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Palio dei Somari 2019 – Tutte le notizie

Sponsorizzato da Valdichiana Media e Associazione Sagra San Giuseppe Porta Nova vince la 63esima edizione: finale con colpo di scena (24/03/19) La Contrada Porta Nova si aggiudica la 63esima edizione…


Sponsorizzato da Valdichiana Media e Associazione Sagra San Giuseppe


Porta Nova vince la 63esima edizione: finale con colpo di scena (24/03/19)

La Contrada Porta Nova si aggiudica la 63esima edizione del Palio dei Somari di Torrita di Siena, al termine di una gara che non ha mancato di riservare sorprese. In seguito alla fase preliminare di qualificazione, la finale, a cui hanno avuto accesso le Contrade di Cavone, Le Fonti, Porta a Pago, Porta Gavina e Porta Nova, ha visto infatti contendersi il drappo oltre il termine della Corsa. È stato durante il secondo giro che Alessandro Stampigioni, fantino di Porta a Pago, trovandosi fiancheggiato da Alessandro Guerrini, a dorso del somaro di Porta Nova, lo ha strattonato.

Un comportamento che non è passato inosservato ai giudici a bordo della pista, i quali hanno immediatamente riscontrato la scorrettezza rispetto a quanto previsto dal regolamento della Corsa. Avendo tuttavia terminato per primo i quattro giri previsti nella batteria finale, Stampigioni è stato raggiunto dai contradaioli di Porta a Pago e dal loro presidente Luca Massai, con il drappo in trionfo. I giudici, certi che il comportamento di Stampigioni non fosse da ritenersi accettabile, ne avevano già durante la corsa decretato la squalifica. Di fronte all’inizio dei festeggiamenti della Contrada Porta a Pago, hanno ritenuto comunque opportuno rivedere le immagini della corsa insieme ai due fantini per portare chiarezza sull’accaduto.

Di fronte alle immagini, i giudici Antonio Benocci, Stefano Vannuzzi, Ricardo Rodriguez e il mossiere Renato Bircolotti, hanno dunque comunicato la decisione presa nei confronti di Stampigioni e hanno deciso di assegnare la vittoria alla Contrada seconda arrivata al canape. È stato così che Porta Nova si è conquistata la 63esima edizione del Palio dei Somari, l’undicesima nel suo palmares, la sesta per il fantino Alessandro Guerrini.

Si è così rivelata una domenica di giubilo, questa, per la Contrada dai colori bianco e nero, che si è aggiudicata anche il premio per la miglior coppia di sbandieratori, Edoardo Boni e Paolo Betti, e quello per la miglior coppia di tamburini, Andrea Berti e Riccardo Rossi. Il premio Sfoggiato, riconoscimento ogni anno attribuito alla Contrada che si distingue per il miglior corteo, è stato vinto invece dalla Contrada Porta a Sole.

La manifestazione, che ha incontrato il favore di un clima pienamente primaverile, si è svolta alla presenza di un ingente pubblico, riunitosi nel borgo di Torrita fin da stamani per assistere al corteo storico e alle spettacolari esibizioni di Sbandieratori e Tamburini.

«Si è conclusa un’edizione da ricordare per il numero di visitatori che sono giunti a Torrita in occasione del Palio, per l’ottima riuscita di tutte le iniziative organizzate, per il coinvolgimento della comunità torritese durante tutta la settimana della festa» ha dichiarato il presidente dell’Associazione Sagra San Giuseppe, Yuri Cardini.


È Palio: verso la finale della 63esima edizione del Palio dei Somari (23/03/2019)

In attesa della Corsa, che decreterà il vincitore della 63esima edizione del Palio dei Somari, in programma per questa sera a Torrita di Siena la presentazione del drappo, dipinto dagli artisti senesi Maurizio Sampieri e Anna Rita Cotugno, e l’emozionante gara tra gli Sbandieratori e i Tamburini delle otto Contrade.

Mancano solo poche ore alla presentazione del drappo che domani le otto Contrade di Torrita di Siena si contenderanno nella 63esima edizione del Palio dei Somari, e alla gara tra gli Sbandieratori e i Tamburini, in piazza Matteotti dalle 21.

Avrà poi luogo l’esibizione degli Sbandieratori e i Tamburini che rappresentano i Quattro antichi castelli di Torrita: Ciliano, Guardavalle, La Fratta e Montefollonico, e seguirà infine la riconsegna del premio Sfoggiato, il trofeo assegnato ogni anno alla Contrada che presenta il miglior corteo storico, da parte della Contrada Refenero, che se l’è aggiudicato nella passata edizione.

Il programma di domani, 24 marzo, prevede al mattino il corteo storico con i costumi ispirati al XV secolo, lungo le vie del borgo torritese, accompagnato dagli spettacoli degli Sbandieratori e i Tamburini in piazza Matteotti. Nel pomeriggio, l’epicentro della manifestazione si sposta al Gioco del Pallone, lo sferisterio adiacente alle mura dove è allestito il campo di gara. È previsto per le 16 l’inizio della Corsa della 63esima edizione del Palio dei Somari.

La gara è articolata in quattro prime batterie di qualificazione, che vedranno fronteggiarsi: Porta Gavina, con il fantino Andrea Peruzzi detto Drago, e Porta a Pago, con il fantino Alessandro Stampigioni, detto Scheggia; Cavone, con il fantino Jonathan Guerri, detto Rafia, e Stazione con il fantino Francesco Ferrari, soprannominato Spighetto; Le Fonti, con il fantino Gabriele Grotti detto Divino, e Porta a Sole, con il fantino Matteo Noli detto Galletto; Refenero, con il fantino Thomas Bresciani, e Porta Nova, con il fantino Alessandro Guerrini detto Cobra. Le quattro Contrade che non supereranno il primo turno, disputeranno una batteria di recupero, per avere così la possibilità di accedere alla finale, alla quale prenderanno parte quindi cinque Contrade. Gli otto somari verranno assegnati a sorte a ciascuna Contrada nei minuti immediatamente precedenti all’inizio della Corsa.

Il Palio dei Somari, organizzato dall’Associazione Sagra San Giuseppe, con il patrocinio del Comune di Torrita di Siena e della Regione Toscana, è iscritto dal 2014 nell’Elenco regionale delle associazioni e delle manifestazioni di rievocazione e ricostruzione storica.


Gli eventi dedicati ai giovani contradaioli accrescono l’attesa per il Palio dei Somari (21/03/19)

Continuano gli eventi a Torrita in attesa del fine settimana conclusivo della 63esima edizione del Palio dei Somari. Le iniziative di queste sere hanno avuto come protagonisti i giovani contradaioli, in particolare lunedì i bambini della scuola dell’infanzia e della scuola primaria di Torrita, che hanno presentato gli spettacoli preparati con le insegnanti per l’occasione. Ieri sera invece si è svolto il consueto quiz “Chissà se in Contrada si sa”: un gioco dell’oca gigante su cui le squadre di ciascuna Contrada si sono sfidate a colpi di risposte sulla cultura e le tradizioni del Palio dei Somari, e dove alla fine sono riusciti ad imporsi i ragazzi della Contrada Stazione.

Il programma della manifestazione prosegue venerdì 22 con le cene propiziatorie nelle Contrade. Sabato 23 l’appuntamento è in piazza Matteotti alle 21, quando viene presentato il drappo, che le contrade si contenderanno l’indomani, e si svolge la gara a coppie tra gli Sbandieratori e i Tamburini delle Contrade, prima dell’esibizione degli Sbandieratori e i Tamburini dei Quattro Castelli di Torrita. Chiude il programma della serata la riconsegna del premio Sfoggiato, il trofeo assegnato ogni anno alla Contrada che presenta il miglior corteo storico.

Domenica 24 si inizia al mattino, alle 9, con l’arrivo dei cortei delle Contrade nel centro storico, al quale segue la Santa Messa nella chiesa delle Sante Flora e Lucilla e, al termine di questa, l’esibizione in piazza Matteotti degli Sbandieratori e i Tamburini delle Contrade e dei Quattro Castelli. Sarà possibile quindi ammirare il corteo storico lungo le vie del borgo, prima di ritrovarsi, alle 15.30, presso il campo di gara allestito nell’area del Gioco del Pallone, lo sferisterio adiacente alle mura del centro storico. Sarà lì che alle 16 si disputerà il 63esimo Palio dei Somari.

La manifestazione, iniziata ufficialmente lo scorso 16 marzo, è allestita dai volontari delle otto Contrade, con la collaborazione di tante associazioni torritesi, tra cui Fides, Fondazione Torrita Cultura, Misericordia, Pro Loco, Pubblica Assistenza, Società Filarmonica Guido Monaco “La Samba” e Us Torrita, società sportiva che ha addirittura modificato il proprio calendario calcistico in occasione del Palio, dimostrando così di condividere il fine ultimo della buona riuscita delle diverse iniziative che coinvolgono la comunità.


Palio dei Somari: record di visitatori a Torrita per le Taverne (18/03/19)

Migliaia di persone sono arrivate Torrita di Siena in occasione delle Taverne, il percorso gastronomico curato dalle otto Contrade che ogni anno si svolge tra le mura del centro storico, nel primo fine settimana dedicato ai festeggiamenti per il Palio dei Somari. La 63esima edizione della manifestazione è iniziata raggiungendo, in confronto alle scorse edizioni, un record assoluto di presenze.

Il paese ha iniziato a riempirsi di visitatori da sabato pomeriggio, quando per le vie del borgo è stato inaugurato il Mercato medievale de La Nencia, e in piazza Matteotti si è svolto lo spettacolo di rievocazione storica che ha accompagnato l’estrazione delle batterie di qualificazione della Corsa, in programma per domenica 24 marzo. Spettacoli itineranti e concerti di musica medievale in piazza Matteotti hanno poi contribuito a creare un’atmosfera di festa che si è protratta fino a notte fonda. Complici anche le condizioni atmosferiche, che pure hanno riservato qualche sferzata di vento pungente, anche ieri si è registrata un’ottima affluenza di pubblico sin dal mattino, per Somarando, la rassegna espositiva di asini pensata in particolar modo per i più piccoli, che hanno potuto così conoscere da vicino questi animali. Le esibizioni degli allievi della Scuola del Gruppo Sbandieratori e Tamburini hanno intrattenuto il pubblico per tutto il pomeriggio, fino all’inizio del secondo appuntamento con le Taverne.

«C’è molta soddisfazione per l’ottima riuscita di questo primo fine settimana di eventi, in cui la macchina organizzativa ha dato chiara dimostrazione della propria efficienza» ha commentato il presidente dell’Associazione Sagra San Giuseppe, Yuri Cardini.

Il programma della manifestazione prosegue durante tutta la settimana con varie iniziative di approfondimento, prima di entrare nel vivo venerdì 22 con le cene propiziatorie nelle Contrade, che anticipano gli eventi delle giornate conclusive: la presentazione del Drappo e la gara a coppie tra gli Sbandieratori e i Tamburini delle Contrade sabato 23 e il corteo storico e il Palio domenica 24 marzo.


Estratti gli abbinamenti per la fase di qualificazione della corsa (17/03/19)

La 63esima edizione del Palio dei Somari è ufficialmente iniziata, con la cerimonia di estrazione delle batterie di qualificazione per la Corsa, in programma per domenica 24 marzo. In concomitanza allo spettacolo di rievocazione storica che in piazza Matteotti ha accompagnato il sorteggio, all’interno della sala consiliare del palazzo comunale i presidenti delle otto Contrade hanno estratto gli abbinamenti che compongono la fase eliminatoria della Corsa.

Nella prima batteria si sfideranno Porta Gavina, che ha scelto di rinnovare la fiducia a Andrea Peruzzi detto Drago con cui ha vinto la scorsa edizione, e Porta a Pago, che ha confermato Alessandro Stampigioni, detto Scheggia; nella seconda si affronteranno Cavone, che quest’anno punta sul fantino torritese Jonathan Guerri, detto Rafia, e Stazione con il fantino Francesco Ferrari, soprannominato Spighetto; la terza batteria vedrà scontrarsi Le Fonti, per cui correrà ancora il fantino di contrada Gabriele Grotti detto Divino, e Porta a Sole, che si affiderà di nuovo a Matteo Noli detto Galletto; nella quarta si fronteggeranno Refenero, che ha ingaggiato Thomas Bresciani, unico fantino nuovo al campo di gara torritese, e Porta Nova, per la quale correrà di nuovo Alessandro Guerrini detto Cobra. Le quattro Contrade, che non supereranno il primo turno, disputeranno una batteria di recupero, per avere così la possibilità di accedere alla finale.

L’estrazione si è svolta nel contesto di un centro storico già gremito di pubblico per il Mercato medievale de La Nencia e le Taverne, iniziative previste anche per domani, domenica 17 marzo, quando inoltre avrà luogo “Somarando”, la rassegna dedicata ai somari durante la quale sarà possibile conoscere da vicino alcuni esemplari. Il Palio dei Somari, organizzato dall’Associazione Sagra San Giuseppe, con il patrocinio del Comune di Torrita di Siena e della Regione Toscana, è iscritto dal 2014 nell’Elenco regionale delle associazioni e delle manifestazioni di rievocazione e ricostruzione storica.


“Il Palio dei Somari: un’eccellenza della Regione” (13/03/19)

“Il Palio dei Somari” di Torrita di Siena rappresenta una manifestazione di eccellenza, per la storicità e il coinvolgimento della comunità, aspetti unici in tutta la Regione” con queste parole Eugenio Giani, presidente del Consiglio regionale, ha elogiato la festa torritese, durante la conferenza stampa la presentazione che si è svolta questa mattina a Firenze.

Appuntamenti tradizionali e interessanti novità compongono il programma messo a punto, a Torrita di Siena, dall’Associazione Sagra San Giuseppe per il Palio dei Somari, giunto quest’anno alla 63ª edizione.

La manifestazione si apre sabato 16 marzo con il caratteristico Mercato medievale de La Nencia, il sorteggio e l’abbinamento delle batterie della Corsa, che si svolge in concomitanza con lo spettacolo di rievocazione storica in piazza Matteotti; di sera vengono aperte le Taverne, i banchetti dove le otto Contrade torritesi servono i piatti tipici della tradizione gastronomica, nel centro storico animato dagli spettacoli degli artisti che, tra musica e performance in stile medievale, allietano gli ospiti sino a tarda notte. Domenica 17, oltre al Mercato medievale e le Taverne, tutta la giornata è dedicata a Somarando, la rassegna espositiva di razze di asini. La manifestazione entra quindi nel vivo venerdì 22 con le cene propiziatorie, prima degli eventi di sabato 23, quando è attesa la gara a coppie tra gli Sbandieratori e i Tamburini delle Contrade. Domenica 24, la mattina è riservata alle esibizioni degli Sbandieratori e i Tamburini e al corteo storico, nelle vie del centro storico; nel pomeriggio l’appuntamento è al Gioco del Pallone, lo sferisterio adiacente alle mura, per l’avvincente corsa a dorso di somaro tra le otto Contrade.

Il Palio dei Somari, organizzato dall’Associazione Sagra San Giuseppe, con il patrocinio del Comune di Torrita di Siena e della Regione Toscana, è iscritto dal 2014 nell’Elenco regionale delle associazioni e delle manifestazioni di rievocazione e ricostruzione storica.


Renato Bircolotti Sarà di nuovo il mossiere al Palio dei Somari (07/03/19)

È ormai alle porte la 63ª edizione del Palio dei Somari di Torrita di Siena, che quest’anno si svolgerà dal 16 al 24 marzo. Nella mattina di giovedì 7 Marzo è stata presentata nella Sala Aurora del palazzo della Provincia e, nell’occasione, il presidente dell’Associazione Sagra San Giuseppe Yuri Cardini, ha annunciato che, per il secondo anno consecutivo, sarà Renato Bircolotti il mossiere chiamato a gestire la mossa della Corsa che si disputerà domenica 24 marzo tra le otto Contrade torritesi.

Lo starter di Castiglion Fiorentino è Commissario Starter per il Mipaaf ed è noto in tutta Italia per la lunga carriera di presenze registrate in numerose carriere, tra cui quelle di Legnano, Asti, Ferrara e Fucecchio. A Torrita, salvo false partenze da ripetere, sarà chiamato ad abbassare il canape sei volte, considerando le quattro batterie di qualificazione, quella di recupero tra le quattro Contrade eliminate e la finale.

Il calendario completo degli eventi della manifestazione, annunciato pochi giorni fa, è frutto di una formula ben consolidata dalla tradizione: si inizia sabato 16 e domenica 17 con le Taverne, il Mercato Medievale de La Nencia, l’estrazione dell’ordine di sfilata e delle batterie di qualificazione della Corsa, e “Somarando”, la rassegna dedicata al mondo della razza asinina, con l’esposizione di alcuni esemplari.

Si entra dunque nel vivo venerdì 22, con le cene propiziatorie nelle Contrade, che anticipano gli eventi del fine settimana. Previste per sabato 23 alle 21.30 in piazza Matteotti, la presentazione del Drappo e la gara a coppie tra gli Sbandieratori e i Tamburini delle Contrade; in programma per domenica 24, dalla mattina alle 11, il corteo storico per le vie del borgo e, alle 16 presso il campo di gara adiacente al centro storico, la Corsa.

“Il Palio dei Somari di Torrita è una manifestazione che tutela l’identità, la cultura e le tradizioni di un luogo. La sua organizzazione e la profonda partecipazione della comunità sono un esempio per il territorio. L’inserimento delle Contrade nello statuto comunale è la dimostrazione di quanto la festa sia stratificata nel tessuto sociale” – è il commento di Silvio Franceschelli, presidente della Provincia di Siena

Il Palio dei Somari, organizzato dall’Associazione Sagra San Giuseppe, con il patrocinio del Comune di Torrita di Siena e della Regione Toscana, è iscritto dal 2014 nell’Elenco regionale delle associazioni e delle manifestazioni di rievocazione e ricostruzione storica.


Tra rievocazioni storiche, arti e spettacoli, si disputa a Torrita di Siena il 63° Palio dei Somari (27/02/19)

Si svolge dal 16 al 24 marzo 2019 la 63ª edizione del Palio dei Somari, quest’anno dedicata in via eccezionale a don Giovanni Turchi, parroco di Torrita Scalo dal 1948 al 2013, anno della scomparsa, che fu fondatore della Contrada Stazione e per anni nel ruolo di segretario dell’Associazione Sagra San Giuseppe. Per otto giorni il centro storico di Torrita di Siena ospita momenti di rievocazione storica, esposizioni ed eventi, in vista della corsa a dorso di somaro che ogni anno si disputa tra le otto Contrade del paese la domenica successiva al 19 marzo.

Sabato 16 marzo il calendario degli appuntamenti si inaugura con l’apertura del Mercato Medievale de La Nencia, la mostra mercato di manufatti realizzati dagli artigiani con le tecniche e i materiali dell’epoca. Alle 18.30, nella sala consiliare del palazzo comunale si effettua l’estrazione degli abbinamenti per la prima fase di qualificazione della Corsa, accompagnata dall’esibizione in piazza Matteotti degli Sbandieratori e i Tamburini delle otto Contrade. Dal pomeriggio sono inoltre aperte le Taverne, i diversi punti ristoro in cui le Contrade servono i piatti tipici della tradizione gastronomica, animati da spettacoli itineranti che, tra musica e performance in stile medievale, allietano gli ospiti sino a tarda notte.

Domenica 17, dalle 10, si svolge “Somarando”, la rassegna espositiva di alcuni esemplari che permette di conoscere da vicino il mondo di questo animale. Mentre prosegue per tutta la giornata il Mercato de La Nencia, alle 16 si esibiscono in piazza Matteotti gli allievi della scuola del Gruppo Sbandieratori e Tamburini di Torrita. Nel pomeriggio riaprono le Taverne per la seconda serata che, accompagnata alle 19 da “Musicando nei borghi”, a cura dei musicisti dell’istituto di Musica G. Monaco La Samba, si concluderà con ancora spettacoli nelle vie del centro storico.

Novità per l’edizione 2019, l’apertura nel primo fine settimana della manifestazione, dello spazio “Le Arti del Palio”, un locale dove alcuni artisti si riuniranno per mostrare le fasi di progettazione e costruzione di tamburi e bandiere. Lunedì 18 alle 21, al palasport, i bambini delle scuole materna e primaria di Torrita e Montefollonico presentano le iniziative realizzate in occasione del Palio, rispettivamente l’esecuzione di brani popolari legati alla tradizione della Festa e un musical, dal titolo “Il Palio in pochi passi”.

Mercoledì 20 il palasport ospita “Chissà se in Contrada si sa”, lo storico quiz tra Contrade incentrato su curiosità e temi di cultura paliesca. Venerdì 22 è il giorno riservato alle cene propiziatorie, nel corso delle quali vengono ufficialmente presentati gli otto fantini che correranno il Palio. Sabato 23 alle 21.30, il drappo, dipinto per questa edizione da Maurizio Sampieri e Anna Rita Cotugno viene presentato in piazza Matteotti, scortato dagli Sbandieratori e i Tamburini delle Contrade, che alle 22 si sfidano in una gara a coppie. Quindi si svolgono la riconsegna del premio Sfoggiato da parte della Contrada Refenero, la quale si è aggiudicata il riconoscimento per il miglior corteo storico nel 2018, e l’esibizione degli Sbandieratori e i Tamburini dei quattro Castelli di Torrita.

Domenica 24 l’appuntamento è alle 9, con l’ingresso del corteo di ciascuna Contrada in piazza Matteotti, al quale segue la Santa Messa, officiata nella Chiesa delle Sante Flora e Lucilla. Al termine, la piazza ospita le esibizioni degli Sbandieratori e i Tamburini, prima che il corteo storico si componga per sfilare lungo le vie del borgo. Il Palio dei Somari si corre nel pomeriggio, alle 16, nel campo di gara allestito presso il Gioco del Pallone. In caso di pioggia il Palio è rimandato a domenica 31 marzo.

Per la prima volta nella storia della manifestazione, quest’anno a correre sul tufo saranno otto somari non provenienti da una sola scuderia, bensì selezionati tra una rosa di esemplari messi a disposizione da più allevatori, a dimostrazione della centralità che il Palio di Torrita sta assumendo nel panorama delle manifestazioni di questo genere.

«Con molto orgoglio diamo ufficialmente il via al Palio dei Somari 2019, un’edizione che, agli eventi divenuti ormai appuntamenti fissi in Valdichiana, aggiunge elementi di novità e perfezionamento» ha dichiarato Yuri Cardini, presidente dell’Associazione Sagra San Giuseppe, nel corso della conferenza di presentazione.

Il Palio dei Somari, organizzato dall’Associazione Sagra San Giuseppe, con il patrocinio del Comune di Torrita di Siena e della Regione Toscana, è iscritto dal 2014 nell’Elenco regionale delle associazioni e delle manifestazioni di rievocazione e ricostruzione storica.

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Palio dei Somari 2019: dietro alle quinte del corteo storico con Massimo Gottardi

Oltre alla corsa dei somari, che ogni anno si lascia scoprire da nuovi appassionati, il Palio di Torrita di Siena già da molte edizioni suscita interesse anche per il corteo…

Oltre alla corsa dei somari, che ogni anno si lascia scoprire da nuovi appassionati, il Palio di Torrita di Siena già da molte edizioni suscita interesse anche per il corteo storico che sfila lungo il borgo medievale nelle giornate di inizio e fine manifestazione.

I festeggiamenti, attorno ai quali si riunisce tutta la comunità, hanno infatti offerto l’occasione per rievocare la storia di Torrita, storica alleata di Siena, dalla metà del 1300, quando si svolse la battaglia contro Perugia che ebbe come protagonista, a comando delle truppe torritesi, il condottiero Anichino di Bongardo, al 1425, anno dell’inaugurazione della chiesa delle Sante Flora e Lucilla dopo un’opera di restauro. Per celebrare la fine della ristrutturazione, fu indetta in quell’anno una processione, alla quale parteciparono religiosi e nobili famiglie.

Nel primo giorno del programma degli eventi, in concomitanza all’estrazione delle batterie di qualificazione della corsa, viene rievocata la disposizione delle truppe che, guidate da Anichino, difesero Torrita dall’attacco perugino; nella mattina del giorno del Palio, invece, ogni Contrada presenta il proprio corteo, che, insieme ai figuranti del Comune, va a comporre una sfilata di più di duecento comparse, a ricordo di quella processione con cui si celebrò la fine del restauro della chiesa.

Per ciascuna Contrada sfilano 17 persone, di cui due sbandieratori, due tamburini, un alfiere porta insegne, un armato, una dama con il signore, otto paggetti e un dotto. Tutti indossano costumi fedelmente ispirati al periodo storico di riferimento, come ci ha raccontato il costumista Massimo Gottardi, che da alcuni anni lavora sui cortei delle Contrade di Torrita.

«Generalmente, per creare un costume d’epoca si inizia dalla ricostruzione storica. Individuato il tempo a cui ci si vuole rifare, parte una ricerca su libri, dipinti e notizie, tra cui si cercano documenti sull’abbigliamento dei nobili di allora. Infatti ogni famiglia di solito aveva un guardaroba ben preciso, dettato anche dal censo in base al quale si distingueva».

Quali sono le fasi successive nella realizzazione di un abito da corteo?

«Dopo la ricerca si passa alla preparazione di un bozzetto da presentare alla Contrada e poi, una volta ricevuta l’approvazione, il lavoro prosegue con il taglio del tessuto, le cuciture e infine le rifiniture a mano».

C’è infatti un accorgimento da osservare, quando, come in questo caso, si lavora su costumi ispirati al XV secolo…

«Un costume storico implica l’essere stato realizzato in maniera artigianale, quindi assolutamente si deve stare attenti che non si vedano le cuciture fatte a macchina, proprio perché il risultato sia il più realistico possibile».

Per quanto riguarda i tessuti, come avviene la scelta di quali utilizzare?

«Anche in questo caso si ricerca il realismo, per cui oltre al velluto, che è uno dei materiali più usati per ricreare costumi d’epoca, si aggiungono tessuti che a quell’epoca venivano effettivamente importati, come la seta e il damascato. Inoltre si fanno abbinamenti tra più tonalità di uno stesso colore, in modo tale che, pur essendo legati ai dettami cromatici di ciascuna Contrada, si riesca a presentare un corteo comunque variopinto e bello a vedersi. Si pensi che per il corteo della Contrada Cavone, i cui colori sono il bianco e il verde, si sono utilizzate sette diverse tonalità di verde».

Nel caso specifico del corteo storico del Palio dei Somari, qual è l’aspetto più difficile da tenere in considerazione?

«Non che ci siano particolari difficoltà, ma forse il fatto che siano otto Contrade a sfilare impone, a ogni rinnovamento, di prestare attenzione che non vi siano modelli somiglianti tra loro. D’altra parte questo spinge sempre più in avanti il gusto di creare e di trovare nuove soluzioni, nella sartoria così come nelle acconciature delle dame».

Proprio perché gli abiti vengono indossati per vari anni consecutivi nelle Contrade, si deve prevedere che verranno indossati da molte persone. Quali misure vengono adottate in questo senso?

«Gli abiti vengono preparati in riferimento a una taglia media, sulla quale di anno in anno si interviene per adattare il costume a chi lo indossa. Tra un’imbracatura, un’imbottitura, e un tacco più alto, ciò che si vede il giorno del Palio è frutto di un lavoro che ogni anno viene personalizzato».

Attraverso la voce di un professionista come Massimo, siamo stati dietro alle quinte di uno degli eventi più attesi del Palio dei Somari: il corteo storico. Per chi volesse vedere da vicino il risultato tanta tecnica e passione, l’appuntamento è a Torrita di Siena, domenica 24 marzo 2019.

Foto: Marco Mazzolai

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Fridays For Future – Il 15 marzo 2019 di Siena e Firenze: anche la Toscana si è unita alla battaglia per il futuro del mondo

Foto di copertina di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena Sono passati cinque giorni da venerdì 15 marzo, ma ho come l’impressione che pochi si rendano conto di quello che è…

Foto di copertina di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

Sono passati cinque giorni da venerdì 15 marzo, ma ho come l’impressione che pochi si rendano conto di quello che è successo (e che sta succedendo). È successa una cosa che non si era mai vista nella storia del mondo: una manifestazione senza leader, autoorganizzata e autocoordinata a livello locale, riesce a raggiungere e unire tutto il mondo nello stesso momento. Un movimento – Fridays For Future – nato e portato avanti dagli studenti, la categoria che più di tutte è fragile: senza diritti, senza soldi, senza libertà di scelta, senza ascolto. Eppure, il 15 marzo hanno dimostrato di sapere di non essere senza potere.
Quando dico che la manifestazione è stata globale, intendo proprio questo: globale.

Mappa delle manifestazioni registrate al sito Fridays For Futre

Da Longyearbyen all’Antartide, dal Rio Grande al Novosibirsk russo, dall’Alaska alla Nuova Zelanda, gli studenti, i loro insegnanti, i loro genitori e tutto coloro che si sono voluti unire alla loro protesta sono scesi nelle piazze delle nostre città, dei nostri paesi e dei nostri villaggi per chiedere una cosa ai governi di tutto il mondo: garantire all’umanità un futuro, impegnandosi a mettere in atto misure drastiche per contenere il cambiamento climatico che già oggi miete vittime su vittime, che muoiono nel silenzio dei notiziari.

Secondo la WHO (World Health Organization), si stima che nei prossimi decenni saranno intorno alle 250.000 all’anno (nei prospetti più ottimisti) le morti aggiuntive da imputare al cambiamento climatico.

Già oggi si calcola che siano state milioni le vittime di fenomeni associati al cambiamento climatico (400.000-600.000 morti ogni anno), tra le cause principali: stenti, malattia, shock termico. Per fare un esempio che molti di noi hanno toccato con mano, ripensiamo all’ondata di calore che colpì l’Europa nel 2003 causando 70.000 vittime, di cui più di 14.000 solo in Francia. Il cambiamento climatico non è solo riscaldamento globale: nubifragi, uragani, escursioni termiche estreme sono solo alcune delle sue declinazioni. Il cambiamento climatico è una minaccia per tutti noi, per tutto il pianeta, nessuno escluso.

Questo è quello contro cui sta protestando il movimento Fridays For Future, nato dallo sciopero della quindicenne svedese Greta Thunberg e ripreso in tutto il mondo da presidi locali e auto organizzati. L’Italia si è unita tardi alle proteste, ma in breve tempo ha dimostrato di esserci, di essere cosciente dell’urgenza e della grandezza della manifestazione.

Il Climate Strike di Siena

Su La Valdichiana oggi vi voglio raccontare il 15 marzo 2019 di Siena e Firenze, e inizierò con un’intervista al comitato senese di Fridays For Future.

Foto di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

Quando e come è nato il comitato senese? Come vi relazionate con gli altri, nazionali e internazionali?

Il comitato senese è nato un po’ all’improvviso intorno al 12 febbraio. Una delle attuali organizzatrici, Elisa Furlan, studentessa di medicina al secondo anno, ha preso contatti con FFF Italia e Mondiale creando un primo scheletro che si uniformasse alle altre città italiane, europee e via dicendo. Il secondo step è stata la ricerca di appoggio da SDSN (Sustainable Developement Solutions Network) Youth Siena. Il referente, Massimo Gigliotti, entusiasta dell’idea è poi diventato uno dei tre organizzatori principali. La terza organizzatrice, sempre presente all’interno di SDSN, è Giulia Goffetti; sia lei che Massimo sono dottorandi di in scienze ambientali.

Perché è stato e sarà importante continuare ad aderire a questo sciopero globale?

Non solo è stato importante aderire a questo sciopero globale, ma è stato ed è tutt’ora fondamentale continuare perché, come dice il detto ”l’unione fa la forza”, così Fridays For Future è riuscito a far scendere in piazza migliaia e migliaia di ragazzi in tutto il mondo. Il motivo è semplice: c’è in gioco il destino dell’essere umano e della Terra stessa. Le decisioni prese dalla classe dirigente fino a ora ci hanno portati verso il punto di non ritorno, come ricorda anche Di Caprio nel celebre documentario di National Geographic. Ora dobbiamo fermarci e invertire la rotta. Se la classe dirigente si ostina a girarsi dall’altra parte faremo in modo che trovino noi a ricordarglielo. Ogni città sta proponendo e stimolando localmente dei cambiamenti; siamo certi che grazie a questa diffusione di informazioni alle elezioni europee saranno votati coloro che più si proporranno pronti a delle vere politiche ambientali che possano realmente portare a una presa di posizione dall’alto.

Foto di Michele Bettollini

Quali sono le cose importanti che sono state dette (e fatte) durante l’evento di Siena?

Durante l’evento principale del 15 marzo a Siena non c’è stata solo una manifestazione di studenti, docenti, bambini e cittadini, ma è stata una giornata di forte divulgazione. Infatti, tra un intermezzo di musica e un intermezzo teatrale, c’è stata una vera e propria lezione in piazza a cui hanno assistito circa 2.000 ragazzi, ascoltando docenti di spessore dell’Università di Siena ed esponenti delle diverse associazioni aderenti all’iniziativa, come WWF o ISDE (associazione medici per l’ambiente).
I giovanissimi della scuola elementare Peruzzi hanno letto ad alta voce il loro tema fatto in classe sul cambiamento climatico, come un vero e proprio proclama dell’evento, e hanno intonato il ”GiroTondo di Siena” ( giro giro tondo, salva il mondo, salva la Terra, niente più gas serra). Infine, per concludere l’evento ci sono state proposte concrete rivolte alla pubblica amministrazione, come per esempio riguardo alla limitazione della plastica monouso o all’incentivazione della raccolta differenziata.

Le critiche ai partecipanti sono state innumerevoli, sia da destra che da sinistra, dalle tesi di complotto alle accuse di essere un branco di fannulloni che vogliono saltare scuola. Pensate che l’iniziativa trascenda le barriere e le divisioni politiche? Perché?

Le critiche ci sono e ci saranno sempre per qualsiasi movimento o iniziativa, non è questo a farci paura. Il rischio di strumentalizzazione è alto così come è alto il pericolo che si faccia di tutta l’erba un fascio. Noi crediamo fortemente in questa iniziativa e siamo convinti che sia il primo vero movimento in grado di trascendere le divisioni politiche. FFF è un punto di convergenza per ogni singolo e per ogni gruppo; FFF nasce per salvare la Terra perché questa è la casa di ognuno di noi. L’adesione al movimento prescinde da tutto il resto.
Ci teniamo anche a far presente che, a Siena, gli eventi settimanali in preparazione all’evento del 15 si sono svolti tutti fuori dall’orario scolastico e che l’evento del 15 Marzo è stato una giornata di forte divulgazione promossa dagli enti universitari e sostenuta dal Magnifico Rettore dell’Università di Siena, poiché crediamo che il primo passo per il cambiamento sia l’informazione.

L’impegno del comitato non si ferma qui: so che avete già altre iniziative in programma, ce ne volete parlare?

Il 15 Marzo è stato un momento che ci ha permesso di dire: Siena c’è. Ora siamo pronti a spingere sull’amministrazione comunale e per azioni concrete in collaborazione con WWF, Legambiente, ISDE e molte altre associazioni. Questo venerdì 22 Marzo ci incontreremo per ripulire Piazza del Campo dai mozziconi di sigarette, che ricordo impiegano dai 5 ai 12 anni per essere degradati. Per il 30 marzo stiamo programmando un evento in collaborazione con WWF Siena per l’Earth Hour,  mentre domenica 31 lavoreremo in collaborazione con Legambiente per ripulire dai rifiuti il bosco di Lecceto. Siamo pieni di energie e sfrutteremo al meglio l’attenzione e la sensibilizzazione che siamo riusciti a ottenere riempiendo Piazza del Campo!
Per finire vorremo aggiungere un particolare: dopo il 15 marzo stiamo ricevendo decine di richieste di adesione al movimento da Siena e dintorni, stiamo crescendo esponenzialmente!

Foto di Michele Bettollini

Fridays For Future è una battaglia, una mossa strategica per il conseguimento di un obiettivo, che è quello di assicurare un futuro alle prossime generazioni, all’umanità e al nostro pianeta.
Sono convinta che la rassegnazione alla sconfitta sia una cosa che si acquisisce con la vecchiaia e la stanchezza; per questo so che, qualsiasi cosa dovesse succedere, qualsiasi atto di violenza dovesse essere perpetrato nei suoi confronti, questo movimento non si fermerà.

Sono le persone scese in piazza il 15 marzo i veri guerrieri (quasi un milione e mezzo secondo alcune fonti), non i politici, non i leoni da tastiera che dai divani delle loro case giudicano, criticano e liquidano il comportamento di questi studenti come ‘solo una scusa per saltare la scuola‘. Se l’umanità riuscirà a tenere fede all’Accordo di Parigi del 2015, se qualcosa di buono verrà fatto per le generazioni future, per i nostri figli e i nostri nipoti, non sarà certo merito di coloro che oggi dicono “tanto è tutto inutile” o “il cambiamento climatico non esiste“. Ci saranno sempre quelli che, spaventati dagli eventi che non sono in grado di capire, cercheranno il complotto, la strumentalizzazione, cercheranno un capro espiatorio e un colpevole. Eppure, quello che sta succedendo continuerà a succedere comunque, anche se non lo capiranno mai.

Foto di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

 


Gli studenti dei Licei Poliziani parlano di Fridays For Future su Radio Poliziana:

Ascolta “#FridaysForFuture e lo sciopero dei giovani contro il cambiamento climatico” su Spreaker.

 


Il Climate Strike di Firenze

Foto e testo di Francesco Bellacci

A Firenze Piazza Santa Croce è piena. È piena zeppa di giovani e giovanissimi, con le facce colorate come gli indiani d’America. Sulle migliaia di cartelloni che svettano sopra le teste si leggono slogan, moniti, frasi piene di paura e speranza, parole d’amore per una grande madre minacciata e ridotta in fin di vita. Il colpo d’occhio della manifestazione Climate Strike, lo sciopero mondiale per salvare il pianeta, è magnifico. L’atmosfera che si respira fantastica.

Il 15 marzo, Piazza Santa Croce era piena di ragazzi e ragazze. Sembravano un’affluente di quell’enorme fiume straripato grazie a una gocciolina con le treccine bionde, l’impermeabile giallo e il viso rotondo. Una minuscola molecola d’acqua che ha permesso di spezzare gli argini di contenimento di una struttura arcaica, inutile e dannosa. Questa lacrima (di gioia, ovviamente) si è messa a capo di un movimento di protesta colmo di attese, di rabbia, di fiducia, di rivalsa, che coinvolge giovani studenti di tutto il mondo. Si chiama Greta Thunberg, ha sedici anni e vive a Stoccolma. Negli ultimi mesi abbiamo imparato a conoscerla dalla TV e dai giornali per il suo enorme coraggio e la sua infinita forza di volontà, che sta mettendo nella lotta contro chi ammala il pianeta.

Il primo scienziato a studiare l’incidenza del CO2 sul clima fu lo svedese Svante August Arrhenius all’inizio del XX secolo e Premio Nobel per la chimica. Alcune ricerche pubblicate sui giornali europei indicherebbero che proprio il pioniere della teoria dell’effetto serra sarebbe l’antenato della piccola Greta. Una coincidenza strabiliante. La stessa ragazza ha raccontato il suo precoce interesse verso le problematiche ambientali, nato all’età di 8 anni. Dall’agosto del 2018 Greta ha iniziato uno sciopero che si ripete ogni venerdì: invece di andare a scuola, si reca davanti alla porta del parlamento svedese con qualche libro nello zainetto e in spalla un cartello con su scritto “Skolstrejk för klimatet”, sciopero per il cima. Questa azione di protesta è diventata famosa col nome di Fridays for Future. Da allora è riuscita a ottenere l’attenzione dei media locali e adesso è diventata il punto di riferimento per milioni di giovanissimi attivisti in tutto il mondo. Oggi, studenti di ogni lingua, paese e cultura rispondono all’appello di Greta. Un atto dimostrativo contro l’egoismo di governi e multinazionali sordi ai moniti sulla critica situazione ambientale della Terra.

Fatico a raggiungere le scale della chiesa. Da lontano riesco a intravedere gli striscioni più grandi disposti l’uno accanto all’altro, sul gradino più alto, sotto la facciata della chiesa; alcuni ragazzi coi megafoni puntati al cielo stanno in piedi sopra le panchine, ma sono resi muti dalle migliaia di voci che si sovrappongono attorno a me. Partono slogan e cori da zone diverse; si sviluppano tutt’intorno; poi muoiono, ma subito ne nascono altri e il ciclo si ripete. Lentamente mi avvicino. Fa caldo: siamo tutti appiccicati ed è una bellissima giornata di sole, di quelle che ti ricordano che la primavera è ormai vicina. La mattina seguente i giornali parleranno di un’affluenza di oltre 10.000 persone, ma dal centro di questo mare sembrano essere dieci volte tante.

È incredibile come una piccola donna sia riuscita a smuovere il mondo intero. C’era davvero un disperato bisogno di lei, ma è anche altrettanto incredibile che si sia arrivati a questo punto. A toccare un livello critico di sfruttamento delle risorse, a sfiorare il tipping point che condurrà la Terra alla morte. Il macabro individualismo e l’egoismo cieco dei governanti e delle grandi aziende stanno rischiando di compromettere la vita e il futuro delle nuove generazioni solo per rincorrere l’arricchimento sfrenato. A volte provo a mettermi nei panni di chi avrebbe la possibilità di cambiare veramente le cose con una legge, con un accordo ecologico o con un nuovo piano aziendale improntato sulla riduzione delle emissioni. Faccio una fatica immensa a immaginarmi quanta avidità ci vuole per anteporre le logiche capitalistiche al futuro di tutti gli esseri viventi.

Oggi, però, è un giorno bellissimo e si riesce a pensare solo a un futuro migliore, sicuro, felice. Inizio a girare su me stesso. Scatto alcune foto. Mi guardo intorno sorridendo, come fanno tutti del resto, e vedo: ragazze e ragazzi cantare, ridere e stringersi in abbracci; maestre delle scuole con i loro piccoli alunni, ognuno con un cartello colorato urlante rabbia innocente. Sopra di me una ragazza con i capelli ricci e il giubbotto legato in vita avvicina la bocca al megafono e tutt’intorno voci fresche la seguono in coro. Lì nel mezzo si avverte tanta complicità, vera fratellanza. Lì nel mezzo mi sento leggero, spensierato e allo stesso tempo tremendamente consapevole di quello che sta succedendo al nostro presente. Quand’è stata l’ultima volta che milioni e milioni di studenti hanno manifestato per il loro futuro in modo così appassionato e pacifico? A stare lì nel mezzo sembra che sia davvero esplosa una bellissima rivoluzione, dopo che la miccia ha bruciato svelta, appicciata dalla piccola Greta qualche mese fa. Lì nel mezzo c’è qualcosa di antico, ma profondamente rinnovato negli interpreti e nei suoi leader.

Si leggono e si sentono ovunque attacchi al movimento, tentativi per screditarlo, accuse di incoerenza rivolte ai giovani. Sono gli sforzi di chi si aggrappa ancora a un sistema che infinite volte ha dimostrato il suo fallimento in ogni direzione. Sono gli sforzi di quella classe dirigente senza ideali, piegata al dio denaro e lontana dalla razza umana. Sono gli sforzi vergognosi del capitalismo.

Verso le 10:00 il corteo si muove. Lento. D’altronde, in un giorno così non c’è fretta di finire e rimanere soli. In un giorno così si sta bene tutti insieme. Una sosta viene fatta sotto Palazzo Vecchio e una tipina con i capelli viola si mette davanti alla testa del serpentone e fa uscire dal megafono parole di rabbia contro Nardella e il PD, accusati di complicità con chi ammala la Terra per aver dato il consenso alla costruzione del nuovo aeroporto. La marcia riparte. I canti riprendono. Gli applausi rimbalzano fra i palazzi del centro. E oggi è una giornata bellissima.

Non è vero che siamo tutti un po’ colpevoli per la situazione drammatica in cui verte il pianeta. Sono le patetiche accuse di chi cerca di ferire questa bellissima rivoluzione. I colpevoli sono coloro che non credono nel cambiamento. I veri colpevoli sono quelli che seguono ancora le logiche capitalistiche.

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Due esempi di comicità nel Marzo del Teatro Mascagni

Cosa molto complessa è individuare per la comicità e per l’attore comico una tradizione di riferimento, un’unica formula attoriale o un unico linguaggio su cui sono state modellate le forme…

Cosa molto complessa è individuare per la comicità e per l’attore comico una tradizione di riferimento, un’unica formula attoriale o un unico linguaggio su cui sono state modellate le forme recitative. Il comico, da sempre, pesca da una smisurata varietà di linguaggi teatrali, mescola il tutto sfruttando elementi diversissimi tra loro, ora mutuati da pratiche recitative “alte”, magari per parodie, ora da pratiche popolari. In mancanza di un modello unico e codificato cui riferirsi, l’attore comico è costretto da sempre a crearsi uno stile unico e originale. Ma la caratura comica di un carattere non dipende solo dalla drammaturgia ma anche dall’interpretazione: l’atto scenico in cui vengono ricreati, ricostruiti, i significati. Ecco concentrato tutto il vigore comunicativo del comico, qui egli entra in diretto contatto col pubblico, con i suoi interlocutori fondamentali che egli deve divertire, divertere, come ci insegna l’etimologia, deviare dalla strada maestra del quotidiano e del banale. Il relazionarsi con il pubblico era elemento chiave delle commedie classiche: la parabasi, in cui il capocomico (o personaggio della commedia o del coro), si avvicinava al pubblico, togliendosi la maschera, e si esibiva in quella che oggi definiremmo stand-up comedy, farcita di nomi propri di personalità rilevanti del mondo politico e civile (in greco ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν).

Oggi? Oggi il teatro comico politico si è polarizzato, la già citata stand-up comedy ha trovato un tessuto molto fertile anche in Europa (e in Italia), mentre la comicità tradizionale – in parte mutuata dalla commedia dell’arte, in parte dalle sfaccettature del teatro di varietà, o avanspettacolo – ha avuto una forte radicalizzazione televisiva, assecondando i termini del format che la ospitava e si è definita secondo canoni ulteriori. Il teatro Mascagni di Chiusi propone per i prossimi due spettacoli, due modi di fare comicità attigui ma diversi, che dimostrano perfettamente due modelli di comicità contemporanea.

Da una parte Tullio Solenghi e Massimo Lopez, giovedì 21 Marzo 2019, con lo show da loro stessi scritto e interpretato. I due sono profondamente strutturati nella tradizione dell’avanspettacolo, del teatro di varietà televisivo. Sono noti al grande pubblico per la carriera quarantennale, nella quale spicca la loro storica collaborazione (assieme ad Anna Marchesini) nel gruppo comico  Il Trio. Arrivano a Chiusi con uno spettacolo che si presta all’improvvisazione, che interferisce molto con il pubblico. Il duo ovviamente orfano della storica presenza femminile – anche ratificata da un segmento dello spettacolo in cui, senza fronzoli la si ricorda – Anna Marchesini (già celebrata sulle tavole del Teatro Mascagni lo scorso anno, con uno spettacolo diretto dal compianto Roberto Carloncelli). Come due vecchi amici che si ritrovano, Massimo Lopez e Tullio Solenghi tornano insieme sul palco dopo quindici anni! Una carrellata di sketch esilaranti, imitazioni, improvvisazioni e canzoni rigorosamente live, con l’orchestra “Jazz Company”. I due istrioni tornano sulla ribalta con emozionante e spassosa empatia.

Di tutt’altra tradizione è lo spettacolo del 29 Marzo 2019 con Alessandro Fullin, che presenta al pubblico il suo Piccole Gonne. Fullin propone un teatro narrativo, in cui gli espedienti scenici vengono dallo sketch del cabaret (Fullin stesso è stato un protagonista di Zelig), ma che si strutturano in un andamento drammaturgico da commedia brillante. Fullin con Piccole Gonne propone un “infeltrimento teatrale” di Little Women, celebre testo di Louisa M. Alcott. Il libro viene riletto in chiave ironica, giocando soprattutto con gli switch di genere, il gioco della sessualità fluida dei caratteri scenici, con personaggi en-travesti (tra l’altro rimarcando una regola aurea del teatro elisabettiano, in cui anche i personaggi femminili erano interpretati da uomini). Nello spettacolo, l’apprensiva Mrs March deve sistemare le sue quattro figlie con matrimoni all’altezza delle sue aspettative. Apparentemente Mag, Jo, Amy, Beth non hanno molto da offrire a un giovanotto americano, ma la loro madre non si darà per vinta e, coadiuvata dall’avara Zia March, riuscirà a confezionare bomboniere per ognuna delle sue protette. Lo spettacolo di e con Alessandro Fullin, nella più schietta tradizione elisabettiana, sarà interpretato da soli attori uomini. Con un’unica eccezione: sarà proprio il pubblico che dovrà scoprire chi è l’intrusa su un palco già dominato da tanta femminilità.

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Dolcezza e grinta ne ‘Il Divieto di Sbagliare’ di Eleonora Betti

Ho conosciuto Eleonora Betti in una calda giornata di fine agosto, quando ci siamo ritrovate entrambe a Firenze per la conferenza stampa di uno degli eventi musicali più importanti del…

Ho conosciuto Eleonora Betti in una calda giornata di fine agosto, quando ci siamo ritrovate entrambe a Firenze per la conferenza stampa di uno degli eventi musicali più importanti del centro Italia. Quel giorno il Collettivo Piranha presentava l’edizione 2018 del Live Rock Festival di Acquaviva; Eleonora era lì in quanto protagonista di una delle serate del festival, io per scoprire e raccontare l’evento.

Ho avuto modo di apprezzare la sua musica proprio nei giorni del Live Rock Fest e, adesso che si sta preparando all’esibizione di venerdì 15 marzo in terra chianina, finalmente sono riuscita a cogliere l’occasione per intervistarla.

Fin dalle prime battute scambiate con Eleonora, quello che mi colpisce è la sua dolcezza, il suo sguardo innamorato della musica e il suo modo di raccontarsi che sembra già essere il testo di una canzone. Oltre alla dolcezza che incanta, quello che sorprende di Eleonora è il modo in cui si fondono in lei, in maniera perfetta, vari generi musicali, che la rendono unica e libera da obblighi di appartenenza.

Eleonora Betti è una cantautrice che si divide tra la Valdichiana e Roma, dove attualmente vive; laureata in musicologia, Eleonora è cresciuta tra le note della musica classica, l’amore per le grandi voci del jazz, del musical e il fado portoghese.

“La musica classica è parte di tanti ricordi della mia infanzia e adolescenza, mi piace scoprirne la freschezza, le forme. Del jazz direi che mi affascina più di tutto il senso di libertà espressiva, l’idea che la musica sia qualcosa sempre di personale e non possa essere mai uguale a sé stessa. Del musical amo l’unione tra le varie arti, la dimensione del teatro, la narrazione; del fado la sua forza, spesso drammatica, la capacità di raccontare un luogo e le sue storie. In ognuno di questi generi trovo un’intensità sconvolgente”

Tutti questi generi trovano una sintesi perfetta nel suo disco d’esordio, ‘Il Divieto di Sbagliare’ che, oltre a presentare Eleonora al grande pubblico, è un invito a riflettere sull’impossibilità di camminare sul sentiero della vita senza inciampare ogni tanto. L’errore fa parte di un percorso di conoscenza ed evoluzione. Comprendere il proprio stato di imperfezione consente di elaborare le cadute, di curare le ferite, di guardare avanti con consapevolezza, di trovare nuova forza.

“Grazie a ‘Il Divieto di Sbagliare’ ho potuto far conoscere la mia musica a molte persone, ha aperto la strada a collaborazioni importanti, come quella con Ferruccio Spinetti che ha suonato il basso nel nuovo singolo ‘Libera’. Inoltre, dopo la pubblicazione del mio lavoro, ho potuto osservare come possa esserci interesse anche per un prodotto fuori dagli schemi attuali come il mio, interesse che ho riscontrato sia tra il pubblico ai concerti, che tra la critica. Di recente, è stata una felicissima sorpresa che una webzine musicale come MusicMap abbia scelto “Quaranta Volte” come canzone più bella del 2018” – mi spiega Eleonora.

I brani di Eleonora nascono dall’urgenza di trasformare in canzone un pensiero, un’emozione o una riflessione. E alla domanda se all’interno del disco ci sia un brano a cui è più legata, Eleonora mi risponde così:

“I legami sono diversi con ogni brano, e ugualmente intensi. Però, a distanza di un anno, sento di dire che per ‘Quaranta Volte’ ho un ulteriore affetto, perché è stata la canzone di lancio dell’album ed è diventata la colonna sonora di questi dodici mesi, tra promozione e concerti. Per comporre i miei brani spesso parto da un piccolo nucleo di testo e melodia che poi sviluppo, a volte rapidamente se il momento creativo è molto intenso”.

La Repubblica ha definito il pop di Eleonora un pop d’autore e da camera, un soffuso d’archi e di fiati; non un ninnolo luccicante da mettere in mostra nella vetrina del salotto buono, ma una via d’uscita da prigioni sonore, da etichette precostituite e appiccicate da chi è sempre in cerca di definizioni. Definizioni di cui Eleonora, appunto, non ha bisogno; con la sua musica cerca di far capire che prima di tutto bisogna ascoltare noi stessi in modo da trovare la giusta strada, e, in secondo luogo, gli altri, con apertura e attenzione, per poter costruire qualcosa insieme.

“Fare musica vuol dire impegnarsi per ottenere un risultato; vuol dire giocare, divertirsi, avere passione, essere aperti, incontrare, conoscere, concentrarsi, restare umili. La musica è l’umanità espressa in un suono” – insegnamento, questo, che Eleonora porta sempre con sé e che cerca di trasmettere ai suoi studenti del Liceo e ai bambini a cui impartisce lezioni di pianoforte, canto corale e laboratori di propedeutica.

Durante l’intervista, ho avuto modo di comprendere il punto di vista di Eleonora sullo stato attuale della musica e sulle varie polemiche nate dalla vittoria di Mahmood a Sanremo:

“Sebbene ogni anno ci siano polemiche attorno al vincitore, quella che si è aperta in questo caso mi è parsa assurda: fuori luogo per la parte tecnica, offensiva e preoccupante per i tratti razzisti che ha assunto da parte di alcune persone. Non credo che i pregiudizi siano nel mondo della musica, o perlomeno spero che non sia così; vedo più una strumentalizzazione politica che ha aperto la strada a commenti di ogni genere anche a livello popolare. Comunque tante persone hanno da subito preso posizione in modo opposto, e questo mi conforta”.

Alla vigilia della sua esibizione al Teatro Verdi di Monte San Savino del prossimo 15 marzo, Eleonora mi dice:

È un bellissimo momento, che mi consente, tra l’altro, di chiudere nel migliore dei modi questo primo anno trascorso dall’uscita del disco. Ho un legame molto forte sia con il Teatro Verdi che con il paese di Monte San Savino: lì ho iniziato a suonare il pianoforte e ricevuto la prima formazione artistica. Certamente sarà una bella emozione, una festa, il mio modo per dire grazie a un luogo in cui sono cresciuta e per abbracciarlo con la musica; un abbraccio che spero potrà arrivare forte anche alle persone presenti”.

E riguardo ai progetti futuri, invece, mi svela che questo momento si sta rivelando molto creativo.

“Mi sto dedicando alla scrittura di nuove canzoni, pensando già con entusiasmo a nuovi progetti da realizzare, ma il desiderio è anche quello di continuare con i concerti. La musica come momento di condivisione regala incontri ed emozioni che amo infinitamente vivere”.

Eleonora conclude con un augurio personale, ma allo stesso tempo un auspicio per l’intero panorama musicale italiano e internazionale:

Quando accendo la radio spero di poter sentire musica bella, italiana o internazionale che sia, e magari anche musica emergente, indipendente, da scoprire”.

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Fenomenologia di Federico Buffa

Giovedì 14 Marzo, al Teatro Poliziano, Federico Buffa presenta la sua avventura teatrale: “Il rigore che non c’era”. Ambientato in un luogo non collocato nel tempo e nello spazio, lo…

Giovedì 14 Marzo, al Teatro Poliziano, Federico Buffa presenta la sua avventura teatrale: “Il rigore che non c’era”. Ambientato in un luogo non collocato nel tempo e nello spazio, lo spettacolo ritrae personaggi condannati a raccontarsi. Si avvia così un itinerario narrativo accompagnato dagli interventi musicali del pianista Alessandro Nidi che sottolineano e impreziosiscono i racconti. Sullo sfondo della scena, si scorgono un palazzo e due finestre, tra le quali compare una sorta di angelo custode, interpretato da Jvonne Giò; sul palco, insieme a Federico Buffa, c’è anche un altro attore, Marco Caronna.

Nella sacralità dello sport, la cronaca diviene liturgia e i cronisti (i tele-cronisti, i narratori e i giornalisti sportivi) assurgono a sacerdoti laici dell’agonismo. In questo, il presbitero della poetica sportiva italiana è Federico Buffa. Egli è la cronaca che diventa storytelling e contestualmente lo storytelling che scivola nella cronaca: è il neorealismo della diretta a telecamere accese che passa alla differita del realismo il quale, con austerità e cognizione storica, riporta i fatti facendo a meno delle immagini, esplicitando tutti i collegamenti che dagli eventi esposti scaturiscono. Federico Buffa riempie le fasi agoniche del gioco di valori umanistici, collettivi, e trasforma il racconto in puro fraseggio epico contemporaneo. Dall’essere voce italiana storica delle telecronache di NBA insieme a Flavio Tranquillo, è passato ad essere il guru dei format narrativi in TV, alimentando il grande peso sociale che l’aspetto sportivo detiene e che in Italia è stato storicamente parodizzato, marginalizzato, instupidito. Tutta la sua esperienza giornalistica trentennale ha sedimentato, fermentato, e viene espressa massimamente in questa sua prima fatica teatrale, la quale lo sta vedendo calcare il palchi di tutta Italia.

Il rigore che non c’era è uno spettacolo modulare. Federico Buffa lo sta portando in giro da due anni e con il tempo la struttura di questo si è arricchita e si è limata, ha ora allargato il campo di indagine, ora limato e centrato alcune argomentazioni. È uno spettacolo basato sulla realtà contro-fattuale, e cioè relativa al che cosa sarebbe successo se, le cosiddette sliding-doors (come insegna uno strepitoso film di Peter Howitt con Gwyneth Paltrow).  Il titolo dello spettacolo allude ad una storia raccontata dallo scrittore Osvaldo Soriano, in un libro intitolato Futbol: storie di calcio, edito in Italia da Einaudi. La vicenda vede protagoniste due squadre, l’Estrella Polar ed il Deportivo Belgrano, nel lontano 1958, nella ancor più lontana e sperduta Valle de Rio Negro, per le quali la tensione e il groppo in gola che si percepiscono prima di un rigore durarono addirittura una settimana intera.

Lo sport non è che un pretesto per parlare d’altro, un caleidoscopio argomentativo dal quale si diffranno antropologia dello sport, storia del Novecento, teoria dei giochi, storia delle arti; parafrasando Douglas Adams, la vita, l’universo e tutto quanto. Uno spettacolo che si mostra altresì nel suo configurarsi come espressione di un taccuino di viaggio, dal Perù a Barcellona, da Torino a Manchester, dall’Africa agli States. Federico Buffa allestisce un pantheon, una cattedrale sportiva di icone dall’aura quasi sacrale: Muhammad Alì, George Best, Lionel Messi, Bob Dylan, i Beatles, Neil Armstrong, il partito Sendero Luminoso, Elis Regina e Garrincha. Uno spettacolo che però fa perno – più che sui contenuti – sulle smisurate capacità narrative di Buffa, senza dubbio uno dei modelli italiani del racconto contemporaneo transmediale. Lui che ha riportato la narratologia nel vissuto sportivo su un piano analitico multilaterale, una dilatazione assoluta del discorso, che concretizza la regola aurea di Josè Mourinho da Setùbal, sintetizzata nel motto chi sa solo di calcio non sa niente di calcio.

 

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Palio dei Somari 2019: un’intervista fuori dagli schemi a Yuri Cardini

A Torrita di Siena è tempo di Palio! È infatti attesa per domenica 24 marzo la corsa a dorso di somaro che, dal 1966, ogni anno coinvolge i torritesi e…

A Torrita di Siena è tempo di Palio! È infatti attesa per domenica 24 marzo la corsa a dorso di somaro che, dal 1966, ogni anno coinvolge i torritesi e appassiona i primi turisti presenti in Valdichiana in primavera. A curare l’organizzazione dell’evento, che comprende otto giorni di appuntamenti, è l’Associazione Sagra San Giuseppe, di cui abbiamo incontrato il presidente Yuri Cardini, per un’intervista un po’ particolare.

Presidente, tra pochi giorni inizierà la 63ª edizione del Palio dei Somari. Per quale motivo raccomanderebbe di non venire a Torrita nei giorni del Palio?

«Personalmente, sconsiglio di partecipare agli eventi in programma per questa 63ª edizione a quanti non vogliono essere accolti dal clima contagioso di festa che a Torrita già da qualche settimana si respira. Vorrei distogliere da questa intenzione anche chi non apprezza la buona cucina, perché, nelle contrade, è già tutto pronto per preparare i piatti che saranno serviti per le Taverne. Con un menù che va dall’antipasto alle celebri frittelle di San Giuseppe, esorto a non avvicinarsi al centro storico chi deve seguire una dieta leggera. Come del resto chi preferisce passare queste ultime sere di inverno in casa, davanti al camino, in quanto il centro storico di Torrita, se le condizioni atmosferiche saranno condiscendenti, tra concerti di musica medievale ed esibizioni di sbandieratori e tamburini, nei prossimi giorni non sarà di certo un luogo di quiete».

Presidente, c’è qualcosa di tutta la manifestazione che proprio non la convince e che vorrebbe cambiare?

«Senza dubbio il corteo storico, composto da figuranti dal portamento tutt’altro che sciatto, come sarebbe forse più facile. Gli abiti indossati si rifanno perfettamente all’epoca storica di riferimento, l’anno 1425, e per questo i figuranti non possono indossare vari accessori, tra cui per esempio piercing, orecchini, occhiali e orologi. Negli ultimi anni, inoltre, con l’introduzione del premio Sfoggiato, il riconoscimento assegnato alla Contrada che si contraddistingue per il miglior corteo, la cura per il dettaglio ha raggiunto un livello a tratti maniacale».

Essere a capo di un’Associazione come questa, composta interamente dai volontari a cui spetta l’organizzazione del Palio dei Somari, non è cosa da poco. Quali sono le problematiche che un presidente deve trovarsi ad affrontare più spesso?

«L’Associazione è una realtà complessa, che presenta continuamente criticità: condividere il tempo con i presidenti delle Contrade, che sono prima di tutto degli amici, far conoscere il nome della manifestazione nelle realtà provinciali e regionali, incontrare personalità autorevoli, avere l’onere di continuare, e possibilmente migliorare, una tradizione, quale è appunto diventata quella del Palio, per tutta la comunità».

Qual è stato finora il momento più difficile che le è capitato durante la presidenza?

«Il momento più difficile è stato al termine del primo mandato da presidente, quando mi è stato proposto di rimanere in carica per i successivi tre anni. Sebbene avessi già avuto consigli da amici e contradaioli, non potevo comunque prendere questa decisione senza consultare la mia famiglia, visto che negli anni precedenti, per tre mesi consecutivi, ero stato impegnato tutte le sere tra riunioni e assemblee. Una sera dunque ho affrontato il discorso con mia moglie e mio figlio, ed è stato quando loro mi hanno incoraggiato a rendermi disponibile per l’incarico, che allora ho capito di non avere proprio alcuna scusa per tirarmi indietro».

In conclusione, qual è secondo lei l’aspetto più criticabile di tutta la Festa?

«Quando c’è il sole e le temperature sono miti, quando insomma si inizia ad avvertire quell’accenno di bella stagione, che per le tante persone non si riesce a camminare, dentro alle mura, nel fine settimana delle Taverne e nella mattina del Palio per il corteo storico, oppure al Gioco del Pallone, per assistere alla Corsa. Questo d’altronde è il risultato del tanto attaccamento dei torritesi per questa festa e la curiosità di chi viene da fuori, ma non è detto che un po’ di spazio non lo si riesca comunque a trovare!»

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Il cuore oltre il traguardo: intervista a Chiara Bazzoni

La notizia è di pochi giorni fa: la staffetta “in rosa” dell’atletica italiana, 17 anni dopo l’ultima volta, è tornata sul podio di una competizione europea indoor. Agli Europei di…

La notizia è di pochi giorni fa: la staffetta “in rosa” dell’atletica italiana, 17 anni dopo l’ultima volta, è tornata sul podio di una competizione europea indoor. Agli Europei di Glasgow, la 4x400m tricolore ha conquistato la medaglia di bronzo, dietro a Gran Bretagna e Polonia.

Tra le quattro staffettiste, a inorgoglire la Toscana ma soprattutto la Valdichiana, c’è Chiara Bazzoni, che alla soglia dei 35 anni continua ancora a stupire e a portare a casa grandissimi risultati: se si conta anche il bronzo degli Europei di Barcellona 2010, infatti, fanno due medaglie in meno di un mese.

Lo capisco, detto così non è chiarissimo come concetto.

Ma nove anni fa c’era ancora Chiara a rappresentare l’Italia in terra spagnola, nella 4x400m vinta dalla Russia in cui le italiane arrivarono in quarta posizione. La tardiva squalifica della Russia, però, giunta ad inizio 2019, ha permesso l’assegnazione del terzo posto proprio alle azzurre, che nove anni dopo hanno potuto mettere al collo la medaglia che si meritavano.

Chiara Bazzoni rappresenta una delle eccellenze dell’atletica in Italia, ma i risultati raggiunti finora dalla bettollina (e ci tiene a sottolinearlo) sono il frutto di una storia sportiva iniziata circa venticinque anni fa. Un tempo lontano, in un luogo a noi vicinissimo, Torrita di Siena. Così, abbiamo deciso di intervistarla, tra passato, presente e futuro; tra risultati ottenuti, infortuni e voglia di continuare a vincere.

Allora, come direbbe lo starter prima dello sparo: on your marks. Ai vostri posti. Get set. Mettetevi comodi.

Partenza dai blocchi – Gli inizi

In Italia, l’atletica è uno sport con una risonanza mediatica estremamente bassa. I picchi di interesse si registrano durante le Olimpiadi, come è ovvio che sia, ma prima e dopo di esse è come se ci si dimenticasse che esiste ancora chi corre, chi salta in alto, chi lancia pesi. Appassionarsi ad una disciplina così “di nicchia”, quindi, non è cosa da poco, soprattutto in una realtà come la Valdichiana, in cui non esistono strutture all’avanguardia per allenarsi con continuità. Chiara, in effetti, aveva iniziato col nuoto, come un po’ tutti quando siamo piccoli, col mito portato avanti dalle mamme dello “sport completo”.

In famiglia, però, Chiara aveva già sentito parlare di atletica, da suo cugino Nicola, ostacolista. Bastarono un paio di volte, a bordo campo a vederlo allenarsi, per capire che quello sarebbe stato il suo sport, senza sapere che pian piano si sarebbe trasformato in vita.

“Ho iniziato a praticare questo sport a 10 anni, poiché lo praticava mio cugino Nicola Bernardini, cinque anni più grande di me. A spronarmi fu anche mio zio, che mi diceva sempre che essendo una spilungona, oltre che molto magra e con le gambe lunghe, avrei potuto arrivare lontano! Così, di settimana in settimana, ho iniziato ad andare al campo di Torrita di Siena, che in zona, fino a poco tempo fa, era la pista più vicino a casa, essendo io di Bettolle. La passione è nata giorno dopo giorno, fino a diventare quello che è ora: vita. Sono passati venticinque anni, quasi il triplo di quelli senza aver fatto atletica, ma sembra ieri. Faccio fatica a pensare a come è cambiato tutto, in questo tempo: come da andare in pista una volta alla settimana o, a volte, anche una al mese, sia passata ad andarcene due al giorno”.

Merito del tartan di Torrita di Siena – “devo tutto a questa struttura” -, che ha permesso a Chiara di allenarsi sempre più costantemente, a due passi da casa. A quel tempo, infatti, l’atletica stava diventando qualcosa di più di un semplice passatempo, in concomitanza però con l’età dell’adolescenza, che mette di fronte ad ognuno di noi gli anni più delicati della scuola e il giovanile istinto di divertirsi insieme ai propri amici. Chiara, infatti, ammette che quello è stato il periodo più difficile della sua carriera.

“Tra i 14 e i 18 anni ho dovuto impegnarmi tantissimo per conciliare gli impegni sportivi con quelli scolastici, ma anche con le amicizie. Mi piaceva andare bene a scuola, per questo ci sono stati giorni in cui non uscivo o mi svegliavo prestissimo la mattina. Inoltre, in una realtà piccola come la mia, non ho trovato altre ragazze, coetanee, con le mie stesse necessità e i miei bisogni: solo io facevo questa vita, e non è stato semplice essere da sola. Dico questo perché, magari, nelle città ci sono più giovani e più femmine che praticano atletica, ed è più facile creare amicizie con gli stessi interessi. Poi ai tempi non c’erano agevolazioni per i giovani atleti, infatti i miei non erano contenti di farmi uscire un’ora prima da scuola per una gara”.

Primo rettilineo – L’atletica a tempo pieno

In una gara dei 400m, dopo essere partiti praticamente già in curva, ci si tuffa nel primo rettilineo, in cui vengono fuori i valori che vanno oltre la corsia di partenza.

Il vero rettilineo della vita da atleta di Chiara è iniziato nel 2006, con il reclutamento da parte dell’Esercito. Rettilineo inteso però non come percorso facile, ma come stile di vita: da quell’anno, Chiara ha potuto dedicare anima e corpo interamente all’atletica. “Faccio parte del Gruppo sportivo dell’Esercito da ben 13 anni, ed è proprio grazie al loro supporto se io posso essere ancora qui oggi a fare quello che più mi piace e meno mi pesa”.

È nel 2008 che Chiara ha esordito con la Nazionale, alla Coppa Europa di Annecy, e solo due anni più tardi è arrivato forse il risultato più bello della sua storia, e torniamo un’altra volta a Barcellona.

“Sono diventata per la prima volta primatista italiana della 4x400m nel 2010 agli europei di Barcellona, sfiorando il podio, e da lì è iniziata la mia carriera importante. La medaglia è arrivata con nove anni di ritardo, ed è ancora vivo il ricordo di quel primato”.

Da quel momento, Chiara ha iniziato a infoltire il suo palmarès con grandissime prestazioni, andando anche ad infrangere il record nazionale indoor della 4x400m per ben due volte, prima a Sopot in Polonia e poi, nel 2018, a Birmingham (3’31”55). In tutto questo tempo, la forza di Chiara è stata la determinazione e la voglia di non mollare mai, nemmeno di fronte a difficoltà apparentemente insuperabili.

“Non ho mai pensato di mollare, anche se l’infortunio al menisco dello scorso maggio mi ha messo a dura prova. Doveva essere un recupero lampo, ma ci sono state complicazioni e tra tutto ho ricominciato a correre dopo quattro mesi. Però mi sono guardata da fuori, ero consapevole che davanti a me erano rimasti pochi anni di atletica, e così mi sono fatta forza. La carriera di un atleta è legata molto all’età, non potevo arrendermi”. E infatti, Glasgow è stato il coronamento di questa scelta coraggiosa.

Chiara deve moltissimo a chi le è sempre stata vicino. Quando si parla di sacrifici nella vita di uno sportivo, ci si dimentica che spesso chi li fa non è solo l’atleta, ma anche le persone che gravitano attorno.

“Sono devota a tutte le persone che mi hanno supportato ma soprattutto sopportato in questi anni. La serenità della vita che ti circonda si ripercuote su quella sportiva, perciò è fondamentale che famiglia e amici mi siano sempre stati vicini. Tutto questo va ad influire sulla tenuta mentale di uno sportivo, che a parità di qualità tecniche fa la differenza. Siamo soggetti pensanti, non robot, non conta solo l’allenamento fisico“.

Se si pensa alle persone vicine appunto, per Chiara è impossibile non citare la figura di Angela Fè. Insolitamente rispetto alla norma, Chiara è stata allenata per più di vent’anni dalla stessa allenatrice, prova di grande stima reciproca e di sconfinata competenza.

“Oltre a essere un’ottima allenatrice, che ha avuto la capacità di non sfruttarmi in età giovanile e permettermi così di avere una lunga carriera, è stata per me come una seconda mamma, un’educatrice. Se non ero a casa, ero in pista con lei. Ogni anno ha cercato di dare un input diverso agli allenamenti affinché sia mente che fisico non si abituassero mai agli stessi metodi. Nel 2013 ha instaurato una collaborazione con il tecnico romano Vincenzo De Luca per apportare nuovi stimoli all’allenamento di un’atleta matura. Da tre stagioni a questa parte mi allena Alessandro Bracciali, altro suo atleta, e quindi prima mio compagno di allenamento e adesso allenatore”.

La curva – Londra 2012

Oltre la retorica del caso, l’Olimpiade è per un atleta il punto più alto a cui aspirare. La svolta della vita sportiva di Chiara, da grande atleta a campionessa, è arrivata proprio nel 2012, con la partecipazione ai Giochi olimpici di Londra“le Olimpiadi sono il sogno di ogni atleta e posso dire che è davvero così”. Ciò che è rimasto più impresso a Chiara di quell’esperienza è l’atmosfera surreale della cerimonia e l’aria di festa di tutta la capitale inglese.

“Quello che mi è rimasto delle Olimpiadi è più il contesto che altro. Il villaggio olimpico, la fiaccola, le cerimonie di apertura e chiusura: chi ha la fortuna di viverle in prima persona, capisce cosa c’è dietro a tutto il movimento olimpico. In quei giorni sembrava di vivere in una favola, più per tutto ciò che per la gara in sé, che se ci pensi non è così diversa da un Europeo o da un Mondiale”. In quell’occasione, la 4x400m si fermò in semifinale, ma Chiara ha un ricordo particolare del suo turno. “Ero prima frazionista ed ebbi la fortuna di partire in nona corsia, quella più esterna e quindi più vicina al pubblico. In Inghilterra non ci sono barriere, quindi ricordo benissimo quella sensazione di essere quasi “spinta” da quel focoso pubblico, che tifava tutti indistintamente. Sembrava di avere sempre il vento a favore, cosa impossibile in una gara come la mia. Merito di quella Londra: chi l’ha vista in quel periodo, festosa, frenetica e colorata, può capire cosa si respirava”.

Ma, come si dice di solito, è vero che l’importante non è vincere, ma partecipare?

“Il famoso motto di De Coubertin è la classica frase palliativa con la quale si è soliti consolare un atleta quando le cose non vanno. Ognuno di noi si schiera dietro i blocchi per vincere, a nessuno piace perdere, soprattutto se dietro a quella gara c’è stato tanto lavoro, fatica e tutto quello che lo sport professionistico richiede. Ma vincere in atletica non è sempre solo e soltanto tagliare per primi il traguardo. Io ritengo che i primi avversari siamo noi stessi, quindi a volte vincere significa anche migliorare il proprio tempo, o realizzare il minimo di partecipazione per un Mondiale o un Europeo. Allora, in quel caso, se proprio vogliamo, possiamo anche dire che l’importante era partecipare…”.

La spinta propulsiva di Londra ha portato Chiara alla doppietta ai Giochi del Mediterraneo di Mersin 2013, con il doppio oro nei 400m piani e nella staffetta. Negli anni, Chiara si è tolta tantissime soddisfazioni, nonostante si definisca una “perfezionista” – “ho il pregio, o forse difetto, di non essere mai contenta e andare sempre a cercare il pelo nell’uovo anche in quelle occasioni dove invece dovrei solo godermi il momento e festeggiare”.

Si riferisce specificatamente al 2016, e al bronzo conquistato agli Europei di Amsterdam.

“Forse l’unica cosa che non rifarei è andare a dormire il giorno della vittoria del bronzo europeo ad Amsterdam. Sarebbe durato di più, compresa la mia felicità. L’unico motivo per il quale tornerei indietro è per rivivere davvero tutto, per poter assaporare di più certe emozioni, sensazioni che poi non tornano più. Perché ho fatto sbagli, scelte da mangiarsi le mani, ma adesso mi rendo conto che senza quelle non sarei l’atleta che sono. Magari, in quel momento, una scelta diversa mi avrebbe ripagato diversamente, ma certamente senza gli errori che ho fatto non sarei qui oggi a provarci di nuovo…”.

Questo volersi sempre migliorare, questa ricerca delle minime imperfezioni, ha permesso a Chiara di affrontare le gare quasi sempre con la giusta mentalità. In una corsa, ciò che lo spettatore vede è solo l’ultima parte di un percorso tortuoso da affrontare meticolosamente. A partire dal riscaldamento.

“La gara è un insieme di innumerevoli fattori, difficili da elencare. C’è il riscaldamento, in cui devi prepararti fisicamente allo sforzo, senza però gettare al vento tutte le energie nervose che hai accumulato nei giorni precedenti alla gara. C’è il momento in cui ci si avvicina ai blocchi, forse il più intenso a livello emotivo. Ci sono gare in cui ho sbagliato una cosa, in altre non sono riuscita a trovare la concentrazione; come ho detto prima, nell’atletica, il nostro primo avversario siamo noi stessi”.

Finale – Futuro

A 35 anni, inevitabilmente, un atleta è nella fase finale della sua carriera. Uscito dalla curva, vede il traguardo, e affonda gli ultimi passi sul tartan. Sono forse i passi più intensi, prima che la corsa si spenga in quello scoordinato agitare di braccia dopo l’arrivo, quando i muscoli improvvisamente si rilassano. Chiara sa di essere a questo punto della sua vita sportiva, ed è per questo che non vuole lasciare nulla di intentato.

“Nonostante gli anni c’è ancora qualche obiettivo da provare a raggiungere, con la differenza che quando ero più giovane mi ponevo obiettivi a lungo termine, mentre oggi mi pongo obiettivi più vicini e viaggio giorno dopo giorno, passo dopo passo”.

Quali obiettivi, Chiara non lo dice. “Noi atleti siamo un po’ scaramantici, sai!”.

Uno, possiamo scommetterci, era sicuramente quello del podio di Glasgow, realizzato pochi giorni dopo averci risposto a tutte queste domande. Siamo stati provvidenziali, anche se di certo i suoi successi non li deve a noi. Li deve a sé stessa. Li deve a quello sport che, col passare degli anni, è diventato vita.

“All’atletica devo molto, se non quasi tutto di quello che è il mio carattere oggi. Non so se nel bene o nel male, non sta a me giudicare, ma ha tirato fuori delle caratteristiche che probabilmente non sarebbero mai uscite fuori. Mi ha forgiato, dato certezze e messo spesso di fronte a scelte importanti a qualsiasi età. Ha placato la mi ansia, mi ha dato la capacità di conoscermi meglio, mi ha spesso fatto fare introspezione. Mi ha cambiato la vita”.

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Scusate se parlo d’Amore: Intervista a Manola Nifosì

Manola Nifosì è protagonista diScusate se Parlo d’Amore, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 Marzo alle 21:15. Un monologo in cui si raccontano piccoli grandi amori,…

Manola Nifosì è protagonista diScusate se Parlo d’Amore, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 Marzo alle 21:15. Un monologo in cui si raccontano piccoli grandi amori, con ironia e tenerezza, sarcasmo, nostalgia e stupore; in cui ancora ci si domanda: “Ma di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”

Esiste una fortunata tradizione filologica, capeggiata dal Professor Giorgio Padoan, che suppone l’esistenza di una prima stesura del Decameron di Boccaccio, nella quale sono presenti solo sette giornate, con una lieta brigata composta solo dalle sette donne. Questo sarebbe confermato dal percorso ideale che, muovendo dall’Elegia di Madonna Fiammetta, avrebbe traghettato il Boccaccio ad intendere il racconto e la pratica del narrare, cose propriamente femminili. Dello stesso avviso sembra essere Manola Nifosì, che nella serata dell’8 Marzo 2018 sarà sul palco del Teatro degli Arrischianti di Sarteano, con il suo spettacolo Scusate se Parlo d’Amore, del quale cura anche la regia insieme a Sergio Aguirre. L’abbiamo intervistata pochi giorni prima dell’allestimento.

LaV: Lo spettacolo si intitola Scusate se Parlo d’Amore: perché scusarsi, quando si parla d’amore?

Manola Nifosì: Bella domanda. Perché l’amore è diventato un tema accessorio. Una tematica frivola, che va tenuta sul fondo. È ironico e provocatorio quello “scusate” che immetto nel titolo, perché io considero invece l’amore come l’energia più potente che esiste sulla terra, quella che muove la vita tra gli uomini. L’unica energia che in qualche maniera riesce pure a negare la morte. Io ne parlo in modo foscoliano: l’amore ci fa sopravvivere, si sopravvive grazie alle persone che continuano ad amarci. Parlo dell’energia più grande.

LaV: Lo spettacolo viene rappresentato l’otto marzo: qual è il valore che acquisisce, in occasione della festa della donna?

MN: Intanto la protagonista dello spettacolo è una donna. È una donna che parla dei diversi modi di amare, attraverso i racconti di storie riguardanti altre donne. Sono racconti molto diversi: si rifanno al mito greco, oltre che a storie più recenti, molte storie vere, storie di donne del secolo scorso, che hanno combattuto per amore e che continuano a cercarlo. L’otto marzo è una data nella quale lo spettacolo trova un significato più forte. In queste storie ci sono anche storie di violenza. Storie di donne che vedono l’amore come subalternità: donne che hanno vissuto la vita di coppia come l’essere di proprietà di qualcuno. Ecco, racconto queste vicende nel giorno dell’otto marzo perché purtroppo molti strascichi di questa società patriarcale ancora permangono oggi: ce lo dice la cronaca, così come ce lo dicono alcune sentenze giuridiche…

LaV: C’è forse qualcosa di profondamente femminile nella pratica di raccontare storie?

MN: Dunque questo è un monologo che porto dietro da molto. E cresce con me. Dalla prima versione è cambiato moltissimo. Tra le varie cose che più mi stanno a cuore, c’è un passaggio in cui il personaggio in scena racconta di un gruppo di amici che si interrogano su cosa significhi l’amore. Prendo tra l’altro in prestito il titolo di un’opera di Raymond Carver, Di Cosa Parliamo Quando Parliamo d’Amore. Ecco, in questa ricerca di significati da parte del gruppo di amici, gli uomini si mettono a indagare sulle definizioni, mentre le donne cominciano a raccontare storie. Non hanno bisogno di definizioni, ma di esempi narrativi. È quindi proprio della natura femminile, questo bisogno del raccontare. Il raccontare il tramandare storie della famiglia. cosa che io ho molto chiara, perché sono state le mie nonne a fornirmi questa attitudine al racconto. Continuare a raccontare è anche il modo che abbiamo per tenerci vicine le persone che amiamo.

LaV: Venti giorni fa è andato in scena a Chiusi, C’era una volta il Flauto Magico, nella rassegna dedicata al teatro per famiglie: come gestisci questa pluralità di linguaggi, questo allargamento del campo di indagine dello spazio drammaturgico, che passa dal teatro per i più piccoli al teatro – che per banalità chiamiamo – per adulti?

MN: Io mi definisco una teatrante, nel senso più generico del termine. Il teatro mi piace in tutte le sue forme: dalla scrittura alla regia, fino ai costumi. Nasco come attrice e quindi come attrice ho sperimentato il teatro sia per ragazzi che per adulti. Maturando come insegnante di teatro, ho capito che il teatro è sempre teatro. Ha delle regole che vanno rispettate. Quando mi rivolgo a dei bambini ho un tipo di registro, quando sono con gli adulti ne ho un altro. Non faccio distinzione, gli attori devono avere una preparazione tale da performare nel migliore dei modi. Attenzione ché fare teatro per ragazzi è molto difficile: i bambini e i ragazzi fanno sentire il disagio di uno spettacolo in sala. Aggiungo che nel caso di C’era una volta il flauto magico – in cui oltre a curare la drammaturgia e la regia, interpreto la Regina della Notte – ho lavorato con una riscrittura facendo molta attenzione anche alle questioni di genere. La figura femminile, nell’opera di Mozart, è bistrattata. Rispetto alla storia originale però nella mia riscrittura ho fatto sì che tutto si incentrasse sul percorso di formazione dei protagonisti: la presa di responsabilità, il fare delle scelte giuste, da parte dei maschi e delle femmine. Perché la rivoluzione culturale che va portata avanti non può essere fatta solo dalle donne, ma da tutti.

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“Dis-Order”, il teatro di LaBute a Montefollonico: intervista a Benedicta Boccoli

Sabato 9 Marzo 2019, al Teatro di Montefollonico, va in scena Dis-Order, con Benedicta Boccoli e Claudio Botosso, per la regia di Marcello Cotugno. Il testo è di Neil LaBute,…

Sabato 9 Marzo 2019, al Teatro di Montefollonico, va in scena Dis-Order, con Benedicta Boccoli e Claudio Botosso, per la regia di Marcello Cotugno. Il testo è di Neil LaBute, regista, sceneggiatore e drammaturgo americano, e affronta i lati più intimi e più oscuri di una coppia, un confronto teso e vibrante tra un uomo e una donna che dovranno trovare la forza di amarsi o arrendersi agli eventi.

Il testo di Neil LaBute è diviso in due atti unici in cui i protagonisti sono un uomo e una donna, giunti in entrambi casi a momenti critici della loro relazione. Il tratto d’unione dei due fraseggi narrativi è la presenza – decisiva – di un oggetto-feticcio: il telefono mobile. L’autore non lo fa apparire come mero accessorio quotidiano, ma come elemento drammaturgico decisivo ai fini del destino dei personaggi.

Nel primo atto, intitolato Land of Death, lei è incinta e vuole tenere il bambino, lui no. È mattina. Lui va a colazione dal suo capo per festeggiare la conclusione di un grosso affare, lei in clinica per abortire. Appena terminato l’intervento la donna riceve un messaggio sul suo cellulare. È suo marito: ha cambiato idea. Lavora al World Trade Center ed è l’11 settembre 2001. Nel secondo atto, Helter Skelter, marito e moglie si incontrano in un elegante ristorante, per una pausa dallo shopping natalizio. È una coppia che sembra avere tutto ciò che può confortante: denaro da spendere e due figli. La donna chiede al marito di poter usare il cellulare per chiamare i bambini, dato che il suo è scarico. L’uomo mette in scena una lunga e buffa situazione per sottrarsi alla richiesta della moglie di usare il suo cellulare: sa che sul display del cellulare apparirà il nome della donna di cui è l’amante.

Abbiamo intervistato Benedicta Boccoli qualche giorno prima dello spettacolo.

LaV: Dis-Order è uno spettacolo che affonda nell’intimo della coppia. Si possono affrontare temi collettivi anche spiando l’intimità e il privato delle persone?

Benedicta Boccoli: Certo. È la forza di questo testo. Lo spettacolo coinvolge molto il pubblico. È molto cinematografico. L’inquadratura è molto semplice. Non abbiamo scenografie ma solo un tavolo e due sedie, oltre alle luci e alle musiche. Tutto è dato dall’emotività. Gioca sull’uso del telefono cellulare che è oggi comune a tutti. Un po’ come Perfetti Sconosciuti ma ricordiamo che questo testo è stato scritto molto prima del film di Genovese. Io ho lavorato molto nel comico e nel brillante, ma mi sono innamorata di questo testo che, pur non essendo una commedia, porta in sé un alto tasso di verità. Questo coinvolge moltissimo il pubblico. Io ho iniziato a confrontarmici facendo delle letture pubbliche, durante l’estate. Letture in piazza… puoi immaginare cosa significhi fare una lettura in una piazza italiana d’estate, con i passeggini, i bambini che corrono e tutte le distrazioni del caso. Ecco, mi sono accorta come durante la lettura di questo testo si generava il silenzio, saliva l’attenzione. Veniva a crearsi un grande ascolto collettivo. Questa cosa mi ha convinto ad approfondire Dis-Order. Ho pensato “ma allora non piace solo a me!”. Abbiamo deciso di farne uno spettacolo. Uno spettacolo scenograficamente spoglio, essenziale,  ma pieno di forza, di emozioni. A mio parere è uno spettacolo empatico. Ha molta sostanza.

 

LaV: Alcuni critici hanno parlato di Dis-Order come di un testo femminista. Sei d’accordo?

BB: La figura dell’uomo esce massacrata da questo testo. Nello spettacolo il maschio è un codardo, uno che non sa prendersi le sue responsabilità, un traditore. Il maschio, tra l’altro, occupa la parte comica del testo, per la sua goffaggine, mentre la donna mantiene più lo spazio del dramma. Quindi sì, sono d’accordo…

LaV: Lavorare in due sul palco, interpretando una coppia di lunga data, significa entrare in profonda sintonia con il partner di scena: come è stato il lavoro con Claudio Botosso?

BB: Io Claudio lo conosco da tempo. Anni fa abbiamo girato un film insieme (Dolce di Latte, di Gianni Leacche, ndr) e siamo amici. Cercavamo un testo da fare, che andasse bene a entrambi. È intervenuta poi la regia di Marcello Cotugno, che è anche in contatto personalmente con Neil LaBute e lo conosce molto bene. Con Claudio, abbiamo poi cominciato ad approcciarci a questo testo in maniera molto genuina: ci siamo ritrovati in casa, nei bar a prendere un tè. In situazioni molto amichevoli con il copione sotto mano, a leggerlo e studiarlo. È stato un lavoro molto puro. Penso che traspaia questa cosa, agli spettatori. Non ci sono sovrastrutture. Si vedono due attori che amano una cosa e adorano recitarla insieme.

LaV: Cosa deve aspettarsi il pubblico di Montefollonico?

BB: Sebbene in questo spettacolo non si rida, questo è uno spettacolo che intrattiene bene. Uso il verbo intrattenere nel suo significato più nobile: è un testo che non rallenta mai, che coinvolge. Come ho già detto è un testo molto empatico, che cerca l’emotività degli spettatori. Il pubblico sarà sicuramente coinvolto dalle vicende e fino all’ultimo momento vorrà sapere come va a finire.

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45 Giri – Quinta traccia

Ultima traccia del videoblog dedicato a “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio Teatro Danza dei Concordi, un progetto che già da molti anni coinvolge bambini e ragazzi in percorsi…

Ultima traccia del videoblog dedicato a “45 Giri”, il nuovo spettacolo teatrale del laboratorio Teatro Danza dei Concordi, un progetto che già da molti anni coinvolge bambini e ragazzi in percorsi di danza e recitazione nella frazione di Acquaviva. La giovane compagnia ha messo in scena spettacoli interamente ideati, diretti e organizzati dagli stessi componenti, culminati lo scorso anno con la rappresentazione di Nessuno ad Acquaviva e a Montepulciano.

A marzo 2019 si concluderà la nuova stagione del laboratorio, con una nuova opera originale chiamata “45 Giri”; dopo aver conosciuto l’origine del nome dello spettacolo, le peculiarità della protagonista Matilda e gli attori che saliranno sul palco, è arrivato il momento di approfondire gli ultimi aspetti legati alla fase creativa, in compagnia della regista Marta Parri e dell’aiuto regista Margherita Massai. Mentre la compagnia si appresta a definire gli ultimi dettagli delle coreografie e delle scenografie, non vi resta che prenotare il vostro posto: l’appuntamento è fissato per  sabato 16 marzo al Teatro dei Concordi di Acquaviva e sabato 23 marzo al Teatro degli Arrischianti di Sarteano!

Ecco la quinta e ultima traccia di 45 Giri, buon ascolto!

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Birra e piatti tipici della Valdichiana: un matrimonio inaspettato e sorprendente

Quello dei birrifici artigianali è un universo che in Italia è in costante espansione, sempre più ricco di eccellenze che hanno fatto diventare la birra un vero e proprio fiore…

Quello dei birrifici artigianali è un universo che in Italia è in costante espansione, sempre più ricco di eccellenze che hanno fatto diventare la birra un vero e proprio fiore all’occhiello per molti territori.

Tra questi non potevano mancare la Valdichiana e i territori limitrofi. La loro presenza al Beer Attraction 2019 si è fatta sentire grazie alle ottime birre e alle pietanze tipiche della tradizione chianina, dimostrando che uno sposalizio tra le due è possibile e anche assai piacevole.

Beer Attraction è la fiera che, giunta alla sua quinta edizione, è diventata il punto di riferimento del settore birraio d’Italia. È qui che si è tenuta l’edizione 2019 del concorso Birra dell’Anno promosso da Unionbirrai, l’associazione di categoria la cui missione è quella di tutelare i piccoli produttori indipendenti di birra artigianale.

La competizione, che ha visto vincitori i marchigiani del birrificio Mukkeller, ha premiato con un terzo posto nella categoria delle Speciality Ipa il Birrificio La Stecciaia di Rapolano Terme e la sua Rye Ipa.

La Stecciaia è un birrificio agricolo che ha fatto della certificazione biologica la propria filosofia aziendale:

“Le nostre birre nascono dalla selezione di cereali di altissima qualità, grani antichi, coltivati dalla nostra azienda secondo il metodo biologico. Mediamente, il consumo annuo di cereali per le nostre birre è di circa 11.000 chili. – ci ha raccontato Claudio D’Agnolo, birraio della Stecciaia – Siamo un’azienda in continuo sviluppo: in collaborazione con l’Università di Firenze abbiamo in programma di piantare un luppoleto nella nostra azienda con luppoli autoctoni italiani, sempre rispettando i regolamenti biologici.”

Claudio ha scelto di festeggiare il podio raggiunto con la Rye Ipa abbinandola con una gustosa bistecca di Chianina, poiché l’amaro presente nella birra pulisce le papille gustative e riporta il palato neutro.

Le Italian Grape Ale sono l’unica tipologia di birra per cui la nostra nazione è presa come punto di riferimento a livello internazionale. Ne abbiamo parlato con Marco Lenzi, uno dei proprietari del Birrificio Chianti Brew Fighters a Radda in Chianti:

“Il sangiovese non è un vino facile per brassare un’Italian Grape Ale perché ha una struttura tanninica importante e un’elevata acidità, ma essendo il vitigno più diffuso del nostro territorio abbiamo in programma di usarlo per produrre, nei prossimi mesi, un’Italian Grape Ale equilibrata, in collaborazione con un’azienda vinicola vicina al nostro birrificio.

Per le nostre birre siamo sempre alla ricerca dell’equilibrio e della secchezza, per rendere la bevuta facile. Un esempio è la nostra ultima birra prodotta, l’Ottava, ispirata alle birre di Colonia, cioè birre ad alta fermentazione, chiare e leggermente luppolate. La vedrei bene abbinata a un piatto tipico della Valdichiana, ovvero i pici all’aglione”.

I birrifici non si limitano, però, alla produzione di birra. Alcuni producono anche dell’ottimo sidro e tra questi c’è Birra Perugia, una delle realtà più importanti in Italia.

“Il nostro sidro ha le radici in Valdichiana – ci spiega uno dei proprietari – Infatti, prendiamo direttamente le mele biologiche dall’Azienda Fontecornino a Montepulciano il giorno dopo la pigiatura e le portiamo in birrificio; da qui produciamo un’ottimo sidro dry facile da bere e rinfrescante”.

Non c’è dubbio che, data l’esponenziale crescita dei birrifici indipendenti e artigianali in tutta Italia, per le aziende agricole della Valdichiana si faccia sempre più concreta l’opportunità di sperimentare, in sinergia con i birrifici, la coltivazione di grani antichi e altri cereali, luppolo autoctono, frutta, miele, castagne e altri prodotti che potrebbero essere usati per dare vita a birre artigianali uniche, dal sapore locale. Sarebbe anche un ottimo modo per valorizzare culture agricole antiche e dimenticate, dando loro nuova linfa economica.

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Il Pinocchio apocrifo di Gabriele Valentini

Nei giorni 1, 2 e 3 Marzo 2019, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena P – Storia di un Burattino, scritto e diretto da Gabriele Valentini, con…

Nei giorni 1, 2 e 3 Marzo 2019, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena P – Storia di un Burattino, scritto e diretto da Gabriele Valentini, con l’assistenza di Airis Fantechi. In scena ci sono Andrea Storelli, Giacomo Testa, Giordano Tiberi, Martina Belvisi, Eleonora Ciampelli e Andrea Fiori. Nello spettacolo sono presenti i visual appositamente creati da Simone Pucci, i costumi sono di Vittoria Bianchini con la collaborazione di Roberta Rapetti.

P – Storia di un Burattino si ispira alla vicenda di Pinocchio; ma non quella canonica e tradizionale, di Carlo Collodi. È invece una “pinocchiata” degli anni ’20 del Novecento a fungere da base narrativa per questo spettacolo. Il successo del personaggio di Carlo Collodi fu talmente grande da generare una serie di racconti e romanzi di altri autori che sfruttarono il burattino più famoso del mondo per ulteriori composizioni (fanfiction diremmo oggi).  Una di queste, che vede un Pinocchio “scemo di guerra”, di ritorno dalla prima guerra mondiale, senza memoria, ha ispirato il nuovo spettacolo prodotto dalla Nuova Accademia Arrischianti.

Gabriele Valentini ha elaborato una messa in scena originalissima, che si inserisce nella già fortunata stagione invernale degli Arrischianti. Lo abbiamo intervistato.

LaV: Quella di Pinocchio è una delle vicende più conosciute al mondo. Da Collodi alla Disney, da Carmelo Bene a Benigni, fino all’annunciata lavorazione del film di Garrone. Cos’è che rende questa vicenda così longeva, tanto da renderla efficace ancora oggi?

Gabriele Valentini: Come tutti i grandi libri, “Le avventure di Pinocchio“, di Carlo Collodi (alias Carlo Lorenzini), ha più livelli di lettura: il primo è il più banale, ovvero la storia stessa del burattino. Già al livello successivo troviamo una forte critica sociale, dato che Pinocchio è stato definito “l’eroe della fame“, una fame che tutti conoscono, persino i burattini. Collodi descrive un mondo in cui persino i bambini (in carne ossa o meno) devono lavorare per sopravvivere. Ciò lo ha reso molto simile a Dickens e a Verga; è significativo il fatto che, nella sua prima stesura, la storia finisse con la morte di Pinocchio appeso a un albero ad opera del Gatto e della Volpe. L’unica cosa che spinse l’autore a cambiare il finale, fu l’insistenza dei suoi lettori che scrissero in massa alla redazione (Collodi scriveva su “Giornale per Bambini”) richiedendo un finale diverso. L’intenzione dell’autore era dunque diversa da quella che si evince dall’intero romanzo che si è abituati a leggere: la sua era una forte critica sociale dal tono amaro e verista, una sorta di insofferente ma inevitabile accettazione delle ingiustizie del mondo e delle istituzioni regolatrici dello stesso. Una storia decisamente lontana dall’edulcorato film d’animazione Disney famoso in tutto il mondo.

LaV: Lo spettacolo è ispirato a una “pinocchiata”, Il Cuore di Pinocchio. Dove l’hai scovata? Cosa ti ha convinto a tirarci fuori uno spettacolo?

Gabriele Valentini: Come penso sia normale, quando studi un argomento, in questo caso Pinocchio, si tende ad accumulare informazioni, così mi sono imbattuto ne “Il cuore di Pinocchio”, pubblicato per la prima volta nel 1917 e poi riedito, in forma ampliata, nel 1923, questo  è parte della ricca produzione di letteratura per l’infanzia a tema bellico che si diffuse negli anni del primo conflitto mondiale. Scritto dal nipote di Collodi – così figura l’autore Paolo Lorenzini sulla copertina del libro –  questa nuova riscrittura si presenta anzitutto come un testo vicino alla produzione propagandistica vera e propria. Leggendo il romanzo, non ho potuto non notare le differenze e le analogie culturali con i tempi di oggi, questo insieme ad altri racconti su Pinocchio, hanno rappresentato il punto di partenza, per poter poi sviluppare una storia che comprendesse rimandi al Pinocchio di Collodi ( l’originale), ma che parlasse anche del “Bel Paese dei Balocchi” nel quale, a volte, si ha l’impressione di vivere.

LaV: Il tuo Pinocchio è  uno “spin-off” della vicenda originale. In qualche modo questo spettacolo è imparentato con il Progetto Giufà, che allo stesso modo articolava una serie di sequenze drammaturgiche basate su vicende di tradizione popolare (“picaresche” direbbero i filologi)?

Gabriele Valentini: In realtà no, in P, storia di un burattino della tradizione popolare ho cercato di conservare solo le suggestioni e gli spunti. Mi interessava raccontare cosa ci fosse dietro l’immaginario collettivo che si ha su Pinocchio. La vicenda vede P, ragazzo in carne ed ossa, decidere di partire per la Guerra, per dimostrare a se stesso ed agli altri che oramai è un Uomo. Colpito dal “Vento degli Obici” (termine con il quale durante la Prima Guerra Mondiale si indicava quello che, solo nel 1980, fu etichettato come Disturbo Post Traumatico da Stress),  P non ricorda nulla, a vegliarlo strani personaggi, alcuni dei quali, tenteranno di fargli riacquistare la memoria, perché dalla conservazione della stessa  può spesso dipendere anche il futuro.

LaV: Come stai lavorando con gli attori? Nella nota di regia si legge: «personaggi non hanno un nome specifico perché sono essi stessi un insieme di ispirazioni, gli attori che vanno ad interpretarli fluttuano tra l’essere personaggio esistito, o esistente, e personaggio della fiaba»: come viene gestita questa cosa dal punto di vista recitativo?

Gabriele Valentini: È un lavoro individuale. Con ognuno degli interpreti ci siamo divertiti a caratterizzare il proprio personaggio, anche prendendo spunti dalla vita dell’autore, questo ci ha permesso di spaziare fino all’attualità.

LaV: Nell’allestimento sono presenti delle “video-scene”. Come si integrano nella messa in scena di “P.”?

Gabriele Valentini:  Gli interventi di video scenografia, curati da Simone Pucci, danno il loro contributo alla narrazione della vicenda, direi proprio che sono il settimo attore in scena.

LaV: Quali sono i progetti futuri della Nuova Accademia Arrischianti? Che tipo di primavera/estate attende il pubblico di Sarteano?

Gabriele Valentini: Il prossimo impegno riguarda l’ultimo appuntamento della Stagione 2018/19 con “Scusate se parlo d’amore” in scena l’8 marzo alle 21,30, di e con Manola Nifosì coadiuvata alla regia da Sergio Aguirre. Per quanto riguarda la primavera/estate siamo già a lavoro per il tradizionale appuntamento di “Teatro al Castello” , insieme il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, su un progetto  che inizierà a fine marzo con un laboratorio teatrale aperto a tutti e che sfocerà nella messa in scena di Rodrigo dal 16 al 21 luglio, della quale curerò la regia, con le musiche di Davide Vannuccini. Altro  importante appuntamento dell’estate Arrischianti è il Sarteano Jazz & Blues 2019, la cui Direzione Artistica, anche quest’anno, è affidata a Battista Lena.

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L’elettronica dei Platonick Dive al GB20 di Montepulciano

Questo sabato 23 Febbraio, ultima delle tre serate di musica live proposte dal GB20 di Montepulciano, sarà protagonista la musica dei livornesi Platonick Dive: la loro proposta è un viaggio…

Questo sabato 23 Febbraio, ultima delle tre serate di musica live proposte dal GB20 di Montepulciano, sarà protagonista la musica dei livornesi Platonick Dive: la loro proposta è un viaggio emozionale ed emozionante nell’elettronica dagli influssi post-rock e venature di pop, quasi a evocare la forza purificatrice e guaritrice dell’acqua e del fluire di melodie eteree; i loro concerti live sono un lungo percorso interiore, dove ci si lascia andare alla corrente di suoni e sensazioni.

Formatisi nel 2013, la formazione livornese è composta da Gabriele Centelli, Marco Figliè e Jonathan Nelli. I Platonick Dive sono partiti con lo scopo di fare musica per loro stessi, a scopo terapeutico – con il debut album a chiarire questo intento, essendo intitolato “Therapeutic Portrait” – e man mano, la qualità della loro proposta li ha portati a essere apprezzati sia in Italia, che soprattutto all’estero, con un nutrito zoccolo di fan storici persino in Russia. Votati inizialmente a un mix di elettronica e post-rock, con il terzo album “Social Habits“, pubblicato nel 2018, il trio di musicisti ha deciso di puntare molto di più sulla “forma canzone”, su brani più definiti, dando un ruolo più centrale e preponderante alla voce, e forse anche limando ed eliminando qualche sovrastruttura, rendendo così più snelli e un po’ più minimali gli arrangiamenti che compongono i brani del disco.

Tuttavia, questo percorso e questa scelta di raffinarsi e “semplificarsi” non è una cattiva idea, anzi, molto spesso indica un’attenta riflessione sul proprio materiale e la relativa direzione da dargli, per evitare di ripetersi; perché nel percorso di un musicista, il terzo album è sempre quello che tiene ciò che è stato fatto di buono nel passato, per aprirsi a nuove strade possibili per la continuazione del proprio cammino. E “Social Habits” è sicuramente un punto di svolta verso nuove possibili sperimentazioni sonore per la formazione toscana.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata veramente eterea e catartica, dove la musica dei Platonick Dive vi abbraccerà, vi avvolgerà e vi emozionerà. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

“Therapeutic Portrait” (2013)

“Overflow” (2015)

“Social Habits” (2018)

Riferimenti:

Pagina Facebook

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