mediterranea che si parlava in tutti i porti tra Europa, Africa e Medio Oriente, tenuta viva dal XIII al XIX secolo – in una complessità storica che ci portiamo dentro, nei kilometri di dna, nei kilometri di mare che da sempre unisce le terre e mai le divide.

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La rigenerazione urbana per riqualificare un territorio – Intervista al prof. Alessandro Bianchi

Per rigenerazione urbana si intende l’evoluzione di un tessuto edificato, non attraverso una serie di demolizioni, ma ricostruendo e dando nuova vita ai vari elementi che costruiscono il tessuto edilizio…

Per rigenerazione urbana si intende l’evoluzione di un tessuto edificato, non attraverso una serie di demolizioni, ma ricostruendo e dando nuova vita ai vari elementi che costruiscono il tessuto edilizio di un territorio.

Negli ultimi anni la rigenerazione urbana ha fatto passi in avanti affermandosi come approccio condiviso per dare alle città non solo un aspetto nuovo e competitivo, rilanciandone l’immagine territoriale a livello estetico, ma dando loro nuovo respiro dal punto di vista culturale, economico e sociale e chiaramente con attenzione agli aspetti  ambientali.

La rigenerazione urbana è un fenomeno suddiviso in tre sequenze: la riqualificazione dei centri storici, che ha avuto inizio durante gli anni ‘70 quando c’è stata una presa di coscienza del valore del tessuto edilizio storico e una voglia di riaffermare la propria identità locale. Il secondo step ha riguardato il recupero delle aree dismesse, che rappresenta un processo ancora in corso in molti centri. Tutto cominciò sul finire degli anni ’80, nel momento in cui cominciò la delocalizzazione delle industrie e di molti altri servizi fino ad allora in prossimità se non all’interno dei centri urbani, come i mercati ortofrutticoli, i macelli o ancora i poli ferroviari. Infine il terzo ciclo prevede in linea di massima la riqualificazione dei quartieri residenziali costruiti nella seconda metà del ’900. Rigenerare quartieri residenziali purtroppo costruiti con criteri di bassa qualità edilizia, architettonica e urbanistica e dare sostegno a politiche di mobilità sostenibile e quant’altro possa servire come attrattore per ripopolare le aree dismesse.

Per affrontare correttamente un intervento di rigenerazione urbana è importante consultarsi con gli enti locali e con gli utenti delle aree soggette a rigenerazione nonché agli operatori che su quelle aree gravitano per vari motivi. Fatto questo, valutati i bisogni e le aspettative degli utenti, le potenzialità di un luogo e la capacità di resilienza di un ambito su cui operare si passa a individuare gli strumenti urbanistico/edilizi, di programmazione economica e sociale, e non solo, utili a procedere alle analisi e quindi alla progettazione.

La rigenerazione è un metodo, non è costituita da regole preconfezionate ma da approcci e analisi dedicati, non è una soluzione immediata ma occorre tempo per apprezzarne i risultati positivi, non esula dalle normativa ma se ne serve in maniera intelligente per raggiungere degli obbiettivi e fornire delle risposte.

Di questo tema ne abbiamo parlato con il professor Alessandro Bianchi, Magnifico Rettore dell’Università Telematica Pegaso, in occasione della sua Lectio Magistralis che si è svolta lo scorso 23 giugno a Montepulciano.

 

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Racconti di veglia: le Streghe della Valdichiana

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Se te pijo se te chiappo il tuo cuore te lo strappo!” Seppure in chiave ironica, la filastrocca della…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Se te pijo se te chiappo il tuo cuore te lo strappo!”

Seppure in chiave ironica, la filastrocca della bambina ne “Il Marchese del Grillo” racchiude perfettamente le paure derivanti dai poteri delle streghe, una delle figure più caratteristiche e onnipresenti delle storie popolari.

Da piccoli i nostri nonni ci mettevano in guardia da diversi pericoli o situazioni non convenzionali, tra cui poteva esserci la “strega” del paese. Si trattava di personaggi che vivevano spesso da soli, isolati dalle comunità rurali, che occupavano il loro tempo dando particolari aiuti nella vita quotidiana, in cambio di piccole offerte.  Spesso tali aiuti avevano uno scopo benevolo (guarire da malattie, conquistare l’amore, predire il futuro), ma le chiacchiere popolari portavano a pensare che chi avesse capacità particolari potesse usarle anche per fare del male.

Ma chi erano queste persone, queste “streghe” ricorrenti anche nelle storie popolari della Valdichiana? Ci raccontano alcuni testimoni:

“Ricordo la pora Ortensia, faceva le carte, non sapeva nè leggere nè scrivere, però quelle le leggeva bene, nessuno ha mai saputo dove avesse imparato, ma come ci chiappava, era talmente brava che faceva paura! Addirittura in punto morte nessuno volle toccarla, temendo che il potere potesse trovare un nuovo ospite e causare quindi terrore e solitudine, fatto sta che quando morì sparirono anche le carte.”

Invece Ginetto racconta:

“Ricordo un giorno a un funerale, c’erano quattro vecchie bruttissime, con lo sguardo del Diavolo, mi fissavano e ridevano, sembrava che le vedessi solo io, fatto sta che la notte continuavo a sentire sghignazzare e delle ombre danzavano alla luce del camino acceso, potevo riconoscere le sagome di quelle stregacce, che mi tormentavano tutta la notte.”

Il racconto di Letizia:

“Si rivolgevano a loro per cercare di attirare a sé l’amata, venivano chieste cose strane per controllare la gente, ma come si fa a voler campare così?”

C’erano anche molte voci fuori dal coro :

“Non dite sciornate, semplicemente conoscevano le erbe e rimedi antichi e curavano mal di denti o di testa, parlavano con le persone e davano loro coraggio, per un uovo o un pezzo di pane e formaggio”.

Di racconti di questo tipo ce ne sono tantissimi e ognuno di noi si è trovato davanti alla presunta “casa della strega” oppure alla fantomatica persona accusata di essere una strega, che spesso non è una persona così cattiva come viene descritta…

Testimonianze e Diffusione

L’origine del termine “Strega” viene fatta tendenzialmente derivare dal latino “striga” e “stryx”, a significare “strige, barbagianni, uccello notturno”, ma col passare del tempo avrebbe assunto il più ampio significato di “esperta di magia e incantesimi”. Ogni strega della tradizione è accompagnata da qualche strano animale, il famiglio, con caratteri diabolici, che fungerebbe da consigliere della propria padrona. Tipici famigli sono il gatto, il gufo, il corvo, la civetta, il topo e il rospo.

Solitamente la figura della strega è associata ad una donna vecchia e brutta, con lo sguardo malevolo, in cui la bruttezza estetica è elemento distintivo della bruttezza interiore e della loro malvagità e crudeltà. Allo stesso tempo, però, alcune streghe possono assumere la forma di bellissime donne che nei Sabba si accoppiavano selvaggiamente con il demonio evocato nel rito.

Data la sua vastissima diffusione, possiamo trovare tanti termini simili e figure che possono essere assimilate a quella della strega. Nel latino medievale il termine utilizzato era Lamia, mentre nelle varie regioni d’Italia il sostantivo che indica la strega varia a seconda della località. Possiamo perciò trovare la Masca (Piemonte) la Stria (Nord Italia), la Magara (Calabria e Basilicata), la Ianara (Campania) e così via. In Valdichiana e dintorni, a volte, è possibile che la figura della Marroca sia assimilata a quella della strega delle paludi.

La figura della strega può essere ricondotta a radici antichissime, sia nella cultura greca e romana che nella Bibbia (la strega di Endor). Particolare diffusione nel folclore popolare è poi dovuta al Medievo, con la caccia alle streghe e la persecuzione di comunità considerate eretiche o dedite al culto del Demonio. Si stima che in Germania, tra il XVI e XVII secolo, vennero condannate al rogo circa centomila donne, con l’accusa di stregoneria; si tratta quindi di credenze popolari che hanno avuto un notevole impatto nella storia, soprattutto nel periodo dell’Inquisizione e della lotta contro la magia diabolica.

L’idea dell’esistenza delle streghe venne messa in discussione in epoca illuminista, grazie allo studioso Girolamo Tartarotti, che giudicò infondate le teorie sulla stregoneria, basate principalmente sulla superstizione e sulla mancata comprensione di stati psicosomatici di epilessia o allucinazione. Fu quindi la pubblicazione del suo “Del Congresso notturno delle Lammie” nel 1749 a ridefinire lo stereotipo delle streghe e a relegarle al folclore locale.

Caratteristiche ed Analisi

Nonostante i diversi termini e le innumerevoli varianti locali, le streghe tendono a mostrare dei tratti distintivi. Sono dotate di poteri soprannaturali, dedite alla pratica della magia; si tratta di donne, nella stragrande maggioranza dei casi (anche se esiste la controparte maschile dello stregone o dello strigo), che utilizzano i loro poteri per alterare la quotidianità, spesso con intenti malefici. Tali poteri sarebbero dovuti alla vicinanza con entità maligne o con il Demonio in persona, a cui si sarebbero carnalmente unite durante un Sabba, al fine di stipulare un patto per creare fenomeni capaci di andare oltre l’ordine della natura o delle leggi della fisica.

Tra le caratteristiche principali che si riferiscono allo stereotipo della strega, oltre alla presenza di poteri magici di varia natura, c’è anche la possibilità di trasformarsi in animale e quella di volare a cavallo di una scopa, che è probabilmente la derivazione dell’antica figura della Strix associata agli uccelli rapaci notturni. Queste abilità magiche, oltre a essere spaventose, servono spesso alle streghe per applicare le loro fatture e le loro stregonerie per danneggiare o turbare la serenità degli altri.

La strega, dunque, è stata spesso strettamente associata al peccato e al male. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una rivalutazione della figura, considerata una custode della sopravvivenza della tradizione misterica, soprattutto nelle campagne, di culti e pratiche di guarigione, rituali di fertilità, conoscenze dell’uso delle erbe, comunicazione con gli spiriti e viaggi extracorporei. Queste caratteristiche, così simile a quelle dello sciamanesimo di altre culture, sono state diffuse soprattutto con l’influenza del neopaganesimo e del movimento wicca, con l’intento di attribuire degli aspetti positivi alla tradizione delle streghe.

È proprio l’ambivalenza morale della figura a caratterizzare la lunga letteratura in materia: da sempre le streghe si dividono in buone e cattive, capaci di compiere fatture e maledizioni, anche con il semplice sguardo, il malocchio. Nella credenza popolare, se una strega ti aveva lanciato una maledizione, solo un’altra strega poteva salvarti. A Chiusi soltanto l’intervento di una liberatrice, chiamata “Streca”, poteva sciogliere il “Nodo”, feticcio spesso ritrovato in posti insoliti come il cuscino o il materasso, che si diceva creato dal potere della maledizione. La distruzione del feticcio portava all’annullamento del maleficio.

La streca chianina resta molto ancorata alla tradizione contadina, infatti per togliere sortilegi e malocchio usava il fuoco, l’acqua e l’olio, elementi tipici della vita di campagna. Con il fuoco venivano bruciati, normalmente ai crocevia, nodi e feticci trovati nell’abitazione della vittima, mentre con l’olio e l’acqua e una preghiera insegnata la notte di Natale si toglieva il malocchio.

A tal proposito, merita ulteriore spazio il potere più caratteristico delle streghe, ovvero il malocchio (chiamato anche “occhiatura”). Secondo le antiche tradizioni popolari, il malocchio è il manifestarsi di mal di testa diffuso e persistente e, nei casi più gravi, nausea e senso di stordimento, fino a impossibilitare la persona allo svolgimento di ogni attività. Si chiama così perché è generato da sguardi o commenti dettati da invidia: la vittima è invidiata per le sue proprietà, il suo lavoro, i suoi figli e, in genere, qualsiasi cosa o situazione, capace di scatenare desiderio da parte di una o più persone.

Esistono varie versioni relative alla pratica per combattere il malocchio, che sono state tramandate di generazione in generazione. Come ben raccontato da Ernesto de Martino in “Sud e Magia”, la donazione della formula contro il malocchio poteva avvenire solo una volta l’anno, la notte di Natale. Il rito, tramandato oralmente nella cultura popolare, può essere così riassunto.

La guaritrice prende per prima cosa un piatto pieno di acqua, poi traccia per tre volte il Segno della Croce, toccando il “paziente” con la punta del suo pollice, indice e medio della mano destra, nel seguente ordine: prima sulla fronte, poi sul petto, poi sulla spalla sinistra, e poi sulla spalla destra, dopodichè prende un cucchiaio di olio vi intinge il pollice per prendere poche gocce dello stesso da gettare poi nell’acqua, e a quel punto a secondo di come le macchie di olio si comportano sull’acqua stabilisce se c’è malocchio o meno.
Qualora ci fosse il malocchio si pulisce il pollice unto di olio e ritraccia per tre volte il Segno della Croce, toccando il “paziente” con la punta del suo pollice, indice e medio della mano destra, nel seguente ordine: prima sulla fronte, poi sul petto, poi sulla spalla sinistra, e poi sulla spalla destra. Nel contempo pronuncia a fil di voce, tale da risultare incomprensibile alla persona vicina (la formula è segreta), le seguenti parole: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo”.
Fatto ciò, viene ripetuto il Segno della Croce sulla fronte del “paziente”, con il pollice della mano destra e sempre recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e, in seguito: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
Si continua, ripetendo il Segno della Croce sul capo del “paziente”, con il pollice della mano destra e recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e ripetendo nuovamente la formula: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
Infine, ripetendo il Segno della Croce sulla nuca del “paziente”, con il pollice della mano destra e recitando a bassa voce: “In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo” e ripetendo nuovamente la formula: “Io ti libero dalla testa ai piedi, chi ti ha fatto del male deve farti del bene. Occhio, contr’occhio, mettiglielo all’occhio. Schiatta il diavolo e crepa l’occhio”.
A questo punto il rito è terminato e il “paziente”, finalmente è “libero” dall’invidia e di conseguenza, guarito dal “malocchio”. Quindi, ringrazia la guaritrice. Per manifestare tale gratitudine, il “paziente” offre qualche cosa che trova in casa: qualche uovo, qualche salsiccia sott’olio, qualche verdura di stagione… mai denaro o oggetti preziosi!

Il malocchio non è l’unica caratteristica principale delle streghe, ma anche il pericolo nei confronti dei bambini. Sono infatti i neonati e le creature più piccole a costituire i bersagli ricorrenti nelle credenze popolari sulle streghe: vittime di incantesimi malefici, rapimenti o addirittura morte. Questo elemento è molto antico, infatti ricorre fin dalla cultura romana, in cui la Strix era assimilata agli uccelli rapaci notturni, considerata colpevole degli incidenti notturni che potevano capitare agli infanti in culla. In questo senso, le streghe potrebbero essere definite come il tentativo di spiegare l’alto tasso di mortalità infantile in epoca antica: quando i neonati morivano per asfissia notturna, si incolpava queste malefiche creature capaci di trasformarsi in uccelli notturni e portarli via dalla culla.

Influenze nella cultura Pop

Impossibile citare tutte le influenze che le streghe hanno avuto nella cultura pop: queste figure hanno affascinato innumerevoli storie, film e creazioni artistiche. Dalla strega del “Mago di Oz” alla Matrigna di “Biancaneve”, le fiabe moderne sono spesso accomunate dalla presenza di streghe. Ci limitiamo quindi a citare quelle opere in cui le streghe sono interpretare da figure positive, da ragazzine più vicine alla tradizione neopagana della wicca, che può essere inaugurata da cartoni animati giapponesi come “Bia la sfida della Magia” oppure “Ransie la strega”.

Questa fortunata tradizione di giovani streghe dai tratti positivi è stata poi ripresa dalle “Winx” e dalle “Witches” della Disney, eredi di film e di serie televisive in cui si insiste sulla loro natura positiva e affascinante, come “Giovani Streghe”, “Le streghe di EastWick”, “Sabrina la Strega”, la Willow di “Buffy l’Ammazzavampiri” e le protagoniste di “Streghe/Charmed”.

Anche le influenze musicali sono ovviamente numerose, da “La Strega” di Branduardi a “Le Streghe” di Lando Fiorini, da “The Witches Promise” dei Jethro Tull a “La Strega” di Roberto Vecchioni. Vogliamo però chiudere con la citazione da cui abbiamo iniziato questa rapida cavalcata lungo le storie popolari delle streghe, con la divertente bambina del “Marchese del Grillo”.


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

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Edicola Mario – Ai mondiali di calcio

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto…

Mario è un edicolante dalla natura particolare: sempre scontroso e scostante, ma con un grande amore per la propria terra. Grazie alla sua attività riesce sempre ad essere un punto di riferimento per la comunità, mantenendo aggiornati i propri compaesani sulle vicende della zona. L’edicola di Mario è il modo più divertente per capire la realtà che ci circonda!

“L’edicola di Mario” di Michele Bettollini: ai mondiali di calcio

Tutte le strip di Michele Bettollini nella speciale galleria: L’edicola di Mario

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Un #umano che ha dato un #senso ad Orizzonti

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino…

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino alla scorsa edizione quando il Festival Orizzonti ha subìto una profonda trasformazione sia dal punto di vista organizzativo che per quello artistico.

Nuove cariche e scelte diverse hanno fatto sì che il festival chiusino diventasse più umano, proprio come il tema scelto per l’edizione 2017. Un tema che portava con sé un insieme di significati, ovvero, tornare ad investire sul capitale umano, sulle risorse plurali degli individui e sulle loro enormi potenzialità. Dal punto di vista artistico, l’edizione 2017 del Festival Orizzonti ha segnato una profonda rottura con la linea programmatica che caratterizzava uno dei festival più importanti del nostro territorio.

‘La gestione più umana’ ha dato vita ad un festival più pop e che ha cercato di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, assestata in una posizione media, più generalista, che non ha mancato di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival. Tuttavia con questa rottura, caratterizzata da un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta, l’amministrazione è riuscita a far fronte ad una lacuna e una carenza di strumenti finanziari e strutturali,

Quell’#umano del 2017, allo stesso tempo, è riuscito a dare un #senso all’edizione 2018 del Festival Orizzonti, una XVI edizione dove il ‘senso’ è declinato come senso di appartenenza (ad un luogo, una persona, un gruppo), senso identitario, senso artistico e senso del bello (più che mai soggettivo), poi senso del lascito e di quell’eredità intellettuale che abbiamo fatto nostra, infine senso del dovere di esprimere ciò che siamo e cosa significhiamo.

Sembra proprio, dunque, che il Festival Orizzonti abbia trovato la sua dimensione creata dal basso, secondo le richieste del pubblico e le esigenze di tutti coloro che vivono e convivono con il festival. Un percorso triennale che conduce lo spettatore in un’esplorazione più esaustiva delle arti performative nei modi più disparati: guardando gli attori e apprezzando gli spettacoli, ma anche incontrando gli artisti, partecipando a officine e workshops, motivando i giovani soprattutto e gli amatori in generale.

“Un festival fruibile da più soggetti possibili – ha spiegato il direttore artistico Roberto Carloncelli in fase di progettazione – per gli spettatori che vi intervengono per interesse puramente artistico, per quanti vorranno trarne un’esperienza di nuovi apprendimenti, per coloro che vorranno cogliere l’opportunità del festival per conoscere ed apprezzare la bella realtà del nostro territorio a tutto tondo”.

Il Festival Orizzonti 2018 avrà, come di consueto, la location principale nella magica Piazza Duomo per tutte le prime e gli spettacoli serali, la tensostruttura adiacente a San Francesco come spazio per gli appuntamenti pomeridiani con gli artisti del territorio, il tradizionale Teatro Mascagni per il resto degli eventi in programma e un nuovo luogo, dedicato alle kermesse dei bambini in esterna, a Poggio Gallina. Appuntamenti di danza, musica, teatro, workshop e arte coloreranno Chiusi dal 5 al 12 agosto in una XVI edizione differente per finalità, significato e target, che si aprirà con l’attesa prima regionale di Artemis Danza, culminerà con la prima nazionale di Motus Danza e si concluderà con l’imperdibile performance di Rocco Papaleo.

Finalità e scelte, quelle fatte dalla direzione artistica e dalla nuova gestione capeggiata dal presidente-sindaco Juri Bettollini, che hanno attutito i conflitti, recuperato i cocci e ricomposti in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Scelte necessarie che hanno rimesso in anche linea la gestione economica della Fondazione Orizzonti con un debito in via di risoluzione.

Insomma quel ‘Lallerare senza lilleri, o almeno provarci’ che il nostro magazine aveva lanciato l’anno scorso ha fatto da monito per un richiamo all’ordine, quell’ordine che il Festival Orizzonti sembra aver trovato con un #senso.

 

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Alla scoperta delle Terre del Perugino – Panicale

Dalla stretta collaborazione tra le Amministrazioni Comunali di Città della Pieve, Panicale, Paciano e Piegaro e Sistema Museo, gestore dei loro servizi turistici e museali, è nato “Terre del Perugino“….


Dalla stretta collaborazione tra le Amministrazioni Comunali di Città della Pieve, Panicale, Paciano e Piegaro e Sistema Museo, gestore dei loro servizi turistici e museali, è nato “Terre del Perugino“. Questo nuovo brand turistico è costituito dalla rete integrata dei musei e degli uffici turistici del territorio dei quattro comuni, decisi a proporsi al pubblico come un’area omogenea accomunata da aspetti ambientali, culturali, artistici e gastronomici affini.

Filo conduttore di questa nuova offerta è Pietro Vannucci, detto il Perugino, da cui il nome del brand, il più celebre figlio di Città della Pieve, che con la sua arte ha dato lustro e fama a questo lembo d’Umbria ed ha lasciato numerose opere in tutta la zona.

Novità importante di tutto il progetto è il portale www.terredelperugino.it, già online, dove il turista può consultare gli orari degli uffici turistici e dei musei, le loro tariffe, ma soprattutto acquistare i biglietti, le visite guidate, i laboratori e i pacchetti.


L’antico borgo fortificato di Panicale sorge lungo le pendici del monte Petrarvella a 441 metri s.l.m. Un luogo particolarmente fortunato da cui è possibile ammirare il lago Trasimeno quasi nella sua interezza, come affacciandosi da una terrazza naturale da cui lo sguardo spazia tra le note località termali di Chianciano e Montepulciano, l’etrusca Cortona, i colli di Tuoro e Passignano, le tre isole Maggiore, Minore e Polvese.

Sembra che il nome Panicale possa derivare dal latino pan colis, il ‘luogo dove si coltiva panico‘, un cereale simile al miglio le cui spighe potrebbero essere quelle che affiancano la torre nello stemma comunale.

Nella prima piazza che il visitatore incontra, intitolata ad Umberto I, si trova l’Ufficio Informazioni Turistiche -Panicale Info Point- dove trovare materiali informativi, un bookshop e acquistare le varie tipologie di biglietti per la visita a musei e chiese del borgo: la chiesa di S.Sebastiano, il Teatro C.Caporali, il Museo del Tulle, il Museo della Sbarra. Novità dell’anno è il biglietto unico “Terre del Perugino” che, con soli 10 euro, permette l’ingresso agli spazi gestiti da Sistema Museo a Panicale, Città della Pieve, Piegaro e Paciano (www.terredelperugino.it).

Gli itinerari che proponiamo si snodano nel borgo conservatosi intatto e caratterizzato dalle mura che cingono l’abitato, una sorta di ellisse ai cui estremi si aprono le porte denominate Perugina e Fiorentina. Alcune torri e bastioni sono riconoscibili percorrendo il perimetro della cinta muraria sulla quale, nel corso dei secoli, sono state costruite abitazioni.

Piazza Umberto I, posta in basso e di dimensioni maggiori, mostra al centro la fontana, in origine una cisterna per la raccolta delle acque piovane, la cui vasca poligonale risale al XV secolo ed imita in forme semplificate la Fontana Maggiore di Perugia. Su uno dei lati è raffigurato a bassorilievo lo stemma del comune dianzi descritto e corredato dalla data 1473; la lastra accanto riporta invecce i grifi rampanti e lo scudo del comune perugino, in omaggio alla città del cui territorio Panicale fece parte.

Percorrendo pochi passi in salita si giunge sul sagrato della chiesa di San Michele, detta anche Collegiata, risalente al X-XI secolo. Rimaneggiata più volte, mostra nella facciata incompiuta due bei portali gemelli in pietra bianca e al centro la statua dell’Arcangelo. L’aspetto interno è frutto dell’intervento di rifacimento sei-settecentesco che ne ha determinato il carattere barocco.
Volgendo le spalle alla chiesa, affissa sulla facciata della casa dirimpetto, si legge la lapide dedicata al capitano di ventura Giacomo Paneri, che lì visse nel XIV secolo: “Boldrino / fierissimo condottiero / dalla vittoria sempre coronato / fausto agli amici / infausto ai nemici.

In cima al colle sorge il Palazzo del Podestà, un edificio gotico trecentesco in pietra arenaria dalla facciata asimmetrica con campanile a vela, l’elemento che da lontano identifica Panicale. Il palazzo e l’antistante piazzetta in epoca medievale costituivano il luogo del potere civile, mentre oggi questo è uno degli angoli più suggestivi da cui ammirare il dolce panorama pennellato dei verdi dei campi e dell’azzurro delle acque del lago.

Non appena si esce dalle mura gli spazi raccolti ed intimi lasciano il passo al sublime ed arioso paesaggio che incanta il visitatore così come incantò Pietro Vannucci, il divin pittore, che dipinse nella chiesa di San Sebastiano il Martirio del santo, di cui parleremo, insieme ad altre testimonianze pittoriche, nel prossimo articolo.

Per info e prenotazioni: Ufficio Turistico di Panicale
Tel. 075 837433 – mail: panicale@sistemamuseo.it

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Art Adoption, l’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana

L’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana, e lo fa in grande stile, grazie all’accordo siglato tra l’assessoraro alla Cultura e Art Adoption Cortona. Nata con l’obiettivo di divulgare la…

L’arte contemporanea arriva a Foiano della Chiana, e lo fa in grande stile, grazie all’accordo siglato tra l’assessoraro alla Cultura e Art Adoption Cortona. Nata con l’obiettivo di divulgare la conoscenza dell’arte contemporanea, questa associazione culturale che ha all’attivo collaborazioni di tutto rispetto, come quella con la Biennale di Venezia, dal 22 giugno fino a settembre 2019 farà di Foiano un luogo di interesse per connaisseurs e collezionisti con la rassegna “Open art: Carbonaia contemporanea”.

A raccontare tutti i dettagli dell’evento è il direttore artistico di Art Adoption, Massimo Magurano.

Foiano incontra per la prima volta l’arte contemporanea. Quali risvolti avrà questa iniziativa?

«La rassegna fa parte del progetto dell’assessorato alla Cultura del Comune di Foiano di dare risalto a luoghi fino ad adesso poco valorizzati con delle iniziative importanti dal punto di vista culturale. Il campo dell’arte contemporanea non è quello a cui più facilmente il pubblico si avvicina, ma di certo Open art: Carbonaia contemporanea sarà un importante evento di richiamo sia per gli appassionati, sia per chi abbia voglia di avvicinarsi a questo mondo, finalmente a pochi passi».

Tutti gli appuntamenti della rassegna saranno ospitati nella Sala Carbonaia. Come è allestire un evento di questo tipo in un luogo così unico nel suo genere?

«Dal primo momento in cui vi sono entrati, gli artisti sono rimasti subito affascinati dalla Sala Carbonaia. La sua architettura barocca di chiesa seicentesca, insieme al caratteristico colore nero assunto dalle pareti nel periodo in cui fu adibita a magazzino per il rimessaggio del carbone, la rendono veramente un luogo unico al mondo. Allo stesso tempo però, qualcuno l’ha addirittura definita “un luogo cattivo”, per la difficoltà ad unirla all’arte contemporanea senza che nessun elemento prevalga sull’altro. Abbiamo voluto che facesse da accompagnamento alle opere che vi verranno esposte e questo richiederà un’attenta progettazione e giorni di lavoro, come è stato per la mostra di Mario Consiglio».

Ad inaugurare la rassegna infatti è proprio la mostra di Mario Consiglio. Cosa c’è da aspettarsi da questa esposizione?

«”Bene dire, male fare” è il titolo della prima delle cinque mostre in cui è articolata Open art: Carbonaia contemporanea. I visitatori possono calarsi in un’atmosfera dai tratti caravaggeschi,  ricreati dalla sistemazione delle opere autoilluminanti sullo sfondo cupo della Sala. Una suggestione ancora più amplificata durante le aperture in notturna».

Fino a settembre 2019 si susseguiranno altre quattro mostre. Chi saranno gli artisti che esporranno le loro opere?

«Si tratta di artisti noti a livello internazionale. Dopo le installazioni di Mario Consiglio, a settembre la Sala ospiterà le sculture in terra cruda di Roberta Busato. A febbraio sarà il momento delle opere di Massimiliano Lucchetti, esponente dell’arte informale già celebrato nei musei d’oltreoceano, mentre a giugno quello di Vezio Moriconi, più volte protagonista della Biennale di Venezia. A chiudere la rassegna, a settembre, Mirko Pagliacci, ultimo artista ancora in vita della scuola di Piazza del Popolo e legato alla stagione romana della Pop Art. Tutte le esposizioni saranno ad accesso libero».

Art Adoption è una realtà in continuo movimento. Quali sono le linee che guidano questa attività?

«Art Adoption viaggia prevalentemente in due direzioni: da una parte è alla costante ricerca di nuovi talenti, artisti che sappiano esprimersi con un linguaggio interessante; dall’altra, ha l’obiettivo di realizzare esposizioni di opere importanti con il coinvolgimento del territorio e delle comunità. Gli allestimenti sono pensati come degli abiti per le opere, in maniera tale che i luoghi non si limitino ad ospitarle, ma ne diventino parte integrante, valorizzandosi a vicenda. Con questo principio sono stati fatti interventi permanenti in un ristorante dove è stato esposto un dipinto di Cattelan».

Attualmente, a cura di Art Adoption, è possibile visitare nei giardini del parterre a Cortona la mostra di sculture Digital Globe. Di cosa si tratta?

«Digital Globe è un omaggio al linguaggio digitale. “Io sono qui”, di Alessandro Bernardini, è la riproduzione dell’icona della geolocalizzazione su Google Maps e al termine della mostra andrà ad essere posizionata davanti ai Google Store negli Stati Uniti. Il Pixel 3D antropomorfo di Beppe Borella, invece, pone l’attenzione sulle unità di misura dell’immagine. Il parco sculture celebra i linguaggi della contemporaneità».

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Bravìo delle Botti 2018 – Tutte le notizie

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Magistrato delle Contrade di Montepulciano – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2018 del Bravìo delle Botti di Montepulciano Voltaia e San Donato si aggiudicano i ‘Piccoli spingitori…

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Magistrato delle Contrade di Montepulciano – Notizie e aggiornamenti dall’edizione 2018 del Bravìo delle Botti di Montepulciano


Premiazione spingitori categoria allievi

Voltaia e San Donato si aggiudicano i ‘Piccoli spingitori del Bravìo delle Botti’ (25/06/2018)

Le contrade di Voltaia, per la categoria allievi, e San Donato, categoria senior, si sono aggiudicate la nuova edizione dei “Piccoli Spingitori del Bravìo delle Botti”, organizzata come di consueto dalla contrada di Talosa in Piazza Grande a Montepulciano, in occasione dell’11esima edizione del ‘Memorial Lucci’.

La gara dei piccoli spingitori ha preso il via sabato 23 giugno con il corteo storico lungo le vie della contrada di Talosa che ha visto la partecipazione dei figuranti della contrada e dei piccoli spingitori partecipanti. La giornata di sabato è poi proseguita con l’estrazione a sorte dell’ordine di partenza della gara a cronometro per entrambe le categorie, allievi e senior.

Domenica 24 giugno, invece, si è svolta la prova di abilità a cronometro della categoria allievi con un percorso allestito all’interno di Piazza Grande e con la gara a coppie per la categoria seniori, per le batterie formatesi sulla base dei tempi a cronometro realizzati nel percorso di sabato 23 giugno. Il percorso, per la categoria senior, si è snodato tra Porta di Collazzi, Via di Collazzi, Arco del Paolino, Via Ricci  e Sagrato del Duomo. Una bella prova di forza e resistenza per gli spingitori del domani che grazie alla contrada Talosa hanno potuto già assaporare le prime emozioni della botte sulla pietra serena di Montepulciano.

Per quanto riguarda la categoria allievi la vittoria è andata alla contrada  di Voltaia con Alessandro De Micco e Alessandro Mazzetti, bissando così il successo dell’anno precedente, mentre per la categoria senior a trionfare è stata la contrada San Donato con Giacomo Tonini ed Emanuele Bazzoni.

Ai vincitori delle rispettive categorie sono stati consegnati i panni dipinti dall’artista poliziana Laura Cozzani e consegnati da Sara Lucci, figlia di Michele Lucci spingitore di Talosa prematuramente scomparso undici anni fa a cui la contrada giallo-rossa è molto attaccata e lo ricorda sempre con grande affetto.

Proseguono così i preparativi per il Bravìo delle Botti del 26 Agosto, quando a gareggiare saranno gli spingitori ufficiali delle contrade. L’ambito panno di quest’anno sarà dedicato al V centenario della prima posa del Tempio di San Biagio.


Piccoli spingitori del Bravìo: si sfidano i talenti del futuro (20/06/18)

Quello organizzato dalla Contrada di Talosa è un appuntamento dedicato ai giovani contradaioli, che guardano al futuro del Bravìo delle Botti: giunta alla quindicesima edizione, la sfida tra i “Piccoli spingitori della botte” è ormai diventato un appuntamento tradizionale nel periodo di avvicinamento alla manifestazione di fine agosto, e si svolgerà nel weekend di sabato 23 e domenica 24 giugno a Montepulciano.

La gara tra i giovani talenti delle contrade, 11° “Memorial Michele Lucci”, da quest’anno sarà aperta anche alle ragazze e vedrà i partecipanti sfidarsi in due diversi concorsi: la sezione allievi, per i nati tra il 2004 e il 2007, e la sezione senior, per i nati tra il 2001 e il 2003. Ai vincitori delle rispettive categorie saranno consegnati i panni dipinti dall’artista poliziana Laura Cozzani.

Il programma del weekend prevede la S. Messa nell’oratorio dei Cavalieri di Santo Stefano sabato 23 giugno alle ore 16:30, a cui seguirà il corteo storico dei figuranti della contrada di Talosa e  l’esibizione di sbandieratori e tamburini. Alle ore 18:00 partiranno le prove cronometrate per la categoria allievi e la categoria senior. Domenica 24 giugno, invece, a partire dalle ore 17:00 si svolgeranno le prove di abilità a cronometro della categoria allievi, mentre alle ore 18:00 le gare a coppie della categoria senior. Al termine delle premiazioni dei vincitori la contrada di Talosa aprirà le proprie cucine e darà la possibilità di cenare a tutti i contradaioli e i visitatori.


Seconda edizione delle “Dame della Botte”: vince Collazzi (10/06/18)

I pronostici della vigilia sono stati rispettati: la coppia di atlete formata da Ludovica Galli e Daniela Braconi, per la contrada di Collazzi, si è aggiudicata nuovamente la vittoria nella gara al femminile del Bravìo delle Botti che si è tenuta lungo le vie attorno a Piazza Grande, nel caldo pomeriggio di domenica 10 Giugno a Montepulciano. Un successo che bissa quello dello scorso anno, in cui la giovane coppia aveva conquistato il trofeo della prima edizione delle “Dame della Botte”.

La seconda edizione della manifestazione, organizzata dalla Contrada di San Donato, ha visto una grande partecipazione da parte del pubblico e un notevole interesse da parte delle contrade, che hanno gareggiato con le rispettive atlete nelle batterie eliminatorie e nella finale, lungo un rinnovato tragitto di gara he ha visto le atlete spingere delle botti dal peso di 80 kg ciascuna attorno al Duomo, lungo via di Talosa e per la salita di via Ricci, fino al tradizionale arrivo sul sagrato.

Le batterie eliminatorie hanno visto trionfare proprio la contrada di Collazzi contro Talosa, San Donato contro Poggiolo, Le Coste contro Gracciano e Cagnano contro Voltaia. Le quattro vincitrici delle rispettive batterie si sono affrontate nella finale, che prevedeva un giro aggiuntivo attorno al Duomo, in cui la coppia formata Galli e Braconi ha portato per prima la botte sul sagrato, conquistando così la seconda vittoria di fila per la contrada di Collazzi.

Questo l’elenco completo delle spingitrici: Biagianti Angelica e Feri Cristina per la contrada di Cagnano, Braconi Daniela e Galli Ludovica per la contrada di Collazzi, Marchetti Elisa e Pierini Sara per la contrada di Gracciano, Damiano Veronica e Stainko Rebecca per la contrada Le Coste, Moretti Silvia e Piastra Lorena per la contrada Poggiolo, Iannuzzi Eleonora e Silva Laudijane Maria per la contrada Talosa, Barmeschi Francesca e Tomaszun Monica per la contrada di San Donato, Menchetti Kety e Pascucci Paola per la contrada di Voltaia.


Arriva la seconda edizione delle “Dame della Botte” (05/06/18)

Dopo il successo dello scorso anno, nel weekend di sabato 9 e domenica 10 Giugno a Montepulciano si svolgerà la seconda edizione delle “Dame della Botte”, che vedrà sfidarsi le otto contrade poliziane in una sorta di “Bravìo al femminile” che anticipa la manifestazione estiva. Organizzato dalla contrada di San Donato, che proprio lo scorso anno ebbe l’idea di progettare questo nuovo evento, ha da subito riscosso ottimi apprezzamenti da parte della popolazione, delle altre contrade e del Magistrato delle Contrade del Bravìo delle Botti.

Tante le novità di quest’anno che vedranno le atlete spingere le botti lungo le strade di Montepulciano, tra cui l’allungamento dei tragitti delle batterie e delle gare. Nel nuovo percorso infatti le sfidanti partiranno di fronte al Comune, faranno un giro intorno alla cattedrale, seguiranno Via San Donato e Via Fiorenzuola, quindi via di Talosa e via Ricci all’altezza del Museo Civico, con arrivo sul sagrato del Duomo. Al termine delle batterie, le quattro contrade vincitrici si sfideranno nella finale, che prevede un ulteriore giro intorno al Duomo.

Il ricco programma degli eventi del weekend prevede sabato pomeriggio le prove del percorso di gara, che potranno essere svolte anche da coppie miste, e l’esibizione degli Sbandieratori e Tamburini di Montepulciano delle edizioni antecedenti il 2013. La giornata di domenica si aprirà alle ore 17 con le estrazioni delle batterie e i primi gironi eliminatori, fino alla gara finale che partirà alle ore 19 circa. Entrambe le sere, inoltre, sarà possibile cenare con gli stand gastronomici gestiti dalla contrada di San Donato presso i giardini della Fortezza di Montepulciano.


Bravìo delle Botti 2018, aperto l’anno contradaiolo (23/04/18)

Una splendida e soleggiata domenica poliziana ha accolto la prima uscita pubblica delle contrade per l’inizio degli appuntamenti dell’edizione 2018 del Bravìo delle Botti, uno degli eventi più attesi di Montepulciano e di tutto il territorio. Domenica 22 aprile l’apertura dell’anno contradaiolo ha infatti sancito il primo momento dei lunghi mesi di attesa e di lavoro che ci porteranno alla sfida di domenica 26 agosto, in cui le botti rotoleranno lungo le vie cittadine.

Come da tradizione, le contrade hanno sfilato in corteo storico fino al santuario di S.Agnese, dove hanno partecipato alle celebrazioni della messa in onore della patrona cittadina. Al termine del rito si è svolta l’esibizione del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Montepulciano, prima che ogni contrada tornasse nelle rispettive sedi.

I contradaioli hanno anche portato la statua di S.Agnese da Piazza Grande fino al santuario, per ricordare i 700 anni della morte della santa poliziana, la cui teca non è stata aperta come da cerimoniale: era infatti rimasta aperta alla fine dell’edizione 2017, attraverso un anno contradaiolo che non si è formalmente chiuso ma che continua simbolicamente attraverso tutta l’edizione 2018, sancendo una sorta di passaggio di consegne tra le celebrazioni per i 700 anni dalla morte di Sant’Agnese fino alle celebrazioni dei 500 anni dalla posa della prima pietra del Tempio di San Biagio.

Sarà proprio al monumento di San Biagio e alla sua importanza per l’intera comunità poliziana uno dei punti focali dell’edizione 2018, a cui sarà dedicato il panno che verrà consegnato alla contrada che per prima porterà la botte sul sagrato del duomo nella sera di domenica 26 agosto.. L’edizione che si appresta a vivere il Bravìo delle Botti sarà quindi incentrata sul celebre passato di Montepulciano, ma sempre aperta al futuro, per il continuo coinvolgimento delle nuove generazioni e l’impegno nel far crescere costantemente la manifestazione.

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