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Platonov, la commedia del passato che ha molto da dire sui ventenni di oggi

Sabato 25 gennaio 2020 va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano Platonov – Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove, una commedia da Anton…

Sabato 25 gennaio 2020 va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano Platonov – Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove, una commedia da Anton Čechov con la riscrittura scenica di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo. Lo spettacolo è realizzato dalla compagnia di ricerca teatrale Il Mulino di Amleto, che gli spettatori poliziani hanno già potuta ammirare nel 2018, in occasione della replica de Il Misantropo di Molière. Come allora, anche per questo Platonov  la regia – così come la già citata riscrittura – è di Marco Lorenzi. Lo abbiamo incontrato a pochi giorni dalla replica in Valdichiana.

Ok Boomer, il meme che ha imperversato negli ultimi mesi del 2019, ci mostra un conflitto generazionale dai molteplici sottotesti, ma che muove da una matrice ben precisa: il mondo che i padri hanno lasciato ai figli è devastato, è in crisi, è rovinato dall’inquinamento, è prossimo alla fine per colpa dell’egoismo scriteriato, dello sviluppo insostenibile che è andato crescendo da cinquant’anni a questa parte. L’espressione la usano i ventenni, e la veicolano con lo strumento espressivo più efficace che conoscono: internet.

Nel 1880 un precoce e irrequieto Anton Pavlovič Čechov, stabilitosi da pochissimi mesi a Mosca, dopo aver concluso gli studi ginnasiali a Taganrog, aggregò tutta la sua irriverenza, tutte le sue tensioni giovanili, tutto il disprezzo per la cittadina di provincia da cui veniva, e tutti i suoi interrogativi sul futuro, in un testo teatrale monumentale senza titolo: spedì quindi l’enorme plico di 230 pagine all’attrice Marija Ermolova, una superstar della compagnia stabile presso il Teatro Maly di San Pietroburgo, con tanto di dedica e profonda fiducia nel grande successo che una lettrice così importante gli avrebbe garantito. Anton attese una risposta per mesi e quando questa giunse si configurò come una prima grande bastonata nella carriera del futuro autore e drammaturgo: «Ho letto il suo manoscritto. Dovrebbe occuparsi d’altro, cambiare mestiere», rispose la Ermolova. L’amarezza fu tanta da convincere Čechov a distruggere il manoscritto e abbandonare la scrittura di testi teatrali: per cinque anni, infatti, si occuperà esclusivamente di racconti. L’opera fu riscoperta solo dopo la morte del grande autore russo e venne messa in scena solo a partire dagli anni ’20 del novecento. I titoli utilizzati furono principalmente due: Bezotcovščina (Orfano di Padre) e Platonov

Quanto i vent’anni di Čechov nel 1880 sono assimilabili ai vent’anni del 2020? Ne abbiamo parlato con Marco Lorenzi, che sul testo di Platonov ha operato un particolarissimo lavoro di riscrittura scenica.

Comincerò facendoti una domanda sulla metodologia de Il Mulino di Amleto. Quello a cui assistiamo, quando si vedono i lavori a cui la compagnia ci abituato con spettacoli quali Il Misantropo, La Tempesta e molti altri, tutti fedelmente eseguiti dal punto di vista testuale ma rimodulati dal punto di vista scenico: qual è il processo di lavoro nel confronto con i testi classici?

Marco Lorenzi: Il lavoro che facciamo di rilettura sulla grande drammaturgia classica lo riassumiamo in una formula: “affrontare i testi classici come fossero contemporanei e i contemporanei come fossero dei classici”. Quello che cerchiamo di fare – in tutto il processo creativo dalla rilettura del testo al concetto dello spazio scenico, al lavoro in sala prove – muove da un assunto ben preciso: gli autori classici hanno avuto la capacità straordinaria di leggere l’universalità dei caratteri umani. Al di là delle piccole trame che hanno pensato, sono diventati patrimoni dell’umanità per la lettura che hanno dato della vita degli uomini e del mondo intorno a loro. È incredibile come l’essere umano, analizzato nell’ottica di Molière per esempio, sia sempre contemporaneo a sé stesso. Le neuroscienze oggi attestano la stessa cosa: dal punto di vista emotivo ed emozionale la nostra evoluzione è molto più lenta dello sviluppo tecnologico. Dal punto emotivo siamo similissimi a Platone o Socrate. Questa capacità dei grandi autori di entrare dentro il nucleo dell’essere umano è perennemente contemporanea. Parliamo di esseri umani che reiterano una condizione. Questa cosa è ancora più chiara soprattutto se si ha una capacità o volontà di entrare dentro i meccanismi di certe drammaturgie del passato e volerle leggere bene. Quello che invece invecchia e passa facilmente con il tempo, sono le forme. Shakespeare, Molière, Čechov, ma anche Sarah Kane, descrivono questa profonda conoscenza dell’essere umano con le tecniche e le forme del loro tempo. Queste forme invecchiano. Quello che facciamo noi, quello che fa Il Mulino di Amleto, in fase di creazione è, una volta individuata questa noce, il che-cosa alla base del testo, andiamo a cercare quelle forme, del nostro tempo, equivalenti a quelle indicate nell’originale. Forme che possano essere comunicative per la forma della vita di oggi.

E come reagisce a questo tipo di lavoro il “pubblico di Netflix”, abituato ormai in maniera pervasiva ad altre forme di narrazione?

ML: Partiamo dal presupposto che se noi cercassimo una concorrenzialità verso Netflix partiremmo sconfitti. L’efficacia del linguaggio della serialità cinetelevisiva è completamente differente. Il teatro vive di presenza. Ha questa peculiarità stratosferica per cui una cosa che accade tra esseri umani che sono contemporaneamente nello stesso spazio. Senza illuderci che stiamo guardando una mimesi della realtà, uno spaccato di vita reale, sappiamo benissimo tutti che ciò che accade in scena ne è una suggestione, un simbolo, una metafora se vogliamo, in cui il pubblico è coinvolto, insieme all’attore, da una o più domande che ci riguardano. Questo è il motivo per cui lo spettatore, nel nostro processo creativo, non è un referente dello spettacolo, ma è un agente, è continuamente preso in considerazione. Molto spesso viene chiamato in causa direttamente. Non è lo spettatore di una storia da vedere comodamente seduti, non è un lineare sviluppo di trama da seguire: per questo tipo di narrazione pura ci sono altri – e più efficaci – mezzi di comunicazione. Il pubblico dei nostri spettacoli si ritrova partecipe di quello che fondamentalmente è un meccanismo rituale: ci ritroviamo insieme, a teatro, in quella che è una comunità temporanea, formata da attori e spettatori, a interrogarci su quello che vuol dire essere umani. La reazione dello spettatore – mi viene da dire – è che si trova quasi sempre piacevolmente spiazzato di fronte a un Čechov rappresentato con questi metodi.

Platonov è un testo scritto da un ventenne. Lo si capisce soprattutto dalla riflessione sul talento e sull’aspettativa nei confronti del futuro. Sembra parlare più ai ventenni di oggi che a quelli del tardo XIX secolo. Nel testo, a un certo punto, appare questa battuta, affidata proprio al protagonista, che ben riassume la tematica: «Ricordate quando voi vedevate in me un Lord Byron, e io sognavo di diventare ministro o un Cristoforo Colombo? Sono maestro elementare, Sòfia Egòrovna, nient’altro». C’è a tuo parere una tacca di rappresentazione generazionale di quelli che banalmente chiamiamo giovani d’oggi?

ML: I temi in Platonov sono tantissimi. È un testo sconfinato: l’originale è composto da 230 pagine. Un’enciclopedia. Sicuramente tra le tematiche più forti, intorno alle quali poi abbiamo costruito il riadattamento del testo e la reazione dello spettacolo, sono stati il rapporto generazionale e il concetto di eredità, tra padri e figli. Un’eredità che ovviamente non è solo intesa da un punto di vista economico, ma anche morale, valoriale, sociale. Sono gli insegnamenti di cui una nuova generazione si sente sprovvista, a causa di una generazione precedente, di padri, che è fuggita. Questo fa sì che ci sia una generazione fragile e smarrita. Questa è una cosa che ci riguarda terribilmente. Un altro tema molto forte in Platonov intrecciato al tema precedente – ovviamente per quanto riguarda la lettura che ne diamo noi – che si esplicita nel rapporto tra Platonov e Sofja, è riassunto da una battuta estraniante: «ma perché non viviamo come avremmo potuto?». Questa è la domanda gigantesca che riguarda la nostra attualissima incapacità di credere nel presente e raccontarci continuamente che la felicità sarà domani, o che la nostra felicità è stata nel passato e mai nel presente. La felicità, da sempre, è sempre altrove.

Se questo materiale ha resistito al giudizio del tempo, probabilmente ha toccato nervi emotivi negli esseri umani che, purtroppo o per fortuna, rimangono scoperti…

Siamo ancora quegli esseri umani che racconta Čechov, cambiati forse nella forma che diamo alle nostre giornate, ma non nei contenuti.


Foto di Manuela Giusto

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Il soprano Eva Mei riceve il premio Diritto alla Musica a Montepulciano

Il tradizionale concerto natalizio curato dall’Associazione Amici dell’Istituto di Musica di Montepulciano, che si è svolto presso la Chiesa del Ss. Nome di Gesù lo scorso 21 dicembre, ha visto…

Il tradizionale concerto natalizio curato dall’Associazione Amici dell’Istituto di Musica di Montepulciano, che si è svolto presso la Chiesa del Ss. Nome di Gesù lo scorso 21 dicembre, ha visto quest’anno la presenza della cantante lirica Eva Mei, alla quale è stato conferito il premio Diritto alla Musica; il riconoscimento promosso da Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte e Comune di Montepulciano, con il sostegno del Consiglio Regionale, è stato istituito per celebrare la Festa della Toscana. Lo scorso anno, per la sua prima edizione, il premio riservato ai musicisti toscani che abbiano espresso valori civici attraverso la propria arte è stato attribuito al baritono Mario Cassi.

Il celebre soprano, che abitualmente calca palchi prestigiosi come quello del Teatro alla Scala di Milano, Royal Opera House e Covent Garden di Londra, Staatoper di Vienna e Festival di Salisburgo, ha ricevuto il premio dalle mani della presidente della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte Sonia Mazzini, la quale ha ricordato l’impegno dell’istituto di musica poliziano nel trasmettere il valore della musica come strumento utile alla crescita delle nuove generazioni, a favore non solo della professionalità della tecnica, ma per una formazione trasversale nell’educazione dell’individuo.

«Le motivazioni con cui il premio è stato assegnato ad Eva Mei risiedono nella sensibilità umana che caratterizza l’attività artistica di questa eccellenza, già nota a Montepulciano, oltre che per il suo talento universalmente riconosciuto, anche per essere stata protagonista di iniziative come il concerto inedito insieme al mezzosoprano Laura Polverelli, evento che ha rappresentato un prestigioso appuntamento nel programma del 44° Cantiere».

Durante la conferenza stampa di presentazione tenutasi martedì 17 dicembre, l’assessore alla cultura Lucia Musso è intervenuta sottolineando quanto sia un onore per Montepulciano il fatto di essere sede di un ente come la Fondazione Cantiere, che promuove la cultura e il miglioramento del tessuto sociale attraverso la diffusione delle conoscenze musicali.

In occasione della premiazione si è svolto un evento sinfonico-corale ha unito cento elementi, tra l’Orchestra Poliziana, la Corale Poliziana, diretta da Judy Diodato, il Coro Jacob Arcadelt, condotta da Elisa Marroni e Barbara Valdambrini, e il Coro delle Voci Bianche dell’Istituto H.W.Henze. Il programma musicale era composto da brani sacri, quali O Sacrum Convivium di Molfino, En! Natus est Emmanuel di Praetorius e Gaudete, Christus est natus dalle Piae Cantiones di Anonimo. Il Maestro Alessio Tiezzi ha diretto l’Orchestra Poliziana nella Sinfonia n. 45 di Franz Joseph Haydn e la Missa brevis in do maggiore KV 258 di Wolfang Amadeus Mozart, a cui hanno partecipato il soprano Oksana Maltseva, il contralto Elisabetta Vuocolo, il tenore Enkebatu e il basso Jing Shuheng, quattro voci soliste provenienti da un progetto formativo di cui è partner la Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte. Un repertorio assolutamente gradito al pubblico presente che, nella condivisione dell’armonia offerta da queste realtà della cultura musicale, ha colto l’occasione per scambiarsi gli auguri di buone feste.

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Giulio Neri, nel ricordo di una voce di fama internazionale

«Lo conobbi nel 1947, al teatro Giardino di Cagliari. Me lo ricordo come un signore alto almeno due metri, con spalle imponenti. Al solo sentirlo parlare sembrava che dalla sua…

«Lo conobbi nel 1947, al teatro Giardino di Cagliari. Me lo ricordo come un signore alto almeno due metri, con spalle imponenti. Al solo sentirlo parlare sembrava che dalla sua bocca uscissero parole intrise di petrolio. Io, che nonostante all’epoca avessi solo sette anni già mi interessavo al canto, assistetti alla sua interpretazione in Mefistofele di Arrigo Boito, seduto tra il pubblico su una delle sedie in ferro della platea, e posso dire chiaramente di aver avvertito il terreno sotto ai miei piedi vibrare esso stesso per la potenza della sua voce».

Questo, nella testimonianza del baritono Angelo Romero, era Giulio Neri, basso di fama internazionale che ebbe i natali a Torrita di Siena. In occasione dell’XI edizione del Concorso Internazionale di Canto Lirico, che quest’anno si svolgerà dal 12 al 14 aprile e con cui Torrita ricorda il suo illustre cittadino, si delineano i tratti biografici di una delle figure più di spicco che siano mai nate nella provincia senese.

La sua voce poderosa, apprezzata dalla critica di tutto il mondo, ha costituito un esempio di assoluta rarità per il timbro e l’estensione verso il grave che l’hanno caratterizzata, ed è oggi possibile riascoltarla in alcune registrazioni dei ruoli di basso profondo che ha interpretato. In gioventù, tra gli amici, la potenza della voce gli aveva fatto guadagnare il soprannome di ‘Bronzone‘.

Colleghi e ammiratori non gli risparmiarono le lodi. Giorgio Gualerzi lo definì una “concentrazione di bassi (…); un roccioso blocco compatto“, mentre uno spettatore all’Arena di Verona disse, mentre Neri cantava nell’Aida: “Neri, l’Arena è troppo piccola per te!“.

Giulio Neri venne alla luce il 21 maggio 1909, da Pasquale e Marianna Pagliai, e visse a Torrita finché la sua vita venne cambiata dall’incontro con il conte Galeotti Ottieri della Ciaia, nobile mecenate locale. Neri era solito esibirsi già in chiesa o durante i ricevimenti, e fu proprio durante una cerimonia nuziale che venne notato dal conte, il quale fu così colpito dal suo talento da offrirsi di pagargli gli studi di canto.

Nel 1933, Neri si aggiudicò la vittoria di un concorso del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino; dopodiché si hanno notizie della sua presenza presso la scuola del Teatro Reale dell’Opera di Roma, e di lì a poco prese il via quella che si rivelerà essere una carriera prestigiosa. Il debutto nel 1935 a Castelfiorentino anticipò quello del ’38 a Roma nel ruolo di Fafner ne L’Oro del Reno di Richard Wagner, per cui divenne primo basso dell’Opera.

Gli si aprirono così le porte del Teatro alla Scala di Milano nel 1942, dove cantò nel Falstaff di Verdi, e del San Carlo di Napoli; nel 1945 presentò un’esecuzione della Messa di Requiem di Verdi nel cortile del Belvedere nella Città del Vaticano. Dopodichè la sua voce venne acclamata nei principali teatri europei: il Covent Garden di Londra, il Liceu di Barcellona, l’Opera di Monaco di Baviera, l’Hessisches Staatstheater di Wiesbaden e di fronte al pubblico di Portogallo e Francia.
Il suo nome divenne presto celebre oltreoceano, portandolo a esibirsi al Teatro Colòn di Buenos Aires, a Rio de Janeiro e al Metropolitan di New York.

Non mancarono le collaborazioni con altre personalità iconiche del panorama lirico internazionale. Con Maria Callas condivise il palco in più occasioni: nella La Gioconda di Ponchielli del 1952, nell’Aida di Verdi del 1953 e nella Norma di Bellini del 4 gennaio 1958 al Teatro dell’Opera di Roma, che fu anche la sua ultima esibizione.
La vita di Neri si concluse prematuramente, stroncato da una malattia cardiaca il 21 aprile di quello stesso anno.

Le peculiarità della voce di Neri non si limitavano alla potenza e al registro: spesso non vengono ricordate la bellezza del timbro, la capacità del cantante di modulare la voce e sfumarla per creare personaggi memorabili. Uno di questi è l’iconico Mefistofele, che nella sua interpretazione Neri rende imponente, beffardo, riuscendo allo stesso tempo a portare avanti un’esecuzione tecnicamente impeccabile.

Neri è il più accreditato Mefistofele dei giorni nostri: è ormai un diavolo espertissimo di tutti i gironi infernali siano essi cosparsi di saltellanti frasi, come scioglilingua, o di cavernose note in gara col cupo rombo dei timpani, o implichino movimenti scenici ricchi di elastiche piroette, confacente al beffardo sire infernale“.

Il Momento – 2 luglio 1952

Altro aspetto non da trascurare era la capacità di Neri di dominare la scena grazie alla sua imponenza fisica, attraverso un uso sapiente della sua statura massiccia, del trucco e della recitazione.

Nel corso della vita, Neri toccò anche il mondo del cinema. La sua apparizione più celebre è forse quella, nel ruolo di sé stesso, in Mi permettete babbo’ di Alberto Sordi.

Il Concorso

A Torrita di Siena, dal 2005, la memoria di Giulio Neri rivive nel Concorso di Canto Lirico, tornato con questa edizione ad avere una cadenza annuale e prodotto dalla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, con la collaborazione della Fondazione Torrita Cultura, sotto la direzione artistica di Eleonora Leonini.

Negli ultimi anni, il Concorso ha attirato sempre più l’attenzione dei cantanti lirici di tutto il mondo, che arrivano nel centro storico di Torrita per partecipare alla fase di selezione ed eventualmente alla finale, un concerto aperto al pubblico presso il Teatro degli Oscuri.

La giuria è composta da nomi autorevoli e conosciuti a livello internazionale. Per questa undicesima edizione i giurati saranno: il tenore Ernesto Palacio, direttore artistico e sovrintendente della Fondazione Rossini Opera Festival; Vincenzo De Vivo, ora direttore dell’Accademia d’Arte Lirica di Osimo e del Teatro delle Muse di Ancona; il soprano Tiziana Tramonti, docente al Conservatorio di Bologna; Giovanni Oliva, coordinatore artistico del Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano. Per il secondo anno consecutivo sarà presieduta dal basso Riccardo Zanellato: atteso il prossimo maggio all’Opera di Lipsia e al teatro La Fenice di Venezia, ha collaborato con direttori d’orchestra come Chailly e Abbado e si è aggiudicato l’Oscar della Lirica nella cerimonia tenutasi a Doha, in Qatar. È proprio lui a sottolineare quanto il concorso Giulio Neri, che nelle iscrizioni non pone limiti di età, sia un’occasione importante per i cantanti lirici più giovani, che trovano in un’esperienza del genere un momento di confronto e crescita, come per le voci più mature, che hanno a disposizione uno spazio prestigioso per farsi conoscere.

«Nei giovani cantanti si cerca di individuare il talento e le potenzialità che, attraverso lo studio, possono ancora essere sviluppate; dai concorrenti con un’età più elevata invece in giuria ci si aspetta una preparazione tecnica e musicale ormai consolidata».

Quest’anno, dei 107 iscritti al Concorso provenienti da venti Paesi, sono tredici i cantanti con voce di basso. Un elemento che rappresenta un record nella storia del Giulio Neri, e su cui Zanellato ha espresso commenti di soddisfazione, dal momento che sul panorama musicale attuale non sono molti cantanti con questo registro di voce.

Chissà dunque che proprio il paese natìo di Giulio Neri non porti fortuna ad altri nuovi grandi talenti.


Fonti:

http://www.accademiadeirozzi.it/wp-content/uploads/2014/03/numero30.pdf

http://www.treccani.it/enciclopedia/giulio-neri_(Dizionario-Biografico)

http://www.operaclick.com/schede_artisti/neri_giulio.htm

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«Il matrimonio è un’associazione a delinquere»: intervista a Michele Placido

Venerdì 15 Febbraio 2019, sul palco del Teatro Poliziano di Montepulciano, è andato in scena Piccoli Crimini Coniugali. Uno spettacolo dell’autore francese Eric-Emmanuel Schmitt, trasposto in italiano da Michele Placido…

Venerdì 15 Febbraio 2019, sul palco del Teatro Poliziano di Montepulciano, è andato in scena Piccoli Crimini Coniugali. Uno spettacolo dell’autore francese Eric-Emmanuel Schmitt, trasposto in italiano da Michele Placido che ne cura anche la regia. Lo stesso Placido è protagonista insieme ad Anna Bonaiuto.

Per un’ora e venti i due protagonisti stanno in scena a scambiarsi battute dense di aforismi sulla vita di coppia, boutade, scherni, invettive. Il classico modulo della commedia borghese francese si snoda in un gioco al massacro tra i due protagonisti. «Il matrimonio è un’associazione a delinquere finalizzata alla distruzione dell’Altro» oppure «Quando vedete una coppia di amici celebrare il loro matrimonio domandatevi chi dei due ucciderà prima l’altro», queste sono le massime che vengono lanciate nel flusso dialogico.

Lo spettacolo si è configurato come un’esibizione di competenza e di esperienza. Michele Placido e Anna Bonaiuto hanno portato sul palco del teatro Poliziano l’erudizione pratica del fare teatro. Nonostante l’espressione contemporanea subisca sovente la fascinazione dell’antagonismo all’accademia, la distruzione del chiaro di luna di futuristica memoria, quando si ha a che fare con una perfetta consapevolezza del mezzo recitativo, della percezione di sé come macchina attoriale (senza scomodare troppo Gilles Deleuze e Carmelo Bene) non si può che applaudire di gusto.

La commedia brillante francese – specie nella rappresentazione di interni borghesi – si basa su schemi meccanici estremamente precisi, con velocità di esecuzione. Si caratterizza per la nevrosi disfunzionale delle espressioni, rappresentare quanto di più intimo e privato ci sia nell’anima del medio-borghese. Molto diversa è la situazione italiana, in cui la tradizione è quella della Commedia dell’Arte, la quale anche dopo la riforma goldoniana, resta fortemente ancorata all’ambientazione popolare, alla rappresentazione “degli uomini peggiori”, come diceva Aristotele. Questa differenziazione si rende esplicita principalmente nelle pause, quasi assenti nell’ambito francese, presentissime e funzionali in ambito italiano. Quando si traspongono testi francesi in Italia, spesso si evita di “adattare”, mantenendo il flusso verbale dell’originale (Le Prènom/Il Nome del Figlio, Le dîner de cons/La cena dei cretini,  per fare alcuni esempi). Piccoli Crimini Coniugali invece vuole essere un adattamento: le pause ci sono eccome, e sono perfette, equilibrate, funzionali, efficaci.

Abbiamo avuto modo di scambiare un paio di battute con Michele Placido, appena arrivato al Teatro Poliziano.

 

LaV: Nella tua carriera hai abituato il pubblico a rappresentazioni di forte impegno civile, spesso confrontato anche con la storia (con la S maiuscola), sia da regista che da attore. Adesso arrivi a teatro con uno spettacolo che invece indaga il microcosmo di una coppia borghese. Come cambia la percezione del proprio lavoro, quando si passa dalla Storia all’intimità delle persone?

Michele Placido: Un attore è un attore sempre. Deve saper interpretare un personaggio storico, così come deve sapere rappresentarne uno di un interno borghese. Allo stesso modo deve saper vestire i panni di personaggi drammatici ma anche di quelli brillanti. Di questi toni brillanti io ne ho comunque affrontati molti nella mia carriera, sebbene siano stati quelli più impegnati, che mi hanno fatto conoscere al pubblico. È vero che ne ho interpretati molti drammatici di forte impegno civile, con grandi registi come Damiano Damiani, Bellocchio, Taviani… ho ricordato Falcone in un film di Giuseppe Ferrara, tra l’altro con Anna Bonaiuto. Ho rappresentato, come regista, Vallanzasca o la Banda della Magliana in Romanzo Criminale… proprio stasera su Rai Due va in onda Suburra-La Serie, della quale ho diretto degli episodi. Ho fatto anche molta commedia però: negli anni 70 e 80 ho interpretato anche la commedia con Comencini e con Monicelli. Un attore bravo deve saper fare tutto con la stessa concentrazione e professionalità.

LaV: Lavorare in coppia, ricoprendo sia il ruolo di coprotagonista sia quello di regista, nella gestione della scena, immagino significhi entrare in profonda consonanza: com’è stato il lavoro che avete fatto sia con voi stessi che tra di voi?

Michele Placido: Il lavoro è stato un grande divertimento e una grande gioia. È una commedia scritta benissimo ed è stato un piacere addentrarcisi. Quando c’è un bel copione, non ci sono problemi. I problemi arrivano quando non c’è una buona drammaturgia. È più facile interpretare Amleto che un copione modesto. Invece Piccoli Crimini Coniugali è un testo molto bello, di un autore importantissimo, rappresentato in tutto il mondo. Io e Anna ci conoscevamo già molto bene, avevamo già lavorato insieme. Abbiamo fatto addirittura la stessa accademia, la Silvio d’Amico a Roma. La conoscevo molto bene come attrice. Sapevo che lei sarebbe stata perfetta  in questo testo, poiché è molto preparata a passare dai ruoli drammatici a quelli brillanti all’interno della stessa rappresentazione. La difficoltà di questo testo è proprio questa: è una commedia in cui i personaggi sono malinconicamente e dolorosamente sorridenti, scherzosi, in un periodo difficile della loro vita, nell’affrontare gli anni che passano e la paura di invecchiare.

LaV: Recitare nei teatri più piccoli, in provincia, rispetto ai grandi auditorium di città, comporta molto spesso una riduzione della scenografia e di spazio scenico. C’è un cambio percettivo e recitativo, a seconda del contesto in cui si recita?

Michele Placido: Anche qui, un attore deve essere bravo sempre, in qualsiasi contesto. Poi io amo molto venire in luoghi come questi. Io amo moltissimo Montepulciano. È bellissima. Tra l’altro sto preparando, un film per il cinema dedicato al personaggio di Caravaggio e questi luoghi, qua in Valdichiana, potrebbero essere delle ideali ambientazioni per alcune scene. Voglio approfittare di questo passaggio per dare un’occhiata. Chissà…

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“Tutta Casa, Letto e Chiesa” al Poliziano – Intervista a Valentina Lodovini

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini,…

Tutta Casa, Letto e Chiesa va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano la sera del 10 Gennaio 2019, alle 21:15. L’interprete è Valentina Lodovini, la regia di Sandro Mabellini, le musiche di Maria Antonietta.

Il 9 marzo 1973 cinque uomini armati obbligano Franca Rame a salire su un furgoncino. Viene prima seviziata, la feriscono con una lametta, le spengono sigarette addosso, poi la stuprano a turno per ore. L’ambientazione storica è quella dell’Italia in piena strategia della tensione; Dario Fo e Franca Rame sono artisti schierati: hanno fondato un gruppo di lavoro chiamato La Comune che si esibisce nei circoli ARCI e nelle case del Popolo, coordinano l’organizzazione Soccorso Rosso Militante, che fornisce supporti agli operai in lotta nelle fabbriche italiane e già nel 1962 si erano fatti cacciare dalla RAI per aver inserito nella scaletta di Canzonissima uno sketch giudicato eccessivamente polemico. Nel 1970 hanno portato in scena Morte Accidentale di un Anarchico, sposando apertamente la tesi dell’omicidio di Giuseppe Pinelli, per i fatti della notte del 15 dicembre 1969. Gli aggressori sono componenti di cellule organizzate neofasciste. L’azione si configurava come una vera e propria spedizione punitiva, per colpire la parte “debole” della coppia di “compagni”.

Dopo questo evento Franca Rame, con il marito Dario Fo, non si arrendono. Scrivono altri testi, molti dei quali decisamente impegnati, tra cui uno, supportato dal crescente movimento femminista e dalle conquiste civili. Si intitola Tutta Casa, Letto e Chiesa. È uno spettacolo focalizzato sulla condizione femminile, sulla servitù della donna, sulla condizione prostrabile e subalterna del femminile nel dominio fallico della cultura occidentale. Un testo che viene rappresentato per la prima volta nel 1977 alla Palazzina Liberty di Milano, ma che nel 2019, invece di mostrare la sua senescenza, si accende di fuoco nuovo, preme le dita contro argomenti che ancora creano disturbo politico, ancora svelano inadeguatezze e problematiche di genere (e pure sessuali) malauguratamente presenti nel tempo presente.

A portarlo in scena oggi è Valentina Lodovini, uno dei volti più noti – e più belli – del panorama teatrale e cinematografico italiano. Passerà anche al Teatro Poliziano giovedì 10 gennaio. Le abbiamo fatto alcune domande.

LaV: Portando in scena un testo interpretato da una gigante del teatro come Franca Rame, hai mai sentito il peso della responsabilità di interpretare le parti di Tutta casa, letto e chiesa?

Valentina Lodovini: No. Questa paranoia non me la faccio. C’ho pensato all’inizio però ogni sera quando sono in scena penso solo al mio pubblico e basta.

LaV: Tra i vari commenti allo spettacolo, ovviamente in maggioranza positivi, c’è anche qualcuno che allude al fatto che tu parli di una sofferenza femminile dalla “posizione privilegiata di sex symbol”: ecco che cosa risponderesti a questa velata accusa?

Valentina Lodovini: Diciamo pure che anche Franca Rame era una sex symbol. Sinceramente questo tipo di pensieri mi spiazzano. Il discorso è proprio limitante. La mia testa non funziona così: io non ho pregiudizi, non ho mai fatto distinzioni tra bello e brutto, non percepisco questa difficoltà. Forse  in Italia se fai questo mestiere e sei bella dai fastidio. Negli altri paesi non è così. La bellezza si apprezza e basta. Noi, in fondo, siamo alla ricerca della bellezza sempre, chiunque di noi, anche semplicemente nella scelta del ristorante in cui andare a cena. Ricerchiamo costantemente il bello. Soltanto in Italia si fanno questi problemi, forse perché siamo abituati alla bellezza, visto che cresciamo in mezzo all’arte… ma io, ecco, me ne sono sempre fregata. Chiariamo: nello spettacolo sono in sottoveste perché i quattro personaggi che interpreto, all’interno del testo, sono in sottoveste: una fa sesso, un’altra si è appena svegliata, un’altra lo dice proprio «sono in déshabillé», sicché è una questione di coerenza con quello che si racconta e che si rappresenta. Sarebbe stupido far alzare una da letto con la tuta da sci, no? … vabbè poi magari mi stava bene pure la tuta da sci e quindi avrebbero avuto lo stesso da ridire… comunque questi discorsi lasciano il tempo che trovano: il mio mestiere è altro. Sono lusingata del fatto che piaccia. In ogni caso, se qualcuno pensa che per essere brava devi essere brutta forse il problema è loro.

LaV: Se si leggono commenti sui social, specie in relazione ai recenti fatti legati al movimento #metoo, l’umanità media in Italia è abbastanza sconfortante: rancorosa, cinica, portatrice d’odio, aggressiva, sessuofobica, violentemente patriarcale: il teatro – specie quando è teatro civile, engagé – è uno strumento di analisi. Serve a sondare i sentori del pubblico vivo, ché forse i commenti online distorcono. Come ti sembra abbia risposto finora il pubblico vivo, di fronte a queste tematiche?

Valentina Lodovini: In molti modi diversi. Nel pubblico teatrale c’è di tutto. C’è da una parte un’intelligenza viva, preziosissima, straordinaria, che risponde bene, e c’è dall’altra una chiusura mentale, purtroppo, molto meno brillante. C’è tutto quello che esiste nel paese reale. È un testo che tira fuori le cose, è inattaccabile. Ha dentro anche la commedia, fa ridere e fa riflettere, stimola il pubblico a reagire in modi diversi e confrontare le emozioni. C’è quindi una scissione ogni sera.

LaV: Ti sei diplomata al centro sperimentale di cinematografia di Roma. Hai modulato le pratiche rappresentative per la camera, e quindi per il cinema: questa cosa ti ha condizionata in qualche modo nella recitazione praticata su un palco scenico, di fronte a un pubblico presente?

Valentina Lodovini: No. Anzitutto io ho fatto un’accademia di teatro prima di fare il CSC. Comunque il Centro lavora a trecentosessanta gradi sulla formazione degli attori. È un po’ ingannevole, un po’ riduttivo, pensare che il Centro lavori solo sul cinema. Dura tre anni e mezzo e fornisce tutti gli strumenti per fare al meglio questo mestiere. Io so adeguarmi a tutti i tipi di linguaggio, conosco le regole – poi magari decido di romperle – però il mio mestiere lo so fare molto bene, se mi chiedono di declamare dei versi li declamo. Nulla è lasciato al caso. Anche in questo spettacolo qua c’è una precisa scelta mia, solo mia, di recitazione e di interpretazione. Può piacere o non piacere, però è stata una scelta. C’è una scelta ben precisa sia sul linguaggio usato, sia con la distanza che viene posta tra me e Franca Rame. Nulla è lasciato al caso. Per me non c’è differenza tra cinema e teatro, si tratta solo di come si sceglie di sfruttare il mestiere.

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Siamo tutti misantropi? – Molière al Teatro Poliziano

La rilettura de Il Misantropo di Molière va in scena sabato 17 marzo 2018 al Teatro Poliziano di Montepulciano, prodotto da Tedacà e Mulino di Amleto, con Fabio Bisogni, Roberta Calia,…

La rilettura de Il Misantropo di Molière va in scena sabato 17 marzo 2018 al Teatro Poliziano di Montepulciano, prodotto da Tedacà e Mulino di Amleto, con Fabio Bisogni, Roberta Calia, Yuri D’Agostino, Marco Lorenzi, Federico Manfredi, Barbara Mazzi, Raffaele Musella. La regia e l’adattamento sono di Marco Lorenzi.

Visti ad adeguata distanza, i comportamenti degli uomini appaiono in tutta la loro vanità: torbide meccaniche di conforto, mosse da un irriducibile vigore istintuale, decise dalle leggi di natura e dalle convenzioni giusnaturalistiche acquisite dal nostro codice. I motivi per cui ci arrabbiamo, per cui perdiamo tempo o ci definiamo tristi, i motivi per cui cambiamo umore, odiamo gli altri o concludiamo male storie d’amore. Di certo non serve analizzare i costumi di un assetto sociale esotico e lontano da noi, con la presbiopia dell’antropologo eurocentrista, poiché finanche nei contesti borghesi la vacuità e l’inconsistenza del paradigma umano sono – per l’occhio distaccato – visibilissime. Dopo mesi di abbruttita campagna elettorale, di affronti e dimostrazioni d’odio istituzionale a cuor leggero, una strana forma di anacoresi misantropica coinvolge tutti. Stiamo forse diventando tutti più cattivi, superficiali, individualisti e chiusi in noi stessi? Forse non farebbe male rispolverare qualche vecchio classico del teatro moderno.

Il Misantropo di Molière è un testo  del 1666, in un contesto nel quale lo stato assoluto di Luigi XIV si sta solidificando non solo dal punto di vista amministrativo, ma anche – e soprattutto – dal punto di vista etico, definendo una normalizzazione dei costumi finalizzata alla fortificazione della coscienza nazionale e, conseguentemente,  di asservimento al Re Sole. Nonostante il suo piglio simultaneamente realistico – nella drammaturgia – e parodico – nella dinamica psicologica dei personaggi – il teatro di Molière ebbe accesso alle stanze dorate del regno: la sua compagnia arrivò addirittura ad essere stabile presso la sala del Palais-Royal. Qui presentò tutti i maggiori titoli della sua produzione, tra cui Le Misanthrope ou l’Atrabilaire amorex: una commedia statica in cinque atti, nella quale si scorrono quadri salottieri aristocratici, in cui spicca il personaggio di Alceste. Molière stesso interpretò il protagonista di questa commedia, tanto inamovibile nella sua sicumera, tanto protervo e sussiegoso, quanto debole ed esposto ai più banali espedienti della vita di società.

Pur ricevendo i plausi dell’aristocrazia a lui contemporanea, questa non mancò di riservargli piccole angherie, come le frequenti richieste di revisione dei testi, le censure costanti, nonché i ripetuti attacchi da parte di singoli personaggi della società parigina: molti aneddoti celebri vedono il drammaturgo oggetto di espliciti affronti, come quello del duca di La Feuillade che, riconosciutosi nel personaggio del Marchese della Critica alla scuola delle mogli, gli strofinò sul viso con violenza i bottoni del suo vestito  urlandogli battute del personaggio ( «Torta alla crema! Torta alla crema!») oppure Monsieur d’Armagnac, scudiero di Francia, che lo aggredì e lo percosse in strada, ma soprattutto con il duca di Montausier che minacciò di bastonarlo a morte per averlo preso a modello nel creare il personaggio di Alceste ne Il Misantropo.

 

La sua grande capacità è stata quella di schiodare il teatro seicentesco dai canoni del tempo, dal manierismo classico del teatro delle coorti, e spostarlo verso una dimensione collettiva. È forse con Il Misantropo di Molière che nasce ante litteram il Teatro borghese. Sebbene i personaggi rappresentati siano aristocratici in pieno Ancièn Régime, le strutture drammaturgiche di rappresentazione umana – quasi scientifica e naturalista – i nuclei concettuali affrontati (la venialità, gli schiribizzi, i tic dell’alta società, le ipocrisie imperanti) saranno poi i cardini per tutto il teatro di prosa – con le ovvie e dovute specificazioni – attivo fino ad oggi.

L’occasione di vedere questo spettacolo, rappresentato con tutti crismi della contemporaneità, è sabato 17 marzo al Teatro Poliziano di Montepulciano, da parte della Compagnia Il Mulino di Amleto. La rappresentazione fa perno sulla carica innovativa, sulla grande capacità di lettura con distacco del comportamento umano più prossimo.  La vicenda di Alceste e del suo sforzo intransigente di andare oltre l’apparenza ci riconnette con il valore umano della comprensione. In questa nuova produzione nata in collaborazione con La Corte Ospitale, Il Mulino di Amleto scatena la sua intensa creatività per svelare tutta la contemporaneità di un grande classico.

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La “Principessa Nicoletta” al Poliziano. Intervista a Carlo Pasquini

Sabato 25 febbraio alle ore 21.15 e domenica 26 in  pomeridiana alle ore 17.15, il Teatro Poliziano di Montepulciano ospita la pièce firmata da Rebekka Kricheldorf, Principessa Nicoletta, alla sua…

Sabato 25 febbraio alle ore 21.15 e domenica 26 in  pomeridiana alle ore 17.15, il Teatro Poliziano di Montepulciano ospita la pièce firmata da Rebekka Kricheldorf, Principessa Nicoletta, alla sua prima rappresentazione italiana, con la regia di Carlo Pasquini. La storia senza tempo di questa fiaba per adulti narra di una giovane principessa, un vecchio re e una zia gelosa che cercano di salvare il regno sull’orlo del fallimento. L’idea è quella di dare in moglie la principessa Nicoletta al ricchissimo principe Omo che arriva accompagnato dal Gran Visir ottomano. nicoletta, stregata da una mela, si oppone al matrimonio, scatenando una serie di peripezie narrative ed inneschi drammaturgici ora divertenti, ora drammatici.

La Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano ha deciso di presentarlo nella sua stagione annuale di prosa affidandolo a Carlo Pasquini che ha radunato una esperta compagnia d’attori tra i quali spiccano la talentuosa diciottenne Emma Bali e il formidabile Gianni Poliziani, insieme a Emanuela Castiglionesi, Francesco Storelli, Pina Ruiu, Lorenzo Morgantini, Riccardo Laiali e Giacomo Testa. Con il patrocinio del Goethe Institut di Roma.

Abbiamo incontrato il regista per porgli alcune domande.

Come sei entrato in contatto con Rebekka Kricheldorf?

Io cerco costantemente di trovare testi contemporanei. Questo è il mio interesse da un po’ di anni. Frequentando l’attività del Goethe-Insitute di Roma, e conoscendo bene la direttrice, ho avuto accesso all’elenco dei giovani drammaturghi tedeschi che vengono promossi in Italia attraverso il centro culturale. Qui ho notato Rebekka Kricheldorf che aveva vinto un importante premio in Germania, (il Premio degli editori e del pubblico di Heidelberg all’Heidelberger Stückemarkt ndr) con uno spettacolo intitolato “Prinzessin Nicoletta” il quale era stato definito dalla critica tedesca “post-drammatico”. Come tutte le etichette va presa con le pinze, ma mi aveva comunque incuriosito. Si trattava di una fiaba nera sui generis ambientata ai nostri giorni. Ho contattato l’autrice su Facebook e ci siamo scambiati alcune opinioni. Dopo un po’ l’ho avvertita che avrei iniziato la traduzione del suo testo. Lei si è subito dimostrata molto contenta, visto che Principessa Nicoletta è inedito in Italia. Rustioni, con la mia amica Federica Santoro, avevano già presentato un altro suo testo, Villa Dolorsa, nel 2015 al Vascello di Roma, al Festival Colline torinesi, al Parenti di Milano e in altre occasioni. Era l’unico suo testo in circolazione in Italia. Di Principessa Nicoletta non ci sono altre traduzioni e per l’appunto questa è una prima nazionale.

Quindi hai dovuto elaborare tu stesso una versione italiana: come è avvenuto il lavoro sul testo?

Ci siamo messi a lavoro in tre, c’è voluto un po’ di tempo poiché tradurre il teatro è molto delicato. Il testo è prima passato per le mani di Elisabetta Cadorin, che ha tradotto in maniera più e meno letterale il testo, poi Erdmuthe Brand, che è traduttrice autentica ed è intervenuta per sistemare sfumature e forme più aderenti. Infine il mio intervento è stato prettamente drammaturgico. Non mi sono occupato tanto dell’aspetto linguistico della traduzione, quanto di ciò che doveva trasparire, dal punto di vista del messaggio dell’autrice. Non ho stravolto. Ho cambiato alcune terminologie. Il testo rimane quello originale nella sua lunghezza, nella sua interezza.

Dal programma di sala lo spettacolo viene indicato come “fiaba per adulti”. In che senso?

Una fiaba per adulti ha tutta la struttura morfologica di una fiaba tradizionale, ma i contenuti e l’espressione di questi non sono per ragazzi, poiché raggiungono una tensione drammatica molto alta; in questo spettacolo le azioni non sono “fantastiche”, bensì molto concrete e anche abbastanza “forti”. Non c’è un drago che si mangia il principe, ma c’è qualcosa di molto riconoscibile, anche nell’attualità. Si trattano tematiche abbastanza “calde”. In Principessa Nicoletta, ad esempio, c’è una decapitazione. Tra l’altro è la seconda decapitazione che mi capita di dirigere. La prima è stata ne Il favoloso Cincinnato tratto da Invito ad una Decapitazione di Nabokov. Quello spettacolo andò molto bene. Spero mi porti ancora fortuna. Le decapitazioni mi portano bene.

Hai messo insieme attori già navigati, volti molto noti del teatro locale che hanno già lavorato insieme, ad Emma Bali, che interpreta proprio la Principessa Nicoletta, la quale è una ragazza neodiciottenne, alla sua prima esperienza in una produzione di rilievo. Come hai gestito questa divergenza tra una “neofita” e un gruppo già formato?

Io non ho mai voluto avere un” compagnia”. Di volta in volta scelgo attori – che conosco – sulla base della parte che mi serve. E così ho fatto anche in questo caso. Negli ultimi due anni, durante i corsi che da vent’anni faccio nei Licei Poliziani, Emma mi si è rivelata un vero talento. Una ragazza di 18 anni che ha fatto solo spettacoli scolastici e di laboratorio, ma che si è sempre mostrata capace. Non mi sono posto la preoccupazione del contrasto: mi era già capitato in passato di far emergere giovanissimi dal laboratorio in palchi più importanti. Lei da subito si è dimostrata bravissima, senza far pesare le differenze. Chi ha talento ha talento anche in questo.

Il resto della compagnia come è stato “utilizzato”?

Devo dire che il testo soddisfa tutti gli attori. Tutti hanno un’abbondante parte del copione. Non ci sono prime parti. Tutti hanno porzioni rilevanti di testo. In questo è stata molto brava l’autrice a mettere insieme diverse aspettative all’interno del racconto. È interessante come si vada ad evolvere il carattere generale della vicenda, ma anche come le singole particolarità che abitano questo castello partecipino, nella loro individualità, ad uno sviluppo. Noi tra l’altro abbiamo aggiunto una figura: il servo di scena, che abbiamo chiamato Bosch, in onore del pittore Hieronymus Bosch, che non c’era nel testo originario. La Kricheldorf non ha messo nel copione i “cambi scena”, non ha inserito alcuna indicazione su come questi dovessero essere attuati. Abbiamo quindi ripristinato il “servo di scena”, utilissimo per spostare parti di attrezzeria, gestire appunto alcuni cambi scena. È una figura che comunque nel teatro tradizionale è molto presente.

Oltre alla produzione della Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, appare il patrocinio del Goethe Institute, la principale organizzazione di divulgazione di cultura tedesca. In che modo ci sei entrato in contatto?  

Innanzi tutto attraverso il Cantiere di Montepulciano ho avuto modo di fortificare molte amicizie di provenienza germanica, alcune cominciate quarant’anni fa, a partire da quella con Hans Werner Henze, che non solo è stato un mio maestro, ma è stato anche un amico e mi ha onorato di confidenze e preziosissimi consigli negli anni che abbiamo condiviso. Mia moglie poi è tedesca, quindi io – pur essendo limitato nel parlare la lingua – mi occupo da anni di cultura tedesca, conosco moltissime persone nell’ambiente operistico musicale, anche grazie all’accademia di Palazzo Ricci. Ho uno scambio proficuo con la Germania. Se pensi che il mio libretto I Tre Indovinelli per l’opera di Detlev Glanert, circola ormai in Germania da undici anni e ha superato le 120 rappresentazioni, posso dirmi integrato nell’universo culturale tedesco. Questo ha fatto sì che io sia entrato in contatto con la principale istituzione di diffusione di cultura tedesca in Italia.

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Fondazione Torrita Cultura: intervista al presidente Luca Spadacci

Anche Torrita ha la sua Fondazione che si occuperà di cultura: Fondazione Torrita Cultura. Lo statuto è stato approvato in consiglio comunale con il voto favorevole della maggioranza e dei…

Anche Torrita ha la sua Fondazione che si occuperà di cultura: Fondazione Torrita Cultura. Lo statuto è stato approvato in consiglio comunale con il voto favorevole della maggioranza e dei rappresentanti della lista civica, unico voto contrario quello del consigliere del Movimento 5 stelle.

La Valdichiana ha intervistato il Presidente della Fondazione Luca Spadacci per capire il ruolo che avrà all’interno del territorio. Nata il 21 Ottobre 2014, la Fondazione vuole cercare di valorizzare e di far conoscere il cospicuo patrimonio culturale che la cittadina di Torrita possiede. Una delle idee dell’Associazione, è cercare di creare nuove iniziative di carattere sociale oltre che culturale. Al momento i membri stanno lavorando per elaborare un’attività di promozione e di supporto per sostenere quanto già fanno le varie associazioni, cercando di mettere in piedi iniziative del tutto nuove.

La Fondazione Torrita Cultura ha intenzione di creare autonomamente un Festival?

È ancora presto per parlare di un evento di grandi dimensioni come un Festival vero e proprio, anche perché i fondi che abbiamo a disposizione sono modesti. Resta il fatto che se i cittadini, hanno una particolare idea per un Festival Culturale a Torrita, noi chiediamo loro di esporci il progetto e cercheremo di fare del nostro meglio per attuarlo insieme.

Quindi la nascita di questa Associazione non lascia presupporre il mancato rinnovo della partecipazione di Torrita alla Fondazione Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano.

No, la collaborazione continua. e noi non abbiamo che da imparare da una Fondazione del genere che possiede più esperienza della nostra, ed è molto più ricca.

Chi sono gli altri componenti dell’Associazione?

Appartengono al Consiglio il Sindaco Giacomo Grazi e l’assessore alla cultura pro-tempore, in quanto membri di diritto. Sono poi stati nominati 5 cittadini torritesi, al momento 3 uomini e 2 donne, scelti tra coloro che in passato si sono contraddistinti per l’impegno in attività culturali e sociali per la comunità. Ci auguriamo comunque che il numero di coloro che vogliono aderire spontaneamente, aumenti.

Questo verrà fatto affinché Torrita diventi un autentico laboratorio di idee, nonché una vera e propria fucina creativa, – continua Luca Spadacci – per migliorare il benessere dei torritesi e dare un’immagine positiva della comunità.

In precedenza, è mai esistito niente di simile a Torrita?

No, l’idea è del tutto nuova e priva di precedenti, e affonda le radici nel programma elettorale dell’attuale Sindaco. Dopo essere stato eletto, egli ha subito iniziato a lavorare per realizzare la Fondazione, strumento privilegiato per l’attuazione del suo programma per la cultura a Torrita.

Per quanto riguarda i progetti dell’area Valdichiana Luca Spadacci dice:

Tutti i progetti culturali, a parere mio, non hanno e non devono avere dei confini territoriali. La nostra priorità è ovviamente che i progetti siano interessanti per la nostra comunità, ma saremmo felici di abbracciare i gusti di qualsiasi cittadino, di area Valdichiana e non.

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Il soldato soddisfatto della sua impresa al 39° Cantiere di Montepulciano

Decisamente un’esperienza da rivivere, da condividere, da celebrare. In un momento così dannatamente turpe, in mezzo a questo luglio dannato e torrenziale. “E la chiamano estate” diceva Califano. Ma il…

Decisamente un’esperienza da rivivere, da condividere, da celebrare. In un momento così dannatamente turpe, in mezzo a questo luglio dannato e torrenziale. “E la chiamano estate” diceva Califano. Ma il teatro, fortunatamente, è la terapia migliore per tutte le malinconie, anche quelle meteoropatiche.

image(1)Venerdì 25 luglio la prima, in piazza grande a Montepulciano, è stato un turbinio di soddisfazioni. Una festa, continuata dentro il teatro Poliziano, dopo lo spettacolo; una “rimpatriata” di tanti vecchi e nuovi amici del Cantiere internazionale d’Arte.

Gianni Poliziani e Fabio Maestri hanno continuato a provare e riprovare le parti di commistione tra prosa e musica, anche dopo la prima;

Io, per me, ho insegnato alla troupe francese il significato profondo del Martini Spritz e dei vini toscani. Venendo loro da Bordeaux, sono giunti in valdichiana con la profonda convinzione che il vino migliore al mondo fosse francese. Per forza e per amore ho dovuto farli ricredere.

Le repliche di Sarteano e San Casciano dei Bagni sono state turbate dalle piogge di questo luglio, come abbiamo già detto, incompatibile con l’idea oggettivamente condivisa che le persone hanno di “estate”. Ma lo show è continuato lo stesso. Nonostante le intemperie. A Sarteano con un po’ di pazienza abbiamo atteso la fine dello scroscio. A San Casciano del Bagni ci siamo rifugiati dentro il teatro comunale (piccolissimo ma amorevole) nel quale abbiamo smontato lo spettacolo è proposto una “riduzione” molto particolare della mise en scène.
Cetona è stata la serata ideale per uno spettacolo di piazza. Un cielo sereno ha avvolto le nostre parole, i nostri gesti e le nostre tensioni.

Gli articoli che avete visto nei giorni scorsi peccano decisamente di ricercatezza e brillantezza nella retorica e nei contenuti. A mia discolpa debbo dire che sono stati stesi alle due di notte, ogni notte, dopo giornate intere (mattina-pomeriggio-sera) di prove intensive. I ritmi sono stati devastanti e la fluidità del pensiero ne ha risentito. Ma se mi dicessero di ripetere tutto, le ore sudate, le notti in bianco e la tensione prima di ogni spettacolo, direi di sì; tutto, rifarei tutto.

Proprio oggi la troupe torna a Bordeaux. È stata una meravigliosa esperienza che, come al solito quando si tratta di teatro, dispiace tantissimo aver concluso.

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Diario di bordo del soldato al 39°Cantiere di Montepulciano – Giorno 3

Siamo ormai alle battute finali della preparazione dello spettacolo. Stiamo assillando Franca Dottori, capo della sartoria del cantiere internazionale d’Arte, che dovrebbe essere santificata per la disponibilità e la solerte…

Siamo ormai alle battute finali della preparazione dello spettacolo. Stiamo assillando Franca Dottori, capo della sartoria del cantiere internazionale d’Arte, che dovrebbe essere santificata per la disponibilità e la solerte precisione con cui esaudisce  ogni nostra più strampalata richiesta.

Ieri, 22 luglio, ci siamo concentrati sulla fisicità; Blanche ha insegnato a Gianni Poliziani le teorie e le tecniche della posa artistica. Io ho cercato di migliorare alcuni tratti scenici, alcune tessiture gestuali, con l’aiuto di Jean Philippe Clarac e Blanche Konrad.

IMG_20140722_233848In tarda serata abbiamo provato con l’orchestra. Ecco che rispetto alle prove senza orchestra, nelle quali ci basavamo su un disco, agire la scena con dei musicisti che suonano ha un impatto ben più esaltante. L’orchestra è un’entità viva che entra a far parte della scena, e gli ictus, gli accenti che determinano variazioni dell’azione sono decisamente più percepibili, coesistono con la diegesi;  si mescolano con la narratologia di palco.

Ho scoperto che i direttori d’orchestra sono più cattivi, nei confronti dei loro musicisti, che i registi di prosa nei confronti dei loro attori.

Oggi sono arrivati gli inglesi; parte dell’orchestra del Royal College of Music di Manchester. Hanno già riempito le strade di Montepulciano dei loro cori ed hanno già consumato ingenti quantità di alcolici. Ho scoperto che i registi francesi hanno un odio viscerale nei confronti degli inglesi; “les anglais… je deteste!”

Il palco non è propriamente convenzionale; le scelte di regia sono orientate verso il ripristino del sentore originale di Stravinsky, di Ramuz e di Ansermet, i quali motivati da una ricerca sperimentale di sintetismo scenico e da una ristrettezza economica dovuta al disastro della prima guerra mondiale, portarono in giro per la Svizzera del 1918 uno spettacolo itinerante, con una strumentazione facilmente trasportabile (ridotta a violino e contrabbasso per gli archi, per i legni il clarinetto e il fagotto, per gli ottoni la cornetta a pistoni e il trombone e per le percussioni un solo batterista), una scena semispoglia, da teatro ambulante.

IMG_20140722_230957Di fatto la nudità della scena vuole elevarsi a metafora di una situazione europea a cento anni dalla prima guerra mondiale; i conflitti che prima venivano scanditi dai colpi di mitraglia e dalle giornate di posizione in trincea, oggi – sebbene superati i dissidi bellici – vengono sostituiti da una forma di unità assai precaria, da squilibri socioeconomici ahimè ancora presenti sulla scena europea, dopo cento anni. La compravendita dell’anima che il Diavolo impone al povero Soldato de l’Histoire, di fatto, vuole essere questo; una narrazione dell’Europa di ieri ma soprattutto di oggi.

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