La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: fondazione orizzonti

Un #umano che ha dato un #senso ad Orizzonti

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino…

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino alla scorsa edizione quando il Festival Orizzonti ha subìto una profonda trasformazione sia dal punto di vista organizzativo che per quello artistico.

Nuove cariche e scelte diverse hanno fatto sì che il festival chiusino diventasse più umano, proprio come il tema scelto per l’edizione 2017. Un tema che portava con sé un insieme di significati, ovvero, tornare ad investire sul capitale umano, sulle risorse plurali degli individui e sulle loro enormi potenzialità. Dal punto di vista artistico, l’edizione 2017 del Festival Orizzonti ha segnato una profonda rottura con la linea programmatica che caratterizzava uno dei festival più importanti del nostro territorio.

‘La gestione più umana’ ha dato vita ad un festival più pop e che ha cercato di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, assestata in una posizione media, più generalista, che non ha mancato di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival. Tuttavia con questa rottura, caratterizzata da un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta, l’amministrazione è riuscita a far fronte ad una lacuna e una carenza di strumenti finanziari e strutturali,

Quell’#umano del 2017, allo stesso tempo, è riuscito a dare un #senso all’edizione 2018 del Festival Orizzonti, una XVI edizione dove il ‘senso’ è declinato come senso di appartenenza (ad un luogo, una persona, un gruppo), senso identitario, senso artistico e senso del bello (più che mai soggettivo), poi senso del lascito e di quell’eredità intellettuale che abbiamo fatto nostra, infine senso del dovere di esprimere ciò che siamo e cosa significhiamo.

Sembra proprio, dunque, che il Festival Orizzonti abbia trovato la sua dimensione creata dal basso, secondo le richieste del pubblico e le esigenze di tutti coloro che vivono e convivono con il festival. Un percorso triennale che conduce lo spettatore in un’esplorazione più esaustiva delle arti performative nei modi più disparati: guardando gli attori e apprezzando gli spettacoli, ma anche incontrando gli artisti, partecipando a officine e workshops, motivando i giovani soprattutto e gli amatori in generale.

“Un festival fruibile da più soggetti possibili – ha spiegato il direttore artistico Roberto Carloncelli in fase di progettazione – per gli spettatori che vi intervengono per interesse puramente artistico, per quanti vorranno trarne un’esperienza di nuovi apprendimenti, per coloro che vorranno cogliere l’opportunità del festival per conoscere ed apprezzare la bella realtà del nostro territorio a tutto tondo”.

Il Festival Orizzonti 2018 avrà, come di consueto, la location principale nella magica Piazza Duomo per tutte le prime e gli spettacoli serali, la tensostruttura adiacente a San Francesco come spazio per gli appuntamenti pomeridiani con gli artisti del territorio, il tradizionale Teatro Mascagni per il resto degli eventi in programma e un nuovo luogo, dedicato alle kermesse dei bambini in esterna, a Poggio Gallina. Appuntamenti di danza, musica, teatro, workshop e arte coloreranno Chiusi dal 5 al 12 agosto in una XVI edizione differente per finalità, significato e target, che si aprirà con l’attesa prima regionale di Artemis Danza, culminerà con la prima nazionale di Motus Danza e si concluderà con l’imperdibile performance di Rocco Papaleo.

Finalità e scelte, quelle fatte dalla direzione artistica e dalla nuova gestione capeggiata dal presidente-sindaco Juri Bettollini, che hanno attutito i conflitti, recuperato i cocci e ricomposti in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Scelte necessarie che hanno rimesso in anche linea la gestione economica della Fondazione Orizzonti con un debito in via di risoluzione.

Insomma quel ‘Lallerare senza lilleri, o almeno provarci’ che il nostro magazine aveva lanciato l’anno scorso ha fatto da monito per un richiamo all’ordine, quell’ordine che il Festival Orizzonti sembra aver trovato con un #senso.

 

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La sintesi comica del presente: un’intervista a Cinzia Leone

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e…

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e allo stesso tempo parodiche di  una contemporaneità così complessa, Cinzia Leone ci accompagna in un vagone ferroviario immaginario in cui l’umanità varia si concentra. Attraverso l’ellissi del linguaggio, le forzature comiche del racconto, quella che emerge è un’analisi dello stato attuale delle cose. Abbiamo incontrato la protagonista dello spettacolo, nonché autrice del testo insieme a Fabio Mureddu, pochi giorni prima della tappa chiusina.

LV: Innanzi tutto è uno dei casi in cui è curioso magari sapere il concepimento di questo spettacolo: Qual è stata la scintilla, prima della scrittura. E come poi si è svolto il lavoro…

Cinzia Leone: Disorient Express è uno spettacolo su l’eccesso di aggiornamenti. Mi è venuto in mente in un momento nel quale non riuscivo più a fermare la realtà; nemmeno a capire dove stesse, la realtà. Un giorno ero con la signora che mi dà una mano a sistemare casa: parlavamo dei personaggi storici e del fatto che, da quando c’è internet, sono riusciti a mettere in discussione l’integrità di qualsiasi personaggio. Ad un certo punto, scherzando, le ho detto: «Spero che almeno Madre Teresa di Calcutta me la lascino integra…», «Nooo!» mi fa lei «Era ‘na fija de ‘na mig****a! Le piaceva vedere soffrire la gente». Lì mi sono detta voi siete pazzi, ed ho sentito la necessità di scrivere questo spettacolo. Mi è venuto in mente un telegiornale disorientativo, che desse una notizia e contemporaneamente la smentisse.

LV: Questo spettacolo va in giro da ormai quasi tre anni: come si è evoluta questa idea nel corso del lasso temporale in cui Disorient Express è stato rappresentato?

Cinzia Leone: È uno dei casi in cui le cose le comprendo e le capisco dopo averle cominciate a scrivere. Mi sono resa conto di come l’argomento centrale di Disorient Express sia “la contraddizione della democrazia”. Sia chiaro, io sono profondamente democratica, ma è necessario analizzare la contraddizione che comporta la democrazia, per capire il mondo che ci circonda. La rete è stata lo strumento più democratico che gli esseri umani abbiano mai inventato; è però, allo stesso tempo, un luogo nel quale sette miliardi di persone possono esprimere la loro opinione. La domanda che mi continuo a porre è: perché si sono stappate le necessità da parte di tutti di esprimersi, di dire la loro, molti anche menando con violenza le loro opinioni? La risposta che mi do è perché la paura, all’interno di una democrazia in cui tutti parlano, è quella di rimanere soffocati, di non essere più ascoltati, visibili. Nel momento in cui parliamo tutti, non si vede più nessuno.

LV: Si dice che molti problemi legati all’utilizzo del mezzo della rete – e delle difficoltà che ne conseguono – siano dati dai non-nativi digitali. Poi però si scopre che ci sono anche ventenni o trentenni, di fatto cresciuti su internet, che cadono in errori inverecondi. Dal tuo punto di vista, dove sta il problema e – mi rendo conto della difficoltà – come si potrebbe risolvere?

Cinzia Leone: Ci sono delle evoluzioni storiche che presentano delle difficoltà e queste non si risolvono, si logorano nel tempo, man mano che le cose prendono una nuova forma e si radicalizzano nel sociale. Io non esprimo giudizi nei confronti di cosa viene condiviso: ognuno condivide quello che gli pare. Che siano gattini o che siano due tette. Non è questa la chiave di lettura da adottare e non è questo il problema legato alla democrazia. Io penso che queste siano contraddizioni del presente da accettare, da assecondare. La vita va avanti grazie alle contraddizioni. La vita si riproduce costantemente grazie alle sue contraddizioni.

LV: Che tipo di consiglio daresti ad un adolescente che comincia ora a voler fare teatro con l’obiettivo di far ridere?

Cinzia Leone: Il consiglio che do, non solo ai giovani, è quello di pensare. La cosa migliore per far ridere è capire: comprendere quello che vuoi raccontare, focalizzarne un aspetto. Bisogna osservare ciò che c’è intorno, elaborarlo e riproporlo in una sintesi comica. Questo è quello che mi viene da dire. Sfruttare questa caleidoscopica realtà che ogni giorno si apre ai nostri occhi, per farne motivo di osservazione. La realtà è un laboratorio sperimentale dei comportamenti degli esseri umani che continuano, nonostante tutto, ad essere incredibilmente interessanti.

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Il Dante Pop al Teatro Mascagni – Intervista ad Alessandro Fullin

«Il Purgatorio? Non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento…

«Il Purgatorio? Non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento di ricerca e di intima penitenza da cui partire per poter incontrare la misericordia di Dio» – a dirlo è stato il Pontefice emerito Joseph Ratzinger, Benedetto XVI. Quando lo viene a sapere Dante, nell’aldilà, si dispera. Un terzo del suo capolavoro diventa improvvisamente vano. Non dandosi per vinto, l’Alighieri ricomincia il percorso intrapreso secoli prima per riscrivere il sommo poema.

È la trama basica de La Divina, spettacolo comico di Alessandro Fullin, che per l’occasione si accompagna a Tiziana Catalano, Sergio Cavallaro, Simone Faraon, Paolo Mazzini, Mario Contenti e Ivano Fornaro. Sarà in scena al teatro Mascagni di Chiusi Domenica 11 Marzo alle 21:15.

Lo abbiamo incontrato qualche giorno prima per rivolgergli alcune domande.

La Valdichiana: L’ultima volta che sei stato a Chiusi era il 2014 e presentavi Parco Botanico. Come si concilia questa doppia anima di scrittore e interprete sul palco?

Alessandro Fullin: Ma guarda, è perché ho la partita IVA. Me ne invento di tutti i colori pur di fare un po’ di reddito. Dipingo anche. Farei anche danza classica se potessi, sebbene a 53 anni non abbia più l’età. Altrimenti salterei e ballerei. Avendo la Partita IVA ho capito di possedere una creatività a cicli trimestrali, alternati tra scrittura e grida in teatro. Ecco, l’ambivalenza si concilia per ragioni fiscali.

La Valdichiana: Adesso torni al teatro Mascagni con La Divina. È un tributo o una dissacrazione?

Alessandro Fullin: Il buon Dante è un po’ lontano da noi. È un essere eterno, quindi non si ha la paura di offenderlo. Non so cosa penserebbe del mio lavoro la persona-Dante, forse qualche perplessità gli sorgerebbe…

La Valdichiana: Una volta Gigi Proietti disse di non essere affine alle riletture dei classici poiché di questi tempi non siamo molto sicuri che il pubblico abbia già fatto la prima lettura. Secondo te il pubblico oggi è abbastanza colto e preparato per accogliere le riletture?

Alessandro Fullin: Oddio, è difficile. Certo, quando tu fai una rilettura devi avere un testo in comune con il pubblico, una storia comune. C’è da dire che oggi il pubblico è molto vario anche in questo. C’era molta meno differenza tra me e mio papà, ad esempio, rispetto alle ultime generazioni. Sia io che mio padre leggevamo Salgari, oggi i ragazzini credo che neanche sappiano chi sia. È molto difficile rispondere alla odmanda con una generazione di mezzo che ha subito un cambio di riferimenti così brusco. Un uomo di cinquanta anni ha storie diverse da quelle di uno di venti. Posso dire però che in questo spettacolo mi difendo bene da questa divergenza, attraverso l’utilizzo della cultura pop. Cito tra gli altri Guerre Stellari che – attenzione – è l’unica storia che abbiamo in comune da almeno tre generazioni. Poi attenzione Io non sono un esperto di Commedia dantesca. Ho cercato di scegliere il best of della Commedia, le cose che anche per sbaglio uno deve conoscere. Poi ci mescolo insieme anche gli ABBA, in un frullatore pop. Se non sai chi siano Paolo e Francesca vabbene, perché comunque dentro c’è anche la Signora in Giallo, e si ride lo stesso. C’è un grande colore.

La Valdichiana: Come si fa oggi, in questo contesto storico sociale, a fare comicità intelligente?

Alessandro Fullin: La comicità è un’arte che invecchia molto rapidamente, forse l’arte che invecchia più rapidamente in assoluto. Spesso la comicità più efficace è anche quella più attualizzata, molto basata sul senso comune di un determinato momento storico. Ovviamente tende a modificarsi nel giro di pochi anni. Se noi guardiamo alcuni comici del passato, ad esempio di venti anni fa, ci sembra che dormano, oggi non fanno ridere. Certo rimangono stelle polari come Totò, che è figlio del suo tempo, ma ci fa ridere ancora oggi; penso però a Macario che se lo guardiamo oggi rimaniamo un po’ perplessi. In passato invece aveva un successo enorme. Ecco oggi una comicità intelligente è atemporale. Io ho la presunzione che funzioni per un tempo più lungo… un periodo quantomeno sufficiente a coprire quello della mia vita. A me non piace poi buttare degli spettacoli perché “vecchi”. Piccole Gonne ad esempio va in giro da quasi cinque anni, ancora fa ridere e spero che non invecchi mai.

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Un Omaggio ad Anna Marchesini al Teatro Mascagni – Intervista a Ingrid Monacelli

Quando Roberto Carloncelli ha preso in mano la direzione artistica del Festival Orizzonti, nel caos gestionale che lo circondava, si è ritrovato a comporre un florilegio di spettacoli legati a…

Quando Roberto Carloncelli ha preso in mano la direzione artistica del Festival Orizzonti, nel caos gestionale che lo circondava, si è ritrovato a comporre un florilegio di spettacoli legati a sue conoscenze dirette. Tra queste, c’era Ingrid Monacelli, la quale si è resa protagonista, durante lo scorso festival, nell’agosto del 2017, del fortunato ciclo di letture Donna: Femminile Singolare. Le performance, distribuite in tre giorni, inglobavano, tra gli altri, testi di Franca Rame, Stefano Benni e  Aldo Nicolaj; sopratutto però, la Monacelli interpretò in maniera magistrale Anna Cappelli di Annibale Ruccello.

È impossibile, nell’economia del teatro contemporaneo, non associare il testo di Ruccello ad Anna Marchesini che a più riprese lo interpretò lungo gli anni Novanta. Da questo spunto, Roberto Carloncelli e Ingrid Monacelli hanno lavorato, negli ultimi mesi, ad uno spettacolo che si configurasse come un vero e proprio tributo alla grande attrice orvietana. Oggi si intitola Anna: omaggio ad Anna Marchesini e va in scena al Teatro Pietro Mascagni venerdì 26 gennaio 2018. 

Abbiamo incontrato Roberto Carloncelli e Ingrid Monacelli prima del debutto e abbiamo posto loro alcune domande.

 

LaV: Secondo voi qual è il segno che Anna Marchesini ha inciso nella storia del teatro? Cosa avete imparato voi da lei?

Ingrid Monacelli:  Riusciva a rendere naturale ciò che è estremamente artificioso. Ogni suo personaggio era frutto di un lavoro sul corpo molto faticoso che poteva durare anche dei mesi, ma lei era capace di essere fluida e naturale nelle interpretazioni. Certo, era molto caricaturale, spesso molto grottesca, ma sempre con naturalezza. I suoi tempi comici erano immanenti; aveva capacità di improvvisare sul palco, a seconda del pubblico che aveva davanti. Riusciva a portare il pubblico dove voleva lei; era eccezionale in questo. Ogni volta che si trovava sul palco dava l’impressione di essere a casa sua. Il pubblico era l’ospite. Per chi fa questo lavoro quello che dovrebbe essere sempre presente è l’amore di stare sul palco, sentirsi a casa. Vedere l’amore e la passione che lei metteva nel suo lavoro è stato l’insegnamento più grande.

Roberto Carloncelli: Anna Marchesini è stata una delle pochissime attrici italiane che riuscivano a passare dalla lettura delle pagine gialle a Shakespeare. Deteneva una preparazione, a livello culturale, enorme, anche se noi l’abbiamo conosciuta nel suo aspetto prevalentemente comico. Era una persona rara. Ha lasciato secondo me questa sua particolare visione della comicità: l’umorismo velato di tristezza. Che poi è una cosa tipica di chi fa teatro comico, ma lei aveva una marcia in più. Per chi ha avuto la fortuna di vederla nell’ultima parte della sua carriera, da sola, ha fatto spettacoli incredibili.

LaV: In che misura il fatto che Anna Marchesini fosse una donna ha codificato il suo essere teatrale?

IM: Anna Marchesini è riuscita a sdoganare quella che era una brutta tradizione nell’ambito dello spettacolo: che la donna non fosse propriamente una figura comica. I comici sono uomini. Nel mondo dello spettacolo comico le figure forti sono sempre maschili. Lei è stata bravissima perché ha saputo cogliere tutti i pregiudizi sociali, rivolti al femminile, tutti i difetti delle donne – dalla nevrosi all’estrema vanità, fino alla strumentalizzazione della sessualità – ed è riuscita a costruire dei personaggi che in maniera caricaturale ridevano di loro stessi. Il valore più importante è stata la sua grande intelligenza nel sapersi prendere in giro confrontarsi con il suo essere femminile fino in fondo, a trecentosessanta gradi. Far emergere tutti i lati della femminilità ed esprimerli con la risata.

RC: Ha una rilevanza, certo. Il teatro, purtroppo, è maschile. Dalle radici della sua origine. Pensiamo che in passato le donne non potevano nemmeno entrare a teatro. Ecco, Anna Marchesini è stata una di quelle attrici che hanno fatto capire quanto la figura femminile fosse la forza motrice non solo del teatro, ma in generale della vita del mondo. Potremmo estendere questo discorso a tutti gli aspetti della società, le recenti cronache ci forniscono un quadro abbastanza preoccupante. Anna Marchesini può anche ribadire quanto le donne possano essere protagoniste, dentro e fuori dai teatri.

LaV: È stato difficile confrontarsi con una gigante del teatro come Anna Marchesini?

IM: Sicuramente confrontarsi con Anna Marchesini è impossibile. Un mostro sacro del teatro contemporaneo. Cerchiamo di fare un omaggio, un tributo, alla sua figura. Per me è sempre stata un riferimento. Lei era eccezionale per quanto riguarda il trasformismo. Riusciva a cambiare completamente connotati visivi, la voce, il corpo, i movimenti, i tic a seconda dei personaggi. Osservarla è stata una delle fonti più grandi di ispirazione per il lavoro. Ho cercato di trarre da lei soprattutto la capacità di trasformarmi, e di imparare ad avere quella stessa luce negli occhi che aveva lei quando saliva sul palco e che dimostrava il suo immenso amore per questo lavoro.

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Lallerare senza lilleri, o almeno provarci: la vicenda ondulatoria del Festival Orizzonti fin qui

Inizierò citando me stesso. Copiando e incollando una porzione di testo che chiudeva un articolo apparso su questo stesso magazine, riguardante il Festival Orizzonti 2014: Ecco, il motivo per cui…

Inizierò citando me stesso. Copiando e incollando una porzione di testo che chiudeva un articolo apparso su questo stesso magazine, riguardante il Festival Orizzonti 2014: Ecco, il motivo per cui ha comunque senso fare teatro nelle piazze, mentre intorno rombano i motorini, il vocio dei branchi fuori dai bar disturba l’attenzione, lontano i brusii, i pianti dei bambini e le urla delle madri, gli anziani che si alzano dalle prime file e passeggiano davanti al palco ombreggiando i piani scenici senza il minimo rispetto, il motivo per cui ha comunque senso portare Arte in qualunque strada, a contatto con qualsiasi tipo di umanità, è quel coraggio che va perseguito costantemente, sebbene si ripercuota in tutti i singoli moti di contraddizione, i quali in fondo non sono altro che energie da dirottare, dicevo.

In quel periodo c’era la vivida percezione di avere a che fare con un progetto educativo di importanza vitale per chi, come me, annusava la reale occasione di generare un fulcro artistico di poliedrica portata, multidisciplinare e propulsivo, che si rivolgesse non solo alla cittadinanza del comune di Chiusi, ma che diventasse un punto di riferimento, per tutta la macroarea tosco-umbra, per il teatro di prosa e per – in generale – l’applicazione delle arti liberali. C’era lo sfruttamento del paesaggio e di suggestivi spazi chiusi del borgo chiusino, c’era un notevole sincretismo organizzativo tra entità locali e importanti personalità di rilievo nazionale, formidabili opportunità formative non solo come spettatori, ma anche come interattori attivi nei workshop e corsi tenuti – a prezzi popolari – da affermati professionisti negli ambiti della scrittura e nella gestione pratica delle arti sceniche. Tutto questo faceva parte di un percorso che avrebbe piano piano costituito una comunità di pubblico-attivo consapevole e preparato, con la possibilità di affinare anche professionalità, investendo sia nella soddisfazione degli appassionati, sia nell’accrescimento e nella formazione di neofiti.

Il festival era stato ideato da Manfredi Rutelli nel 2003, che in una recente intervista, rilasciata a Tommaso Chimenti di recensito.net, così si esprime in relazione alle recenti casistiche di cronaca:

«L’ho chiamato Orizzonti proprio perché a Chiusi, con quel nome, c’era bisogno di qualcosa che allargasse le prospettive, culturali e non soltanto ospitando artisti internazionali ma attraverso il coinvolgimento diretto della popolazione dando spazio e luogo a realtà esistenti e dando loro occasione di crescita attraverso la formazione e la partecipazione diretta»

La direzione di Manfredi Rutelli è durata dieci anni. Fino al 2013. In questo lasso di tempo, già il festival dava segnali di crescita, collezionando, sui propri cartelloni – tra gli altri – Cesar Brie e Moni Ovadia, Davide Enia, Nicola Piovani, Giorgio Rossi e Davide Riondino.

Del 2014 è la prima edizione dell’era Andrea Cigni, scelto come direttore artistico tra quarantuno candidati, dopo la decisione da parte dell’amministrazione comunale di allora, di costituire una Fondazione che fosse volta alla valorizzazione, tutela, produzione e  promulgazione dell’industria culturale e della bellezza nel territorio di Chiusi. Il festival alza il tiro. Comincia ad avere pretese di centralità. Si ingigantisce, quindi,  ospitando, tra gli altri, enormi nomi del panorama artistico internazionale: Chiara Guidi con la Socìetas Raffaello Sanzio, Roberto Latini con Fortebraccio Teatro, Philippe Daverio, Ascanio Celestini, Pino Strabioli, Franca Valeri, Pippo Delbono, Valter Malosti, Arturo Brachetti, Abbondanza Bertoni, Emanuele Soavi, Paolo Fresu, Eva Robin’s. Colleziona una pluralità di gesti artistici, di controlli epifanici d’arte, con un’offerta di altissimo livello.

In un articolo apparso il venti maggio duemiladiciassette su Primapagina, Marco Lorenzoni – il quale ha rappresentato una voce attivissima sull’argomento, preponderante nell’apparato di cronaca delle vicissitudini decisionali in relazione alla possibilità di negare Orizzonti17 – scrive:

L’edizione di quest’anno (2017) avrebbe portato il deficit della Fondazione da 200 a più di 350 mila euro, da qui la decisione di fermare la macchina: decisione che consentirà di evitare di accrescere il debito e di mettere in sicurezza il bilancio e che il sindaco-Presidente non ha preso in maniera “monocratica”.

In breve: la fondazione ha riscontrato un rilevante debito, accumulato dalle recenti emanazioni di gare, bandi e progetti. L’urgenza di saldare la lacuna finanziaria ha prodotto dissidi interni, specie tra il sindaco Juri Bettollini e il direttore artistico Andrea Cigni. L’insolubilità delle tensioni ha portato inizialmente alla drastica decisione di sospendere i progetti, lanciati durante l’inverno: dall’allestimento della Madama Butterfly, alla partnership formativa con l’Università Bocconi di Milano, dalla costituzione di un’orchestra Orizzonti Festival, alla selezione per una compagnia stabile, professionale, di attori, diretta dal maestro Roberto Latini. Latini ha provinato 150 persone in nemmeno cinque giorni. Prima di ogni sessione – estenuante – di casting si è seduto, con i suoi consueti silenzi ebbri di sensi, le sue parole, tonanti anche quando emesse sottovoce, in mezzo ad ogni gruppo di candidati e ha detto «Innanzi tutto grazie. Non lo ripeterò più, ma consideratelo come un sottotesto costante di qualsiasi cosa vi dirò d’ora in poi. Grazie per far parte di questo progetto». Ed era una carica sincera, sembrava. La forza di quella progettualità idealistica, che permetteva a persone di candidarsi per prendere parte ad una compagnia diretta da una delle più importanti umanità del teatro italiano, era senza dubbio entusiasmante. Come spesso succede, però, all’idealismo succede sempre un cozzo con la prosaicità delle finanze, dei tempi, dei costi.

Il 14 giugno 2017 si è svolta una conferenza stampa nel caldo afoso delle dieci e trenta antimeridiane nel largo Cacioli, al centro dello snodo di Chiusi città, in cui Juri Bettollini ha presentato la nuova squadra della Fondazione Orizzonti. Questa ha svelato – a sorpresa – il programma del festival 2017. La nuova compagine direttiva ha visto l’ingresso di Lucia Marcucci, come responsabile organizzazione e management, Pasquale Trinchitella, direttore generale e amministratore, ed Edoardo Albani, come responsabile del patrimonio storico e museale. Tra le particole dei trenta grandi centigradi e il sole battente è stato presentato anche il nuovo direttore artistico, Roberto Carloncelli, il quale conosce le realtà artistiche del territorio, tanto che ne ha fatto parte in passato e tutt’ora, nonostante l’esperienza professionale quarantennale nel mondo del teatro, sovente frequenta. Questi ha lavorato a titolo gratuito per un mese, nel caos del turbine polemico che si è abbattuto su fondazione e amministrazione comunale, stendendo un programma di otto giorni, con due spettacoli al giorno. Il festival ha un costo ridotto, controllato, gestito con misure – ovviamente – più ristrette.

Il programma vede il coinvolgimento ingente di entità locali (Setteottavi, Arcadelt, Il Gorro, il duo Longari-Margheriti, nonché – per tangente argomentativa – l’orchestra regionale della Toscana), come a sopperire a quella disaffezione e scisma iterato tra le fonti energiche e produttive di Chiusi, nonché di ospiti di rilievo nazionale (Gioele Dix, Nina’s Drag Queens, Kataklò, Teresa bruno, Sosta Palmizi, Oblivion, Compagnia Virgilio Sieni). La produzione Orizzonti di quest’anno, diretta dallo stesso Carloncelli, vede Oleanna, testo di David Mamet, già recettore di applausi al Festival dei Due Mondi di Spoleto negli anni novanta, riproposto in Piazza Duomo il 30 luglio, con Gianni Poliziani e Benedetta Margheriti.

Il titolo e tema dell’edizione è #UMANO. Che, a quest’altezza, può essere letto in due modi: da una parte è il fulcro riflessivo di un umanesimo secondario, un nuovo rinascimento dalle ceneri della crisi, e il ritornare ad investire su capitale umano, le risorse plurali degli individui, nelle loro enormi potenzialità psichiche e fisiche (come ci ricorda il vitruviano di Leonardo, che sul manifesto campeggia), dall’altra vi è un ritornare all’altezza uomo, in una mediocrità, nel senso oraziano del termine – si badi bene – che riporti i mediocri su un percorso riconoscibile, e accompagnarli, attraverso la crescita futura (auspicata) della manifestazione in una parallela e simmetrica crescita della collettività.

Da una parte quello può essere sottolineato è un’intelligenza amministrativa nel far fronte ad una lacuna e carenza di strumenti finanziari e strutturali, attraverso un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta. Equilibrio, la cui riuscita, non può che essere confermata durante i giorni del festival dalle presenze di pubblico, il quale dovrà pagare biglietti di soli 10 euro (8per il circuito off), ridotti a 5 per i residenti.  Si è costituita una cosa pop, che cerca di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, ma che allo stesso tempo si assesta in una posizione media, più generalista, che non manca di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival.

Dal punto di vista artistico non si può nascondere una profonda rottura con la linea programmatica che ha caratterizzato uno dei festival più importanti del nostro territorio. Manca tutto quell’apparato educativo e di elevazione culturale, di progettualità formativa – e per il pubblico e per gli addetti ai lavori o aspiranti tali – lontanissima dal mero intrattenimento che caratterizzava le edizioni precedenti: non che questo programma sia scevro di interessi sociali e riflessivi, per carità, ma sicuramente in misura minore rispetto alla linea perseguita finora. L’auspicio è che quest’edizione sia una base; un modo intelligente di attutire i conflitti, recuperare i cocci e ricomporli, in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale, a fini educativi, in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Un lallerare senza lilleri, o almeno provarci, che sia, prima di tutto, un richiamo all’ordine.

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“Venere in Pelliccia”: una donna è sempre qualcosa in più di una donna

Il drappeggio nero che si incurva e si corruga, per tutto il perimetro delle tre pareti di palco di Venere in Pelliccia è un cucchiaio gotico d’obnubilamento drammaturgico, come contenesse…

Il drappeggio nero che si incurva e si corruga, per tutto il perimetro delle tre pareti di palco di Venere in Pelliccia è un cucchiaio gotico d’obnubilamento drammaturgico, come contenesse un dato fisico fuori da tempo e storia, fuori dallo schema critico del presente. Su un piano rialzato, pavimentato d’un rosso lucido, si staglia la giustezza dei realia della scena: siamo in un’ex fabbrica, adibita a sala prove per audizioni. Valter Malosti, sé stesso, cerca un’interprete femminile per il ruolo di Wanda Von Dunayev, la protagonista dell’opera che vuole portare in scena: un adattamento di Venere in Pelliccia di Leopold von Sacher-Masoch. Si presenta alle audizioni una Sabrina Impacciatore/Vanda Jordan inizialmente sguaiata, volgare, quanto più lontana dalle prospettive del personaggio che dovrebbe interpretare, ma che poi si rivelerà in maniera decisamente convincente, una grande attrice, dimostrando di aver compreso fin troppo la forza del personaggio.

A Chiusi, la sera del tre dicembre 2016, ha fatto tappa al Teatro Mascagni, aprendo il cartellone della Fondazione Orizzonti d’Arte, l’opera di David Ives con la regia di Valter Malosti: una co-produzione Parmaconcerti, Pierfrancesco Pisani e Teatro di Dioniso, in collaborazione con Infinito e Fondazione Teatro della Fortuna di Fano/AMAT. Una platea colma e tre ordini di palchetti stipati hanno accolto con profondo favore lo spettacolo. La stagione di Chiusi decolla molto bene, con tanti applausi e qualità dell’offerta artistica dimostrandosi uno dei maggiori teatri del territorio. 

Sulla scena il divano-letto impero, in velluto rosso – già estremamente caratterizzante di per sé – un mixer luci, un faretto, il tavolo del regista e una colonna, decentrata sulla sinistra, che sembra un rudere dorico e che in realtà – viene esplicitato da Malosti – è ciò che rimane dell’impianto di areazione della fabbrica che un tempo occupava lo stabile.

I due personaggi, regista e attrice, elementi basici del fare teatro, si ritrovano a incarnare, in maniera mescolata, durante le due ore di spettacolo, sia loro stessi che i personaggi interpretati – secondo il copione del regista – con l’aggiunta dei plurimi rimandi mistici dei nuclei testuali che dall’opera di Masoch sfarfallano: la Giuditta biblica e le Baccanti di Euripide, i cui continui parallelismi aiutano nell’edificazione di una chiave di lettura organica dello spettacolo.

Sabrina Impacciatore valica quattro toni diversi, sviscera possibilità fonetiche che giocano continuamente sullo switch tra ottocento e contemporaneità, tra volgarità e compostezza, citazione biblica e tragicità venerea. Tutta la potenza della sua interpretazione si risolve in una compresenza di comicità e drammaticità sbalorditiva. Contralta Valter Malosti che – forse volontariamente, forse no – alla multidimensionalità della sua controparte femminile, non risponde con altrettanta polifonica effervescenza, mantenendo il profilo basso dell’uomo di teatro, del regista tronfio e dell’imperturbabile maschio alfa.

Ottimi i quadri, specie quelli conclusivi, gli elementi simbolici, le catene citazionistiche Masoch-Giuditta-Euripide-Lou Reed-Ives, vengono concertate nei gesti – chiari, equilibrati e scanditi inequivocabilmente sia dalla tecnica degli attori che nel modulo di rappresentazione – e in pochi emblemi fisici (la pelliccia, il copione, la minigonna). Grandissima parte dell’efficacia dello spettacolo è giocata attraverso la suggestione sonora: la musica pianistica, il fitto lavorìo fonetico sia nei diaframmi delle due entità recitative della scena, sia nell’amplificazione esterna, spesso effettata, che risulta valore simbolico aggiunto nei passaggi mediali dei livelli rappresentati. Ottima anche la gestione delle luci: il neon centrale, obliquo, di un bianco laccato, freddo, passa ad essere rosso, in momenti di spannung sensuale, stroboscopico nei momenti di delirio dionisiaco, e caldo nei momenti in cui l’intimità tra i due inizia ad ammorbidire la narrazione.

Uno spettacolo che nella sua integrità è definibile corretto, preciso, giusto nella consegna al pubblico dei suoi simulacri testuali, del suo vettore narrativo. Uno spettacolo giusto, perché sulla giustezza tra tragedia e commedia, tra registro alto e basso, tra filologia ecdotica dei dialoghi e ironia complementare, trova la sua potenza. Ricordiamoci che stiamo parlando di un testo portato alla fama internazionale dalla trasposizione al cinema di Roman Polański, ed è difficile – tremendamente difficile – non incappare in involontari paragoni con i bravissimi Emmanuelle Seigner e Mathieu Amalric, che nella disposizione cinematografica interpretavano i due protagonisti. Alla luce di una tale premessa, si può dire che il Malosti-regista (quello vero, non quello interpretato), sia riuscito a sorreggere la responsabilità di una rappresentazione italiana che arriva dopo la trasposizione filmica.

Le chiavi di lettura sono molteplici, contrastanti. È un’opera teatrale tratta da un romanzo considerato caposaldo della cultura BDSM (il masochismo, è bene ricordarlo, prende il nome proprio da Leopold von Sacher-Masoch), e ancora oggi suscita controversie, imbarazzi e strane dispersioni retoriche, sintomo di una ancora acerba maturità sessuale della società. Le questioni sono anche sollevate dal grado zero dei personaggi in scena, la cui base recitativa regala anche spunti per chiose distaccate dalla vicenda interna: è questa una vicenda oscenamente maschilista, in cui una spiritualità più grande, superiore, accetta solamente un rapporto di dominio del maschio alfa, ripudia un rovesciamento dei ruoli e interviene a garantire un ordine incontrovertibile? O viceversa, la strenua ostinazione di chi obbliga l’altro ad essere dominato rappresenta comunque di per sé una sopraffazione? Lo spettacolo, nel modo efficace con cui usa la carta del daimon iperuranico del teatro, che lascia investire gli attori di un’aura spirituale evanescente, extracorporea, che ipersensibilizza i recettori di sensualità, lascia aperta qualsiasi compenetrazione: anzi, rifiuta – per stessa ammissione del protagonista – una critica alla contemporaneità, ai rapporti sociali, ma tenta solo di smuovere negli spettatori il subbuglio orgasmico di un rovesciamento di ruoli.

Uno spettacolo che nella sua violenza, nella sua diffrazione retorica, mugola femminismo tragico. Nella parabola di un rapporto tra i generi che si equilibra nella pretesa di una sottomissione e di un dominio, tra chi acumina e chi si fa vertice, l’uomo è un paradosso, un inetto monotòno, un panno sciorinato bistrattato dai venti, e la donna è un abisso di probabilità, è consapevolezza implicita, è mutazione continua e univocità compresente, la squisitezza del male che punisce la tracotanza dell’antieroe. Nell’epoca in cui nessuno si lascia più sopraffare dalle emozioni, l’impeto venereo della femminilità ostentata cade sulla sfera maschile come un’invidia divina, uno phthònos theòn: un uomo che si oppone a Venere finisce per perdere il senno, una donna, invece, comunque vada, è sempre qualcosa in più di una donna soltanto.

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Le proiezioni di Paravidino. Una recensione a “I Vicini”

Lo spettacolo ‘I Vicini’ di Fausto Paravidino è andato in scena al Teatro Mascagni di Chiusi il 3 marzo 2015 Ottenebrato e vitale, l’appartamento de-saturato de “I Vicini” di Fausto…

Lo spettacolo 'I Vicini' di Fausto Paravidino è andato in scena al Teatro Mascagni di Chiusi il 3 marzo 2015

Ottenebrato e vitale, l’appartamento de-saturato de “I Vicini” di Fausto Paravidino. Una casa scevra  di corruzioni interne, illuminata dalle proiezioni fotoniche delle esterne immaginate: quadrature un po’ Ultimo Tango a Parigi, senza depravazione; un po’ Io e Annie, con pochissimo individualismo narrativo. Un’abitazione pura, di una coppia pura. I voli pindarici woodyalleniani del caratterismo instaurato dall’interpretazione del protagonista, e del reticolo dialogico che allestisce, alimentano quell’iniziale fiducia, quel movimento di avvicinamento del pubblico verso l’intimità domestica di una coppia (Fausto Paravidino e Iris Fusetti), apparentemente incorrotta, turbata solamente da brevi sogni, neanche lontanamente classificabili come incubi. Sembra che nessuna luce venga dall’alto, ma che tutto si proietti (in più accezioni) dalle quinte.

Poi giungono i nuovi vicini (Sara Putignano e Davide Lorino). La paura dell’Altro, che invade uno spazio invisibile, non appartenuto, ma comunque avvertito come violato. Ecco che l’ambiente inizia ad oscillare tra la rassicurazione e l’inquietudine, una diegesi affidata al buio (buio che torna più volte e scinde i tronconi narrativi, assumendosi la responsabilità del racconto). Ecco che le paratie della scenografia diventano più espressionistiche, pur nel loro oggettivo ordinamento riconoscibile, divengono la prospettiva lineare dell’irrazionalità. Le scanalature della messa in scena definiscono argutamente doppi-passi retorici; commedia che diventa tragedia che diventa farsa che torna tragedia, e così via. Il ritmo delle battute rallenta, le parole prendono più respiro.

Leggi l'intervista a Fausto Paravidino

Le due coppie si confrontano sulle loro auto certificazioni, sui rispettivi ruoli. Le due coppie si definiscono tramite le loro paure, e sulla necessità di annullarsi per moltiplicazione di negazioni.

Protagonisti della problem playI Vicini”, sono i fantasmi (Monica Samassa). I grandi assenti del passato, i veri agenti della storia, che trasportano tutto il rancore, tutta la sofferenza e tutta l’ossessione esistenziale, nel presente, nell’impossibilità di una reale incisione. Insieme ai fantasmi, viaggiano sullo stesso binario, i problemi di coppia, le difficoltà della convivenza.  “I Vicini” racconta quelle parentesi esistenziali in cui sembra non succedere niente e in realtà accade tutto. Racconta il memento dei fantasmi che benedicono la bellezza di essere mortali, finiti, prossimi a morte certa. Quei fantasmi che ci ricordano d’essere vivi. La vita è quella vibrazione terribile che ci prende quando siamo impauriti, la stessa che ci mancherà terribilmente, quando saremo vecchi e non riusciremo più neanche a raccontare.

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Eugenio Allegri e Leo Muscato al Teatro Mascagni con il loro Edipus

Caposaldo della poetica non allineata, al Teatro Mascagni di Chiusi arriva Edipus. L’appuntamento con il teatro d’autore è venerdì 5 dicembre (ore 21.15) quando sul palco del Mascagni salirà uno…

Caposaldo della poetica non allineata, al Teatro Mascagni di Chiusi arriva Edipus.

L’appuntamento con il teatro d’autore è venerdì 5 dicembre (ore 21.15) quando sul palco del Mascagni salirà uno sperimentatore linguistico, un “comico dell’arte”, interprete tra i più raffinati della nostra scena: Eugenio Allegri, diretto dal grande Leo Muscato.

Lo spettacolo, una residenza artistica della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi, sarà preceduto da “A tu per tu”, l’aperitivo con l’autore di scena nel foyer del Mascagni, a partire dalle ore 18:00. Un momento di approfondimento per entrare nel dietro le quinte di Edipus, la rivisitazione del più noto testo classico “Edipo re” di Sofocle, firmata da Giovanni Testori.
La storia racconta la vita di un capocomico, lo “Scarrozzante”, che in un teatrino di provincia tenta di mettere in scena una rappresentazione su Edipo. Abbandonato dal primo attore e dalla prima attrice, che hanno preferito strade più comode, lo Scarrozzante si trova dunque a ricoprire tutti i ruoli, finendo per confondere il piano del racconto con quello della sua disastrata vicenda autobiografica. Il testo su cui ruota l’interpretazione di Allegri offre molti spunti per un’elaborazione del tutto nuova dal punto di vista della storia, della forma e del linguaggio, tanto che Testori inventa “l’italicano”, una deformazione linguistica, misto di lombardo, di francesismi e latinismi, che recupera in questo spettacolo la sua piena teatralità.

Anche per questo spettacolo, prima e dopo la rappresentazione, sarà possibile cenare in teatro dalle 19.30 con un menù degustazione di prodotti tipici preparato dai ristoranti La Zaira, Il Grillo è Buon Cantore, Il Punto e, guest star enoica della serata, la cantina Colli Santa Mustiola.

Il prossimo appuntamento a teatro sarà a Natale, domenica 21 dicembre, ore 17:00, con la danza della scuola “Etoile” diretta da Monica Pelosi, che si esibirà in una serata di auguri.

Il 2015 aprirà i battenti con la storia del teatro che calcherà il palco del Mascagni: Giorgio Albertazzi, che a Chiusi porterà in scena “Il Mercante di Venezia”, uno spettacolo con un cast di oltre 18 attori per un grande classico che non deluderà le aspettative, in programma sabato 10 gennaio.

L’appuntamento con la danza, domenica 1 febbraio 2015, sarà con Tocnadanza Venezia e il suo “Made in Italy – I soliti Ignoti. Omaggio a Monicelli”. Uno sguardo sull’Italia e su noi italiani, sui nostri difetti e sui nostri pregi, con affettuosa autoironia, perché così come diceva di noi Winston Churchill:

“gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre”

Spazio al sorriso e alle risate con “Le Beatrici” di Stefano Benni, uno spettacolo tutto al femminile, dove nel circo della fantasia il travestimento è d’obbligo e i cliché femminili vengono smontati, sul palco sabato 21 febbraio 2015.

Il 3 marzo arriva a Chiusi, con la nuova produzione del Teatro Stabile di Bolzano “I Vicini”, Fausto Paravidino definito dalla critica “l’unico scrittore vero di teatro degli ultimi anni”.

Gran finale di stagione domenica 15 marzo con il mattatore Paolo Rossi e il suo “L’importante è non cadere dal palco”, dal cabaret al mistero buffo 2.0, attraverso Molière, Cecchelin, Jannacci, Gaber, fino ad arrivare a Shakespeare, un excursus sul teatro di Paolo Rossi, irriverente, rivoluzionario, pirotecnico.

Per gli abbonamenti, altre informazioni e prenotazioni rivolgersi ai numero 0578/226273- 0578/20473 oppure 3459345475 e inviare una email abiglietteriafondazione@gmail.com

 Comunicato stampa di Fondazione Orizzonti d’Arte del 3 dicembre 2014.
Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla nostra redazione.

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Festival Orizzonti: continuano gli appuntamenti a Chiusi

Continua il cartellone del Festival Orizzonti 2014 a Chiusi, una ricca programmazione dedicata alla nuove creazioni nelle arti performative. Tra domenica e lunedì, il cartellone spazierà dalla Danza all’Opera e…

Continua il cartellone del Festival Orizzonti 2014 a Chiusi, una ricca programmazione dedicata alla nuove creazioni nelle arti performative. Tra domenica e lunedì, il cartellone spazierà dalla Danza all’Opera e al Teatro.

Festival Orizzonti, domenica 3 agosto: debutto per Ca’ Luogo d’Arte e la Compagnia Festival Orizzonti

Chiara Guidi, Pino Strabioli, Ca’ Luogo d’Arte, Paolo Panaro, Compagnia Virgilio Sieni e Compagnia Festival Orizzonti. Questi i nomi della terza giornata di Orizzonti – Festival delle nuove creazioni nelle arti performative che si apre con ChiusiperferieLab e con il focus di Chiara Guidi sulla voce e l’interpretazione. La domenica del festival è poi impreziosita dalle installazione di Openspace Art, un’esposizione itinerante di opere di artisti locali per le strade del centro storico e alle 17.00 ai giardini del Duomo è Pino Strabioli a presentare il libro scritto a quattro mani con lo straordinario Paolo Poli Sempre fiori, mai un fioraio: trent’anni di ricordi del Maestro sono stati “rubati” dal giornalista e posati su un libro che è un’escursione tra letteratura e irriverenza, libero pensiero e poesia.

orizzonti

Esercizi di primavera – Compagnia Virgilio Sieni (credit: foto di A. Anceschi)

Debutto al festival per il teatro ragazzi di Ca’ Luogo d’Arte che con “Il gatto con gli stivali. O della povertà che si riscatta” racconta una fiaba e, con semplicità, ne svela la poesia, mentre alle 19 Paolo Panaro, in barca sul Lago di Chiusi, ricostruisce in VisitAzioni il tempestoso amore di Orlando per la perduta Angelica: si entra nel Furioso inconsapevoli e ne si esce come storditi da una sensazione di vastità e di ribollìo della scena.

Nella serata due appuntamenti, alle 20 l
‘unica data estiva di “Esercizi di primavera” della Compagnia Virgilio Sieni al Teatro P. Mascagni: lo spazio si forma al movimento e i gesti si raccolgono in ballate, si succedono danze che preparano alla stagione nuova. In Piazza Duomo la Compagnia Festival Orizzonti porta in scena la prima nazionale di Grimm’s Anatomy, tre registi, tre punti di vista e tre storie si intrecciano in un unico spettacolo che, con incisione chirurgica, si addentra nel mondo delle fiabe dei fratelli Grimm per condurli alla contemporaneità. Chiude la giornata la proiezione del film Pina per la regia di Wim Wenders in Tensostruttura, all’interno di ChiusiFestivalDoc, e il Dj Set Suoni dal Festival in Piazza XX Settembre.

Festival Orizzonti, lunedì 4 agosto: il dittico “Pierrot Lunarie” e “Gianni Schicchi”

“Pierrot Lunarie” è considerata l’opera più famosa di Arnold Schönberg, manifesto dell’espressionismo musicale. Su testo del poeta belga Albert Giraud, racconta la storia del poeta virtuoso Pierrot, eroe malinconico e triste che si destreggia poeticamente esprimendo se stesso e il suo ambiguo carattere. L’immagine romantica è deformata in smorfie e proiettata in immagini ora grottesche ora allucinate: canta alla luna che lo ispira, vive l’angoscia più profonda, si immagina assassino, ed infine dopo tormenti e attimi di puro cinismo, torna alla sua patria, Bergamo, invocando nell’ultimo brano «l’antico profumo dei tempi delle fiabe».

In “Gianni Schicchi”, la fonte primaria del soggetto dell’opera è in un breve episodio dell’Inferno della Divina Commedia. Qui è rappresentata l’avidità degli eredi, beffati dal geniale Gianni Schicchi. Questo tema, ricorrente in molte farse e commedie di ogni tempo e luogo, s’intreccia alla storia d’amore tra Rinuccio e Lauretta ed è magistralmente rappresentato attraverso un meccanismo di grande precisione teatrale e musicale per mano di Giacomo Puccini (libretto di Giovacchino Forzano) che ne ha fatto un gioiello del teatro d’opera.

Il programma completo di lunedì 4 agosto a #Orizzonti14:

  • Dittico “Pierrot Lunaire” e “Gianni Schicchi” (nuovo allestimento) – Opera
  • VisitAzioni – Paolo Panaro – Teatro
  • Incursioni – Progetto Dedalo – (Performance Urbane) – Danza
  • Piccoli Suicidi in Ottava Rima Vol.1 e Vol. 2 – Marmocchio. Una specie di Pinocchio di Marmo – I Sacchi di Sabbia – Teatro

Per informazioni e prenotazioni: Festival Orizzonti

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Chiusi nella Danza: la conferenza di presentazione del festival

Nella splendida cornice del natural resort di Fonteverde, a San Casciano dei Bagni, è stata ufficialmente presentata la prima edizione del festival “Chiusi nella Danza”, che si svolgerà nella cittadina…

Nella splendida cornice del natural resort di Fonteverde, a San Casciano dei Bagni, è stata ufficialmente presentata la prima edizione del festival “Chiusi nella Danza”, che si svolgerà nella cittadina etrusca dal 10 al 13 luglio 2014. Un festival ambizioso, che intende unire momenti di spettacolo a convegni e stage formativi, tutti incentrati sul mondo della danza e sulle più ampie sfaccettature dell’arte coreutica.

La prima edizione del festival Chiusi nella Danza parte dalla fortunata esperienza dell’anno scorso, la rassegna che portava lo stesso nome e dal cui successo la Fondazione Orizzonti e l’amministrazione comunale di Chiusi hanno deciso di proseguire il percorso, rinnovando l’impegno e l’investimento per tramutarla in un vero e proprio festival dedicato alla danza. Una dimostrazione di fiducia, quindi: puntare sull’industria culturale e sull’arte anche in situazioni di crisi economica, e allargare la visuale alla Valdichiana e alla provincia di Siena per fare rete, come dimostra simbolicamente la presentazione ufficiale del festival nel territorio di San Casciano dei Bagni. Chiusi nella Danza si presenta come una sorta di start-up culturale, che intende proseguire l’esperienza positiva dello scorso anno e crescere ulteriormente, coinvolgendo le scuole di danza della città e contribuendo alla formazione di giovani ballerini.

IMG_1862Alla presentazione del festival erano presenti il sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli, l’assessore al sistema Chiusi Promozione Chiara Lanari, il presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte Giovanna Rossi. Mattatore della serata è stato il direttore artistico Samuel Peron, che ha ribadito la volontà di crescita della manifestazione, connettendo le esibizioni di danza alle esperienze formative dedicate alle realtà coreutiche del territorio.

Punto di forza del festival saranno quindi gli appuntamenti formativi, grazie a stage di livello intermedio e avanzato con Kristian Cellini per il lyrical jazz, Giovanni Eredia e Cesira Miceli per il tango, Antonio McVillan e Giulia Fantini per lo swing, Maykel Fonts e Relle Niane per la salsa. La novità di questa edizione è il laboratorio coreografico sul movimento e la drammaturgia corporea tenuto da Marianna Giorgi, della durata di nove ore, i cui risultati verranno presentati al pubblico nell’ultimo giorno di Chiusi nella Danza.

Gli spettacoli di danza animeranno tutte le serate di Chiusi: dal Balletto di Siena con la danza classica “Gran Suite Classic Verdiana” e la danza contemporanea “Lucifero”, alla compagnia Flamenco Tango Neapolis che si esibisce con “Viento”, fino alla serata conclusiva con “Ballando nelle Piazze”, dove il pubblico non è solo spettatore ma protagonista. Durante gli aperitivi, al chiostro di San Francesco, si svolgeranno spettacoli e percorsi di ricerca drammaturgica con Caterina Genta in “La sposa senza volto”, la compagnia Luogocomune con “Selfie” e la presentazione del libro di Samuel Peron dal titolo “Senza Tempo”.

CHIUSI NELLA DANZA 2014Il sabato pomeriggio sarà dedicato alle scuole di danza di Chiusi, che si contenderanno il premio del 1° Concorso Chiusi nella Danza al Teatro Mascagni. La domenica mattina, sempre al teatro, si terrà invece il convegno “Danza e nuovi media: l’evoluzione dei linguaggi coreutici”, in cui professionisti ed esperti del settore mediatico parleranno dell’evoluzione artistica e comunicativa della danza, approfondendo gli aspetti antropologici e le forme di espressione più adatte ai social network. Non a caso, il convegno sarà trasmesso in streaming e godrà di una copertura live sui principali social media.

Appuntamento a Chiusi, quindi, dal 10 al 13 luglio 2014. Potete trovare ulteriori informazioni sul festival sul sito web della Fondazione Orizzonti, oppure cliccare qui per scaricare il programma completo del festival “Chiusi nella Danza”.

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