La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: rock

Il rock senza compromessi degli One Dimensional Man al GB20 di Montepulciano

Ai cultori del rock alternativo italiano, il nome One Dimensional Man sicuramente dirà ben più di qualcosa, così come il nome di Pierpaolo Capovilla, fondatore proprio di questa formazione che animerà la…

Ai cultori del rock alternativo italiano, il nome One Dimensional Man sicuramente dirà ben più di qualcosa, così come il nome di Pierpaolo Capovilla, fondatore proprio di questa formazione che animerà la serata di sabato 12 Gennaio al GB20 di Montepulciano; Capovilla, è anche, tra l’altro fondatore e frontman dei celebri Il Teatro degli Orrori.

Gli One Dimensional Man sono attivi da più di vent’anni e tra numerosi cambi di formazione, sei album e una pausa nei primi anni 2000, per dare spazio a Il Teatro degli Orrori, la cifra stilistica è sempre rimasta quella: un rock senza velleità commerciali, ma duro e puro, scegliendo una visione dell’attualità da un punto di vista sociale e schierandosi dalla parte degli emarginati e di chi ogni giorno si sente escluso da questo mondo che gira vorticosamente verso individualismo, narcisismo e indifferenza. Una scelta narrativa che ha sempre caratterizzato Pierpaolo Capovilla, in fondo, sia nella musica, che nei suoi spettacoli dedicati alla lettura di poesie (due sono i reading da lui fatti nel corso degli anni, dedicati alle poesie di Majakovskij e di Pasolini).

La formazione attuale vede l’inossidabile Capovilla al basso e alla voce, Carlo Veneziano alla chitarra e Francesco Valente alla batteria. L’ultimo album, “You Don’t Exist” (pubblicato dall’etichetta La Tempesta) è uscito il 23 Febbraio 2018, le cui registrazioni e il mixaggio sono stati curati dalla band stessa e da Federico Grella, presso i Dirty Sound Studios di Verona. Il mastering è stato curato da Tommaso Benedetto degli YourOhm Studio B di Pordenone. Il disco si contraddistingue per una sonorità più dura rispetto ai predecessori, con influenze più hardcore, tornando così alle radici sonore dei primi One Dimensional Man, che come abbiamo detto in precedenza, ora più che mai non cercano nessun compromesso, nessuna esigenza di svendersi al mercato, ma vogliono raccontare tutto da una prospettiva vera e anche, se vogliamo, più cruda rispetto a molte formazioni rock blasonate.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna del rock alternativo con uno dei maggiori rappresentanti del filone, nonché uno dei migliori frontman e narratori del rock italiano degli ultimi anni. Ad accompagnare la formazione ci saranno gli Ask The White. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

One Dimensional Man (1997, Wide Records)
1000 Doses of Love (2000, Wide Records)
You Kill Me (2001, Gamma Pop/Wallace Records)
Take Me Away (2004, Ghost Records/Midfinger Records)
A Better Man (2011, La Tempesta Dischi)
You Don’t Exist (2018, La Tempesta Dischi)

Riferimenti:

Pagina Facebook

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‘Tre Gotti al Campino’ – Dieci anni di rock nel caratteristico borgo di Trequanda

Arrivata al decimo anno, “Tre Gotti al Campino”, la festa della birra di Trequanda, è pronta per un’edizione con il botto. Nata tra gli anni ’90 e i primi del…

Arrivata al decimo anno, “Tre Gotti al Campino”, la festa della birra di Trequanda, è pronta per un’edizione con il botto. Nata tra gli anni ’90 e i primi del 2000, la festa ebbe una battuta di arresto, ma grazie alla buona volontà e alle idee di gruppo di ragazzi trequandini, nel 2009 rinasce con più grinta e con le idee ben chiare: coniugare musica di alto livello, buona cucina e tanto divertimento.

‘Tre Gotti al Campino’ edizione numero 10 è organizzata dai circoli ARCI e ACLI di Trequanda, in collaborazione con il Comune e si svolge da giovedì 16 a domenica 19 agosto 2018 presso il Parco delle mura Ornella Pancirolli di Trequanda.

Per conoscere un po’ di più il festival che scuote Trequanda e le calde notti della Valdichiana, abbiamo contattato gli organizzatori che ci hanno spiegato come è cambiata negli anni la festa e qual è la line up di questa decima edizione.

“La festa è stata ideata da un gruppo di amici in una sera d’estate. Inizialmente il nome per intero era “Tre Gotti al Campino due di Birra e uno di Vino”,  poi è stato abbreviato per essere condivisa da tutti i ragazzi del paese. Per quanto riguarda lo staff, invece, è composto principalmente da, come ci chiamano tutti, “i ragazzi di Trequanda“. Gli ultimi anni sono serviti per integrare nel collettivo pure le generazioni più piccole per far si che la festa duri molti anni ancora”

Un’organizzazione, quella di ‘Tre Gotti al Campino’, che coinvolge tutta la comunità di Trequanda perché oltre ai ragazzi che si occupano della parte musicale e artistica, ci sono le donne che si occupano della cucina mentre gli uomini che pensano alla parte gastronomica, per lo più genitori degli organizzatori e non, che da oltre 10 anni a questa parte sono parte integrante della festa.

“La manifestazione è crescita insieme a noi ragazzi. Io avevo 16 anni quando c’è stata la prima edizione – mi spiega Francesco Bronzi, uno degli organizzatori – e adesso ne ho 26. È stato un crescendo sia per quanto riguarda i gruppi musicali, sia per quanto riguarda la promozione dei prodotti locali”.

Poi Francesco, insieme agli organizzatori, mi spiega cosa hanno in serbo per il pubblico della Valdichiana in questa grandissima decima edizione di ‘Tre Gotti al Campino’:

“Questa sarà un’edizione speciale, che tutti aspettavamo. Se qualcuno anni fa ci avesse detto che avremmo fatto quello che abbiamo fatto forse non ci avremmo creduto. La decima edizione è qualcosa che sicuramente resterà nella storia di questo bellissimo borgo, ci saranno alcune sorprese che al momento non è possibile annunciare, ma sappiamo che i fedelissimi di questo incredibile festival e non, non rimarranno delusi”

Sicuramente sappiamo che la prima serata, quella del 16 agosto, sarà animata dai Red Light Skyscraper, Universal Sex Arena e della Fuzz Orchestra. Venerdì 17 Agosto sarà la volta della band che deve i suoi natali proprio a Trequanda e che con al loro musica stanno girando l’Italia e sta mettendo a segno collaborazione importanti, ovvero gli Impatto Zero. Insieme a loro i Botanici e Braces Bros. Only Vinyl Dj Set (Yuri Braces & Ivan Braces Viti). Sabato 18 Agosto salirà sul placo di Trequanda Simone Rocchi, i Vins-t e Bobo Rondelli. E infine domenica 19 agosto grande finale con The Big Blue House e gli Etruschi From Lakota.

Anche quest’anno gli artisti sono stati scelti osservando le proposte del mondo musicale attuale e guardando all’Alt Rock nostrano. Oltre a selezionare gli artisti di livello nazionale, gli organizzatori danno spazio anche a band e giovani artistic che conoscono personalmente. Insomma un festival che non ha niente a cui invidiare ai fratelli più grandi che dominano il panorama musicale della Valdichiana con tanti giovani all’opera uniti dalla passione per la musica con l’intento di unire e rendere coesa la comunità di Trequanda.

Appuntamento quindi dal 16 al 19 agosto 2018 nel caratteristico borgo della Valdichiana per tanto divertimento, buona birra, ottimo cibo e ovviamente del giusto accompagnamento musicale, contornato da un incredibile area, quella del Parco delle mura Ornella Pacirolli, che offre una vista veramente stupenda del paese e del panorama che ci circonda

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Shoegaze e psichedelia: i New Candys al GB20

La prossima serata in programma sabato 31 Marzo al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i veneziani New Candys. La formazione è nata nel 2008 e vede la partecipazione di…

La prossima serata in programma sabato 31 Marzo al GB20 di Montepulciano vedrà come protagonisti i veneziani New Candys. La formazione è nata nel 2008 e vede la partecipazione di Fernando Nuti (voce, chitarra, sitar), Diego Menegaldo (chitarra, cori), Andrea Volpato (basso, chitarra, cori) e Dario Lucchesi (batteria, percussioni).

Le sonorità di questa band attingono dal rock e dalla psichedelia, mescolando pura energia rock ‘n’ roll, schietta e diretta, con elementi di psichedelia e shoegaze, quei generi in cui tutto si fa molto più ampio, sporco e distorto. Il tutto, cercando di combinare modernità e passato, per non essere una proposta puramente derivativa, ma anche con una personalità e uno sguardo proiettato verso il futuro e nuovi orizzonti da esplorare. Come quasi da prassi per ogni band, tra l’altro, il terzo album dei New Candys, “Bleeding Magenta” è un ottimo punto di partenza per conoscerli, ma anche un ottimo compendio tra il loro passato e il loro futuro musicale.

I New Candys hanno ricevuto un buon riscontro da parte della critica praticamente a partire dal proprio EP autoprodotto, seguito poi dal primo album “Stars Reach The Abyss” (Foolica) nel 2012. La discografia, poi, si è arricchita di altri due full-length, “As Medicine” (Picture In My Ear) nel 2015 e il già citato “Bleeding Magenta” (Fuzz Club), pubblicato nel 2017. Inoltre, non è mancato il successo anche in sede live, con tour nel Regno Unito all’inizio, per poi giungere al quarto tour europeo in carriera. Quest’anno, inoltre, l’obiettivo della band è di girare e di suonare anche negli Stati Uniti e in Messico, dopo il primo tour australiano con i The Baudelaires.

Non resta quindi che darvi appuntamento al GB20 di Montepulciano questo sabato, per una serata all’insegna del rock vestito di energia e distorsioni shoegaze. Qui l’evento su Facebook.

Discografia:

Stars Reach The Abyss (Foolica, 2012)
As Medicine (Picture In My Ear, 2015)
Bleeding Magenta (Fuzz Club, 2017)

Riferimenti:

New Candys – Sito Web Ufficiale
New Candys – Pagina Facebook

 

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Intervista ai ROS: “Si avvicina il tour, siamo pronti a fare Rumore!”

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana…

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana che alla fine dello scorso anno ha partecipato all’undicesima edizione di X Factor, il talent show musicale di Sky (qui potete ripercorrere la loro esperienza all’interno dello show). Dopo questa importante esperienza, che ha garantito loro visibilità e maturazione artistica, i ROS sono pronti a partire per il loro primo tour nazionale con una serie di tappe a partire dal mese di Aprile che comprendono Treviso, Firenze, Parma, Teramo e Roma.

Mentre fervono i preparativi per il tour, i tre ragazzi ci hanno concesso un’intervista per conoscere meglio le loro aspettative e avere un’anteprima delle prospettive musicali che riserverà loro il futuro.

“Ciao ragazzi, parliamo subito dell’esperienza di X Factor. Quanto vi ha fatto crescere quest’esperienza?”

Camilla: “X Factor è stata un’esperienza prima di tutto formativa, abbiamo avuto la fortuna di lavorare con personaggi come Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo, oltre a grandissimi vocal coach; questa è la cosa che più ci è rimasta, e ci sta aiutando tuttora dal punto di vista artistico. Manuel ci sta aiutando molto, lavoreremo ancora con lui ed è una opportunità che ci fa grandissimo onore. La formazione che abbiamo ricevuto a X Factor è stata molto importante, abbiamo suonato tantissimo e imparato ancora di più, ci siamo messi continuamente alla prova.”

“Manuel Agnelli è stato il vostro giudice a X Factor e continua a sostenervi, ma c’è stato un giudice che vi ha penalizzato? E tra i giudici delle passate edizioni, c’è stato qualcuno con cui avreste voluto lavorare?” 

Kevin: “Mara Maionchi ci ha penalizzati più di tutti… sicuramente ha i suoi gusti e le sue idee musicali, e un progetto come il nostro è un po’ più particolare. Sui giudici del passato non saprei, non ho mai visto X Factor quindi non ne ho la più pallida idea!”

Lorenzo: “Del passato direi Skin, ma anche Morgan sarebbe stato molto interessante… comunque siamo capitati in squadra con Manuel, e direi che meglio di così non poteva andarci!”

“Tuffiamoci nel passato, parlando delle vostre prime esperienze. Che ricordi avete del periodo in cui frequentavate le scuole superiori e in cui vi stavate avvicinando al mondo della musica?”

Camilla: “Della mia esperienza al liceo linguistico di Montepulciano mi ricordo tante cose. In quegli anni ho conosciuto Kevin, abbiamo cominciato a suonare insieme e ci siamo impegnati in tanti progetti. Di solito ci trovavamo all’autostazione, dopo le lezioni, e andavamo a suonare.”

Kevin: “Ricordo di aver passato ben sei anni a Montepulciano, prima frequentavo il liceo scientifico, ma suonavo troppo e sono bocciato. Insomma, la musica mi ha portato a cambiare scuola, sono passato ad economia e adesso mi sto laureando in scienze bancarie. Magari un giorno amministrerò le finanze dei ROS!”

“Come si è formato il vostro gruppo?”

Lorenzo: “In realtà hanno iniziato loro, io vivevo a Foiano… stavo cercando un progetto musicale in cui potermi impegnare seriamente e un giorno mi arriva un messaggio su Facebook da parte di una ragazza che stava cercava un batterista… che però ci teneva a specificare, si trattava di un progetto serio, voleva fare musica sul serio!”

Camilla: “Io e Kevin venivamo da varie esperienze musicali, anche a scuola, però abbiamo deciso di partire sul serio, lavorando al massimo su un solo progetto. Ci è balenata in testa l’idea di formare un power trio, ci mancava solo il batterista, abbiamo iniziato a fare provini a un po’ di persone finché non abbiamo trovato Lorenzo. Con lui è andata subito alla grande, cercavamo un batterista con uno stile molto forte dal punto di vista artistico e ci è piaciuto subito. Questo è successo tre anni fa. Abbiamo iniziato subito a lavorare su pezzi inediti, a cercare festival, lavorando tantissime ore al giorno, siamo cresciuti sempre di più, suonando in continuazione. Abbiamo fatto tanta gavetta, abbiamo suonato ovunque, anche in locali piccolissimi in cui ci chiedevano di abbassare il volume della batteria, che è piuttosto difficile!”

“A quei tempi il nome del vostro gruppo era l’acronimo di Revenge On Stage: siete ancora in quella fase, avete superato la voglia di vendicarvi?”

Camilla: “È vero, inizialmente ROS stava per Revenge On Stage, la vendetta sul palco. Abbiamo però iniziato da subito con la musica italiana e ci siamo staccati dall’idea di acronimo, ci siamo basati più sul colore, su questo nome diretto e d’impatto. In effetti la nostra è stata un po’ una vendetta sul palco, un riscatto contro chi non ci credeva… è stato un bel riscatto, finalmente arrivano le prime grandi conquiste!”

“Una delle grandi conquiste è il tour in arrivo: che prospettive avete, che emozioni state provando?”

Camilla: “Finalmente è arrivato il Rumore in Tour! Siamo felicissimi, il nostro obiettivo è sempre stato quello di suonare, calcare più palchi possibili e spaccare tutto davanti al pubblico!”

“Come sono cambiate le vostre influenze musicali e i vostri ascolti?”

Camilla: “I nostri ascolti hanno avuto un percorso molto interessante. Io sono partita dai Foo Fighters e dal rock moderno, Kevin viene dal metal classico, ovvero Metallica e Iron Maiden. Lorenzo ci ha fatto amare i cantautori italiani, perché quando l’abbiamo incontrato noi eravamo ancora un pochino scettici, ma pian piano i nostri ascolti si sono evoluti insieme. X Factor, paradossalmente, ci ha incattiviti! Avevamo paura che il nostro sound ne risultasse alleggerito, e invece no, siamo arrivati alla sesta puntata a portare i Rage Aganist the Machine in prima serata italiana. È stata un’esperienza che ci ha fatto scoprire molte cose, anche grazie all’aiuto di Manuel e delle sue proposte. Pensiamo ai The Kills, alla musica italiana come gli Afterhours e i Verdena… c’è stata una grandissima evoluzione dei nostri ascolti e ne siamo felici, siamo sempre pronti a scoprire nuova musica e a farci influenzare.”

“L’attuale industria discografica sembra preferire i brani digitali, gli ascolti su Spotify e il consumo usa e getta. In passato si lavorava per mesi alla produzione di un disco fisico, era necessario un grande lavoro prima di una pubblicazione. Come vivete questa situazione?”

Camilla: “Purtroppo o per fortuna, adesso il commercio musicale gira attorno al web, però ci sono i pro e i contro. Si sta perdendo l’importanza della stampa del disco fisico che è una cosa bellissima per un musicista, però allo stesso tempo si ha la possibilità di emergere e di farsi sentire anche dal nulla, si può arrivare a un sacco di persone in più e dare spazio a progetti musicali che non avrebbero potuto emergere. Per noi rimane comunque importantissimo il contatto diretto con il pubblico, salire sul palco e vendere i dischi fisici dopo il tour.”

“Come e dove vi vedete tra dieci anni?”

Lorenzo: “Tra dieci anni mi vedo su un palco a suonare.”

Camilla: “Tra dieci anni mi vedo sul palco del Wembley Stadium.”

Kevin: “Tra dieci anni mi vedo anche io sul palco… speriamo di essere sullo stesso!”

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La neopsichedelia al GB20, intervista ai Weird Bloom

Sabato 21 ottobre 2016 riapre la stagione del GB20 Club. Torna quindi il flow creativo della grande musica indipendente italiana a permeare il centro storico di Montepulciano. Apripista di questo…

Sabato 21 ottobre 2016 riapre la stagione del GB20 Club. Torna quindi il flow creativo della grande musica indipendente italiana a permeare il centro storico di Montepulciano. Apripista di questo autunno sono i romani Weird Bloom. Protagonisti della scena musicale neopsichedelica, vantano collaborazioni internazionali e tour intercontinentali. Il loro suono traduce al meglio l’attitudine psicotropica del rock contemporaneo.

Il frontman – e principale artefice della scrittura – è Luca di Cataldo, il quale assieme a Giampaolo Scapigliati, nel 2016 ha dato alle stampe, con la label We Were Never Being Boring Collective, l’album Hy Brazil, per il quale è stato inserito nella compagine Matteo Caminoli alle batterie e percussioni. Il wall of sound generato dai Weird Bloom è figlio dei Grateful Dead e dei Jefferson Airplane, così come della scena di Canterbury, di Robert Wyatt e dei Soft Machine: i suoni lisergici e le estetiche caleidoscopiche della Summer of Love subiscono però il filtro del lo-Fi, dei vapori shoegaze, per sciogliersi in un fluido sonoro che sintetizza cinquant’anni di psichedelia.

La band ha come base operativa il Pom Pom Studio di Roma, mentre il loro live ha toccato Italia, Francia, Germania e Stati Uniti. Sono freschi freschi della tappa al SXSW Festival di Austin, in Texas e stanno lavorando a due pubblicazioni discografiche, per una delle quali è già è stato annunciato il titolo, Self Naturista:  si tratta di un progetto molto ambizioso che raccoglie collaborazioni poliedriche internazionali (tra gli altri, Ariel Pink, principe dell’underground statuintense, Allene Norton e Juliette Amoroso). L’altra, ancora in lavorazione, vede la presenza di Diego Magnani, dei The Beaters, che apre le porte a nuovi scenari di possibilità coloristiche del suono.

Aspettando l’esibizione poliziana, Luca di Cataldo ha risposto alle mie domande.

Secondo voi la neopsichedelia può dirsi contemporanea? Gran parte delle band sulla cresta dell’onda del rock internazionale si rifanno direttamente, in maniera più o meno esplicita, ad un certo tipo di sonorità proprie di quel vettore estetico. Avete un’opinione a riguardo?

Ogni forma d’arte valida è durevole. Più che badare alla contemporaneità di un manufatto dovremmo chiederci se l’espressione artistica cela un significato valevole nel tempo. È il 2017 e ascoltiamo musica del 1968 su Spotify. La tecnologia che abbiamo a disposizione ha mischiato e mescolato passato, presente e futuro, in una sostanza dalla quale attingiamo ogni giorno. Quindi mi viene da dire che è la scelta che facciamo ad essere contemporanea. Credo che la cosiddetta neopsichedelia sia nata da questa pesca ipnagogica. Le canzoni di allora erano davvero belle e sono rimaste belle anche se estrapolate dal loro periodo storico e spogliate dei presupposti socio-culturali dove hanno visto la luce.

La weird bloom , l’infruttescenza sovrannaturale – in traduzione libera -, è il nome che avete scelto per il progetto. Involontariamente collego la parola Bloom al titolo del disco capolavoro del 2012 dei Beach House, pietra miliare del dream pop di questo decennio. C’è qualche motivo particolare che vi ha portato ad indicare queste due parole come rappresentative di tutta la vostra Opera?

 Sì, il WEIRD è importante. BLOOM lo è di meno, anche se è carino. Non riesco a dargli ancora una connotazione precisa. Considera che il thread di questo progetto è la stranezza, in ogni forma possibile. Una stranezza senza punti di riferimento o termini di paragone. Una stranezza che mette a disagio. Un nome assume un significato preciso a seconda di ciò che rappresenta. Immagina che WEIRD BLOOM sia il nome di una marca di pannolini. Sarebbe senza dubbio un nome di m***a… (ride).

L’aspetto relativo alla produzione delle vostre tracce in studio è fondamentale per l’ascolto di Hy Brazil _ cosa dovremmo aspettarci nella versione live? Come riuscite a configurare l’atmosfera lo-fi di cui il disco è permeato?  

Sarà un po’ difficile ricreare l’atmosfera lo-FI in un impianto HI-FI. Ad ogni modo porteremo gli stessi strumenti con cui abbiamo registrato per garantirci – e garantirvi – un buon risultato. Il live si basa molto, anzi moltissimo, sul pubblico che ci troviamo di fronte. Non andiamo mai con una scaletta predefinita. Alla fine di una canzone valuto il mio stato d’animo e quello del pubblico. Mi giro e chiedo a Matteo: «che ne dici di fare questa? Sì, meglio di quell’altra, dai, che è noiosa!». È passato un bel po’ di tempo da HY BRAZIL e stiamo per far uscire altri due Album. Stiamo incrociando le dita. Il live è praticamente un greatest hits delle tracce di questi 3 dischi.

Se dovessi chiedervi di fare dei nomi di artisti (nell’accezione quanto più totalizzante, tra visuali, cinematici, sonori, e tutti gli altri media), quali sono quelli che più definiscono l’estetica da cui attingete?

Ecco, questa domanda mi mette l’ansia. Voglio fare bella figura. Dunque: ARIEL PINK, R. STEVE MOORE, BONZO DOG DOO-DAH BAND, KING GIZZARD & THE LIZARD WIZARD, DANIEL JOHNSTON… questi sono i primi a venirmi in mente.

I Weird Bloom si esibiranno nel GB20 Club di Montepulciano sabato 21 ottobre. L’ingresso è gratuito con tessera CAT 2017. Il live sarà circondato dalla spelndida mostra Trionfi di Luchadora (nome d’arte di Alessandra Marianelli): una serie di illustrazioni fatte a mano e digitali dai colori fluorescenti, nelle quali si interpretano le figure dei tarocchi, degli arcani maggiori e minori, in un interpretazione fulgente e sinestetica, che si sposa perfettamente con l’ambiente splendido del GB20 e con l’espressività sonica dei Weird Bloom. La mostra sarà visitabile per tutte le aperture del club fino al 23 Dicembre. Non esserci sarebbe un gran peccato.

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“Tre Gotti al Campino”, il festival che scuote Trequanda

Immersa nel cuore verde della provincia di Siena c’è, splendida, Trequanda e al centro di Trequanda c’è uno dei parchi con la vista più bella che si possa ottenere. In…

Immersa nel cuore verde della provincia di Siena c’è, splendida, Trequanda e al centro di Trequanda c’è uno dei parchi con la vista più bella che si possa ottenere. In questo parco, da nove anni, i giovani gravitanti attorno ad un circolo ARCI presente nel piccolo borgo mettono in piedi un festival estremamente rock’n’roll. Estremamente puntuale nelle scelte stilistiche che offrono al pubblico agostino, invitano artisti sempre rigorosamente underground, orientanti nelle forme post-grunge del panorama rock italiano. È il quartier generale degli Impatto Zero, che noi abbiamo già incontrato (Impatto Zero) e che canalizza un flusso creativo locale in una delle ambientazioni più belle e particolari cui si possa ambire per un festival.  Il Parco della Mura Ornella Pancirolli si estende su una vasta area verde prossima al borgo di Trequanda e comprende, un campo di calcetto, una piattaforma in cemento, con tribuna ad anfiteatro.

Durante gli allestimenti del festival ho incontrato Domenico Perugini, direttore artistico del festival, e Fabrizio Nardi, presidente del circolo ARCI di Trequanda.

La vostra ambientazione è diversa rispetto a quella di altri festival che si fanno da queste parti. Cosa ha signficato per voi tirare su un festival di rock undeground qui?

Domenico Perugini: Abbiamo iniziato nove anni fa, un po’ per la solita apatia di provincia, un po’ per il paese piccolo che ci sembrava limitante. Non c’era altro, oltre la festa de l’Unità. Decidemmo quindi di offrire qualcosa che fosse più interessante per noi. Eravamo giovanissimi e mettemmo in piedi un festival di due giorni senza un soldo. L’anno di svolta è stato il 2014, in cui hanno suonato da noi i Management del Dolore Post Operatorio. Abbiamo iniziato ad invitare artisti che avessero un pubblico nazionale. Da lì abbiamo fatto sempre meglio, e siamo arrivati ad ospitare importanti nomi del panorama indipendente italiano: Diaframma, Giorgio Canali, Gazebo Penguins, Gli Scontati. Tutto questo senza grandi sponsor, contando solo sui soldi che abbiamo raccolto ad ogni edizione per quella successiva.

 

Fabrizio Nardi: le associazioni del luogo devono portare vantaggi al territorio cui appartengono. L’arci non solo con il Tre Gotti al Campino ma anche con la festa dell’olio, fa da collettore sociale, riunisce i giovani e migliora il posto in cui viviamo. Trequanda ci fornisce uno spazio bellissimo in cui organizzare una festa e noi cerchiamo di ricambiare anche nei confronti del paese attraverso aiuti alle altre attività culturali svolte nel nostro paese durante l’anno. Il nostro circolo conta cinquanta tesserati, una minima parte è formata da over-sessanta, la stragrande maggioranza invece è composta da ragazzi introno ai vent’anni, ed è una cosa molto particolare, rispetto alla media dei tesserati ARCI del resto d’Italia. Quando andiamo alle riunioni provinciali infatti siamo sempre i più piccoli. Qui c’è un presidente di 23 anni, un vice di 25, e su dodici consiglieri, dieci hanno meno di trent’anni.

Parliamo dell’evento di quest’anno: quali sono le novità?

Domenico Perugini: la novità più grande è che quest’anno ci siamo ancora di più allargati e abbiamo aggiunto un ulteriore giorno. Da quest’anno c’è anche il giovedì. C’è un ulteriore dispendio di energie. Tutto il festival si è ingrandito. Dal punto market, agli incontri presentazioni di libri che verranno fatti tutte le sere prima dell’inizio dei live, fino allo spazio tattoo. La proposta è ancora più varia. La formula è quella collaudata degli altri anni con rilevanti ampliamenti.

Sugli artisti? Come vi siete orientati?

Domenico Perugini: Abbiamo come sempre cercato di osservare le proposte del mondo musicale attuale e guardare all’Alt Rock nostrano. Oltre a selezionare gli artisti che ovviamente ci piacciono, preferiamo sempre chiamare quelle persone che conosciamo personalmente. Nella nostra breve esperienza come band (gli Impatto Zero, Domenico ne è il bassista. ndr) siamo entrati in contatto con un reticolo sociale che cerchiamo di sfruttare, quando ci troviamo a dover definire la line up di Tre Gotti al Campino.  Sia per la serata di apertura, per la quale si esibiranno tre band locali che si stanno affermando in un’area più vasta e stanno ricevendo critiche positive – i Canale 52 di Cortona, i Dudes di Chiusi  e i Belindà di Farnetella –  sia per i nomi più importanti di questa edizione: i Voina che quest’anno abbiamo fatto benissimo, aperti dagli A Pezzi, e gli One Dimensional Man, che sono una di quelle band che ci ha cresciuto e che non ci sembra vero aver portato qua. Domenica suoneranno gli Sbanebio, che sono amici se non altro perché già hanno suonato in al Tre Gotti al Campino, e i Carbonara Blues, che vengono da Rapolano Terme e quindi giocano in casa. Viviamo questo festival come un ritrovo tra musicisti che conosciamo e a cui ci fa piacer mostrare casa nostra. In più diamo la possibilità a tutti di sentire qualcosa di diverso. Cerchiamo di essere ancora marcatamente underground e non cedere alla dimensione “pop” dell’indie italiano.

Gli Impatto Zero suoneranno Sabato prima degli One Dimensional Man. Come la vivete?

Domenico Perugini: Noi come impatto zero partecipiamo ancora una volta al “nostro” festival. Abbiamo preso poche date perché stiamo scrivendo e lavorando al nostro album e abbiamo delle scadenze impellenti, però questo è il nostro festival, qui siamo nati e qui continuiamo ad essere…

È un po’ il vostro quartier generale… e invece, l’aspetto gastronomico?

Fabrizio Nardi: Come ogni festa che si rispetti a TGAC non può mancare lo stand gastronomico e presenta una selezione di piatti che è molto legata alla tradizione,  non possono mancare i pici e la tagliatella al ragù di chianina. Ogni sera poi c’è anche una pizzeria. Oltre alle birre artigianali poi, facciamo una selezione dei vini del comune di Trequanda, che sostengono il festival. C’è buona musica, buon cibo, buon vino e ottime birre. La scenografia è tra le più belle cui si potrebbe auspicare. Mancare sarebbe un peccato.

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Violetta Dixit #9 – Green Grocers

Nona puntata di Violetta Dixit, la rubrica podcast del nostro magazine: si parla di ciò che ci fa stare bene, la musica. E la musica della Valdichiana ha molto da…

Nona puntata di Violetta Dixit, la rubrica podcast del nostro magazine: si parla di ciò che ci fa stare bene, la musica. E la musica della Valdichiana ha molto da dire e da dare.

In questa puntata continuiamo a scoprire band locali, nella fattispecie i Green Grocers di Città della Pieve.

Scaricate il podcast oppure ascoltatela direttamente su spreaker: per suggerimenti, segnalazioni e consigli per le prossime puntate di Violetta Dixit potete scrivere a: violettadixit@lavaldichiana.it

 

Ascolta “Violetta Dixit #09 – GreenGrocers” su Spreaker.

 

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La gioiosa macchina post-punk del Lars Rock Fest. Intervista ad Alessandro Sambucari

Quando si entra nell’ampio parco dei giardini pubblici di Chiusi Scalo, trasfigurato in occasione del Lars Rock Fest 2017, il palco centrale si trova in un’area nascosta. Lo stage si…

Quando si entra nell’ampio parco dei giardini pubblici di Chiusi Scalo, trasfigurato in occasione del Lars Rock Fest 2017, il palco centrale si trova in un’area nascosta. Lo stage si scorge infatti nel bassopiano circolare, perimetrato da latifogli – dalla parte opposta dell’ingresso da via Oslavia – per il quale la dorsale erbosa del parco va a configurarsi come una vera e propria tribuna naturale. È proprio da lì che mi trovo ad assistere allo splendido live dei Public Service Broadcasting la sera dell’8 luglio: probabilmente una delle rivelazioni più felici del rock britannico negli ultimi anni, capace di coniugare l’afflato del suono chitarristico secco, cui ci hanno abituato gli ultimi quindici anni di indie rock inglese, a componenti elettroniche, campionamenti, formule pluridimensionali di resa sonora – il chitarrista tiene di fronte a sé un Nord Lead capace di buttare, in diffusione, suoni di cui le nostre orecchie nemmeno credevano possibile l’esistenza – nonché una capacità visuale di gestione del palco formidabile, con visual che si dimostrano parti integranti dello show.

La serata segue quella che ha visto come headliner i Gang of Four, storica band di quella koinè New Wave della città di Leeds che ha prodotto, negli stessi anni, da una parte i Soft Cell e dall’altra i Sister of Mercy – quindi capace di smarcare i toni lugubri del post-punk à la Ian Curtis e rivolgersi anche al funky, alla disco e agli spunti goth rock che venivano da oltreoceano – e non a caso, di recente, ha regalato al mondo Kaiser Chiefs e Alt-J.

Precede invece quella che ha visto esibirsi i canadesi Austra, ribadendo i canoni del synthrock contemporaneo, con in apertura il nostro wrongonyou, rivelazione assoluta della musica italiana nel 2016, continua a girare l’Europa con il suo dream pop acustico, toccando anche Chiusi. C’è quindi – è evidente – una forte coerenza interna nelle scelte musicali, ed è una delle cifre di qualità che il Lars mantiene costantemente viva nelle sue attività.

 

 

La musica però, proprio come la collocazione dello spazio live, è un dato ambientale, un motivo complementare che va ad intersecarsi con le altre anime del festival, coloratissime, vive, dinamiche. Nel percorso che attraversa il parco infatti si incappa in Rumore, la mostra fotografica curata da Flashati Cinefotoclub, in cui sono catturate le espressioni in primo piano di soggetti nel momento in cui le frequenze musicali entrano nelle loro orecchie; le stampe di Lucetipo e i disegni di Creative Label, concretizzati con la tecnica della cianotipia; lo spazio di This Is Not A Love Song, artisti dal multiforme ingegno che in nome della nostalgia vaporwave, e del cult alternativo canonizzato degli anni ’80, modellano e personalizzano cassette tape, VHS, poster e tutte le piattaforme possibili.

Un pannello bianco orizzontale, al lato della birreria, vede un affollamento di artisti figurativi volatili, partecipanti alla performance di tre giorni che vede sfidarsi Mynameisbri, This Is Not A Love Song e Lucetipo, al colorismo di rese in live painting, piacevolmente disturbati dagli avventori.

 

 

Ho incontrato il direttore artistico del festival, Alessandro Sambucari, che – concedendomi tempo prezioso alle centinaia di incombenze sovrapposte nei giorni del festival – ha risposto ad alcune mie domande.

Quale è stato il percorso dietro la Line-up di quest’anno?

Per il taglio che abbiamo deciso di dare alle proposte musicali, ormai da qualche anno, il percorso che porta alla definizione della line-up assomiglia molto ad una via crucis. Il nostro tentativo è avere sul palco band straniere che abbiano un livello di interesse internazionale, compatibilmente con il nostro budget, che difficilmente passano in questa parte d’Italia. Possibilmente con un album nuovo in promozione. Già questo basterebbe a rendere le cose complicate: se poi ci metti la collocazione geografica sfavorevole dell’Italia in generale rispetto all’Europa – e di Chiusi a livello nazionale – puoi capire facilmente che incastrare tutto è sempre difficile. Per non parlare dei compensi nei festival europei rispetto ai nostri… ad ogni modo, speriamo e crediamo di essere riusciti anche quest’anno a proporre una line-up che tocchi tutti i generi musicali a noi cari – post-punk, psych-rock, electro-pop, etc – guardando sia al futuro – e mi riferisco agli Austra ed ai Public Service Broadcasting – che al glorioso passato, che tanto passato non è: i Gang Of Four in esclusiva nazionale. Senza dimenticare di dare spazio alle band italiane che a nostro parere sono fra le più interessanti in circolazione. Ah, tutto, come sempre, gratuito.

 

Rispetto agli altri festival del territorio, quale identità artistica ha secondo te in particolare Lars?

Come in parte ho già detto , ciò che ricerchiamo è esattamente trasmettere di anno in anno una identità precisa al pubblico presente. Lasciare la certezza che l’anno successivo, tornando al Lars Rock Fest, ci si possa ritrovare nello stesso clima di festa. Questo certamente passa anche dalle scelte artistiche che mirano volutamente ad un certo target di pubblico e che facciamo di tutto per mantenere coerenti senza stravolgimenti nelle varie edizioni. Personalmente non sono un grande sostenitore di festival piccoli che da un anno all’altro, o addirittura all’interno di una line-up, mischiano il metal col jazz, il blues con l’elettronica, senza un filo logico che colleghi il tutto. Cerchiamo di essere coerenti con lo spirito che si è venuto a formare nelle ultime edizioni. Oltre alle scelti musicali però, almeno per noi, hanno fondamentale importanza tutte le situazioni collaterali che tentiamo di mettere in piedi come associazione ( il Gruppo Effetti Collaterali ndr) e che richiedono un impegno costante ed elevato. Quest’anno, per esempio, abbiamo un laboratorio di riciclo creativo per bambini dai sei agli undici anni, letture con musica live per bambini dai zero ai sei anni, lezioni di yoga, presentazioni di libri, un team di disegnatori, illustratori e fumettisti che nel corso delle serate realizzano un murales di venti metri quadri ed interagiscono con altri artisti ospiti (Mynameisbri per la serigrafia, Lucetipo per la cianotipia e This Is Not A Love Song per le musicassette illustrate), una mostra fotografica multisensoriale. Anche tutte queste attività saranno proposte gratuitamente.

 

Ogni festival locale ha un rapporto diverso con i residenti che circondano le aree concerti: che rapporto hanno i chiusini con Lars, specie quelli più distanti dalle poetiche r’n’r?

Per la mia esperienza: il Lars con gli abitanti di Chiusi ha più o meno lo stesso rapporto di tantissime altre situazioni simili. Nel tempo siamo riusciti a coinvolgere oltre cento volontari nell’organizzazione e già questo, per un paese abbastanza piccolo come Chiusi, credo sia sintomatico di un certo apprezzamento. Le ottime affluenze degli anni passati lasciano intendere che a molti abitanti venire a fare due passi ai giardini, ascoltare un po’ di musica e bere una birra non dispiace. Fondamentale, poi, è anche il rapporto con i negozianti, sempre disponibili nel trovare nuove forme di cooperazione, come per esempio, dedicare le proprie vetrine alla musica nel periodo del festival. È certamente innegabile che, come in ogni manifestazione musicale che porti un buon numero di persone in paese, ci siano anche delle lamentele e delle problematiche, che da parte nostra ascoltiamo e facciamo di tutto perché non si ripetano. Siamo consapevoli che tutto sia migliorabile.

Quali sono state le novità di quest’anno?

La principale è il passaggio dai due giorni classici ai tre giorni di festival. Un incremento considerevole di impegno richiesto, sia nella tre giorni che durante i mesi precedenti. Abbiamo poi un dj-set al tramonto, dalle 19 alle 21, in zona relax con possibilità di stendersi sul prato, bere una birra o un cocktail ed ascoltare le selezioni musicali dei dj mentre si attendono i live o di andare a cena. Altra novità è, dopo la fine del concerto degli headliner, un “palco” secondario chiamato campfire stage e dislocato su una collinetta dei giardini pubblici che fa da anfiteatro naturale ai tre musicisti che si esibiranno in versione completamente unplugged, quindi senza alcuna amplificazione, per concludere la serata così come è iniziata, in totale relax, stesi in mezzo al verde con una birra in mano. Abbiamo per il secondo anno un servizio di navetta gratuita che collegherà il Lars alla stazione, al centro storico ed al campeggio al lago di Chiusi.

 

Della città di Chiusi, negli ultimi due mesi, si è parlato in modi diversi, tra polemiche e marette, scivoloni e riscatti a più riprese. Nonostante tutto, i tre giorni di Lars, sono stati un’occasione di approfondimento, di pluralità e di confronto; dimostrazione di capacità reattiva e simultaneità collettiva. Quella progettualità educativa, fondata sulla formazione – umana più che umanistica – degli individui, volta alla fruizione culturale, di cui la Fondazione Orizzonti dovrebbe essere garante, ha trovato in quest’edizione di Lars un canale di rafforzamento. Un festival che sia musica di qualità, ma anche arte, letteratura (GEC&Book), fotografia, laboratori per bambini ed espressioni del corpo (come i workshop Yoga&Natura di Eleonora Cosner), ricopre esattamente quello che politiche giovanili e culturali dovrebbero sostenere quanto più possibile in ogni luogo: l’essere costantemente in confronto con la creatività propria e quella altrui, con le possibilità pratiche che scopriamo di possedere e quelle che riusciamo a scorgere negli altri; affinare sensi critici e sensibilità creativa; riuscire a riconoscere il bello in noi stessi e nelle persone che ci circondano; divenire, quindi, esseri umani sempre più consapevoli di un benessere collettivo per cui la diversità e la contaminazione non rappresentino mai un allarme.

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Rock’n’Roll Noir: la maledizione delle rockstar

Esiste un club esclusivo nella musica rock: il club in cui tutti vorrebbero entrare, considerando l’immenso successo conseguito dai suoi membri, ma di cui al contempo nessuno vorrebbe far parte,…

Esiste un club esclusivo nella musica rock: il club in cui tutti vorrebbero entrare, considerando l’immenso successo conseguito dai suoi membri, ma di cui al contempo nessuno vorrebbe far parte, per via della tragica sorte che li accomuna. Il “Club 27” è infatti il gruppo delle star della musica che sono morte all’età di 27 anni: da Janis Joplin a Kurt Cobain, da Jim Morrison a Jimi Hendrix, si tratta di artisti che hanno vissuto delle vite costellate di grandissimi successi, spinte al limite dall’abuso di alcol e droghe, scomparsi in circostanze più o meno misteriose.

Il Club 27 è stato oggetto di numerosi studi, per cercare di capire se il legame tra la prematura scomparsa di queste superstar fosse soltanto una coincidenza, o al suo interno si nascondesse qualcosa di più. Il libro di Elisa Giobbi, Rock’n’Roll Noir, ha il merito di raccontarci le loro vite senza soffermarsi troppo sui complottismi o le dietrologie. Ci racconta i magnifici sette del club (Robert Johnson, Brian Jones, Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison, Kurt Cobain e Amy Winehouse) assieme ad altri cinquanta artisti di minore successo, ma comunque scomparsi all’età di 27 anni, concentrandosi sulle relazioni e sui tratti in comune. Si tratta di artisti accomunati da un enorme passione per la musica, unita a un talento geniale e capaci di renderli pietre miliari del genere pur avendo a disposizione un tempo molto limitato. Carriere brevissime, vite al limite, caratterizzate da un’infanzia difficile e da rapporti amorosi turbolenti, da una relazione tragica con l’enorme successo di pubblico e con la responsabilità di portare sulle spalle il peso di essere rockstar.

Presentazione di Rock’n’Roll Noir a Chiusi Scalo

Il libro è stato presentato domenica 15 Gennaio a Chiusi Scalo, presso il ristorante-winebar Seasons; nonostante la fredda giornata, la presenza di pubblico è stata notevole e gli apprezzamenti ricevuti dal lavoro di ricerca di Elisa Giobbi sono stati unanimi. L’incontro con l’autrice è stato anticipato da alcune letture, tratte dalle storie dedicate alle sette rockstar, con accompagnamento musicale dei loro brani più famosi. Le letture sono state messe in scena dalla compagnia teatrale “Semi d’arte 2.0” composta da Andrea Storelli, Enrico Sorbera e Benedetta Margheriti; gli arrangiamenti musicali sono stati affidati a Igor Abbas e Danilo Staglianò, accompagnati dalla voce di Margherita Bonucci. La presentazione è stata organizzata dall’associazione GEC (che, tra le tante attività culturali, è anche l’organizzatrice dell’appuntamento estivo con il Lars Rock Fest), come anteprima dell’iniziativa “Libriamoci” del Comune di Chiusi, in sinergia con le associazioni di commercianti di Chiusi Scalo.

Ho accolto con piacere l’invito del gruppo GEC, presentando la serata e intervistando l’autrice di “Rock’n’Roll Noir”. Durante la lunga e stimolante chiacchierata con Elisa, abbiamo approfondito le tematiche relative alle relazioni amorose delle sette rockstar, accomunate da difficili rapporti con i rispettivi partner, come se potessero essere pienamente amate soltanto dalla musica. Abbiamo poi parlato approfonditamente del rapporto tra successo e talento, e del significato che la morte di questi artisti ha comportato per il mondo della musica. Seppur accomunati da una brevissima carriera e da una prematura scomparsa, sono stati capaci di scuotere il mondo fin alle sue fondamenta, rivoluzionando la storia della musica. E il loro impatto non si è limitato al settore artistico, ma ha invaso la cultura, la politica e tutta la società, per via del loro successo globale e degli atteggiamenti ribelli e anticonformisti. Soprattutto negli anni ’60 e ’70, in cui hanno vissuto gran parte dei membri del Club 27, il messaggio artistico ha superato le barriere della loro breve vita. Perché la luce che arde col doppio dello splendore si brucia nella metà del tempo.

Intervista all’autrice Elisa Giobbi, organizzata dall’associazione GEC

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Diretta Rock 2016: qual è il vostro XX Factor?

Dopo la positiva esperienza dello scorso anno la nostra redazione torna al Live Rock Festival di Acquaviva, uno dei festival a ingresso gratuito più importanti e che da venti anni ha superato il panorama locale…

Dopo la positiva esperienza dello scorso anno la nostra redazione torna al Live Rock Festival di Acquaviva, uno dei festival a ingresso gratuito più importanti e che da venti anni ha superato il panorama locale per puntare ad artisti di fama internazionale.

Ogni sera a partire dalle ore 20 saremo in diretta streaming su Facebook Live con “Diretta Rock” e successivamente anche all’interno di questa pagina, per raccontarvi il festival, gli artisti e tutte le persone che ruotano attorno alla manifestazione. Mezz’ora di interviste, approfondimenti e curiosità, subito prima dell’inizio dei concerti serali. Potete venire a incontrarci dal vivo, conoscere le band che si esibiranno sul palco del Live Rock Festival e raccontare la vostra esperienza!

Filo conduttore di questa edizione di Diretta Rock sarà la ricerca del vostro “XX Factor”: il festival è giunto alla sua ventesima edizione, e in questi venti anni ha proposto un modello musicale e culturale di successo nel territorio. Cosa stavate facendo venti anni fa? Come avete vissuto gli ultimi venti anni, e come ha cambiato il Live Rock Festival il panorama locale in questi venti anni? Venite a raccontarci la vostra esperienza a Diretta Rock!


Diretta Rock #1 – mercoledì 7 settembre 2016

  • I presentatori Lalla Savini e Tommaso Ghezzi
  • Enrico Gabrielli dei “The Winstons”
  • Dario Canal degli “Etruschi from Lakota”
  • Francesca e Valeria del Fanclub italiano dei “Nothing but Thieves”

Diretta Rock #2 – giovedì 8 settembre 2016

  • La non-rassegna stampa di Diego Mancuso
  • Dario Faini di “Dardust”
  • Marta Parri e Fabrizio Contemori del Collettivo Piranha
  • Elia Rinaldi dei “Finister”

Diretta Rock #3 – venerdì 9 settembre 2016

  • Niccolò Mariani e Riccardo Nocchi del Collettivo Piranha
  • Giovanni Visone dell’associazione Intersos
  • Le anticipazioni musicali di Tommaso Ghezzi
  • Alessandro Beligni e Marta Parri del Collettivo Piranha
  • Alessandra Leoni intervista la band “Fad3d”

Diretta Rock #4 – sabato 10 settembre 2016

  • Alberto Mariotti di “King of the Opera”
  • Luca Rosignoli e Giulia Trentini del Collettivo Piranha
  • Matteo della Ciana del circolo Legambiente Valdichiana
  • Alessio Biancucci e Tommaso Ghezzi del Collettivo Piranha

Diretta Rock #5 – domenica 11 settembre 2016

  • Max Collini di “Spartiti”
  • Andrea Biagianti e Andrea Mezzanotte del Collettivo Piranha
  • Il liutaio Carlo Giulio Vecchini
  • La non-rassegna stampa di Diego Mancuso

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Gimme More Mature Rock – Intervista a Fred Marconi dei Great Midori

Se mai scriverò un romanzo sulla falsariga di Nick Hornby, autore di quel mitologico volume edito da Guanda, noto in Italia con il titolo Alta Fedeltà (High Fidelty), e dal…

Se mai scriverò un romanzo sulla falsariga di Nick Hornby, autore di quel mitologico volume edito da Guanda, noto in Italia con il titolo Alta Fedeltà (High Fidelty), e dal quale fu tratto l’omonimo film altrettanto straordinario di Stephen Frears, credo che il mio riferimento post-fiction per la tessitura del plot generale verrà basato sulla reale vicenda di una band chiamata Great Midori e che opera in valdichiana.

I Great Midori sembrano veramente personaggi di un romanzo di Hornby, e la loro storia è altrettanto entusiasmante. La genesi del gruppo si è consumata durante una riunione dei genitori presso l’asilo nido frequentato dai figli di due membri della band. Da lì in poi il loro rock “adulto” ha preso una forma decisamente adolescenziale. La quintessenza del rock’n’roll: padri di famiglia, più o meno incravattati, che si strappano di dosso le camicie in saletta prove per edificare un rise against della seconda età, che spolverano gli strumenti, le testate e gli ampli valvolari, per vivere una seconda era garage.

Nel 2014 è uscito un disco della band intitolato MilfShake, una cavalcata hard rock di nove tracce inedite, denso di tratti garage, accenni al punk, grevi e diretti tagli hard rock, estetiche delle copertine e dei rimandi figurativi delle canzoni essenzialmente anni novanta, l’estetica dell’old school per i tatuaggi, l’ambiguità e il doppio tiro per la retorica dei brani, giocata sulle allusioni sessuali e sulla provocazione continua.

Il mio incontro con Federico Fred Marconi, frontman del gruppo, si è verificato più o meno un anno fa. Insieme a lui, e a molti altri, abbiamo animato l’edizione 2015 del Frontiera Rock Festival. Milfshake è stato ovviamente una colonna sonora dell’inverno scorso, ed ora che è appena uscita una traccia inedita intitolata Revolution from the Couch, ed è alle porte l’uscita del prossimo disco – che riveliamo si intitolerà Appetite for Distraction – non potevo fare a meno di dedicargli un’intervista.

La prima domanda è molto semplice; come diamine riuscite a far convivere le vostre vite da padri di famiglia con la ruvidità dei postacci in cui suonate, i convenevoli tassi alcolici da rock band e le ovvie cappe di fumo in sala prove?

Ah, risposta semplice: diciamo che vale il principio dello Yin e Yang. Abbiamo tutti e quattro delle vite piuttosto regolari: famiglia, figli, lavoro, mutui et cetera… il Rock è l’isola che non c’è, il calcetto, una vacanza di poche ore, il relax dopo il sesso! Piuttosto, invece di domandarmi come ci riusciamo noi, mi chiedo come facciano a sopravvivere le persone che questa valvola di sfogo non ce l’hanno! Ah, e nessuno di noi fuma. E, rigorosamente, MAI in sala prove!

E invece, per parlare appunto del vostro lato turpe, quali sono i vostri riferimenti musicali, o più in generale culturali? E quali esperienze musicali avete sperimentato prima di incontrarvi nella koinè ribelle dei Great Midori?

Siamo quatto anime molto diverse, sia musicalmente che culturalmente, e questo è vissuto sempre come un’opportunità e mai come un limite. Ogni componente porta in dote il suo background personale e allora, nello sforzo collettivo della composizione, è possibile ritrovare le passioni di ognuno: il punk americano per me, le taglienti chitarre di Van Halen per Stevo, il drumming secco e pesante degli AC/DC per Danny e, non ultimo, il tiro poderoso di un vero Caterpillar per Ruspa. Come per incanto, però, mi sono trovato quasi senza accorgermente a scoprire tracce sottopelle di Bowie nel mio songrwriting

Ecco, a proposito: tu scrivi testi in inglese. Usi una lingua privilegiata per un motivo particolare? Eppure fate parte di una generazione che ha vissuto la grande stagione dell’alternative cantato in italiano: Hai mai pensato di cantare nella lingua del sì? E in generale qual è il processo compositivo che adottate per stendere un nuovo pezzo?

Io vengo da una lunga militanza punk hard core in italiano. Oltre agli Dei RAMONES, i miei riferimenti per lungo tempo sono stati i NEGAZIONE e, tanto per citare una grande e sottovalutata band toscana, i MODULO 101. L’energia del punk hard core ritengo che sia tipica della gioventù e sono sicuro che dentro non mi ci sentirei più a mio agio, come lo ero a 20 anni. Credo che la lingua inglese sia una sorta di Esperanto che, alla fine, ci accomuni a gruppi di tutto il mondo, senza nessuna barriera espressiva. Scrivo spontaneamente in inglese, non solo canzoni ma anche poesie.

Il nostro iter compositivo e generalmente un lavoro ed uno sforzo collettivo. Su una idea semplice, si comincia a lavorare tutti insieme per definire melodia e struttura. Io lavoro da subito sulla parte vocale: inizio con una specie di grammelot scherzoso che poi diventa una piccola storia. Dei testi mi occupo solo io. Avrei grosse difficoltà a cantare parole di altri.

Come siete arrivati a costruire la band? E com’è, in generale, rientrare nel garage – per usare una metafora – da “adulti” (se mai lo avete lasciato).

I Great Midori nascono nel 2012 dopo un incontro casuale, ma evidentemente voluto dal destino, con Danny, che suona la batteria, alla riunione dell’asilo-nido dei nostri figli. La band ha visto immediatamente chiudere il cerchio con l’arrivo di Stevo alla chitarra. Ci siamo lanciati a capofitto nella composizione di un repertorio originale. Non abbiamo mai avuto voglia di suonare delle cover. All’inizio io suonavo… male… anche il basso, ma presto abbiamo sentito l’esigenza di rafforzare la ritmica e, nella tarda estate 2013, abbiamo deciso di cercare un bassista che mi lasciasse solo l’onere e l’onore del canto. Abbiamo cambiato un paio di bassisti prima di arrivare alla formazione attuale con Ruspa. Con le normali pause che la vita ti impone, nessuno di noi ha mai veramente smesso di suonare. L’eccezione è Danny che ha cominciato a suonare la batteria proprio con i Great Midori. La nostra sala prove è in realtà solo la porta d’accesso del nostro settimanale Nirvana.

Parliamo del materiale in uscita; Revolution from the Couch arriva dopo un anno e mezzo dall’uscita di MilfShake, vostro tonante esordio. Al di là della critica esterna, voi avete vissuto questo lavoro come un’evoluzione o come una conferma dei vostri canoni stilistici?

Direi che in assoluto l’evoluzione compositiva sia netta. I pezzi del nuovo disco hanno un impronta ed un sound molto più omogenei e credo che sia normale vista anche la crescente confidenza che abbiamo acquistato l’uno nei confronti dell’altro. Nei pezzi di MilfShake è possibile individuare ogni singola influenza di tutti e quattro i componenti della band. Adesso, invece, in Appetite for Distraction veniamo fuori come una cosa sola. Una cosa cattiva e tagliente, proprio come il sound del singolo Revolution from the Couch! La matrice hard rock è ben individuabile ma abbiamo cercato di sviare un po’ con una costruzione dei pezzi semplice e diretta, priva di fronzoli inutili.
Il percorso di questi due anni è stato bello ed intenso e grazie al fonico che ha registrato il nostro primo disco, il mitico Emanuele “Bio” Ferrari, siamo riusciti a prendere una direzione che ci identifica e ci soddisfa molto. Il sound che abbiamo creato è stato poi catturato alla perfezione da Alessandro Cristofori nel nuovo lavoro (nel quale ci saranno anche due sorprese decisamente interessanti). Abbiamo affinato la mira e abbiamo avuto la conferma che siamo più a nostro agio su un sound grosso e tirato!

Per quanto riguarda l’assetto del live? Quello che fate in studio è una declinazione diversa di ciò che volete esprimere su un palco oppure cercate (in piena genuinità rock’n’roll) di catalizzare un suono quanto più puro possibile, in modo che in studio non fate altro che acquisire la potenza analogica di un concerto?

In studio abbiamo lavorato nel modo più vicino possibile alla presa diretta. Abbiamo cercato di comprimere al massimo i tempi di registrazione in modo da non perdere l’approccio che ci è più famigliare: quello del classico quartetto Rock. Una batteria, un basso, una chitarra, una voce. Sogno, un giorno, di poter registrare davvero in presa diretta! Intanto, per esempio, tutte le parti vocali sono state registrate in una sola sera e in una sola take.

Se ci fosse un’avvertenza, come nei medicinali, prima di “assumere” REVOLUTION FROM THE COUCH quale sarebbe?

Alzare il volume fino a che tutte le barre dell’equalizzatore tocchino il rosso!

Appetite for Distraction, va presa come una provocazione nei confronti di Axl, Slash e compagni? Oppure è un tributo? Cosa ne pensate delle band “scadute”?

Il titolo è, a suo modo, un omaggio ad un disco “perfetto” della Storia del Rock. Dopo quella perfezione, i GnR arrivarrono purtroppo presto ad un insopportabile livello di bollitural Può succedere se arrivi d’improvviso sul tetto del mondo. Ma quel disco era e rimane ancora oggi davvero perfetto! La nostra imperfezione sta nella distrazione. Non abbiamo velleità particolari oltre al sano e rumoroso divertimento… siamo ragazzi di mezza età ma, in quanto a energia, non abbiamo timori!

Grazie mille Fred, del tempo che mi hai dedicato…

Un’ultima cosa che spero mi concederai:
VORREI SALUTARE TUTTI QUELLI CHE MI CONOSCONO!

Ciao a tutti quelli che lo conoscono. Ti risalutano.

Ricordo la nostra pagina Facebook e il nostro SoundCloud . Stay R’n’R.

In tutto e per tutto, i Great Midori sono adulti che suonano con una carica da ventenni e che farebbero sentire vecchio qualsiasi adolescente da Mtv e CocaCola. Follow them.

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Birranthology – La Scrofiano Psychobilly che non ti aspetti

Sono veramente pochi i festival che impongono un’estetica di base, un concept netto e inconvertibile. Il Birranthology, che arriva ormai a un decennio di vita al parco dell’Uccelliera di Scrofiano,…

Sono veramente pochi i festival che impongono un’estetica di base, un concept netto e inconvertibile. Il Birranthology, che arriva ormai a un decennio di vita al parco dell’Uccelliera di Scrofiano, risponde a questo tipo di impostazione. Le band sono rigorosamente riconoscibili secondo un preciso marchio critico, le forme e i simboli cui le immagini sono assecondate dall’organizzazione rispondono ad una cifra stilistica centrata. Tutta la focalizzazione sta nell’ambito dello Psychobilly, nelle estetiche degli anni ’50. Ne parlo con Luca Farini, uno dei ‘teorici’ del gruppo dell’APD Scrofiano, associazione che, oltre a portare avanti attività sportive durante tutto l’anno, si dedica anche ad attività culturali parallele. Ci beviamo l’ennesima BrewDog nei pressi della braceria di Lucifero, la cui cappa della brace porta l’incisione, addotta tramite frullino, del nome “Lucio”, abbreviativo appunto di ‘Lucifero’, che significa ‘portatore di luce’, e quindi di conoscenza e bellezza. “il più figo di tutti gli angeli, cazzo! Anche perché era il più riottoso!” mi dicono le figure che tra il fumo della brace emergono, come ombre della Commedia dantesca.11251205_1646701602216733_7321705809329526851_n

Luca Farini: Allora, la storia è questa: sono dieci anni che portiamo avanti il festival Birranthology, ma sono solo cinque anni che la manifestazione ha assunto questa forma. Il Gasp (a.k.a. Paolo Gasparri ndr) è colui il quale ha portato, nelle orecchie del gruppo organizzatore, gli ascolti del genere psychobilly. Noi tutti abbiamo sposato questa idea, affascinati dalle estetiche e dalle forme degli ambiti che questo mondo musicale ci poneva di fronte. Essendo lui, il Gasp, il sommo conoscitore musicale, si è posto come guida di scelte artistiche, di generi musicali per la selezione delle band, ecc…

La cosa figa di questo genere, lo psychobilly, è che raccoglie il meglio del punk e del rockabilly anni ‘50. Come per il punk e l’hardcore, ogni micro-genere ha la sua sottocultura, con i determinati ascoltatori e le determinate idiosincrasie: c’è questo astio gentile tra generi diversi di intendere il suono e gli stili di vita. Ti faccio un esempio: I Green Moon Sparks, band psychobilly, hanno questo pezzo che si intitola “Rockabilly stole my bike”, in cui si evince una certa avversità rispetto ai cugini rockabillies, che mantengono questo stile più classico. Lo psychobilly, invece, prende tutta la cultura punk e la fonde con la tradizione più ancestrale del r’n’r degli anni 50, creando un miscuglio moderno e sicuramente più accattivante. In passato ci siamo dedicati anche al Country, ma successivamente abbiamo deciso di dedicarci più profondamente al genere psychobilly e alle sue sfaccettature.

Comunque è Paolo Gasparri, ripeto, che ha buttato là l’idea del festival-endorser, profondamente in osmosi con la cultura psychobilly, e tutti lo abbiamo seguito con entusiasmo. Nella situazione attuale io e Paolo Gasparri pensiamo soprattutto alla grafica. Ci confrontiamo, ma di fatto cerchiamo di emulare tutta l’estetica che richiami l’ambito psychobilly, ovviamente. Tutto si rifà al vintage, in fondo. Purtroppo, il rockabilly, e la sua proiezione moderna, essendo una sottocultura degli anni 50, troppo spesso oggi viene associato a delle “carnevalate”. Cioè il sillogismo: Rockabilly=revival 50, pinup e vestiti stupidi, sembra scontato. Il fatto è che oggi c’è realmente qualcosa in più. Se ci fermassimo a quel tipo di festival, di revival, di esibizione del vintage, diventerebbe una buffonata, a nostro parere. Siamo un festival in cui la gente si veste normale, assolutamente, ma giochiamo con i teschi e le motociclette, ricordiamo attraverso i loghi e le locandine, l’Ace Cafè di Londra degli anni 60, i club motociclistici, tutto quel mondo là, per intendersi.

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Siamo grafici e non disegnatori e illustratori. Facciamo collage e ci lavoriamo sopra. Prendiamo cose che vediamo in giro e che ci piacciono, senza però scopiazzare, mettendoci sempre del nostro. Ci sono cose troppo personalizzate in certi ambiti. Ci piace giocare con elementi che stanno ai margini del filone: uno dei nostri riferimenti è Josè Guadalupe Posada, un tipografo, illustratore e incisore messicano, del primo novecento. Il nostro logo è proprio preso da uno dei suoi disegni; è il suo campesinhos a pugno chiuso. Prendiamo molto dalla cultura messicana fondendola con la grafica degli anni ’50. Da lì nascono i nostri manifesti. Giacomozzi invece (a.k.a. Giacomo Spinelli) si occupa dell’organizzazione totale, è lui il cardine generale dell’associazione; dal parlare con il service, con i volontari, organizzare di fatto i concerti e gli spettacoli di burlesque, che è un altro elemento importante del nostro concept.

A stretto contatto con l’ambiente rockabilly, ci siamo ritrovati numerosissime artiste di burlesque. Le abbiamo sempre inserite, con effetti stupefacenti. Spesso le artiste che chiamavamo conoscevano già la band con cui avrebbero dovuto condividere la scaletta ed hanno deciso, sul momento, di non usate la base ma il gruppo musicale live. Questo fa sì che la nostra scelta ricada in artisti che si omogeneizzino in un’opera d’arte totale continuativa, sul palco.

È comunque Giacomo Spinelli che d’inverno tira giù liste enormi di gruppi che andiamo a vedere live e selezioniamo. Cerchiamo sempre di pescare tra Italia e internazionalismo, ma soprattutto ricadiamo sull’estero, sempre basandoci su questi generi musicali.

Da noi certe culture non sono poi così conosciute. Tempo fa abbandonammo l’idea del surf-rock’n’roll perché le band proponevano pezzi strumentali, che poco si addicevano ad un pubblico generalista come quello che viene al nostro festival. Cerchiamo di veicolare certe esperienze artistiche, dal punto di vista culturale. Inoltre, cosa molto importante, dal punto di vista culinario, ma soprattutto birraio (ci chiamiamo Birranthology non a caso) la cultura delle birre artigianali, che nel nostro territorio inizia ad avere uno spazio molto rilevante, sta molto a cuore all’organizzazione, che cerca di espandere il più possibile la qualità di ciò che si beve. Quest’anno abbiamo 26 tipi di birre completamente diverse.

11049619_1673370399549853_7851542312074277889_nIl mercatino per noi è una parte integrante dello spettacolo. Noi non chiediamo niente ai banchi del mercatino. Non mettiamo in vendita la piazzola, non vogliamo niente in cambio dello spazio che concediamo nel parco dell’uccelliera. I banchini fanno tutto da soli ma devono essere assolutamente in tono con lo spettacolo e con il festival. Ci sono tatuatori, illustratori, o comunque artigiani che hanno a che fare con questa particolare cultura. È il continuo della scenografia del parco.

Il merchandising lo abbiamo concepito e creato tutto da soli. La grafica delle t-shirt, delle spille, delle fasce e degli adesivi ovviamente cambia ogni anno. Quest’anno alcune ragazze hanno preparato tabacchiere e portafogli in tela, con incollate le etichette delle birre artigianali che abbiamo al festival, sigillate poi in resina, tagliate e ricucite. Pienamente in tema DIY. Pienamente in tema Punk Psychobilly. Al banco del merchandising abbiamo, tra gli altri, Elena Bonaccini che espone dei flash per tatuaggi, immagini, disegni da lei stessa creati.

I volontari arrivano a quasi sessanta. Verso novembre ci facciamo venire la voglia di costruire qualcosa insieme, in inverno cerchiamo di organizzarci. Nel consiglio siamo undici membri. Arrivati al festival inglobiamo quanta più gente possibile, amici, ragazzi e ragazze del paese. Quest’anno abbiamo un prezioso aiuto da parte de La Frontiera di Bettolle, un cui congruo numero di militanti è venuta a darci una mano. Tutti ovviamente in forma gratuita. Arriviamo ad una massa critica di 60 persone che riesce a stare dietro al cibo e all’intrattenimento. Cerchiamo di coinvolgerci e coinvolgere, in piena filosofia punk rock.

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