Inizierò citando me stesso. Copiando e incollando una porzione di testo che chiudeva un articolo apparso su questo stesso magazine, riguardante il Festival Orizzonti 2014: Ecco, il motivo per cui ha comunque senso fare teatro nelle piazze, mentre intorno rombano i motorini, il vocio dei branchi fuori dai bar disturba l’attenzione, lontano i brusii, i pianti dei bambini e le urla delle madri, gli anziani che si alzano dalle prime file e passeggiano davanti al palco ombreggiando i piani scenici senza il minimo rispetto, il motivo per cui ha comunque senso portare Arte in qualunque strada, a contatto con qualsiasi tipo di umanità, è quel coraggio che va perseguito costantemente, sebbene si ripercuota in tutti i singoli moti di contraddizione, i quali in fondo non sono altro che energie da dirottare, dicevo.

In quel periodo c’era la vivida percezione di avere a che fare con un progetto educativo di importanza vitale per chi, come me, annusava la reale occasione di generare un fulcro artistico di poliedrica portata, multidisciplinare e propulsivo, che si rivolgesse non solo alla cittadinanza del comune di Chiusi, ma che diventasse un punto di riferimento, per tutta la macroarea tosco-umbra, per il teatro di prosa e per – in generale – l’applicazione delle arti liberali. C’era lo sfruttamento del paesaggio e di suggestivi spazi chiusi del borgo chiusino, c’era un notevole sincretismo organizzativo tra entità locali e importanti personalità di rilievo nazionale, formidabili opportunità formative non solo come spettatori, ma anche come interattori attivi nei workshop e corsi tenuti – a prezzi popolari – da affermati professionisti negli ambiti della scrittura e nella gestione pratica delle arti sceniche. Tutto questo faceva parte di un percorso che avrebbe piano piano costituito una comunità di pubblico-attivo consapevole e preparato, con la possibilità di affinare anche professionalità, investendo sia nella soddisfazione degli appassionati, sia nell’accrescimento e nella formazione di neofiti.

Il festival era stato ideato da Manfredi Rutelli nel 2003, che in una recente intervista, rilasciata a Tommaso Chimenti di recensito.net, così si esprime in relazione alle recenti casistiche di cronaca:

«L’ho chiamato Orizzonti proprio perché a Chiusi, con quel nome, c’era bisogno di qualcosa che allargasse le prospettive, culturali e non soltanto ospitando artisti internazionali ma attraverso il coinvolgimento diretto della popolazione dando spazio e luogo a realtà esistenti e dando loro occasione di crescita attraverso la formazione e la partecipazione diretta»

La direzione di Manfredi Rutelli è durata dieci anni. Fino al 2013. In questo lasso di tempo, già il festival dava segnali di crescita, collezionando, sui propri cartelloni – tra gli altri – Cesar Brie e Moni Ovadia, Davide Enia, Nicola Piovani, Giorgio Rossi e Davide Riondino.

Del 2014 è la prima edizione dell’era Andrea Cigni, scelto come direttore artistico tra quarantuno candidati, dopo la decisione da parte dell’amministrazione comunale di allora, di costituire una Fondazione che fosse volta alla valorizzazione, tutela, produzione e  promulgazione dell’industria culturale e della bellezza nel territorio di Chiusi. Il festival alza il tiro. Comincia ad avere pretese di centralità. Si ingigantisce, quindi,  ospitando, tra gli altri, enormi nomi del panorama artistico internazionale: Chiara Guidi con la Socìetas Raffaello Sanzio, Roberto Latini con Fortebraccio Teatro, Philippe Daverio, Ascanio Celestini, Pino Strabioli, Franca Valeri, Pippo Delbono, Valter Malosti, Arturo Brachetti, Abbondanza Bertoni, Emanuele Soavi, Paolo Fresu, Eva Robin’s. Colleziona una pluralità di gesti artistici, di controlli epifanici d’arte, con un’offerta di altissimo livello.

In un articolo apparso il venti maggio duemiladiciassette su Primapagina, Marco Lorenzoni – il quale ha rappresentato una voce attivissima sull’argomento, preponderante nell’apparato di cronaca delle vicissitudini decisionali in relazione alla possibilità di negare Orizzonti17 – scrive:

L’edizione di quest’anno (2017) avrebbe portato il deficit della Fondazione da 200 a più di 350 mila euro, da qui la decisione di fermare la macchina: decisione che consentirà di evitare di accrescere il debito e di mettere in sicurezza il bilancio e che il sindaco-Presidente non ha preso in maniera “monocratica”.

In breve: la fondazione ha riscontrato un rilevante debito, accumulato dalle recenti emanazioni di gare, bandi e progetti. L’urgenza di saldare la lacuna finanziaria ha prodotto dissidi interni, specie tra il sindaco Juri Bettollini e il direttore artistico Andrea Cigni. L’insolubilità delle tensioni ha portato inizialmente alla drastica decisione di sospendere i progetti, lanciati durante l’inverno: dall’allestimento della Madama Butterfly, alla partnership formativa con l’Università Bocconi di Milano, dalla costituzione di un’orchestra Orizzonti Festival, alla selezione per una compagnia stabile, professionale, di attori, diretta dal maestro Roberto Latini. Latini ha provinato 150 persone in nemmeno cinque giorni. Prima di ogni sessione – estenuante – di casting si è seduto, con i suoi consueti silenzi ebbri di sensi, le sue parole, tonanti anche quando emesse sottovoce, in mezzo ad ogni gruppo di candidati e ha detto «Innanzi tutto grazie. Non lo ripeterò più, ma consideratelo come un sottotesto costante di qualsiasi cosa vi dirò d’ora in poi. Grazie per far parte di questo progetto». Ed era una carica sincera, sembrava. La forza di quella progettualità idealistica, che permetteva a persone di candidarsi per prendere parte ad una compagnia diretta da una delle più importanti umanità del teatro italiano, era senza dubbio entusiasmante. Come spesso succede, però, all’idealismo succede sempre un cozzo con la prosaicità delle finanze, dei tempi, dei costi.

Il 14 giugno 2017 si è svolta una conferenza stampa nel caldo afoso delle dieci e trenta antimeridiane nel largo Cacioli, al centro dello snodo di Chiusi città, in cui Juri Bettollini ha presentato la nuova squadra della Fondazione Orizzonti. Questa ha svelato – a sorpresa – il programma del festival 2017. La nuova compagine direttiva ha visto l’ingresso di Lucia Marcucci, come responsabile organizzazione e management, Pasquale Trinchitella, direttore generale e amministratore, ed Edoardo Albani, come responsabile del patrimonio storico e museale. Tra le particole dei trenta grandi centigradi e il sole battente è stato presentato anche il nuovo direttore artistico, Roberto Carloncelli, il quale conosce le realtà artistiche del territorio, tanto che ne ha fatto parte in passato e tutt’ora, nonostante l’esperienza professionale quarantennale nel mondo del teatro, sovente frequenta. Questi ha lavorato a titolo gratuito per un mese, nel caos del turbine polemico che si è abbattuto su fondazione e amministrazione comunale, stendendo un programma di otto giorni, con due spettacoli al giorno. Il festival ha un costo ridotto, controllato, gestito con misure – ovviamente – più ristrette.

Il programma vede il coinvolgimento ingente di entità locali (Setteottavi, Arcadelt, Il Gorro, il duo Longari-Margheriti, nonché – per tangente argomentativa – l’orchestra regionale della Toscana), come a sopperire a quella disaffezione e scisma iterato tra le fonti energiche e produttive di Chiusi, nonché di ospiti di rilievo nazionale (Gioele Dix, Nina’s Drag Queens, Kataklò, Teresa bruno, Sosta Palmizi, Oblivion, Compagnia Virgilio Sieni). La produzione Orizzonti di quest’anno, diretta dallo stesso Carloncelli, vede Oleanna, testo di David Mamet, già recettore di applausi al Festival dei Due Mondi di Spoleto negli anni novanta, riproposto in Piazza Duomo il 30 luglio, con Gianni Poliziani e Benedetta Margheriti.

Il titolo e tema dell’edizione è #UMANO. Che, a quest’altezza, può essere letto in due modi: da una parte è il fulcro riflessivo di un umanesimo secondario, un nuovo rinascimento dalle ceneri della crisi, e il ritornare ad investire su capitale umano, le risorse plurali degli individui, nelle loro enormi potenzialità psichiche e fisiche (come ci ricorda il vitruviano di Leonardo, che sul manifesto campeggia), dall’altra vi è un ritornare all’altezza uomo, in una mediocrità, nel senso oraziano del termine – si badi bene – che riporti i mediocri su un percorso riconoscibile, e accompagnarli, attraverso la crescita futura (auspicata) della manifestazione in una parallela e simmetrica crescita della collettività.

Da una parte quello può essere sottolineato è un’intelligenza amministrativa nel far fronte ad una lacuna e carenza di strumenti finanziari e strutturali, attraverso un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta. Equilibrio, la cui riuscita, non può che essere confermata durante i giorni del festival dalle presenze di pubblico, il quale dovrà pagare biglietti di soli 10 euro (8per il circuito off), ridotti a 5 per i residenti.  Si è costituita una cosa pop, che cerca di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, ma che allo stesso tempo si assesta in una posizione media, più generalista, che non manca di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival.

Dal punto di vista artistico non si può nascondere una profonda rottura con la linea programmatica che ha caratterizzato uno dei festival più importanti del nostro territorio. Manca tutto quell’apparato educativo e di elevazione culturale, di progettualità formativa – e per il pubblico e per gli addetti ai lavori o aspiranti tali – lontanissima dal mero intrattenimento che caratterizzava le edizioni precedenti: non che questo programma sia scevro di interessi sociali e riflessivi, per carità, ma sicuramente in misura minore rispetto alla linea perseguita finora. L’auspicio è che quest’edizione sia una base; un modo intelligente di attutire i conflitti, recuperare i cocci e ricomporli, in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale, a fini educativi, in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Un lallerare senza lilleri, o almeno provarci, che sia, prima di tutto, un richiamo all’ordine.

Print Friendly, PDF & Email