La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: chiusi

Valdichiana, un anno in breve: i dieci eventi più significativi del 2019

Con la fine dell’anno arriva puntuale anche il momento dei bilanci, quello in cui si tirano le somme degli dodici mesi appena trascorsi e si passano in rassegna gli eventi…

Con la fine dell’anno arriva puntuale anche il momento dei bilanci, quello in cui si tirano le somme degli dodici mesi appena trascorsi e si passano in rassegna gli eventi che più li hanno caratterizzati. Quando mancano ormai poche ore all’arrivo del nuovo anno, ecco un riepilogo delle dieci vicende più significative per il territorio della Valdichiana in questo 2019.

13 febbraio
Viene sottoscritto l’atto costitutivo della Fondazione Valdichiana Promozione, dai sindaci e dagli amministratori dei Comuni di Cortona Francesca Basanieri, di Chiusi Juri Bettolini, di Castiglion Fiorentino Mario Agnelli, di Sinalunga Riccardo Agnoletti, di Torrita di Siena Giacomo Grazi, dall’Assessore di Montepulciano Franco Rossi, il Presidente di Confindustria sez. Valdichiana Giovanni Tiezzi, il Presidente di Aion Cultura Eleonora Sandrelli, il Presidente dell’Associazione OnTheMove Nicola Tiezzi, il Presidente di Confagricoltura Arezzo Angiolino Mancini, Sara Rapini della Conserveria, Fulvio Benicchi direttore della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi, con il sostegno dell’azienda Aboca e del Console Onorario del Lussemburgo Stefano Cacciaguerra Ranghieri, in qualità di fondatori del progetto. La Fondazione Valdichiana Promozione nasce come iniziativa di collaborazione per diffondere le opportunità dei Fondi Europei per le imprese del territorio.

30 marzo
Torrita di Siena e Montepulciano diventano mete di riferimento per il ciclismo internazionale, in quanto punti di partenza e di arrivo dell’edizione italiana della gara Gran Fondo New York, un evento per appassionati di ciclismo provenienti da tutto il mondo che si ripeterà anche nei prossimi due anni.

11 aprile
Viene annunciato l’imminente inizio dei lavori al pronto soccorso dell’ospedale di Nottola, un progetto per 2 milioni e 200 mila euro messi a disposizione dalla Regione Toscana e fondi aziendali, che prevede l’ampliamento e la riorganizzazione dei locali di accesso al monoblocco.

26 maggio
In concomitanza con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, si vota per le elezioni amministrative in 11 comuni della Valdichiana. Un mese dopo, il 26 giugno, si insedia la nuova giunta dell’Unione dei Comuni.

9 giugno
Arriva l’alta velocità a Chiusi, con la fermata di due treni Frecciarossa stabilita inizialmente per il periodo estivo e poi prolungata fino al 7 gennaio 2020. Nel periodo tra giugno e novembre i biglietti venduti da e per la stazione di Chiusi-Chianciano Terme sono oltre 15mila.

25 settembre
Il Consiglio regionale approva all’unanimità il progetto di candidatura del paesaggio della bonifica leopoldina in Valdichiana Toscana, finalizzato alla salvaguardia del territorio attraverso varie attività di mantenimento e valorizzazione dell’area. La ratifica arriva dopo la firma del protocollo d’intesa tra Regione Toscana e Comune di Lucignano, individuato come capofila del progetto che coinvolge anche i comuni di Arezzo, Castiglion Fiorentino, Civitella Val di Chiana, Cortona, Foiano, Marciano della Chiana, Monte San Savino, Montepulciano, Sinalunga, Torrita di Siena e Chiusi, per l’inserimento del paesaggio della bonifica leopoldina della Valdichiana nel Registro Nazionale dei Paesaggi Storici d’Italia.

1 ottobre
La Valdichiana Senese riceve il titolo di Comunità europea dello Sport per il 2021. Federazione delle Capitali e delle Città Europee dello Sport (ACES Europa) premia il progetto di area che vedrà nel 2021 la Valdichiana sede di numerosi eventi e iniziative a tema sportivo. Il 4 novembre, alla presenza del Presidente del Coni Giovanni Malagò, della Vice Presidente Alessandra Sensini e del Presidente di Aces Europa Pierfrancesco Lupattelli, al Foro Italico viene conferito il riconoscimento alla delegazione formata dai sindaci e i rispettivi assessori allo sport dei comuni coinvolti.

5 ottobre
La Regione Toscana approva il finanziamento per il progetto “Vero Aglione della Valdichiana”, coordinato dalla società Qualità e Sviluppo Rurale di Montepulciano, Università degli Studi di Siena-Dipartimento di Scienze della Vita, ANCI Toscana, CIA Toscana, la società Agricoltura è Vita-Etruria e quattro produttori dell’Associazione per la Tutela e la Valorizzazione dell’Aglione della Valdichiana. Il fine è quello di certificare la provenienza del prodotto attraverso un sistema di informatico in grado di informare il consumatore finale.

21 ottobre
La cooperativa Coagria, con sede nel comune di Marciano della Chiana, sottoscrive un contratto di lungo termine con l’azienda Ferrero, per la coltivazione delle nocciole sul territorio di 50 delle circa 200 imprese agricole che riunisce. Lo sviluppo di una nuova filiera produttiva delle nocciole locale andrà ad aumentare l’impiego di materia prima di origine nazionale da parte del Gruppo Ferrero.

14 dicembre
Acea Ambiente ritira il progetto di costruzione dell’impianto di recupero di fanghi biologici delle acque reflue urbane, per il quale aveva acquistato l’area “Ex Centro Carni” di Chiusi Scalo, piano al centro di un’inchiesta pubblica richiesta dalla Regione Toscana e di un lungo e aspro dibattito sia nel territorio chiusino che nel territorio circostante.

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“Dillo a me”: a Chiusi apre un punto di ascolto per chi soffre di dipendenze

È nato a Chiusi il Punto di Ascolto “Dillo a me”, uno spazio dove le persone che soffrono di dipendenze possono aprirsi, parlare delle loro problematiche e trovare la strada…

È nato a Chiusi il Punto di Ascolto “Dillo a me, uno spazio dove le persone che soffrono di dipendenze possono aprirsi, parlare delle loro problematiche e trovare la strada verso la terapia. La presentazione del nuovo punto di ascolto era avvenuta lo scorso 21 settembre con un convegno dal titolo “Liberi dalle dipendenze” presso la sala conferenze San Francesco di Chiusi.

L’iniziativa è stata promossa dall’Associazione degli Anziani (A.D.A.) della provincia di Siena con l’intento di sensibilizzare e offrire un punto di riferimento per tutta la popolazione sulla tematica delle dipendenze. L’apertura dello spazio è la fase conclusiva di un percorso di contrasto alle dipendenze iniziato dal Comune della Città di Chiusi nel luglio 2018 portato avanti tramite convegni e incontri sulla tematica in collaborazione con il SERD della Zona Amiata Val d’Orcia e Valdichiana Senese. Ed è stata proprio l’A.D.A. a volere fortemente la creazione di un Punto di Ascolto sulle dipendenze dopo aver rilevato nella comunità il bisogno di aprirsi e affrontare una tematica così delicata.

Il servizio, completamente gratuito e attentissimo alla riservatezza della privacy di chi vi si rivolge, si è ufficialmente attivato nella prima settimana di ottobre. La presidente Nellina Quitti ha sottolineato l’importanza di dare ascolto alle necessità di chi soffre di dipendenze: «In generale sono situazioni molto difficili. Il problema non si limita alla complicata decisione di riconoscersi in difficoltà, ma si allarga al disagio della richiesta di aiuto. Aprirsi o confidarsi a degli estranei può sembrare un muro insormontabile. Ma la certezza è che una volta abbattuto questo ostacolo, la condivisione delle proprie esperienze risulterà molto più semplice e indirizzata verso la soluzione».

Al Punto di Ascolto lavorerà il personale formato direttamente dal SERD di Chianciano al quale si aggiunge il Dottor Becattini, un esperto psichiatra.

«Vorremmo che da noi si rivolgessero tutte quelle persone che soffrono a causa di dipendenze» ha dichiarato la presidente Quitti «siamo pronti ad ascoltare le loro storie, le loro difficoltà, le loro paure e le loro debolezze. Quello che voglio dimostrare è che con l’aiuto giusto si può uscire da certi tunnel che possono sembrare infiniti. Vorremmo dare speranza a tante persone».

Soltanto nella zona di Chiusi, secondo l’A.D.A., ci sono molte persone affette da dipendenze: giovani, adulti e anche anziani. La dipendenza da sostanze stupefacenti e quella da alcol sono ormai diventate una piaga tra i giovani, che oltretutto stanno cadendo vittime della ludopatia, convinti di trovare fortuna e una soluzione alla loro condizione di indigenza.

«Ci vuole coraggio sia da parte di chi soffre, che da parte delle istituzioni. Bisogna far venire allo scoperto chi soffre» ha continuato Nellina Quitti. «Il nostro vuole essere un punto d’ascolto per dubbi e informazioni, e uno strumento per tutti, operatori del settore e cittadini. Sarà quindi un’esperienza di prevenzione, di contatto con il territorio e di analisi, perché le dipendenze non devono essere solo curate».

Il Punto di Ascolto “Dillo a me” si trova nella Sede operativa dell’Associazione A.D.A. in Via Cassia Aurelia I, 88/90, Chiusi stazione aperto il primo e l’ultimo sabato del mese dalle 10:30 alle 12:30 e il secondo e terzo mercoledì del mese dalle 17:30 alle 19:00. Per maggiori informazioni è possibile contattare la segreteria organizzativa dell’associazione al numero 0578/226644.

Il convegno di presentazione del punto di ascolto a Chiusi

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I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo…

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo conosciuti nel settembre del 2016, quando avevano appena cominciato a calcare i palchi del nostro territorio. Dopo tre anni esatti li abbiamo incontrati di nuovo al Live Rock Festival di Acquaviva. La filosofia di fondo è rimasta: vivere senza affanni. Ciò che è cambiato è la consapevolezza di essere arrivati al un punto di maturazione.

Cos’è cambiato da quando ci siamo conosciuti?

La nostra musica è cambiata tantissimo. Adesso è tutta un’altra cosa. Nel tempo abbiamo variato gli ascolti musicali e questo ha avuto un riflesso nelle nostre produzioni. Eravamo più acerbi, ovviamente, ma anche più legati a una tradizione indie italiana. Adesso siamo influenzati da artisti come Kurt Vile, Brian Jonestown Massacre, Black Angels, War on Drugs. Che poi è rock alternativo, ma non italiano. Sicuramente ci discostiamo dall’Hip Hop che va molto in voga ora. Siamo molto felici che esistano festival come il Live Rock, che permettono a band che suonano musica simile alla nostra di potersi esprimere in una scena dominata dalla trap e dall’Hip Hop. Nonostante ciò, manteniamo una radice italiana. I Verdena e gli Afterhours ci hanno lasciato tanto, rimangono le nostre basi.

Di cosa parlano le vostre canzoni?

Devo rispondere sinceramente? Diciamo disagio esistenziale, però in realtà parlano di fica. Delle varie sfumature, che possono essere tantissime cose. È la percezione del vivere che ho a 30 anni. Sono esperienze personali.

Progetti per il futuro?

Un disco. Da autoprodurci, perché stiamo provando a mettere su uno studio di registrazione. Già l’ultimo EP l’abbiamo registrato da soli, nonostante tutte le difficoltà. Ora abbiamo diversi pezzi in cantiere. Vorremmo anche spostarci dal territorio, cercare di farci ascoltare fuori dalla Toscana. Speriamo che il Festival di Acquaviva sia un trampolino di lancio per noi. Anche perché abbiamo delle date importanti in questo periodo, siamo molto soddisfatti. Tornando al disco, ci sentiamo maturi per creare qualcosa che davvero ci rappresenti, che faccia capire a chi ci ascolta chi siamo.

Obiettivi e aspirazioni?

Nessuna avidità. Far sentire la nostra musica. Rimanere belli puri. Come ci insegna il nostro mentore – il Drugo Lebowski – prendiamo quello che viene. Le aspirazioni le abbiamo, ovviamente. Non saremmo riusciti a salire su questo palco, altrimenti. Però vogliamo sempre rimanere attaccati a ciò che ci piace: sarebbe brutto scendere a compromessi per diventare più famosi.

(foto di Irene Trancossi – Live Rock Festival Acquaviva)

 

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Orizzonti a Chiusi, ma Aperti – cos’è stato #DONNA2019

Procediamo per immagini: domenica pomeriggio, Parco dei Forti a Chiusi, fa caldo. Un nuvolo di pubblico – che sulle prime altro non faceva che sollevare lo smartphone per fissare in…

Procediamo per immagini: domenica pomeriggio, Parco dei Forti a Chiusi, fa caldo. Un nuvolo di pubblico – che sulle prime altro non faceva che sollevare lo smartphone per fissare in memoria video che non riguarderà mai – tace estasiato da un gruppo di bambini che sta raccontando (drammatizzandola) la fiaba di Cappuccetto Rosso. I codici sono bambineschi eppure efficaci. I rapporti di ascolto, convenzionalmente stabiliti dall’uso comune, vengono rovesciati: sono gli infanti che raccontano fiabe agli adulti. Adulti persi nel telefono, imbambolati dai meme, scossi e ridestati dai figli che raccontano loro fiabe. Niente di meno improvvisato: è uno spettacolo che si intitola Bambini che Raccontano nei Parchi. È la penultima rappresentazione in programma per il Festival Orizzonti 2019, diretto da Gianni Poliziani.  Alessandro Manzini ha sapientemente gestito un gruppo di 26 bambini, tutti i giorni, dal 5 all’11 agosto, dimostrando una pazienza e una capacità drammaturgica notevole: tutto ciò che Manzini elabora, per la messa in scena di fine laboratorio, muove da istanze che arrivano dai partecipanti: la scrittura è imminente, corale, complementare.  Già il pomeriggio precedente i ragazzi di un altro laboratorio avevano dimostrato la costruzione di uno spettacolo teatrale, mosso dagli spunti di drammatizzazione corporea emersi durante sei giorni di workshop intensivo, tenuto da Francis Pardeilhan. Anche in quel caso – probabilmente in misura maggiore – il dato esperienziale, di nutrimento conoscitivo, vissuto dal pubblico è stato rilevante. Sempre frutto di un percorso laboratoriale è stato anche Inferno SRL, messo in scena nel pomeriggio di venerdì, che avevamo già avuto modo di vedere in una versione teatrale – sacrificata – e che invece nella cornice open-air di Parco dei Forti trova il suo habitat drammaturgico.

Ma procediamo per immagini. Una platea che in attesa dello spettacolo si presenta come uno smisurato tappeto di ventagli, quasi da sembrare un ingabbiato allevamento di lepidotteri. Prendete infatti le temperature medie della settimana dal 5 all’11 agosto 2019 a Chiusi Città: picchi di 36 gradi nel pomeriggio  e minime che non scendevano al di sotto dei 22. Sfido chiunque a mantenere quattrocento persone chiuse in un teatro per due ore, senza aria condizionata. C’è chi ce l’ha fatta. La Stazione del gruppo LST Teatro è stata un rapimento cognitivo che ha sospeso le percezioni fattuali convincendo tutti i presenti di trovarsi altrove. È agosto di uno degli anni più caldi del secolo? I gradi percepiti sono 50? No, è un giorno di pioggia invernale: in scena una stufa a legna, i pellicciotti, una pioggia continua che sembra battere sui vetri delle finestre, gli attori che entrano dalle quinte trafelati e umettati d’acqua piovana: quella che si presenta agli occhi del pubblico è una scena totalizzante, persuasiva, che trascende lo spettatore.

La scenografia e in generale la tecnica prepotente e prorompente – gestita in parte direttamente dal Regista Manfredi Rutelli – sono un punto di forza dello spettacolo. Tecnica che non si pone come semplice orpello estetico, ma di reale peso diegetico. È infatti intorno alla pioggia, alla rumoristica fuori-scena, agli effetti mobili di alcune porzioni di scenografia che si sviluppa la vicenda de La Stazione. Il plot vede un capostazione, di un imprecisato momento storico (tra gli anni ’90 e i primissimi 2000), in un altrettanto imprecisato luogo del sud Italia, vedere rotta da un evento imprevisto la sua rigida routine; tanto rigida da fargli calcolare tempistiche precise, con minutaggio effettivo, della preparazione del caffè, del tempo che lo sportello – rotto – di una vecchia mensola ci mette a scattare verso il basso. Si tratta dell’arrivo, in stazione, di Flavia, giovane e attraente ragazza, in abiti borghesi, in fuga da una festa e da un compagno troppo possessivo e violento. Quello che vuole è tornare a Roma in treno.

Interessante peculiarità del gruppo LST è proprio il rifiuto dalla tecnica prescritta: le luci, così come le musiche (sovente eseguite da Paolo Scatena durante gli spettacoli, come abbiamo avuto modo di sentire nel pirandelliano L’Uomo, La Bestia, La Virtù) vengono determinate dal respiro del pubblico, dall’andamento della mise en scène. È una compagnia attentissima alle urgenze della platea. Allo stesso modo per La Stazione, le istanze degli spettatori arrivano evidentemente a deviare certe ritmiche di scena: applausi a scena aperta e fragorose risate impreviste, hanno evidentemente interrotto un flusso recitativo continuo. Alessandro Waldergan – fungente da termometro tensivo e da bilanciamento drammatico in più punti – occupa la scena per il 90 per cento dello spettacolo,  dentro una divisa FdS di almeno una taglia più grande. L’abito caratterizza tantissimo il personaggio interpretato da Waldergan, che procede per scatti mimetici, infondendo dapprima insicurezza, subalternità rispetto agli altri personaggi, per poi percorrere un processo di riscatto che si riverbera anche nei movimenti stessi. Il contraltare fisico è il bruto Gianni Poliziani, in giacca e papillon, fidanzato di Flavia, che cerca di recuperare la ragazza – più interessato alla brutta figura che sta facendo alla festa dell’alta società, che all’effettivo sentimento – e riportarla alla festa. Poliziani lavora tantissimo di spalle, caratterizza il bruto gonfiando i toni e il petto, forzando costantemente la parte inferiore del volto, accentuando un prognatismo volitivo funzionalissimo alle attribuzioni di scena. Silvia Frasson interpreta invece Flavia, al centro di questo triangolo di tensioni che va crescendo lungo tutta l’ora e mezza di spettacolo: a lei va la responsabilità più grande di essere stata bravissima come punto focale, la bandierina al centro della linea di gioco il secondo prima dell’annuncio dei numeri: ha mantenuto la stessa carica drammatica, pur surfando sulle ondate sceniche degli altri due personaggi. Bravi tutti, ottima regia. Non è facile tenere il palco bene in tre, lavorando in complementarità con molta tecnica di scena e soprattutto con quaranta gradi.

Il tema delle cinque giornate di spettacoli è stato “DONNA”, proprio perché di donne, sul palco, se ne sono viste moltissime. Livia Castellana e Debora Villa, ad esempio, che con due monologhi diversissimi, in due location diverse, hanno attraversato le fasi della vita di una donna, con il piglio narrativo e introspettivo che ha fatto riconoscere in molte presenti – ma anche, inaspettatamente in molti presenti – schemi esistenziali comuni. La paura di invecchiare, di restare soli, di non essere volute o voluti, respinti: sono sentimenti sineddotici di tutti gli esseri umani.

Livia Castellana ha lavorato – sotto lo sguardo registico di Gianni Poliziani – su un testo di Aldo Nicolaj intitolato “Poco Più, Poco Meno”, con alcune azzeccatissime modifiche sull’originale. La crescita della protagonista è resa da una capacità vocale indiscutibile, che procede verso il declino del corpo e la disgregazione psichica di una donna che ha perso la memoria, che si ritrova a collazionare sprazzi, colori, immagini irrelate, per ritrovare la sua identità. Notabilissime le luci che hanno trasformato la Tensostruttura di San Francesco, operate da Simone Beco, durante l’esibizione di Livia Castellana, che hanno inglobato tutta la macroarea dello spettacolo in un’unica bolla mnestica. Sempre nello stesso spazio abbiamo avuto modo di rivedere QUIN, di cui abbiamo già parlato qui. Con Valentina Bischi e la regia di Laura Fatini, che – in maniera affine, ma con un taglio decisamente più multidimensionale – ripercorre la vicenda di una sfortunata “miss” di provincia.

Continuiamo a procedere per immagini: una gremita platea che si intrattiene ad osservare spettacoli di narrazione fino a tarda notte. Nella Tensostruttura di San Francesco si sono snodati spettacoli di narrazione, in tarda serata, come a elaborare un “circuito off” interno al cartellone. Le regine della Tensostruttura sono senza dubbio state Le Coche che insieme a Silvia Frasson hanno edificato una narrazione drammatizzata della figura di Artemisia Gentileschi, artista post-carvaggesca, vissuta tra XVI e XVII secolo. Le Coche (galline, in dialetto chiusino) sono composte da Mascia Massarelli, Francesca Carnieri, Roberta Ceccarelli, Sara Provenda e Claudia Morganti, ed hanno intessuto il loro vettore creativo con il progetto “Racconto quindi Esisto” di Silvia Frasson. Un procedimento di scrittura collettiva incentrato sulla prima grande femminista della storia italiana: vittima di stupro in giovane età, ha fatto pesare le sue scelte e ha deciso della sua vita in un mondo nel quale erano gli uomini a decidere per le donne. Le Coche sono in scena con una t-shirt macchiata di acrilico policromatico, e – specularmente – l’espressività si articola in una pluralità di registri, di toni, di colori. “Artemisia Della Rabbia e Dell’Amore” – questo il titolo dello spettacolo –  risulta così avere qualità espressive di un olio su tela caravaggesco, con pennellate miste, una tavola ampissima e fortissimi contrasti tra luci e ombre.

Il Festival Orizzonti è stata quindi la festa di una comunità che ruota attorno alle pratiche del teatro, nelle sue molteplici sfaccettature. Si sono visti gli “addetti ai lavori” sopra e sotto il palco, mescolati agli ospiti del festival, alle compagnie professionali venute a portare i loro lavori (riuscitissimi il Romeo e Giulietta di Stivalaccio Teatro e Sempre Domenica di Controcanto Collettivo). Un’officina, una settimana di approfondimento, di esperienza laboratoriale che esce dai perimetri dei workshop e assimila tutte le persone coinvolte nel festival, tutti i tecnici, tutti gli organici della Fondazione Orizzonti d’Arte, tutti i presenti nella Città di Chiusi. Un festival che doveva essere chiuso, secondo molti, che avrebbe dovuto perire sotto i dardi di un debito economico, sotto il peso di un difficile rapporto creato con il resto della cittadinanza, ha invece trovato la strada per la ricostituzione, per tornare ad essere il festival principale per il teatro di prosa nel nostro territorio. Gli orizzonti, verso i quali sembra tendere questo festival, sono decisamente aperti all’innovazione, alla crescita, alla bellezza.

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Lars Rock Fest: tre giorni contro la banalità

Foto di copertina di Emiliano Migliorucci «Ah, e mi raccomando si scrive Lars, non l’Ars come fanno molti» dice il mio interlocutore, mentre si allontana verso il backstage «lo so…

Foto di copertina di Emiliano Migliorucci

«Ah, e mi raccomando si scrive Lars, non l’Ars come fanno molti» dice il mio interlocutore, mentre si allontana verso il backstage «lo so che è difficile, ma Lars è un riferimento a Lars Porsenna, il più rock’n’roll tra i lucumoni etruschi». In effetti, del re Porsenna – che secondo Plinio il Vecchio giunse a Roma, da Chiusi, e costrinse la città a sottomettersi – questo festival ha sia l’attitudine che la postura. Tra gli ospiti che nel festival chiusino si sono succeduti nel corso degli ultimi sei anni, spiccano nomi come Wire, i Gang of Four, i Public Service Broadcasting, i Japandroids, gli Unknown Mortal Orchestra, i Protomartyr: quest’anno, nei tre giorni che sono andati dal 5 al 7 luglio 2019, con i Metz, i Cloud Nothings e i Wolfmother, il Lars Rock Fest ha sancito la sua posizione tra i festival più importanti del centro Italia. I giardini pubblici di Chiusi, per tre giorni, sembrano il Coachella, mentre i nuvoli di pubblico sciamano tra il mercatino del disco, la fiera dell’editoria indipendente, il sottopalco e il ristorante.

La peculiarità del Lars Rock Fest è questa: l’aspetto totale dell’evento. I programmi coinvolgono vari aspetti dell’espressione creativa contemporanea. Dalla musica alle arti figurative, dalla letteratura all’artigianato, dalla fotografia allo yoga. Laboratori per bambini, letture ad alta voce, presentazioni di libri, mostre: da questa prospettiva, la musica è solo una porzione di un ecosistema più grande.  

Al centro del giardino si apre lo spazio Open Book, un fierino di editoria indipendente. «Un’immersione rigenerante nella resistenza culturale» – si legge nel comunicato – «a difesa della bibliodiversità e della pluralità di pensiero: tra libri e riviste, ci sarà la possibilità di farsi raccontare dagli editori le scelte editoriali, il catalogo e le genesi e il futuro dei progetti».

«Open Book è quello che noi chiamiamo il festival dentro il festival. Ci si concentra sui libri, ma sul settore che resta magari in ombra, quello dell’editoria indipendente» mi dice Eleonora Billi, dell’Associazione GEC (Gruppo Effetti Collaterali) «Il Lars è un festival di musica, ovviamente: ma se si osservano le line up che lo hanno caratterizzato nel corso degli anni, ci si accorge che è un festival di ricerca. Da sempre abbiamo proposto un’offerta non convenzionale o comunque non comune nel territorio. Ecco: Open Book si muove nella stessa direzione. La selezione delle case editrici presenti al festival, segue le stesse categorie critiche che utilizziamo per la musica: la non-conformità». L’associazione GEC non è solo Lars, mi ricorda Eleonora: «Open Book è frutto di un percorso invernale che viene condotto da diversi anni e che si chiama GEC&Book. Ci è sembrato logico far nascere questo spazio all’interno del festival. Quest’anno poi è nata una splendida collaborazione con FirenzeRiVista e abbiamo avuto la partecipazione di Edicola 518. Il primo è un festival dedicato alle riviste indipendenti, che si svolge Firenze ogni settembre da cinque anni; secondo è un progetto di presidio culturale nella città di Perugia, del quale ci siamo subito innamorati».

«Il festival è andato bene. Siamo stati felicissimi di vedere così tanta gente riempire gli spazi del festival. C’è stata una bellissima risposta di pubblico, arrivato da tutta Italia. Il festival è cominciato ogni pomeriggio, dalle 17: il pubblico ha vissuto l’evento, ha passato tre giorni insieme a noi: un pubblico di ogni età, vista la presenza di laboratori per bambini e corsi per adulti. Il Lars abbraccia la cultura in tutte le sue forme. Un festival per tutti, con tutto dentro: è quello che volevamo fare, è quello che caratterizza il Lars Rock Fest».

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Intervista a Massimo Zamboni: «Non ho paura di sentirmi istituzionalizzato»

Massimo Zamboni ha suonato in piazza Duomo a Chiusi alle 22 del 1 giugno 2019 in occasione della Festa della Costituzione di ANPI Valdichiana. Qualche ora prima, sono riuscito a…

Massimo Zamboni ha suonato in piazza Duomo a Chiusi alle 22 del 1 giugno 2019 in occasione della Festa della Costituzione di ANPI Valdichiana. Qualche ora prima, sono riuscito a strappargli qualche minuto per un’intervista, la cui trascrizione riporto qui di seguito.

Sonata a Kreutzberg, il tuo ultimo lavoro, inquadra quella che era la Berlino e l’Europa dei primi anni ’80, lo spazio in cui si sono definiti i prodromi dei CCCP. C’è la sensazione che quel mondo fosse molto meno conformista di quello di oggi: il senso comune sembrava più elastico, più aperto ad accettare la novità…

Massimo Zamboni: Sì, quello che dici è vero. In realtà, l’avere il mondo diviso in due blocchi, creava una doppia polarità alla quale ci si poteva attenere, ma che si poteva anche respingere. Questo provocava movimento. Voglio dire: quel muro che doveva essere impenetrabile, in realtà non faceva altro che moltiplicare gli sguardi di attraversamento. Era facile, vivendo in quegli anni – al di là di tutte le barriere e tutte le guerre fredde o calde che c’erano – pensare che il mondo fosse nostro. Nel momento in cui il mondo è nostro possiamo andare dove la nostra voglia, volontà, coscienza e possibilità ci spingono. Adesso, paradossalmente, c’è una buonissima possibilità di movimento e di viaggio – non in tutto il mondo, naturalmente, ma in una buona parte di questo – ma c’è sempre meno gente che ha voglia di approfittarne perché si accontenta di guardare Google Earth, o di prendere il primo Ryan Air per andare in una località che, dopotutto, gli resta pure indifferente, perché manca il senso della conquista. Manca la voglia di condividerlo, questo mondo. Credo che ci sia un grandissimo conformismo da questo punto di vista. Mi è facile ricordare perfettamente il conformismo di allora: il conformismo della sinistra, il conformismo dei fricchettoni, il conformismo di chi si faceva le pere… il conformismo di tutti, perché ogni categoria aveva il suo conformismo: ma erano molteplici punti di vista. Non impermeabili. Erano anni molto faticosi ma anche molto appassionanti.

 

Ti è capitato di tornare a Berlino negli anni? Che sensazioni ti ha dato il cambiamento?

Massimo Zamboni: Ci torno spesso a Berlino. L’ultima volta che l’ho frequentata è stata anche ieri sera: mi sono ritrovato a visitare il sito di un besetzt in cui ho avuto modo di vedere tutta la mappatura di tutte le case occupate negli anni in cui abitavo anche io. Con anche la mia casa. Se tu li vedessi ti renderesti conto di quanta puntualità, organizzazione ci fosse, sotto questo punto di vista. Era – come dire? – tutto molto tedesco. Berlino oggi sta diventando una capitale come le altre, molto fascinosa, anche con molta voglia di mantenere la propria storia. Però… ti faccio l’esempio della pubblicità di Potsdamer Platz, che è una contraddizione del nostro tempo: quello era il luogo nel quale era costruito il bunker di Hitler, dove lui è morto. Poteva essere utilizzato come un ricordo per tutta europa, un monumento alla memoria, invece è diventato un shopping center della Sony.

 

Quel tipo di antagonismo punk che ha caratterizzato i primi vent’anni della tua carriera, arriva oggi a poter essere racchiuso in una festa dell’ANPI. Ti senti, passami il termine, “istituzionalizzato”?

Massimo Zamboni: Io ho la tessera dell’ARCI, della COOP, dell’Aci e dell’ANPI. Non ho paura delle istituzioni. Le istituzioni esistono soprattutto per proteggere e per aiutare. Capisco bene quello che vuoi dire e no, non ho paura di sentirmi istituzionalizzato. Non mi sono mai sentito antagonista, che è una parola che detesto perché mi porta ad uno scenario urbano di pretesa opposizione e che non mi riguarda assolutamente. Io sono un contadino per la maggior parte delle mie attività. Non ho paura. Con gli anni che passano consegnerò la storia dei CCCP e dei CSI ad una specie di maturità classica che non mi spaventa. Questo non scalfisce l’essere punkettone di allora perché, in realtà, quell’attitudine sta proseguendo sotto forme abbastanza inaspettate, anche per noi stessi. Io mi sento bene qua. Mi sembra di essere a casa. Mi sembra di conoscere molto bene tutte queste persone, questo luogo, riconosco questo modo di porsi. C’è un forte senso di accerchiamento intorno all’ANPI e a tutto ciò che rappresenta. È un po’ come gli orsi quando si ritirano in montagna quando sono inseguiti. Può darsi che questa sia la nostra montagna… lo scopriremo. Anche i partigiani si ritiravano in montagna, d’altra parte. Però mi rendo conto che c’è un’Italia, che non appartiene alle televisioni o ai giornali, ma un’Italia che vive e che lavora e che spesso è molto meglio di quello che pensiamo. Io sono contento di farne parte.

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Migrante in fuga dalla morte – La storia di Ibrahim, uno dei ragazzi di Don Biancalani

Tra i tanti giovani che Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha accolto nella sua parrocchia c’è Ibrahim. Ha 19 anni e viene dal Gambia, una striscia di terra inghiottita…

Tra i tanti giovani che Don Massimo Biancalani, parroco di Vicofaro, ha accolto nella sua parrocchia c’è Ibrahim. Ha 19 anni e viene dal Gambia, una striscia di terra inghiottita dal Senegal. Insieme a Don Biancalani, che accompagna nelle uscite pubbliche, sono ospiti alla Seconda edizione della Festa della Costituzione, organizzata dall’ANPI Valdichiana nel centro storico di Chiusi. Una cascata di treccine sottili gli esce dal cappello rosso che porta rialzato sulla testa, come i rapper e ricambia ai saluti con una stretta di mano e un simpatico sorriso bianco.

Piazza del Duomo è piena. Tra gli spettatori ci sono tantissimi giovani studenti delle scuole superiori. Dal palco, con il microfono che impugna ormai con disinvoltura, Ibrahim inizia il racconto della sua vita. Sui presenti cala subito un silenzio impressionante. Si sente solo la voce del ragazzo che esce amplificata dalle casse e qualche uccellino che riempie le pause tra una parola e l’altra. Ibrahim potrebbe benissimo trovarsi al posto di uno dei suoi coetanei seduti di fronte a lui, ma il destino gli ha impedito di godersi lo spettacolo.

Mio padre ha sposato due donne” comincia “perché la mia mamma non riusciva a dargli più di due figli. La seconda moglie, invece, ne ha fatti 5”. Tutti quanti vivevano sotto lo stesso tetto, ma tra le donne si crearono subito conflitti. “Il babbo lavorava ogni giorno fino a notte e la mamma andava a vendere verdura al mercato. L’altra moglie rimaneva sempre a casa e quando, con mio fratello più piccolo, tornavamo da scuola ci maltrattava”.

Quando Ibrahim ha soli 9 anni il padre muore e le due donne si dividono. Da allora si è sempre trattato di sopravvivere: andare a scuola, vendere verdure al mercato, restare in vita. “È stato difficile per la mamma rimasta sola pagare la scuola a me e mio fratello. Piangeva sempre. Piangeva ogni giorno. Dopo scuola la aiutavamo a vendere verdure, ma i soldi non bastavano”.

Fu per aiutare la mamma e il fratello che Ibrah prese la decisione di abbandonare la scuola: “me ne andavo in giro a cercare lavoretti. Volevo che mia mamma smettesse di piangere”. Ha lavorato alle pulizie, come meccanico e per due anni è stato cresciuto da un sarto, amico del padre, che gli garantiva un po’ di stabilità. Ma la tranquillità durò poco, perché anche quest’uomo se ne andò prematuramente.

Sono tornato sulla strada, ma nel 2014 ho trovato da lavorare come parrucchiere. Avevo 14 anni. I soldi però non bastavano, perché la mamma non guadagnava abbastanza e il mio fratellino doveva andare a scuola e la scuola costa tanto”. Ibrah ha tentato più volte di proporre alla madre di lasciare il paese per trovare maggiore fortuna, ma lei glielo vietava sempre.

Una notte scappai di casa e riuscii ad arrivare in Senegal. La mamma era disperata e voleva che tornassi, ma io ero intenzionato ad aiutarla. Cambiai la sim del telefono così non poteva più chiamarmi e io non ero tentato di ritornare da lei”. In totale è rimasto in Senegal 5 mesi, durante i quali ha lavorato come parrucchiere. Insieme ad altri amici migranti si è poi spostato in Mali, ma anche qui la situazione che trova è critica. Allora decide di raggiungere il Burkina Faso, dove però trova guerra, devastazione e morte. Nonostante i militari lo blocchino riesce comunque a entrare. Ma la paura lo spinge a fuggire di nuovo, stavolta in Niger.

È un paese molto più povero della Gambia e sono finito subito in mezzo alla strada. Dormivo al mercato, per terra, nei parcheggi. Mendicavo del cibo ogni giorno, fino a quando ho incontrato un uomo che mi ha portato a casa dalla sua famiglia dopo aver sentito la mia storia; mi lava e mi veste con vestiti nuovi; mi dice che in Niger non c’è speranza. Quest’uomo mi ha aiutato ancora una volta pagandomi il viaggio per attraversare il deserto e raggiungere la Libia”.

Insieme ad altre 40 persone Ibrahim è stato caricato in un pickup alle porte del deserto sud-sahariano con una bottiglietta d’acqua e un pacco di biscotti. Sarebbero dovuti durare 4 giorni. Il tempo necessario per attraversare il deserto o morire di stenti provandoci.

Ci hanno scaricati in una stalla. Era come una prigione: non potevamo neanche uscire per comprare il cibo e cercare lavoro. Ci sfamavano una volta al giorno, quando se lo ricordavano. Ci picchiavano e venivano a portarci a lavorare solo quando c’era richiesta di manovalanza e non sempre ci pagavano. Un giorno cercavano dei sarti, ma io avevo troppa paura per alzare la mano, perché vedevo i miei compagni tornare la notte con ferite e lividi. Ma non avevo scelta, avevo bisogno di soldi e alla fine ho deciso di accettare il lavoro”. Per sua fortuna il padrone della sartoria non si rivelerà un uomo violento.

Ogni mattina mi veniva a prendere nella stalla e mi riaccompagnava la sera. Un giorno mi pagò il taxi per andare al lavoro, perché lui non si sentiva bene. Nel tragitto, però, alcuni ragazzini libici armati di mitra mi rapirono e mi portarono in un carcere. Là dentro ho visto una vita che non avrei mai immaginato. Ho sofferto tanto nei due mesi in cui sono rimasto rinchiuso. Le guardie mi picchiavano, chiedevano soldi alle nostre famiglie come riscatto mentre ci torturavano”.

Insieme ad altri Ibrah partecipò a una fuga rischiando tutto. “I militari ci sparavano e c’erano tanti morti e tanto sangue. Io non sapevo dove andare se non dal sarto che mi aveva dato lavoro, ma anche lui era preoccupato, perché mi stava cercando la polizia. Allora mi ha portato al mare per attraversarlo e arrivare in Italia. Sulla spiaggia c’erano altre 250 persone. Andate a morire ci dicevano quelli che riempivano i gommoni. Io non sapevo neanche cosa stesse succedendo. Ero ignorante. Avevo paura”.

La storia e la vita di Ibrahim sono cambiate nel momento in cui la nostra guardia costiera lo salvò portandolo a Napoli e da lì a Pistoia da Don Massimo Biancalani. “Qui ho imparato la lingua e ho continuato a studiare”. L’intervento lo conclude rivolgendosi direttamente ai ragazzi delle scuole superiori, seduti a pochi metri da lui:

Ricordatevi che ognuno di noi ha dei sogni e abbiamo lasciato il nostro paese e le nostre famiglie per motivi diversi e bruttissimi; abbiamo rischiato la nostra vita e siamo stati torturati, perché cercavamo un futuro migliore per noi e per le nostre famiglie; siamo scappati dalla fame e dalla guerra. Quindi, prima di giudicarci, ascoltate le nostre storie. Così è meglio”.

Mentre ospiti, volontari e pubblico si incamminano per le stradine di Chiusi in cerca di ristoranti per pranzare, io mi trattengo per una chiacchierata con Ibrah.

Cosa hai messo nello zainetto la notte in cui sei partito?

Solo un pantalone, una maglia e il cellulare. Avevo solo questo quando sono partito per il Senegal.

Adesso cosa fai oltre a studiare?

Faccio il parrucchiere, ma non ho un contratto stabile; lavoro a chiamata e faccio solo tagli per uomo: sto facendo i corsi per imparare a tagliare i capelli alle donne. Faccio anche sartoria nella parrocchia: cucio i vestiti di Don Massimo e dei bambini della comunione.

Tu sei musulmano e vivi nella parrocchia di un prete cattolico. Com’è far convivere queste due religioni?

Noi siamo lì come una grande famiglia. Non ci distinguiamo in base alla religione: ci sentiamo tutti esseri umani, fratelli. Nella parrocchia di Massimo non conta la religione; conta il cervello e la persona, cosa pensa e cosa fa. Tra l’altro anche i musulmani credono in Gesù: noi lo chiamiamo Isa ed è un profeta. Questo riduce ancora di più le differenze all’interno della parrocchia. Come ha detto Massimo dobbiamo vivere come persone, non ha senso dire io sono del Gambia, io della Nigeria.

Avete dei compiti in parrocchia?

Sì, io cucio per esempio. Abbiamo avuto una pizzeria e facevamo corsi di cucina. Un po’ di tempo fa, però, abbiamo dovuto chiudere, ma vogliamo rifarla ancora. Inoltre, aiutiamo Massimo con le traduzioni e l’accoglienza quando arrivano ragazzi nuovi. E poi lo accompagniamo quando parla in pubblico.

So che giochi a pallone

Sì, la mia squadra sta facendo un bel campionato e stasera abbiamo le semifinali.

Chi è il tuo calciatore preferito?

Toni Kroos del Real Madrid, perché fa il centrocampista come me

E in Italia chi ti piace?

Mi piace tanto Dybala

Il tuo futuro come lo vedi? Hai un sogno?

Voglio vivere una vita serena e aiutare la mamma. Il mio sogno è fare l’università, studiare e diventare psicologo: per capire come mai ad alcuni la testa non funziona…

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La chiesa da campo di Don Massimo Biancalani, il parroco dei migranti

“Io, parroco degli ultimi, disobbedisco e accolgo” Don Massimo è uno di quei parroci che il Vangelo lo mette in pratica alla lettera. Il suo nome e la sua storia…

“Io, parroco degli ultimi, disobbedisco e accolgo”

Don Massimo è uno di quei parroci che il Vangelo lo mette in pratica alla lettera. Il suo nome e la sua storia sono diventati famosi dopo che un blitz delle forze dell’ordine ha decretato la chiusura del centro di accoglienza gestito proprio dal sacerdote, a Vicofaro in provincia di Pistoia. Adesso ospita i profughi all’interno della piccola chiesa, al piano superiore, dove i ragazzi dormono senza interferire con le funzioni quotidiane. La sua intenzione è di riaprire i progetti che stavano alla base del CAS (Centro di Accoglienza Straordinario) come la “Pizzeria del rifugiato”, che dava lavoro a molti ragazzi, la squadra di calcio, l’orto biologico e continuare a dare speranza agli ultimi.

Lo incontro a Chiusi il 31 maggio, alla seconda edizione della Festa della Costituzione organizzata dall’Anpi Valdichiana, dove ha parlato del diritto di asilo insieme a Flavio Lotti, coordinatore nazionale della “Tavola della pace” e Giovanni Visone, direttore della comunicazione per la ONG Intersos.

È un omone dal passo lento e lo sguardo severo, con le palpebre pesanti e le sopracciglia corrugate. Indossa un paio di sandali neri e i calzettoni di lana, perché, nonostante sia giugno, ancora il clima è incerto. Al suo fianco c’è un ragazzo di colore, che quasi sembra un ragazzino, ma del resto chiunque lo sembrerebbe se si trovasse a camminargli vicino. Finito il suo intervento dal palco lo intercetto per intervistarlo. Ha l’aria stanca e la voce calma, quasi lenta. Pare quella di chi ha lottato tanto e sa che dovrà farlo ancora per molto tempo.

Quanto ancora durerà il problema dell’emigrazione dall’Africa?

È un fenomeno epocale quello dell’immigrazione. Studi americani affermano che durerà per lo meno altri 40 / 50 anni e specialmente finché i paesi africani non avranno la possibilità di dare alla loro gente una vita dignitosa, le persone si sposteranno e troveranno il modo per arrivare in Europa. Un fenomeno epocale che certamente dovrebbe essere guardato con una visione globale, che purtroppo non abbiamo e non vedo uno scenario di possibilità da questo punto di vista: vedi Trump che cerca di contenere il fenomeno innalzando i muri, quando invece occorrerebbe cambiare il sistema economico internazionale e i meccanismi economici che impoveriscono i paesi del sud.

Ma i vari Stati possono fare qualcosa?

È evidente che le singole politiche nazionali possono moralmente fare qualcosa, ma non sono sufficienti: si è visto in questi anni. Purtroppo, l’Europa non ha una visione politica unica su questi temi. Sulla questione dell’accoglienza, per esempio, ogni paese ha una sua normativa e questo crea disfunzioni, disuguaglianze, problemi.

La scuola sta aiutando le nuove generazioni ad approcciare queste difficoltà?

La scuola e la chiesa avrebbero e dovrebbero avere questa forza, purtroppo però l’hanno persa. Io faccio l’insegnante e mi accorgo che è molto difficile parlare con i giovani di questi temi, perché sono imbevuti di messaggi negativi sui migranti. Cambiare mentalità non è semplice. La scuola dovrebbe essere un tassello fondamentale, ma in realtà è molto debole. I giovani escono dai licei con tante informazioni di carattere nozionistico, ma sui temi contemporanei sono molto fragili.

Il futuro dei suoi ragazzi come lo vede?

Inevitabilmente incerto. Assolutamente da costruire. Quello che mi rende fiducioso è che sono ragazzi con una forza morale enorme, perché hanno attraversato il mondo per arrivare qui. Hanno fatto sacrifici impensabili per ragazzi così giovani. Molti sono 4, 5 o 6 anni che non vedono i proprio genitori. Hanno una forza e un coraggio incredibili. Spero che tanti di loro si possano inserire, però il quadro normativo che riguarda l’inserimento è molto lacunoso, punitivo quasi. Sembra che si facciano delle leggi che avversano e ostacolano l’inserimento, l’integrazione e l’interazione. Abbiamo norme che non prevedono un investimento di tipo economico e culturale, che non puntano sul migrante come risorsa per il paese. Risorsa che di fatto lo è già. Ci sono moltissimi modi illegali, e forse voluti dall’alto, con cui molti migranti vengono sfruttati e sottopagati per mandare avanti interi settori economici: dalle aziende agricole del sud, passando per le imprese pistoiesi e pratesi.

La comunità di Vicofaro come risponde?

Abbiamo avuto diverse persone che ci hanno abbandonato venendoci a dire che non condividevano quello che facevamo. Molti per fortuna si sono avvicinati, soprattutto laici, persone di buona volontà che, comprendendo la difficoltà del fenomeno, hanno deciso di darci una mano: abbiamo insegnanti, chi si occupa di assistenza sanitaria, chi dell’organizzazione della casa stessa. C’è stato chi è partito e chi è arrivato. I ragazzi poi, convivendo in un ambiente così grande (si parla di più di 100 persone), vivono serenamente e non ci sono episodi di degrado. Poi chiaramente ci sta che due o tre vicini si possano lamentare, perché notano maggiore rumorosità. Quando ci sono 100 persone in un solo posto si sentono rumori, no? Abbiamo poi avuto l’inconveniente con Forza Nuova e Casapound, che hanno fatto irruzione durante una messa per verificare la mia ortodossia e ci hanno minacciato tramite facebook.

Come avete risolto?

È caduto tutto nel nulla. Fortunatamente quell’irruzione in chiesa riuscì a gestirla durante la funzione. Adesso la situazione è abbastanza tranquilla. Rimane l’emergenza dell’accoglienza, perché i ragazzi continuano a essere estromessi dai percorsi di lavoro e dalle cooperative e si ritrovano in mezzo alla strada senza un appoggio. La questura in questi giorni ha ripreso a non rinnovare più i nostri permessi di soggiorno e non riusciamo a capirne il motivo, perché, avendo ospitalità, i ragazzi hanno diritto a rinnovare i documenti. Per quanto ci riguarda siamo al limite delle nostre forze: dobbiamo dare loro da mangiare, garantirgli un alloggio dignitoso, ci sono tante spese, le utenze. Non è facile.

Quanto è importante un Papa che richiama l’attenzione sugli insegnamenti del Vangelo?

È fondamentale. Tra l’altro è stato un input che ci ha dato la spinta per iniziare questa esperienza. Un’immagine che mi ha sempre colpito molto è il modo in cui Francesco vede la chiesa, cioè come un ospedale da campo e noi ci ispiriamo a queste parole. Siamo un punto avanzato di soccorso per persone estromesse e abbandonate. L’importanza dei suoi messaggi è fondamentale lo ripeto, nonostante troppe volte cadano nel vuoto, anche negli stessi ambienti religiosi.

Ha parlato con Papa Francesco?

Ho avuto l’onore di essere invitato a un convegno mondiale in Vaticano su questi temi. C’è anche stato un veloce scambio di saluti. Qualche tempo dopo abbiamo ricevuto un lettera dal dicastero a nome del Papa dove ci ringraziava per il lavoro fatto e ci spronava ad andare avanti con forza e fantasia.

È vero che le hanno requisito la patente?

Mah. Quello è un episodio strano. Purtroppo, di cose strane ne sono successe. Le istituzioni in questi anni non ci hanno aiutato.

Le chiusure dei centri di accoglienza, gli sgomberi, l’impunita libertà dell’estrema destra fanno pensare che qualcuno voglia lasciare per strada questi ragazzi. Mi sbaglio?

Questa è la linea della politica italiana già da prima di Salvini: lasciare in mezzo alla strada questi ragazzi in modo che siano costretti a lasciare l’Italia.

Perché ha deciso di diventare sacerdote?

Nel mio percorso non c’è una caduta da cavallo. È stato un percorso lungo, da ritardatario. Sono diventato prete quando ero “molto” adulto. È una condizione che mi sono ritrovato lentamente addosso per le varie cose che facevo: l’insegnamento di religione a scuola e i campi giovanili per la parrocchia. Con il passare degli anni mi sono accorto che si trattava di una dimensione che mi si confaceva e quindi coinvolsi il vescovo il quale, dopo qualche anno, decise di ordinarmi nonostante tanti altri preti non fossero affatto d’accordo: non li avevo molto vicini.

Quindi è sempre stato un rompiscatole?

In qualche modo sì. L’importante, però, è vivere con sincerità d’anima e dare il meglio di sé con semplicità, senza strafare ed è quello che ho fatto per tutta la vita.

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“On The Road. Again” – Una Playlist Folk Rock

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo…

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo drammaturgico che alterna prosa e musica, scritto appositamente per voci narranti e per band, che ci porta nelle ambientazioni americane on the road delle canzoni di Woody Guthrie, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Sul palco infatti saranno presenti i “Dudes, con Matteo Micheletti alla voce, chitarra, e all’armonica, Mattia Mignarri alla chitarra solista, Andrea Fei alla batteria e Gianluca Lorenzoni al basso. Le voci che legheranno i brani con i racconti di quell’America, saranno di Martina Belvisi, Alessandro Manzini, Massimo Giulio Benicchi e Luca Morelli. La scena vedrà anche la presenza dei ballerini della scuola di danza “In Punta di Piedi”, che attraverso le performance coreutiche, aiuteranno il pubblico ad immergersi nelle strade d’America. Lo spettacolo segue una linea narrativa che lega le parole di alcuni brani che hanno raccontato quel lato polveroso degli Stati Uniti. Noi de LaValdichiana abbiamo saputo in anteprima le canzoni che saranno eseguite durante lo spettacolo e le abbiamo già messe in heavy-rotation nelle nostre playlist. Ne approfittiamo per approfondirne cinque – per non spoilerarle tutte – che invitiamo i lettori a riascoltare.

  • Bruce Springsteen – The ghost of Tom Joad

Le strade d’America sono l’èpos dei menestrelli folk-rock. Hanno scalfito l’iconografia del cantautorato mondiale come aedi novecenteschi, che tra gli accordi di settima raccontano il disagio esistenziale nelle viscere degli USA. Le loro ambientazioni ci mostrano una nazione diversa da quella abitualmente illuminata dai riflettori dell’opulenza americana: emarginazione, white trash, segregazione, convivenze forzate, povertà, fughe e attraversamenti di confine. Ben prima di Guthrie e di Leadbelly, però, erano stati gli autori modernisti – Faulkner, Caldwell, Dos Passos e soprattutto Steinbeck – ad immergersi nella melma del sottoproletariato statuinitense, dell’America povera e indistinta, meticcia, l’America delle comunità nere e dei migranti interni che dalle zone depresse del Midwest e del Southern si spostavano verso la California. John Steinbeck scrisse un romanzo nel 1939 dal titolo The Grapes of Wrath, tradotto in italiano con Furore (titolo fortemente voluto da Valentino Bompiani, forse influenzato da un altro romanzo affine, ma più vecchio di dieci anni – anche se sarà pubblicato solo nel 1947 – The Sound and the Fury/L’Urlo e il Furore di William Faulkner) che racconta proprio una storia di WASP impoveriti, i quali avevano visto il fallimento delle loro fattorie dopo la crisi del ’29, l’esproprio da parte delle banche dei loro possedimenti, e che il cataclisma delle Dust Bowl degli anni ‘30 aveva definitivamente spinto ad emigrare. Il protagonista del romanzo è Tom Joad, secondogenito della famiglia di cui si narra la traversata. Nel 1995 Bruce Springsteen scrive una canzone intitolata proprio The Ghost of Tom Joad, che darà poi il titolo al disco in cui sarà contenuta. Oltre a The Grapes of Wrath, però, la canzone prende ispirazione anche da “The Ballad of Tom Joad” di Woody Guthrie, che a sua volta è stato ispirato dall’adattamento cinematografico di John Ford del romanzo di Steinbeck. Springsteen concepì la canzone come un tributo a Guthrie stesso e la connotò degli stilemi che caratterizzavano le canzoni di protesta degli anni Trenta.

  • Bob Dylan – The Times They Are A-Changin

La title-track del disco di Bob Dylan uscito nel 1964, il terzo della sua carriera, dopo essere assurto nell’empireo della canzone folk americana con Freewheelin’, è probabilmente uno dei brani più importanti del novecento. Sul finire del 1963, Tom Wilson, produttore della Columbia Records, non aveva molta fiducia nel cantautore di Duluth. Credeva che l’interesse mediatico nei confronti del folk pertenesse soltanto ad una minima fetta di mercato discografico, composta per lo più da vecchi nostalgici bianchi del sud. Quando sentì il brano però, capì che quella formula espressiva avrebbe falcato gli oceani. Nei riverberi idealistici che ancora oggi tremano, tra le plettrate delle chitarre acustiche di tutto il mondo, è presente un tasso poetico incommensurabile. Quello di Dylan è un anatema futuribile nei confronti del passatismo (ironico che sia espresso attraverso le forme di una canzone tradizionale in giro di Sol), è un memento dello scorrere eracliteo del tempo, una ballata eterna il cui messaggio sembra vibrare da un passato ancestrale, fuori da tempo e storia. Robert Dylan – che aveva allora già cambiato ufficialmente il suo cognome anagrafico, Zimmermann, presso la Corte Suprema – scrisse il brano tra il settembre e l’ottobre del 1963, nel suo appartamento al Greenwich Village. Il 22 Novembre, poche ore dopo l’omicidio di Kennedy, eseguì la canzone per la prima volta dal vivo: «La dovetti suonare la sera stessa in cui Kennedy morì» ha avuto modo di dichiarare, «In qualche modo divenne una costante canzone di apertura e lo restò a lungo».

  • Woody Guthrie – This Land Is Your Land

Nel gennaio del 1961 Dylan entra in una stanza dell’Ospedale Psichiatrico di Greystone Park. In un lettino c’è Woody Guthrie, affetto dalla còrea di Huntington; una malattina neurodegenerativa che colpisce la coordinazione muscolare e porta ad un grave declino cognitivo e psichico. Guthrie muove la testa da destra a sinistra come un pendolo, ha la fronte sempre corrugata, le sopracciglia alzate, come ad esprimere un dubbio sempiterno. Mentre Dylan porge verso di lui una copia di Bound for Glory, l’autobiografia dello stesso Guthrie scritta nel 1943, il trovatore dell’Oklahoma, neanche cinquantenne, tiene lo sguardo fisso verso il basso, alternando agli sparuti momenti di lucidità, una profonda catatonia. Quell’incontro però rappresenta l’illuminazione per Bob Dylan, una specie di investitura poetica da parte del suo principale riferimento artistico: l’anno successivo uscirà il suo disco d’esordio.  In quella stessa stanza d’ospedale Dylan conobbe anche un vecchio amico di Guthrie, Ramblin’ Jack Elliott: da lui Dylan assimilerà la voce nasale e l’andamento antiprosodico delle vocali, che saranno la sua cifra stilistica almeno fino a Nashville Skyline, del 1969.

This Land Is Your Land è senza dubbio il brano più celebre di Woody Guthrie. La canzone che ancora oggi, negli Stati Uniti, viene urlata dai cortei di protesta, come colonna sonora di tutte le lotte progressiste. Bruce Springsteen l’ha definita “la più grande canzone mai scritta sull’America”. L’icona del ragazzo spettinato, che salta sui treni con la chitarra sulla quale è graffiata la scritta “this machine kills fascists“, è stata canonizzata in più occasioni: nel film Bound Of Glory – tratto proprio dalla sua opera, e conosciuto in italiano con Questa Terra è La Mia Terra di Hal Ashby- e in I’m Not There, il celebre film di Todd Haynes, sulla poliedrica figura di Bob Dylan, in tutte le sue articolate espressioni.

  • Creedence Clearwater Revival – Run Through the Jungle

La canzone è stata scritta dal cantante, chitarrista e compositore dei Creedence, John Fogerty. Fu incluso nel loro album del 1970 Cosmo’s Factory, il quinto del gruppo. Il titolo e i testi della canzone, così come il contesto storico in cui questa è stata pubblicata, hanno eletto da subito il brano ad inno contro la guerra del Vietnam. Certo è che gli stessi Creedence Clearwater Revival si erano già schierati in opposizione alle politiche militari degli Stati Uniti: per dirne una su tutte, nel 1969 avevano pubblicato Fortunate Son, nella quale era esplicita l’adesione ai movimenti pacifisti. Tuttavia, in un’intervista del 2016 concessa a Rolling Stone, Fogerty ha spiegato che Run Through the Jungle parla più specificatamente della proliferazione di armi negli Stati Uniti. «La cosa di cui volevo parlare era il controllo delle armi e la proliferazione delle armi» ha dichiarato Fogerty, «Ricordo di aver letto da qualche parte che ci fosse una pistola per ogni uomo, donna e bambino, in America. Trovai questa notizia sconcertante. Mi sembra che proprio da quella lettura, uno dei primi versi della canzone che scrissi fu Two hundred million guns are loaded (Sono state caricate 200 milioni di pistole). Ho sempre pensato che fosse inquietante vivere in America, che fosse una tale giungla per i nostri cittadini solo passeggiare nel nostro paese, ci sono così tante pistole private possedute sì da persone responsabili, ma anche da molte persone irresponsabili».

  • Bruce Springsteen – The River

Assieme a Bringing It All Back Home di Dylan, The River è uno dei dischi più iconici della storia del folk rock americano. Il capolavoro ‘On The Road’ di Bruce Springsteen, che ci dà un’immagine di America fatta di ruggine, in cui la ruvidità della voce del Boss esprime tutta la passione atavica della working class. La canzone che dà il titolo al disco fu registrata alla Power Station di New York tra il luglio e l’agosto del 1979. Il brano fortemente descrittivo, traccia la vicenda di un io-narrante che dall’adolescenza si ritrova a confrontarsi con la vita adulta di padre e lavoratore in colletto blu. Nella prima esecuzione dal vivo della canzone nel 1979, Springsteen affermò che lo spunto narrativo del brano arrivò dalla vicenda di sua sorella Virginia “Ginny” e da suo cognato Mickey, entrambi minorenni quando divennero genitori. La canzone è una melanconica ballata per acustica e armonica, in cui si cantano le illusioni perdute della working class americana, costretta a mettere da parte i sogni, al fine di perseguire un’agognata serenità familiare. Nel brano già si avvertono i vettori creativi che saranno precipui  nell’album successivo – forse ancora più ingombrante nel canone della storia del cantautorato internazionale – Nebraska.

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Chi semina bene, raccoglie Semidarte 2.0: al Teatro Mascagni va in scena “Bambini”

Il 27 aprile 2019, alle 21.00 la giovane compagnia chiusina Semidarte 2.0, si confronta con il passaggio all’età adulta nello spettacolo Bambini di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. La…

Il 27 aprile 2019, alle 21.00 la giovane compagnia chiusina Semidarte 2.0, si confronta con il passaggio all’età adulta nello spettacolo Bambini di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. La regia di Bambini è di Andrea Storelli, e gli attori in scena sono Emma Bali, Pietro Carloncelli, Daniele Cesaretti, Pauline D’Antonio, Teddy Edu, Riccardo Laiali, Noemi Lo Bello, Benedetta Margheriti, Carlotta Margheriti, Mascia Massarelli, Claudia Pronti, Giacomo Testa e lo stesso Andrea Storelli. Le scenografie sono curate da Piero Scaccini, Enrico Mearini e Fabrizio Nenci, mentre la fonica da Flavio Storelli.

 

Sin da bambini hanno passato ore sulle poltroncine rosse del teatro di Chiusi, osservando i “grandi” della storica compagnia chiusina Semidarte: alle prime e alle repliche, sia durante le prove tecniche che durante le letture di copione. Hanno respirato talmente tanto i profumi di legno secco del palco e le polveri delle quinte di scena, che quasi mantengono a mente battute e fraseggi di copione che hanno inscenato gli adulti anni fa. Così, nel 2013, lo spunto di costituire un gruppo teatrale “giovane” a Chiusi, che fosse speculare a quello della generazione precedente alla loro, arriva da Andrea Storelli e Benedetta Margheriti. Per la scelta del nome da dare al gruppo, da subito non hanno dubbi: Semidarte 2.0, una nuova versione “aggiornata” rispetto a quel teatro analogico dei decenni precedenti. Mantengono alto il ritmo delle produzioni: sono cinque, ad oggi, gli spettacoli rappresentati: Attento alla Cioccolata, Callaghan!, Rumors, Se devi dire una bugia dilla grossa, il letto Ovale e, tra pochi giorni saranno di nuovo in scena con Bambini. Uno spettacolo corale, molto nutrito, con 13 attori in scena che elaborano un testo apparentemente leggero e ironico, che cela però una profonda – e attualissima – riflessione sul passaggio dalla giovinezza all’età adulta, sul confronto che ognuno si ritrova a dover fare con le proprie ambizioni, i propri risultati.

«Appena finito uno spettacolo si pensa già ad un altro» mi scrive Benedetta Margheriti «Infatti a Settembre 2018, il nostro regista Andrea Storelli ci ha convocati per parlare e decidere le sorti del nuovo copione. Tutti insieme abbiamo deciso che era arrivato il momento di cambiare, di avvicinarci ad un nuovo genere teatrale, che si allontanasse dalla commedia brillante, la quale ci ha accompagnato per ben quattro spettacoli. Andrea ci ha proposto Bambini, commedia di Michele La Ginestra e Adriano Bennicelli. Durante la prima lettura siamo rimasti molto colpiti dalla storia e dalla comicità amara che viene fuori dal testo».

Il rischio che molto spesso corrono i nuclei creativi del territorio è legato al fatto che ogni generazione subisce ormai una diaspora generalizzata tra i 20 e i 30 anni. I Semidarte 2.0 non temono sfaldamenti: «Quest’anno ci sono stati cambiamenti anche per quanto riguarda gli attori della compagnia» continua Benedetta «Si sono uniti a noi ragazzi che vengono da Sarteano, Sant’Albino e Torrita di Siena; inoltre siamo stati molto fieri di lavorare con Mascia Massarelli, che è stata per molti anni attrice del vecchio collettivo “Semidarte”, a cui la nostra compagnia 2.0 è molto legata. Un’adulta “supervisionatrice”, su di lei si può contare».

In Bambini ci si interroga su quanto l’essere “adulti” faccia perdere quel “fanciullino” che è in noi, quello di cui abbiamo sentito parlare in molti testi poetici e che sparisce molto facilmente quando deve fare i conti con la realtà che lo circonda. «È un testo che ci ha permesso momenti di estrema comicità e momenti di riflessione, in cui l’attore si interroga e si deve sapere ascoltare per tirare fuori emozioni vere. Ci siamo ritrovati anche a confrontarci sul fanciullino che ognuno di noi porta ancora dentro, anche fisicamente: stiamo letteralmente rovistando nelle nostre rispettive case, spolverando vecchi bauli, in cerca di giocattoli, cianfrusaglie infantili, oggetti che ci appartenevano quando eravamo bambini, da portare in scena»

 

 

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