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Intervista ad Amanda Sandrelli – La Locandiera: Carlo Goldoni contro il Patriarcato

Sabato 1 Dicembre 2018, La Locandiera di Carlo Goldoni, con la regia e drammaturgia di Paolo Valerio e Francesco Niccolini, va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano. Il personaggio…

Sabato 1 Dicembre 2018, La Locandiera di Carlo Goldoni, con la regia e drammaturgia di Paolo Valerio e Francesco Niccolini, va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano. Il personaggio principale Mirandolina è interpretato da Amanda Sandrelli, gli altri interpreti sono Alex Cendron e Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti e Lucia Socci. La produzione è di Arca Azzurra e Teatro Stabile di Verona.

Qualora in un qualsiasi tipo di rappresentazione narrativa venga inserita la scena di una coppia eterosessuale in pieno litigio, il pubblico fruitore percepisce una forte tensione realistica. Se, al contrario, la coppia viene presentata in un atto d’amore, nei canonici segmenti condivisi dei rapporti – dichiarazione d’amore, primo bacio, cena romantica – quello che viene recepito è invece una forzatura smielata, una leziosità romantica evitabile. Questo è uno dei sintomi che rivelano la forte pulsione patriarcale che basa la nostra implicita (in)educazione di genere: assimilare i rapporti più a uno scontro, a una guerra o a un tenzone, piuttosto che a un incontro, a una risoluzione in unità di due corpi. Un retaggio che le società eurasiatiche si portano dietro da millenni: ne parlavano già gli elegiaci romani, Tibullo, Properzio, e soprattutto l’Ovidio dell’Ars Amatoria, che sintetizzava molti dei suoi precetti d’amore, basati sul conquistare una donna attraverso l’inganno, nella celebre punch-line fallite fallentes (ingannate le ingannatrici). Anche il lessico contemporaneo tragitta un’educazione relazionale e sessuale apportata all’antagonismo tra i sessi; la “conquista” e la “preda”, la “resa”, lei che “ci casca”, lui che va “a caccia”, la coguara,  il “morto di fica”, e così via. La completa disfunzione delle interrelazioni di genere, sulle quali il nostro tempo ci impone di riflettere, dimostra una cognizione sessuale sempre più diffratta. Di questa diffrazione, com’è purtroppo ovvio, a pagare di più sono le donne.

Raccontare una vicenda che abbia come protagonista una donna indipendente sembra scuota un ambiguo interesse nel pubblico. L’interpretazione di Joy da parte di Jennifer Lawrence – che le è valsa un Golden Globe e una candidatura all’Oscar Academy Award per la miglior interpretazione femminile – nel 2015 venne osannata dal mondo femminile e ridicolizzata dalla beceraggine di certa critica mansplain. Non parliamo poi di quello che è emerso dal caso Weinstein e dal conseguente movimento #metoo, negli ambiti del terribile squilibrio che viene sancito dal binomio “sesso come merce”/”posizione di potere”.

Ecco: Carlo Goldoni era abbastanza avanti già nel 1753. Non tanto perché attraverso dinamiche drammaturgiche avanguardistiche era riuscito a superare gli schemi fissi della commedia d’improvviso e la canonica composizione delle maschere fisse nello spazio scenico, traghettando la commedia cosiddetta dell’Arte alle forme moderne di commedia d’autore; ma soprattutto perché, attraverso la gestione tridimensionale dei personaggi, riuscì ad analizzare i rapporti tra uomini e donne, la valutazione del sesso nella vita delle persone e soprattutto la pervasività del principio di realtà, e dei valori pubblici, nelle alcove d’amore.

Mirandolina (evoluzione d’autore della maschera fissa di Colombina), protagonista de La Locandiera, è una donna di mezza età, avvenente e consapevole. Gestisce – come appunto suggerisce il titolo della commedia – una locanda a Firenze,  assieme al cameriere Fabrizio. Mirandolina lavora al pubblico e la sua avvenenza attira gli interessi di molti clienti uomini, tra cui il Marchese di Forlipopoli e il Conte d’Albafiorita. La Locandiera è brava a non lasciarsi sedurre, a gestire le avances con la maestria dell’inaccessibilità; ma è il Cavaliere di Ripafratta – simile a lei nell’ambito delle scelte sentimentali – che metterà fortemente in crisi la sua visione dei rapporti.

Amanda Sandrelli ha lavorato per interpretare questo personaggio nel nostro tempo. Le abbiamo fatto un po’ di domande: ecco l’intervista.

LaV: Possiamo dire che ormai sei di casa nei nostri teatri: nelle ultime stagioni hai avuto modo di apparire più volte nelle stagioni teatrali della Valdichiana. Come ti sembra recitare sui nostri palchi e come ti sembra il nostro pubblico?

Amanda Sandrelli: la Toscana, insieme all’Emilia Romagna e alle Marche sono i territori privilegiati per noi attori. Il pubblico sembra educato al teatro. In Toscana c’è una rete molto efficiente: l’offerta teatrale della Toscana, per numero di teatri funzionanti e spettatori, penso sia una delle prime regioni in Italia. Il teatro ha bisogno di educazione: e questa affermazione non vuole essere una cosa presuntuosa o borghese, è una cosa necessaria. Si sente la differenza tra un pubblico abituato a vedere un certo tipo di teatro; si vede quando il pubblico non è abituato, non è attento, non risponde all’attore. Per chi sta in palcoscenico questo è fondamentale. Ogni spettacolo è fatto sia dagli attori che dal pubblico. Quando il pubblico è educato te ne accorgi dal fatto che non squillano i telefonini, c’è silenzio, si ride e si applaude al momento giusto, c’è rispetto per un mestiere che sta dietro la preparazione di uno spettacolo.

LaV: La Locandiera è uno dei testi più celebri del nostro teatro. Viene certamente considerato per il suo peso storico, per il modo con cui ricalca illuministicamente i mutamenti sociali che nel mondo a lui contemporaneo si stavano verificando; ma oggi questo testo dimostra anche come il superamento di certe maschere fisse, ha portato Goldoni a costruire i personaggi secondo tipologie umane, non maschere ma volti comuni, iperrealistici, moderni, ancora oggi fortemente riconoscibili. Cosa ci dice La Locandiera oggi sui rapporti umani e sociali?

Amanda Sandrelli: La rilettura di Francesco Niccolini è perfetta. Questo è un testo perfetto di per sé, Francesco lo ha semplicemente avvicinato ai nostri tempi. Considera che dura un’ora e mezzo, quando in realtà La Locandiera ne dovrebbe durare tre. Il linguaggio è stato avvicinato al pubblico contemporaneo ed è quello che l’autore avrebbe voluto: Goldoni scriveva per la sua epoca, per la gente del Settecento. Ecco: in questa “spolverata” si nota ancora di più quanto i personaggi siano profondi. La Locandiera e il Cavaliere dichiarano una cosa che non è vera per entrambi: la locandiera non vuole uomini intorno, si vuole godere la sua autonomia e il cavaliere odia tutte le donne: dice che non ne ha mai conosciuta una degna di amore. Queste sono ovviamente espressioni di autodifesa. Dichiarano e affermano una forza d’animo che però nasce da una fragilità. Visto che l’amore nessuno lo ha mai deciso, ma è sempre arrivato per tutti, arriva anche per loro. Entrambi però finiscono col rifiutarlo perché non vogliono dichiararsi “perdenti” di fronte agli altri. Mirandolina alla fine decide di rinunciare al rischio, all’amore, al cavaliere che è di una classe sociale diversa dalla sua, poiché rappresenta un pericolo per la sua affermazione, ma soprattutto non si lascia andare con lui per non far vedere agli altri che ha perso. Goldoni ci mostra ancora oggi, nell’era dei social network, di quanto la parte pubblica della nostra vita diventi più importante di quella privata.

LaV: Mirandolina ad un certo punto afferma «Quei che mi corrono dietro, presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza e questa è la debolezza di quasi tutte le donne…» Cosa ne pensi di quest’affermazione del tuo personaggio?

Amanda Sandrelli: Dunque, in quel monologo Mirandolina non dice la verità, non dice quello che veramente sente. È una dichiarazione di intenti, speculare a quella del cavaliere che dice di “odiare le donne”. È una presa di posizione e come tutte le prese di posizione non è mai completamente vera. Mirandolina non vuole non essere sedotta, ma vuole proteggere un’indipendenza e una liberta che in quel periodo storico era ancora più rara di quanto sia oggi. Lei è una donna del Settecento che ha più o meno la mia età, orfana, sola, che ha deciso di non sposarsi, a cui il padre ha messo accanto un servo, Fabrizio, con il quale probabilmente si intrattiene nel letto ma non lo sposa, perché non le conviene. C’è ancora oggi un pensiero diffuso, nel femminile,  quello che un uomo o un matrimonio ti possa risolvere la vita. È una cosa terribilmente sbagliata. Ti toglie la vera libertà. Mirandolina teme una libertà impossibile: nessuno di noi è libero a meno che non decida di essere solo. Nel momento in cui si ama qualcuno, allora si dipende da qualcuno. Per quanto riguarda me, io intendo oggi la libertà economica e sociale, la libertà di andarsene nel momento in cui un uomo diventa pericoloso. Continuo a pensare che questo sia il primo passo per l’emancipazione: quando le donne saranno davvero indipendenti e nessuna penserà più che un uomo sia una “soluzione” alla propria vita – così come nessuna madre e nessuna nonna lo penserà più – a quel punto anche la violenza di genere verrà sconfitta.


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Shi Yang Shi al Poliziano, un’autobiografia sospesa tra due culture

Lo spettacolo inizia a sipario alzato e con un vassoio di Ferrero Rocher. Yang scende dal palco in una divisa elegante, offrendo e negando il piattino al pubblico. E poi…

Lo spettacolo inizia a sipario alzato e con un vassoio di Ferrero Rocher.
Yang scende dal palco in una divisa elegante, offrendo e negando il piattino al pubblico. E poi due bandiere, quella cinese e quella italiana.

È chiaro fin da subito che Arle-Chino, traduttore/traditore di due padroni (Tong Men-G), andato in scena domenica 13 al Teatro Poliziano, è qualcosa di più complesso di un semplice spettacolo: è un one man show che per due ore oscilla costantemente tra l’italiano e il cinese mandarino, un’esperienza dualistica che ha grande coscienza della natura del suo pubblico, al Poliziano formato in parte dalla popolazione locale e in parte da una delegazione dell’Università per Stranieri di Siena, con larga partecipazione cinese. Due lingue, due codici, due culture, ma un solo attore sul palcoscenico.

“我叫 Yang Shi”
Io sono Yang Shi, esordisce. Attorno a lui la scenografia consiste in tre semplici teli bianchi di sfondo e alcuni sacchi di riso – un mare di riso – sparpagliati sul palco.

Shi Yang è nato in Cina, a Jǐnán, nel 1979. Lo spettacolo è un’autobiografia che parte dal 1800, dalla storia della sua trisavola, dei suoi bisnonni, dei suoi genitori e dei suoi zii; un fiume che in uno scorrere naturale e organico prosegue nel racconto dell’infanzia di Yang, del suo arrivo in Italia a 11 anni, per sfociare alla fine nel teatro stesso. La storia, rilegata in un volume dal titolo ‘Cuore di Seta: la mia storia italiana Made in China‘ che l’attore ha presentato a fine spettacolo, racconta le vicissitudini di un bambino che da primo della classe nella sua scuola in Cina si ritrova a essere bocciato in Italia, che da una situazione di agio si ritrova a lavare i piatti – abusivamente – in un albergo in Calabria. Un viaggio tortuoso, imprevedibile e senza dubbio avventuroso, se è vero che le avventure sono spesso momenti difficili che ricordiamo con ironia e a cui siamo felici di essere sopravvissuti. Dalla poltrona del teatro, la vita di Yang appare come una mulattiera fatta di salite e discese improvvise, sempre caratterizzata da un terreno accidentato anche nei punti in cui il sentiero si fa più largo, in cui lui diventa l’interprete dei VIP, in cui viene arruolato da Le Iene. Nel 2009, Yang collabora con lo Spazio Compost di Prato, un centro indipendente e multietnico di ricerca, formazione e produzione artistica, il cui destino si è però scontrato con un panorama culturale italiano arido.

Qui i ruoli per tutti gli stranieri, compresi quelli per gli italiani dalle facce ‘diverse’, sono ancora relegati alla marginalità. Fare teatro indipendente per anni in Italia è quasi impossibile, se non scendi ai compromessi politici. Infatti il pjt Compost Prato è fallito nel 2016 dopo 7 anni di attività a Prato.

Lo spettacolo di Yang mostra in modo chiaro quanto questa forma d’arte si presti più di molte altre, forse per la sua natura sia gestuale che narrativa, a facilitare la comprensione tra culture diverse e a favorire l’integrazione.

In Italia ho scoperto quanto il teatro sia importante per riconnettersi alle proprie origini e sia un luogo di libertà per potersi esprimere senza troppo farsi imbavagliare dai meccanismi produttivi. Dico ‘troppo’ perchè, ovviamente, il teatro professionale ha un mercato e delle sue regole. Conosco poco il teatro mainstream italiano per aver fatto solo due anni di tournée con Madre Coraggio (di Isa Danieli, regia di Cristina Pezzoli) dieci anni fa, ma posso dire che il tipo di teatro sociale a cui ho partecipato io ha giovato moltissimo alla cittadinanza tutta per confrontarsi profondamente sui temi come difficoltà della convivenza tra cinesi ed italiani e altre comunità, le regole, il futuro ecc.

Il mondo è pieno di porte chiuse, dice Yang.
Il teatro, in quanto frammento delle possibilità artistiche date all’uomo dalla sua mente, può essere allora inteso come una scialuppa di salvataggio che rende agevole l’esplorazione del proprio super-ego che, conducendoci tra rapide e acque tranquille, ci permette trovare tutte le chiavi necessarie per dialogare con noi stessi.

Yang ha intrapreso la via del teatro quasi all’improvviso, abbandonando un corso di laurea alla Bocconi, trovando in esso la vera realizzazione.

In genere, un artista dice che sa fare bene solo quello che fa, ovvero l’arte. Il mio caso è il contrario: posso fare molte altre cose, ma solo quando recito e mi occupo di comunicare con tutto me stesso, in scena come davanti alla telecamera, mi realizzo totalmente. Da bambino in Cina dipingevo e l’Italia mi ha fatto completamente perdere quella passione. Ahaha, ho trovato la colpa nello Stivale! No, è il Karma… intesa come concatenazione di cause ed effetto magari proveniente da vite precedenti, che mi ha portato qui. E a 24 anni ho lasciato per disperazione la Bocconi, che stavo per completare, per passare alla Paolo Grassi, perché volevo provarci con la recitazione, complice anche l’incoraggiamento di Gong Li e Tian Zhuangzhuang, grande attrice e grande regista conosciuti traducendo al Venezia Film Festival, subito dopo aver finito quell’estate stessa di fare, per il settimo anno consecutivo, il vous compra a Cesenatico (l’Università l’ho lasciata ad aprile 2016).

Lo spettacolo ripercorre i momenti difficili che Yang ha dovuto superare nel corso della sua infanzia e adolescenza. A me, occidentale che solo ora sta approfondendo lo studio della filosofia europea, è venuto spontaneo fare una riflessione sul fenomeno della spersonalizzazione, nel suo senso più antropologico, che viene associato talvolta sia alla guerra sia al mondo del lavoro. Eppure, quando vado a porre la mia domanda a Yang, lui la stronca sul nascere:

No Alessia, il concetto dell’uomo al centro del mondo viene dalle vostre origini elleniche, illuministiche e oggi democratiche. Non fa parte della cultura confuciana da cui provengo io, legata al sacrificio e alla giustificazione di questo per progredire socialmente. Solo quando sono cresciuto artisticamente, dopo i 24, anni mi sono reso conto che, vuoi per motivi culturali vuoi per karma, intesa come concatenazione delle cause e degli effetti, strada facendo mi ero fatto “fregare” il sogno da me stesso…

Nel titolo dello spettacolo, Yang si riferisce a sé stesso come “traduttore/traditore al servizio di due padroni”. Due padroni, la Cina e l’Italia, che si contendono la sua fedeltà, che si aspettano da lui una presa di posizione, una dichiarazione, una certezza. La doppia fedeltà è una cosa inaccettabile per chi esercita il potere, perché rappresenta l’incertezza di controllo su un individuo. Tu che sei fedele a due padroni, quando scoppierà la guerra, con chi ti schiererai? Quando verrà dato un ordine, a chi ubbidirai? Quando dovrai votare, a chi darai ascolto? Un dubbio inaccettabile, una minaccia al controllo. Esatto, una minaccia. Le persone hanno bisogno di sentirsi al sicuro entro i confini di quello che conoscono, della loro confortevole, ripetitiva quotidianità, delle loro immutabili certezze scolpite nella pietra. Come è possibile che uno sia cinese e italiano allo stesso tempo? No, le persone hanno bisogno di capire le cose attraverso etichette chiare, semplici, per sentirsi al sicuro. L’ambiguità è sempre spiacevole per la mente umana.

La più antica e potente emozione umana è la paura – scriveva Howard Phillips Lovecraft – e la paura più antica e potente è la paura dell’ignoto”. Per questo abbiamo bisogno di stereotipi che ci facilitino l’inquadramento delle cose e delle persone, in modo che possiamo sapere subito come comportarci per non incorrere in qualche pericolo sconosciuto. Come ci si comporta nei confronti di qualcosa che è indefinibile e fluido, e che sfugge alle limitazioni delle etichette e dei concetti semplici?

Anche se, nel nostro piccolo, tutti apparteniamo a più mondi e ci siamo lasciati alle spalle quel momento nel tempo e nello spazio che era per noi un nido sicuro – la casa dei nostri genitori, il nostro paesino d’origine – più le distanze si fanno grandi più è difficile capirsi e comunicare una volta che ci si trova a dover interagire faccia a faccia. Il nostro bisogno di etichettare tutto, anche noi stessi, ci costringe spesso a cercare un compromesso o un equilibrio nella definizione della nostra identità, un percorso diverso per ciascuno, che dura per tutta la vita. Così è stato anche per Yang.

Penso di essere meno squilibrato di prima grazie al percorso buddhista tibetano e la terapia psicologica che mi hanno permesso, soprattutto dopo aver lasciato Prato, di trovare gradualmente una profonda pace, specie dopo aver concluso di scrivere il libro “Cuore di seta: la mia storia italiana made in China”. Nella stesura di questo, infatti, quando ho dovuto toccare le pagine più intime del mio rapporto adolescenziale con me stesso e i miei genitori, nella quasi totale chiusura in cui vivevo (anni ’90 a Milano), ho capito che quel dolore andava affrontato con tutto me stesso, per uscire dai meccanismi della dipendenza affettiva e i suoi derivati. Solo così, mi dicevo, avrei potuto uscirne più forte e magari consegnare ai lettori una storia pacificata in cui identificarsi o ispirarsi.

Yang, straniero in Cina e in Italia, è in realtà una somma maggiore delle sue parti. È più di un Cinese e più di un Italiano perché porta in sé entrambe pur essendo qualcosa che solo chi è entrambe le cose può essere. E chi vuole vedere in lui solo il cinese Shi Yang o solo l’italiano Yang Shi non capirà immediatamente l’essenza di questa terza identità che lui rappresenta, la loro sintesi, Shi Yang Shi.

Questo suo essere la crasi di due culture è proprio quello che lo rende una minaccia per l’immutabilità sterile dell’ordine, perché per essere compreso obbliga le persone ad ascoltarlo, a pensare invece di soddisfarsi di quei concetti semplici che mantengono la mente in un lieto letargo. Il sapere che porta dentro di sé è quel tipo di potere che rende liberi di pensare e ragionare autonomamente, che distacca l’individuo dall’apatia della familiarità e gli apre le porte su un mondo nuovo. Si può imparare a capire l’indefinito, a coglierne la bellezza.

E non si può certo dire che la Cina sia povera di questa bellezza indefinita, un Paese che affascina sia per la sua storia millenaria che per la sua vastità e la sua ricchezza culturale. Eppure, rimane ancora un luogo misterioso per noi europei, nonostante la sua importanza sulla scacchiera politica ed economica mondiale, anche se i segni di avvicinamento tra la cultura occidentale e quella cinese si fanno sempre più marcati.

Assolutamente ci sono questi segni e anche moltissimi! Più che nascondersi dietro alla parola ‘europei‘, però, secondo me gli italiani dovrebbero riconoscersi di essere piuttosto indietro rispetto a tutto il potenziale che hanno di conoscere profondamente i cinesi, anche per via della storia che ci accomuna, tanto per cominciare (mi riferisco a Marco Polo e a Matteo Ricci. Gli unici due stranieri che i cinesi conoscono da sempre sono italiani!). E, magari, trarne vantaggio, non solo economico. Peccato essere così indietro, rispetto ai tedeschi e ai francesi per esempio. Le ragioni si perdono nell’italianità stessa che fatica a mettersi d’accordo e a fare sistema. Penso però alla mia amica Diletta di Pistoia e alle sue fotografie di questi giorni su Facebook con Long, il neomarito conosciuto a Firenze. Ora vivono da anni a Nanchino e hanno appena celebrato ‘il mio grasso truzzo matrimonio cinese‘! Sono molto idealista sul futuro tra i due paesi e i due popoli. D’altronde, se non mi raccontassi sane frottole per motivarmi, come porterei speranza in giro per l’Italia? La realtà è molto più complessa e forse crudele, ma per fortuna non sono uno studioso della statistica.

Lo spettacolo, portato a Montepulciano dal Chinese Corner della Biblioteca Calamandrei, si conclude con un richiamo a kintsugi, l’arte giapponese di riparare le ceramiche riempiendone le crepe di lacca e oro. Yang, una raffinata porcellana danneggiata dalle asperità della vita, è riuscito a ricomporsi e ha scelto di non nascondere quelle cicatrici che sono parte integrante della sua storia e che, rimarginandosi, l’hanno reso una persona non solo più forte, ma anche più preziosa.

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Nessuno

“NESSUNO” – uno spettacolo di Marta Parri. Hana, Mila, Peta e Tomi: quattro ragazzi coinvolti nella Guerra dei Balcani, il sogno infranto di una generazione.

“NESSUNO”
uno spettacolo di Marta Parri

Hana, Mila, Peter e Tomi: quattro ragazzi coinvolti nella Guerra dei Balcani, il sogno infranto di una generazione. Lo spettacolo messo in scena dal Laboratorio Teatro Danza dei Concordi è un inno alla volontà di rimanere umani in mezzo alla guerra, intesa come folle negazione di ogni principio razionale. Le vicende sono quelle del conflitto balcanico degli anni ’90, ma in realtà riguardano tutte le guerre e tutte le persone, perché non c’è bisogno di essere dei reduci per sentirsi privati della propria umanità e della propria personalità.


Attori: Emma Bali, Riccardo Laiali, Benedetta Margheriti, Giovanni Pomi, Laboratorio Teatro Danza
Regia: Marta Parri
Aiuto Regia: Pauline D’Antonio
Scenografia: Selene Vacchelli, Daniele Dumi, Federica Marcocci, Nico Posani
Costumi: Rossana Crociani, Franca Dottori
Luci e Audio: Luca Culicchi, Giacomo Capeglioni, Federico Giomarelli
Musica: Istituto di Musica “H.W.Henze” di Montepulciano, Davide Vannuccini, Tamburi Migranti
Si ringraziano: Collettivo Piranha, Associazione Incontriamoci, Cantiere Internazionale d’Arte, Lightning Multimedia


Sabato 16 Giugno 2018 ore 21:15
Teatro dei Concordi di Acquaviva


Domenica 17 Giugno 2018 ore 21:15
Teatro Poliziano di Montepulciano


Il racconto della preparazione dello spettacolo:

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Nessuno, atto 6: senza nome e senza colpa

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte…

Quando ci si avvicina a un momento a lungo immaginato e per il quale si lavora da molto, il tempo sembra scorrere con una particolare lentezza e da una parte è bene che sia così, perché più vicini ci si sente al traguardo e più lentamente pensiamo di correre, ma in realtà siamo a un passo dall’arrivo e si ha paura di fare quell’ultimo respiro finale prima di bere dalla borraccia e voltarsi indietro dicendo che ce l’abbiamo fatta. La preparazione a qualcosa è molto più bella di ciò per cui ci si sta preparando, perché significa crescita, maturazione, riflessione, ma soprattutto sconvolgimento delle idee che da tempo frullavano nella nostra testa, avendo delle conferme o semplicemente decidendo di non scegliere quello che un po’ di tempo prima, probabilmente, avremmo scelto.

Dal training autogeno alla biomeccanica, dal lavoro sul corpo alla sceneggiatura, dalla consapevolezza del movimento del corpo su un palco ai balletti, fino alla composizione della musica, all’arredamento e alla pianificazione di come far muovere tutto in contemporanea, per arrivare infine a fare i conti con quello che ci aspetterà fra solo un mese. Il pensiero di prendere in braccio il mio bambino, di sentire l’odore della sua pelle, la sorpresa nel vedere diverso da come me lo sono sempre immaginato, lo stupore nel vedere che frutto può nascere da un amore o una propensione verso qualcosa.

In questi mesi c’è stato veramente tutto, tutto ha contribuito a rendere Nessuno ciò che sarà. E come non concludere tutto questo se non preparando l’abbigliamento con il quale mio figlio vivrà le prime ore della sua vita? In termini drammatici, Rossana Crociani, ovvero la costumista alla quale ho affidato la creazione dei vestiti, sta mettendo a punto le ultime cuciture lavorando ai dettagli finali per rendere il bambino ancora più bello e farlo sentire avvolto in qualcosa, quando non sentirà più il calore del mio grembo.

I vestiti sono un concetto fondamentale nello spettacolo, infatti non solo verbalmente, musicalmente e coreograficamente, si trasmette il concetto della spersonalizzazione: con stoffe cucite a metà, geometrie, simmetrie e colori che rendono implicito ed esplicito allo stesso tempo il significato dell’intero testo, il quale appare ora realmente comprensibile, poiché tutte le scene sono state montate con le luci, gli spostamenti e la coordinazione di qualsiasi movimento che dovrà avvenire sul palcoscenico. È solo metà del lavoro, perché la gran parte ancora deve arrivare, ma fino a qui si sono sicuramente costruite le basi solide senza le quali niente di tutto quello che verrà messo in scena sarebbe stato possibile.

Vedendo l’impegno dedicato finora, la consapevolezza del fatto che l’arte sia un buon conduttore è ancora maggiore e che non è assolutamente vero che ai ragazzi sia vietato l’accesso a certi temi o a certi argomenti, perché in un determinato contesto tutto si può affrontare, anche quello che per l’essere umano è oggettivamente incomprensibile.

Così come un bambino è legato alla madre per mezzo di un cordone ombelicale, che sembra essere un grande tubo attraverso il quale scorrono le stesse emozioni, le stesse necessità di comunicare, così io mi sento legata a ognuna delle persone che collaborano a questo spettacolo, che siano sul palco o dietro le quinte, per mezzo di una grande corda, simile a quella che apre un sipario, attraverso la quale scorre un fine che vediamo dritto puntualmente di fronte a noi e che è reso sempre più evidente dalla voglia sfrenata di raggiungerlo e di vedere finalmente nascere questo bambino.

“Nessuno, la vostra vita è senza nome e senza colpa.”

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Nessuno, atto 5: musica che delimita la vita

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se…

Il rumore, il caos, il ritmo, la pulsazione della musica su tutti gli oggetti che incontra è gran parte della nostra vita. Ci accompagna durante tutta la giornata, anche se noi non sempre lo sentiamo, lo percepiamo, ascoltiamo. Quando ci svegliamo al mattino il semplice farci un caffè può diventare un ritmo bellissimo che, accompagnato all’aroma forte che riempie la stanza, rende il nostro risveglio uno di quei riti al quale non potremo rinunciare. La musica è vita, è movimento, è espressione delle particelle che compongono tutti i corpi, è razionalità irrazionale ed è la cornice che dà un senso a tutte le cose.

Non solo la musica dà vita e la esprime, ma ne accompagna anche la creazione, lo sviluppo di una vita stessa. Una mamma dentro al suo pancione sente tutto: e la musica più bella che potrà mai ascoltare sarà quella dei piccoli piedini rugosi che scalciano contro il suo grembo. Ecco, questa è la musica che fa da cornice alla creazione di un essere umano che sceglierà di essere chi vuole, accompagnato dalla colonna sonora che prediligerà, e che accarezzerà sempre ciò che sarà. Ed io, il mio Nessuno, lo sento. Lo sento suonare ogni giorno, la musica è una delle più piacevoli, anche se spesso mi perdo ad ascoltarla, perché il ritmo non è per niente regolare, perché i timbri a volte sono troppo forti, altre volte non li sento per niente, e a volte invece sono talmente tanto belli che quasi non mi rendo conto di cosa sento.

E anche lo spettacolo ha una cornice bellissima, innovativa, personale, espressiva ed esplicativa di ciò che è. In questo mese, infatti, abbiamo lavorato a un tassello in più che consiste nella composizione delle musiche elettroniche che andranno ad accompagnare le coreografie dei corsi del laboratorio teatro-danza del Teatro dei Concordi. Molti padri vedono crescere questo bambino, e uno è il compositore Davide Vannuccini, che con l’Istituto di Musica di Montepulciano curerà la parte musicale dello spettacolo; non solo è un padre, ma è anche l’ecografo, la rappresentazione figurativa della crescita di una creatura che per prima farà crescere anche me. Ogni musica contiene un suono evocativo della scena nella quale è contestualizzata, fornisce una sensazione e un’emozione che riempiono e concludono quelle che già verranno trasmesse attraverso il testo durante lo spettacolo.

In queste settimane ci siamo preparati all’arrivo di questo bambino, specificatamente all’istante del parto, abbiamo già realizzato alcuni corsi pre-parto, giusto per capire come cambiare il pannolino, come prenderlo in braccio e reggere la testa, come farlo smettere di piangere o come distinguere un lamento di stanchezza da uno di fame. Quello che, teatralmente parlando, si traduce in prove. Mettendo gli attori in scena e cominciando a montare le posizioni, i movimenti, le intonazioni, i tempi di risposta, la trasmissione delle emozioni, ci si può rendere conto dell’impatto che questa creazione avrà e bisogna ammettere che sarà molto forte, ma anche discontinua, sarà una trama rotta, spezzata e ripresa frequentemente, ma che si chiuderà in un cerchio finale che darà luogo alla nascita di un bambino un po’ particolare e sicuramente speciale per la sua mamma.

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Siamo tutti misantropi? – Molière al Teatro Poliziano

La rilettura de Il Misantropo di Molière va in scena sabato 17 marzo 2018 al Teatro Poliziano di Montepulciano, prodotto da Tedacà e Mulino di Amleto, con Fabio Bisogni, Roberta Calia,…

La rilettura de Il Misantropo di Molière va in scena sabato 17 marzo 2018 al Teatro Poliziano di Montepulciano, prodotto da Tedacà e Mulino di Amleto, con Fabio Bisogni, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Marco Lorenzi, Federico Manfredi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella. La regia e l’adattamento sono di Marco Lorenzi.

Visti ad adeguata distanza, i comportamenti degli uomini appaiono in tutta la loro vanità: torbide meccaniche di conforto, mosse da un irriducibile vigore istintuale, decise dalle leggi di natura e dalle convenzioni giusnaturalistiche acquisite dal nostro codice. I motivi per cui ci arrabbiamo, per cui perdiamo tempo o ci definiamo tristi, i motivi per cui cambiamo umore, odiamo gli altri o concludiamo male storie d’amore. Di certo non serve analizzare i costumi di un assetto sociale esotico e lontano da noi, con la presbiopia dell’antropologo eurocentrista, poiché finanche nei contesti borghesi la vacuità e l’inconsistenza del paradigma umano sono – per l’occhio distaccato – visibilissime. Dopo mesi di abbruttita campagna elettorale, di affronti e dimostrazioni d’odio istituzionale a cuor leggero, una strana forma di anacoresi misantropica coinvolge tutti. Stiamo forse diventando tutti più cattivi, superficiali, individualisti e chiusi in noi stessi? Forse non farebbe male rispolverare qualche vecchio classico del teatro moderno.

Il Misantropo di Molière è un testo  del 1666, in un contesto nel quale lo stato assoluto di Luigi XIV si sta solidificando non solo dal punto di vista amministrativo, ma anche – e soprattutto – dal punto di vista etico, definendo una normalizzazione dei costumi finalizzata alla fortificazione della coscienza nazionale e, conseguentemente,  di asservimento al Re Sole. Nonostante il suo piglio simultaneamente realistico – nella drammaturgia – e parodico – nella dinamica psicologica dei personaggi – il teatro di Molière ebbe accesso alle stanze dorate del regno: la sua compagnia arrivò addirittura ad essere stabile presso la sala del Palais-Royal. Qui presentò tutti i maggiori titoli della sua produzione, tra cui Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amorex: una commedia statica in cinque atti, nella quale si scorrono quadri salottieri aristocratici, in cui spicca il personaggio di Alceste. Molière stesso interpretò il protagonista di questa commedia, tanto inamovibile nella sua sicumera, tanto protervo e sussiegoso, quanto debole ed esposto ai più banali espedienti della vita di società.

Pur ricevendo i plausi dell’aristocrazia a lui contemporanea, questa non mancò di riservargli piccole angherie, come le frequenti richieste di revisione dei testi, le censure costanti, nonché i ripetuti attacchi da parte di singoli personaggi della società parigina: molti aneddoti celebri vedono il drammaturgo oggetto di espliciti affronti, come quello del duca di La Feuillade che, riconosciutosi nel personaggio del Marchese della Critica alla scuola delle mogli, gli strofinò sul viso con violenza i bottoni del suo vestito  urlandogli battute del personaggio ( «Torta alla crema! Torta alla crema!») oppure Monsieur d’Armagnac, scudiero di Francia, che lo aggredì e lo percosse in strada, ma soprattutto con il duca di Montausier che minacciò di bastonarlo a morte per averlo preso a modello nel creare il personaggio di Alceste ne Il Misantropo.

 

La sua grande capacità è stata quella di schiodare il teatro seicentesco dai canoni del tempo, dal manierismo classico del teatro delle coorti, e spostarlo verso una dimensione collettiva. È forse con Il Misantropo di Molière che nasce ante litteram il Teatro borghese. Sebbene i personaggi rappresentati siano aristocratici in pieno Ancièn Régime, le strutture drammaturgiche di rappresentazione umana – quasi scientifica e naturalista – i nuclei concettuali affrontati (la venialità, gli schiribizzi, i tic dell’alta società, le ipocrisie imperanti) saranno poi i cardini per tutto il teatro di prosa – con le ovvie e dovute specificazioni – attivo fino ad oggi.

L’occasione di vedere questo spettacolo, rappresentato con tutti crismi della contemporaneità, è sabato 17 marzo al Teatro Poliziano di Montepulciano, da parte della Compagnia Il Mulino di Amleto. La rappresentazione fa perno sulla carica innovativa, sulla grande capacità di lettura con distacco del comportamento umano più prossimo.  La vicenda di Alceste e del suo sforzo intransigente di andare oltre l’apparenza ci riconnette con il valore umano della comprensione. In questa nuova produzione nata in collaborazione con La Corte Ospitale, Il Mulino di Amleto scatena la sua intensa creatività per svelare tutta la contemporaneità di un grande classico.

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Nessuno, atto 4: controlli in corso d’opera

Non so come faccia il tempo a scorrerci addosso e scivolare via, ma ultimamente scorre troppo velocemente, tanto da non sentire il contatto con la superficie delle cose. La fine…

Non so come faccia il tempo a scorrerci addosso e scivolare via, ma ultimamente scorre troppo velocemente, tanto da non sentire il contatto con la superficie delle cose. La fine di questo mese vuol dire l’inizio di un periodo al quale potrei attribuire troppi aggettivi che non starò a citare, perché chi mi accompagna in quest’avventura possa viverlo in maniera ancora più concreta. Inizia infatti quel lasso di tempo nel quale il mio bambino ha bisogno di controlli, giusto per vedere come cresce e avere la possibilità di trovare da prima le soluzioni, nel caso ci fossero dei problemi.

Febbraio: accordi siglati, progetti entrati in porto, viaggi e ritorni verso casa, riflessioni e preparazione a quella che sarà l’entrata nell’arena, come quando i gladiatori strofinavano un pugno contro l’altro prima di prepararsi al combattimento. In questi quasi 28 giorni di cose ne sono successe, abbiamo messo a punto il lavoro con i ragazzi dell’istituto F. Redi di Montepulciano facendo un laboratorio di una sola lezione, mettendo in scena l’aspetto emotivo della guerra. Il 9 febbraio io e Lara Pieri (professoressa di lettere dell’istituto) abbiamo presentato questo lavoro, prendendo un treno la mattina presto per andare a Firenze al Sant’Apollonia, dove si teneva una conferenza storica, conclusione di un ciclo sperimentale della Facoltà di Storia di Firenze. Alla presentazione erano presenti molte scuole della Toscana: tutte hanno parlato dello stesso argomento, la guerra nei Balcani. Hanno affrontato aspetti politici, questioni religiose e ragioni economiche che hanno fatto iniziare un inferno del quale alcuni orrori rimangono tuttora da rivelare, caratteristica comune a molte guerre. Al di là dell’aspetto storico si è parlato molto dell’aspetto umano, di quelle superstiti Hana e Mila, di Nina che vede tornare suo fratello a casa in lacrime, e di un Paese di cui prima erano concittadini e che dopo la guerra ha dovuto accettare diversità indotte, che non hanno né tradizioni né una storia vera e propria, ma che attraverso i simboli si sono costruite una nuova nazionalità, una patria diversa alla quale appartenere. Tra confini invisibili, lotte tra vicini di casa, abitazioni deturpate da colpi di proiettile e rancori incancellabili, in quella stanza dove si teneva la conferenza volavano invisibili pensieri discordanti. Era quasi esplicita una frase che mi passava spesso per la mente: “La guerra come dolorosa necessità”. Quella mattina, solo quella mattina, ho capito quanto fosse importante da parte di noi posteri, far rivivere la brutalità di certi eventi nella mente di chi si sente immune agli episodi del passato, con la consapevolezza che è spesso destinata a succedere ancora.

Il mio bambino non somiglierà solo a me, ma nel suo volto se ne rifletteranno almeno altri cinquanta, perché di padre ce n’è più di uno. Io sono semplicemente la custode, tutti coloro che saliranno sul palco sono la parte attiva che gli dà concretezza. Non avrei mai voluto che sul palco salissero soltanto persone che la guerra non l’hanno mai vissuta; è giusto che ci siano, perché riusciranno a comprendere l’argomento e rimarrà nei loro pensieri per molto a lungo, ma un pensiero diventa espressione quando è stato vissuto in maniera reale, tangibile, vera. Non potevo non invitare a partecipare a questo lavoro i “Tamburi Migranti”, un gruppo di estroversi musicisti del centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Chiusi; alcuni di loro hanno sentito il fuoco tambureggiante delle armi troppo da vicino e hanno sentito la necessità di dover chiamare casa un altro posto, portando con sé solo loro stessi e le proprie passioni. Attraverso colori sgargianti, ritmi primordiali, facce consumate e quindi attraverso la musica fanno riemergere storie del loro passato, esperienze mai spente. Ho sempre voluto che questo spettacolo fosse un urlo a cielo aperto, un grido di rabbia, una collettività che attraverso la confusione di storie, che creano un rumore quasi assordante, dice qualcosa che non molti hanno il coraggio di dire, a cui pochi pensano, che Nessuno esprime.

In questo momento mi sembra di essere sulle montagne russe e io mi trovo solo nei carrelli finali all’inizio della giostra: pian piano sto proseguendo verso il centro e di fronte a me vedo una salita ripida, al termine della quale ci sarà una discesa a picco che mi farà venire il nodo allo stomaco. Probabilmente a volte mi farà chiudere gli occhi, e so che scesa da quella giostra mi tremeranno ancora le gambe, ma sicuramente niente mi darà mai la sensazione di quel tuffo nel vuoto. Insomma, bambino mio, siamo arrivati insieme fino al quinto mese e se prima vedevo solamente la pancia di una forma diversa, adesso concretamente ti sento dentro di me.

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Settimana Arthur Miller: interviste a Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma

Giovedì 15 febbraio 2018, alle 21:15, al Teatro Poliziano di Montepulciano, va in scena Vetri Rotti con Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, per la regia di Armando Pugliese….

Giovedì 15 febbraio 2018, alle 21:15, al Teatro Poliziano di Montepulciano, va in scena Vetri Rotti con Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, per la regia di Armando Pugliese. Sabato  17 febbraio, invece, al Teatro Mascagni di Chiusi, sempre in prima serata, va in scena Uno Sguardo dal Ponte, con Sebastiano Somma, per la regia di Enrico Maria LaManna e le musiche di un inedito Pino Donaggio prestato alla colonna sonora teatrale.

Due testi di Arthur Miller a distanza di pochi giorni. Due testi che sono primariamente messaggi politici. Attenzione, “politici” in questo caso assume una significazione lontana da quella che vergognosamente è commutata da questi mesi di campagna elettorale, fatta di graffi retorici e slogan banalizzanti, complessità sbriciolate in frasi paratattiche semplificatorie.

Vetri Rotti, al Poliziano il 15 Febbraio, si svolge nella New York borghese del 1938. Il riferimento esplicito del titolo è rivolto a quella Notte dei Cristalliil violento pogrom nazionalsocialista che nella seconda settimana del Novembre del 1938 attaccò – non solo in Germania, ma anche in Austria e Cecoslovacchia – i quartieri ebrei delle città, devastando e aggredendo la popolazione ebraica.  Elena Sofia Ricci interpreta Sylvia, moglie di Philip da trent’anni, che si ritrova improvvisamente paralizzata agli arti inferiori. «La cosa che emerge da questo testo è che la paralisi di silvia apre uno scenario più interessante» mi dice Elena Sofia Ricci, a pochi giorni dalla replica poliziana «Il lavoro sulla paralisi delle gambe di Sylvia non è stato facile come mi aspettavo nel momento in cui ho letto il testo per la prima volta. Sia dal punto di vista emotivo, poiché quell’immobilismo delle gambe non è che l’aspetto esteriore di una paralisi più profonda, interiore, storica. Sia perché non è per niente facile dimenticarsi di avere le gambe.  Non muovere mai le gambe comporta una scissione interna, una rottura psicologica tra le componenti del corpo. È difficilissimo. Il lavoro che ho fatto si è concentrato solo sulla parte superiore del corpo e sulle intenzioni. Su cosa sto dicendo io e cosa sto raccontando della mia paralisi oltre quella fisica».

La paralisi viene diagnosticata come psicosomatica. Si ricorre così alla psicologia, che negli anni ’30 stava esplodendo come disciplina scientifica. «Il medico Hyman, un ebreo “sereno” rispetto alla complessità che gli altri due protagonisti vedono nella loro matrice culturale» continua Elena Sofia Ricci «cerca di spiegare la paralisi con qualche piccola e marginale conoscenza in ambito psicologico, ma Sylvia è paralizzata dalla paura, dalla complessità della colpa millenaria vissuta dagli ebrei. La paralisi è un’espressione cassandrina del dramma storico che sarà l’olocausto. Da questo spunto, lo spettacolo arriva anche a parlare dell’inversione dei ruoli, privati, in una coppia: un elemento di straordinaria contemporaneità. Nello spettacolo vediamo una donna che deve diventare uomo, all’interno della coppia. Oggi questo vediamo: uomini che vengono frustrati da queste donne così totemiche, così virili, che li rendono impotenti. L’impotenza genera frustrazione e la frustrazione genera violenza. Così nei popoli così nel  privato delle coppie».

Un dramma privato che si dispiega in dramma storico, pubblico, umano. Un topos, se vogliamo, della tradizione letteraria mondiale, ma che nel caso di Arthur Miller trova anche un significato astorico, al di fuori del tempo, che parla al presente utilizzando narrazioni localizzate molto lontano nella storiografia.

«Quando Arthur Miller ha scritto Uno Sguardo dal Ponte di certo non pensava che sessant’anni dopo ancora avrebbe suscitato delle riflessioni in questi termini, in Italia», dice Sebastiano Somma, qualche giorno prima della replica al Teatro Mascagni di un’altra pièce, scritta trentanove anni prima dell’altra, che come ambientazione ha la Brooklyn popolata da immigrati italiani, «Siamo in giro con questo spettacolo da tre stagioni e abbiamo falcato l’Italia da nord a sud» continua Somma, «Ed è stato interessante notare come in Veneto e in Friuli, regioni del nord-est che certa narrazione mediatica vorrebbe lontane dall’accoglienza e dalla recezione positiva dell’immigrazione, le persone siano ben consapevoli di quanto l’emigrazione abbia fatto parte della loro storia». Sebastiano Somma interpreta Eddie Carbone, un padre-padrone di famiglia, siciliano trapiantato a Brooklyn, travolto da una vicenda di ossessioni e sentimenti distorti, contrastivo nei confronti di una figlia che sembra troppo aperta ai costumi newyorkesi e lontana dalla visione femminile paterna. «Ovviamente nel testo originale non ci sono riferimenti dialettali, ma con Masolino d’Amico, che ha curato l’adattamento ed Enrico LaManna, regista, abbiamo deciso di caratterizzare questo personaggio con un accento siciliano, che resti ovviamente comprensibile a tutti gli italiani».

 

È indubbio che la famigerata pancia del paese esista. Ed è ancor più fuori discussione che questa pancia sia ormai un interlocutore necessario per comprendere le sorti del paese. Questi due spettacoli parlano a questa pancia: non lo fanno con le urla da salotto televisivo, con i microfoni direzionali a spilla che grattano sulle giacche. Lo fanno con narrazioni nette, procedimenti psichici e storici di rilievo universale. Due spettacoli che sono anche fondamentali per la storia del teatro contemporaneo. Perderseli, di fatto, è come perdersi un’occasione per capire.

[Le interviste integrali a Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma usciranno nel #2 di Valdichiana Teatro, da Marzo scaricabile dal nostro Shop. Se ti sei perso il #1 ti perdoniamo, ma ti invitiamo a sopperire alla carenza, scaricandolo da qui

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Nessuno, atto 3: arredamento e scenografia

Continua la preparazione di “Nessuno”, questa volta lavorando non in maniera immanente, ma trascendente. Non parlerò di come cresce il mio bambino, o se ho la pancia a punta o…

Continua la preparazione di “Nessuno”, questa volta lavorando non in maniera immanente, ma trascendente. Non parlerò di come cresce il mio bambino, o se ho la pancia a punta o i fianchi larghi, ma di come mi sto preparando per accoglierlo, per farlo sentire mio e per caratterizzarlo. In questo periodo i lavori stanno procedendo sull’arredamento della cameretta: non sarà rosa o blu, perché non voglio sapere il sesso, mi preoccupo solo che ci sia un letto e tutto ciò che possa rendere l’ambiente un posto sicuro.

In termini di spettacolo, l’arredamento è composto da tanti fattori, infatti in questo mese ho comprato e montato la “culla”, ovvero, per intenderci, sono iniziate le prove con gli attori, concentrandosi sui lavori di biomeccanica, training autogeno e linguaggio del corpo. In più, come ogni camera che si rispetti, ho comprato tutte quelle cose che apparentemente sembrano inutili, ma che poi trovano la loro funzionalità nell’essere ciò che sono. La ditta di arredamento (coloro che mi aiutano a montare le mensole e l’armadio) è composta dagli scenografi Federica, Nico, Daniele, Selene e Gaia (due dei quali conosciuti alla Casa della Cultura di Torrita di Siena): personaggi fuori dalle righe, da ogni schema, che non possono essere guidati o diretti, che sono indefiniti e indefinibili.

Gli scenografi daranno un’ambientazione al bambino che sta per nascere, un posto nel quale avrà il diritto di essere se stesso, o di sentirsi ciò che vuole. La cameretta sarà la stessa, ma le case saranno due: i palchi in cui verrà messo in scena lo spettacolo saranno quelli del Teatro dei Concordi e del Teatro Poliziano.

Quando il bambino nascerà, dovrà pure indossare qualcosa: per poter far questo, insieme a Pauline (che definirei la zia di questo bambino) siamo andate alla sartoria del Teatro Poliziano. Tra vestiti troppo stravaganti, tulle, corpetti e cappotti anni ’20, abbiamo messo da parte ciò che ci interessava di più, per vestire gli attori dello spettacolo.

Adesso vi saluto che devo ancora capire come funziona lo scaldalatte. Del resto, per ora, gioco solo a travestirmi da “mamma regista”, non lo sono realmente.

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Nessuno, atto 2: sviluppo e immaginazione

Sono ormai arrivata al secondo mese di “gravidanza”, un mese particolare per una aspirante regista, così come per una mamma. In questo momento tutto deve conciliare, ogni margine deve essere…

Sono ormai arrivata al secondo mese di “gravidanza”, un mese particolare per una aspirante regista, così come per una mamma. In questo momento tutto deve conciliare, ogni margine deve essere definito e oltre a quello non si può andare. Il mio bambino delle forme comincia ad averle, sono sicura che da questa ecografia riuscirete a vederlo e non vi sembrerà semplicemente un feto, ma uno spettacolo, qualcosa che nasce.

In questo mese la nostra compagnia si è arricchita dell’ultimo personaggio, si sono strette collaborazioni con gli scenografi Nico e Federica, si è creata la collettività sperata, e anche la storia è stata quasi ultimata. In pratica è come se questo bambino cominciasse già a sviluppare le mani che saranno fondamentali nella sua vita, per toccare le cose; in fondo è come se le mani conoscessero la verità prima di noi. Per non parlare di come respira: non potrei dire che respira a pieni polmoni, ma sta già cominciando a capire come sia quella sensazione. Gli organi principali quali lo stomaco, l’intestino, il pancreas hanno cominciato a dare già i primi segni di riconoscimento, ci vorrà del tempo prima che possano cooperare tutti assieme per la vita di quell’essere che ha bisogno di loro per esistere.

E gli organi di questo “bambino” per me sono i personaggi: Mila, carismatica, matura, cresciuta troppo in fretta e determinata. Hana, capace di mostrare una fittizia vivacità, apparentemente spensierata, empatica e un po’ ingenua. Peter, un giovane soldato ambizioso, figlio di una vita un po’ crudele nei suoi confronti, con un guscio troppo duro nel quale a volte non riesce più a entrare e dal quale è ancora più difficile uscire. Tomi, insicuro, sensibile, riflessivo, emotivo e troppo fragile per avere accanto a sé un amico come Peter, ma più coraggioso di quanto possa sembrare. Interpretati rispettivamente da Benedetta Margheriti, Emma Bali, Giovanni Pomi e Riccardo Laiali, attori di provenienze diverse, compagnie diverse e strade diverse, ed è questa diversità ciò che farà sicuramente trovare fra loro un nucleo che possa esprimere al meglio il messaggio di questa storia.

Ma la parte più bella sta iniziando, quella in cui ogni mamma inizia a immaginarsi il suo piccolo: come sarà, di che colore avrà gli occhi, saranno grandi, piccoli, a mandorla o rotondi? E cosa sarà bravo a fare? Giocare a calcio, a tennis, diventerà una ballerina, sarà alta, bassa? Insomma ogni mamma in questa fase inizia a crearsi delle aspettative che poi – stando a quanto dicono tutte – vengono sempre disattese, naturalmente in meglio. Perché finché non ci sei, finché non sarà quel giorno, non ci si può minimamente immaginare la sensazione che si ha quando si vede per la prima volta quello che è stato dentro di noi per così tanto tempo.

Questo spettacolo me lo immagino altalenante, un climax di emozioni pervaderà il mio corpo prima di quello degli attori e del pubblico. So che avrò la pelle d’oca lungo la schiena, so che in qualche parte mi commuoverò, ma non posso sapere altro, perché anche io, come voi, quello spettacolo lo vedrò la sera stessa. E allora nei mesi successivi potrò dire com’è stato, ammesso che la troppa emozione non offuschi i ricordi.

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“Fuga da Via Pigafetta” al Poliziano. Intervista a Paolo Hendel

Fuga da Via Pigafetta potrebbe essere un episodio comico di Black Mirror, la caustica serie britannica che porta avanti, nei suoi episodi, raffinate critiche alla tecnologia pervasiva contemporanea. La commedia,…

Fuga da Via Pigafetta potrebbe essere un episodio comico di Black Mirror, la caustica serie britannica che porta avanti, nei suoi episodi, raffinate critiche alla tecnologia pervasiva contemporanea. La commedia, composta e interpretata da Paolo Hendel e diretta da Gioele Dix, fa tappa al Teatro Poliziano, sabato 2 dicembre 2017.

Nei primi anni Ottanta, Paolo Hendel esordì nel teatro italiano con uno spettacolo intitolato Via Antonio Pigafetta Navigatore. Un monologo d’arte, una prova di teatro beckettiano che sfiorava il nonsense, in cui l’attore fiorentino, giocando con l’uso di un televisore, dialogava con un sé stesso registrato e mandato in onda. Lo spettacolo sorgeva in un contesto culturale fervente e aperto alle diffrazioni del linguaggio, in cui si esercitavano in chiave comica le avanguardie visuali del teatro in quegli anni. Nei decenni successivi, Paolo Hendel è divenuto uno degli attori comici toscani più noti al grande pubblico, è apparso in molti film blockbuster, ha partecipato a trasmissioni televisive nazionali interpretando i suoi personaggi, entrati ormai nell’immaginario collettivo. Quest’anno, insieme a Marco Vicari e Gioele Dix, ha voluto recuperare il titolo di uno dei suoi spettacoli d’esordio e declinarlo alla critica dei nostri tempi, attraverso la distopia. Fuga da Via Pigafetta è una commedia ambientata nel 2080 – un non-monologo – in cui un signore si ritrova a confrontarsi con la figlia, decisa a trasferirsi su Marte per lavoro. Il Doppio, che nell’antesignano era rappresentato dalla televisione, è qui configurato nella voce elettronica del sistema domestico automatizzato. In più il protagonista di nome fa NestléMonsantoMitsubishi poiché nella visione distopica dello spettacolo, ai nomi si sostituiranno dei brand, per ricevere soldi dalle grandi aziende multinazionali, allo stesso modo con il quale gli anni venivano sponsorizzati in Infinite Jest di David Forster Wallace. Nobili precedenti letterari hanno anche le intelligenze artificiali applicate alla domotica – tra i più celebri Verranno le Dolci Piogge, di Ray Bradbury, e Rapporto di Minoranza di Philip K. Dick – ma l’inventiva di Hendel-Vicari-Dix porta i tòpoi della distopia su un piano comico, sondando originalissime opportunità drammaturgiche.

Abbiamo incontrato Paolo Hendel nei giorni precedenti alla tappa poliziana di Fuga da Via Pigafetta.

V: Quando si pensa a Paolo Hendel, ma anche a Gioele Dix, quello che viene in mente è il monologo, lo schema della stand up comedy, avete una grande esperienza alle spalle di un teatro monologico, Invece con questa commedia si va su un altro piano di lavoro. Come è avvenuto questo passaggio?

Paolo Hendel: Sì abbiamo elaborato questo giuoco. Da qualche anno collaboro con un giovane autore di talento che si chiama Marco Vicari, del quale, sono certo, sentiremo sempre più parlare in futuro. Con lui ho preparato i miei interventi più recenti in televisione e teatro. Insieme a lui abbiamo deciso di applicare le battute e gli schemi alla commedia che non fosse un monologo. È arrivato il momento di imparare qualcosa di nuovo, ci siamo detti. Così abbiamo dato forma ad un’idea che poi è diventata Fuga da Via Pigafetta. Ci siamo però resi conto, praticamente subito, che l’elemento fondamentale mancante, per realizzare questo superamento del monologo, fosse la presenza un regista esterno. Io e Vicari non bastavamo. Serviva soprattutto un regista con il quale fossimo in sintonia con il gioco comico elaborato. Con mia grandissima fortuna, Gioele Dix è stato molto entusiasta e non appena gli ho proposto questa avventura ci si è buttato dentro, tanto che alla fine l’abbiamo scritta in tre.

V: Cosa ci racconta, Fuga da Via Pigafetta?

PH: È la storia di un uomo del nostro prossimo futuro. Un padre che vive nel 2080. Abita in un monolocale regolato da una sorta di computer domestico, che ha più le caratteristiche di una suocera rompiballe che di un alter-ego elettronico. Non è un’ambientazione propriamente fantascientifica. Ecco: le interazioni tra il computer e il protagonista, ricordano più La Strana Coppia di Neil Simon che 2001 Odissea nello Spazio.  Il protagonista si chiama NestléMonsantoMitsubishi poiché nel futuro sostituiremo il nome con uno sponsor: il suo più grande amico si chiama GranbiscottoRovagnati, un nome difficile da portare, tanto che Nestlé ci racconta di come l’amico abbia passato la vita dallo psicanalista, l’esimio professor Chanteclair, senza trarre alcun giovamento. La compagna di scuola si chiama SalvavitaBeghelli, la quale ha tentato più volte il suicidio, salvandosi sempre. Abbiamo inserito nella commedia molte cose legate all’oggi, gonfiate e parodizzate in ciò che potrebbero divenire in un prossimo futuro.

V: Sul palco insieme a te c’è una giovane attrice, Matilde Pietrangeli, com’è stato condividere il palco con lei?  

PH: L’attrice è giovane e bravissima, ha una impostazione comica notevole. Ha una forte carica recitativa. Anche i rapporti tra padre e figlia su cui ci siamo divertiti a lavorare sono un elemento del gioco comico che abbiamo messo in scena. La figlia di quest’uomo, una volta finiti gli studi dice «Babbo ho trovato finalmente lavoro». «Bene!» dice, il padre contento. «Mi trasferisco» dice la figlia, «E dove vai? A Berlino?», «No» fa la figlia, «A Parigi?» chiede il padre, «No», «A new york?», «No, vado su Marte». Dopo questa notizia, il padre fa buon viso a cattivo gioco: «Bene sono contento! … Dottore, quell’ansiolitico per gocce che mi ha prescritto, che lo vendono mica in damigiane?».

Quando Mario Monicelli – regista con cui tu hai lavorato – presentò al pubblico, Un Borghese Piccolo Piccolo, sancì una cesura storica interna alla commedia italiana, affermando che questa non avesse più senso, poiché le meschinità degli italiani erano diventate così turpi da rendere impossibile la risata con la loro rappresentazione. In questo spettacolo, come hai detto, ci sono un sacco di riferimenti critici agli eccessi del presente: come ti poni rispetto a ciò che diceva Monicelli?

PH: Monicelli aveva sempre ragione. È stato un grande maestro, sebbene rifiutasse questo appellativo di Maestro. Infatti diceva sempre «io nel migliore dei casi sono un bravo artigiano». Lui vedeva il cinema come il risultato di un lavoro collettivo, «se ognuno fa il suo lavoro, come in una bottega di un artigiano,  allora viene un buon film». Rispetto a quello che dici tu, c’è una cosa che va presa in considerazione nella personalità di Monicelli: la leggerezza. La sua leggerezza era una sua peculiarità straordinaria. Era solito dire “la vita è un balocco”. Non aveva senso prendersi troppo sul serio, darsi troppa importanza, o dare troppa importanza alle cose che si fanno. Con questo non voleva intendere il vivere la vita con superficialità, ma vivere la vita con la giusta leggerezza. Lo si vede anche nei suoi film. Con Fuga da Via Pigafetta portiamo avanti un discorso che critica fortemente l’Italia di oggi, ma lo fa con leggerezza. Devo dire che l’insegnamento di Monicelli, proprio nella sua cifra di leggerezza, è stato fondamentale, nel costruire delle situazioni comiche, nel fare quindi commedia scavando anche in una realtà drammatica. Come ti ho detto: sì, ironizziamo sullo spinoso tema dei vaccini, o su quello dei migranti, o sulla “fuga dei cervelli”, ma lo facciamo attraverso il gioco. La vita è questo: ridere anche con amarezza delle cose che vanno come non dovrebbero andare; delle cose che ci fanno paura e che apparentemente non sembrano avere senso.

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Nessuno, atto 1: il concepimento

“Il concepimento” è un titolo strano, effettivamente molto strano. No, se ve lo state chiedendo, non sto per diventare madre, o almeno non sto per avere un bambino. In realtà…

“Il concepimento” è un titolo strano, effettivamente molto strano. No, se ve lo state chiedendo, non sto per diventare madre, o almeno non sto per avere un bambino. In realtà amo le metafore. La maggior parte delle volte, nel corso della vita, ci spieghiamo tramite questa figura retorica, per renderle più divertenti e meno statiche, noiose, o scontate. Il concepimento è l’inizio di una vita, creare qualcuno o qualcosa. Il verbo concepire ha una polivalenza nella lingua italiana, si può difatti concepire un’idea, un concetto oppure un essere vivente. Quando si concepisce si crea qualcosa, si mette a frutto ciò che prima era soltanto in potenza d’essere o  di diventare. Di cosa potrei parlare allora, che cosa potrei concepire?

Teatro. Questa è la mia parola preferita nella lingua italiana. La scorsa stagione del Teatro dei Corcordi si è conclusa con il successo de “Il magico mondo di Oz 2017” andato in scena il 15 Giugno al termine di un anno di lavoro con le trenta bambine del laboratorio “Teatro Danza” dell’associazione “Il Fierale” di Acquaviva. Poche settimane fa è iniziata la preparazione ad un’altra grande avventura, un altro viaggio alla scoperta di  tante nuove persone (ma anche di tante nuove parti di me). Dopo tutti gli errori commessi, tutte le nuove nozioni acquisite, i punti su cui fare forza, si riparte con un nuovo spettacolo, ovvero un bambino da mettere al mondo. Che aspetto avrà questo bambino? Rispetto agli altri sembrerà nato da un’altra madre o almeno me lo auguro, forse sto esagerando, diciamo da una madre migliore di quella del passato, più consapevole di ciò a cui va incontro.

Il nuovo debutto, previsto per il mese di Giugno 2018, parlerà di guerra. Avrà come sfondo la guerra dei Balcani, Prijedor e Sarajevo, ma in realtà parlerà di tutte le guerre, poiché tutte si accomunano, hanno le stesse cause e le stesse conseguenze. Un climax ascendente di emozioni sempre più complesse verrà messo in scena, ma soprattutto una conseguenza straziante della guerra: la spersonalizzazione. Perdere l’identità ed essere costretti all’uguaglianza, aiuta la distruzione di massa, la cancellazione delle proprie peculiarità, delle caratteristiche che ci rendono diversi gli uni dagli altri, che ci contraddistinguono nella società.

Per documentare la nascita del nuovo spettacolo (documentare aiuta a veder crescere le cose) mi sono armata di una piccola telecamera e durante le prime settimane di lavoro ho già incontrato i responsabili dell’Istituto di musica di Montepulciano per comporre la musica e le colonne sonore, oltre a due giovani ragazze che interpreteranno i ruoli delle attrici protagoniste (Emma Bali e Benedetta Margheriti). È bello amare le cose, perché in questo modo si fanno amare anche agli altri; posti di fronte a questo progetto nessuno poteva dire di no. Il gruppo sta prendendo vita, ma ancora non siamo del tutto al completo, e presto crescerà.

Sto scrivendo la storia, concentrandomi sui desideri e le speranze di ragazzi che hanno vissuto la guerra. Sto scrivendo le emozioni, ciò che sui libri di storia a volte non trova spazio. Questi sono argomenti e spunti di riflessione a cui noi nella nostra quotidianità non badiamo; il teatro, del resto, serve anche a far pensare.

Perché ho deciso di raccontare attraverso questi articoli la nascita dello spettacolo? Immaginatevi che sia un’ecografia che posso rivedere tra un anno, e magari piangere come le mamme ricordando i primi momenti. Concepire qualcosa non è una passeggiata, ma quanto è bello provare tutte queste emozioni!

La prossima volta che leggerete queste pagine, questo bambino avrà un mese in più e magari assomiglierà a quello che potrebbe diventare. Come si chiamerà? Nessuno.

Riparto da qui.

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