La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: festival orizzonti

Orizzonti a Chiusi, ma Aperti – cos’è stato #DONNA2019

Procediamo per immagini: domenica pomeriggio, Parco dei Forti a Chiusi, fa caldo. Un nuvolo di pubblico – che sulle prime altro non faceva che sollevare lo smartphone per fissare in…

Procediamo per immagini: domenica pomeriggio, Parco dei Forti a Chiusi, fa caldo. Un nuvolo di pubblico – che sulle prime altro non faceva che sollevare lo smartphone per fissare in memoria video che non riguarderà mai – tace estasiato da un gruppo di bambini che sta raccontando (drammatizzandola) la fiaba di Cappuccetto Rosso. I codici sono bambineschi eppure efficaci. I rapporti di ascolto, convenzionalmente stabiliti dall’uso comune, vengono rovesciati: sono gli infanti che raccontano fiabe agli adulti. Adulti persi nel telefono, imbambolati dai meme, scossi e ridestati dai figli che raccontano loro fiabe. Niente di meno improvvisato: è uno spettacolo che si intitola Bambini che Raccontano nei Parchi. È la penultima rappresentazione in programma per il Festival Orizzonti 2019, diretto da Gianni Poliziani.  Alessandro Manzini ha sapientemente gestito un gruppo di 26 bambini, tutti i giorni, dal 5 all’11 agosto, dimostrando una pazienza e una capacità drammaturgica notevole: tutto ciò che Manzini elabora, per la messa in scena di fine laboratorio, muove da istanze che arrivano dai partecipanti: la scrittura è imminente, corale, complementare.  Già il pomeriggio precedente i ragazzi di un altro laboratorio avevano dimostrato la costruzione di uno spettacolo teatrale, mosso dagli spunti di drammatizzazione corporea emersi durante sei giorni di workshop intensivo, tenuto da Francis Pardeilhan. Anche in quel caso – probabilmente in misura maggiore – il dato esperienziale, di nutrimento conoscitivo, vissuto dal pubblico è stato rilevante. Sempre frutto di un percorso laboratoriale è stato anche Inferno SRL, messo in scena nel pomeriggio di venerdì, che avevamo già avuto modo di vedere in una versione teatrale – sacrificata – e che invece nella cornice open-air di Parco dei Forti trova il suo habitat drammaturgico.

Ma procediamo per immagini. Una platea che in attesa dello spettacolo si presenta come uno smisurato tappeto di ventagli, quasi da sembrare un ingabbiato allevamento di lepidotteri. Prendete infatti le temperature medie della settimana dal 5 all’11 agosto 2019 a Chiusi Città: picchi di 36 gradi nel pomeriggio  e minime che non scendevano al di sotto dei 22. Sfido chiunque a mantenere quattrocento persone chiuse in un teatro per due ore, senza aria condizionata. C’è chi ce l’ha fatta. La Stazione del gruppo LST Teatro è stata un rapimento cognitivo che ha sospeso le percezioni fattuali convincendo tutti i presenti di trovarsi altrove. È agosto di uno degli anni più caldi del secolo? I gradi percepiti sono 50? No, è un giorno di pioggia invernale: in scena una stufa a legna, i pellicciotti, una pioggia continua che sembra battere sui vetri delle finestre, gli attori che entrano dalle quinte trafelati e umettati d’acqua piovana: quella che si presenta agli occhi del pubblico è una scena totalizzante, persuasiva, che trascende lo spettatore.

La scenografia e in generale la tecnica prepotente e prorompente – gestita in parte direttamente dal Regista Manfredi Rutelli – sono un punto di forza dello spettacolo. Tecnica che non si pone come semplice orpello estetico, ma di reale peso diegetico. È infatti intorno alla pioggia, alla rumoristica fuori-scena, agli effetti mobili di alcune porzioni di scenografia che si sviluppa la vicenda de La Stazione. Il plot vede un capostazione, di un imprecisato momento storico (tra gli anni ’90 e i primissimi 2000), in un altrettanto imprecisato luogo del sud Italia, vedere rotta da un evento imprevisto la sua rigida routine; tanto rigida da fargli calcolare tempistiche precise, con minutaggio effettivo, della preparazione del caffè, del tempo che lo sportello – rotto – di una vecchia mensola ci mette a scattare verso il basso. Si tratta dell’arrivo, in stazione, di Flavia, giovane e attraente ragazza, in abiti borghesi, in fuga da una festa e da un compagno troppo possessivo e violento. Quello che vuole è tornare a Roma in treno.

Interessante peculiarità del gruppo LST è proprio il rifiuto dalla tecnica prescritta: le luci, così come le musiche (sovente eseguite da Paolo Scatena durante gli spettacoli, come abbiamo avuto modo di sentire nel pirandelliano L’Uomo, La Bestia, La Virtù) vengono determinate dal respiro del pubblico, dall’andamento della mise en scène. È una compagnia attentissima alle urgenze della platea. Allo stesso modo per La Stazione, le istanze degli spettatori arrivano evidentemente a deviare certe ritmiche di scena: applausi a scena aperta e fragorose risate impreviste, hanno evidentemente interrotto un flusso recitativo continuo. Alessandro Waldergan – fungente da termometro tensivo e da bilanciamento drammatico in più punti – occupa la scena per il 90 per cento dello spettacolo,  dentro una divisa FdS di almeno una taglia più grande. L’abito caratterizza tantissimo il personaggio interpretato da Waldergan, che procede per scatti mimetici, infondendo dapprima insicurezza, subalternità rispetto agli altri personaggi, per poi percorrere un processo di riscatto che si riverbera anche nei movimenti stessi. Il contraltare fisico è il bruto Gianni Poliziani, in giacca e papillon, fidanzato di Flavia, che cerca di recuperare la ragazza – più interessato alla brutta figura che sta facendo alla festa dell’alta società, che all’effettivo sentimento – e riportarla alla festa. Poliziani lavora tantissimo di spalle, caratterizza il bruto gonfiando i toni e il petto, forzando costantemente la parte inferiore del volto, accentuando un prognatismo volitivo funzionalissimo alle attribuzioni di scena. Silvia Frasson interpreta invece Flavia, al centro di questo triangolo di tensioni che va crescendo lungo tutta l’ora e mezza di spettacolo: a lei va la responsabilità più grande di essere stata bravissima come punto focale, la bandierina al centro della linea di gioco il secondo prima dell’annuncio dei numeri: ha mantenuto la stessa carica drammatica, pur surfando sulle ondate sceniche degli altri due personaggi. Bravi tutti, ottima regia. Non è facile tenere il palco bene in tre, lavorando in complementarità con molta tecnica di scena e soprattutto con quaranta gradi.

Il tema delle cinque giornate di spettacoli è stato “DONNA”, proprio perché di donne, sul palco, se ne sono viste moltissime. Livia Castellana e Debora Villa, ad esempio, che con due monologhi diversissimi, in due location diverse, hanno attraversato le fasi della vita di una donna, con il piglio narrativo e introspettivo che ha fatto riconoscere in molte presenti – ma anche, inaspettatamente in molti presenti – schemi esistenziali comuni. La paura di invecchiare, di restare soli, di non essere volute o voluti, respinti: sono sentimenti sineddotici di tutti gli esseri umani.

Livia Castellana ha lavorato – sotto lo sguardo registico di Gianni Poliziani – su un testo di Aldo Nicolaj intitolato “Poco Più, Poco Meno”, con alcune azzeccatissime modifiche sull’originale. La crescita della protagonista è resa da una capacità vocale indiscutibile, che procede verso il declino del corpo e la disgregazione psichica di una donna che ha perso la memoria, che si ritrova a collazionare sprazzi, colori, immagini irrelate, per ritrovare la sua identità. Notabilissime le luci che hanno trasformato la Tensostruttura di San Francesco, operate da Simone Beco, durante l’esibizione di Livia Castellana, che hanno inglobato tutta la macroarea dello spettacolo in un’unica bolla mnestica. Sempre nello stesso spazio abbiamo avuto modo di rivedere QUIN, di cui abbiamo già parlato qui. Con Valentina Bischi e la regia di Laura Fatini, che – in maniera affine, ma con un taglio decisamente più multidimensionale – ripercorre la vicenda di una sfortunata “miss” di provincia.

Continuiamo a procedere per immagini: una gremita platea che si intrattiene ad osservare spettacoli di narrazione fino a tarda notte. Nella Tensostruttura di San Francesco si sono snodati spettacoli di narrazione, in tarda serata, come a elaborare un “circuito off” interno al cartellone. Le regine della Tensostruttura sono senza dubbio state Le Coche che insieme a Silvia Frasson hanno edificato una narrazione drammatizzata della figura di Artemisia Gentileschi, artista post-carvaggesca, vissuta tra XVI e XVII secolo. Le Coche (galline, in dialetto chiusino) sono composte da Mascia Massarelli, Francesca Carnieri, Roberta Ceccarelli, Sara Provenda e Claudia Morganti, ed hanno intessuto il loro vettore creativo con il progetto “Racconto quindi Esisto” di Silvia Frasson. Un procedimento di scrittura collettiva incentrato sulla prima grande femminista della storia italiana: vittima di stupro in giovane età, ha fatto pesare le sue scelte e ha deciso della sua vita in un mondo nel quale erano gli uomini a decidere per le donne. Le Coche sono in scena con una t-shirt macchiata di acrilico policromatico, e – specularmente – l’espressività si articola in una pluralità di registri, di toni, di colori. “Artemisia Della Rabbia e Dell’Amore” – questo il titolo dello spettacolo –  risulta così avere qualità espressive di un olio su tela caravaggesco, con pennellate miste, una tavola ampissima e fortissimi contrasti tra luci e ombre.

Il Festival Orizzonti è stata quindi la festa di una comunità che ruota attorno alle pratiche del teatro, nelle sue molteplici sfaccettature. Si sono visti gli “addetti ai lavori” sopra e sotto il palco, mescolati agli ospiti del festival, alle compagnie professionali venute a portare i loro lavori (riuscitissimi il Romeo e Giulietta di Stivalaccio Teatro e Sempre Domenica di Controcanto Collettivo). Un’officina, una settimana di approfondimento, di esperienza laboratoriale che esce dai perimetri dei workshop e assimila tutte le persone coinvolte nel festival, tutti i tecnici, tutti gli organici della Fondazione Orizzonti d’Arte, tutti i presenti nella Città di Chiusi. Un festival che doveva essere chiuso, secondo molti, che avrebbe dovuto perire sotto i dardi di un debito economico, sotto il peso di un difficile rapporto creato con il resto della cittadinanza, ha invece trovato la strada per la ricostituzione, per tornare ad essere il festival principale per il teatro di prosa nel nostro territorio. Gli orizzonti, verso i quali sembra tendere questo festival, sono decisamente aperti all’innovazione, alla crescita, alla bellezza.

Nessun commento su Orizzonti a Chiusi, ma Aperti – cos’è stato #DONNA2019

Un #umano che ha dato un #senso ad Orizzonti

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino…

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino alla scorsa edizione quando il Festival Orizzonti ha subìto una profonda trasformazione sia dal punto di vista organizzativo che per quello artistico.

Nuove cariche e scelte diverse hanno fatto sì che il festival chiusino diventasse più umano, proprio come il tema scelto per l’edizione 2017. Un tema che portava con sé un insieme di significati, ovvero, tornare ad investire sul capitale umano, sulle risorse plurali degli individui e sulle loro enormi potenzialità. Dal punto di vista artistico, l’edizione 2017 del Festival Orizzonti ha segnato una profonda rottura con la linea programmatica che caratterizzava uno dei festival più importanti del nostro territorio.

‘La gestione più umana’ ha dato vita ad un festival più pop e che ha cercato di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, assestata in una posizione media, più generalista, che non ha mancato di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival. Tuttavia con questa rottura, caratterizzata da un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta, l’amministrazione è riuscita a far fronte ad una lacuna e una carenza di strumenti finanziari e strutturali,

Quell’#umano del 2017, allo stesso tempo, è riuscito a dare un #senso all’edizione 2018 del Festival Orizzonti, una XVI edizione dove il ‘senso’ è declinato come senso di appartenenza (ad un luogo, una persona, un gruppo), senso identitario, senso artistico e senso del bello (più che mai soggettivo), poi senso del lascito e di quell’eredità intellettuale che abbiamo fatto nostra, infine senso del dovere di esprimere ciò che siamo e cosa significhiamo.

Sembra proprio, dunque, che il Festival Orizzonti abbia trovato la sua dimensione creata dal basso, secondo le richieste del pubblico e le esigenze di tutti coloro che vivono e convivono con il festival. Un percorso triennale che conduce lo spettatore in un’esplorazione più esaustiva delle arti performative nei modi più disparati: guardando gli attori e apprezzando gli spettacoli, ma anche incontrando gli artisti, partecipando a officine e workshops, motivando i giovani soprattutto e gli amatori in generale.

“Un festival fruibile da più soggetti possibili – ha spiegato il direttore artistico Roberto Carloncelli in fase di progettazione – per gli spettatori che vi intervengono per interesse puramente artistico, per quanti vorranno trarne un’esperienza di nuovi apprendimenti, per coloro che vorranno cogliere l’opportunità del festival per conoscere ed apprezzare la bella realtà del nostro territorio a tutto tondo”.

Il Festival Orizzonti 2018 avrà, come di consueto, la location principale nella magica Piazza Duomo per tutte le prime e gli spettacoli serali, la tensostruttura adiacente a San Francesco come spazio per gli appuntamenti pomeridiani con gli artisti del territorio, il tradizionale Teatro Mascagni per il resto degli eventi in programma e un nuovo luogo, dedicato alle kermesse dei bambini in esterna, a Poggio Gallina. Appuntamenti di danza, musica, teatro, workshop e arte coloreranno Chiusi dal 5 al 12 agosto in una XVI edizione differente per finalità, significato e target, che si aprirà con l’attesa prima regionale di Artemis Danza, culminerà con la prima nazionale di Motus Danza e si concluderà con l’imperdibile performance di Rocco Papaleo.

Finalità e scelte, quelle fatte dalla direzione artistica e dalla nuova gestione capeggiata dal presidente-sindaco Juri Bettollini, che hanno attutito i conflitti, recuperato i cocci e ricomposti in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Scelte necessarie che hanno rimesso in anche linea la gestione economica della Fondazione Orizzonti con un debito in via di risoluzione.

Insomma quel ‘Lallerare senza lilleri, o almeno provarci’ che il nostro magazine aveva lanciato l’anno scorso ha fatto da monito per un richiamo all’ordine, quell’ordine che il Festival Orizzonti sembra aver trovato con un #senso.

 

Nessun commento su Un #umano che ha dato un #senso ad Orizzonti

Il guazzabuglio del linguaggio secondo Mamet, Oleanna al Festival Orizzonti di Chiusi

Quando Luca Barbareschi, con Lucrezia Lante della Rovere, porta in scena per il pubblico italiano Oleanna, al Festival dei due mondi di Spoleto, nel 1993, sul tema dello stupro e…

Quando Luca Barbareschi, con Lucrezia Lante della Rovere, porta in scena per il pubblico italiano Oleanna, al Festival dei due mondi di Spoleto, nel 1993, sul tema dello stupro e della violenza di genere non c’è l’attenzione mediatica con cui malauguratamente ci troviamo a confrontarci oggi. Il vero fulcro riflessivo attorno al quale lo spettacolo vibrava, infatti, era il guazzabuglio del linguaggio, di barthesiana memoria, il piegamento dei significati dei gesti e delle parole a fini giuridici. Era il retaggio del Nietzsche che filosofava con il martello, battendo i contenitori del pensiero, al fine di constatare la loro effettiva sussistenza o la loro infondatezza, il loro ritualismo convenzionale. L’obiettivo di Mamet non era quello di riflettere quindi direttamente sul tema dello stupro, della violenza di genere o dell’abuso di ufficio, la sua volontà era bensì il crepuscolo degli idoli, una forzatura oppositiva alle convenzioni del linguaggio. Oleanna è un testo di teatro borghese postmoderno che svela il peggio degli esseri umani, trasporta i protagonisti in una catabasi senza ritorno, fatta di cinismo e sopraffazione.

Specularmente, qualche anno più tardi, Philip Roth in un romanzo di straordinaria acutezza analitica e finissima scrittura, noto in Italia con il titolo La Macchia Umana – del quale Robert Benton ha prodotto una versione cinematografica non proprio riuscita, con Anthony Hopkins e Nicole Kidman – ripercorre la stessa dinamica e la stessa andatura narrativa del testo di Mamet, con la variante del termine d’accusa nei confronti del professore, che nel caso del romanzo compete il razzismo. Il peso delle parole, nell’America distorta e neoimperialistica degli anni ’90, assumeva un valore riflessivo che forse solo oggi, noi italiani, possiamo cogliere appieno, considerando centrali i temi di violenza di genere e razzismo, al centro dei topic trend webradiotelevisivi. Il testo di Mamet assume oggi, in Italia, connotazioni ciniche e violente ancora più pesanti. Le contraddizioni cui ci pone di fronte questo lavoro deve aver convinto Roberto Carloncelli, direttore artistico di questo Festival Orizzonti #umano – troppo umano – e che alimenta il grande tema dell’incomunicabilità, mai troppo abusato nella nostra koinè culturale da Antonioni in poi, ad utilizzarlo per la produzione originale di prosa, all’interno della rassegna chiusina.

La struttura dello spettacolo è relativamente semplice: ci vengono mostrate tre fasi di una vicenda ad ambientazione statica – la stanza di ricevimento di un professore di scienze umane e sociali – nella quale si percorre un burrascoso rapporto verticale tra un insegnante e una studentessa: lui in attesa di entrare in università come insegnante di ruolo, in procinto di fissare uno status borghese, sia pubblico che privato – con tanto di acquisto della casa più grande con la moglie e i figli – e lei, inizialmente ingenua e serafica, che sembra fingere l’innocenza e l’insicurezza della più timida verditudine, negli imbarazzi iniziali di una giaculatoria confidenziale con un uomo al di là della cattedra. L’iniziale apertura del professore, le basi di amichevole interazione tra i due protagonisti però si frattura. Gli atteggiamenti del professore vengono contorti da una manovra della studentessa, finalizzata ad accusare il docente, di fronte ad un coorte giuridica e soprattutto di fronte alla commissione universitaria, di empietà, abuso d’ufficio, violenza sessuale, basandosi sul solo utilizzo delle parole, ravvisando, rivelando e piegando i termini e le perifrasi espresse dall’insegnante a vantaggio della formula accusatoria. Il rapporto che inizialmente sembra edificarsi in un reciproco rispetto e confidenza, contenuta nel «diaframma di stenosi professionale docente-studente» di un ufficio dell’università, si perde in una feroce diffrazione di antagonismo.

La scena è costruita su una bassa varietà cromatica. Davanti al fondale, ci si presentano tre fasci di enormi veneziane irregolari, a lastre ora più piccole ora più grandi, modellate in legno chiaro, lo stesso utilizzato per la scrivania, le seggiole e il divano rigido. Questa è la scenografia operata da Fabrizio Nenci, nella quale l’essenzialità dei colori utilizzati, a contrasto desaturato, illuminato a luce bianca e gialla, aperta e riempitiva (a parte brevi intermezzi in cui toni più scure e proiezioni d’ombra, danno adito a lagune di inquietudine nello spettatore, funzionale allo sviluppo drammaturgico), favoriscono la caratterizzazione data dai costumi, elemento fondamentale dello spettacolo. La parte interpretata da Benedetta Margheriti, quella cioè della studentessa, è in realtà un complesso di tre parti diverse, per la quale il lavoro sui costumi è stato sostanziale puntualissimo. Nella prima scena vediamo un Gianni Poliziani in completo nero, compiaciuto nel suo progressismo e nel suo parlare forbito – un tipo umano estremamente riconoscibile nelle università e negli istituti di istruzione superiore italiane – e una studentessa in Converse e veste floreale, con un occhiale a montatura tonda da Lolita wannabe e la frangetta composta. Già dalla seconda tranche di spettacolo, il rapporto esplode: i fiori della veste lasciano spazio ad un total black, una stringata in pelle nera, a cui succede poi – nella terza parte – un pantalone lungo da saffismo indeterminato e indefesso cinismo, a cui contralta la figura di un professore sempre più spogliato, sempre più depredato dei suoi contorni, distrutto dalle accuse della sua allieva.

Il testo prevede un flusso a due voci di scambi irrelati, le parole che vengono lanciate nel mucchio si sbilanciano negli aulicismi concettosi (termine invalso, paradigma socioidentitario, prevaricazione a disturbo ritualizzato) ai quali vengono posti in contrasto riflessioni sulla comprensibilità, sull’ansia di fallire, sulla comunicabilità tra settori sociali differenti. Sulle parole, quindi, si gioca un’altissima percentuale dello spettacolo. In questo i due attori hanno sostenuto una responsabilità enorme, puntata sull’esperienza della parola e della sua recezione, teatro di prosa elevato alla seconda, quindi, in cui il detto si contrae nelle forme intestine più congetturali dell’ermeneutica verbale. Anche dai fatti, non solo dalle parole, sviscerano ipotetiche interpretazioni, ogni sguardo, ogni lettura, ha una sua temperatura testuale. È quel guazzabuglio del linguaggio che esaltava i decostruzionisti francesi. Gianni Poliziani con la sua esperienza di fonesi scenica, di gestione ritmica del testo, e Benedetta Margheriti che ha trovato qui un’adulta gestione diaframmatica dei toni, hanno saputo riconoscere i propri varchi ritmici e inserirsi in essi, assecondare il moto ondulatorio dell’andamento drammaturgico.

In conclusione, è importante riflettere su un punto: visto che riportare il Festival Orizzonti ad essere più #umano è uno degli obiettivi principe della nuova compagine amministrativa della Fondazione, ecco cosa si dovrebbe fare: riformulare le produzioni originali (valevoli) in visione di una continuità,  e non di un singolare fuoco d’artificio, buono per riempire – magari – una platea, riempire una data, uno scalino di stagione, e poi disperdere le energie linfatiche dei gruppi teatrali che nascono dal maglio delle istituzioni culturali del nostro territorio. Il pubblico è abituato a produzioni con ambizione professionale cui viene concesso lo stesso spazio di una dichiarata compagnia amatoriale, e non c’è riscontro critico, non c’è effettivo riconoscimento dei migliori prodotti che escono dalla fucina dei teatri locali (e lo sanno bene lo stesso Gianni Poliziani e Mascia Massarelli, che ha curato l’aiuto regia dello spettacolo, entrambe figure centrali del teatro della macroarea valdichianense). Ecco: questo Oleanna dovrebbe poter essere riportato in scena, in altri luoghi, trovare confronti e piani linfatici diversi per arricchirsi. Farebbe bene ad Orizzonti, farebbe bene ai due attori (alla Margheriti in primis, vista la giovane età e il potenziale espresso nella sua straordinaria performance) e farebbe bene anche al pubblico che aumenterà le possibilità di assistere ad uno spettacolo tanto disturbante, quanto illuminante.

Nessun commento su Il guazzabuglio del linguaggio secondo Mamet, Oleanna al Festival Orizzonti di Chiusi

Lallerare senza lilleri, o almeno provarci: la vicenda ondulatoria del Festival Orizzonti fin qui

Inizierò citando me stesso. Copiando e incollando una porzione di testo che chiudeva un articolo apparso su questo stesso magazine, riguardante il Festival Orizzonti 2014: Ecco, il motivo per cui…

Inizierò citando me stesso. Copiando e incollando una porzione di testo che chiudeva un articolo apparso su questo stesso magazine, riguardante il Festival Orizzonti 2014: Ecco, il motivo per cui ha comunque senso fare teatro nelle piazze, mentre intorno rombano i motorini, il vocio dei branchi fuori dai bar disturba l’attenzione, lontano i brusii, i pianti dei bambini e le urla delle madri, gli anziani che si alzano dalle prime file e passeggiano davanti al palco ombreggiando i piani scenici senza il minimo rispetto, il motivo per cui ha comunque senso portare Arte in qualunque strada, a contatto con qualsiasi tipo di umanità, è quel coraggio che va perseguito costantemente, sebbene si ripercuota in tutti i singoli moti di contraddizione, i quali in fondo non sono altro che energie da dirottare, dicevo.

In quel periodo c’era la vivida percezione di avere a che fare con un progetto educativo di importanza vitale per chi, come me, annusava la reale occasione di generare un fulcro artistico di poliedrica portata, multidisciplinare e propulsivo, che si rivolgesse non solo alla cittadinanza del comune di Chiusi, ma che diventasse un punto di riferimento, per tutta la macroarea tosco-umbra, per il teatro di prosa e per – in generale – l’applicazione delle arti liberali. C’era lo sfruttamento del paesaggio e di suggestivi spazi chiusi del borgo chiusino, c’era un notevole sincretismo organizzativo tra entità locali e importanti personalità di rilievo nazionale, formidabili opportunità formative non solo come spettatori, ma anche come interattori attivi nei workshop e corsi tenuti – a prezzi popolari – da affermati professionisti negli ambiti della scrittura e nella gestione pratica delle arti sceniche. Tutto questo faceva parte di un percorso che avrebbe piano piano costituito una comunità di pubblico-attivo consapevole e preparato, con la possibilità di affinare anche professionalità, investendo sia nella soddisfazione degli appassionati, sia nell’accrescimento e nella formazione di neofiti.

Il festival era stato ideato da Manfredi Rutelli nel 2003, che in una recente intervista, rilasciata a Tommaso Chimenti di recensito.net, così si esprime in relazione alle recenti casistiche di cronaca:

«L’ho chiamato Orizzonti proprio perché a Chiusi, con quel nome, c’era bisogno di qualcosa che allargasse le prospettive, culturali e non soltanto ospitando artisti internazionali ma attraverso il coinvolgimento diretto della popolazione dando spazio e luogo a realtà esistenti e dando loro occasione di crescita attraverso la formazione e la partecipazione diretta»

La direzione di Manfredi Rutelli è durata dieci anni. Fino al 2013. In questo lasso di tempo, già il festival dava segnali di crescita, collezionando, sui propri cartelloni – tra gli altri – Cesar Brie e Moni Ovadia, Davide Enia, Nicola Piovani, Giorgio Rossi e Davide Riondino.

Del 2014 è la prima edizione dell’era Andrea Cigni, scelto come direttore artistico tra quarantuno candidati, dopo la decisione da parte dell’amministrazione comunale di allora, di costituire una Fondazione che fosse volta alla valorizzazione, tutela, produzione e  promulgazione dell’industria culturale e della bellezza nel territorio di Chiusi. Il festival alza il tiro. Comincia ad avere pretese di centralità. Si ingigantisce, quindi,  ospitando, tra gli altri, enormi nomi del panorama artistico internazionale: Chiara Guidi con la Socìetas Raffaello Sanzio, Roberto Latini con Fortebraccio Teatro, Philippe Daverio, Ascanio Celestini, Pino Strabioli, Franca Valeri, Pippo Delbono, Valter Malosti, Arturo Brachetti, Abbondanza Bertoni, Emanuele Soavi, Paolo Fresu, Eva Robin’s. Colleziona una pluralità di gesti artistici, di controlli epifanici d’arte, con un’offerta di altissimo livello.

In un articolo apparso il venti maggio duemiladiciassette su Primapagina, Marco Lorenzoni – il quale ha rappresentato una voce attivissima sull’argomento, preponderante nell’apparato di cronaca delle vicissitudini decisionali in relazione alla possibilità di negare Orizzonti17 – scrive:

L’edizione di quest’anno (2017) avrebbe portato il deficit della Fondazione da 200 a più di 350 mila euro, da qui la decisione di fermare la macchina: decisione che consentirà di evitare di accrescere il debito e di mettere in sicurezza il bilancio e che il sindaco-Presidente non ha preso in maniera “monocratica”.

In breve: la fondazione ha riscontrato un rilevante debito, accumulato dalle recenti emanazioni di gare, bandi e progetti. L’urgenza di saldare la lacuna finanziaria ha prodotto dissidi interni, specie tra il sindaco Juri Bettollini e il direttore artistico Andrea Cigni. L’insolubilità delle tensioni ha portato inizialmente alla drastica decisione di sospendere i progetti, lanciati durante l’inverno: dall’allestimento della Madama Butterfly, alla partnership formativa con l’Università Bocconi di Milano, dalla costituzione di un’orchestra Orizzonti Festival, alla selezione per una compagnia stabile, professionale, di attori, diretta dal maestro Roberto Latini. Latini ha provinato 150 persone in nemmeno cinque giorni. Prima di ogni sessione – estenuante – di casting si è seduto, con i suoi consueti silenzi ebbri di sensi, le sue parole, tonanti anche quando emesse sottovoce, in mezzo ad ogni gruppo di candidati e ha detto «Innanzi tutto grazie. Non lo ripeterò più, ma consideratelo come un sottotesto costante di qualsiasi cosa vi dirò d’ora in poi. Grazie per far parte di questo progetto». Ed era una carica sincera, sembrava. La forza di quella progettualità idealistica, che permetteva a persone di candidarsi per prendere parte ad una compagnia diretta da una delle più importanti umanità del teatro italiano, era senza dubbio entusiasmante. Come spesso succede, però, all’idealismo succede sempre un cozzo con la prosaicità delle finanze, dei tempi, dei costi.

Il 14 giugno 2017 si è svolta una conferenza stampa nel caldo afoso delle dieci e trenta antimeridiane nel largo Cacioli, al centro dello snodo di Chiusi città, in cui Juri Bettollini ha presentato la nuova squadra della Fondazione Orizzonti. Questa ha svelato – a sorpresa – il programma del festival 2017. La nuova compagine direttiva ha visto l’ingresso di Lucia Marcucci, come responsabile organizzazione e management, Pasquale Trinchitella, direttore generale e amministratore, ed Edoardo Albani, come responsabile del patrimonio storico e museale. Tra le particole dei trenta grandi centigradi e il sole battente è stato presentato anche il nuovo direttore artistico, Roberto Carloncelli, il quale conosce le realtà artistiche del territorio, tanto che ne ha fatto parte in passato e tutt’ora, nonostante l’esperienza professionale quarantennale nel mondo del teatro, sovente frequenta. Questi ha lavorato a titolo gratuito per un mese, nel caos del turbine polemico che si è abbattuto su fondazione e amministrazione comunale, stendendo un programma di otto giorni, con due spettacoli al giorno. Il festival ha un costo ridotto, controllato, gestito con misure – ovviamente – più ristrette.

Il programma vede il coinvolgimento ingente di entità locali (Setteottavi, Arcadelt, Il Gorro, il duo Longari-Margheriti, nonché – per tangente argomentativa – l’orchestra regionale della Toscana), come a sopperire a quella disaffezione e scisma iterato tra le fonti energiche e produttive di Chiusi, nonché di ospiti di rilievo nazionale (Gioele Dix, Nina’s Drag Queens, Kataklò, Teresa bruno, Sosta Palmizi, Oblivion, Compagnia Virgilio Sieni). La produzione Orizzonti di quest’anno, diretta dallo stesso Carloncelli, vede Oleanna, testo di David Mamet, già recettore di applausi al Festival dei Due Mondi di Spoleto negli anni novanta, riproposto in Piazza Duomo il 30 luglio, con Gianni Poliziani e Benedetta Margheriti.

Il titolo e tema dell’edizione è #UMANO. Che, a quest’altezza, può essere letto in due modi: da una parte è il fulcro riflessivo di un umanesimo secondario, un nuovo rinascimento dalle ceneri della crisi, e il ritornare ad investire su capitale umano, le risorse plurali degli individui, nelle loro enormi potenzialità psichiche e fisiche (come ci ricorda il vitruviano di Leonardo, che sul manifesto campeggia), dall’altra vi è un ritornare all’altezza uomo, in una mediocrità, nel senso oraziano del termine – si badi bene – che riporti i mediocri su un percorso riconoscibile, e accompagnarli, attraverso la crescita futura (auspicata) della manifestazione in una parallela e simmetrica crescita della collettività.

Da una parte quello può essere sottolineato è un’intelligenza amministrativa nel far fronte ad una lacuna e carenza di strumenti finanziari e strutturali, attraverso un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta. Equilibrio, la cui riuscita, non può che essere confermata durante i giorni del festival dalle presenze di pubblico, il quale dovrà pagare biglietti di soli 10 euro (8per il circuito off), ridotti a 5 per i residenti.  Si è costituita una cosa pop, che cerca di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, ma che allo stesso tempo si assesta in una posizione media, più generalista, che non manca di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival.

Dal punto di vista artistico non si può nascondere una profonda rottura con la linea programmatica che ha caratterizzato uno dei festival più importanti del nostro territorio. Manca tutto quell’apparato educativo e di elevazione culturale, di progettualità formativa – e per il pubblico e per gli addetti ai lavori o aspiranti tali – lontanissima dal mero intrattenimento che caratterizzava le edizioni precedenti: non che questo programma sia scevro di interessi sociali e riflessivi, per carità, ma sicuramente in misura minore rispetto alla linea perseguita finora. L’auspicio è che quest’edizione sia una base; un modo intelligente di attutire i conflitti, recuperare i cocci e ricomporli, in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale, a fini educativi, in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Un lallerare senza lilleri, o almeno provarci, che sia, prima di tutto, un richiamo all’ordine.

1 commento su Lallerare senza lilleri, o almeno provarci: la vicenda ondulatoria del Festival Orizzonti fin qui

Superare il Grafema. Roberto Latini e I Giganti della Montagna

Se cosa più o meno complessa è stendere una stagione per un teatro cittadino di medie dimensioni – intriso della cognizione del proprio retaggio e di un pubblico fortificato, educato…

Se cosa più o meno complessa è stendere una stagione per un teatro cittadino di medie dimensioni – intriso della cognizione del proprio retaggio e di un pubblico fortificato, educato e, per così dire, evangelizzato all’arte drammaturgica – atto difficilissimo è comporre una sequenza di spettacoli da offrire ad un pubblico di provincia, che – essendo questo tremendamente plurale e inqualificabile – non risponde ad automatiche selezioni di target, di consapevolezza e preparazione culturali: per quanto, la Fondazione Orizzonti, che ha gestito la stagione appena conclusa del Teatro Mascagni di Chiusi, se la sia cavata decisamente bene. Con tutti i rischi e le quaestio del caso, infatti, ha proposto una varietà di atti scenici, diversi e complementari, rimbalzando tra le pareti del contemporaneo in una sequenza azzeccatissima di spettacoli e dimostrando una condotta esemplare nell’edificazione di una coscienza all’interno di una comunità (sempre meno di paese e sempre più di area).

Ha chiuso la stagione 2016/17, Roberto Latini con I Giganti della Montagna. Rivisitazione dell’estremo testo pirandelliano. E scrivo estremo  a ragion veduta. Del copione originale ci restano, autografi, solo i primi due atti, mentre il terzo, idiografo, è stato steso – in forma di racconto – dal figlio, Stefano Pirandello, rifacendosi alle precise indicazioni che il padre aveva dato lui durante – si dice – il penultimo giorno di vita.  A Latini non importa però l’idiografia postuma, neanche la cita all’interno del suo spettacolo, e sfrutta, anzi, il pretesto dell’incompiutezza per giocare con il testo puro con le sue spire, con i suoi afflati: abbiamo quindi riportate filologicamente nello spettacolo, solo le parole di Luigi Pirandello.

Latini è solo sul palco, per quasi tutto lo spettacolo, ad interpretare tutti i personaggi. Una sedia ed un filare di spighe di grano tagliano il piano scenico. A riempire le profondità della scena interviene un velatino, puntualissimo, capace di ventagli ambientali e diffrazioni di luce, nonché sfruttato per vere e proprie proiezioni del testo originale, qua e là, a sancire una distanza tra le responsabilità: quella vocale, di Latini, e quella verbale, di Pirandello, la cui potenza viene conservata nella parola scritta, quasi fosse presenza fisica, imponente, soprintendente all’esecuzione di sé stessa.

I velatini si aprono, si abbassano, si spostano, come sipari in medias res, a iterare possibilità continue di vedute ulteriori. Ed è sul tema di queste aperture che si centra l’elaborazione drammatica di Latini sul testo pirandelliano, cosciente della grande lezione che l’autore siciliano ha tratteggiato sul tema del sogno. Luigi Pirandello, specie nella sua fase finale, nello sconfinamento del meta-teatro in forme più complesse di indagine psicologica, diviene un marconista dell’immaginario, giocando con il mito, con lo “stile” onirico: già con Sogno (ma forse no), e nella novella La Realtà del Sogno, Pirandello indica nella dimensione onirica uno sviluppo narrativo sublimante, il quale sarà poi acquisito, tra gli altri, dal Vittorini di Conversazione in Sicilia. C’è da dire che, in questo, Pirandello troneggia sui proseliti del teatro dell’assurdo: Beckett, Ionesco, Pinter, infatti, di fronte al drammaturgo di Girgenti vedono fortemente ridimensionata la loro tensione avanguardistica, le loro torsioni, la loro rottura dell’eloquenza del teatro classico.

In più punti Roberto Latini canta, o meglio, riesce a far rispondere agli ictus ritmici delle musiche (curate da Gianluca Misiti, in maniera equiparabile all’uso che ne fa Bob Wilson nel suo Interpretation von Shakespeare Sonnetten, nel suo deciso riempimento estraniante) una neo-metrica cui la prosa del testo si confà. Questo è pienamente percepibile durante il monologo della Contessa, o nella parte iniziale, durante l’arrivo della compagnia alla Villa, in cui – anche grazie alla meravigliosa effettistica e al gioco di microfoni di palco – la voce dell’attore emula un Jhonny Rotten elettrizzato («questo sembra quasi un pezzo dei Public Image Ltd.» credo di aver detto ad alta voce, durante lo spettacolo).

Ecco. Sull’effettistica e sui valori fonetici, che Latini dà all’esecuzione, potrebbe essere scritto un saggio accademico. È chiaro che il valore irrazionale della voce teatrale (alla stregua di quella vita, opposta alla forma, che la filosofia pirandelliana intride nella produzione degli anni venti) sia il centro focale del testo originale. Il personaggio di Cotrone, poi, offre incommensurabili spunti decostruzionisti, attraverso le sue massime sull’irrazionalità, sul valore del sogno, sul relativismo delle maschere. Roberto Latini va addirittura oltre e, proteggendo la sacralità delle Patrie Lettere attraverso le già citate proiezioni dei grafemi sul velatino, lascia gorgogliare il guazzabuglio linguistico in un accavallamento di suoni, trascina le parole in una scala Shepard di enunciati, fino a renderle il prolasso di un’idea.

Lo spettacolo, per buona parte, è suggestione di suono e luce. L’immagine resa dall’azione – a parte nei bellissimi quadri generati anche dall’utilizzo tecnico del fumo – non è che un grumo materico di voce e luce, una reazione di voce e luce, e nulla più. Il limite fisico del racconto, il superamento di questo (il superamento del testo)  è appurato con il solo mezzo vocale. In pochi altri spettacoli – secondo il mio, beninteso, modesto bagaglio – si assiste ad una così forte dissipazione del soggetto fisico in virtù della voce, una così raffinata evaporazione del corpo da rendere necessario il vettore sonoro.

Concludendo. Sabato 18 marzo 2017 ho visto un uomo tenere il palco per un’ora e mezza, ad interpretare quindici personaggi diversi, vestito di un saio – e poco più – aiutato solo da un cencio porporato e da una fitta falange di spighe di grano. Roberto Latini, l’uomo, si è affidato all’immaginazione del suo pubblico, ha fatto di tutto per stimolarla attraverso suggestioni sonore e fotoniche, rispettando così i termini basici della storia del teatro.

Nessun commento su Superare il Grafema. Roberto Latini e I Giganti della Montagna

E saldava la terra con il cielo – Un Michele Riondino “ligure” interpreta Don Andrea Gallo

Contemporaneamente alla consegna dei premi UBU, molti dei quali sono finiti tra le mani di diversi nomi che sono stati presenti nei programmi di Teatro Mascagni e Orizzonti Festival, a Chiusi…

Contemporaneamente alla consegna dei premi UBU, molti dei quali sono finiti tra le mani di diversi nomi che sono stati presenti nei programmi di Teatro Mascagni e Orizzonti Festival, a Chiusi è arrivato Michele Riondino. Il rituale ATUPERTU delle 17:30, ha visto una nutrita affluenza, con un target anagrafico molto ampio – con un termine minore nei ragazzi del progetto redazione-a-scuola dell’istituto Graziano da Chiusi, che hanno partecipato all’intervista – tra cui un gruppo di avventori anconetani, venuti in Valdichiana appositamente per lo spettacolo nel teatro chiusino.

Angelicamente Anarchici è il titolo di una notevole elaborazione dei codici interni al teatro-canzone, con la mescita di parole, opere e musiche di due personalità enormi nel canone culturale italiano contemporaneo: Don Andrea Gallo e Fabrizio de André.  « I miei vangeli non sono quattro» diceva Don Gallo, «Noi seguiamo da anni e anni il vangelo secondo Fabrizio De André, un cammino cioè in direzione ostinata e contraria». Una coppia ormai entrata nell’immaginario collettivo, legata imprescindibilmente a quella Genova portuale, spigolosa e ricurva in sé stessa, la Genova dei camalli, degli operai portuali e dei benedettini, la Genova della sacralità terrena, della natura umana del Cristo. Da quando nella seconda metà degli anni ’50, le vite di De André e Don Gallo si incrociarono – per l’infausto avvenimento del suicidio di un compagno di scuola di Faber – il binomio è divenuto uno dei simboli più efficaci della città: entrambi legati agli “ultimi”, ai “vinti”, agli emarginati. Le tematiche comuni – delle composizioni per il cantautore e dell’impegno sociale per il prete – hanno da sempre inquadrato i due personaggi sotto la stessa aura. L’ultima pubblicazione, postuma di Andrea Gallo, edita dai tipi Piemme, si intitola  «Sopra ogni cosa. Il vangelo laico secondo De André nel testamento di un profeta». Nel modo più laico possibile, Fabrizio de André pare abbia fornito la più grande dimostrazione di Fede, di sacralità e di santità. Angelicamente Anarchico, quindi, non è un ossimoro, ma un’endiadi di impegno sociale, solidarietà, gioia dell’azione.

Dall’altra parte della strada della fermata della metro genovese Darsena c’è Via del Campo, dalla cui quarta traversa – se si procede verso il centro – si accede in Piazza Don Andrea Gallo. Sulla pietra cui è inciso il nome della via, c’è anche un’apposizione: Prete di Strada: è su quella strada, in direzione ostinata e contraria, che la vita di Don Gallo si è consumata tra amicizie “poco raccomandabili” agli occhi della curia, difese acerrime dei diritti umani, della non-violenza, delle fasce deboli della società, che accoglieva nella Comunità di San Benedetto al Porto, ponendosi al fianco di omosessuali e transessuali, i “senza nome” – come ai funerali ricordò Don Ciotti – «a cui Don Gallo ne diede uno».

Ed è proprio da questa idea di Genova che lo spettacolo di Michele Riondino decolla. Sulla scena un lungo pannello in 16:9, da quinta a quinta, taglia la profondità del palco in due, immettendo il gioco delle proiezioni posteriori, delle illuminazioni diegetiche, nella dinamica dello spettacolo. La tecnica appare subito come fulcro dell’evoluzione scenica, elemento illustrativo centrale dello spettacolo. Riondino si presenta con un cigarillo, una bombetta e uno spiccato accento ligure (gestito perfettamente lungo tutte le scene, alternandolo alle interpunzioni dialogiche di personaggi “altri”, dimostrando ottime capacità di tenuta dei personaggi), presentando un Don Gallo – il cui appellativo non viene mai nominato – fumettistico e calibrato, estremamente efficace, di una poeticità sovrastante.

Oltre alla tecnica e alle capacità di Riondino, il terzo elemento chiave dello spettacolo è quello Musicale. un trio composto da Francesco Forni (che si è occupato anche degli arrangiamenti), Ilaria Graziano e Remigio Furlaunt, alimentano e riempiono i quadri con doviziose esecuzioni del repertorio deandreiano. Si parte da Crêuza de mä per poi sciogliere, in un ping-pong tra resa cantata e racconto in prosa, un florilegio delle “parabole” di De André, storie proprie di quel vangelo che Don Gallo leggeva tra le righe delle liriche. Una rispettosa e piacevole declinazione postmoderna di Teatro-Canzone, in cui si comprimono messaggi fondamentali di solidarietà e comunitarismo e celebrazione di due figure da tenere salde dentro il canone culturale italiano.

Il Don Gallo rappresentato – possiamo dire – è contemporaneo, ovvero post-mortem. Michele Riondino si assume la responsabilità di un D.G. nell’aldilà, lasciato solo per condanna, il quale lampeggia nel nereggiare degli sfondi di un limbo solitario, in cui non c’è nessun volto in cui incastrare lo sguardo, per uno come lui, «con migliaia di storie e nessuno a cui raccontarle». Una solitudine, però, che «mette a contatto con il circostante» e lo eleva e lo rappresenta.

Riondino è di fatto l’unico attore in scena, ma quello cui si assiste non è un monologo: l’aspetto dialogico con figure o entità che sembrano apparire alle sue spalle si configura in rimasugli di ricordo, lampi di luce esistenziale in una catabasi che è un inno alla vita, con una quarta parete che si assottiglia sempre di più tanto è accogliente quell’ondulazione delle parole del protagonista. Il testo è impreziosito da frasi potentissime, quasi evangeliche, e rappresentazioni pantomimiche dei brani di De André (tra cui, è indubbio, la più potente, virtuosa ed efficace è quella de La Ballata dell’Amore Cieco).

Uno spettacolo che intrattiene ed educa, che dissente ma celebra, uno spettacolo che riempie ed è riempito, che cammina con gli ultimi e li rende giganti, anteponendoli alla vista dei primi. Che sembra ricominciare, ad ogni cambio scena, da un punto qualsiasi delle vite di tutti, uno spettacolo che spalanca le braccia, che lascia danzare le parole ed utilizza uno dei dialetti più ritmicamente accelerati d’Italia. Uno spettacolo che rappresenta qualcosa di indicibile, che non si può dire ma che si deve raccontare, oggi e sempre.

Nessun commento su E saldava la terra con il cielo – Un Michele Riondino “ligure” interpreta Don Andrea Gallo

Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea”

Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea” #ORIZZONTI1518 Agosto Il Festival delle nuove creazioni nelle arti performative è giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione. Da due anni, sotto la direzione artistica…

Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea”

#ORIZZONTI15

Il Festival delle nuove creazioni nelle arti performative è giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione. Da due anni, sotto la direzione artistica di Andrea Cigni, si è imposto a livello nazionale come una delle realtà più interessanti e innovative nel panorama teatrale, caratterizzandosi come luogo privilegiato e ideale di incontro, scambio, espressione e residenza di artisti, pubblici e operatori.Dal 31 Luglio al 9 Agosto 2015 il Festival Orizzonti è andato in scena a Chiusi con dieci giorni intensi di teatro, musica, danza, opera e appuntamenti culturali di alta qualità. La nostra redazione è stata presente alla manifestazione in qualità di media partner, curando reportage e contributi multimediali volti ad approfondire la vita della città di Chiusi durante il festival, raccontando le storie e le emozioni delle persone che ruotano attorno all’evento.

IMG-20150805-WA0004
Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera.

Questo che state leggendo è il risultato del nostro impegno, della nostra passione e del nostro coinvolgimento: assieme ani nostri contributi troverete foto, video e approfondimenti realizzati dagli altri media partner e dallo staff organizzatore del Festival Orizzonti. La narrazione seguirà una linea tutta nostra, fatta di incroci e di sinergie, di impressioni e di emozioni, trascurando volutamente la sequenza temporale e l’ordine degli eventi. Buona lettura!

Dal 31 Luglio al 9 Agosto 2015 il Festival Orizzonti è andato in scena a Chiusi 

Mediterranea a Chiusi: dove si incontrano le culture

di Alessio Banini

Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera.

Raccontare una storia inventata è facile, ma raccontare una storia vera è dannatamente difficile. E quando prendiamo l’impegno di raccontare una storia, noi di Valdichiana Media dobbiamo portarlo a termine.

Quella del Festival Orizzonti è una storia di cultura e di arte, con tanti eventi che spaziano dal teatro alla danza, dall’opera alla mostra, concentrati in dieci giorni d’estate. Ma non era questa la storia che mi interessava raccontare. Quando ho cominciato ad aggirarmi per le vie di Chiusi, durante il primo weekend del festival intitolato “MediTerranea”, avevo un altro obiettivo in mente. Volevo concentrarmi sulle storie delle persone che ruotavano attorno al festival: gli organizzatori, i turisti, i cronisti, gli artisti, i commercianti, gli appassionati e gli oppositori. Non gli eventi, ma ciò che li metteva in relazione: non la terraferma, ma il Mediterraneo. Un obiettivo ambizioso, raccontare la vita che ruota attorno al festival, senza avere la pretesa di comprenderla pienamente.

Erano queste le domande che mi ronzavano in testa, quando progettavamo i nostri racconti del Festival Orizzonti: il festival porta la cultura a Chiusi, ma come cambia Chiusi nei confronti di questa cultura? Come reagisce nei confronti degli artisti, come si confronta con mondi artistici così distanti da una cittadina della provincia senese di neppure diecimila abitanti?

Che il festival sia coinvolgente anche nei confronti di coloro che vivono e lavorano nel centro cittadino di Chiusi, è evidente dalle parole di Cinzia, che dal suo negozio di frutta e verdura osserva le compagnie teatrali e gli stagisti del festival che passano lungo le vie.

“Gli eventi culturali creano comunità. Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”

E poco importa che i risultati commerciali dell’attività, durante i giorni del festival, non siano esaltanti:

“Perché non bisogna guardare solo al denaro. Anche alle conoscenze che fai, alla capacità di promozione di un evento del genere. La gente che viene a Chiusi in questi giorni poi ritorna. Fai conoscere la città e la fai rendere viva.”

Il rapporto umano e la relazione sociale sono fondamentali, per la crescita culturale. E di rapporti umani vive tutto il festival. Tra un evento e un altro si incontrano Anna e Arianna che corrono da una parte all’altra, i redattori di Teatro & Critica che preparano il magazine, i ragazzi di Radio Trasimeno che allestiscono il Dj set serale. Il fermento culturale del festival è anche il fermento di chi lo racconta e di chi lo organizza. Gli eventi sono la terra in cui si sbarca, ma la rete attorno a essi è il mare, quel Mediterraneo che è il titolo di quest’edizione e in cui si annida lo spirito vero e autentico dell’aspirazione culturale di quest’angolo di mondo.

Perché la cultura è anche in queste relazioni. Nella rabbia di Marcello che bacchetta a suo modo la presidentessa della Fondazione Orizzonti per aver tardato l’apertura dell’Open Space Art, in cui sono esposte le opere pittoriche degli artisti locali.

“Noi artisti non vogliamo essere il fanalino di coda – si lamenta – vogliamo essere il faro.” Marcello non vorrebbe limitarsi a esporre le sue opere, ma vorrebbe far crescere il pubblico. Farlo diventare critico, favorire la gestione economica della cultura. Non è l’arte che deve diventare popolare, ma il cittadino che deve diventare critico.

“Qui in inverno la gente non sa cosa fare. Una visita a una mostra sarebbe già qualcosa. Ci vogliono spazi comuni per i pittori, sia per presentarsi al pubblico sia per fare sistema assieme agli altri.”

Prima di fare la pace con Silva, che viene ad aprire la mostra, Marcello trova il tempo di citare Churchill e la seconda guerra mondiale. “Perchè dovremmo tagliare fondi alla cultura per finanziare la guerra? E allora per cosa combattiamo?”

Anche Churchill, probabilmente, sarebbe stato felice di vedere quegli anziani signori in Piazza del Duomo, che non erano minimamente interessati alla prima della Cavalleria Rusticana e stavano nei giardini accanto. Ma che, quando un passante ha alzato la voce, gli hanno intimato di fare silenzio per non disturbare.

Sarebbe fiero anche di Simona e Rina, che si affaccendano al chiosco dei giardini mentre cittadini e visitatori vivono il festival.

“Meno male che c’è il festival che ha dato vita a questo paese – dicono – Un po’ di facce nuove si vedono, meno male che fanno iniziative belle che portano persone.”

E il dispiacere di non poter godere neppure di un evento, perché c’è necessità di lavorare e tenere aperta l’attività commerciale, è mitigato dalla possibilità di ascoltare da vicino tutte le prove dalla Piazza del Duomo e dal Teatro Mascagni.

Organizzare un festival come questo significa investire in cultura. E quando investi in cultura, trovi anche degli oppositori. Come il signore all’uscita del Teatro Mascagni dopo lo spettacolo di Pippo Delbono:

“Gli eventi culturali creano comunità. Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”
“Gli eventi culturali creano comunità. Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”

“Ma io, se devo comprare qualcosa, mica la compro a Chiusi! Altrimenti aumento l’indotto, sarebbe come votare questa gente! Piuttosto i soldi li porto alla Pieve, e la roba la compro lì!”

Mentre l’oppositore riparte per Città della Pieve, però, un gruppetto di bambine in Piazza XX Settembre improvvisa dei balletti con la radiolina davanti alla fontana, in attesa del Dj set serale. Tutto questo, mentre nel Chiostro di San Francesco si svolge lo spettacolo di danza della compagnia Adriana Borriello. L’evento, e la vita che ruota attorno. La terraferma, e il mare di relazioni che la rende viva.

Ma questo non può essere sufficiente, per raccontare il festival. Non possono bastare le voci dalla piazza, le opinioni dei commercianti, le impressioni degli spettatori dopo gli spettacoli o la stanchezza mattutina degli organizzatori. Il senso profondo di questa Mediterranea che unisce paesi, storie, culture, sogni e destini, tutti diversi e tutti uguali, non può prescindere dal rapporto tra le persone.

Cultura non è solo negli spettacoli di qualità del festival. Cultura è anche nella rete di relazioni tra le speranze di Cinzia, la rabbia di Marcello, i sorrisi di Simona e Rina, le emozioni delle decine di persone che il festival lo vivono e lo attraversano, fisicamente e spiritualmente, come se fosse un Mar Mediterraneo: alla ricerca dell’altro, del futuro, dell’arte, se non addirittura di un senso. E il mio contributo a questo mare non può che essere il racconto, per dare dignità alle loro emozioni e alle loro storie.

Pur sapendo di non essere all’altezza del festival, in certi momenti. Anche negli spettacoli di danza contemporanea che non posso comprendere, anche nelle citazioni teatrali che non posso cogliere, percepisco un senso più profondo. Sto attraversando la mia Mediterranea, e non sempre la terraferma è conosciuta: a volte è aspra, ignota, difficile. L’incontro con l’altro non è sempre facile: ma è proprio in quell’incontro, la cultura. Nel mare, non nella terraferma.

E allora anche a Chiusi puoi cercare un senso all’arte, alla vita, all’incontro tra le culture. E allora capisci che sì, Chiusi è una città piccola, famosa per il suo passato etrusco e per la sua stazione ferroviaria. Ma è un crocevia, ed è nei crocevia che si fa cultura. Come nel Mediterraneo, un mare che per secoli è stato un crocevia, dove si incontravano i mercanti con i preti, i guerrieri con i pescatori, i criminali con i poeti. Il luogo in cui si incontrano le culture, in cui entrano in relazione tra di loro, prima di affrontare una terraferma ignota, che sia un incontro a passi di danza o a colpi di hashtag.

E allora sì, eccolo qua, il mio racconto: benvenuti a Mediterranea, crocevia di culture.

IMG_7889
Marcello trova il tempo di citare Churchill e la seconda guerra mondiale. “Perchè dovremmo tagliare fondi alla cultura per finanziare la guerra? E allora per cosa combattiamo?”

Romanzo Mediterraneo: una presa diretta di #Orizzonti15

di Tommaso Ghezzi

Non potevo non sfruttare l’opportunità di girovagare per il Festival Orizzonti di Chiusi, anche quest’anno. L’unica realtà in cui l’attenzione, il perno retorico del programma, è veramente incentrata sulla prosa, sulle qualità del racconto, sui registri e i fraseggi della recitazione piana, attiva, contemporanea. Il concept di quest’anno è il Mediterraneo e le sue declinazioni, le sue infinite aperture di ventaglio, il suo serbatoio millenario di storie e termini emotivi. Ho inteso la giornata del 4 Agosto come un’unica, grandiosa, rappresentazione.

Ore 14:30

È il 4 agosto. Pomeriggio. La mia macchina è immobile in una piazzola dell’autostrada. Io sono fermo alla colonna del SOS, ho già chiamato i soccorsi. Sono in attesa. Scoprirò più tardi che la cinghia di distribuzione dell’albero motore che fino al chilometro 394 dell’A1, in direzione Roma, faceva parte del plesso unitario e coerente del sistema-automobile, è scomparsa, annullatasi in un Seppuku estivo, come Mishima, per mancata tolleranza della canicola. Vabbè.

Riesco fortuitamente a trovare aiuto in autostrada. Persone che mi portano a Chiusi. Al Festival Orizzonti. Recupero un minimo di fiducia nell’umanità.

Ore 16:10

Quando entro nel foyer del Teatro Mascagni, dopo la disavventura estraniante che ho vissuto, sono passate le quattro. È il quattro agosto duemilaquindici. E sono in ritardo per recuperare i miei accrediti dalla responsabile dell’ufficio stampa.

Nella sala stanno provando “Therese et Isabelle”, lo spettacolo della compagnia del Teatro di Dioniso, in programma per la sera successiva. Gli attori camminano in autonoma e distaccata indifferenza gli uni verso gli altri, e costruiscono, ormai per inconscio derivato dalle alacri ore vissute sullo stesso piano scenico a provare gli spettacoli, un’armonia implicita. Una pura coscienza dell’Altro, un’immedesimazione etero diretta. Camminano disordinatamente, in apparenza, a guardarli meglio tutto gira secondo un ordito preciso, intimo e viscerale. In questi momenti, gli attori, accarezzano l’imo del daimon scenico, l’estro teatrale, lo spirito che coglie i canali del corpo umano e li rende lirici. Questa è la poiesi del racconto, quel limite fisico, tangibile, in cui si costruiscono le storie. È come assistere ad un’aurora boreale, come assistere ad un parto di un animale raro. Un feto di panda che viene alla luce tra i bambù. Poi ci penso meglio, e mi accorgo che è solo teatro.

Mentre aspetto Anna dell’ufficio stampa, scorgo dei libri messi in vendita a costi ridottissimi. Mi prendo una biografia di Flaiano, scritta da Giovanni Russo, e i diari di Vittorio de Sica. Mentre leggo mi passano accanto decine di ragazzi, volontari, stagisti, dipendenti della Fondazione Orizzonti, tutti indaffarati alla gestione della vendita dei biglietti, dei trasporti delle casse, della logistica degli spettacoli. Entra anche una delle costumiste del festival. Ha dei lunghi capelli bianchi, una veste di lino e porta con sé sacchi di stoffa.

IMG_7840
Il Festival delle nuove creazioni nelle arti performative è giunto quest’anno alla sua tredicesima edizione. Da due anni, sotto la direzione artistica di Andrea Cigni, si è imposto a livello nazionale come una delle realtà più interessanti e innovative nel panorama teatrale

È come una Menade solare, una visione. La seguo uscire verso via Porsenna. L’aria è immobile come l’immobilità che consegue uno sforzo. Quella fermezza psichica, raggiungibile solo dopo un’attenta introiezione del movimento. Non c’è suono. Sono quasi le cinque.

Anna mi chiama. Mi fornisce gli accrediti. Mentre parla con me, il telefono le suona cinque volte. Come un orologio casuale che per una strana perizia del fato suona esattamente le ore che il quadrante reale nello schermo dello smartphone segnala con inattaccabile giustezza.

Intanto ho bisogno di una macchina. Ci sono due ragazze che stanno per portare le casse allo spettacolo imminente al Lago di Chiusi. Sono automunite. Attingo un passaggio che gentilmente mi viene concesso. L’anziano autista mi chiede “Ma te, fammi capì, se ‘n c’ero io con che venivi giù? A piedi?”. “Sì” rispondo con sommessa fierezza, e gioia dell’azione, che contraddistingue la mia passione per l’arte scenica “probabilmente, sarei sceso a piedi”.

Ore 17:30

Al Pesce d’oro l’ambientazione è mistica. Anche qui arrivo molto presto rispetto allo spettacolo. Sento le battute di due diverse pièce, che ancora stanno provando. L’omosessuale o la Difficoltà di esprimersi è un continuum di grida lancinanti che si ripetono. Si ripetono le stesse frasi. Tre volte. È una prova, giustamente, ma sembra una litania rabbiosa e rituale. Eva Robin’s rimane inerte sul pontile di legno dolcemente appoggiato sul lago. Un attore si getta in acqua ed inizia, in stile libero, a varcare lo spazio tra le due piattaforme di cemento che si allungano verso le profondità lacustri. Le onde generate dal suo vorticoso movimento sulla superficie si organizzano in precise increspature sul piano immobile dell’acqua semi-palustre d’agosto. Il suo corpo è un’isola. Un’isola misurata nella sua bellezza.

IMG_7892

“Orizzonti Festival si propone il duplice obiettivo di esportare la storia e le tradizioni della città di Chiusi e insieme importare in questo territorio elementi di ricerca e sperimentazione culturale italiana e internazionale.”

Mi sposto verso lo spazio centrale tra i due pontili, in cui è allestita la scena de “Gli Dei di Lampedusa”, scritto e diretto da Laura Fatini. Anna Maria Meloni, una delle attrici, è già in abiti di scena: un lungo vestito rosso ed un turbante, dello stesso colore, che le fornisce un’aura esotica e materna, un trionfo della natura arrossata delle fauci del Mediterraneo, che sembra apparire, ora, al posto del Lago di Chiusi, con la sua apertura celeste, timida e lungimirante, il suo speculare immergersi, rappresentandosi come altro dal mare che impersona, nell’azzurro infinito del cielo.

Vedo Laura Fatini addentare un Maxibon. “Mi fai venire fame” le dico. Con lei entro dentro il bar giustapposto all’ingresso del piazzale erboso sul lago. “Ti vedo nervosa” le dico ironicamente “che hai?”. Freddamente mi risponde “Non mi rassicura l’amplificazione” mi confida “Non sopporto l’idea di sentire una voce in stereofonia, quando l’attore che la dice si trova in un preciso lato del palco”.

IMG_7781
LaComédie Humaineè già qui, di fronte ai miei occhi. È un continuum scenico di frasi e deviazioni narrative

La Comédie Humaine è già qui, di fronte ai miei occhi. È un continuum scenico di frasi e deviazioni narrative. Chiedo al barista “Scusi, prima di prendere il Maxibon, vorrei usare il bagno, se mi dice dove posso trovarlo”. Lui contrae la bocca in uno spasimo di ironia e benevolenza, “Guardi” mi fa “E’ là dietro quella porta bianca. Io di solito sono chiuso il martedì, ma ho aperto esclusivamente per permettere l’uso del bagno…” potrebbe fermarsi qui. Potrebbe non aggiungere altro. E invece sente la necessità di varcare il limite della loquacità, sostenendo: “certo che per organizzà le cose al lago, chiamacci la gente e unn’avecci il bagno, bisogna esse proprio di Chiusi…”

Intanto iniziano a comporsi piccoli segnali di disagio. Non ci sono ancora né posti per far sedere il pubblico, né transennamenti. Arrivano tutti i leader della gestione dell’evento. Risolvono la situazione in pochi minuti, mentre gli attori iniziano a scaldare la voce tenendo precise vocalizzazioni diaframmatiche. Insieme formano un accordo di settima minore.

Il sole dona un notevole tono lirico a tutto il panorama. La luce delle 18 meno dieci già anticipa una precisa e rassicurante corale delle livellature ambientali che vanno sovrapponendosi. Sul pontile, seduti, Pierangelo Margheriti e Giulia Roghi ripassano le battute. Mi avvicino per salutarli, per dire loro “Merda merd…” . Mi fermo. Stanno dicendosi le battute con una naturalezza irripetibile. Seduti sul bordo del lago. È un’immagine definitiva, irraggiungibile. Metateatrale. Mi blocco per quella notifica di cui sopra, riguardo alla basica elementare della formazione scenica. Quell’edificazione del demone del palco – che è una spiaggia – quella monodica diffrazione di gesti, sguardi e parole donate all’aria, prima dello spettacolo, per poi ritrovare tutto, nella stessa aria dell’azione scenica. Più in là Calogero Dimino è già il personaggio che andrà a rappresentare.

Ore 18:10

Tra il pubblico, il mio vecchio professore di biologia del liceo, accompagna alcuni amici stranieri. Si siede poco dietro di me e indica loro qualcosa sulla superficie del lago “Là, vedete? Uno Svasso. Femmina. Adesso si immerge, guarda…” osservo l’uccello nidificatore affondare prima il collo, poi l’intero busto nella piattaforma immobile dell’acqua, che si corruga in onducole senza coscienza.

Inizia lo spettacolo. Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar. Quell’occidente così bene rappresentato, nella vendita che lui stesso vuole infondere, nella nostra africa, dei suoi meravigliosi prodotti, fabbricati per lo più grazie alle materie prime che dalle nostre terre ha depredato. Quell’occidente così ben rafforzato dalle armi che costruisce e ci vende, per poi accusarci di usarle, quando le effrazioni superano qualsiasi tipo di umanità concessa dalla storia.

Calogero Dimino è siciliano di per sé. Interpreta il becchino di Lampedusa che raccoglie i cadaveri dei migranti, uccisi dai disumani viaggi nelle stive dei barconi, ai quali sono costretti dalla disperazione, per seppellirli. È il secondo pugno emotivo, che è già un knockout dopo solo dieci minuti di spettacolo.

Gli attori appaiono bravi. Il testo è altisonante. Mette insieme elementi della tragedia greca, letteratura contemporanea e comunicati ufficiali e non ufficiali dei giorni del terribile naufragio, lo scorso aprile, in cui persero la vita centinaia di migranti.

L’ambientazione naturale, che rifornisce ogni parola, ogni gesto, ogni singolo sasso mosso dalle coreografie e dalle coordinate sceniche, mostra la contrazione di un mondo che si aggroviglia su sé stesso. Un mondo in posizione fetale, in lacrime, un mediterraneo che è il suo ventre e che è premuto dalla furia di un dio biblico dell’antico testamento, un Mare Mediterraneo che si fa garante di un ordine tragico apollineo, il deus ex machina della morte livellatrice.

Ore 20:30

Torno a Chiusi Città, dopo aver cercato, in modo fallimentare, di saltare su una barchetta che mi avrebbe dovuto portare al centro del lago dove Silvia Frasson avrebbe rappresentato Mustiola, la santa patrona di Chiusi, e il suo volo. Non ce l’ho fatta, quindi, malauguratamente. Entro già al Chiostro di Sant’Agostino, dove a breve andrà in scena la “Ballata per Giufà”, testo di Laura Fatini, regia di Gabriele Valentini. Trovo tutto lo staff che organizza gli ultimi accorgimenti all’allestimento dello spettacolo. Valerio Rossi, il Giufà del titolo, sta sotterrando una Rosa. “Come stai?” gli dico. Mi guarda, non risponde, sorride.

Gabriele Valentini controlla le sue lenti Transition e il loro oscurarsi a seconda dell’intensità della luce naturale. Il fatto che siano trasparenti indica l’incipiente inizio della mise en scène. “Io direi che vi potreste andare a preparare…” fa agli attori. Si ferma a guardare Valerio Rossi e Giulia Rossi, rispettivamente Giufà e la Donna di Piazza. Dice solo “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”

Ore 21:15

Giufà è il personaggio principe delle narrazioni popolari della tradizione orale, un personaggio picaresco delle storie ancestrali, dalla più che rilevante caratura d’interesse antropologico. Giufà è presente in tutti i paesi del mediterraneo, con vari nomi, varie fatture. Ha più colori, più modi di essere. Ma le storie sono le stesse. E le sue storie girano il bacino del mediterraneo, senza la minima radice se non quella della totale appartenenza al flusso umano del racconto. Qualche giorno fa, al teatro Signorelli di Cortona, avevo sentito Ascanio Celestini raccontare diverse storielle su Giufà ad una velocità cabarettistica, da teatro di narrazione. Adesso invece, nella versione di Fatini/Valentini la vicenda è filtrata da una contestualizzazione iperuranica, lenta, tanto da sembrare una tragedia euripidea: sabbia sul piano scenico non inclinato, due pali irregolari di legno, una minuziosa incastonatura di pannelli bianchi, con un panno velatino centrale, dal quale filtrano immagini retrostanti, se rilucenti, e diviene manto omogeneo se illuminato dai par led dell’americana frontale. Una cifra stilistica, ormai più che riconoscibile, del gusto registico di Gabriele Valentini.

Il Giufà interpretato da Valerio Rossi è un folle, un sommarsi di personalità continue, scatti di sclerosi emotiva, switch di stati d’animo indeterminabili. Il Giufà espone i suoi ardimentosi percorsi argomentativi, nei colloqui con le due magnifiche figure interpretate da Mascia Massarelli e Claudia Morganti, con un crescendo di contrazioni. Come i gatti quando vomitano. Come le pulsazioni di un orgasmo.

L’unico rilassamento avviene nello splendido scambio di battute tra Giufà e la Donna della Piazza, interpretata da una Giulia Rossi di inossidabile bellezza. Il dialogo sembra arrivare da un fuori tempo e spazio, da un oltreoceano che vive solo nelle ipotesi di chi osserva. Giufà non è più Giufà, ma è le storie che indossa, e passa di bocca in bocca, come i popoli si spostano di terra in terra. Lo stabilimento, il ritrovare le stesse cose nei soliti posti, significa stuprare la tessitura delle narratologie universali.

Le storie popolari di Giufà, si basano molto spesso su comparative dirette dal risvolto comico; “come le stelle hanno potuto riscaldare me, allora possono pure riscaldare la pentola” dice Giufà al Sultano, “Come una pentola ha potuto figliare, allora ha potuto anche morire” dice al rigattiere. E così, queste piccole vicende, ci guardano e ci ri-guardano, nella nostra immedesimazione, dell’essere tanti uomini, forse tutti gli uomini, che avranno nomi e forme diverse, costumi, abitudini diverse, ma fondamentalmente appartenenti alla stessa, identica, maledetta storia.

Ore 2:00

Sono sul mio letto. Tornare a casa è stato un gloriaalpadre, determinato da un elemosinare un passaggio, concedutomi poi da una cara amica, fortunatamente presente tra gli spettatori della Ballata per Giufà. Mi viene in mente un passo dell’Antologia Palatina, che vado a ricercare;

  Ti brucerò, porta, con questa torcia,

brucerò chi sta dietro. Poi fuggirò ubriaco

attraverso l’Adriatico dal colore del vino, mi rifugerò

dietro un’altra porta: sarà la notte ad aprirla.

Ed osservandomi nelle lamentele che ogni giorno muovo a me stesso – e alle Capre che vivono in queste lande toscane, apparentemente grette e incolte – mi rendo conto di come il flusso umano che ruota intorno al mediterraneo comprenda anche la mia gente. E in questa stessa parte di mondo, così impura, inetta, la quale accuso di tappare le ali alle aquile e coprire lo sguardo ai falchi, mi rendo conto, sono stati fondati festival di teatro e musica di rarissima bellezza. Per il Festival Orizzonti e per tutti gli altri capolavori di innalzamento dei termini umanistici, possiamo dirci veramente fortunati. E forse, il motivo per cui sono ancora qui a scriverne è proprio la profonda e sacrosanta fortuna che intravedo in questa giornata sfigata.

IMG-20150805-WA0002

Gli dei di Lampedusa: Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar.
Gli dei di Lampedusa: Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar.

Il teatro “local” di Orizzonti raccontato dagli artisti

di Tommaso Ghezzi

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro che da anni opera in tutta l’area Valdichiana, tra Montepulciano, Sarteano e Chiusi, costruendo spettacoli di alta caratura e impegno da parte dei registi, degli attori e degli scenografi. Ho incontrato Laura Fatini, autrice dei testi dei due spettacoli e regista de “Gli Dei di Lampedusa”, Gabriele Valentini, regista di “Ballata per Giufà”, Valerio Rossi, che interpreta il Giufà nello spettacolo diretto da Valentini, e Andrea Cigni, sommo direttore del Festival Orizzonti, alla fine di una lunga giornata di sudore e spettacoli, bevendo birra artigianale.

Che cos’è, quindi, il mediterraneo?

Gabriele Valentini: Il Mediterraneo, inteso come luogo fisico è “il mare tra le terre”. Come luogo spirituale, invece, rappresenta un incrocio di culture e di idee. Un grande spazio acquatico senza quei confini che purtroppo ci sono.

E ‘Giufà’ come rientra in questa definizione, in questa coordinazione geografica la storia ancestrale, la mitopoiesi dei racconti che coinvolgono questo personaggio?

Laura Fatini: Giufà è il mediterraneo. Esiste in tutti i paesi che si affacciano sul nostro mare con vari nomi e varie caratteristiche. È dal 1100 che le sue storie varcano tutte le coste del mediterraneo. Un convegno tempo fa comparò Giufà, Sancho Panza e Ulisse. Io sono perfettamente d’accordo nel considerarlo un elemento essenziale per la cultura totale del Mediterraneo.

Valerio Rossi: Il mio Giufà, invece, rispecchia il concetto – che io e il regista dopo un bicchiere di sambuca abbiamo scoperto nell’identificazione del personaggio – di “ecolalia”. Il ripetere cioè cose che ti sono state dette. forse sin da bambino, e dopo averle immagazzinate continui a ripetere involontariamente. Acquisisci le storie di tutti immettendoti così in un contesto simile a quello del luogo spirituale rappresentato dal mediterraneo, ovattato, a coste chiuse, ma pieno di racconti.

Dopo anni ed anni di collaborazioni, tangenti Valentini-Fatini le vostre personalità artistiche si sono perfezionate. Quali sono le affinità e le divergenze tra voi due?

Gabriele Valentini: Le divergenze sono totali. Ci sono due strutture, due culture diverse. Nello specifico, la cosa divertente per “Ballata per Giufà” è stato prendere un testo di Laura e giocarci, cercando di rispettare la parola scritta, ma personalizzando la teatralizzazione: dai costumi alla regia generale. E credo di averlo cambiato completamente, rispetto a come lo aveva inteso lei.

Laura Fatini: Sì, noi vediamo i testi in maniera opposta e la cosa straordinaria è che riusciamo a fare regie insieme! Credo però che negli anni ci siamo contaminati. Lui mi ha insegnato molto l’uso delle strutture sceniche, la scenografia. Io invece non credo di avergli insegnato nulla, ma forse qualcosa sì… ho una maggiore visione d’insieme grazie a lui. Per il resto lavoriamo in maniera completamente opposta, ed è questo il bello della collaborazione. Altrimenti non ci sarebbe nessun frutto, no?

Gabriele Valentini: Se lavorassimo nello stesso senso di marcia, nella stessa direzione, sarebbe anche noioso seguire i progetti. Per me, la sfida divertente di questo Giufà, per esempio, è l’aver preso un linguaggio completamente diverso dal mio, che è quello della Fatini, scritto, e trasformarlo in qualcosa di visivo che mi somigliasse di più rispetto a ciò che lei aveva scritto.

Laura Fatini: sarebbe bello vedere in scena i due Giufà. Noterebbero tutti la totale diversità dei personaggi.

E invece, Andrea Cigni, per te è difficile collocare i registi locali con dei grandi del teatro contemporaneo? Voglio dire Insieme a Laura Fatini e Gabriele Valentini, che lavorano da anni nel territorio, hai immesso nel programma Pippo Delbono o Roberto Latini della Fortebraccio Teatro…

Andrea Cigni: Dal momento che credo fortemente in questo progetto voglio portare, il progetto che ho in mente, fino in fondo. Quindi il mio pensiero è che il territorio non si debba abbandonare. In ogni caso, non credo che sia una questione di territorialità; Valerio Rossi, per esempio, ci è nato a Chiusi, ma adesso vive da tutt’altra parte. (vive a Londra da tre anni, ndr) Credo sia una questione di opportunità, e non di provenienza. Una questione occasioni e opportunità create. Che poi io abbia scelto persone che operino qui è un dettaglio non poi così rilevante. Mi fa piacere che il festival rappresenti un punto di arrivo di realtà lontane tra loro, ma anche un punto di partenza per gli artisti che hanno scelto di rimanere qui, non per mortificarsi, ma perché credono che portare avanti un progetto nel proprio territorio abbia lo steso valore che portarlo nelle grandi città. Anche Roberto Latini, per esempio, è romano, ma ha scelto di vivere a Bologna, voglio dire. Poteva benissimo rimanere a Roma. Per cui credo fermamente che loro abbiano scelto di operare qui e sfruttare ciò che il territorio offre. a me spetta il compito di aiutarli sostenerli e creargli un terreno sul quale loro possano lavorare. Loro hanno avuto il coraggio di togliere tante persone dalla casa, dai cellulari, e riunirli intorno al valore del teatro, inteso come luogo in cui si vedono e si sperimentano delle cose.

Sei al secondo anno di direzione artistica del festival; rispetto all’anno scorso, nell’economia generica dell’ambiente, anche relativamente alle risposte di questa terra, come si è configurata l’evoluzione, se un’evoluzione c’è stata, del “progetto Orizzonti”, a tuo parere?

Andrea Cigni: Da parte mia ho visto un radicamento molto rapido, in questi due anni. Ho fatto il primo sopralluogo nell’estate di due anni fa. Era il momento di picco turistico e dormivo in un B&B qua vicino. Chiusi mi sembrava – lo posso dire? – un piccolo Bronx. Sembrava la caduta degli dei, una desertificazione generale. Questo è stato destabilizzante, per me. Poi però ho cercato di creare degli stimoli. Il festival e la sua struttura si sono radicati, secondo me, e non soltanto per la città di Chiusi, ma anche dall’esterno: riconoscere in questo luogo un posto dove si fa teatro, in varie sfaccettature. È una crescita in controtendenza poi, perché non è così scontato avere serate piene di lunedì e martedì. Questo mi fa felice, non per me – non ci stiamo guadagnando cifre astronomiche per comprarci le ville – ma per le persone che vengono, osservano e vivono questo luogo bellissimo, in questi giorni. Sentire persone o anche i vari Pippo delBono o Latini o un musicista qualunque, che ti dicono “qui a Chiusi sono stato bene” e “Grazie” – e ti assicuro che non lo fanno per i soldi – è un bel successo per me, per quello che ha rappresentato nel mio percorso personale questo festival, e soprattutto per loro.

Gabriele Valentini carica la sua compagnia prima della Ballata per Giufà: “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”
Gabriele Valentini carica la sua compagnia prima della Ballata per Giufà: “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”

Si chiude il sipario su #Orizzonti15, si apre su #Follia16

di Valentina Chiancianesi

La XIII edizione del Festival Orizzonti si è conclusa con la convinzione che ancora tanto si possa fare nella direzione di una continuità e connessione con il territorio di Chiusi: Orizzonti Festival sipropone il duplice obiettivo di esportare la storia e le tradizioni della città di Chiusi e insieme importare in questo territorio elementi di ricerca e sperimentazione culturale italiana e internazionale.

Il vicesindaco Juri Bettollini con la presidente della Fondazione Orizzonti d’Arte Silva Pompili e il direttore artistico Andrea Cigni hanno dichiarato durante la presentazione del tema dell’edizione 2016 del Festival la necessità di lavorare con più continuità nell’arco dell’intero anno per raggiungere questi obiettivi. Dalle scuole alle realtà cittadine Orizzonti Festival non può limitarsi a rappresentare soltanto 10 giorni estivi di eventi ma deve diventare un elemento costante nella programmazione artistica della fondazione e della città.

IMG_7835
“Quello che noi cercheremo di fare è creare un percorso che parte dalla stagione invernale per poi arrivare al festival. Percorso durante il quale cercheremo di avvicinare sempre di più le persone a questo mondo.” – Silva Pompili 

Silva Pompili racconta la sua prima esperienza da presidente della Fondazione Orizzonti durante i frenetici giorni di Orizzonti Festival

Silva Pompili, la sua prima esperienza da presidente è andata, come la descriverebbe?

“E’ stata una bellissima esperienza, impegnativa soprattutto, perché per me è una cosa del tutto nuova rispetto a quello che faccio normalmente, ma allo stesso tempo è stimolante perché si scoprono cose nuove e mondi nuovi. L’ambiente culturale è veramente bello, fa piacere restare al suo interno. È chiaro che dall’esterno non ci si rende conto dell’impegno della macchina organizzativa che c’è dietro a un festival del genere, e anche io fino ad adesso non me rendevo pienamente conto”.

La nostra redazione ha raccontato il festival da un altro punto di vista, andando ad analizzare la fruizione della manifestazione dai cittadini. Secondo lei i cittadini come percepiscono il festival?

“Sicuramente c’è ancora un po’ da lavorare su questo lato, non è ancora visto come parte integrante e viva della città. C’è stato un miglioramento rispetto alle edizioni passate. L’anno scorso ho vissuto il festival non da presidente e devo dire che c’era una reticenza completa, mentre quest’anno, probabilmente con l’esperienza vissuta l’anno scorso e con il fermento che gira intorno al festival, c’è stato un atteggiamento diverso, però ancora c’è da lavorare”.

Come cercherete di lavorare per migliorare questo aspetto?

“Quello che noi cercheremo di fare è creare un percorso che parte dalla stagione invernale per poi arrivare al festival. Percorso durante il quale cercheremo di avvicinare sempre di più le persone a questo mondo. Questo è il secondo anno del festival così organizzato e quindi ci vuole un po’ di tempo per riuscire a somatizzarlo, capirlo e conseguentemente viverlo”.

Per l’ultima giornata di festival avete svelato il tema della prossima edizione e il 2016 sarà all’insegna della Follia. Perché questa scelta?

Perché per fare tutto questo si deve essere un po’ tutti folli, ma pronti ad affrontare l’edizione 2016, anzi ci stiamo già muovendo”.

Questo il percorso condurrà a Orizzonti Festival 2016, che sarà incentrato sulla Follia, Follia intesa nel senso di quella leggera sconsideratezza, necessaria per saper sostenere ed intraprendere percorsi coraggiosi e arditi. Ne abbiamo parlato con il Direttore Artistico Andrea Cigni, che ha fatto il bilancio dell’edizione appena conclusa.

Andrea Cigni, soddisfatto di questa #mediterranea2015?

“Grande soddisfazione per tanti motivi, uno perché ho potuto catturare l’attenzione di tanti operatori teatrali italiani e stranieri, moltissimi giornalisti e soprattutto tanto pubblico specializzato ma anche semplicemente appassionato e curioso, un’edizione che ha saputo dimostrare di crescere. In questi giorni abbiamo avuto l’attenzione del Ministero della Cultura che durante tutte queste giornate sono stati con noi, i loro funzionari hanno verificato effettivamente come è stato l’andamento del festival”.

Se tu dovessi cambiare qualcosa di questa edizione, cosa cambieresti?

“Non cambierei niente, a parte il tempo che negli ultimi giorni non ci ha assistito e ci ha creato alcuni problemi organizzativi, ma comunque non cambierei ma migliorerei, potenziando il punto di vista comunicativo, ovvero partendo prima a comunicare a tutta Italia quello sta succedendo a Orizzonti e a Chiusi in particolar modo. Anche perché devo ammettere che in verità non ci rendevamo neanche noi conto quanto fosse grande la cosa, forse ci siamo focalizzati principalmente sull’aspetto artistico tralasciando un po’ l’aspetto comunicativo”.

Un festival che sta crescendo di anno in anno: qualche anticipazione per la prossima edizione?

“Un festival che sta crescendo nella progettualità. Abbiamo presentato l’edizione 2016, il tema sarà Follia. La prima data sarà il 29 Luglio2016 e posso anticipare già che inaugureremo con una Traviata e chiuderemo il 7 Agosto con il premio Orizzonti, che ancora non posso dire a chi daremo. Abbiamo costituito un’orchestra di 40 elementi giovani, faremo audizioni durante l’arco dell’anno con con tantissime novità. Chiusi diventerà davvero un punto di riferimento delle arti”.

Perché sarà la follia il tema di Orizzonti Festival 2016?

“Follia perché è ciò che ci guida nel fare questo esperimento e questa esperienza. In questo momento, dove si sta verificando una piccola debacle culturale, in realtà vogliamo dare un segnale di rinascita, di rinascimento, attraverso quella che è la nostra passione, e la passione di solito è sempre guidata da un piccolo seme di follia. Per cui vorrei che tutti gli artisti ospiti al Festival fossero ispirati dalla stessa follia che ci ha ispirato nel creare e nell’inventare Orizzonti Festival”

E se Franca Valeri dovesse spendere qualche parola sul teatro  direbbe: Il teatro è sinonimo di libertà, cultura e fantasia in grado di regalare qualcosa alla gente e di allungare la vita.

 Credits e Ringraziamenti

ZENIT: Quotidiano di informazione e critica di Orizzonti Festival 2015 – Chiusi Anno 1. Ideato e curato da Teatro e Critica  (Andrea Pocosgnich e Viviana Raciti). In redazione: Marco Argentina, Sofia Bolognini, Edoardo Borzi, Valentina De Marchi, Micol Gaia Ferrigno, Andrea Zardi. ZENIT è frutto del laboratorio Teatro e Critica LAB tenuto all’interno di Orizzonti Festival 2015, con il sostegno di Fondazione Orizzonti d’Arte – Scarica qui tutti i pdf

IMG_7876

La redazione di Valdichiana Media ringrazia per la collaborazione la Fondazione Orizzonti e il suo ufficio stampa, sempre disponibile ed efficiente; i media partner Teatro e Critica e Radio Trasimeno per i materiali forniti e per il supporto.

1 commento su Festival Orizzonti 2015: un tuffo in “Mediterranea”

Il teatro “local” di Orizzonti raccontato dagli artisti

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro…

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro che da anni opera in tutta l’area Valdichiana, tra Montepulciano, Sarteano e Chiusi, costruendo spettacoli di alta caratura e impegno da parte dei registi, degli attori e degli scenografi. Ho incontrato Laura Fatini, autrice dei testi dei due spettacoli e regista de “Gli Dei di Lampedusa”, Gabriele Valentini, regista di “Ballata per Giufà”, Valerio Rossi, che interpreta il Giufà nello spettacolo diretto da Valentini, e Andrea Cigni, sommo direttore del Festival Orizzonti, alla fine di una lunga giornata di sudore e spettacoli, bevendo birra artigianale.

T.G. Che cos’è, quindi, il mediterraneo?

Gabriele Valentini: Il Mediterraneo, inteso come luogo fisico è “il mare tra le terre”. Come luogo spirituale, invece, rappresenta un incrocio di culture e di idee. Un grande spazio acquatico senza quei confini che purtroppo ci sono.

T.G. E ‘Giufà’ come rientra in questa definizione, in questa coordinazione geografica la storia ancestrale, la mitopoiesi dei racconti che coinvolgono questo personaggio?

Laura Fatini: Giufà è il mediterraneo. Esiste in tutti i paesi che si affacciano sul nostro mare con vari nomi e varie caratteristiche. È dal 1100 che le sue storie varcano tutte le coste del mediterraneo. Un convegno tempo fa comparò Giufà, Sancho Panza e Ulisse. Io sono perfettamente d’accordo nel considerarlo un elemento essenziale per la cultura totale del Mediterraneo.

Valerio Rossi: Il mio Giufà, invece, rispecchia il concetto – che io e il regista dopo un bicchiere di sambuca abbiamo scoperto nell’identificazione del personaggio – di “ecolalia”. Il ripetere cioè cose che ti sono state dette. forse sin da bambino, e dopo averle immagazzinate continui a ripetere involontariamente. Acquisisci le storie di tutti immettendoti così in un contesto simile a quello del luogo spirituale rappresentato dal mediterraneo, ovattato, a coste chiuse, ma pieno di racconti.

T. G.: Dopo anni ed anni di collaborazioni, tangenti Valentini-Fatini le vostre personalità artistiche si sono perfezionate. Quali sono le affinità e le divergenze tra voi due?

Gabriele Valentini: Le divergenze sono totali. Ci sono due strutture, due culture diverse. Nello specifico, la cosa divertente per “Ballata per Giufà” è stato prendere un testo di Laura e giocarci, cercando di rispettare la parola scritta, ma personalizzando la teatralizzazione: dai costumi alla regia generale. E credo di averlo cambiato completamente, rispetto a come lo aveva inteso lei.

Laura Fatini: Sì, noi vediamo i testi in maniera opposta e la cosa straordinaria è che riusciamo a fare regie insieme! Credo però che negli anni ci siamo contaminati. Lui mi ha insegnato molto l’uso delle strutture sceniche, la scenografia. Io invece non credo di avergli insegnato nulla, ma forse qualcosa sì… ho una maggiore visione d’insieme grazie a lui. Per il resto lavoriamo in maniera completamente opposta, ed è questo il bello della collaborazione. Altrimenti non ci sarebbe nessun frutto, no?

Gabriele Valentini: Se lavorassimo nello stesso senso di marcia, nella stessa direzione, sarebbe anche noioso seguire i progetti. Per me, la sfida divertente di questo Giufà, per esempio, è l’aver preso un linguaggio completamente diverso dal mio, che è quello della Fatini, scritto, e trasformarlo in qualcosa di visivo che mi somigliasse di più rispetto a ciò che lei aveva scritto.

Laura: sarebbe bello vedere in scena i due Giufà. Noterebbero tutti la totale diversità dei personaggi.

T.G: E invece, Andrea Cigni, per te è difficile collocare i registi locali con dei grandi del teatro contemporaneo? Voglio dire Insieme a Laura Fatini e Gabriele Valentini, che lavorano da anni nel territorio, hai immesso nel programma Pippo Delbono o Roberto Latini della Fortebraccio Teatro…

Cigni: Dal momento che credo fortemente in questo progetto voglio portare, il progetto che ho in mente, fino in fondo. Quindi il mio pensiero è che il territorio non si debba abbandonare. In ogni caso, non credo che sia una questione di territorialità; Valerio Rossi, per esempio, ci è nato a Chiusi, ma adesso vive da tutt’altra parte. (vive a Londra da tre anni, ndr) Credo sia una questione di opportunità, e non di provenienza. Una questione occasioni e opportunità create. Che poi io abbia scelto persone che operino qui è un dettaglio non poi così rilevante. Mi fa piacere che il festival rappresenti un punto di arrivo di realtà lontane tra loro, ma anche un punto di partenza per gli artisti che hanno scelto di rimanere qui, non per mortificarsi, ma perché credono che portare avanti un progetto nel proprio territorio abbia lo steso valore che portarlo nelle grandi città. Anche Roberto Latini, per esempio, è romano, ma ha scelto di vivere a Bologna, voglio dire. Poteva benissimo rimanere a Roma. Per cui credo fermamente che loro abbiano scelto di operare qui e sfruttare ciò che il territorio offre. a me spetta il compito di aiutarli sostenerli e creargli un terreno sul quale loro possano lavorare. Loro hanno avuto il coraggio di togliere tante persone dalla casa, dai cellulari, e riunirli intorno al valore del teatro, inteso come luogo in cui si vedono e si sperimentano delle cose.

T.G.: Sei al secondo anno di direzione artistica del festival; rispetto all’anno scorso, nell’economia generica dell’ambiente, anche relativamente alle risposte di questa terra, come si è configurata l’evoluzione, se un’evoluzione c’è stata, del “progetto Orizzonti”, a tuo parere?

Andrea Cigni: Da parte mia ho visto un radicamento molto rapido, in questi due anni. Ho fatto il primo sopralluogo nell’estate di due anni fa. Era il momento di picco turistico e dormivo in un B&B qua vicino. Chiusi mi sembrava – lo posso dire? – un piccolo Bronx. Sembrava la caduta degli dei, una desertificazione generale. Questo è stato destabilizzante, per me. Poi però ho cercato di creare degli stimoli. Il festival e la sua struttura si sono radicati, secondo me, e non soltanto per la città di Chiusi, ma anche dall’esterno: riconoscere in questo luogo un posto dove si fa teatro, in varie sfaccettature. È una crescita in controtendenza poi, perché non è così scontato avere serate piene di lunedì e martedì. Questo mi fa felice, non per me – non ci stiamo guadagnando cifre astronomiche per comprarci le ville – ma per le persone che vengono, osservano e vivono questo luogo bellissimo, in questi giorni. Sentire persone o anche i vari Pippo delBono o Latini o un musicista qualunque, che ti dicono “qui a Chiusi sono stato bene” e “Grazie” – e ti assicuro che non lo fanno per i soldi – è un bel successo per me, per quello che ha rappresentato nel mio percorso personale questo festival, e soprattutto per loro.

Nessun commento su Il teatro “local” di Orizzonti raccontato dagli artisti

Romanzo Mediterraneo _ Una presa diretta di #orizzonti15

Non potevo non sfruttare l’opportunità di girovagare per il Festival Orizzonti di Chiusi, anche quest’anno. L’unica realtà in cui l’attenzione, il perno retorico del programma, è veramente incentrata sulla prosa,…

Non potevo non sfruttare l’opportunità di girovagare per il Festival Orizzonti di Chiusi, anche quest’anno. L’unica realtà in cui l’attenzione, il perno retorico del programma, è veramente incentrata sulla prosa, sulle qualità del racconto, sui registri e i fraseggi della recitazione piana, attiva, contemporanea. Il concept di quest’anno è il Mediterraneo e le sue declinazioni, le sue infinite aperture di ventaglio, il suo serbatoio millenario di storie e termini emotivi. Ho inteso la giornata del 4 Agosto come un’unica, grandiosa, rappresentazione.

Ore 14:30

È il 4 agosto. Pomeriggio. La mia macchina è immobile in una piazzola dell’autostrada. Io sono fermo alla colonna del SOS, ho già chiamato i soccorsi. Sono in attesa. Scoprirò più tardi che la cinghia di distribuzione dell’albero motore che fino al chilometro 394 dell’A1, in direzione Roma, faceva parte del plesso unitario e coerente del sistema-automobile, è scomparsa, annullatasi in un Seppuku estivo, come Mishima, per mancata tolleranza della canicola. Vabbè.

Riesco fortuitamente a trovare aiuto in autostrada. Persone che mi portano a Chiusi. Al Festival Orizzonti. Recupero un minimo di fiducia nell’umanità.

Ore 16:10

Quando entro nel foyer del Teatro Mascagni, dopo la disavventura estraniante che ho vissuto, sono passate le quattro. È il quattro agosto duemilaquindici. E sono in ritardo per recuperare i miei accrediti dalla responsabile dell’ufficio stampa.

Nella sala stanno provando “Therese et Isabelle”, lo spettacolo della compagnia del Teatro di Dioniso, in programma per la sera successiva. Gli attori camminano in autonoma e distaccata indifferenza gli uni verso gli altri, e costruiscono, ormai per inconscio derivato dalle alacri ore vissute sullo stesso piano scenico a provare gli spettacoli, un’armonia implicita. Una pura coscienza dell’Altro, un’immedesimazione etero diretta. Camminano disordinatamente, in apparenza, a guardarli meglio tutto gira secondo un ordito preciso, intimo e viscerale. In questi momenti, gli attori, accarezzano l’imo del daimon scenico, l’estro teatrale, lo spirito che coglie i canali del corpo umano e li rende lirici. Questa è la poiesi del racconto, quel limite fisico, tangibile, in cui si costruiscono le storie. È come assistere ad un’aurora boreale, come assistere ad un parto di un animale raro. Un feto di panda che viene alla luce tra i bambù. Poi ci penso meglio, e mi accorgo che è solo teatro.

Mentre aspetto Anna dell’ufficio stampa, scorgo dei libri messi in vendita a costi ridottissimi. Mi prendo una biografia di Flaiano, scritta da Giovanni Russo, e i diari di Vittorio de Sica. Mentre leggo mi passano accanto decine di ragazzi, volontari, stagisti, dipendenti della Fondazione Orizzonti, tutti indaffarati alla gestione della vendita dei biglietti, dei trasporti delle casse, della logistica degli spettacoli. Entra anche una delle costumiste del festival. Ha dei lunghi capelli bianchi, una veste di lino e porta con sé sacchi di stoffa.

È come una Menade solare, una visione. La seguo uscire verso via Porsenna. L’aria è immobile come l’immobilità che consegue uno sforzo. Quella fermezza psichica, raggiungibile solo dopo un’attenta introiezione del movimento. Non c’è suono. Sono quasi le cinque.

Anna mi chiama. Mi foIMG-20150805-WA0004rnisce gli accrediti. Mentre parla con me, il telefono le suona cinque volte. Come un orologio casuale che per una strana perizia del fato suona esattamente le ore che il quadrante reale nello schermo dello smartphone segnala con inattaccabile giustezza.

Intanto ho bisogno di una macchina. Ci sono due ragazze che stanno per portare le casse allo spettacolo imminente al Lago di Chiusi. Sono automunite. Attingo un passaggio che gentilmente mi viene concesso. L’anziano autista mi chiede “Ma te, fammi capì, se ‘n c’ero io con che venivi giù? A piedi?”. “Sì” rispondo con sommessa fierezza, e gioia dell’azione, che contraddistingue la mia passione per l’arte scenica “probabilmente, sarei sceso a piedi”.

Ore 17:30

Al Pesce d’oro l’ambientazione è mistica. Anche qui arrivo molto presto rispetto allo spettacolo. Sento le battute di due diverse pièce, che ancora stanno provando. L’omosessuale o la Difficoltà di esprimersi è un continuum di grida lancinanti che si ripetono. Si ripetono le stesse frasi. Tre volte. È una prova, giustamente, ma sembra una litania rabbiosa e rituale. Eva Robin’s rimane inerte sul pontile di legno dolcemente appoggiato sul lago. Un attore si getta in acqua ed inizia, in stile libero, a varcare lo spazio tra le due piattaforme di cemento che si allungano verso le profondità lacustri. Le onde generate dal suo vorticoso movimento sulla superficie si organizzano in precise increspature sul piano immobile dell’acqua semi-palustre d’agosto. Il suo corpo è un’isola. Un’isola misurata nella sua bellezza.

Mi sposto verso lo spazio centrale tra i due pontili, in cui è allestita la scena de “Gli Dei di Lampedusa”, scritto e diretto da Laura Fatini. Anna Maria Meloni, una delle attrici, è già in abiti di scena: un lungo vestito rosso ed un turbante, dello stesso colore, che le fornisce un’aura esotica e materna, un trionfo della natura arrossata delle fauci del Mediterraneo, che sembra apparire, ora, al posto del Lago di Chiusi, con la sua apertura celeste, timida e lungimirante, il suo speculare immergersi, rappresentandosi come altro dal mare che impersona, nell’azzurro infinito del cielo.

Vedo Laura Fatini addentare un Maxibon. “Mi fai venire fame” le dico. Con lei entro dentro il bar giustapposto all’ingresso del piazzale erboso sul lago. “Ti vedo nervosa” le dico ironicamente “che hai?”. Freddamente mi risponde “Non mi rassicura l’amplificazione” mi confida “Non sopporto l’idea di sentire una voce in stereofonia, quando l’attore che la dice si trova in un preciso lato del palco”.

La Comédie Humaine è già qui, di fronte ai miei occhi. È un continuum scenico di frasi e deviazioni narrative. Chiedo al barista “Scusi, prima di prendere il Maxibon, vorrei usare il bagno, se mi dice dove posso trovarlo”. Lui contrae la bocca in uno spasimo di ironia e benevolenza, “Guardi” mi fa “E’ là dietro quella porta bianca. Io di solito sono chiuso il martedì, ma ho aperto esclusivamente per permettere l’uso del bagno…” potrebbe fermarsi qui. Potrebbe non aggiungere altro. E invece sente la necessità di varcare il limite della loquacità, sostenendo: “certo che per organizzà le cose al lago, chiamacci la gente e unn’avecci il bagno, bisogna esse proprio di Chiusi…”

Intanto iniziano a comporsi piccoli segnali di disagio. Non ci sono ancora né posti per far sedere il pubblico, né transennamenti. Arrivano tutti i leader della gestione dell’evento. Risolvono la situazione in pochi minuti, mentre gli attori iniziano a scaldare la voce tenendo precise vocalizzazioni diaframmatiche. Insieme formano un accordo di settima minore.

Il sole dona un notevole tono lirico a tutto il panorama. La luce delle 18 meno dieci già anticipa una precisa e rassicurante corale delle livellature ambientali che vanno sovrapponendosi. Sul pontile, seduti, Pierangelo Margheriti e Giulia Roghi ripassano le battute. Mi avvicino per salutarli, per dire loro “Merda merd…” . Mi fermo. Stanno dicendosi le battute con una naturalezza irripetibile. Seduti sul bordo del lago. È un’immagine definitiva, irraggiungibile. Metateatrale. Mi blocco per quella notifica di cui sopra, riguardo alla basica elementare della formazione scenica. Quell’edificazione del demone del palco – che è una spiaggia – quella monodica diffrazione di gesti, sguardi e parole donate all’aria, prima dello spettacolo, per poi ritrovare tutto, nella stessa aria dell’azione scenica. Più in là Calogero Dimino è già il personaggio che andrà a rappresentare.

Ore 18:10

 IMG-20150805-WA0001 Tra il pubblico, il mio vecchio professore di biologia del liceo, accompagna alcuni amici stranieri. Si siede poco dietro di me e indica loro qualcosa sulla superficie del lago “Là, vedete? Uno Svasso. Femmina. Adesso si immerge, guarda…” osservo l’uccello nidificatore affondare prima il collo, poi l’intero busto nella piattaforma immobile dell’acqua, che si corruga in onducole senza coscienza.
Inizia lo spettacolo. Il monologo iniziale di Pierangelo Margheriti è già un pugno nello stomaco. Siamo su un barcone che dalle coste africane ci porterà in Italia, in quell’occidente tanto agognato, quell’occidente libertario e meraviglioso visto nelle copertine e negli schermi delle televisioni dei bar. Quell’occidente così bene rappresentato, nella vendita che lui stesso vuole infondere, nella nostra africa, dei suoi meravigliosi prodotti, fabbricati per lo più grazie alle materie prime che dalle nostre terre ha depredato. Quell’occidente così ben rafforzato dalle armi che costruisce e ci vende, per poi accusarci di usarle, quando le effrazioni superano qualsiasi tipo di umanità concessa dalla storia.

Calogero Dimino è siciliano di per sé. Interpreta il becchino di Lampedusa che raccoglie i cadaveri dei migranti, uccisi dai disumani viaggi nelle stive dei barconi, ai quali sono costretti dalla disperazione, per seppellirli. È il secondo pugno emotivo, che è già un knockout dopo solo dieci minuti di spettacolo.

Gli attori appaiono bravi. Il testo è altisonante. Mette insieme elementi della tragedia greca, letteratura contemporanea e comunicati ufficiali e non ufficiali dei giorni del terribile naufragio, lo scorso aprile, in cui persero la vita centinaia di migranti.

L’ambientazione naturale, che rifornisce ogni parola, ogni gesto, ogni singolo sasso mosso dalle coreografie e dalle coordinate sceniche, mostra la contrazione di un mondo che si aggroviglia su sé stesso. Un mondo in posizione fetale, in lacrime, un mediterraneo che è il suo ventre e che è premuto dalla furia di un dio biblico dell’antico testamento, un Mare Mediterraneo che si fa garante di un ordine tragico apollineo, il deus ex machina della morte livellatrice.

Ore 20:30

Torno a Chiusi Città, dopo aver cercato, in modo fallimentare, di saltare su una barchetta che mi avrebbe dovuto portare al centro del lago dove Silvia Frasson avrebbe rappresentato Mustiola, la santa patrona di Chiusi, e il suo volo. Non ce l’ho fatta, quindi, malauguratamente. Entro già al Chiostro di Sant’Agostino, dove a breve andrà in scena la “Ballata per Giufà”, testo di Laura Fatini, regia di Gabriele Valentini. Trovo tIMG-20150805-WA0000utto lo staff che organizza gli ultimi accorgimenti all’allestimento dello spettacolo. Valerio Rossi, il Giufà del titolo, sta sotterrando una Rosa. “Come stai?” gli dico. Mi guarda, non risponde, sorride.

Gabriele Valentini controlla le sue lenti Transition e il loro oscurarsi a seconda dell’intensità della luce naturale. Il fatto che siano trasparenti indica l’incipiente inizio della mise en scène. “Io direi che vi potreste andare a preparare…” fa agli attori. Si ferma a guardare Valerio Rossi e Giulia Rossi, rispettivamente Giufà e la Donna di Piazza. Dice solo “Ti ricordi? Carichi, carichi, carichi, e poi esplodi. Mi sono spiegato?” tutto tace “Mi sono spiegato?” ripete. “Sì, mi sono spiegato.”

Ore 21:15

Giufà è il personaggio principe delle narrazioni popolari della tradizione orale, un personaggio picaresco delle storie ancestrali, dalla più che rilevante caratura d’interesse antropologico. Giufà è presente in tutti i paesi del mediterraneo, con vari nomi, varie fatture. Ha più colori, più modi di essere. Ma le storie sono le stesse. E le sue storie girano il bacino del mediterraneo, senza la minima radice se non quella della totale appartenenza al flusso umano del racconto. Qualche giorno fa, al teatro Signorelli di Cortona, avevo sentito Ascanio Celestini raccontare diverse storielle su Giufà ad una velocità cabarettistica, da teatro di narrazione. Adesso invece, nella versione di Fatini/Valentini la vicenda è filtrata da una contestualizzazione iperuranica, lenta, tanto da sembrare una tragedia euripidea: sabbia sul piano scenico non inclinato, due pali irregolari di legno, una minuziosa incastonatura di pannelli bianchi, con un panno velatino centrale, dal quale filtrano immagini retrostanti, se rilucenti, e diviene manto omogeneo se illuminato dai par led dell’americana frontale. Una cifra stilistica, ormai più che riconoscibile, del gusto registico di Gabriele Valentini.

Il Giufà interpretato da Valerio Rossi è un folle, un sommarsi di personalità continue, scatti di sclerosi emotiva, switch di stati d’animo indeterminabili. Il Giufà espone i suoi ardimentosi percorsi argomentativi, nei colloqui con le due magnifiche figure interpretate da Mascia Massarelli e Claudia Morganti, con un crescendo di contrazioni. Come i gatti quando vomitano. Come le pulsazioni di un orgasmo.

L’unico rilassamento avviene nello splendido scambio di battute tra Giufà e la Donna della Piazza, interpretata da una Giulia Rossi di inossidabile bellezza. Il dialogo sembra arrivare da un fuori tempo e spazio, da un oltreoceano che vive solo nelle ipotesi di chi osserva. Giufà non è più Giufà, ma è le storie che indossa, e passa di bocca in bocca, come i popoli si spostano di terra in terra. Lo stabilimento, il ritrovare le stesse cose nei soliti posti, significa stuprare la tessitura delle narratologie universali.

Le storie popolari di Giufà, si basano molto spesso su comparative dirette dal risvolto comico; “come le stelle hanno potuto riscaldare me, allora possono pure riscaldare la pentola” dice Giufà al Sultano, “Come una pentola ha potuto figliare, allora ha potuto anche morire” dice al rigattiere. E così, queste piccole vicende, ci guardano e ci ri-guardano, nella nostra immedesimazione, dell’essere tanti uomini, forse tutti gli uomini, che avranno nomi e forme diverse, costumi, abitudini diverse, ma fondamentalmente appartenenti alla stessa, identica, maledetta storia.

Ore 2:00
Sono sul mio letto. Tornare a casa è stato un gloriaalpadre, determinato da un elemosinare un passaggio, concedutomi poi da una cara amica, fortunatamente presente tra gli spettatori della Ballata per Giufà. Mi viene in mente un passo dell’Antologia Palatina, che vado a ricercare;

   Ti brucerò, porta, con questa torcia,
brucerò chi sta dietro. Poi fuggirò ubriaco
attraverso l’Adriatico dal colore del vino, mi rifugerò
dietro un’altra porta: sarà la notte ad aprirla.

Ed osservandomi nelle lamentele che ogni giorno muovo a me stesso – e alle Capre che vivono in queste lande toscane, apparentemente grette e incolte – mi rendo conto di come il flusso umano che ruota intorno al mediterraneo comprenda anche la mia gente. E in questa stessa parte di mondo, così impura, inetta, la quale accuso di tappare le ali alle aquile e coprire lo sguardo ai falchi, mi rendo conto, sono stati fondati festival di teatro e musica di rarissima bellezza. Per il Festival Orizzonti e per tutti gli altri capolavori di innalzamento dei termini umanistici, possiamo dirci veramente fortunati. E forse, il motivo per cui sono ancora qui a scriverne è proprio la profonda e sacrosanta fortuna che intravedo in questa giornata sfigata.

1 commento su Romanzo Mediterraneo _ Una presa diretta di #orizzonti15

Mediterranea a Chiusi: dove si incontrano le culture

Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera. Raccontare una storia inventata è facile, ma raccontare una storia vera è dannatamente difficile. E quando prendiamo l’impegno di…

Raccontare una storia non è un impegno che va preso alla leggera. Raccontare una storia inventata è facile, ma raccontare una storia vera è dannatamente difficile. E quando prendiamo l’impegno di raccontare una storia, noi di Valdichiana Media dobbiamo portarlo a termine.

Quella del Festival Orizzonti è una storia di cultura e di arte, con tanti eventi che spaziano dal teatro alla danza, dall’opera alla mostra, concentrati in dieci giorni d’estate. Ma non era questa la storia che mi interessava raccontare. Quando ho cominciato ad aggirarmi per le vie di Chiusi, durante il primo weekend del festival intitolato “MediTerranea”, avevo un altro obiettivo in mente. Volevo concentrarmi sulle storie delle persone che ruotavano attorno al festival: gli organizzatori, i turisti, i cronisti, gli artisti, i commercianti, gli appassionati e gli oppositori. Non gli eventi, ma ciò che li metteva in relazione: non la terraferma, ma il Mediterraneo. Un obiettivo ambizioso, raccontare la vita che ruota attorno al festival, senza avere la pretesa di comprenderla pienamente.

Erano queste le domande che mi ronzavano in testa, quando progettavamo i nostri racconti del Festival Orizzonti: il festival porta la cultura a Chiusi, ma come cambia Chiusi nei confronti di questa cultura? Come reagisce nei confronti degli artisti, come si confronta con mondi artistici così distanti da una cittadina della provincia senese di neppure diecimila abitanti?

mediterranea 1

Alessio e Cinzia

Che il festival sia coinvolgente anche nei confronti di coloro che vivono e lavorano nel centro cittadino di Chiusi, è evidente dalle parole di Cinzia, che dal suo negozio di frutta e verdura osserva le compagnie teatrali e gli stagisti del festival che passano lungo le vie.

“Gli eventi culturali creano comunità – mi racconta, citando involontariamente il mio articolo dell’anno scorso – Se ne parla tra noi, se ne discute. Il teatro e l’opera possono piacere o meno, i gusti son gusti. Ma ti arricchiscono comunque, perché la cultura ti lascia sempre qualcosa.”

E poco importa che i risultati commerciali dell’attività, durante i giorni del festival, non siano esaltanti:

“Perché non bisogna guardare solo al denaro. Anche alle conoscenze che fai, alla capacità di promozione di un evento del genere. La gente che viene a Chiusi in questi giorni poi ritorna. Fai conoscere la città e la fai rendere viva.”

Il rapporto umano e la relazione sociale sono fondamentali, per la crescita culturale. E di rapporti umani vive tutto il festival. Tra un evento e un altro si incontrano Anna e Arianna che corrono da una parte all’altra, i redattori di Teatro & Critica che preparano il magazine, i ragazzi di Radio Trasimeno che allestiscono il Dj set serale. Il fermento culturale del festival è anche il fermento di chi lo racconta e di chi lo organizza. Gli eventi sono la terra in cui si sbarca, ma la rete attorno a essi è il mare, quel Mediterraneo che è il titolo di quest’edizione e in cui si annida lo spirito vero e autentico dell’aspirazione culturale di quest’angolo di mondo.

mediterranea 2

Silva e Marcello

Perché la cultura è anche in queste relazioni. Nella rabbia di Marcello che bacchetta a suo modo la presidentessa della Fondazione Orizzonti per aver tardato l’apertura dell’Open Space Art, in cui sono esposte le opere pittoriche degli artisti locali.

“Noi artisti non vogliamo essere il fanalino di coda – si lamenta – vogliamo essere il faro.”

Marcello non vorrebbe limitarsi a esporre le sue opere, ma vorrebbe far crescere il pubblico. Farlo diventare critico, favorire la gestione economica della cultura. Non è l’arte che deve diventare popolare, ma il cittadino che deve diventare critico.

“Qui in inverno la gente non sa cosa fare. Una visita a una mostra sarebbe già qualcosa. Ci vogliono spazi comuni per i pittori, sia per presentarsi al pubblico sia per fare sistema assieme agli altri.”

Prima di fare la pace con Silva, che viene ad aprire la mostra, Marcello trova il tempo di citare Churchill e la seconda guerra mondiale.

“Perchè dovremmo tagliare fondi alla cultura per finanziare la guerra? E allora per cosa combattiamo?”

Anche Churchill, probabilmente, sarebbe stato felice di vedere quegli anziani signori in Piazza del Duomo, che non erano minimamente interessati alla prima della Cavalleria Rusticana e stavano nei giardini accanto. Ma che, quando un passante ha alzato la voce, gli hanno intimato di fare silenzio per non disturbare.

Sarebbe fiero anche di Simona e Rina, che si affaccendano al chiosco dei giardini mentre cittadini e visitatori vivono il festival.

“Meno male che c’è il festival che ha dato vita a questo paese – dicono – Un po’ di facce nuove si vedono, meno male che fanno iniziative belle che portano persone.”

mediterranea 3

Simona e Rina

E il dispiacere di non poter godere neppure di un evento, perché c’è necessità di lavorare e tenere aperta l’attività commerciale, è mitigato dalla possibilità di ascoltare da vicino tutte le prove dalla Piazza del Duomo e dal Teatro Mascagni.

Organizzare un festival come questo significa investire in cultura. E quando investi in cultura, trovi anche degli oppositori. Come il signore all’uscita del Teatro Mascagni dopo lo spettacolo di Pippo Delbono:

“Ma io, se devo comprare qualcosa, mica la compro a Chiusi! Altrimenti aumento l’indotto, sarebbe come votare questa gente! Piuttosto i soldi li porto alla Pieve, e la roba la compro lì!”

Mentre l’oppositore riparte per Città della Pieve, però, un gruppetto di bambine in Piazza XX Settembre improvvisa dei balletti con la radiolina davanti alla fontana, in attesa del Dj set serale. Tutto questo, mentre nel Chiostro di San Francesco si svolge lo spettacolo di danza della compagnia Adriana Borriello. L’evento, e la vita che ruota attorno. La terraferma, e il mare di relazioni che la rende viva.

Ma questo non può essere sufficiente, per raccontare il festival. Non possono bastare le voci dalla piazza, le opinioni dei commercianti, le impressioni degli spettatori dopo gli spettacoli o la stanchezza mattutina degli organizzatori. Il senso profondo di questa Mediterranea che unisce paesi, storie, culture, sogni e destini, tutti diversi e tutti uguali, non può prescindere dal rapporto tra le persone.

mediterranea 4

Il DJ Set di Radio Trasimeno

Cultura non è solo negli spettacoli di qualità del festival. Cultura è anche nella rete di relazioni tra le speranze di Cinzia, la rabbia di Marcello, i sorrisi di Simona e Rina, le emozioni delle decine di persone che il festival lo vivono e lo attraversano, fisicamente e spiritualmente, come se fosse un Mar Mediterraneo: alla ricerca dell’altro, del futuro, dell’arte, se non addirittura di un senso. E il mio contributo a questo mare non può che essere il racconto, per dare dignità alle loro emozioni e alle loro storie.

Pur sapendo di non essere all’altezza del festival, in certi momenti. Anche negli spettacoli di danza contemporanea che non posso comprendere, anche nelle citazioni teatrali che non posso cogliere, percepisco un senso più profondo. Sto attraversando la mia Mediterranea, e non sempre la terraferma è conosciuta: a volte è aspra, ignota, difficile. L’incontro con l’altro non è sempre facile: ma è proprio in quell’incontro, la cultura. Nel mare, non nella terraferma.

E allora anche a Chiusi puoi cercare un senso all’arte, alla vita, all’incontro tra le culture. E allora capisci che sì, Chiusi è una città piccola, famosa per il suo passato etrusco e per la sua stazione ferroviaria. Ma è un crocevia, ed è nei crocevia che si fa cultura. Come nel Mediterraneo, un mare che per secoli è stato un crocevia, dove si incontravano i mercanti con i preti, i guerrieri con i pescatori, i criminali con i poeti. Il luogo in cui si incontrano le culture, in cui entrano in relazione tra di loro, prima di affrontare una terraferma ignota, che sia un incontro a passi di danza o a colpi di hashtag.

E allora sì, eccolo qua, il mio racconto: benvenuti a Mediterranea, crocevia di culture.

Nessun commento su Mediterranea a Chiusi: dove si incontrano le culture

Type on the field below and hit Enter/Return to search