Sabato 25 febbraio alle ore 21.15 e domenica 26 in  pomeridiana alle ore 17.15, il Teatro Poliziano di Montepulciano ospita la pièce firmata da Rebekka Kricheldorf, Principessa Nicoletta, alla sua prima rappresentazione italiana, con la regia di Carlo Pasquini. La storia senza tempo di questa fiaba per adulti narra di una giovane principessa, un vecchio re e una zia gelosa che cercano di salvare il regno sull’orlo del fallimento. L’idea è quella di dare in moglie la principessa Nicoletta al ricchissimo principe Omo che arriva accompagnato dal Gran Visir ottomano. nicoletta, stregata da una mela, si oppone al matrimonio, scatenando una serie di peripezie narrative ed inneschi drammaturgici ora divertenti, ora drammatici.

La Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano ha deciso di presentarlo nella sua stagione annuale di prosa affidandolo a Carlo Pasquini che ha radunato una esperta compagnia d’attori tra i quali spiccano la talentuosa diciottenne Emma Bali e il formidabile Gianni Poliziani, insieme a Emanuela Castiglionesi, Francesco Storelli, Pina Ruiu, Lorenzo Morgantini, Riccardo Laiali e Giacomo Testa. Con il patrocinio del Goethe Institut di Roma.

Abbiamo incontrato il regista per porgli alcune domande.

Come sei entrato in contatto con Rebekka Kricheldorf?

Io cerco costantemente di trovare testi contemporanei. Questo è il mio interesse da un po’ di anni. Frequentando l’attività del Goethe-Insitute di Roma, e conoscendo bene la direttrice, ho avuto accesso all’elenco dei giovani drammaturghi tedeschi che vengono promossi in Italia attraverso il centro culturale. Qui ho notato Rebekka Kricheldorf che aveva vinto un importante premio in Germania, (il Premio degli editori e del pubblico di Heidelberg all’Heidelberger Stückemarkt ndr) con uno spettacolo intitolato “Prinzessin Nicoletta” il quale era stato definito dalla critica tedesca “post-drammatico”. Come tutte le etichette va presa con le pinze, ma mi aveva comunque incuriosito. Si trattava di una fiaba nera sui generis ambientata ai nostri giorni. Ho contattato l’autrice su Facebook e ci siamo scambiati alcune opinioni. Dopo un po’ l’ho avvertita che avrei iniziato la traduzione del suo testo. Lei si è subito dimostrata molto contenta, visto che Principessa Nicoletta è inedito in Italia. Rustioni, con la mia amica Federica Santoro, avevano già presentato un altro suo testo, Villa Dolorsa, nel 2015 al Vascello di Roma, al Festival Colline torinesi, al Parenti di Milano e in altre occasioni. Era l’unico suo testo in circolazione in Italia. Di Principessa Nicoletta non ci sono altre traduzioni e per l’appunto questa è una prima nazionale.

Quindi hai dovuto elaborare tu stesso una versione italiana: come è avvenuto il lavoro sul testo?

Ci siamo messi a lavoro in tre, c’è voluto un po’ di tempo poiché tradurre il teatro è molto delicato. Il testo è prima passato per le mani di Elisabetta Cadorin, che ha tradotto in maniera più e meno letterale il testo, poi Erdmuthe Brand, che è traduttrice autentica ed è intervenuta per sistemare sfumature e forme più aderenti. Infine il mio intervento è stato prettamente drammaturgico. Non mi sono occupato tanto dell’aspetto linguistico della traduzione, quanto di ciò che doveva trasparire, dal punto di vista del messaggio dell’autrice. Non ho stravolto. Ho cambiato alcune terminologie. Il testo rimane quello originale nella sua lunghezza, nella sua interezza.

Dal programma di sala lo spettacolo viene indicato come “fiaba per adulti”. In che senso?

Una fiaba per adulti ha tutta la struttura morfologica di una fiaba tradizionale, ma i contenuti e l’espressione di questi non sono per ragazzi, poiché raggiungono una tensione drammatica molto alta; in questo spettacolo le azioni non sono “fantastiche”, bensì molto concrete e anche abbastanza “forti”. Non c’è un drago che si mangia il principe, ma c’è qualcosa di molto riconoscibile, anche nell’attualità. Si trattano tematiche abbastanza “calde”. In Principessa Nicoletta, ad esempio, c’è una decapitazione. Tra l’altro è la seconda decapitazione che mi capita di dirigere. La prima è stata ne Il favoloso Cincinnato tratto da Invito ad una Decapitazione di Nabokov. Quello spettacolo andò molto bene. Spero mi porti ancora fortuna. Le decapitazioni mi portano bene.

Hai messo insieme attori già navigati, volti molto noti del teatro locale che hanno già lavorato insieme, ad Emma Bali, che interpreta proprio la Principessa Nicoletta, la quale è una ragazza neodiciottenne, alla sua prima esperienza in una produzione di rilievo. Come hai gestito questa divergenza tra una “neofita” e un gruppo già formato?

Io non ho mai voluto avere un” compagnia”. Di volta in volta scelgo attori – che conosco – sulla base della parte che mi serve. E così ho fatto anche in questo caso. Negli ultimi due anni, durante i corsi che da vent’anni faccio nei Licei Poliziani, Emma mi si è rivelata un vero talento. Una ragazza di 18 anni che ha fatto solo spettacoli scolastici e di laboratorio, ma che si è sempre mostrata capace. Non mi sono posto la preoccupazione del contrasto: mi era già capitato in passato di far emergere giovanissimi dal laboratorio in palchi più importanti. Lei da subito si è dimostrata bravissima, senza far pesare le differenze. Chi ha talento ha talento anche in questo.

Il resto della compagnia come è stato “utilizzato”?

Devo dire che il testo soddisfa tutti gli attori. Tutti hanno un’abbondante parte del copione. Non ci sono prime parti. Tutti hanno porzioni rilevanti di testo. In questo è stata molto brava l’autrice a mettere insieme diverse aspettative all’interno del racconto. È interessante come si vada ad evolvere il carattere generale della vicenda, ma anche come le singole particolarità che abitano questo castello partecipino, nella loro individualità, ad uno sviluppo. Noi tra l’altro abbiamo aggiunto una figura: il servo di scena, che abbiamo chiamato Bosch, in onore del pittore Hieronymus Bosch, che non c’era nel testo originario. La Kricheldorf non ha messo nel copione i “cambi scena”, non ha inserito alcuna indicazione su come questi dovessero essere attuati. Abbiamo quindi ripristinato il “servo di scena”, utilissimo per spostare parti di attrezzeria, gestire appunto alcuni cambi scena. È una figura che comunque nel teatro tradizionale è molto presente.

Oltre alla produzione della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, appare il patrocinio del Goethe Institute, la principale organizzazione di divulgazione di cultura tedesca. In che modo ci sei entrato in contatto?  

Innanzi tutto attraverso il Cantiere di Montepulciano ho avuto modo di fortificare molte amicizie di provenienza germanica, alcune cominciate quarant’anni fa, a partire da quella con Hans Werner Henze, che non solo è stato un mio maestro, ma è stato anche un amico e mi ha onorato di confidenze e preziosissimi consigli negli anni che abbiamo condiviso. Mia moglie poi è tedesca, quindi io – pur essendo limitato nel parlare la lingua – mi occupo da anni di cultura tedesca, conosco moltissime persone nell’ambiente operistico musicale, anche grazie all’accademia di Palazzo Ricci. Ho uno scambio proficuo con la Germania. Se pensi che il mio libretto I Tre Indovinelli per l’opera di Detlev Glanert, circola ormai in Germania da undici anni e ha superato le 120 rappresentazioni, posso dirmi integrato nell’universo culturale tedesco. Questo ha fatto sì che io sia entrato in contatto con la principale istituzione di diffusione di cultura tedesca in Italia.

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