La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: andrea cigni

Lallerare senza lilleri, o almeno provarci: la vicenda ondulatoria del Festival Orizzonti fin qui

Inizierò citando me stesso. Copiando e incollando una porzione di testo che chiudeva un articolo apparso su questo stesso magazine, riguardante il Festival Orizzonti 2014: Ecco, il motivo per cui…

Inizierò citando me stesso. Copiando e incollando una porzione di testo che chiudeva un articolo apparso su questo stesso magazine, riguardante il Festival Orizzonti 2014: Ecco, il motivo per cui ha comunque senso fare teatro nelle piazze, mentre intorno rombano i motorini, il vocio dei branchi fuori dai bar disturba l’attenzione, lontano i brusii, i pianti dei bambini e le urla delle madri, gli anziani che si alzano dalle prime file e passeggiano davanti al palco ombreggiando i piani scenici senza il minimo rispetto, il motivo per cui ha comunque senso portare Arte in qualunque strada, a contatto con qualsiasi tipo di umanità, è quel coraggio che va perseguito costantemente, sebbene si ripercuota in tutti i singoli moti di contraddizione, i quali in fondo non sono altro che energie da dirottare, dicevo.

In quel periodo c’era la vivida percezione di avere a che fare con un progetto educativo di importanza vitale per chi, come me, annusava la reale occasione di generare un fulcro artistico di poliedrica portata, multidisciplinare e propulsivo, che si rivolgesse non solo alla cittadinanza del comune di Chiusi, ma che diventasse un punto di riferimento, per tutta la macroarea tosco-umbra, per il teatro di prosa e per – in generale – l’applicazione delle arti liberali. C’era lo sfruttamento del paesaggio e di suggestivi spazi chiusi del borgo chiusino, c’era un notevole sincretismo organizzativo tra entità locali e importanti personalità di rilievo nazionale, formidabili opportunità formative non solo come spettatori, ma anche come interattori attivi nei workshop e corsi tenuti – a prezzi popolari – da affermati professionisti negli ambiti della scrittura e nella gestione pratica delle arti sceniche. Tutto questo faceva parte di un percorso che avrebbe piano piano costituito una comunità di pubblico-attivo consapevole e preparato, con la possibilità di affinare anche professionalità, investendo sia nella soddisfazione degli appassionati, sia nell’accrescimento e nella formazione di neofiti.

Il festival era stato ideato da Manfredi Rutelli nel 2003, che in una recente intervista, rilasciata a Tommaso Chimenti di recensito.net, così si esprime in relazione alle recenti casistiche di cronaca:

«L’ho chiamato Orizzonti proprio perché a Chiusi, con quel nome, c’era bisogno di qualcosa che allargasse le prospettive, culturali e non soltanto ospitando artisti internazionali ma attraverso il coinvolgimento diretto della popolazione dando spazio e luogo a realtà esistenti e dando loro occasione di crescita attraverso la formazione e la partecipazione diretta»

La direzione di Manfredi Rutelli è durata dieci anni. Fino al 2013. In questo lasso di tempo, già il festival dava segnali di crescita, collezionando, sui propri cartelloni – tra gli altri – Cesar Brie e Moni Ovadia, Davide Enia, Nicola Piovani, Giorgio Rossi e Davide Riondino.

Del 2014 è la prima edizione dell’era Andrea Cigni, scelto come direttore artistico tra quarantuno candidati, dopo la decisione da parte dell’amministrazione comunale di allora, di costituire una Fondazione che fosse volta alla valorizzazione, tutela, produzione e  promulgazione dell’industria culturale e della bellezza nel territorio di Chiusi. Il festival alza il tiro. Comincia ad avere pretese di centralità. Si ingigantisce, quindi,  ospitando, tra gli altri, enormi nomi del panorama artistico internazionale: Chiara Guidi con la Socìetas Raffaello Sanzio, Roberto Latini con Fortebraccio Teatro, Philippe Daverio, Ascanio Celestini, Pino Strabioli, Franca Valeri, Pippo Delbono, Valter Malosti, Arturo Brachetti, Abbondanza Bertoni, Emanuele Soavi, Paolo Fresu, Eva Robin’s. Colleziona una pluralità di gesti artistici, di controlli epifanici d’arte, con un’offerta di altissimo livello.

In un articolo apparso il venti maggio duemiladiciassette su Primapagina, Marco Lorenzoni – il quale ha rappresentato una voce attivissima sull’argomento, preponderante nell’apparato di cronaca delle vicissitudini decisionali in relazione alla possibilità di negare Orizzonti17 – scrive:

L’edizione di quest’anno (2017) avrebbe portato il deficit della Fondazione da 200 a più di 350 mila euro, da qui la decisione di fermare la macchina: decisione che consentirà di evitare di accrescere il debito e di mettere in sicurezza il bilancio e che il sindaco-Presidente non ha preso in maniera “monocratica”.

In breve: la fondazione ha riscontrato un rilevante debito, accumulato dalle recenti emanazioni di gare, bandi e progetti. L’urgenza di saldare la lacuna finanziaria ha prodotto dissidi interni, specie tra il sindaco Juri Bettollini e il direttore artistico Andrea Cigni. L’insolubilità delle tensioni ha portato inizialmente alla drastica decisione di sospendere i progetti, lanciati durante l’inverno: dall’allestimento della Madama Butterfly, alla partnership formativa con l’Università Bocconi di Milano, dalla costituzione di un’orchestra Orizzonti Festival, alla selezione per una compagnia stabile, professionale, di attori, diretta dal maestro Roberto Latini. Latini ha provinato 150 persone in nemmeno cinque giorni. Prima di ogni sessione – estenuante – di casting si è seduto, con i suoi consueti silenzi ebbri di sensi, le sue parole, tonanti anche quando emesse sottovoce, in mezzo ad ogni gruppo di candidati e ha detto «Innanzi tutto grazie. Non lo ripeterò più, ma consideratelo come un sottotesto costante di qualsiasi cosa vi dirò d’ora in poi. Grazie per far parte di questo progetto». Ed era una carica sincera, sembrava. La forza di quella progettualità idealistica, che permetteva a persone di candidarsi per prendere parte ad una compagnia diretta da una delle più importanti umanità del teatro italiano, era senza dubbio entusiasmante. Come spesso succede, però, all’idealismo succede sempre un cozzo con la prosaicità delle finanze, dei tempi, dei costi.

Il 14 giugno 2017 si è svolta una conferenza stampa nel caldo afoso delle dieci e trenta antimeridiane nel largo Cacioli, al centro dello snodo di Chiusi città, in cui Juri Bettollini ha presentato la nuova squadra della Fondazione Orizzonti. Questa ha svelato – a sorpresa – il programma del festival 2017. La nuova compagine direttiva ha visto l’ingresso di Lucia Marcucci, come responsabile organizzazione e management, Pasquale Trinchitella, direttore generale e amministratore, ed Edoardo Albani, come responsabile del patrimonio storico e museale. Tra le particole dei trenta grandi centigradi e il sole battente è stato presentato anche il nuovo direttore artistico, Roberto Carloncelli, il quale conosce le realtà artistiche del territorio, tanto che ne ha fatto parte in passato e tutt’ora, nonostante l’esperienza professionale quarantennale nel mondo del teatro, sovente frequenta. Questi ha lavorato a titolo gratuito per un mese, nel caos del turbine polemico che si è abbattuto su fondazione e amministrazione comunale, stendendo un programma di otto giorni, con due spettacoli al giorno. Il festival ha un costo ridotto, controllato, gestito con misure – ovviamente – più ristrette.

Il programma vede il coinvolgimento ingente di entità locali (Setteottavi, Arcadelt, Il Gorro, il duo Longari-Margheriti, nonché – per tangente argomentativa – l’orchestra regionale della Toscana), come a sopperire a quella disaffezione e scisma iterato tra le fonti energiche e produttive di Chiusi, nonché di ospiti di rilievo nazionale (Gioele Dix, Nina’s Drag Queens, Kataklò, Teresa bruno, Sosta Palmizi, Oblivion, Compagnia Virgilio Sieni). La produzione Orizzonti di quest’anno, diretta dallo stesso Carloncelli, vede Oleanna, testo di David Mamet, già recettore di applausi al Festival dei Due Mondi di Spoleto negli anni novanta, riproposto in Piazza Duomo il 30 luglio, con Gianni Poliziani e Benedetta Margheriti.

Il titolo e tema dell’edizione è #UMANO. Che, a quest’altezza, può essere letto in due modi: da una parte è il fulcro riflessivo di un umanesimo secondario, un nuovo rinascimento dalle ceneri della crisi, e il ritornare ad investire su capitale umano, le risorse plurali degli individui, nelle loro enormi potenzialità psichiche e fisiche (come ci ricorda il vitruviano di Leonardo, che sul manifesto campeggia), dall’altra vi è un ritornare all’altezza uomo, in una mediocrità, nel senso oraziano del termine – si badi bene – che riporti i mediocri su un percorso riconoscibile, e accompagnarli, attraverso la crescita futura (auspicata) della manifestazione in una parallela e simmetrica crescita della collettività.

Da una parte quello può essere sottolineato è un’intelligenza amministrativa nel far fronte ad una lacuna e carenza di strumenti finanziari e strutturali, attraverso un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta. Equilibrio, la cui riuscita, non può che essere confermata durante i giorni del festival dalle presenze di pubblico, il quale dovrà pagare biglietti di soli 10 euro (8per il circuito off), ridotti a 5 per i residenti.  Si è costituita una cosa pop, che cerca di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, ma che allo stesso tempo si assesta in una posizione media, più generalista, che non manca di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival.

Dal punto di vista artistico non si può nascondere una profonda rottura con la linea programmatica che ha caratterizzato uno dei festival più importanti del nostro territorio. Manca tutto quell’apparato educativo e di elevazione culturale, di progettualità formativa – e per il pubblico e per gli addetti ai lavori o aspiranti tali – lontanissima dal mero intrattenimento che caratterizzava le edizioni precedenti: non che questo programma sia scevro di interessi sociali e riflessivi, per carità, ma sicuramente in misura minore rispetto alla linea perseguita finora. L’auspicio è che quest’edizione sia una base; un modo intelligente di attutire i conflitti, recuperare i cocci e ricomporli, in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale, a fini educativi, in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Un lallerare senza lilleri, o almeno provarci, che sia, prima di tutto, un richiamo all’ordine.

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Il teatro “local” di Orizzonti raccontato dagli artisti

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro…

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro che da anni opera in tutta l’area Valdichiana, tra Montepulciano, Sarteano e Chiusi, costruendo spettacoli di alta caratura e impegno da parte dei registi, degli attori e degli scenografi. Ho incontrato Laura Fatini, autrice dei testi dei due spettacoli e regista de “Gli Dei di Lampedusa”, Gabriele Valentini, regista di “Ballata per Giufà”, Valerio Rossi, che interpreta il Giufà nello spettacolo diretto da Valentini, e Andrea Cigni, sommo direttore del Festival Orizzonti, alla fine di una lunga giornata di sudore e spettacoli, bevendo birra artigianale.

T.G. Che cos’è, quindi, il mediterraneo?

Gabriele Valentini: Il Mediterraneo, inteso come luogo fisico è “il mare tra le terre”. Come luogo spirituale, invece, rappresenta un incrocio di culture e di idee. Un grande spazio acquatico senza quei confini che purtroppo ci sono.

T.G. E ‘Giufà’ come rientra in questa definizione, in questa coordinazione geografica la storia ancestrale, la mitopoiesi dei racconti che coinvolgono questo personaggio?

Laura Fatini: Giufà è il mediterraneo. Esiste in tutti i paesi che si affacciano sul nostro mare con vari nomi e varie caratteristiche. È dal 1100 che le sue storie varcano tutte le coste del mediterraneo. Un convegno tempo fa comparò Giufà, Sancho Panza e Ulisse. Io sono perfettamente d’accordo nel considerarlo un elemento essenziale per la cultura totale del Mediterraneo.

Valerio Rossi: Il mio Giufà, invece, rispecchia il concetto – che io e il regista dopo un bicchiere di sambuca abbiamo scoperto nell’identificazione del personaggio – di “ecolalia”. Il ripetere cioè cose che ti sono state dette. forse sin da bambino, e dopo averle immagazzinate continui a ripetere involontariamente. Acquisisci le storie di tutti immettendoti così in un contesto simile a quello del luogo spirituale rappresentato dal mediterraneo, ovattato, a coste chiuse, ma pieno di racconti.

T. G.: Dopo anni ed anni di collaborazioni, tangenti Valentini-Fatini le vostre personalità artistiche si sono perfezionate. Quali sono le affinità e le divergenze tra voi due?

Gabriele Valentini: Le divergenze sono totali. Ci sono due strutture, due culture diverse. Nello specifico, la cosa divertente per “Ballata per Giufà” è stato prendere un testo di Laura e giocarci, cercando di rispettare la parola scritta, ma personalizzando la teatralizzazione: dai costumi alla regia generale. E credo di averlo cambiato completamente, rispetto a come lo aveva inteso lei.

Laura Fatini: Sì, noi vediamo i testi in maniera opposta e la cosa straordinaria è che riusciamo a fare regie insieme! Credo però che negli anni ci siamo contaminati. Lui mi ha insegnato molto l’uso delle strutture sceniche, la scenografia. Io invece non credo di avergli insegnato nulla, ma forse qualcosa sì… ho una maggiore visione d’insieme grazie a lui. Per il resto lavoriamo in maniera completamente opposta, ed è questo il bello della collaborazione. Altrimenti non ci sarebbe nessun frutto, no?

Gabriele Valentini: Se lavorassimo nello stesso senso di marcia, nella stessa direzione, sarebbe anche noioso seguire i progetti. Per me, la sfida divertente di questo Giufà, per esempio, è l’aver preso un linguaggio completamente diverso dal mio, che è quello della Fatini, scritto, e trasformarlo in qualcosa di visivo che mi somigliasse di più rispetto a ciò che lei aveva scritto.

Laura: sarebbe bello vedere in scena i due Giufà. Noterebbero tutti la totale diversità dei personaggi.

T.G: E invece, Andrea Cigni, per te è difficile collocare i registi locali con dei grandi del teatro contemporaneo? Voglio dire Insieme a Laura Fatini e Gabriele Valentini, che lavorano da anni nel territorio, hai immesso nel programma Pippo Delbono o Roberto Latini della Fortebraccio Teatro…

Cigni: Dal momento che credo fortemente in questo progetto voglio portare, il progetto che ho in mente, fino in fondo. Quindi il mio pensiero è che il territorio non si debba abbandonare. In ogni caso, non credo che sia una questione di territorialità; Valerio Rossi, per esempio, ci è nato a Chiusi, ma adesso vive da tutt’altra parte. (vive a Londra da tre anni, ndr) Credo sia una questione di opportunità, e non di provenienza. Una questione occasioni e opportunità create. Che poi io abbia scelto persone che operino qui è un dettaglio non poi così rilevante. Mi fa piacere che il festival rappresenti un punto di arrivo di realtà lontane tra loro, ma anche un punto di partenza per gli artisti che hanno scelto di rimanere qui, non per mortificarsi, ma perché credono che portare avanti un progetto nel proprio territorio abbia lo steso valore che portarlo nelle grandi città. Anche Roberto Latini, per esempio, è romano, ma ha scelto di vivere a Bologna, voglio dire. Poteva benissimo rimanere a Roma. Per cui credo fermamente che loro abbiano scelto di operare qui e sfruttare ciò che il territorio offre. a me spetta il compito di aiutarli sostenerli e creargli un terreno sul quale loro possano lavorare. Loro hanno avuto il coraggio di togliere tante persone dalla casa, dai cellulari, e riunirli intorno al valore del teatro, inteso come luogo in cui si vedono e si sperimentano delle cose.

T.G.: Sei al secondo anno di direzione artistica del festival; rispetto all’anno scorso, nell’economia generica dell’ambiente, anche relativamente alle risposte di questa terra, come si è configurata l’evoluzione, se un’evoluzione c’è stata, del “progetto Orizzonti”, a tuo parere?

Andrea Cigni: Da parte mia ho visto un radicamento molto rapido, in questi due anni. Ho fatto il primo sopralluogo nell’estate di due anni fa. Era il momento di picco turistico e dormivo in un B&B qua vicino. Chiusi mi sembrava – lo posso dire? – un piccolo Bronx. Sembrava la caduta degli dei, una desertificazione generale. Questo è stato destabilizzante, per me. Poi però ho cercato di creare degli stimoli. Il festival e la sua struttura si sono radicati, secondo me, e non soltanto per la città di Chiusi, ma anche dall’esterno: riconoscere in questo luogo un posto dove si fa teatro, in varie sfaccettature. È una crescita in controtendenza poi, perché non è così scontato avere serate piene di lunedì e martedì. Questo mi fa felice, non per me – non ci stiamo guadagnando cifre astronomiche per comprarci le ville – ma per le persone che vengono, osservano e vivono questo luogo bellissimo, in questi giorni. Sentire persone o anche i vari Pippo delBono o Latini o un musicista qualunque, che ti dicono “qui a Chiusi sono stato bene” e “Grazie” – e ti assicuro che non lo fanno per i soldi – è un bel successo per me, per quello che ha rappresentato nel mio percorso personale questo festival, e soprattutto per loro.

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Romanzo Mediterraneo _ Una presa diretta di #orizzonti15

Non potevo non sfruttare l’opportunità di girovagare per il Festival Orizzonti di Chiusi, anche quest’anno. L’unica realtà in cui l’attenzione, il perno retorico del programma, è veramente incentrata sulla prosa,…

Non potevo non sfruttare l’opportunità di girovagare per il Festival Orizzonti di Chiusi, anche quest’anno. L’unica realtà in cui l’attenzione, il perno retorico del programma, è veramente incentrata sulla prosa, sulle qualità del racconto, sui registri e i fraseggi della recitazione piana, attiva, contemporanea. Il concept di quest’anno è il Mediterraneo e le sue declinazioni, le sue infinite aperture di ventaglio, il suo serbatoio millenario di storie e termini emotivi. Ho inteso la giornata del 4 Agosto come un’unica, grandiosa, rappresentazione.

Ore 14:30

È il 4 agosto. Pomeriggio. La mia macchina è immobile in una piazzola dell’autostrada. Io sono fermo alla colonna del SOS, ho già chiamato i soccorsi. Sono in attesa. Scoprirò più tardi che la cinghia di distribuzione dell’albero motore che fino al chilometro 394 dell’A1, in direzione Roma, faceva parte del plesso unitario e coerente del sistema-automobile, è scomparsa, annullatasi in un Seppuku estivo, come Mishima, per mancata tolleranza della canicola. Vabbè.

Riesco fortuitamente a trovare aiuto in autostrada. Persone che mi portano a Chiusi. Al Festival Orizzonti. Recupero un minimo di fiducia nell’umanità.

Ore 16:10

Quando entro nel foyer del Teatro Mascagni, dopo la disavventura estraniante che ho vissuto, sono passate le quattro. È il quattro agosto duemilaquindici. E sono in ritardo per recuperare i miei accrediti dalla responsabile dell’ufficio stampa.

Nella sala stanno provando “Therese et Isabelle”, lo spettacolo della compagnia del Teatro di Dioniso, in programma per la sera successiva. Gli attori camminano in autonoma e distaccata indifferenza gli uni verso gli altri, e costruiscono, ormai per inconscio derivato dalle alacri ore vissute sullo stesso piano scenico a provare gli spettacoli, un’armonia implicita. Una pura coscienza dell’Altro, un’immedesimazione etero diretta. Camminano disordinatamente, in apparenza, a guardarli meglio tutto gira secondo un ordito preciso, intimo e viscerale. In questi momenti, gli attori, accarezzano l’imo del daimon scenico, l’estro teatrale, lo spirito che coglie i canali del corpo umano e li rende lirici. Questa è la poiesi del racconto, quel limite fisico, tangibile, in cui si costruiscono le storie. È come assistere ad un’aurora boreale, come assistere ad un parto di un animale raro. Un feto di panda che viene alla luce tra i bambù. Poi ci penso meglio, e mi accorgo che è solo teatro.

Mentre aspetto Anna dell’ufficio stampa, scorgo dei libri messi in vendita a costi ridottissimi. Mi prendo una biografia di Flaiano, scritta da Giovanni Russo, e i diari di Vittorio de Sica. Mentre leggo mi passano accanto decine di ragazzi, volontari, stagisti, dipendenti della Fondazione Orizzonti, tutti indaffarati alla gestione della vendita dei biglietti, dei trasporti delle casse, della logistica degli spettacoli. Entra anche una delle costumiste del festival. Ha dei lunghi capelli bianchi, una veste di lino e porta con sé sacchi di stoffa.

È come una Menade solare, una visione. La seguo uscire verso via Porsenna. L’aria è immobile come l’immobilità che consegue uno sforzo. Quella fermezza psichica, raggiungibile solo dopo un’attenta introiezione del movimento. Non c’è suono. Sono quasi le cinque.

Anna mi chiama. Mi foIMG-20150805-WA0004rnisce gli accrediti. Mentre parla con me, il telefono le suona cinque volte. Come un orologio casuale che per una strana perizia del fato suona esattamente le ore che il quadrante reale nello schermo dello smartphone segnala con inattaccabile giustezza.

Intanto ho bisogno di una macchina. Ci sono due ragazze che stanno per portare le casse allo spettacolo imminente al Lago di Chiusi. Sono automunite. Attingo un passaggio che gentilmente mi viene concesso. L’anziano autista mi chiede “Ma te, fammi capì, se ‘n c’ero io con che venivi giù? A piedi?”. “Sì” rispondo con sommessa fierezza, e gioia dell’azione, che contraddistingue la mia passione per l’arte scenica “probabilmente, sarei sceso a piedi”.

Ore 17:30

Al Pesce d’oro l’ambientazione è mistica. Anche qui arrivo molto presto rispetto allo spettacolo. Sento le battute di due diverse pièce, che ancora stanno provando. L’omosessuale o la Difficoltà di esprimersi è un continuum di grida lancinanti che si ripetono. Si ripetono le stesse frasi. Tre volte. È una prova, giustamente, ma sembra una litania rabbiosa e rituale. Eva Robin’s rimane inerte sul pontile di legno dolcemente appoggiato sul lago. Un attore si getta in acqua ed inizia, in stile libero, a varcare lo spazio tra le due piattaforme di cemento che si allungano verso le profondità lacustri. Le onde generate dal suo vorticoso movimento sulla superficie si organizzano in precise increspature sul piano immobile dell’acqua semi-palustre d’agosto. Il suo corpo è un’isola. Un’isola misurata nella sua bellezza.

Mi sposto verso lo spazio centrale tra i due pontili, in cui è allestita la scena de “Gli Dei di Lampedusa”, scritto e diretto da Laura Fatini. Anna Maria Meloni, una delle attrici, è già in abiti di scena: un lungo vestito rosso ed un turbante, dello stesso colore, che le fornisce un’aura esotica e materna, un trionfo della natura arrossata delle fauci del Mediterraneo, che sembra apparire, ora, al posto del Lago di Chiusi, con la sua apertura celeste, timida e lungimirante, il suo speculare immergersi, rappresentandosi come altro dal mare che impersona, nell’azzurro infinito del cielo.

Vedo Laura Fatini addentare un Maxibon. “Mi fai venire fame” le dico. Con lei entro dentro il bar giustapposto all’ingresso del piazzale erboso sul lago. “Ti vedo nervosa” le dico ironicamente “che hai?”. Freddamente mi risponde “Non mi rassicura l’amplificazione” mi confida “Non sopporto l’idea di sentire una voce in stereofonia, quando l’attore che la dice si trova in un preciso lato del palco”.

La Comédie Humaine è già qui, di fronte ai miei occhi. È un continuum scenico di frasi e deviazioni narrative. Chiedo al barista “Scusi, prima di prendere il Maxibon, vorrei usare il bagno, se mi dice dove posso trovarlo”. Lui contrae la bocca in uno spasimo di ironia e benevolenza, “Guardi” mi fa “E’ là dietro quella porta bianca. Io di solito sono chiuso il martedì, ma ho aperto esclusivamente per permettere l’uso del bagno…” potrebbe fermarsi qui. Potrebbe non aggiungere altro. E invece sente la necessità di varcare il limite della loquacità, sostenendo: “certo che per organizzà le cose al lago, chiamacci la gente e unn’avecci il bagno, bisogna esse proprio di Chiusi…”

Intanto iniziano a comporsi piccoli segnali di disagio. Non ci sono ancora né posti per far sedere il pubblico, né transennamenti. Arrivano tutti i leader della gestione dell’evento. Risolvono la situazione in pochi minuti, mentre gli attori iniziano a scaldare la voce tenendo precise vocalizzazioni diaframmatiche. Insieme formano un accordo di settima minore.

Il sole dona un notevole tono lirico a tutto il panorama. La luce delle 18 meno dieci già anticipa una precisa e rassicurante corale delle livellature ambientali che vanno sovrapponendosi. Sul pontile, seduti, Pierangelo Margheriti e Giulia Roghi ripassano le battute. Mi avvicino per salutarli, per dire loro “Merda merd…” . Mi fermo. Stanno dicendosi le battute con una naturalezza irripetibile. Seduti sul bordo del lago. È un’immagine definitiva, irraggiungibile. Metateatrale. Mi blocco per quella notifica di cui sopra, riguardo alla basica elementare della formazione scenica. Quell’edificazione del demone del palco – che è una spiaggia – quella monodica diffrazione di gesti, sguardi e parole donate all’aria, prima dello spettacolo, per poi ritrovare tutto, nella stessa aria dell’azione scenica. Più in là Calogero Dimino è già il personaggio che andrà a rappresentare.

Ore 18:10

 IMG-20150805-WA0001 Tra il pubblico, il mio vecchio professore di biologia del liceo, accompagna alcuni amici stranieri. Si siede poco dietro di me e indica loro qualcosa sulla superficie del lago “Là, vedete? Uno Svasso. Femmina. Adesso si immerge, guarda…” osservo l’uccello nidificatore affondare prima il collo, poi l’intero busto nella piattaforma immobile dell’acqua, che si corruga in onducole senza coscienza.
Inizia lo spettacolo. Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar. Quell’occidente così bene rappresentato, nella vendita che lui stesso vuole infondere, nella nostra africa, dei suoi meravigliosi prodotti, fabbricati per lo più grazie alle materie prime che dalle nostre terre ha depredato. Quell’occidente così ben rafforzato dalle armi che costruisce e ci vende, per poi accusarci di usarle, quando le effrazioni superano qualsiasi tipo di umanità concessa dalla storia.

Calogero Dimino è siciliano di per sé. Interpreta il becchino di Lampedusa che raccoglie i cadaveri dei migranti, uccisi dai disumani viaggi nelle stive dei barconi, ai quali sono costretti dalla disperazione, per seppellirli. È il secondo pugno emotivo, che è già un knockout dopo solo dieci minuti di spettacolo.

Gli attori appaiono bravi. Il testo è altisonante. Mette insieme elementi della tragedia greca, letteratura contemporanea e comunicati ufficiali e non ufficiali dei giorni del terribile naufragio, lo scorso aprile, in cui persero la vita centinaia di migranti.

L’ambientazione naturale, che rifornisce ogni parola, ogni gesto, ogni singolo sasso mosso dalle coreografie e dalle coordinate sceniche, mostra la contrazione di un mondo che si aggroviglia su sé stesso. Un mondo in posizione fetale, in lacrime, un mediterraneo che è il suo ventre e che è premuto dalla furia di un dio biblico dell’antico testamento, un Mare Mediterraneo che si fa garante di un ordine tragico apollineo, il deus ex machina della morte livellatrice.

Ore 20:30

Torno a Chiusi Città, dopo aver cercato, in modo fallimentare, di saltare su una barchetta che mi avrebbe dovuto portare al centro del lago dove Silvia Frasson avrebbe rappresentato Mustiola, la santa patrona di Chiusi, e il suo volo. Non ce l’ho fatta, quindi, malauguratamente. Entro già al Chiostro di Sant’Agostino, dove a breve andrà in scena la “Ballata per Giufà”, testo di Laura Fatini, regia di Gabriele Valentini. Trovo tIMG-20150805-WA0000utto lo staff che organizza gli ultimi accorgimenti all’allestimento dello spettacolo. Valerio Rossi, il Giufà del titolo, sta sotterrando una Rosa. “Come stai?” gli dico. Mi guarda, non risponde, sorride.

Gabriele Valentini controlla le sue lenti Transition e il loro oscurarsi a seconda dell’intensità della luce naturale. Il fatto che siano trasparenti indica l’incipiente inizio della mise en scène. “Io direi che vi potreste andare a preparare…” fa agli attori. Si ferma a guardare Valerio Rossi e Giulia Rossi, rispettivamente Giufà e la Donna di Piazza. Dice solo “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”

Ore 21:15

Giufà è il personaggio principe delle narrazioni popolari della tradizione orale, un personaggio picaresco delle storie ancestrali, dalla più che rilevante caratura d’interesse antropologico. Giufà è presente in tutti i paesi del mediterraneo, con vari nomi, varie fatture. Ha più colori, più modi di essere. Ma le storie sono le stesse. E le sue storie girano il bacino del mediterraneo, senza la minima radice se non quella della totale appartenenza al flusso umano del racconto. Qualche giorno fa, al teatro Signorelli di Cortona, avevo sentito Ascanio Celestini raccontare diverse storielle su Giufà ad una velocità cabarettistica, da teatro di narrazione. Adesso invece, nella versione di Fatini/Valentini la vicenda è filtrata da una contestualizzazione iperuranica, lenta, tanto da sembrare una tragedia euripidea: sabbia sul piano scenico non inclinato, due pali irregolari di legno, una minuziosa incastonatura di pannelli bianchi, con un panno velatino centrale, dal quale filtrano immagini retrostanti, se rilucenti, e diviene manto omogeneo se illuminato dai par led dell’americana frontale. Una cifra stilistica, ormai più che riconoscibile, del gusto registico di Gabriele Valentini.

Il Giufà interpretato da Valerio Rossi è un folle, un sommarsi di personalità continue, scatti di sclerosi emotiva, switch di stati d’animo indeterminabili. Il Giufà espone i suoi ardimentosi percorsi argomentativi, nei colloqui con le due magnifiche figure interpretate da Mascia Massarelli e Claudia Morganti, con un crescendo di contrazioni. Come i gatti quando vomitano. Come le pulsazioni di un orgasmo.

L’unico rilassamento avviene nello splendido scambio di battute tra Giufà e la Donna della Piazza, interpretata da una Giulia Rossi di inossidabile bellezza. Il dialogo sembra arrivare da un fuori tempo e spazio, da un oltreoceano che vive solo nelle ipotesi di chi osserva. Giufà non è più Giufà, ma è le storie che indossa, e passa di bocca in bocca, come i popoli si spostano di terra in terra. Lo stabilimento, il ritrovare le stesse cose nei soliti posti, significa stuprare la tessitura delle narratologie universali.

Le storie popolari di Giufà, si basano molto spesso su comparative dirette dal risvolto comico; “come le stelle hanno potuto riscaldare me, allora possono pure riscaldare la pentola” dice Giufà al Sultano, “Come una pentola ha potuto figliare, allora ha potuto anche morire” dice al rigattiere. E così, queste piccole vicende, ci guardano e ci ri-guardano, nella nostra immedesimazione, dell’essere tanti uomini, forse tutti gli uomini, che avranno nomi e forme diverse, costumi, abitudini diverse, ma fondamentalmente appartenenti alla stessa, identica, maledetta storia.

Ore 2:00
Sono sul mio letto. Tornare a casa è stato un gloriaalpadre, determinato da un elemosinare un passaggio, concedutomi poi da una cara amica, fortunatamente presente tra gli spettatori della Ballata per Giufà. Mi viene in mente un passo dell’Antologia Palatina, che vado a ricercare;

   Ti brucerò, porta, con questa torcia,
brucerò chi sta dietro. Poi fuggirò ubriaco
attraverso l’Adriatico dal colore del vino, mi rifugerò
dietro un’altra porta: sarà la notte ad aprirla.

Ed osservandomi nelle lamentele che ogni giorno muovo a me stesso – e alle Capre che vivono in queste lande toscane, apparentemente grette e incolte – mi rendo conto di come il flusso umano che ruota intorno al mediterraneo comprenda anche la mia gente. E in questa stessa parte di mondo, così impura, inetta, la quale accuso di tappare le ali alle aquile e coprire lo sguardo ai falchi, mi rendo conto, sono stati fondati festival di teatro e musica di rarissima bellezza. Per il Festival Orizzonti e per tutti gli altri capolavori di innalzamento dei termini umanistici, possiamo dirci veramente fortunati. E forse, il motivo per cui sono ancora qui a scriverne è proprio la profonda e sacrosanta fortuna che intravedo in questa giornata sfigata.

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Soddisfazione a Chiusi: “Il Festival Orizzonti ha prodotto cultura”

“Il Festival Orizzonti di quest’anno è stato magnetico ed ha trasformato il centro storico della nostra città in un salotto dove gustare tutto quanto ha da offrire il meglio dell’arte…

“Il Festival Orizzonti di quest’anno è stato magnetico ed ha trasformato il centro storico della nostra città in un salotto dove gustare tutto quanto ha da offrire il meglio dell’arte con la A maiuscola. Le esibizioni, gli artisti e l’organizzazione sono stati di altissimo livello ed infatti il pubblico ha risposto sempre presente non mancando uno spettacolo. Le persone si sono riappropriate del piacere di scendere in piazza e di incontrarsi per le strade e questo credo che sia un grande merito da riconoscere all’arte del Festival Orizzonti.”

Sono parole di soddisfazione quelle espresse dal sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli a conclusione della dodicesima edizione del Festival Orizzonti: curato nell’organizzazione dalla Fondazione Orizzonti d’Arte e dall’assessorato al sistema Chiusipromozione. Il bilancio del festival, appena concluso, non può che essere, infatti, estremamente positivo visto che per dieci giorni la città di Chiusi, (il festival si è spostato dal centro storico anche al lago e in parte anche a Chiusi Stazione con una sorta di flash mob) è stata un vero e proprio punto di gravità per quanto riguarda ogni forma d’arte con spettacoli teatrali, prime nazionali, concerti, mostre e performance di ogni genere. A decretare il successo della dieci giorni chiusina è stato però soprattutto il pubblico che numeroso ed entusiasta ha seguito l’intreccio di spettacoli ideati dal direttore artistico Andrea Cigni.

festival orizzonti 2014“Abbiamo vissuto dieci giorni intensi – continua il sindaco di Chiusi Stefano Scaramelli – dieci giorni che hanno coronato il lavoro della Fondazione Orizzonti d’Arte iniziato tre anni fa quando questa amministrazione decise di scommettere su un progetto ampio, di cui appunto la Fondazione fa parte, che puntasse sulla cultura per far diventare la nostra città il punto di riferimento, nel territorio della Provincia di Siena e non solo, per tutto ciò che è arte e bellezza. L’obiettivo è ovviamente ambizioso, ma il cammino iniziato è sicuramente quello giusto ed il festival appena concluso ne è la conferma. La nostra città è stata per dieci giorni il più grande palcoscenico italiano dove artisti e pubblico si sono scambiati a vicenda emozioni e sensazioni uniche. La serata conclusiva poi è stata veramente suggestiva con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino, uno straordinario Ascanio Celestini che meritatamente ha ricevuto il premio Festival Città di Chiusi e la nostra splendida Piazza Duomo che ha vestito i panni di perfetta cornice per un gran finale. Insomma sono veramente soddisfatto che Chiusi possa vantare di avere un festival di così grande prestigio e in crescita come il Festival Orizzonti. Nel nostro modo di amministrare la cultura ha sempre rivestito il ruolo della protagonista e sempre con la filosofia che il merito ed il lavoro serio ed umile debbano avere la meglio sulle amicizie degli amici che troppo spesso nel passato hanno segnato l’agenda della proposta culturale chiusina. Proprio per questo come sindaco ho voluto rimanere fuori dalle decisione della Fondazione Orizzonti d’Arte perché sono certo che professionisti e persone preparate siano in grado di svolgere al meglio il proprio lavoro; il festival di quest’anno così come gli altri eventi organizzati dalla Fondazione Orizzonti d’Arte ne sono la conferma e di questo non posso che essere molto soddisfatto.”

L’edizione 2014 del Festival Orizzonti è dunque terminata, ma con questo non è terminato il lavoro dell’amministrazione e della Fondazione Orizzonti d’Arte che insieme all’assessore al sistema Chiusipromozione Chiara Lanari, alla presidente Giovanna Rossi e consiglieri e al direttore artistico Andrea Cigni, sono già al tavolo del lavoro per il 2015 per continuare a produrre cultura come elemento di sviluppo e coinvolgimento di partener privati, aziende, strutture ricettive e ristorative. Inoltre le co-produzioni delle mostre e degli spettacoli faranno tappa in Europa ed America rappresentando un ulteriore elemento di promozione del festival e della città tutta.

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Si chiude #Orizzonti14, comincia l’attesa per “Mediterranea”

#Orizzonti14: un grande successo per il Festival di Chiusi A chiudere “Orizzonti – Festival delle Nuove Creazioni nelle Arti Performative” è il concerto di Pierino e il lupo di S….

#Orizzonti14: un grande successo per il Festival di Chiusi

Mediterranea 15A chiudere “Orizzonti – Festival delle Nuove Creazioni nelle Arti Performative” è il concerto di Pierino e il lupo di S. Prokof’ev con Ascanio Celestini, cui è stato consegnato il Premio Orizzonti alla carriera artistica, la direzione del Maestro Sergio Alapont e l’Orchestra da camera del Maggio Musicale Fiorentino.

Solo l’ultimo di dieci giorni intensi di attività e settantuno eventi tra teatro, danza, musica, opera, mostre, incontri, laboratori e proiezioni che hanno portato alla Città di Chiusi un indotto turistico e culturale importante; una manifestazione che ha affermato dopo dodici edizioni una direzione decisiva e specifica nel senso della produzione culturale: residenze, produzioni, co-produzioni e collaborazioni di nuovi spettacoli sono state alla base dello sviluppo programmatico voluto dal nuovo direttore artistico Andrea Cigni, selezionato tramite concorso dalla Fondazione Orizzonti d’Arte.

Dal palco dell’ultima serata di festival il Sindaco della Città di Chiusi lo afferma chiaramente: “Questo deve rappresentare l’anno zero per la cultura di questa città”. E con questa dichiarazione viene dato un seguito giustificato all’aperitivo-evento che ha introdotto il tema dell’edizione 2015 che si terrà dal 31 luglio al 9 agosto: Mediterranea. Culture, paesi che si affacciano sul Mediterraneo come bacino diversificato ed eterogeneo degli Orizzonti futuri, quelli appunto del prossimo anno.

MediterraneaCoinvolgimento e partecipazione del territorio hanno rappresentato uno slancio per il festival e il suo punto di arrivo: complici nella buona riuscita di questa edizione saranno elementi imprescindibili anche per la progettazione 2015. Grande soddisfazione dunque per la Fondazione Orizzonti d’Arte che con quest’anno è riuscita a conciliare un programma di grande finezza e levatura culturale con la risultante di una buona comprensione da parte della città e la preziosa visibilità di stampa e media locali, nazionali e specializzati. Si può dire allora che ha premiato la chiarezza di intenti e il coraggio della Fondazione Orizzonti d’Arte tutta e della Direzione artistica.

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Festival Orizzonti di Chiusi, un vortice creativo di cultura

Reportage della giornata di domenica 3 agosto Si parla sempre più spesso, nelle conferenze e negli interventi degli assessori alla cultura dei comuni chianini del “mostro contemporaneo”, della difficoltà di…

Reportage della giornata di domenica 3 agosto

Si parla sempre più spesso, nelle conferenze e negli interventi degli assessori alla cultura dei comuni chianini del “mostro contemporaneo”, della difficoltà di innestare elevazione e interesse verso la modernità delle arti, nella collettività. Ne parlava, con somma disillusione, Massimo Vedovelli, ex-assessore alla cultura del comune di Siena. Ne parlano in continuazione i militanti del comitato Siena2019, sulla difficoltà – ma anche sullo sforzo necessario – di porre percorsi conoscitivi di arte contemporanea (nell’etimo più ampio del termine) in città che sono “gioielli del medioevo e del rinascimento”. Se ne è parlato in seno al botta e risposta polemico, legato a ICASTICA, nella città di Arezzo, che non poche difficoltà ha avuto nell’affermazione dei propri intenti. Ecco; in questi giorni è possibile riconoscere una risposta incisiva, assolutamente solutiva, alla problematica del suddetto “mostro” a Chiusi. Valdichiana. Provincia di Siena. Novemila anime.

La Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi apporta un servizio di divulgazione, scolarizzazione ed educazione agli ascolti e alle visioni del contemporaneo, degno della più alta lode. La tagline dell’evento è “festival delle nuove creazioni nelle arti performative”. Dieci giorni densi di spettacoli che si allacciano alle scene più disparate dell’espressione creativa del tempo presente. Un programma da cui emergono i nomi di alcune tra le più importanti realtà del teatro italiano; da Chiara Guidi e la socìetas Raffaello Sanzio alla bolognese Fortebraccio, da Ascanio Celestini alla compagnia di Virgilio Sieni, da Paolo Panaro fino agli autori e attori locali. La fossa fuia dell’atarssia non è che una scusa per l’immobilismo autoimposto; agli spettacoli il pubblico risponde con presenza salda e convinta partecipazione, anche di fronte alle rappresentazioni più ostiche, poco immediate ed oscure.

orizzontiHo passato la giornata di domenica 3 agosto al festival, cercando di immergermi nel vortice creativo entro il quale mi trovavo. Ho assistito nel pomeriggio ad uno spettacolo per ragazzi della Cà – luogo d’arte, compagnia di Gattatico (Reggio Emila). Un tradizionale teatro di burattini, con annessa baracca a due quadri scenici, arricchita da lodevoli trovate meccaniche, che con mio moderato sbigottimento ha tenuto accesa e nitida l’attenzione di una platea di bambini, tutti nati – credo – nella seconda metà degli anni zero. In un mondo dove i tempi dell’attenzione si sono irrimediabilmente ridotti, l’immagine di quei bambini incollati alla vicenda de “il gatto con gli stivali o della povertà che si riscatta”, è stato, se non altro, intenerente.

L’educazione al teatro, l’educazione all’interesse per il bello e per l’apprezzamento e la valorizzazione della creatività, per tutte le utenze e i target anagrafici, è la cifra più riconoscibile tra le forme mobili che gravitano intorno al centro storico di Chiusi, in questi giorni. È ciò su cui ha insistito Andrea Cigni, direttore artistico del festival, che sottolinea la presenza dei laboratori quotidiani, messi a disposizione per la cittadinanza, tenuti da importanti personalità del teatro italiano; la compagnia Sieni sul ‘gesto performativo’, Chiara Guidi sulla voce e Francesco Niccolini sulla scrittura teatrale.

«Fare laboratori aperti ai ragazzi è estremamente importante» ribadisce con quieto vanto Andrea Cigni «C’è bisogno di fare approfondimento su questo tipo di mondo. È necessario un lavoro che vada oltre lo spettacolo di per sé, un lavoro da fare insieme a chi già pratica questo mestiere. Per poter vedere, capire e criticare – anche in senso buono – gli spettacoli bisogna conoscere bene le modalità con cui questi vengono prodotti, così da avere tutti gli elementi per poterli giudicare in modo quanto più possibile serio, sereno e con la minima parzialità».

Ho avuto il piacere di incontrare Francesco Niccolini, tra i più apprezzati autori di teatro di prosa italiani, che tiene corsi di approfondimento sulla scrittura scenica, dedicati al dialogo, nelle sue più ampie declinazioni.

«Questo è un mestiere artigianale, come lavorare il legno» mi dice «Per cui è sì bello vedere i prodotti finiti, ma è altresì interessante osservare il lavoro sui materiali, partendo dal legno grezzo. È forse la cosa più bella. Si perde altrimenti una delle fasi fondamentali del lavoro. E si viene a creare quel ponte tra lo spettatore e l’informazione, necessario per la salute del teatro». Di fatto quella percezione dei prodotti finiti, primariamente intesi come prodotti in fieri, è il fondamento dell’educazione alla lettura dello spettacolo teatrale, specie quando, in piccoli paesi, la ricercatezza degli elementi cozza con le inclinazioni viscerali del territorio, e si fortifica così quel muro di gesso esclusivo, snobistico, innalzato con sicumera dalle istituzioni culturali organizzatrici. «Se il servizio di divulgazione è fatto serenamente è estremamente utile» continua Niccolini «C’è sempre il rischio che ci sia un ponte levatoio ed un fossato con i coccodrilli tra i festival locali e i territori che li ospitano (e non è una questione di provincia. Le città sono addirittura più distratte. Magari nei paesini ci può essere una particolare affezione verso la realtà che si propina, la grande città invece se ne frega). Ecco; i laboratori e gli incontri cercano di abbatterlo, questo muro».

Ho assistito ad una meravigliosa performance della compagnia Sieni intitolata “Esercizi di Primavera”, un capolavoro minimale di gestualità e plasticità dei corpi. Uno spettacolo che è stato nutrimento, epifania, luce totalizzante ed essenziale. Sei ballerini accompagnati dal violoncello e dalla voce (o meglio dalle voci) di Naomi Berrill; una fata evanescente a metà tra una Bjork metafona e Fever Ray in una bolla di idrogeno, priva di comunicazione lessicografica ma comunque tumida di espressività, posta sul fondale della rappresentazione, le cui fraseologie musicali e la cui forza definitiva sovrastavano, senza coprire, i meravigliosi quadri che si susseguivano sulla scena; un gruppo di esuli danzanti, una comunità che scende inesorabile verso la sua estinzione. I rimandi delle performance sono stati plurimi e di notevole caratura; la ricerca di individualità attraverso la transindividualità, che sonda gli elementi del disastro conclusivo, della fine tirannica, e li sfrutta come particelle mobili di un ciclo continuo come quello delle stagioni, cui la “primavera” del titolo richiama. La bella stagione non è che un climax periodico, lo zenit di un tornante continuo, che necessita dell’estinzione per una rigenerazione e ri-urbanizzazione delle collettività perdute. È la denotazione delle soggettività che si attraversano e si riconoscono, in costante ricerca della declinazione plurale del sé; i sei ballerini deformano la leadership del “branco”, i ‘principi’ si susseguono e piano piano perdono le abitudini della subalternità, per concludere nell’agnizione totale dell’Altro. Un’orbita declamante fratellanza silenziosa, nella perdita.

All’uscita del teatro Mascagni, ancora allucinato dal trip entro il quale i ballerini della Sieni mi avevano accompagnato, raggiungo di corsa piazza Duomo, dove l’allestimento già visibile dal pomeriggio dello spettacolo “Grimm’s Anatomy” era stato circondato dagli avventori. Il palco principale, quello usato per l’opera “Pierrot Lunaire/Gianni Schicchi” in programma la sera precedente e poi riproposto in replica quella successiva, è rimasto buio; sopra di esso ci sono solo puntatori rivolti verso il centro della piazza, dove è collocato un particolare arredo scenico; un trittico irregolare di piani, ognuno con una dominanza cromatica diversa. Quello più alto, alla base della torre del Duomo, è riempito di ombrelli bianchi.

“Abbiamo deciso di non lavorare sul palco centrale, come inizialmente ci è stato proposto”-  chiarifica Laura Fatini, una dei tre registi – “sarebbe diventata una cosa troppo grande. Ci piaceva articolare la scenografia su tre sezioni separate, visto che di base abbiamo preparato tre testi diversi”.

Un trittico di monologhi che vanno a condurre una polifonia ritmica e tonale, “Grimm’s Anatomy” è uno spettacolo concepito come operazione chirurgica delle fiabe dei fratelli Grimm, traslate nella modernità;

« Il nostro compito fin dall’inizio su decisione del direttore artistico era di prendere tre fiabe e trasporle nella modernità» mi racconta Carlo Pasquini «Abbiamo individuato tre fiabe dei Grimm e abbiamo incominciato a lavorare ognuno sulla propria. Io ho lavorato su Biancaneve e ho incentrato la ricerca sulla Regina cattiva di Biancaneve».

image(1)Il concept basico è meraviglioso, al centro di un festival dedicato al mito e alle atmosfere fiabesche, i tre registi di riferimento del territorio chianino hanno avuto la possibilità di lavorare sull’anatomia di tre fiabe, scegliendo attori locali. Ad aprire lo spettacolo le note di un rifacimento di “Estate” di Chet Baker, che già apre le porte dell’immaginario scolpito dalle iconografie della Dolce Vita, de la Grande Bellezza, quell’ormai cristallizzato contesto della sfioritura decadente, dei toni scuri e lucidi del fascino che scade inesorabile, negli ambienti dell’alta borghesia. La nostra regina cattiva di Biancaneve è immersa in questa dimensione. Chiara Savoi impersona, in sottoveste nera, una regina aggrappata al senso contrario del tempo che scorre, una signora matura continuamente definita attraverso i ricordi, immersa in una profonda e menzognera solitudine. Ai flashback ostentati si associa il suo rapporto con lo specchio parlante a cui cerca di imporre un’immagine falsa, costruita, scaduta di sé.

Il testo che Carlo Pasquini ha scritto a quattro mani con Daniela Comandini ci mostra il fondo speculare della menzogna ostentata, la brutalità dei rapporti costruiti sul nulla celato dall’apparire. In un’iconografia riconoscibile, le immagini ben configurate dal testo, seguono un percorso sempre più commiserabile, intervallato da appelli allo specchio che, ormai stanco delle continue vessazioni subite, si rifiuta di riflettere il volto di questa regina ormai deturpata dalla vacuità del suo essere.

Laura Fatini invece ci presenta una Cenerentola inamidata che segue una continua ma lenta metamorfosi. Ad incarnarla c’è Pierangelo Margheriti; alto nel sue metro e ottanta, con una fisicità dirompente la cui aggressività è completamente coperta dall’efficace lavoro di costumi e di posizione. «ho intitolato il testo “Emily”. In realtà è la storia di Giovanni che si trasforma in Emily». La tirata fonologica torna più volte sulle scarpe, celata ossessione di questo crossdresser, la cui umanità patetica pervade completamente il versante tragico della rappresentazione. Il legame con Cenerentola è sancito dalle scarpe da cui scaturisce la metamorfosi totale dell’io declamante.

«Il testo è completamente mio» continua Laura Fatini «Ci hanno chiesto di lavorare con attori del territorio, il testo è molto complesso perché si lavora con diversi registri di voce, su diverse tipologie di movimenti; da uomo e da donna. Abbiamo lavorato sulla voce, sui movimenti e sulla psicologia perché s parla di trasformazione continuativa. Non c’è mai un momento in cui la personalità si ferma».

Il trittico è chiuso dal testo di Gabriele Valentini, da lui stesso diretto, e interpretato da Giacomo Testa, con toni più coloristici e gradi ritmici più variabili e discontinui, ma decisamente più coinvolgenti e coerenti nella loro policromia. Giacomo Testa interpreta il principe de La Bella Addormentata; un principe decisamente impacciato, exemplum più o meno condivisibile del maschio contemporaneo; goffo e instabile, reso insicuro dai modelli perfetti e inarrivabili della televisione. L’operazione di Gabriele Valentini ha più livelli ermeneutici, rispetto ai due blocchi che lo precedono, della fiaba dei Grimm; la traslazione al contemporaneo del principe vive nei riferimenti alla contemporaneità, ma non si snoda dai dati-chiave con la fiaba originaria. Il personaggio segue una “fenomenologia del principe della bella addormentata”; percorre una tesi poi un’antitesi e infine giunge all’autocoscienza sintetica delle sue personalità. È l’elemento umano neutro che si fa principe, che viene concepito dai fratelli Grimm e che insegue il suo bildungsroman verso il ‘diventare ciò che si è’.

«Il principe trova la chiave di lettura dell’amore e tramite questo riesce ad arrivare alla stanzetta della torre dove c’è la principessa. Si rende conto che la sostanza di cui è fatto il coraggio è la paura stessa» mi dice Giacomo Testa poco prima di entrare in scena.

image(2)Ed è forse quel principe goffo e inceppato, che fa fatica a collocarsi in una fiaba di cui egli stesso è protagonista, è forse l’emblema, l’incarnazione del teatro contemporaneo; una ricerca di sé instancabile e recalcitrante, che si butta in pasto ai sensi delle platee variabili e molto spesso impreparate, uditori disinteressati, o peggio snob ed altezzosi, un teatro che arranca nel sovrappeso delle sue miserie, ma che ama il suo pubblico e lo rincorre e cerca di svegliarlo dal sonno atarassico nel quale è caduto. Un principe in attesa di un amore e un amore in attesa di coraggio.

Ecco, il motivo per cui ha comunque senso fare teatro nelle piazze, mentre intorno rombano i motorini, il vocio dei branchi fuori dai bar disturba l’attenzione, lontano i brusii, i pianti dei bambini e le urla delle madri, gli anziani che si alzano dalle prime file e passeggiano davanti al palco ombreggiando i piani scenici senza il minimo rispetto, il motivo per cui ha comunque senso portare arte in qualunque strada, a contatto con qualsiasi tipo di umanità, è quel coraggio che va perseguito costantemente, sebbene si ripercuota in tutti i singoli moti di contraddizione, i quali in fondo non sono altro che energie da dirottare.

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Giovanna Rossi: “Vi racconto la Fondazione Orizzonti d’Arte”

Intervista a Giovanna Rossi presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi Da circa due anni Giovanna Rossi, ex dirigente Nissan Italia ed ex Direttore Generale della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte…

Intervista a Giovanna Rossi presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi

Da circa due anni Giovanna Rossi, ex dirigente Nissan Italia ed ex Direttore Generale della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, da sempre impegnata in attività culturali, ha accettato con entusiasmo la sfida che la vede a capo della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi.

Nel 2012 infatti, nasce a Chiusi la Fondazione Orizzonti d’Arte, il comune ha dato vita alla fondazione con l’obiettivo di proseguire con l’attività culturale, articolarla in quattro fondamentali momenti culturali, quattro fasi scandite nel tempo: Autunno per le mostre, Inverno per il teatro, Primavera per la musica e la danza, Estate per i Festival.

Signora Rossi come sta andando la Fondazione Orizzonti d’Arte?

“La Fondazione Orizzonti è arrivata quest’anno al terzo anno di vita e diciamo che in questi tre anni ha raggiunto obiettivi che non credevamo fossero possibili, sta riscuotendo sempre più successo e sempre più consensi. Questo è dimostrato dal fatto che il primo anno avevamo dodici sostenitori privati, mentre adesso siamo arrivati a trenta, questo va sostegno del fatto che c’è un interesse sempre maggiore riguardo al nostro operato”.

Qual è la mission del Festival Orizzonti d’Arte?

“Il Comune della Città di Chiusi ha dato vita alla Fondazione Orizzonti d’Arte con l’obiettivo di proseguire l’attività del Festival ed ha attribuito al nostro Ente una missione ambiziosa: diventare il soggetto promotore della cultura e dell’arte sotto ogni sua forma a partire dal nostro territorio. Non si parla solo di promozione sul cittadino, ma di promozione su tutto il territorio. Sul nostro statuto è riportato che dobbiamo lavorare gomito a gomito con il SistemaChiusipromozione che prevede turismo, commercio e cultura a trecentosessanta gradi. E’ per questo che le attività della Fondazione spaziano dall’ormai consolidato Festival Orizzonti, al teatro, alla musica, alla danza e alle mostre”.

Parliamo del calendario eventi della Fondazione, che tutti gli anni studia per renderlo sempre più ricco di grandi spettacoli.

“Le iniziative della Fondazione coprono tutto l’arco dell’anno, ad iniziare dalla stagione teatrale. Da gennaio ad aprile, ci dedichiamo alla stagione teatrale e quest’anno abbiamo avuto sei spettacoli che hanno riscosso un notevole successo. Abbiamo cercato degli spettacoli che potessero essere graditi da tutto il nostro pubblico, ma che fosse propedeutici di un passaggio di livello più alto rispetto a quelli proposti. Siamo stati contenti per la partecipazione del pubblico, perché nonostante la crisi, abbiamo avuto il teatro sempre tutto esaurito e anche gli abbonamenti sono stati confermati quelli dell’anno prima”.

Quindi un grande successo per la stagione teatrale di Chiusi. Per quanto riguarda  gli altri appuntamenti?

“Gli altri appuntamenti sono stati, a giugno il Lars Rock Fest, che quest’anno si è dimostrato un bell’esperimento, in quanto le condizione climatiche a noi poco favorevoli, all’ultimo momento ci ha scombinato un po’ piani. Abbiamo dovuto passare dalla piazza al teatro nel giro di pochi che per un festival del genere non è facile, ma alla fine ha ottenuto il risultato sperato”.

Parliamo invece di Chiusi nella Danza.

Chiusi nella Danza 2014, quest’anno è divenuto un Festival. Un Festival tanto desiderato, ma anche preoccupante perché fare un festival è diverso dal fare una rassegna, come lo era l’anno passato. Il progetto di Chiusi nella Danza è affidato dall’anno scorso a Samuel Peron, con un programma denso di impegIMG_1848ni e di interventi. Il punto di forza dell’edizione 2014 sono gli appuntamenti formativi, stage di livello intermedio e avanzato che quest’anno sono tenuti da Kristian Cellini per il lyrical jazz, Giovanni Eredia e Cesira Miceli per il tango, Antonio McVillan e Giulia Fantini per lo swing, Maykel Fonts e Relle Niane per la salsa. La novità di questa edizione è il laboratorio coreografico sul movimento e la drammaturgia corporea tenuto da Marianna Giorgi, della durata di nove ore, i cui risultati verranno presentati al pubblico nell’ultimo giorno di Chiusi nella Danza”.

E il Festival Orizzonti?

“La macchina organizzativa del Festival Orizzonti prenderà il via logistico il 25 luglio, quando cominceranno ad arrivare tutti gli artisti, ma l’inizio degli spettacoli e degli appuntamenti sarà il 1 di agosto fino al 10 agosto. Il nuovo direttore artistico Andrea Cigni, noto regista di opera, ha messo insieme un programma denso di ogni espressione di cultura, dalla presentazione del libro di Philippe Daverio, agli spettacoli di musica lirica e alle mostre, come quella della Sartoria Farani, una delle sartorie più importante d’Europa per i costumi teatrali e storici. Questo festival vedrà 103 artisti ospiti a Chiusi e alloggiati tutti nel territorio, con grande nostra soddisfazione. In più 71 eventi , 10 giorni di programmazione, 1200 pasti, numeri ufficiali che vede Chiusi coinvolta a tutto tondo”.

Quanto è importate per Lei la Fondazione Orizzonti?

“La Fondazione Orizzonti è per me molto importante, sia perché ho iniziato questo percorso fin dalla sua nascita, sia perché lavorare nella “cultura” è sempre stato un mio desiderio essendo appassionata di musica, di teatro e di arte in genere quindi. Quando mi sono ritirata dal lavoro ho accettato di buon grado l’ incarico che mi aveva offerto il Comune di Montepulciano per l’organizzazione di un evento, approdando successivamente alla direzione del Cantiere Internazionale d’Arte. Al cambio dei vertici della Fondazione Cantiere il mio compito era terminato ed il Sindaco di Chiusi, Stefano Scaramelli, mi ha offerto la carica di Presidente della neonata Fondazione Orizzonti d’Arte. Ho accettato con orgoglio e faccio il mio lavoro con molta passione”.

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Debutta a Firenze il Festival Orizzonti di Chiusi, tra mito e favola

Firenze, debutta il Festival Orizzonti 2014: un calendario fitto che farà di Chiusi un luogo di creazione, tra il mito e la favola Con la conferenza stampa del 15 Aprile…

Firenze, debutta il Festival Orizzonti 2014: un calendario fitto che farà di Chiusi un luogo di creazione, tra il mito e la favola

Con la conferenza stampa del 15 Aprile a Firenze, il Festival Orizzonti 2014 debutta sulla scena nazionale e inaugura un cambio di passo nella direzione artistica, affidata quest’anno ad Andrea Cigni, con il preciso intento di inserire la manifestazione nel panorama italiano dei festival teatrali estivi. Un obiettivo ambizioso che però adotta come punto di partenza proprio la selezionata programmazione e il denso cartellone: molti i nomi conosciuti che però debutteranno alla manifestazione con prime nazionali perché proprio a questo sarà votato il Festival Orizzonti, alle Nuove Creazioni nelle Arti Performative.

Settantuno eventi in dieci giorni che coinvolgeranno in totale centotre artisti appartenenti a otto settori performativi, dal teatro alla danza, passando per l’opera e la musica, fino alle mostre, agli incontri, ai laboratori e alle proiezioni. Una programmazione notevole che adotta come finalità ultima quella della produzione di spettacoli, per fare di Chiusi un luogo centrale di promozione culturale. È il Sindaco di Chiusi, Stefano Scaramelli, insieme all’Assessore al Sistema Chiusipromozione Chiara Lanari a ricordare in conferenza stampa che la cultura e il territorio devono continuare a essere considerati insieme elementi irrinunciabili per quella innovazione che vuole proiettare il borgo senese anche fuori dalla sua Provincia. La Presidente Giovanna Rossi ricorda invece la direzione e il lavoro della Fondazione Orizzonti d’Arte tutta, un organo fortemente voluto dall’amministrazione ma che è oggi sostenuto principalmente da soci privati di rilevanza territoriale, cui va riconosciuto il merito di investire e dunque credere in questo progetto. Il direttore artistico Andrea Cigni spiega poi le scelte artistiche di questa edizione e l’articolazione del programma le cui più grandi novità, oltre agli artisti di rilevanza nazionale e internazionale, sono la costituzione del Premio Orizzonti, riconoscimento ai meriti artistici e intellettuali che quest’anno verrà assegnato ad Ascanio Celestini; la nascita di una Compagnia Festival Orizzonti, che prende i natali dalla manifestazione con un evidente intento di crescita e promozione anche oltre essa; e la creazione di un bando di allestimento per regia, scene e costumi del dittico “Gianni Schicchi e Pierrot Lunaire”, compiendo anche la coraggiosa scelta di includere una produzione operistica in un festival estivo dedicato alle arti performative tutte.

Chiara la prospettiva e ben sviluppato il programma per questo Festival che giunge quest’anno alla sua dodicesima edizione ma esce da questa conferenza stampa profondamente rinnovato: “Tra mito e favola” il tema individuato, con chiaro riferimento al mito dell’identità di questa terra, alla sua storia e alle sue tradizione, punto di partenza per uno slancio favolistico e creativo che tiene insieme arte e spettacolo dal vivo.

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Festival Orizzonti di Chiusi: tutti i nomi dell’edizione 2014

Debutto ufficiale per il Festival Orizzonti che rivela quali saranno tutti i protagonisti della sua prossima edizione, inaugurando un cambio di passo nella direzione artistica affidata quest’anno ad Andrea Cigni,…

Debutto ufficiale per il Festival Orizzonti che rivela quali saranno tutti i protagonisti della sua prossima edizione, inaugurando un cambio di passo nella direzione artistica affidata quest’anno ad Andrea Cigni, con il preciso intento di inserire la manifestazione nel panorama nazionale dei festival teatrali estivi. Un obiettivo ambizioso che trova però nella selezionata programmazione il giusto punto di partenza: molti i nomi conosciuti che però debutteranno alla manifestazione con prime nazionali perché proprio a questo sarà votato il Festival Orizzonti, alle Nuove Creazioni nelle Arti Performative.

Saranno otto gli ambiti artistici compresi nel programma, dal teatro alla danza, passando per l’opera e la musica, fino agli incontri, alle mostre, ai laboratori e alle proiezioni.  Gli artisti ospiti dell’edizione 2014 saranno Socìetas Raffaello Sanzio con Chiara Guidi, I Sacchi di Sabbia ma anche Teatri di Vita, Fortebraccio Teatro e la Compagnia Festival Orizzonti. Si proseguirà poi con la Compagnia Virgilio Sieni e la Compagnia Simona Bucci, con Davide Francesca e Progetto Dedalo. Numerosi gli incontri, come quelli con Philippe Daverio, Pino Strabioli, Alessandro Fullin e Marco Voleri. Il teatro ragazzi sarà invece affidato a Cà Luogo d’Arte, i laboratori a Francesco Niccolini, a Chiara Guidi, a Virgilio Sieni e a Paolo Panaro che curerà anche le VisitAzioni. Non ultime, le mostre di Sartoria Farani ed Emiliano Cavalli.

Saranno poi il duo Maurizio Baglini Silvia Chiesa, la Filarmonica della Città di Chiusi e l’organista Alessandro Manara a essere protagonisti della sezione musicale mentre, per quanto riguarda la sezione operistica, la scelta degli autori dell’allestimento è il risultato di una selezione operata tramite concorso che ha assegnato a Roberto Catalano il ruolo di regista del dittico composto dalle opere “Gianni Schicchi” di Giacomo Puccini e “Pierrot Lunaire” di Arnold Schönberg. L’esecuzione musicale sarà invece affidata all’Orchestra da camera del Maggio Musicale Fiorentino. Tre le serate di proiezioni i cui titoli saranno “Pina” di Wim Wenders, “394 trilogia del mondo” di Massimiliano Pacifico e “I Clowns” per la regia di Federico Fellini. Di assoluto rilievo sarà l’assegnazione del Premio Orizzonti ad Ascanio Celestini che opererà un’associazione tra musica e teatro, interpretando l’opera di Prokof’ev “Pierino e il lupo”.

A presentare il programma ufficiale del Festival saranno il Sindaco della Città di Chiusi Stefano Scaramelli, la Presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte Giovanna Rossi, insieme al nuovo Direttore artistico Andrea Cigni, agli artisti ospiti, alla stampa nazionale e ai critici di settore, martedì 15 aprile alle ore 15.00 nella Sala Incontri di Palazzo Vecchio a Firenze. Una presentazione del progetto artistico e, dunque, del tema scelto per questa edizione “Tra mito e favola” precederà l’introduzione degli artisti, l’esposizione del calendario del Festival e la visione del video promozionale La sposa di cartadi Davide Francesca.

 

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Festival Orizzonti di Chiusi “tra mito e favola”

“Tra Mito e Favola” è questo il tema della XII edizione del Festival Orizzonti di Chiusi, presentato venerdì 24 gennaio 2014, presso la Sala Consiliare del Comune della Città di…

“Tra Mito e Favola” è questo il tema della XII edizione del Festival Orizzonti di Chiusi, presentato venerdì 24 gennaio 2014, presso la Sala Consiliare del Comune della Città di Chiusi, alla presenza del Sindaco Stefano Scaramelli, l’Assessore al Sistema Chiusipromozione Chiara Lanari, la Presidente della Fondazione Orizzonti Giovanna Rossi e il nuovo Direttore Artistico Andrea Cigni.

Una nuova edizione che vuole confermare Chiusi quale città del Teatro, della Cultura e delle Arti, ma apportando molte novità rispetto al passato, quel passato che si fa veicolo di rinnovamento, non solo nella programmazione, ma anche nella scelta del tema e di nuovi linguaggi di espressione. Questa edizione, infatti, sfrutterà tutti i linguaggi della scena performativa attuale, il teatro, la danza e il circo, e si andrà ad unire con le forme più tradizionali di musica classica e opera, con una vastissima offerta di eventi e iniziative collaterali, dalle mostre alle proiezioni fino al teatro dei ragazzi.

Ed è proprio da questo che deriva il tema della nuova edizione, un mito rappresentato dalla storia e da una tradizione che non si vuole dimenticare perché segno ineluttabile della propria identità, e una favola del presente narrata da forme, visioni e scenari in fermento nel nostro contemporaneo.

“Il mito e la favola è un titolo che mi è venuto in mente vivendo questi posti – ha dichiarato il nuovo direttore artistico del Festival Andrea Cigni – Percorsi, viaggi, racconti, gesti di artisti che ci parlano di quello che per loro rappresentano queste due parole, ed è proprio da qui che è nata l’idea di una ricerca di ciò che di mitico e di favoloso riusciamo a trovare nella nostra cultura e nella nostra storia”.

A suggellare questo legame un video promozionale realizzato da Marco Democratico e Davide Francesca, di cui ne è anche l’interprete, dove hanno voluto raccontare la città attraverso la città stessa, raccogliendo i commenti della gente alla vista di una sposa scalza, con un vestito di carta e in totale silenzio.

“ La messa in scena di questo video si divide tra performance e progetto. La performance nasce dalla voglia di raccontare in maniera semplice, come nella danza, la fragilità della vita, un passaggio, un’esperienza che va a dissolversi, come un’anima che continua il suo viaggio senza il corpo, e metafora di ciò, nel filmato, è il fiore che continua il suo viaggio senza l’abito. Il progetto, invece, nasce dall’interesse verso l’umanità, verso ciò che caratterizza la vita di uno spazio, è un’aspirazione personale messa a disposizione di uno studio ben più ampio” – spiegato l’interprete e ballerino Davide Francesca.

Un progetto, dunque, ambizioso quello del Festival orizzonti 2014 che desidera fortemente coinvolgere i Cittadini, le Amministrazione, gli Operatori dimostrando che la Cultura è per questo territorio una delle chiavi di volta per l’economia e per la crescita identitaria e sociale.

“Con questa nuova edizione la Fondazione Orizzonti vuole raggiungere nuovi pubblici, la formazione dei giovani e la produzione artistica di qualità, per far diventare questa la nostra Città un punto di riferimento per tutti coloro che amano e vivono le arti performative”- ha dichiarato la Presidente della Fondazione Orizzonti Giovanna Rossi.

Tra le tante novità del Festival il Premio Orizzonti d’Arte della Città di Chiusi, che la Comunità ed il suo Festival assegnano ad artisti ed eventi che hanno segnato la storia e lo sviluppo delle arti performative nel panorama culturale contemporaneo, ed è stato svelato che il premio, quest’anno verrà assegnato ad una personalità che ha saputo ben sintetizzare in un’anima la nazione.

Dunque un Festival nuovo, ricco di appuntamenti che nell’arco dei primi dieci giorni di agosto, trasformerà Chiusi in un palcoscenico a cielo aperto, sfruttando oltre al teatro Mascagni, i luoghi simbolo, le piazze e le strade del suo tessuti urbano. Un Festival delle Nuove Creazioni nelle Arti Performative nato a Chiusi e che intesserà grandi collaborazioni anche con altre realtà teatrali italiane.

FestivalOrizzonti2014

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