Quando si entra nell’ampio parco dei giardini pubblici di Chiusi Scalo, trasfigurato in occasione del Lars Rock Fest 2017, il palco centrale si trova in un’area nascosta. Lo stage si scorge infatti nel bassopiano circolare, perimetrato da latifogli – dalla parte opposta dell’ingresso da via Oslavia – per il quale la dorsale erbosa del parco va a configurarsi come una vera e propria tribuna naturale. È proprio da lì che mi trovo ad assistere allo splendido live dei Public Service Broadcasting la sera dell’8 luglio: probabilmente una delle rivelazioni più felici del rock britannico negli ultimi anni, capace di coniugare l’afflato del suono chitarristico secco, cui ci hanno abituato gli ultimi quindici anni di indie rock inglese, a componenti elettroniche, campionamenti, formule pluridimensionali di resa sonora – il chitarrista tiene di fronte a sé un Nord Lead capace di buttare, in diffusione, suoni di cui le nostre orecchie nemmeno credevano possibile l’esistenza – nonché una capacità visuale di gestione del palco formidabile, con visual che si dimostrano parti integranti dello show.

La serata segue quella che ha visto come headliner i Gang of Four, storica band di quella koinè New Wave della città di Leeds che ha prodotto, negli stessi anni, da una parte i Soft Cell e dall’altra i Sister of Mercy – quindi capace di smarcare i toni lugubri del post-punk à la Ian Curtis e rivolgersi anche al funky, alla disco e agli spunti goth rock che venivano da oltreoceano – e non a caso, di recente, ha regalato al mondo Kaiser Chiefs e Alt-J.

Precede invece quella che ha visto esibirsi i canadesi Austra, ribadendo i canoni del synthrock contemporaneo, con in apertura il nostro wrongonyou, rivelazione assoluta della musica italiana nel 2016, continua a girare l’Europa con il suo dream pop acustico, toccando anche Chiusi. C’è quindi – è evidente – una forte coerenza interna nelle scelte musicali, ed è una delle cifre di qualità che il Lars mantiene costantemente viva nelle sue attività.

 

 

La musica però, proprio come la collocazione dello spazio live, è un dato ambientale, un motivo complementare che va ad intersecarsi con le altre anime del festival, coloratissime, vive, dinamiche. Nel percorso che attraversa il parco infatti si incappa in Rumore, la mostra fotografica curata da Flashati Cinefotoclub, in cui sono catturate le espressioni in primo piano di soggetti nel momento in cui le frequenze musicali entrano nelle loro orecchie; le stampe di Lucetipo e i disegni di Creative Label, concretizzati con la tecnica della cianotipia; lo spazio di This Is Not A Love Song, artisti dal multiforme ingegno che in nome della nostalgia vaporwave, e del cult alternativo canonizzato degli anni ’80, modellano e personalizzano cassette tape, VHS, poster e tutte le piattaforme possibili.

Un pannello bianco orizzontale, al lato della birreria, vede un affollamento di artisti figurativi volatili, partecipanti alla performance di tre giorni che vede sfidarsi Mynameisbri, This Is Not A Love Song e Lucetipo, al colorismo di rese in live painting, piacevolmente disturbati dagli avventori.

 

 

Ho incontrato il direttore artistico del festival, Alessandro Sambucari, che – concedendomi tempo prezioso alle centinaia di incombenze sovrapposte nei giorni del festival – ha risposto ad alcune mie domande.

Quale è stato il percorso dietro la Line-up di quest’anno?

Per il taglio che abbiamo deciso di dare alle proposte musicali, ormai da qualche anno, il percorso che porta alla definizione della line-up assomiglia molto ad una via crucis. Il nostro tentativo è avere sul palco band straniere che abbiano un livello di interesse internazionale, compatibilmente con il nostro budget, che difficilmente passano in questa parte d’Italia. Possibilmente con un album nuovo in promozione. Già questo basterebbe a rendere le cose complicate: se poi ci metti la collocazione geografica sfavorevole dell’Italia in generale rispetto all’Europa – e di Chiusi a livello nazionale – puoi capire facilmente che incastrare tutto è sempre difficile. Per non parlare dei compensi nei festival europei rispetto ai nostri… ad ogni modo, speriamo e crediamo di essere riusciti anche quest’anno a proporre una line-up che tocchi tutti i generi musicali a noi cari – post-punk, psych-rock, electro-pop, etc – guardando sia al futuro – e mi riferisco agli Austra ed ai Public Service Broadcasting – che al glorioso passato, che tanto passato non è: i Gang Of Four in esclusiva nazionale. Senza dimenticare di dare spazio alle band italiane che a nostro parere sono fra le più interessanti in circolazione. Ah, tutto, come sempre, gratuito.

 

Rispetto agli altri festival del territorio, quale identità artistica ha secondo te in particolare Lars?

Come in parte ho già detto , ciò che ricerchiamo è esattamente trasmettere di anno in anno una identità precisa al pubblico presente. Lasciare la certezza che l’anno successivo, tornando al Lars Rock Fest, ci si possa ritrovare nello stesso clima di festa. Questo certamente passa anche dalle scelte artistiche che mirano volutamente ad un certo target di pubblico e che facciamo di tutto per mantenere coerenti senza stravolgimenti nelle varie edizioni. Personalmente non sono un grande sostenitore di festival piccoli che da un anno all’altro, o addirittura all’interno di una line-up, mischiano il metal col jazz, il blues con l’elettronica, senza un filo logico che colleghi il tutto. Cerchiamo di essere coerenti con lo spirito che si è venuto a formare nelle ultime edizioni. Oltre alle scelti musicali però, almeno per noi, hanno fondamentale importanza tutte le situazioni collaterali che tentiamo di mettere in piedi come associazione ( il Gruppo Effetti Collaterali ndr) e che richiedono un impegno costante ed elevato. Quest’anno, per esempio, abbiamo un laboratorio di riciclo creativo per bambini dai sei agli undici anni, letture con musica live per bambini dai zero ai sei anni, lezioni di yoga, presentazioni di libri, un team di disegnatori, illustratori e fumettisti che nel corso delle serate realizzano un murales di venti metri quadri ed interagiscono con altri artisti ospiti (Mynameisbri per la serigrafia, Lucetipo per la cianotipia e This Is Not A Love Song per le musicassette illustrate), una mostra fotografica multisensoriale. Anche tutte queste attività saranno proposte gratuitamente.

 

Ogni festival locale ha un rapporto diverso con i residenti che circondano le aree concerti: che rapporto hanno i chiusini con Lars, specie quelli più distanti dalle poetiche r’n’r?

Per la mia esperienza: il Lars con gli abitanti di Chiusi ha più o meno lo stesso rapporto di tantissime altre situazioni simili. Nel tempo siamo riusciti a coinvolgere oltre cento volontari nell’organizzazione e già questo, per un paese abbastanza piccolo come Chiusi, credo sia sintomatico di un certo apprezzamento. Le ottime affluenze degli anni passati lasciano intendere che a molti abitanti venire a fare due passi ai giardini, ascoltare un po’ di musica e bere una birra non dispiace. Fondamentale, poi, è anche il rapporto con i negozianti, sempre disponibili nel trovare nuove forme di cooperazione, come per esempio, dedicare le proprie vetrine alla musica nel periodo del festival. È certamente innegabile che, come in ogni manifestazione musicale che porti un buon numero di persone in paese, ci siano anche delle lamentele e delle problematiche, che da parte nostra ascoltiamo e facciamo di tutto perché non si ripetano. Siamo consapevoli che tutto sia migliorabile.

Quali sono state le novità di quest’anno?

La principale è il passaggio dai due giorni classici ai tre giorni di festival. Un incremento considerevole di impegno richiesto, sia nella tre giorni che durante i mesi precedenti. Abbiamo poi un dj-set al tramonto, dalle 19 alle 21, in zona relax con possibilità di stendersi sul prato, bere una birra o un cocktail ed ascoltare le selezioni musicali dei dj mentre si attendono i live o di andare a cena. Altra novità è, dopo la fine del concerto degli headliner, un “palco” secondario chiamato campfire stage e dislocato su una collinetta dei giardini pubblici che fa da anfiteatro naturale ai tre musicisti che si esibiranno in versione completamente unplugged, quindi senza alcuna amplificazione, per concludere la serata così come è iniziata, in totale relax, stesi in mezzo al verde con una birra in mano. Abbiamo per il secondo anno un servizio di navetta gratuita che collegherà il Lars alla stazione, al centro storico ed al campeggio al lago di Chiusi.

 

Della città di Chiusi, negli ultimi due mesi, si è parlato in modi diversi, tra polemiche e marette, scivoloni e riscatti a più riprese. Nonostante tutto, i tre giorni di Lars, sono stati un’occasione di approfondimento, di pluralità e di confronto; dimostrazione di capacità reattiva e simultaneità collettiva. Quella progettualità educativa, fondata sulla formazione – umana più che umanistica – degli individui, volta alla fruizione culturale, di cui la Fondazione Orizzonti dovrebbe essere garante, ha trovato in quest’edizione di Lars un canale di rafforzamento. Un festival che sia musica di qualità, ma anche arte, letteratura (GEC&Book), fotografia, laboratori per bambini ed espressioni del corpo (come i workshop Yoga&Natura di Eleonora Cosner), ricopre esattamente quello che politiche giovanili e culturali dovrebbero sostenere quanto più possibile in ogni luogo: l’essere costantemente in confronto con la creatività propria e quella altrui, con le possibilità pratiche che scopriamo di possedere e quelle che riusciamo a scorgere negli altri; affinare sensi critici e sensibilità creativa; riuscire a riconoscere il bello in noi stessi e nelle persone che ci circondano; divenire, quindi, esseri umani sempre più consapevoli di un benessere collettivo per cui la diversità e la contaminazione non rappresentino mai un allarme.

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