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«Il matrimonio è un’associazione a delinquere»: intervista a Michele Placido

Venerdì 15 Febbraio 2019, sul palco del Teatro Poliziano di Montepulciano, è andato in scena Piccoli Crimini Coniugali. Uno spettacolo dell’autore francese Eric-Emmanuel Schmitt, trasposto in italiano da Michele Placido…

Venerdì 15 Febbraio 2019, sul palco del Teatro Poliziano di Montepulciano, è andato in scena Piccoli Crimini Coniugali. Uno spettacolo dell’autore francese Eric-Emmanuel Schmitt, trasposto in italiano da Michele Placido che ne cura anche la regia. Lo stesso Placido è protagonista insieme ad Anna Bonaiuto.

Per un’ora e venti i due protagonisti stanno in scena a scambiarsi battute dense di aforismi sulla vita di coppia, boutade, scherni, invettive. Il classico modulo della commedia borghese francese si snoda in un gioco al massacro tra i due protagonisti. «Il matrimonio è un’associazione a delinquere finalizzata alla distruzione dell’Altro» oppure «Quando vedete una coppia di amici celebrare il loro matrimonio domandatevi chi dei due ucciderà prima l’altro», queste sono le massime che vengono lanciate nel flusso dialogico.

Lo spettacolo si è configurato come un’esibizione di competenza e di esperienza. Michele Placido e Anna Bonaiuto hanno portato sul palco del teatro Poliziano l’erudizione pratica del fare teatro. Nonostante l’espressione contemporanea subisca sovente la fascinazione dell’antagonismo all’accademia, la distruzione del chiaro di luna di futuristica memoria, quando si ha a che fare con una perfetta consapevolezza del mezzo recitativo, della percezione di sé come macchina attoriale (senza scomodare troppo Gilles Deleuze e Carmelo Bene) non si può che applaudire di gusto.

La commedia brillante francese – specie nella rappresentazione di interni borghesi – si basa su schemi meccanici estremamente precisi, con velocità di esecuzione. Si caratterizza per la nevrosi disfunzionale delle espressioni, rappresentare quanto di più intimo e privato ci sia nell’anima del medio-borghese. Molto diversa è la situazione italiana, in cui la tradizione è quella della Commedia dell’Arte, la quale anche dopo la riforma goldoniana, resta fortemente ancorata all’ambientazione popolare, alla rappresentazione “degli uomini peggiori”, come diceva Aristotele. Questa differenziazione si rende esplicita principalmente nelle pause, quasi assenti nell’ambito francese, presentissime e funzionali in ambito italiano. Quando si traspongono testi francesi in Italia, spesso si evita di “adattare”, mantenendo il flusso verbale dell’originale (Le Prènom/Il Nome del Figlio, Le dîner de cons/La cena dei cretini,  per fare alcuni esempi). Piccoli Crimini Coniugali invece vuole essere un adattamento: le pause ci sono eccome, e sono perfette, equilibrate, funzionali, efficaci.

Abbiamo avuto modo di scambiare un paio di battute con Michele Placido, appena arrivato al Teatro Poliziano.

 

LaV: Nella tua carriera hai abituato il pubblico a rappresentazioni di forte impegno civile, spesso confrontato anche con la storia (con la S maiuscola), sia da regista che da attore. Adesso arrivi a teatro con uno spettacolo che invece indaga il microcosmo di una coppia borghese. Come cambia la percezione del proprio lavoro, quando si passa dalla Storia all’intimità delle persone?

Michele Placido: Un attore è un attore sempre. Deve saper interpretare un personaggio storico, così come deve sapere rappresentarne uno di un interno borghese. Allo stesso modo deve saper vestire i panni di personaggi drammatici ma anche di quelli brillanti. Di questi toni brillanti io ne ho comunque affrontati molti nella mia carriera, sebbene siano stati quelli più impegnati, che mi hanno fatto conoscere al pubblico. È vero che ne ho interpretati molti drammatici di forte impegno civile, con grandi registi come Damiano Damiani, Bellocchio, Taviani… ho ricordato Falcone in un film di Giuseppe Ferrara, tra l’altro con Anna Bonaiuto. Ho rappresentato, come regista, Vallanzasca o la Banda della Magliana in Romanzo Criminale… proprio stasera su Rai Due va in onda Suburra-La Serie, della quale ho diretto degli episodi. Ho fatto anche molta commedia però: negli anni 70 e 80 ho interpretato anche la commedia con Comencini e con Monicelli. Un attore bravo deve saper fare tutto con la stessa concentrazione e professionalità.

LaV: Lavorare in coppia, ricoprendo sia il ruolo di coprotagonista sia quello di regista, nella gestione della scena, immagino significhi entrare in profonda consonanza: com’è stato il lavoro che avete fatto sia con voi stessi che tra di voi?

Michele Placido: Il lavoro è stato un grande divertimento e una grande gioia. È una commedia scritta benissimo ed è stato un piacere addentrarcisi. Quando c’è un bel copione, non ci sono problemi. I problemi arrivano quando non c’è una buona drammaturgia. È più facile interpretare Amleto che un copione modesto. Invece Piccoli Crimini Coniugali è un testo molto bello, di un autore importantissimo, rappresentato in tutto il mondo. Io e Anna ci conoscevamo già molto bene, avevamo già lavorato insieme. Abbiamo fatto addirittura la stessa accademia, la Silvio d’Amico a Roma. La conoscevo molto bene come attrice. Sapevo che lei sarebbe stata perfetta  in questo testo, poiché è molto preparata a passare dai ruoli drammatici a quelli brillanti all’interno della stessa rappresentazione. La difficoltà di questo testo è proprio questa: è una commedia in cui i personaggi sono malinconicamente e dolorosamente sorridenti, scherzosi, in un periodo difficile della loro vita, nell’affrontare gli anni che passano e la paura di invecchiare.

LaV: Recitare nei teatri più piccoli, in provincia, rispetto ai grandi auditorium di città, comporta molto spesso una riduzione della scenografia e di spazio scenico. C’è un cambio percettivo e recitativo, a seconda del contesto in cui si recita?

Michele Placido: Anche qui, un attore deve essere bravo sempre, in qualsiasi contesto. Poi io amo molto venire in luoghi come questi. Io amo moltissimo Montepulciano. È bellissima. Tra l’altro sto preparando, un film per il cinema dedicato al personaggio di Caravaggio e questi luoghi, qua in Valdichiana, potrebbero essere delle ideali ambientazioni per alcune scene. Voglio approfittare di questo passaggio per dare un’occhiata. Chissà…

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“Tutta Casa, Letto e Chiesa” al Poliziano – Intervista a Valentina Lodovini

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini,…

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini, le musiche di Maria Antonietta.

Il 9 marzo 1973 cinque uomini armati obbligano Franca Rame a salire su un furgoncino. Viene prima seviziata, la feriscono con una lametta, le spengono sigarette addosso, poi la stuprano a turno per ore. L’ambientazione storica è quella dell’Italia in piena strategia della tensione; Dario Fo e Franca Rame sono artisti schierati: hanno fondato un gruppo di lavoro chiamato La Comune che si esibisce nei circoli ARCI e nelle case del Popolo, coordinano l’organizzazione Soccorso Rosso Militante, che fornisce supporti agli operai in lotta nelle fabbriche italiane e già nel 1962 si erano fatti cacciare dalla RAI per aver inserito nella scaletta di Canzonissima uno sketch giudicato eccessivamente polemico. Nel 1970 hanno portato in scena Morte Accidentale di un Anarchico, sposando apertamente la tesi dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, per i fatti della notte del 15 dicembre 1969. Gli aggressori sono componenti di cellule organizzate neofasciste. L’azione si configurava come una vera e propria spedizione punitiva, per colpire la parte “debole” della coppia di “compagni”.

Dopo questo evento Franca Rame, con il marito Dario Fo, non si arrendono. Scrivono altri testi, molti dei quali decisamente impegnati, tra cui uno, supportato dal crescente movimento femminista e dalle conquiste civili. Si intitola Tutta Casa, Letto e Chiesa. È uno spettacolo focalizzato sulla condizione femminile, sulla servitù della donna, sulla condizione prostrabile e subalterna del femminile nel dominio fallico della cultura occidentale. Un testo che viene rappresentato per la prima volta nel 1977 alla Palazzina Liberty di Milano, ma che nel 2019, invece di mostrare la sua senescenza, si accende di fuoco nuovo, preme le dita contro argomenti che ancora creano disturbo politico, ancora svelano inadeguatezze e problematiche di genere (e pure sessuali) malauguratamente presenti nel tempo presente.

A portarlo in scena oggi è Valentina Lodovini, uno dei volti più noti – e più belli – del panorama teatrale e cinematografico italiano. Passerà anche al Teatro Poliziano giovedì 10 gennaio. Le abbiamo fatto alcune domande.

LaV: Portando in scena un testo interpretato da una gigante del teatro come Franca Rame, hai mai sentito il peso della responsabilità di interpretare le parti di Tutta casa, letto e chiesa?

Valentina Lodovini: No. Questa paranoia non me la faccio. C’ho pensato all’inizio però ogni sera quando sono in scena penso solo al mio pubblico e basta.

LaV: Tra i vari commenti allo spettacolo, ovviamente in maggioranza positivi, c’è anche qualcuno che allude al fatto che tu parli di una sofferenza femminile dalla “posizione privilegiata di sex symbol”: ecco che cosa risponderesti a questa velata accusa?

Valentina Lodovini: Diciamo pure che anche Franca Rame era una sex symbol. Sinceramente questo tipo di pensieri mi spiazzano. Il discorso è proprio limitante. La mia testa non funziona così: io non ho pregiudizi, non ho mai fatto distinzioni tra bello e brutto, non percepisco questa difficoltà. Forse  in Italia se fai questo mestiere e sei bella dai fastidio. Negli altri paesi non è così. La bellezza si apprezza e basta. Noi, in fondo, siamo alla ricerca della bellezza sempre, chiunque di noi, anche semplicemente nella scelta del ristorante in cui andare a cena. Ricerchiamo costantemente il bello. Soltanto in Italia si fanno questi problemi, forse perché siamo abituati alla bellezza, visto che cresciamo in mezzo all’arte… ma io, ecco, me ne sono sempre fregata. Chiariamo: nello spettacolo sono in sottoveste perché i quattro personaggi che interpreto, all’interno del testo, sono in sottoveste: una fa sesso, un’altra si è appena svegliata, un’altra lo dice proprio «sono in déshabillé», sicché è una questione di coerenza con quello che si racconta e che si rappresenta. Sarebbe stupido far alzare una da letto con la tuta da sci, no? … vabbè poi magari mi stava bene pure la tuta da sci e quindi avrebbero avuto lo stesso da ridire… comunque questi discorsi lasciano il tempo che trovano: il mio mestiere è altro. Sono lusingata del fatto che piaccia. In ogni caso, se qualcuno pensa che per essere brava devi essere brutta forse il problema è loro.

LaV: Se si leggono commenti sui social, specie in relazione ai recenti fatti legati al movimento #metoo, l’umanità media in Italia è abbastanza sconfortante: rancorosa, cinica, portatrice d’odio, aggressiva, sessuofobica, violentemente patriarcale: il teatro – specie quando è teatro civile, engagé – è uno strumento di analisi. Serve a sondare i sentori del pubblico vivo, ché forse i commenti online distorcono. Come ti sembra abbia risposto finora il pubblico vivo, di fronte a queste tematiche?

Valentina Lodovini: In molti modi diversi. Nel pubblico teatrale c’è di tutto. C’è da una parte un’intelligenza viva, preziosissima, straordinaria, che risponde bene, e c’è dall’altra una chiusura mentale, purtroppo, molto meno brillante. C’è tutto quello che esiste nel paese reale. È un testo che tira fuori le cose, è inattaccabile. Ha dentro anche la commedia, fa ridere e fa riflettere, stimola il pubblico a reagire in modi diversi e confrontare le emozioni. C’è quindi una scissione ogni sera.

LaV: Ti sei diplomata al centro sperimentale di cinematografia di Roma. Hai modulato le pratiche rappresentative per la camera, e quindi per il cinema: questa cosa ti ha condizionata in qualche modo nella recitazione praticata su un palco scenico, di fronte a un pubblico presente?

Valentina Lodovini: No. Anzitutto io ho fatto un’accademia di teatro prima di fare il CSC. Comunque il Centro lavora a trecentosessanta gradi sulla formazione degli attori. È un po’ ingannevole, un po’ riduttivo, pensare che il Centro lavori solo sul cinema. Dura tre anni e mezzo e fornisce tutti gli strumenti per fare al meglio questo mestiere. Io so adeguarmi a tutti i tipi di linguaggio, conosco le regole – poi magari decido di romperle – però il mio mestiere lo so fare molto bene, se mi chiedono di declamare dei versi li declamo. Nulla è lasciato al caso. Anche in questo spettacolo qua c’è una precisa scelta mia, solo mia, di recitazione e di interpretazione. Può piacere o non piacere, però è stata una scelta. C’è una scelta ben precisa sia sul linguaggio usato, sia con la distanza che viene posta tra me e Franca Rame. Nulla è lasciato al caso. Per me non c’è differenza tra cinema e teatro, si tratta solo di come si sceglie di sfruttare il mestiere.

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“Fuga da Via Pigafetta” al Poliziano. Intervista a Paolo Hendel

Fuga da Via Pigafetta potrebbe essere un episodio comico di Black Mirror, la caustica serie britannica che porta avanti, nei suoi episodi, raffinate critiche alla tecnologia pervasiva contemporanea. La commedia,…

Fuga da Via Pigafetta potrebbe essere un episodio comico di Black Mirror, la caustica serie britannica che porta avanti, nei suoi episodi, raffinate critiche alla tecnologia pervasiva contemporanea. La commedia, composta e interpretata da Paolo Hendel e diretta da Gioele Dix, fa tappa al Teatro Poliziano, sabato 2 dicembre 2017.

Nei primi anni Ottanta, Paolo Hendel esordì nel teatro italiano con uno spettacolo intitolato Via Antonio Pigafetta Navigatore. Un monologo d’arte, una prova di teatro beckettiano che sfiorava il nonsense, in cui l’attore fiorentino, giocando con l’uso di un televisore, dialogava con un sé stesso registrato e mandato in onda. Lo spettacolo sorgeva in un contesto culturale fervente e aperto alle diffrazioni del linguaggio, in cui si esercitavano in chiave comica le avanguardie visuali del teatro in quegli anni. Nei decenni successivi, Paolo Hendel è divenuto uno degli attori comici toscani più noti al grande pubblico, è apparso in molti film blockbuster, ha partecipato a trasmissioni televisive nazionali interpretando i suoi personaggi, entrati ormai nell’immaginario collettivo. Quest’anno, insieme a Marco Vicari e Gioele Dix, ha voluto recuperare il titolo di uno dei suoi spettacoli d’esordio e declinarlo alla critica dei nostri tempi, attraverso la distopia. Fuga da Via Pigafetta è una commedia ambientata nel 2080 – un non-monologo – in cui un signore si ritrova a confrontarsi con la figlia, decisa a trasferirsi su Marte per lavoro. Il Doppio, che nell’antesignano era rappresentato dalla televisione, è qui configurato nella voce elettronica del sistema domestico automatizzato. In più il protagonista di nome fa NestléMonsantoMitsubishi poiché nella visione distopica dello spettacolo, ai nomi si sostituiranno dei brand, per ricevere soldi dalle grandi aziende multinazionali, allo stesso modo con il quale gli anni venivano sponsorizzati in Infinite Jest di David Forster Wallace. Nobili precedenti letterari hanno anche le intelligenze artificiali applicate alla domotica – tra i più celebri Verranno le Dolci Piogge, di Ray Bradbury, e Rapporto di Minoranza di Philip K. Dick – ma l’inventiva di Hendel-Vicari-Dix porta i tòpoi della distopia su un piano comico, sondando originalissime opportunità drammaturgiche.

Abbiamo incontrato Paolo Hendel nei giorni precedenti alla tappa poliziana di Fuga da Via Pigafetta.

V: Quando si pensa a Paolo Hendel, ma anche a Gioele Dix, quello che viene in mente è il monologo, lo schema della stand up comedy, avete una grande esperienza alle spalle di un teatro monologico, Invece con questa commedia si va su un altro piano di lavoro. Come è avvenuto questo passaggio?

Paolo Hendel: Sì abbiamo elaborato questo giuoco. Da qualche anno collaboro con un giovane autore di talento che si chiama Marco Vicari, del quale, sono certo, sentiremo sempre più parlare in futuro. Con lui ho preparato i miei interventi più recenti in televisione e teatro. Insieme a lui abbiamo deciso di applicare le battute e gli schemi alla commedia che non fosse un monologo. È arrivato il momento di imparare qualcosa di nuovo, ci siamo detti. Così abbiamo dato forma ad un’idea che poi è diventata Fuga da Via Pigafetta. Ci siamo però resi conto, praticamente subito, che l’elemento fondamentale mancante, per realizzare questo superamento del monologo, fosse la presenza un regista esterno. Io e Vicari non bastavamo. Serviva soprattutto un regista con il quale fossimo in sintonia con il gioco comico elaborato. Con mia grandissima fortuna, Gioele Dix è stato molto entusiasta e non appena gli ho proposto questa avventura ci si è buttato dentro, tanto che alla fine l’abbiamo scritta in tre.

V: Cosa ci racconta, Fuga da Via Pigafetta?

PH: È la storia di un uomo del nostro prossimo futuro. Un padre che vive nel 2080. Abita in un monolocale regolato da una sorta di computer domestico, che ha più le caratteristiche di una suocera rompiballe che di un alter-ego elettronico. Non è un’ambientazione propriamente fantascientifica. Ecco: le interazioni tra il computer e il protagonista, ricordano più La Strana Coppia di Neil Simon che 2001 Odissea nello Spazio.  Il protagonista si chiama NestléMonsantoMitsubishi poiché nel futuro sostituiremo il nome con uno sponsor: il suo più grande amico si chiama GranbiscottoRovagnati, un nome difficile da portare, tanto che Nestlé ci racconta di come l’amico abbia passato la vita dallo psicanalista, l’esimio professor Chanteclair, senza trarre alcun giovamento. La compagna di scuola si chiama SalvavitaBeghelli, la quale ha tentato più volte il suicidio, salvandosi sempre. Abbiamo inserito nella commedia molte cose legate all’oggi, gonfiate e parodizzate in ciò che potrebbero divenire in un prossimo futuro.

V: Sul palco insieme a te c’è una giovane attrice, Matilde Pietrangeli, com’è stato condividere il palco con lei?  

PH: L’attrice è giovane e bravissima, ha una impostazione comica notevole. Ha una forte carica recitativa. Anche i rapporti tra padre e figlia su cui ci siamo divertiti a lavorare sono un elemento del gioco comico che abbiamo messo in scena. La figlia di quest’uomo, una volta finiti gli studi dice «Babbo ho trovato finalmente lavoro». «Bene!» dice, il padre contento. «Mi trasferisco» dice la figlia, «E dove vai? A Berlino?», «No» fa la figlia, «A Parigi?» chiede il padre, «No», «A new york?», «No, vado su Marte». Dopo questa notizia, il padre fa buon viso a cattivo gioco: «Bene sono contento! … Dottore, quell’ansiolitico per gocce che mi ha prescritto, che lo vendono mica in damigiane?».

Quando Mario Monicelli – regista con cui tu hai lavorato – presentò al pubblico, Un Borghese Piccolo Piccolo, sancì una cesura storica interna alla commedia italiana, affermando che questa non avesse più senso, poiché le meschinità degli italiani erano diventate così turpi da rendere impossibile la risata con la loro rappresentazione. In questo spettacolo, come hai detto, ci sono un sacco di riferimenti critici agli eccessi del presente: come ti poni rispetto a ciò che diceva Monicelli?

PH: Monicelli aveva sempre ragione. È stato un grande maestro, sebbene rifiutasse questo appellativo di Maestro. Infatti diceva sempre «io nel migliore dei casi sono un bravo artigiano». Lui vedeva il cinema come il risultato di un lavoro collettivo, «se ognuno fa il suo lavoro, come in una bottega di un artigiano,  allora viene un buon film». Rispetto a quello che dici tu, c’è una cosa che va presa in considerazione nella personalità di Monicelli: la leggerezza. La sua leggerezza era una sua peculiarità straordinaria. Era solito dire “la vita è un balocco”. Non aveva senso prendersi troppo sul serio, darsi troppa importanza, o dare troppa importanza alle cose che si fanno. Con questo non voleva intendere il vivere la vita con superficialità, ma vivere la vita con la giusta leggerezza. Lo si vede anche nei suoi film. Con Fuga da Via Pigafetta portiamo avanti un discorso che critica fortemente l’Italia di oggi, ma lo fa con leggerezza. Devo dire che l’insegnamento di Monicelli, proprio nella sua cifra di leggerezza, è stato fondamentale, nel costruire delle situazioni comiche, nel fare quindi commedia scavando anche in una realtà drammatica. Come ti ho detto: sì, ironizziamo sullo spinoso tema dei vaccini, o su quello dei migranti, o sulla “fuga dei cervelli”, ma lo facciamo attraverso il gioco. La vita è questo: ridere anche con amarezza delle cose che vanno come non dovrebbero andare; delle cose che ci fanno paura e che apparentemente non sembrano avere senso.

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La “Principessa Nicoletta” al Poliziano. Intervista a Carlo Pasquini

Sabato 25 febbraio alle ore 21.15 e domenica 26 in  pomeridiana alle ore 17.15, il Teatro Poliziano di Montepulciano ospita la pièce firmata da Rebekka Kricheldorf, Principessa Nicoletta, alla sua…

Sabato 25 febbraio alle ore 21.15 e domenica 26 in  pomeridiana alle ore 17.15, il Teatro Poliziano di Montepulciano ospita la pièce firmata da Rebekka Kricheldorf, Principessa Nicoletta, alla sua prima rappresentazione italiana, con la regia di Carlo Pasquini. La storia senza tempo di questa fiaba per adulti narra di una giovane principessa, un vecchio re e una zia gelosa che cercano di salvare il regno sull’orlo del fallimento. L’idea è quella di dare in moglie la principessa Nicoletta al ricchissimo principe Omo che arriva accompagnato dal Gran Visir ottomano. nicoletta, stregata da una mela, si oppone al matrimonio, scatenando una serie di peripezie narrative ed inneschi drammaturgici ora divertenti, ora drammatici.

La Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano ha deciso di presentarlo nella sua stagione annuale di prosa affidandolo a Carlo Pasquini che ha radunato una esperta compagnia d’attori tra i quali spiccano la talentuosa diciottenne Emma Bali e il formidabile Gianni Poliziani, insieme a Emanuela Castiglionesi, Francesco Storelli, Pina Ruiu, Lorenzo Morgantini, Riccardo Laiali e Giacomo Testa. Con il patrocinio del Goethe Institut di Roma.

Abbiamo incontrato il regista per porgli alcune domande.

Come sei entrato in contatto con Rebekka Kricheldorf?

Io cerco costantemente di trovare testi contemporanei. Questo è il mio interesse da un po’ di anni. Frequentando l’attività del Goethe-Insitute di Roma, e conoscendo bene la direttrice, ho avuto accesso all’elenco dei giovani drammaturghi tedeschi che vengono promossi in Italia attraverso il centro culturale. Qui ho notato Rebekka Kricheldorf che aveva vinto un importante premio in Germania, (il Premio degli editori e del pubblico di Heidelberg all’Heidelberger Stückemarkt ndr) con uno spettacolo intitolato “Prinzessin Nicoletta” il quale era stato definito dalla critica tedesca “post-drammatico”. Come tutte le etichette va presa con le pinze, ma mi aveva comunque incuriosito. Si trattava di una fiaba nera sui generis ambientata ai nostri giorni. Ho contattato l’autrice su Facebook e ci siamo scambiati alcune opinioni. Dopo un po’ l’ho avvertita che avrei iniziato la traduzione del suo testo. Lei si è subito dimostrata molto contenta, visto che Principessa Nicoletta è inedito in Italia. Rustioni, con la mia amica Federica Santoro, avevano già presentato un altro suo testo, Villa Dolorsa, nel 2015 al Vascello di Roma, al Festival Colline torinesi, al Parenti di Milano e in altre occasioni. Era l’unico suo testo in circolazione in Italia. Di Principessa Nicoletta non ci sono altre traduzioni e per l’appunto questa è una prima nazionale.

Quindi hai dovuto elaborare tu stesso una versione italiana: come è avvenuto il lavoro sul testo?

Ci siamo messi a lavoro in tre, c’è voluto un po’ di tempo poiché tradurre il teatro è molto delicato. Il testo è prima passato per le mani di Elisabetta Cadorin, che ha tradotto in maniera più e meno letterale il testo, poi Erdmuthe Brand, che è traduttrice autentica ed è intervenuta per sistemare sfumature e forme più aderenti. Infine il mio intervento è stato prettamente drammaturgico. Non mi sono occupato tanto dell’aspetto linguistico della traduzione, quanto di ciò che doveva trasparire, dal punto di vista del messaggio dell’autrice. Non ho stravolto. Ho cambiato alcune terminologie. Il testo rimane quello originale nella sua lunghezza, nella sua interezza.

Dal programma di sala lo spettacolo viene indicato come “fiaba per adulti”. In che senso?

Una fiaba per adulti ha tutta la struttura morfologica di una fiaba tradizionale, ma i contenuti e l’espressione di questi non sono per ragazzi, poiché raggiungono una tensione drammatica molto alta; in questo spettacolo le azioni non sono “fantastiche”, bensì molto concrete e anche abbastanza “forti”. Non c’è un drago che si mangia il principe, ma c’è qualcosa di molto riconoscibile, anche nell’attualità. Si trattano tematiche abbastanza “calde”. In Principessa Nicoletta, ad esempio, c’è una decapitazione. Tra l’altro è la seconda decapitazione che mi capita di dirigere. La prima è stata ne Il favoloso Cincinnato tratto da Invito ad una Decapitazione di Nabokov. Quello spettacolo andò molto bene. Spero mi porti ancora fortuna. Le decapitazioni mi portano bene.

Hai messo insieme attori già navigati, volti molto noti del teatro locale che hanno già lavorato insieme, ad Emma Bali, che interpreta proprio la Principessa Nicoletta, la quale è una ragazza neodiciottenne, alla sua prima esperienza in una produzione di rilievo. Come hai gestito questa divergenza tra una “neofita” e un gruppo già formato?

Io non ho mai voluto avere un” compagnia”. Di volta in volta scelgo attori – che conosco – sulla base della parte che mi serve. E così ho fatto anche in questo caso. Negli ultimi due anni, durante i corsi che da vent’anni faccio nei Licei Poliziani, Emma mi si è rivelata un vero talento. Una ragazza di 18 anni che ha fatto solo spettacoli scolastici e di laboratorio, ma che si è sempre mostrata capace. Non mi sono posto la preoccupazione del contrasto: mi era già capitato in passato di far emergere giovanissimi dal laboratorio in palchi più importanti. Lei da subito si è dimostrata bravissima, senza far pesare le differenze. Chi ha talento ha talento anche in questo.

Il resto della compagnia come è stato “utilizzato”?

Devo dire che il testo soddisfa tutti gli attori. Tutti hanno un’abbondante parte del copione. Non ci sono prime parti. Tutti hanno porzioni rilevanti di testo. In questo è stata molto brava l’autrice a mettere insieme diverse aspettative all’interno del racconto. È interessante come si vada ad evolvere il carattere generale della vicenda, ma anche come le singole particolarità che abitano questo castello partecipino, nella loro individualità, ad uno sviluppo. Noi tra l’altro abbiamo aggiunto una figura: il servo di scena, che abbiamo chiamato Bosch, in onore del pittore Hieronymus Bosch, che non c’era nel testo originario. La Kricheldorf non ha messo nel copione i “cambi scena”, non ha inserito alcuna indicazione su come questi dovessero essere attuati. Abbiamo quindi ripristinato il “servo di scena”, utilissimo per spostare parti di attrezzeria, gestire appunto alcuni cambi scena. È una figura che comunque nel teatro tradizionale è molto presente.

Oltre alla produzione della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, appare il patrocinio del Goethe Institute, la principale organizzazione di divulgazione di cultura tedesca. In che modo ci sei entrato in contatto?  

Innanzi tutto attraverso il Cantiere di Montepulciano ho avuto modo di fortificare molte amicizie di provenienza germanica, alcune cominciate quarant’anni fa, a partire da quella con Hans Werner Henze, che non solo è stato un mio maestro, ma è stato anche un amico e mi ha onorato di confidenze e preziosissimi consigli negli anni che abbiamo condiviso. Mia moglie poi è tedesca, quindi io – pur essendo limitato nel parlare la lingua – mi occupo da anni di cultura tedesca, conosco moltissime persone nell’ambiente operistico musicale, anche grazie all’accademia di Palazzo Ricci. Ho uno scambio proficuo con la Germania. Se pensi che il mio libretto I Tre Indovinelli per l’opera di Detlev Glanert, circola ormai in Germania da undici anni e ha superato le 120 rappresentazioni, posso dirmi integrato nell’universo culturale tedesco. Questo ha fatto sì che io sia entrato in contatto con la principale istituzione di diffusione di cultura tedesca in Italia.

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“L’unione fa la forza” – Intervista ad Athanase Tuyikeze

Continua il viaggio de La Valdichiana in Burundi e questa volta vi facciamo conoscere il protagonista della causa che ci siamo presi a cuore: vi racconteremo chi è Athanase Tuyikeze,…

Continua il viaggio de La Valdichiana in Burundi e questa volta vi facciamo conoscere il protagonista della causa che ci siamo presi a cuore: vi racconteremo chi è Athanase Tuyikeze, come è nata la cooperativa “Dufatanemunda”, quali sono i suoi progetti e come pensa di aiutare il suo popolo.

Incontro Athanase a Montepulciano Stazione, paese in cui abita, in un pomeriggio di inzio Maggio. Penso che dopo otto ore di lavoro abbia poca voglia di raccontarmi la sua storia; invece, il ragazzo è un fiume in piena di parole, di aneddoti e di curiosità, con una luce negli occhi che parla da sola, fiero e lungimirante del progetto che sta portando avanti in Burundi.

Ma andiamo per ordine: Athanase Tuyikeze è originario di Vugizo, nella provincia di Makamba a sud del Burundi, paese che ha dovuto lasciare nel 2000 a causa della guerra. Oggi, Athanase è un giovane di trent’anni, laureato in agronomia e lavora nell’azienda agricola Poliziano, una delle più famose cantine produttrici di Vino Nobile della zona.

Ciao, Athanase. Dunque, raccontami subito perché hai scelto l’Italia come Paese in cui vivere.

“Ho deciso di venire in Italia perché nel mio paese c’era la guerra. Mio fratello Venuste Niyongabe era già in Italia per meriti sportivi. Lui era una studente in Burundi, poi ha iniziato a correre e ad allenarsi; è stato notato da un manager italiano di Siena che gli ha proposto di venire in Italia per continuare con questo sport. Dopo che ha vinto le Olimpiadi di Atlanta, nel 1996, mi sono sentito spronato a raggiungerlo qua in Italia”.

Hai raggiunto tuo fratello perché anche tu volevi diventare un atleta famoso?

“A dire la verità sì, speravo di seguire le sue orme, ma lui non ha voluto. Voleva che io studiassi, che mi creassi un futuro diverso e quindi, quando sono arrivato, mi sono subito iscritto a scuola. In Burundi facevo la seconda superiore, ma siccome il sistema scolastico italiano è diverso da quello del Burundi ho dovuto rifare la scuola media e poi mi sono iscritto alla scuola superiore”.

Come hai deciso il corso di studi da seguire?

“Dovevo scegliere se fare il meccanico o se iscrivermi ad agraria, ma la cosa che conoscevo di più e che mi affascinava era l’agricoltura, perché sono nato in campagna e tutta la mia storia familiare è da sempre stata legata all’agricoltura. Con il senno di poi devo dire che questa è stata una scelta ottima. Finite le superiori a Siena mi sono iscritto all’Università di Firenze, dove ho seguito corsi sull’agricoltura tropicale e sulla sicurezza alimentare. Adesso lavoro come operaio agricolo all’azienda Poliziano a Montepulciano Stazione, dove vivo”.

Ogni due anni, Athanase torna in Burundi per aiutare il popolo del suo villaggio natale. Qualche anno fa è nata la cooperativa Dufatanemunda, “l’unione fa la forza”, che ha lo scopo di sviluppare nel suo paese d’origine i concetti appresi durante gli studi agrari e di fornire una reale possibilità di sviluppo sostenibile. Athanase aiuta un gruppo di donne nella cooperativa di mutuo soccorso, affinché possano condividere dei fondi di microcredito per acquistare animali da allevare, semi da piantare e altri mezzi per aumentare la produttività agricola.

Com’è nata l’idea di questa cooperativa?

“Un giorno, mentre ero in vacanza in Burundi, ho conosciuto delle donne che avevano organizzato un sistema di mutuo soccorso per aiutare i bambini del villaggio, i “poveri tra i poveri”. In Burundi alcuni bambini sono nati durante la guerra da rapporti tra militari e donne del paese, praticamente dei figli nati fuori dal matrimonio spesso per violenza ma anche consensualmente. Per molte persone il militare era come un Dio, ma finita la guerra questi sono tornati a casa lasciando i figli soli. Per tutti, quelli erano considerati dei reietti perchè erano senza padre, concepiti e rifiutati. Le madri, invece, erano considerate prostitute dalle famiglie; i figli crescevano stigmatizzati dalla società, continuamente presi in giro.
Questo gruppo di donne, quindi, si è organizzato per fare una cassa comune e aiutare questi bambini, per comprare loro quaderni, penne, vestiti e per pagare le tasse scolastiche. Questa iniziativa mi ha colpito molto, perché avevano capito che nella società c’erano dei problemi che andavano risolti. Così è partito il mio progetto”.

Con un approccio un po’ più agricolo?

“Sì, agricolo e di sviluppo sostenibile. Ho costruito un rapporto con loro e ho aumentato il numero di persone coinvolte. Un gruppo vero, non un’associazione, ma una cooperativa: perché non deve dare aiuto fine a sè stesso ma deve creare lavoro e non aspettare aiuto dall’altro. È importante aiutarci a vicenda diffondendo la cultura d’impresa, le tecniche e le conoscenze  devono essere messe in rete. Adesso, nella cooperativa chiamata “l’unione fa la forza” sono comprese 11 donne e 4 uomini”.

E adesso a che punto è la cooperativa?

“A Febbraio 2015 abbiamo cercato e comprato un terreno, circa 3.500 metri quadrati per 800 euro. Li ho anticipati io, poi me li ridaranno attraverso la cassa comune. Loro, nel frattempo, hanno pulito il terreno dalle piante. Quello che vorrei realizzare è un progetto di orto pilota per insegnare alla gente a piantare frutta e ortaggi e per diffondere tecniche e conoscenze. Ognuno potrebbe avere un pezzettino di terra, imparare a fare la rotazione delle colture e la concimazione a letame. Un orto pilota che migliori la vita e la società”.

E per il futuro cos’hai in mente?

“Da Aprile di quest’anno abbiamo cominciato a lavorare al nuovo progetto, ad un pozzo con pannello solare. Il Burundi è un territorio molto soggetto a cambiamenti climatici e a rischio siccità e quindi serve un pozzo per avere una riserva d’acqua per i periodi di secca. Loro sanno che l’acqua c’è, ma bisogna investirci e per fare ciò servono circa 2.000 euro. Per questo ho pensato di attivare una raccolta fondi in Valdichiana, con un evento al Lago di Montepulciano, con l’obiettivo: “Da una terra di orti come la Valdichiana, a una terra che ha bisogno di orti come il Burundi”. Una volta realizzato il pozzo e quindi gli orti, i prodotti potrebbero essere usati per autosussistenza o venduti al mercato di Vugizo, per fare cassa comune e dare inizio ad un altro progetto”.

Tu riesci a seguire il loro operato abitando in Valdichiana?

“Non tanto bene. Uno di loro per fortuna ha whatsapp sul cellulare e quindi riesce a mandarmi le foto e gli aggiornamenti. Purtroppo, gli altri della cooperativa sono analfabeti, perché in Burundi il tasso di analfabetismo è molto alto e quindi non posso pretendere di comunicare con altri mezzi”.

Da piccolo cosa sognavi di fare da grande?

“Da piccolo il mio sogno era quello di andare nella capitale del Burundi, perché Vugizo è in periferia, con l’auto sono tre ore di viaggio. Non molte, ma considerando che molte persone non hanno la macchina, andarci a piedi era impossibile. Crescendo, nella capitale ci sono arrivato e adesso voglio mettere in condizione di arrivare alla capitale anche la gente del mio villaggio,  per cambiare la realtà e dare una mano a più persone possibile”.

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Al Poliziano va in scena “Pensione ‘O Marechiaro” di Valerio di Piramo

Con il patrocinio del Comune di Montepulciano, il 26 aprile, alle 21.15, e il 27 aprile, alle 17.15, la compagnia teatrale “Quelli di Colazzi” porta in scena al Teatro Poliziano…

Con il patrocinio del Comune di Montepulciano, il 26 aprile, alle 21.15, e il 27 aprile, alle 17.15, la compagnia teatrale “Quelli di Colazzi” porta in scena al Teatro Poliziano di MontepulcianoPensione ‘O Marechiaro“, di Valerio Di Piramo.
Sono due atti brillanti, con una accentuata verve comica, garantita anche dalle caratterizzazioni degli attori di Collazzi, specialisti in questo genere di commedie. In scena saranno ben 12 attori, tra i quali alcuni dei decani della compagnia, che calca il palcoscenico da oltre 26 anni.
La storia, abbastanza surreale, è ambientata in una pensione di Genova gestita da una famiglia napoletana. Da qui, il titolo. Religiose, sultani un po’ così, cognate visionarie, figli bighelloni, nobildonne decadute e varia umanità: se non bastassero i personaggi della famiglia, tutti alquanto sconclusionati, ci si mettono anche alcuni clienti, ognuno con il suo carico di piccola follia e di stranezze che rendono frizzanti i dialoghi e originali le situazioni. La commedia è stata scritta da Valerio Di Piramo, toscano di Pescia, che vanta numerosi successi con i suoi lavori in vernacolo e in lingua. Alcune delle sue rappresentazioni sono state portate anche all’estero. La regia è di Carlo De Matteis, fondatore e decano della Compagnia “La Bottega Teatrale Quelli di Collazzi”.

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Torna al teatro Poliziano “L’opera da tre soldi”

La critica sociale di Brecht in scena sabato 14 e domenica 15 febbraio ore 21,15 Il cast di Arteatro Gruppo insieme ai musicisti dell’Istituto di Musica “Henze” Sabato 14 e…

La critica sociale di Brecht in scena sabato 14 e domenica 15 febbraio ore 21,15
Il cast di Arteatro Gruppo insieme ai musicisti dell’Istituto di Musica “Henze”

Sabato 14 e domenica 15 dicembre va in scena a Montepulciano “L’opera da tre soldi”, un titolo di culto firmato da Bertolt Brecht, con le musiche di Kurt Weill. Arteatro Gruppo, nel trentennale della sua nascita, presenta un nuovo allestimento in collaborazione con la Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte – Istituto di Musica “Henze”. Il Poliziano diventa, per questa volta, teatro di critica sociale con la regia di Stefano Bernardini e la direzione musicale del M° Alessio Tiezzi che guida per l’occasione la Corale Poliziana e i solisti dell’Orchestra Poliziana. Una produzione che valorizza l’importanza delle cooperazioni territoriali.

“Dopo le esperienze acquisite grazie al Cantiere Internazionale d’Arte, – racconta Franco Romani, voce storica dell’Arteatro Gruppo, – costituimmo un gruppo autonomo per via di dissidi ideologici: molte sono le cose che in questi 30 anni sono state realizzate. Oltre cento gli spettacoli prodotti e presentati a Montepulciano e nella zona. Centinaia di bambini della scuola primaria e studenti delle scuole medie e licei sono stati avviati alla sensibilità per il teatro. Abbiamo deciso di festeggiare questo nostro compleanno, riproponendo, dopo 26 anni, L’Opera da tre soldi, per la sua maestosità di partecipazione”, conclude Romani.

Capolavoro assoluto del teatro novecentesco, L’opera da tre soldi ha sancito il sodalizio tra Brecht e il compositore Kurt Weill, visionario musicista del XX secolo. Come hanno riportato le cronache dell’epoca, il successo è stato talmente inaspettato che gli attori avevano preso altri impegni, sicuri dell’insuccesso. Invece, questa commistione inedita tra prosa e canzoni, rende la pièce un esempio unico nel suo genere. L’opera è ambientata nella Londra Vittoriana. Il protagonista, Macheath, noto criminale, sposa Polly Peachum. Il padre di Polly, che controlla tutti i mendicanti di Londra, è sgradevolmente sorpreso dall’avvenimento e tenta di far arrestare e impiccare Macheath. I suoi maneggi sono però complicati dal fatto che il capo della polizia, Tiger Brown, è un amico di gioventù di Macheath.

L’opera da tre soldi, con la provocatoria critica sociale del testo e la forza inarrestabile della musica, si conferma estremamente vicina alla crisi dei valori umani, sociali e morali che caratterizza i nostri giorni. Malviventi, uomini di potere corrotti, donne di malaffare: Brecht e Weill, grazie all’inusuale connubio tra musica classica e jazz dalle inflessioni cabarettistiche, ci consegnano una versione spietata della realtà.

Info: 0578 757007 | info@fondazionecantiere.it | Teatro Poliziano, Via del Teatro, 4
Botteghino: intero 10 euro, ridotto 8 euro

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