La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

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Multiforme e di alto profilo la Stagione Teatrale del Mascagni

È un programma vario e indubbiamente di alto profilo quello messo a punto per la stagione 2018/2019 del teatro Pietro Mascagni di Chiusi. Alla vigilia del concerto che Irene Grandi…

È un programma vario e indubbiamente di alto profilo quello messo a punto per la stagione 2018/2019 del teatro Pietro Mascagni di Chiusi. Alla vigilia del concerto che Irene Grandi vi terrà con i Pastis, venerdì 7 dicembre, il sindaco Juri Bettollini e il direttore artistico, recentemente nominato, della Fondazione Orizzonti d’Arte Gianni Poliziani, insieme alla direttrice della Fondazione Toscana Spettacolo onlus Patrizia Coletta, hanno presentato un cartellone pensato davvero per coinvolgere tutto il pubblico.

Si inizia venerdì 18 gennaio con “Pueblo”, pièce teatrale messa in scena da Ascanio Celestini, con l’accompagnamento musicale di Gianluca Casadei alla fisarmonica. Per la Giornata della Memoria, il 26 gennaio, sarà lo stesso direttore artistico Gianni Poliziani a salire sul palco insieme ad Alessandro Waldergan con “Dov’è finito lo zio Coso”, storia tratta dal romanzo “Lo zio Coso” di Schwed, con la regia di Manfredi Rutelli. “L’uomo, la bestia, la virtù”, celebre commedia di Pirandello, di cui Rutelli sarà ancora regista, è in programma domenica 17 febbraio, giorno in cui nel ridotto del teatro sarà posta una targa come omaggio a Roberto Carloncelli, il direttore artistico della Fondazione Orizzonti prematuramente scomparso questa estate.

La grande tradizione teatrale continuerà mercoledì 27 febbraio, nel segno del genio di Eduardo De Filippo. La sua commedia “Questi fantasmi!” rivivrà grazie alla compagnia di Teatro di Luca De Filippo, diretta da Marco Tullio Giordana. L’appuntamento con il bel canto è previsto invece sabato 9 marzo. I brani più noti della lirica saranno eseguiti dai solisti e dal coro della Cappella Musicale della Basilica Papale di San Francesco in Assisi, con la direzione di Alessandro Bianconi e la partecipazione di Eugenio Becchetti al pianoforte.

Giovedì 21 marzo, la comicità di Massimo Lopez e Tullio Solenghi, di nuovo insieme dopo quindici anni, tornerà a far divertire il pubblico, nel ricordo di Anna Marchesini.

Alessandro Fullin, il 29 marzo, proporrà una nuova commedia dal titolo “Piccole Gonne”, liberamente tratto da “Little Women” di Louisa May Alcott. La stagione si concluderà quindi il 7 aprile con Closer, il testo di Patrick Marber da cui nel 2004 fu tratto l’omonimo film, di cui saranno protagonisti sul palco del Mascagni Violante Placido, Fabio Troiano, Chiara Muti e Marco Foschi.

Il teatro Mascagni si prepara ad accogliere tutto questo con una rinnovata energia, anche grazie all’entusiasmo portato da Poliziani, che ha già provveduto in prima persona a dare una nuova immagine alla platea e al foyer, dove il pianoforte è stato spostato in una posizione più privilegiata e alle pareti sono stati affissi i manifesti delle passate stagioni.

«Chiusi ha una storia teatrale di tutto rispetto e questo è un modo per tenerne viva la memoria. Quanto agli spettacoli, sono tutti eventi che offrono una certa profondità di riflessione, pur risultando talvolta leggeri».

«Perchè per teatro – ha esordito Patrizia Coletta – si intende la forma di rappresentazione più alta dell’espressività, un mezzo per la diffusione della bellezza da trasmettere alle nuove generazioni, per educarle ad una complessità che è necessaria, se non si vuole scadere nella bassezza delle semplificazioni usate oggi in tanti slogan. Questo cartellone è un’offerta culturale diversificata per andare incontro alle esigenze della città e delle persone».

E proprio in quest’ottica è stata pensata l’iniziativa di allestire gli spettacoli domenicali in orario pomeridiano.

«Vogliamo così dedicare un’attenzione particolare ai bambini e dare l’opportunità alle famiglie di venire a teatro – ha spiegato Bettollini, oltre che sindaco, presidente della Fondazione Orizzonti. «Questo nuovo consiglio di amministrazione della Fondazione è il migliore che si potesse formare – ha poi continuato – per le valide personalità che vi sono all’interno, tra cui Fulvio Benicchi in veste di nuovo direttore generale e Gianni Poliziani come direttore artistico. L’obiettivo per i prossimi anni è quello di impostare una progettualità di alto livello, proprio perchè crediamo nell’importanza del teatro come sostegno alla cultura e al tempo stesso antidoto contro la paura. Il tendente aumento di visitatori giunti negli ultimi mesi è un buon segno che Chiusi, con la sua storia e la sua cultura, sta diventando un punto di interesse sempre più vivo, un aspetto che potrà ulteriormente migliorare con la riuscita del progetto sull’alta velocità».

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Un #umano che ha dato un #senso ad Orizzonti

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino…

#Umano era il tema dell’edizione 2017 del Festival Orizzonti; nato nel 2003 sotto la direzione artistica di Manfredi Rutelli per poi passare nel 2014 a quella di Andrea Cigni, fino alla scorsa edizione quando il Festival Orizzonti ha subìto una profonda trasformazione sia dal punto di vista organizzativo che per quello artistico.

Nuove cariche e scelte diverse hanno fatto sì che il festival chiusino diventasse più umano, proprio come il tema scelto per l’edizione 2017. Un tema che portava con sé un insieme di significati, ovvero, tornare ad investire sul capitale umano, sulle risorse plurali degli individui e sulle loro enormi potenzialità. Dal punto di vista artistico, l’edizione 2017 del Festival Orizzonti ha segnato una profonda rottura con la linea programmatica che caratterizzava uno dei festival più importanti del nostro territorio.

‘La gestione più umana’ ha dato vita ad un festival più pop e che ha cercato di riedificare una tessitura perduta tra le componenti della comunità specificatamente chiusina, assestata in una posizione media, più generalista, che non ha mancato di dare opportunità a realtà locali di confrontarsi con una struttura rilevante e un brand autorevole come la dicitura OrizzontiFestival. Tuttavia con questa rottura, caratterizzata da un equilibrio tra generalismo e cultura detta alta, l’amministrazione è riuscita a far fronte ad una lacuna e una carenza di strumenti finanziari e strutturali,

Quell’#umano del 2017, allo stesso tempo, è riuscito a dare un #senso all’edizione 2018 del Festival Orizzonti, una XVI edizione dove il ‘senso’ è declinato come senso di appartenenza (ad un luogo, una persona, un gruppo), senso identitario, senso artistico e senso del bello (più che mai soggettivo), poi senso del lascito e di quell’eredità intellettuale che abbiamo fatto nostra, infine senso del dovere di esprimere ciò che siamo e cosa significhiamo.

Sembra proprio, dunque, che il Festival Orizzonti abbia trovato la sua dimensione creata dal basso, secondo le richieste del pubblico e le esigenze di tutti coloro che vivono e convivono con il festival. Un percorso triennale che conduce lo spettatore in un’esplorazione più esaustiva delle arti performative nei modi più disparati: guardando gli attori e apprezzando gli spettacoli, ma anche incontrando gli artisti, partecipando a officine e workshops, motivando i giovani soprattutto e gli amatori in generale.

“Un festival fruibile da più soggetti possibili – ha spiegato il direttore artistico Roberto Carloncelli in fase di progettazione – per gli spettatori che vi intervengono per interesse puramente artistico, per quanti vorranno trarne un’esperienza di nuovi apprendimenti, per coloro che vorranno cogliere l’opportunità del festival per conoscere ed apprezzare la bella realtà del nostro territorio a tutto tondo”.

Il Festival Orizzonti 2018 avrà, come di consueto, la location principale nella magica Piazza Duomo per tutte le prime e gli spettacoli serali, la tensostruttura adiacente a San Francesco come spazio per gli appuntamenti pomeridiani con gli artisti del territorio, il tradizionale Teatro Mascagni per il resto degli eventi in programma e un nuovo luogo, dedicato alle kermesse dei bambini in esterna, a Poggio Gallina. Appuntamenti di danza, musica, teatro, workshop e arte coloreranno Chiusi dal 5 al 12 agosto in una XVI edizione differente per finalità, significato e target, che si aprirà con l’attesa prima regionale di Artemis Danza, culminerà con la prima nazionale di Motus Danza e si concluderà con l’imperdibile performance di Rocco Papaleo.

Finalità e scelte, quelle fatte dalla direzione artistica e dalla nuova gestione capeggiata dal presidente-sindaco Juri Bettollini, che hanno attutito i conflitti, recuperato i cocci e ricomposti in visione di una crescita, e tornare di nuovo a portare teatro, danza, opera, poesia, arti figurative, musica e qualsiasi altro tipo di contenuto culturale in un borgo di poco meno di novemila abitanti. Scelte necessarie che hanno rimesso in anche linea la gestione economica della Fondazione Orizzonti con un debito in via di risoluzione.

Insomma quel ‘Lallerare senza lilleri, o almeno provarci’ che il nostro magazine aveva lanciato l’anno scorso ha fatto da monito per un richiamo all’ordine, quell’ordine che il Festival Orizzonti sembra aver trovato con un #senso.

 

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La sintesi comica del presente: un’intervista a Cinzia Leone

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e…

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e allo stesso tempo parodiche di  una contemporaneità così complessa, Cinzia Leone ci accompagna in un vagone ferroviario immaginario in cui l’umanità varia si concentra. Attraverso l’ellissi del linguaggio, le forzature comiche del racconto, quella che emerge è un’analisi dello stato attuale delle cose. Abbiamo incontrato la protagonista dello spettacolo, nonché autrice del testo insieme a Fabio Mureddu, pochi giorni prima della tappa chiusina.

LV: Innanzi tutto è uno dei casi in cui è curioso magari sapere il concepimento di questo spettacolo: Qual è stata la scintilla, prima della scrittura. E come poi si è svolto il lavoro…

Cinzia Leone: Disorient Express è uno spettacolo su l’eccesso di aggiornamenti. Mi è venuto in mente in un momento nel quale non riuscivo più a fermare la realtà; nemmeno a capire dove stesse, la realtà. Un giorno ero con la signora che mi dà una mano a sistemare casa: parlavamo dei personaggi storici e del fatto che, da quando c’è internet, sono riusciti a mettere in discussione l’integrità di qualsiasi personaggio. Ad un certo punto, scherzando, le ho detto: «Spero che almeno Madre Teresa di Calcutta me la lascino integra…», «Nooo!» mi fa lei «Era ‘na fija de ‘na mig****a! Le piaceva vedere soffrire la gente». Lì mi sono detta voi siete pazzi, ed ho sentito la necessità di scrivere questo spettacolo. Mi è venuto in mente un telegiornale disorientativo, che desse una notizia e contemporaneamente la smentisse.

LV: Questo spettacolo va in giro da ormai quasi tre anni: come si è evoluta questa idea nel corso del lasso temporale in cui Disorient Express è stato rappresentato?

Cinzia Leone: È uno dei casi in cui le cose le comprendo e le capisco dopo averle cominciate a scrivere. Mi sono resa conto di come l’argomento centrale di Disorient Express sia “la contraddizione della democrazia”. Sia chiaro, io sono profondamente democratica, ma è necessario analizzare la contraddizione che comporta la democrazia, per capire il mondo che ci circonda. La rete è stata lo strumento più democratico che gli esseri umani abbiano mai inventato; è però, allo stesso tempo, un luogo nel quale sette miliardi di persone possono esprimere la loro opinione. La domanda che mi continuo a porre è: perché si sono stappate le necessità da parte di tutti di esprimersi, di dire la loro, molti anche menando con violenza le loro opinioni? La risposta che mi do è perché la paura, all’interno di una democrazia in cui tutti parlano, è quella di rimanere soffocati, di non essere più ascoltati, visibili. Nel momento in cui parliamo tutti, non si vede più nessuno.

LV: Si dice che molti problemi legati all’utilizzo del mezzo della rete – e delle difficoltà che ne conseguono – siano dati dai non-nativi digitali. Poi però si scopre che ci sono anche ventenni o trentenni, di fatto cresciuti su internet, che cadono in errori inverecondi. Dal tuo punto di vista, dove sta il problema e – mi rendo conto della difficoltà – come si potrebbe risolvere?

Cinzia Leone: Ci sono delle evoluzioni storiche che presentano delle difficoltà e queste non si risolvono, si logorano nel tempo, man mano che le cose prendono una nuova forma e si radicalizzano nel sociale. Io non esprimo giudizi nei confronti di cosa viene condiviso: ognuno condivide quello che gli pare. Che siano gattini o che siano due tette. Non è questa la chiave di lettura da adottare e non è questo il problema legato alla democrazia. Io penso che queste siano contraddizioni del presente da accettare, da assecondare. La vita va avanti grazie alle contraddizioni. La vita si riproduce costantemente grazie alle sue contraddizioni.

LV: Che tipo di consiglio daresti ad un adolescente che comincia ora a voler fare teatro con l’obiettivo di far ridere?

Cinzia Leone: Il consiglio che do, non solo ai giovani, è quello di pensare. La cosa migliore per far ridere è capire: comprendere quello che vuoi raccontare, focalizzarne un aspetto. Bisogna osservare ciò che c’è intorno, elaborarlo e riproporlo in una sintesi comica. Questo è quello che mi viene da dire. Sfruttare questa caleidoscopica realtà che ogni giorno si apre ai nostri occhi, per farne motivo di osservazione. La realtà è un laboratorio sperimentale dei comportamenti degli esseri umani che continuano, nonostante tutto, ad essere incredibilmente interessanti.

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Il Dante Pop al Teatro Mascagni – Intervista ad Alessandro Fullin

«Il Purgatorio? Non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento…

«Il Purgatorio? Non è un luogo fisico dove, dopo la morte, purificare l’anima tra fiamme, fuoco e tormenti. È, invece, uno spazio interiore, senza tempo e senza dimensioni, un momento di ricerca e di intima penitenza da cui partire per poter incontrare la misericordia di Dio» – a dirlo è stato il Pontefice emerito Joseph Ratzinger, Benedetto XVI. Quando lo viene a sapere Dante, nell’aldilà, si dispera. Un terzo del suo capolavoro diventa improvvisamente vano. Non dandosi per vinto, l’Alighieri ricomincia il percorso intrapreso secoli prima per riscrivere il sommo poema.

È la trama basica de La Divina, spettacolo comico di Alessandro Fullin, che per l’occasione si accompagna a Tiziana Catalano, Sergio Cavallaro, Simone Faraon, Paolo Mazzini, Mario Contenti e Ivano Fornaro. Sarà in scena al teatro Mascagni di Chiusi Domenica 11 Marzo alle 21:15.

Lo abbiamo incontrato qualche giorno prima per rivolgergli alcune domande.

La Valdichiana: L’ultima volta che sei stato a Chiusi era il 2014 e presentavi Parco Botanico. Come si concilia questa doppia anima di scrittore e interprete sul palco?

Alessandro Fullin: Ma guarda, è perché ho la partita IVA. Me ne invento di tutti i colori pur di fare un po’ di reddito. Dipingo anche. Farei anche danza classica se potessi, sebbene a 53 anni non abbia più l’età. Altrimenti salterei e ballerei. Avendo la Partita IVA ho capito di possedere una creatività a cicli trimestrali, alternati tra scrittura e grida in teatro. Ecco, l’ambivalenza si concilia per ragioni fiscali.

La Valdichiana: Adesso torni al teatro Mascagni con La Divina. È un tributo o una dissacrazione?

Alessandro Fullin: Il buon Dante è un po’ lontano da noi. È un essere eterno, quindi non si ha la paura di offenderlo. Non so cosa penserebbe del mio lavoro la persona-Dante, forse qualche perplessità gli sorgerebbe…

La Valdichiana: Una volta Gigi Proietti disse di non essere affine alle riletture dei classici poiché di questi tempi non siamo molto sicuri che il pubblico abbia già fatto la prima lettura. Secondo te il pubblico oggi è abbastanza colto e preparato per accogliere le riletture?

Alessandro Fullin: Oddio, è difficile. Certo, quando tu fai una rilettura devi avere un testo in comune con il pubblico, una storia comune. C’è da dire che oggi il pubblico è molto vario anche in questo. C’era molta meno differenza tra me e mio papà, ad esempio, rispetto alle ultime generazioni. Sia io che mio padre leggevamo Salgari, oggi i ragazzini credo che neanche sappiano chi sia. È molto difficile rispondere alla odmanda con una generazione di mezzo che ha subito un cambio di riferimenti così brusco. Un uomo di cinquanta anni ha storie diverse da quelle di uno di venti. Posso dire però che in questo spettacolo mi difendo bene da questa divergenza, attraverso l’utilizzo della cultura pop. Cito tra gli altri Guerre Stellari che – attenzione – è l’unica storia che abbiamo in comune da almeno tre generazioni. Poi attenzione Io non sono un esperto di Commedia dantesca. Ho cercato di scegliere il best of della Commedia, le cose che anche per sbaglio uno deve conoscere. Poi ci mescolo insieme anche gli ABBA, in un frullatore pop. Se non sai chi siano Paolo e Francesca vabbene, perché comunque dentro c’è anche la Signora in Giallo, e si ride lo stesso. C’è un grande colore.

La Valdichiana: Come si fa oggi, in questo contesto storico sociale, a fare comicità intelligente?

Alessandro Fullin: La comicità è un’arte che invecchia molto rapidamente, forse l’arte che invecchia più rapidamente in assoluto. Spesso la comicità più efficace è anche quella più attualizzata, molto basata sul senso comune di un determinato momento storico. Ovviamente tende a modificarsi nel giro di pochi anni. Se noi guardiamo alcuni comici del passato, ad esempio di venti anni fa, ci sembra che dormano, oggi non fanno ridere. Certo rimangono stelle polari come Totò, che è figlio del suo tempo, ma ci fa ridere ancora oggi; penso però a Macario che se lo guardiamo oggi rimaniamo un po’ perplessi. In passato invece aveva un successo enorme. Ecco oggi una comicità intelligente è atemporale. Io ho la presunzione che funzioni per un tempo più lungo… un periodo quantomeno sufficiente a coprire quello della mia vita. A me non piace poi buttare degli spettacoli perché “vecchi”. Piccole Gonne ad esempio va in giro da quasi cinque anni, ancora fa ridere e spero che non invecchi mai.

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Circo come contenitore polisemico: intervista a Alessandro Serena

Abbiamo incontrato Alessandro Serena, autore di The Black Blues Brothers: spettacolo in programma al Teatro Mascagni di Chiusi sabato 3 febbraio 2018. Professore di Storia dello Spettacolo Circense e di…

Abbiamo incontrato Alessandro Serena, autore di The Black Blues Brothers: spettacolo in programma al Teatro Mascagni di Chiusi sabato 3 febbraio 2018. Professore di Storia dello Spettacolo Circense e di Strada all’Università Statale di Milano, Alessandro Serena proviene da un’antica famiglia circense, imparentata con gli Orfei. Si è dedicato a studi e ricerche sulla cultura e la storia del circo. Ha pubblicato i volumi Lo spettacolo del corpo (AICS), Il circo e la scena (Marsilio) e Luci della giocolieria (Stampa Alternativa). Ha rivestito ruoli istituzionali presso l’Ente Nazionale Circhi e l’Accademia del Circo. Ha firmato spettacoli tv come Sabato al Circo, Gran Premio Internazionale del Circo, Circo Massimo e Non Chiamatelo Circo, oltre che gli speciali di RAI 3 dedicati al Cirque du Soleil. Dal 2000, per tre anni, ha collaborato con La Biennale di Venezia in un’attività finalizzata alla fusione fra le arti della pista e quelle della scena.

V: Sono anni che approfondisci le possibilità che la mescolanza tra arte circense – da pista e tendone – e arte scenica possono portare a questa forma di arte-spettacolo: in occasione di Black Blues Brothers, questo sabato, avremo modo di vedere esercizi di acrobati circensi, sul palco del Teatro Mascagni. Com’è portare il circo in teatro?

Alessandro Serena: Dunque, va detto che ci sono varie differenze. Ce n’è uno tecnico, legato alla fisicità del luogo, e quindi strutturale: nel circo a pista rotonda hai la necessità di performare a 360 gradi, sei visto da tutte le direzioni, mentre in teatro, la capacità di attirare l’attenzione dello spettatore da una quarta parete, è completamente diversa. Il circo tradizionale poi permette anche numeri aerei, l’uso di animali, invece in teatro lo spettacolo deve necessariamente essere più contenuto. Negli anni quest’arte si è affinata, proprio per sopperire alla mancanza delle componenti più apriche, più articolate. Black Blues Brothers utilizza ad esempio una formula particolare di un gruppo da 5 persone. È uno spettacolo mono-disciplinare, sebbene all’interno dell’acrobazia vi siano tantissime sotto-discipline e variazioni: ma non ci sono trapezi, né clown, né animali.

V: Dal punto di vista del pubblico, secondo te, come è cambiata la percezione del circo negli ultimi anni? 

AS: È cambiata moltissimo. Ma come per tutte le forme d’arte. Prendi ad esempio il cinema: sono cambiati i metodi di fruizione. Siamo passati dai cinema di prima visione alle multisale. In più oggi abbiamo lo streaming e la payperview. Questo cambiamento ha inciso moltissimo anche e soprattutto sul prodotto artistico stesso. Il linguaggio si sta evolvendo continuamente. Così anche nel circo, dove le discipline circensi o paracircensi, sono antiche di millenni, e si sono evolute nel corso della storia.

Quest’anno di festeggia il 250 anniversario del circo classico, poiché si colloca nella figura di Philip Astley la paternità del circo moderno. In realtà le discipline che sono convenute nella pista tonda di Astley sono antiche di millenni. Nel corso degli anni trovano modalità differenti di mostrarsi al pubblico. Ce ne sono alcune altresì che sono impressionanti per quanto fedeli ai loro antesignani di millenni fa: c’è una statuetta di Tebe, risalente a 300 anni prima di Cristo, che è rappresentata nella posizione di un esercizio uguale a quelli che fa Viktor Kee, una delle stelle contemporanee del Cirque du Soleil. Quindi ecco la percezione è cambiata, così come è cambiata la fruizione. In televisione si vedono Italia’s  got Talent e Tu Si Que Vales che hanno sostituito, di fatto, programmi televisivi come il Festival Internazionale di Montecarlo.

V: E secondo te com’è l’arte circense oggi? 

Il circo è un contenitore polisemico. Segni che sono tanti e in contrasto fra di loro. Il circo può ispirare la piccola compagnia di guitti, polverosa quasi patetica, felliniana direi, come un’armata Brancaleone dell’acrobazia, che gira con un tendone rattoppato di città e città. allo stesso tempo il circo può rimandare alla perfezione del gesto fisico: il funambolo è l’uomo solo con se stesso che non può sbagliare, cercando il suo sentiero, con una metafora. Il circo contenga un sacco di segni contrastanti tra di loro. Il circo oggi è una delle pochissime forme di spettacolo che riesce a tenere insieme moduli contrastanti di intrattenimento: come la cucina italiana ti può proporre sia un piatto raffinato che uno popolare con lo stesso tasso di qualità. Può mettere vicini, in scaletta, un numero raffinatissimo di Anatoli Zaleski, con la musica classica, e un numero di animali – maiali, mucche e galline – con musiche tirolesi, riuscendo a farli sembrare coerenti e godibili.

V: Sei anche un sostenitore del circo sociale: che funzione ha il circo nella reintegrazione sociale e nella formazione degli esseri umani? 

I cinque ragazzi che vedrete sul palco di Chiusi si sono formati a Nairobi, in Kenia. Sono in tournée da quattro anni e riescono, oggi, a vivere di quest’arte. Si sono formati e tutt’oggi collaborano con un gruppo chiamato Sarakasi. Il gruppo è attivo in Africa da anni e lavora soprattutto in situazioni di estrema miseria. In passato ha lavorato con ex-prostitute di tredici anni -sì, esatto, ex prostitute di tredici anni– trasmettendo valori legati alla consapevolezza del corpo con i quali sono riusciti a salvare delle vite. Ho avuto modo di collaborare con realtà meravigliose in giro per il mondo dalla Colombia, alla Romania, dove l’associazione Parada tira fuori i bambini dai tombini della città per insegnare loro l’arte del circo. Sono stato a Kabul, dove mi sono confrontato con il disastro che la guerra ha portato nel paese, distruggendo tutti gli anagrafi e lasciando intere generazioni senza identità. Ma così come la clownterapia è una forma di circo sociale. I ragazzi di Black Blues Brothers tornano regolarmente a Nairobi ad insegnare acrobazia ai ragazzi nelle bidonville, molto spesso tirandoli fuori da un futuro certo di miseria e delinquenza.

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Un Omaggio ad Anna Marchesini al Teatro Mascagni – Intervista a Ingrid Monacelli

Quando Roberto Carloncelli ha preso in mano la direzione artistica del Festival Orizzonti, nel caos gestionale che lo circondava, si è ritrovato a comporre un florilegio di spettacoli legati a…

Quando Roberto Carloncelli ha preso in mano la direzione artistica del Festival Orizzonti, nel caos gestionale che lo circondava, si è ritrovato a comporre un florilegio di spettacoli legati a sue conoscenze dirette. Tra queste, c’era Ingrid Monacelli, la quale si è resa protagonista, durante lo scorso festival, nell’agosto del 2017, del fortunato ciclo di letture Donna: Femminile Singolare. Le performance, distribuite in tre giorni, inglobavano, tra gli altri, testi di Franca Rame, Stefano Benni e  Aldo Nicolaj; sopratutto però, la Monacelli interpretò in maniera magistrale Anna Cappelli di Annibale Ruccello.

È impossibile, nell’economia del teatro contemporaneo, non associare il testo di Ruccello ad Anna Marchesini che a più riprese lo interpretò lungo gli anni Novanta. Da questo spunto, Roberto Carloncelli e Ingrid Monacelli hanno lavorato, negli ultimi mesi, ad uno spettacolo che si configurasse come un vero e proprio tributo alla grande attrice orvietana. Oggi si intitola Anna: omaggio ad Anna Marchesini e va in scena al Teatro Pietro Mascagni venerdì 26 gennaio 2018. 

Abbiamo incontrato Roberto Carloncelli e Ingrid Monacelli prima del debutto e abbiamo posto loro alcune domande.

 

LaV: Secondo voi qual è il segno che Anna Marchesini ha inciso nella storia del teatro? Cosa avete imparato voi da lei?

Ingrid Monacelli:  Riusciva a rendere naturale ciò che è estremamente artificioso. Ogni suo personaggio era frutto di un lavoro sul corpo molto faticoso che poteva durare anche dei mesi, ma lei era capace di essere fluida e naturale nelle interpretazioni. Certo, era molto caricaturale, spesso molto grottesca, ma sempre con naturalezza. I suoi tempi comici erano immanenti; aveva capacità di improvvisare sul palco, a seconda del pubblico che aveva davanti. Riusciva a portare il pubblico dove voleva lei; era eccezionale in questo. Ogni volta che si trovava sul palco dava l’impressione di essere a casa sua. Il pubblico era l’ospite. Per chi fa questo lavoro quello che dovrebbe essere sempre presente è l’amore di stare sul palco, sentirsi a casa. Vedere l’amore e la passione che lei metteva nel suo lavoro è stato l’insegnamento più grande.

Roberto Carloncelli: Anna Marchesini è stata una delle pochissime attrici italiane che riuscivano a passare dalla lettura delle pagine gialle a Shakespeare. Deteneva una preparazione, a livello culturale, enorme, anche se noi l’abbiamo conosciuta nel suo aspetto prevalentemente comico. Era una persona rara. Ha lasciato secondo me questa sua particolare visione della comicità: l’umorismo velato di tristezza. Che poi è una cosa tipica di chi fa teatro comico, ma lei aveva una marcia in più. Per chi ha avuto la fortuna di vederla nell’ultima parte della sua carriera, da sola, ha fatto spettacoli incredibili.

LaV: In che misura il fatto che Anna Marchesini fosse una donna ha codificato il suo essere teatrale?

IM: Anna Marchesini è riuscita a sdoganare quella che era una brutta tradizione nell’ambito dello spettacolo: che la donna non fosse propriamente una figura comica. I comici sono uomini. Nel mondo dello spettacolo comico le figure forti sono sempre maschili. Lei è stata bravissima perché ha saputo cogliere tutti i pregiudizi sociali, rivolti al femminile, tutti i difetti delle donne – dalla nevrosi all’estrema vanità, fino alla strumentalizzazione della sessualità – ed è riuscita a costruire dei personaggi che in maniera caricaturale ridevano di loro stessi. Il valore più importante è stata la sua grande intelligenza nel sapersi prendere in giro confrontarsi con il suo essere femminile fino in fondo, a trecentosessanta gradi. Far emergere tutti i lati della femminilità ed esprimerli con la risata.

RC: Ha una rilevanza, certo. Il teatro, purtroppo, è maschile. Dalle radici della sua origine. Pensiamo che in passato le donne non potevano nemmeno entrare a teatro. Ecco, Anna Marchesini è stata una di quelle attrici che hanno fatto capire quanto la figura femminile fosse la forza motrice non solo del teatro, ma in generale della vita del mondo. Potremmo estendere questo discorso a tutti gli aspetti della società, le recenti cronache ci forniscono un quadro abbastanza preoccupante. Anna Marchesini può anche ribadire quanto le donne possano essere protagoniste, dentro e fuori dai teatri.

LaV: È stato difficile confrontarsi con una gigante del teatro come Anna Marchesini?

IM: Sicuramente confrontarsi con Anna Marchesini è impossibile. Un mostro sacro del teatro contemporaneo. Cerchiamo di fare un omaggio, un tributo, alla sua figura. Per me è sempre stata un riferimento. Lei era eccezionale per quanto riguarda il trasformismo. Riusciva a cambiare completamente connotati visivi, la voce, il corpo, i movimenti, i tic a seconda dei personaggi. Osservarla è stata una delle fonti più grandi di ispirazione per il lavoro. Ho cercato di trarre da lei soprattutto la capacità di trasformarmi, e di imparare ad avere quella stessa luce negli occhi che aveva lei quando saliva sul palco e che dimostrava il suo immenso amore per questo lavoro.

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“Il Bacio” di Ger Thijs: intervista a Francesco Branchetti

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo…

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo di Ger Thijs proposto al pubblico del Teatro Mascagni di Chiusi sabato 13 Gennaio 2017. La regia e l’adattamento è dello stesso Branchetti, il quale ha lavorato sulla traduzione dall’olandese di Enrico Luttmann.

Ger Thijs, autore de Il Bacio, è uno dei più importanti drammaturghi olandesi. È nato a Waubach, nel Limburgo, nel 1948.  Abbandonati gli studi di psicologia ad Amsterdam, segue i corsi dell’Accademia Teatrale di Maastricht. Non conclude il percorso accademico poiché all’inizio del secondo anno viene ingaggiato dalla compagnia di Elise Hoomans, debuttando nel 1970 come attore con un testo di Raymond Quéneau. Da allora ha lavorato in tutti i campi dell’attività teatrale, dirigendo anche alcune delle sue stesse opere. E’ stato anche Direttore Artistico del Teatro Nazionale Olandese. Molte delle sue rappresentazioni sono state nominate per il prestigioso Theatre Audience Award.  Scrive, inoltre, romanzi ed è editorialista per il quotidiano Volkskrant.

Il Bacio si svolge in un bosco. Un luogo quasi etereo, al di fuori della quotidianità. Lui è un comico fallito in procinto di prendere una decisione importante sulla sua carriera, lei si trova di fronte ad un bivio fisico, un movente di preoccupazione. I due personaggi, di cui mai vengono esplicitati i nomi, si incrociano durante una passeggiata nel verde. Si siedono su una panchina e iniziano a parlare. Il dialogo diventa un’esplorazione sineddotica dell’anima umana, quando è chiamata a scontrarsi con la brutalità dell’esistenza. L’andamento dell’approccio tra i due è intralciato dagli imbarazzi e dai limiti verbali dell’alterità, ma sostenuto dalla profonda comprensione sentimentale di due vite che si intrecciano, lungo l’unità temporale dello spettacolo.

Abbiamo incontrato Francesco Branchetti, prima dello spettacolo, che ha risposto alle nostre domande:

V: Come è stato dirigere Barbara de Rossi che è tornata a lavorare in teatro dopo tanti anni?

Francesco Branchetti: È stato molto bello e molto semplice. Ci siamo incontrati molto tempo prima delle prove di Medea ed abbiamo iniziato un lavoro molto certosino sul personaggio che poi ha interpretato benissimo. Abbiamo fatto un lavoro di preparazione molto lungo prima delle prove. Medea di Jean Anouilh  è stato uno spettacolo che Barbara ha fortissimamente voluto fare, e io anche. È stato un lavoro entusiasmante. Barbara, poi, è una persona dal carattere gentile e dalla professionalità straordinaria. Non ci sono state difficoltà perché si è messa completamente nelle mie mani di regista e questa sua lontananza dal palco scenico, lungo tutti questi anni, non ha pesato. Sono state prove molto lunghe, ma è stato un lavoro molto accurato.

V: Ger Thijs, autore de Il Bacio, È il massimo autore olandese uno dei più importanti viventi. Molto del pubblico forse non lo ha mai sentito nominare. Oltre a divulgare il teatro nelle sue pratiche, cosa potreste fare voi professionisti della drammaturgia, per divulgare anche la letteratura teatrale?

FB: Personalmente, da tantissimi anni mi prefiggo di presentare testi stranieri in Italia. L’ho fatto con testi olandesi, spagnoli… l’ho fatto con le opere dei maggiori autori delle drammaturgie estere. Thijs è il maggiore autore del teatro olandese contemporaneo. Noi teatranti dovremmo tentare, prima di tutto, di portarli in scena. Dovremmo farli vivere attraverso gli allestimenti. Io ho portato in scena Manfredi, Angelo Longoni, Alberto Bassetti e moltissimi altri. La drammaturgia contemporanea mi è sempre stata molto a cuore: sia quella italiana che estera. Più il teatro contemporaneo ha modo di vivere sulla scena e più il pubblico si abitua agli autori contemporanei. È ovvio che in un momento di crisi, mancano basi culturali solide su cui appoggiarsi e spesso molte produzioni puntano sui classici, i grandi titoli del repertorio. Però non è necessariamente una scommessa vincente. La scommessa su questo testo di Thijs si è rivelata felice. Il Bacio non era mai andato in scena in Italia, mentre in tutti gli altri paesi europei sì . Quindi è stato il primo allestimento italiano. Anche questa stagione saremo per quattro mesi in tournée. Quindi non necessariamente rivolgersi ai grandi classici è l’unica strada per avere successo. Si può fare molto bene anche con un testo contemporaneo.

V: Secondo te ha qualcosa da dire sui recenti dibattiti sulla sessualità, i rapporti tra uomo e donna tirati in ballo nei recenti fatti di cronaca?

FB: No, direi di no. Il nostro spettacolo vive del rapporto anche tra uomo e donna soprattutto per quanto riguarda le sfere della tenerezza, dell’affetto arriva anche alla sensualità ma in una chiave totalmente rivolta al sentimento. Affronta l’innamoramento, non tanto la fisicità. È attuale nella misura in cui in un epoca in cui è diventato difficilissimo, fidarsi e affidarsi all’altro, anche nella figura di un altro sesso, è difficile conquistarne la fiducia. Sono solito dire che oggi l’unico atto di coraggio è fidarsi dell’altro. Questo è uno spettacolo che mostra come due personggi, affidandosi nelle vicendevoli mani, trovano in un sentimento condiviso, una via di salvezza. Mostra come un atto di fiducia e di coraggio possa cambiare le cose nelle nostre vite.

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Il guazzabuglio del linguaggio secondo Mamet, Oleanna al Festival Orizzonti di Chiusi

Quando Luca Barbareschi, con Lucrezia Lante della Rovere, porta in scena per il pubblico italiano Oleanna, al Festival dei due mondi di Spoleto, nel 1993, sul tema dello stupro e…

Quando Luca Barbareschi, con Lucrezia Lante della Rovere, porta in scena per il pubblico italiano Oleanna, al Festival dei due mondi di Spoleto, nel 1993, sul tema dello stupro e della violenza di genere non c’è l’attenzione mediatica con cui malauguratamente ci troviamo a confrontarci oggi. Il vero fulcro riflessivo attorno al quale lo spettacolo vibrava, infatti, era il guazzabuglio del linguaggio, di barthesiana memoria, il piegamento dei significati dei gesti e delle parole a fini giuridici. Era il retaggio del Nietzsche che filosofava con il martello, battendo i contenitori del pensiero, al fine di constatare la loro effettiva sussistenza o la loro infondatezza, il loro ritualismo convenzionale. L’obiettivo di Mamet non era quello di riflettere quindi direttamente sul tema dello stupro, della violenza di genere o dell’abuso di ufficio, la sua volontà era bensì il crepuscolo degli idoli, una forzatura oppositiva alle convenzioni del linguaggio. Oleanna è un testo di teatro borghese postmoderno che svela il peggio degli esseri umani, trasporta i protagonisti in una catabasi senza ritorno, fatta di cinismo e sopraffazione.

Specularmente, qualche anno più tardi, Philip Roth in un romanzo di straordinaria acutezza analitica e finissima scrittura, noto in Italia con il titolo La Macchia Umana – del quale Robert Benton ha prodotto una versione cinematografica non proprio riuscita, con Anthony Hopkins e Nicole Kidman – ripercorre la stessa dinamica e la stessa andatura narrativa del testo di Mamet, con la variante del termine d’accusa nei confronti del professore, che nel caso del romanzo compete il razzismo. Il peso delle parole, nell’America distorta e neoimperialistica degli anni ’90, assumeva un valore riflessivo che forse solo oggi, noi italiani, possiamo cogliere appieno, considerando centrali i temi di violenza di genere e razzismo, al centro dei topic trend webradiotelevisivi. Il testo di Mamet assume oggi, in Italia, connotazioni ciniche e violente ancora più pesanti. Le contraddizioni cui ci pone di fronte questo lavoro deve aver convinto Roberto Carloncelli, direttore artistico di questo Festival Orizzonti #umano – troppo umano – e che alimenta il grande tema dell’incomunicabilità, mai troppo abusato nella nostra koinè culturale da Antonioni in poi, ad utilizzarlo per la produzione originale di prosa, all’interno della rassegna chiusina.

La struttura dello spettacolo è relativamente semplice: ci vengono mostrate tre fasi di una vicenda ad ambientazione statica – la stanza di ricevimento di un professore di scienze umane e sociali – nella quale si percorre un burrascoso rapporto verticale tra un insegnante e una studentessa: lui in attesa di entrare in università come insegnante di ruolo, in procinto di fissare uno status borghese, sia pubblico che privato – con tanto di acquisto della casa più grande con la moglie e i figli – e lei, inizialmente ingenua e serafica, che sembra fingere l’innocenza e l’insicurezza della più timida verditudine, negli imbarazzi iniziali di una giaculatoria confidenziale con un uomo al di là della cattedra. L’iniziale apertura del professore, le basi di amichevole interazione tra i due protagonisti però si frattura. Gli atteggiamenti del professore vengono contorti da una manovra della studentessa, finalizzata ad accusare il docente, di fronte ad un coorte giuridica e soprattutto di fronte alla commissione universitaria, di empietà, abuso d’ufficio, violenza sessuale, basandosi sul solo utilizzo delle parole, ravvisando, rivelando e piegando i termini e le perifrasi espresse dall’insegnante a vantaggio della formula accusatoria. Il rapporto che inizialmente sembra edificarsi in un reciproco rispetto e confidenza, contenuta nel «diaframma di stenosi professionale docente-studente» di un ufficio dell’università, si perde in una feroce diffrazione di antagonismo.

La scena è costruita su una bassa varietà cromatica. Davanti al fondale, ci si presentano tre fasci di enormi veneziane irregolari, a lastre ora più piccole ora più grandi, modellate in legno chiaro, lo stesso utilizzato per la scrivania, le seggiole e il divano rigido. Questa è la scenografia operata da Fabrizio Nenci, nella quale l’essenzialità dei colori utilizzati, a contrasto desaturato, illuminato a luce bianca e gialla, aperta e riempitiva (a parte brevi intermezzi in cui toni più scure e proiezioni d’ombra, danno adito a lagune di inquietudine nello spettatore, funzionale allo sviluppo drammaturgico), favoriscono la caratterizzazione data dai costumi, elemento fondamentale dello spettacolo. La parte interpretata da Benedetta Margheriti, quella cioè della studentessa, è in realtà un complesso di tre parti diverse, per la quale il lavoro sui costumi è stato sostanziale puntualissimo. Nella prima scena vediamo un Gianni Poliziani in completo nero, compiaciuto nel suo progressismo e nel suo parlare forbito – un tipo umano estremamente riconoscibile nelle università e negli istituti di istruzione superiore italiane – e una studentessa in Converse e veste floreale, con un occhiale a montatura tonda da Lolita wannabe e la frangetta composta. Già dalla seconda tranche di spettacolo, il rapporto esplode: i fiori della veste lasciano spazio ad un total black, una stringata in pelle nera, a cui succede poi – nella terza parte – un pantalone lungo da saffismo indeterminato e indefesso cinismo, a cui contralta la figura di un professore sempre più spogliato, sempre più depredato dei suoi contorni, distrutto dalle accuse della sua allieva.

Il testo prevede un flusso a due voci di scambi irrelati, le parole che vengono lanciate nel mucchio si sbilanciano negli aulicismi concettosi (termine invalso, paradigma socioidentitario, prevaricazione a disturbo ritualizzato) ai quali vengono posti in contrasto riflessioni sulla comprensibilità, sull’ansia di fallire, sulla comunicabilità tra settori sociali differenti. Sulle parole, quindi, si gioca un’altissima percentuale dello spettacolo. In questo i due attori hanno sostenuto una responsabilità enorme, puntata sull’esperienza della parola e della sua recezione, teatro di prosa elevato alla seconda, quindi, in cui il detto si contrae nelle forme intestine più congetturali dell’ermeneutica verbale. Anche dai fatti, non solo dalle parole, sviscerano ipotetiche interpretazioni, ogni sguardo, ogni lettura, ha una sua temperatura testuale. È quel guazzabuglio del linguaggio che esaltava i decostruzionisti francesi. Gianni Poliziani con la sua esperienza di fonesi scenica, di gestione ritmica del testo, e Benedetta Margheriti che ha trovato qui un’adulta gestione diaframmatica dei toni, hanno saputo riconoscere i propri varchi ritmici e inserirsi in essi, assecondare il moto ondulatorio dell’andamento drammaturgico.

In conclusione, è importante riflettere su un punto: visto che riportare il Festival Orizzonti ad essere più #umano è uno degli obiettivi principe della nuova compagine amministrativa della Fondazione, ecco cosa si dovrebbe fare: riformulare le produzioni originali (valevoli) in visione di una continuità,  e non di un singolare fuoco d’artificio, buono per riempire – magari – una platea, riempire una data, uno scalino di stagione, e poi disperdere le energie linfatiche dei gruppi teatrali che nascono dal maglio delle istituzioni culturali del nostro territorio. Il pubblico è abituato a produzioni con ambizione professionale cui viene concesso lo stesso spazio di una dichiarata compagnia amatoriale, e non c’è riscontro critico, non c’è effettivo riconoscimento dei migliori prodotti che escono dalla fucina dei teatri locali (e lo sanno bene lo stesso Gianni Poliziani e Mascia Massarelli, che ha curato l’aiuto regia dello spettacolo, entrambe figure centrali del teatro della macroarea valdichianense). Ecco: questo Oleanna dovrebbe poter essere riportato in scena, in altri luoghi, trovare confronti e piani linfatici diversi per arricchirsi. Farebbe bene ad Orizzonti, farebbe bene ai due attori (alla Margheriti in primis, vista la giovane età e il potenziale espresso nella sua straordinaria performance) e farebbe bene anche al pubblico che aumenterà le possibilità di assistere ad uno spettacolo tanto disturbante, quanto illuminante.

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La gioiosa macchina post-punk del Lars Rock Fest. Intervista ad Alessandro Sambucari

Quando si entra nell’ampio parco dei giardini pubblici di Chiusi Scalo, trasfigurato in occasione del Lars Rock Fest 2017, il palco centrale si trova in un’area nascosta. Lo stage si…

Quando si entra nell’ampio parco dei giardini pubblici di Chiusi Scalo, trasfigurato in occasione del Lars Rock Fest 2017, il palco centrale si trova in un’area nascosta. Lo stage si scorge infatti nel bassopiano circolare, perimetrato da latifogli – dalla parte opposta dell’ingresso da via Oslavia – per il quale la dorsale erbosa del parco va a configurarsi come una vera e propria tribuna naturale. È proprio da lì che mi trovo ad assistere allo splendido live dei Public Service Broadcasting la sera dell’8 luglio: probabilmente una delle rivelazioni più felici del rock britannico negli ultimi anni, capace di coniugare l’afflato del suono chitarristico secco, cui ci hanno abituato gli ultimi quindici anni di indie rock inglese, a componenti elettroniche, campionamenti, formule pluridimensionali di resa sonora – il chitarrista tiene di fronte a sé un Nord Lead capace di buttare, in diffusione, suoni di cui le nostre orecchie nemmeno credevano possibile l’esistenza – nonché una capacità visuale di gestione del palco formidabile, con visual che si dimostrano parti integranti dello show.

La serata segue quella che ha visto come headliner i Gang of Four, storica band di quella koinè New Wave della città di Leeds che ha prodotto, negli stessi anni, da una parte i Soft Cell e dall’altra i Sister of Mercy – quindi capace di smarcare i toni lugubri del post-punk à la Ian Curtis e rivolgersi anche al funky, alla disco e agli spunti goth rock che venivano da oltreoceano – e non a caso, di recente, ha regalato al mondo Kaiser Chiefs e Alt-J.

Precede invece quella che ha visto esibirsi i canadesi Austra, ribadendo i canoni del synthrock contemporaneo, con in apertura il nostro wrongonyou, rivelazione assoluta della musica italiana nel 2016, continua a girare l’Europa con il suo dream pop acustico, toccando anche Chiusi. C’è quindi – è evidente – una forte coerenza interna nelle scelte musicali, ed è una delle cifre di qualità che il Lars mantiene costantemente viva nelle sue attività.

 

 

La musica però, proprio come la collocazione dello spazio live, è un dato ambientale, un motivo complementare che va ad intersecarsi con le altre anime del festival, coloratissime, vive, dinamiche. Nel percorso che attraversa il parco infatti si incappa in Rumore, la mostra fotografica curata da Flashati Cinefotoclub, in cui sono catturate le espressioni in primo piano di soggetti nel momento in cui le frequenze musicali entrano nelle loro orecchie; le stampe di Lucetipo e i disegni di Creative Label, concretizzati con la tecnica della cianotipia; lo spazio di This Is Not A Love Song, artisti dal multiforme ingegno che in nome della nostalgia vaporwave, e del cult alternativo canonizzato degli anni ’80, modellano e personalizzano cassette tape, VHS, poster e tutte le piattaforme possibili.

Un pannello bianco orizzontale, al lato della birreria, vede un affollamento di artisti figurativi volatili, partecipanti alla performance di tre giorni che vede sfidarsi Mynameisbri, This Is Not A Love Song e Lucetipo, al colorismo di rese in live painting, piacevolmente disturbati dagli avventori.

 

 

Ho incontrato il direttore artistico del festival, Alessandro Sambucari, che – concedendomi tempo prezioso alle centinaia di incombenze sovrapposte nei giorni del festival – ha risposto ad alcune mie domande.

Quale è stato il percorso dietro la Line-up di quest’anno?

Per il taglio che abbiamo deciso di dare alle proposte musicali, ormai da qualche anno, il percorso che porta alla definizione della line-up assomiglia molto ad una via crucis. Il nostro tentativo è avere sul palco band straniere che abbiano un livello di interesse internazionale, compatibilmente con il nostro budget, che difficilmente passano in questa parte d’Italia. Possibilmente con un album nuovo in promozione. Già questo basterebbe a rendere le cose complicate: se poi ci metti la collocazione geografica sfavorevole dell’Italia in generale rispetto all’Europa – e di Chiusi a livello nazionale – puoi capire facilmente che incastrare tutto è sempre difficile. Per non parlare dei compensi nei festival europei rispetto ai nostri… ad ogni modo, speriamo e crediamo di essere riusciti anche quest’anno a proporre una line-up che tocchi tutti i generi musicali a noi cari – post-punk, psych-rock, electro-pop, etc – guardando sia al futuro – e mi riferisco agli Austra ed ai Public Service Broadcasting – che al glorioso passato, che tanto passato non è: i Gang Of Four in esclusiva nazionale. Senza dimenticare di dare spazio alle band italiane che a nostro parere sono fra le più interessanti in circolazione. Ah, tutto, come sempre, gratuito.

 

Rispetto agli altri festival del territorio, quale identità artistica ha secondo te in particolare Lars?

Come in parte ho già detto , ciò che ricerchiamo è esattamente trasmettere di anno in anno una identità precisa al pubblico presente. Lasciare la certezza che l’anno successivo, tornando al Lars Rock Fest, ci si possa ritrovare nello stesso clima di festa. Questo certamente passa anche dalle scelte artistiche che mirano volutamente ad un certo target di pubblico e che facciamo di tutto per mantenere coerenti senza stravolgimenti nelle varie edizioni. Personalmente non sono un grande sostenitore di festival piccoli che da un anno all’altro, o addirittura all’interno di una line-up, mischiano il metal col jazz, il blues con l’elettronica, senza un filo logico che colleghi il tutto. Cerchiamo di essere coerenti con lo spirito che si è venuto a formare nelle ultime edizioni. Oltre alle scelti musicali però, almeno per noi, hanno fondamentale importanza tutte le situazioni collaterali che tentiamo di mettere in piedi come associazione ( il Gruppo Effetti Collaterali ndr) e che richiedono un impegno costante ed elevato. Quest’anno, per esempio, abbiamo un laboratorio di riciclo creativo per bambini dai sei agli undici anni, letture con musica live per bambini dai zero ai sei anni, lezioni di yoga, presentazioni di libri, un team di disegnatori, illustratori e fumettisti che nel corso delle serate realizzano un murales di venti metri quadri ed interagiscono con altri artisti ospiti (Mynameisbri per la serigrafia, Lucetipo per la cianotipia e This Is Not A Love Song per le musicassette illustrate), una mostra fotografica multisensoriale. Anche tutte queste attività saranno proposte gratuitamente.

 

Ogni festival locale ha un rapporto diverso con i residenti che circondano le aree concerti: che rapporto hanno i chiusini con Lars, specie quelli più distanti dalle poetiche r’n’r?

Per la mia esperienza: il Lars con gli abitanti di Chiusi ha più o meno lo stesso rapporto di tantissime altre situazioni simili. Nel tempo siamo riusciti a coinvolgere oltre cento volontari nell’organizzazione e già questo, per un paese abbastanza piccolo come Chiusi, credo sia sintomatico di un certo apprezzamento. Le ottime affluenze degli anni passati lasciano intendere che a molti abitanti venire a fare due passi ai giardini, ascoltare un po’ di musica e bere una birra non dispiace. Fondamentale, poi, è anche il rapporto con i negozianti, sempre disponibili nel trovare nuove forme di cooperazione, come per esempio, dedicare le proprie vetrine alla musica nel periodo del festival. È certamente innegabile che, come in ogni manifestazione musicale che porti un buon numero di persone in paese, ci siano anche delle lamentele e delle problematiche, che da parte nostra ascoltiamo e facciamo di tutto perché non si ripetano. Siamo consapevoli che tutto sia migliorabile.

Quali sono state le novità di quest’anno?

La principale è il passaggio dai due giorni classici ai tre giorni di festival. Un incremento considerevole di impegno richiesto, sia nella tre giorni che durante i mesi precedenti. Abbiamo poi un dj-set al tramonto, dalle 19 alle 21, in zona relax con possibilità di stendersi sul prato, bere una birra o un cocktail ed ascoltare le selezioni musicali dei dj mentre si attendono i live o di andare a cena. Altra novità è, dopo la fine del concerto degli headliner, un “palco” secondario chiamato campfire stage e dislocato su una collinetta dei giardini pubblici che fa da anfiteatro naturale ai tre musicisti che si esibiranno in versione completamente unplugged, quindi senza alcuna amplificazione, per concludere la serata così come è iniziata, in totale relax, stesi in mezzo al verde con una birra in mano. Abbiamo per il secondo anno un servizio di navetta gratuita che collegherà il Lars alla stazione, al centro storico ed al campeggio al lago di Chiusi.

 

Della città di Chiusi, negli ultimi due mesi, si è parlato in modi diversi, tra polemiche e marette, scivoloni e riscatti a più riprese. Nonostante tutto, i tre giorni di Lars, sono stati un’occasione di approfondimento, di pluralità e di confronto; dimostrazione di capacità reattiva e simultaneità collettiva. Quella progettualità educativa, fondata sulla formazione – umana più che umanistica – degli individui, volta alla fruizione culturale, di cui la Fondazione Orizzonti dovrebbe essere garante, ha trovato in quest’edizione di Lars un canale di rafforzamento. Un festival che sia musica di qualità, ma anche arte, letteratura (GEC&Book), fotografia, laboratori per bambini ed espressioni del corpo (come i workshop Yoga&Natura di Eleonora Cosner), ricopre esattamente quello che politiche giovanili e culturali dovrebbero sostenere quanto più possibile in ogni luogo: l’essere costantemente in confronto con la creatività propria e quella altrui, con le possibilità pratiche che scopriamo di possedere e quelle che riusciamo a scorgere negli altri; affinare sensi critici e sensibilità creativa; riuscire a riconoscere il bello in noi stessi e nelle persone che ci circondano; divenire, quindi, esseri umani sempre più consapevoli di un benessere collettivo per cui la diversità e la contaminazione non rappresentino mai un allarme.

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La socialità dei pici: da Abbadia a Chiusi

I pici non sono soltanto un piatto tipico del territorio della Valdichiana: sono anche un importante veicolo di socialità e di condivisione. Prendendo spunto dalla proposta di candidatura a patrimonio…

I pici non sono soltanto un piatto tipico del territorio della Valdichiana: sono anche un importante veicolo di socialità e di condivisione. Prendendo spunto dalla proposta di candidatura a patrimonio immateriale UNESCO, a cui ho avuto l’onore di partecipare, sono andato ad approfondire questo tema attraverso le interviste svolte in due feste popolari che si sono tenute lo scorso weekend in Valdichiana: i Giardini in Festa di Abbadia di Montepulciano e Tria Turris di Chiusi.

Al centro dell’interesse, infatti, non c’è la tipologia di pasta, bensì la pratica sociale che avviene per la sua creazione: l’atto di “appiciare”, una pratica condivisa attraverso la quale i pici vengono realizzati a mano da un gruppo di persone. Si tratta di una pratica semplice, che non richiede particolari competenze: per questo motivo può essere svolta da tutte le persone che fanno parte della comunità e diventare un veicolo di incontro e scambio, anche culturale.

I pici si fanno a mano, ma la loro creazione non è circoscritta ai maestri che tramandano il sapere o agli specialisti, come potrebbe accadere nel caso di altri prodotti tipici; dal momento che stiamo parlando di un piatto povero proveniente dalla tradizione contadina, può essere facilmente preparato da tutti, senza distinzione di sesso, età o classe sociale. L’atto dell’appiciare non è faticoso, e le persone che si ritrovano insieme possono parlare, confrontarsi e scambiarsi racconti.

Questo è particolarmente interessante nei casi delle feste popolari, in cui vengono preparate grandi quantità di pici da volontari e amatori per gli stand gastronomici: in questi casi la comunità viene chiamata a raccolta attorno alla pratica dell’appiciatura, e le varie generazioni si incontrano assieme ai pendolari o alle persone originarie del paese che tornano appositamente per la festa.

Il caso dei “Giardini in Festa” di Abbadia di Montepulciano, a questo proposito, è emblematico. Organizzata dall’associazione “Terzo Millennio”, la festa è piuttosto recente, ma dimostra un fortissimo grado di coesione degli abitanti. Nei giorni precedenti alla manifestazione, i volontari si ritrovano ad appiciare tutti assieme, con la presenza contemporanea di tre o più generazioni che, oltre a tramandare la pratica dell’appiciare, condividono i valori della socialità e contribuiscono a fortificare l’identità di Abbadia di Montepulciano.

Durante la ricerca ho avuto modo di intervistare tre esponenti di questo “arco generazionale” che attraversa la festa di Abbadia: Concetta Nannotti, Giulietta Martini e Giovanni Bombagli. Concetta è del 1939, fa quindi parte della generazione più anziana dei volontari della festa:

“Ho imparato a fare i pici da mia mamma, il sabato sera appiciavamo per il pranzo della domenica. Prima fare la pasta in casa era una necessità, perché c’erano pochi soldi per comprarla. Adesso è una tradizione. Mio nipote viene ancora oggi a mangiare i pici alla domenica, appositamente Monte San Savino.”

Giulietta fa invece parte della generazione di mezzo, ed è una delle responsabili della cucina. Coordina il gruppo di circa 40 persone che appicia nei giorni precedenti alla manifestazione.

“Abbiamo provato a fare i pici il primo anno della festa, e sono piaciuti. Abbiamo iniziato a spargere la voce e abbiamo ricevuto l’interesse di tante persone, tra chi sapeva già appiciare e chi aveva voglia di provare. Ragazzi di 15 o 16 anni, ma anche di 30 anni, che non avevano mai fatto i pici, adesso hanno imparato. Quindi è anche un modo per portare avanti una tradizione che era dei nostri nonni e si stava un po’ perdendo.”

La presenza delle nuove generazioni è dimostrata da Giovanni, nato nel 2005, tra i più giovani appiciatori. All’inizio è stato portato alla festa dalla nonna e dalla zia, che già aiutavano, ma adesso è già al terzo anno. La socialità è talmente diffusa che i ragazzi chiamano ad appiciare altri amici o coetanei, non soltanto dal paese di Abbadia, ma anche dai paesi limitrofi

“Mi trovo bene insieme agli altri, riesco anche a instaurare buoni rapporti. Facciamo i pici due volti a settimana, io principalmente aiuto a stenderli, ma se c’è bisogno posso appiciare. Di solito mi metto vicino a qualcuno che appicia, si chiacchiera, stiamo in compagnia.”

I pici dei “Giardini in Festa”

La situazione è diversa, ma ugualmente interessante, se andiamo a considerare il “Tria Turris” di Chiusi. La festa popolare anima il centro storico della cittadina etrusca durante i festeggiamenti in onore di Santa Mustiola, offrendo intrattenimenti di atmosfera medievale e riprendendo l’antica suddivisione in terzieri. Anche in questo caso, l’offerta gastronomica per i visitatori è fortemente incentrata sui pici, che vengono preparati con diverse tipologie di sughi.

In questo caso i volontari che appiciano non si ritrovano tutti assieme, ma suddivisi per terzieri: si tratta quindi di un numero più ristretto di persone, ma in cui possiamo ritrovare le stesse dinamiche di socialità e la stessa attenzione all’importanza di servire la pasta fatta a mano ai visitatori e agli stessi contradaioli.

Per il Terziere Sant’Angelo ho intervistato Ceccattoni Meris e Canestri Nelia, che mi hanno raccontato le modalità di gestione della cucina. Le fasi di appiciatura sono gestite principalmente dalle donne del terziere, che fanno la pasta anche a casa per le necessità domestiche, portando avanti la tradizione imparata dalle rispettive madri.

“A casa faccio tutto – racconta Nelia – ho imparato da mia mamma, poi ho lavorato nei ristoranti e negli alberghi, a Chianciano… si faceva tutta la pasta a mano. Tuttora faccio i pici in famiglia, quando posso. Mia figlia è come me, fa la parrucchiera, ma ha imparato ad appiciare, a fare la pasta a mano.”

Situazione simile al Terziere San Silvestro, dove ho conosciuto Silvia Dolciami, Benita Ceccarini, Valeria Rossini e Valeria Fé. Il gruppo delle cuoche di contrada è composta da sei persone fisse più altri aiutanti; tra di loro c’è anche chi ha imparato ad appiciare a Celle sul Rigo, borgo rinomato proprio per la famosa Sagra dei Pici.

“Per fare i pici prima dobbiamo preparare l’impasto, che deve riposare mezz’ora – spiega Benita – Poi arrivano le altre donne, abbiamo le nostre spianatoie e cominciamo ad appiciare. Li mettiamo nelle teglie, con matasse infarinate di circa 5 chili l’una. Abbiamo imparato dalle nostre mamme, dalle nonne, è una tradizione che si tramanda.”

Infine il Terziere Santa Maria, dove ho incontrato Nadia Pieroni e Carla Barni: anche nel loro caso l’impegno dei volontari della cucina è quello di garantire dei pici fatti a mano a 100%, grazie al lavoro delle donne della contrada.

“Sono originaria di Chiusi ma vivo a Firenze, però torno sempre a dare una mano. – racconta Nadia – Mi piace partecipare, dare una mano. Li facciamo anche a Firenze, ora sta arrivando anche in città la tradizione, per certi versi.”

I pici dimostrano quindi un valore che oltrepassa quello gastronomico, grazie alle fondamentali fasi di appiciatura che diventano delle vere e proprie occasioni sociali in cui rafforzare l’identità dei piccoli borghi della Valdichiana e cementare il rapporto tra le generazioni.

I pici del “Tria Turris”

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Con ‘Incontriamoci’ l’integrazione passa per il teatro

Immigrazione, accoglienza e integrazione, tutte parole che hanno assunto ormai un significato concreto nelle nostre vite. Parole che esprimono condizioni e situazioni non più confinate o confinabili nelle cronache dei…

Immigrazione, accoglienza e integrazione, tutte parole che hanno assunto ormai un significato concreto nelle nostre vite. Parole che esprimono condizioni e situazioni non più confinate o confinabili nelle cronache dei notiziari, ma presenti anche nelle nostre realtà. La scuola rappresenta uno dei luoghi eletti all’incontro con l’altro, altro che non solo si concretizza nel proprio compagno di banco, ma oggi, anche, nell’altro proveniente da una cultura diversa dalla nostra. Un’esperienza vissuta intensamente dai ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Cetona, grazie al proficuo rapporto con la onlus Incontriamoci.

Dell’associazione ce ne parla un suo membro, Clori Bombagli.

Quando è nata la onlus e in cosa si concretizza il suo impegno?

Della possibilità di dar vita a questa associazione se ne era incominciato a parlare, non in via ufficiale, nello scorso mese di luglio, e la costituzione ufficiale si è avuta solo nell’aprile di quest’anno. Una delle promotrici di questa iniziativa è stata Donata Origo dei marchesi Origo, che si sarebbe occupata della formazione agricola, mentre a me è stato dato il compito di sensibilizzare i ragazzi delle scuole al tema dell’accoglienza, con la speranza e l’auspicio che il messaggio educativo arrivi anche alle famiglie e alla società tutta. Dunque attraverso un lavoro sinergico con la misericordia di Chiusi, loro si sono occupati di gestire l’accoglienza, mentre la nostra associazione si è mossa sul versante dell’integrazione.

Quanto è importante sensibilizzare le persone all’accoglienza nei confronti dei migranti?

È un aspetto fondamentale. Dobbiamo capire come questi flussi migratori rientrino ormai nell’ordinario e non nello straordinario. Promuovere l’integrazione e sensibilizzare all’accoglienza sono due passi importanti per evitare che queste persone, che sfuggono dal terrorismo, povertà e guerra, non diventino un corpo estraneo all’interno della società, affinché non si creino quelle sacche di esclusione e disagio sociale.

Come è iniziata la collaborazione con la scuola media di Cetona e a che cosa ha portato?

Il corpo docente si è dimostrato fin da subito disponibile e sensibile ad un tema così delicato come quello dell’accoglienza. Una sensibilità che si è tradotta subito nel mettere in moto un serie di attività volte proprio a far interagire tra di loro gli alunni e questi ragazzi. Sono nati così diversi laboratori, che hanno toccato trasversalmente numerosi ambiti disciplinari: inglese, francese, tecnologia, musica e teatro. Il percorso teatrale si è rilevato il più faticoso, ma alla fine estremamente proficuo per i ragazzi, visto che li ha impegnati fin da febbraio. Il tema affrontato, grazie al supporto delle insegnati di lettere e all’esperto teatrale, è stato quello del passaggio, inteso sia come transito tra le diversa fasi della vita, ma anche come abbandono del proprio paese di origine per approdare ad uno nuovo.

Qual’è stato il risultato più importante ottenuto da questa esperienza?

Sicuramente il fatto di dare un nome e un’identità a queste persone, dal momento che molto spesso si aggirano come corpi estranei tra i nostri paesi, soprattutto a causa delle terribili sofferenze che hanno dovuto subire e sopportare nel loro viaggio, del quale raramente ne parlano. Ci sono stati inoltri risvolti positivi anche su un piano più strettamente pratico, poiché l’esperienza teatrale, così come le altre attività svolte, hanno permesso a questi ragazzi di familiarizzare con la lingua e la cultura italiana.

L’attività teatrale non ha rappresentato un’esperienza monodirezionale, ma si è fin da subito rivelata una percorso duplice, nel quale tutte le parti coinvolte hanno avuto modo di intraprendere un cammino di arricchimento. Di queste ce ne hanno parlato le insegnati di lettere, Wanda Lodi e Luisa Baglioni, e l’esperto di teatro Gabriele Valentini.

Dal punto di vista didattico, come si è sviluppato il laboratorio teatrale?

Abbiamo chiesto ai ragazzi di elaborare, in forma anonima, attraverso un percorso di scrittura creativa, le proprie emozioni e sentimenti sul tema del passaggio e dell’incontro con l’altro – spiegano le due insegnati – in questo modo, grazie all’anonimato, i nostri alunni hanno potuto mettere sul tavolo le riflessioni, alle quali erano giunti, con assoluta libertà. Da qui, grazie all’aiuto dell’esperto, abbiamo costruito il testo teatrale, interamente frutto del lavoro dei ragazzi.

Che cosa ha voluto dire l’incontro con questi ragazzi, anagraficamente molto più grandi, e in possesso di un bagaglio di esperienze estremamente complesse e dolorose?

Quello che abbiamo notato è stata l’assoluta naturalezza con la quale è nato questo dialogo. Naturalmente tutto questo ha comportato un cambiamento radicale, da parte degli alunni, nell’approccio e nella percezione del tema dell’altro. Sono passati dunque da un “io credevo”, risultato di una visione molto spesso influenzata dai pregiudizi della società, per passare ad un “io credo”, scevro di tutte queste contaminazioni.

Attraverso il linguaggio del teatro si è potuta sviluppare questa sinergia tra mondi culturali estremamente diversi, uno scambio che però ha dovuto superare un primo grande ostacolo comunicativo, la lingua italiana.

“Una barriera superata in prima istanza attraverso il ricorso alla capacità comunicativa del corpo”. Ci spiega Gabriele Valentini, il regista che ha seguito e curato l’intera attività. “Una volta creato un primo canale di dialogo, ci siamo poi concentrati sulla capacità espressiva dei ragazzi, senza avere nessun testo sul quale lavorare, ma facendo sì che l’amalgama tra questi due gruppi avvenisse nel modo più libero possibile. Una libertà che si è anche concretizzata – conclude Valentini – nel non volere raccontare determinate esperienze ed emozioni”.

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Superare il Grafema. Roberto Latini e I Giganti della Montagna

Se cosa più o meno complessa è stendere una stagione per un teatro cittadino di medie dimensioni – intriso della cognizione del proprio retaggio e di un pubblico fortificato, educato…

Se cosa più o meno complessa è stendere una stagione per un teatro cittadino di medie dimensioni – intriso della cognizione del proprio retaggio e di un pubblico fortificato, educato e, per così dire, evangelizzato all’arte drammaturgica – atto difficilissimo è comporre una sequenza di spettacoli da offrire ad un pubblico di provincia, che – essendo questo tremendamente plurale e inqualificabile – non risponde ad automatiche selezioni di target, di consapevolezza e preparazione culturali: per quanto, la Fondazione Orizzonti, che ha gestito la stagione appena conclusa del Teatro Mascagni di Chiusi, se la sia cavata decisamente bene. Con tutti i rischi e le quaestio del caso, infatti, ha proposto una varietà di atti scenici, diversi e complementari, rimbalzando tra le pareti del contemporaneo in una sequenza azzeccatissima di spettacoli e dimostrando una condotta esemplare nell’edificazione di una coscienza all’interno di una comunità (sempre meno di paese e sempre più di area).

Ha chiuso la stagione 2016/17, Roberto Latini con I Giganti della Montagna. Rivisitazione dell’estremo testo pirandelliano. E scrivo estremo  a ragion veduta. Del copione originale ci restano, autografi, solo i primi due atti, mentre il terzo, idiografo, è stato steso – in forma di racconto – dal figlio, Stefano Pirandello, rifacendosi alle precise indicazioni che il padre aveva dato lui durante – si dice – il penultimo giorno di vita.  A Latini non importa però l’idiografia postuma, neanche la cita all’interno del suo spettacolo, e sfrutta, anzi, il pretesto dell’incompiutezza per giocare con il testo puro con le sue spire, con i suoi afflati: abbiamo quindi riportate filologicamente nello spettacolo, solo le parole di Luigi Pirandello.

Latini è solo sul palco, per quasi tutto lo spettacolo, ad interpretare tutti i personaggi. Una sedia ed un filare di spighe di grano tagliano il piano scenico. A riempire le profondità della scena interviene un velatino, puntualissimo, capace di ventagli ambientali e diffrazioni di luce, nonché sfruttato per vere e proprie proiezioni del testo originale, qua e là, a sancire una distanza tra le responsabilità: quella vocale, di Latini, e quella verbale, di Pirandello, la cui potenza viene conservata nella parola scritta, quasi fosse presenza fisica, imponente, soprintendente all’esecuzione di sé stessa.

I velatini si aprono, si abbassano, si spostano, come sipari in medias res, a iterare possibilità continue di vedute ulteriori. Ed è sul tema di queste aperture che si centra l’elaborazione drammatica di Latini sul testo pirandelliano, cosciente della grande lezione che l’autore siciliano ha tratteggiato sul tema del sogno. Luigi Pirandello, specie nella sua fase finale, nello sconfinamento del meta-teatro in forme più complesse di indagine psicologica, diviene un marconista dell’immaginario, giocando con il mito, con lo “stile” onirico: già con Sogno (ma forse no), e nella novella La Realtà del Sogno, Pirandello indica nella dimensione onirica uno sviluppo narrativo sublimante, il quale sarà poi acquisito, tra gli altri, dal Vittorini di Conversazione in Sicilia. C’è da dire che, in questo, Pirandello troneggia sui proseliti del teatro dell’assurdo: Beckett, Ionesco, Pinter, infatti, di fronte al drammaturgo di Girgenti vedono fortemente ridimensionata la loro tensione avanguardistica, le loro torsioni, la loro rottura dell’eloquenza del teatro classico.

In più punti Roberto Latini canta, o meglio, riesce a far rispondere agli ictus ritmici delle musiche (curate da Gianluca Misiti, in maniera equiparabile all’uso che ne fa Bob Wilson nel suo Interpretation von Shakespeare Sonnetten, nel suo deciso riempimento estraniante) una neo-metrica cui la prosa del testo si confà. Questo è pienamente percepibile durante il monologo della Contessa, o nella parte iniziale, durante l’arrivo della compagnia alla Villa, in cui – anche grazie alla meravigliosa effettistica e al gioco di microfoni di palco – la voce dell’attore emula un Jhonny Rotten elettrizzato («questo sembra quasi un pezzo dei Public Image Ltd.» credo di aver detto ad alta voce, durante lo spettacolo).

Ecco. Sull’effettistica e sui valori fonetici, che Latini dà all’esecuzione, potrebbe essere scritto un saggio accademico. È chiaro che il valore irrazionale della voce teatrale (alla stregua di quella vita, opposta alla forma, che la filosofia pirandelliana intride nella produzione degli anni venti) sia il centro focale del testo originale. Il personaggio di Cotrone, poi, offre incommensurabili spunti decostruzionisti, attraverso le sue massime sull’irrazionalità, sul valore del sogno, sul relativismo delle maschere. Roberto Latini va addirittura oltre e, proteggendo la sacralità delle Patrie Lettere attraverso le già citate proiezioni dei grafemi sul velatino, lascia gorgogliare il guazzabuglio linguistico in un accavallamento di suoni, trascina le parole in una scala Shepard di enunciati, fino a renderle il prolasso di un’idea.

Lo spettacolo, per buona parte, è suggestione di suono e luce. L’immagine resa dall’azione – a parte nei bellissimi quadri generati anche dall’utilizzo tecnico del fumo – non è che un grumo materico di voce e luce, una reazione di voce e luce, e nulla più. Il limite fisico del racconto, il superamento di questo (il superamento del testo)  è appurato con il solo mezzo vocale. In pochi altri spettacoli – secondo il mio, beninteso, modesto bagaglio – si assiste ad una così forte dissipazione del soggetto fisico in virtù della voce, una così raffinata evaporazione del corpo da rendere necessario il vettore sonoro.

Concludendo. Sabato 18 marzo 2017 ho visto un uomo tenere il palco per un’ora e mezza, ad interpretare quindici personaggi diversi, vestito di un saio – e poco più – aiutato solo da un cencio porporato e da una fitta falange di spighe di grano. Roberto Latini, l’uomo, si è affidato all’immaginazione del suo pubblico, ha fatto di tutto per stimolarla attraverso suggestioni sonore e fotoniche, rispettando così i termini basici della storia del teatro.

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