La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

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Una storia Rock’n’Roll: torna il Birranthology Festival, dal 24 al 26 agosto 2018

Dal 24 al 26 Agosto 2018, al Parco dell’Uccelliera di Scrofiano, il High Extravaganza Birranthology Festival celebra la storia del rock’n’roll. Non solo un semplice festival con esibizioni live, ma…

Dal 24 al 26 Agosto 2018, al Parco dell’Uccelliera di Scrofiano, il High Extravaganza Birranthology Festival celebra la storia del rock’n’roll. Non solo un semplice festival con esibizioni live, ma un vero e proprio viaggio nella cultura rockabilly, con l’estetica e la stravaganza delle sue radici negli anni ’50 fino alle più recenti espressioni di psychobilly, horror-punk e dello stile che ormai caratterizza il festival da più di dieci anni. Tutto accompagnato da una raffinatissima selezione di birre artigianali, all’insegna del motto craft not crafty, (artigianale, non finto-artigianale) che premia le piccole brewery indipendenti. Marchi di birrifici locali, che dimostrano un’attenzione particolare nei confronti del territorio, affiancati ad importanti brand internazionali, sempre appartenenti al circuito delle birre artigianali.  «Il lavoro del birraio è molto simile a quello del cuoco» affermano gli organizzatori «Entrambi lavorano con il fuoco e con le pentole, di varie dimensioni quelle del cuoco, enormi quelle del birraio. Il birraio però ha dei vincoli che il cuoco non ha. Quest’ultimo infatti può scegliere liberamente con quali materie prime comporre i propri piatti, mentre il birraio deve necessariamente utilizzare alcuni ingredienti: l’acqua, il malto d’orzo, il luppolo, il lievito». Le birre artigianali saranno servite rigorosamente in lattina, in pieno stile rockabilly. Non solo per fattori estetici ma anche di qualità. «Bere birra in lattina è un gesto purtroppo percepito come rozzo» continuano gli organizzatori «In realtà l’inscatolamento in lattina della birra rappresenta il metodo più efficace di conservazione del prodotto. Proporremo le birre locali alla spina, poiché la vicinanza fisica ai luoghi di produzione ci permette di avere massima espressione della loro qualità, e le birre straniere in lattina, per avere l’esperienza migliore di fruizione del prodotto».

Artigianalità, ribellione, quindi, extravaganza e retrofuturismo s’incontrano nella valorizzazione delle sottoculture musicali rock ed elettroniche delle scelte musicali; ovvero quelle zone grigie della musica tanto particolari quanto interessanti. Un viaggio musicale di tre giorni, attraverso le atmosfere coinvolgenti del Rock’n’Roll che si configura in tre serate tematiche molto diverse con titoli che lasciano intuire l’atmosfera che si respirerà ad ogni show:

Venerdì 24 agosto “Birranthology Rockin’ Playlist” https://spoti.fi/2t7Jkfk
(Rock’n’Roll-Rhytm’n’Blues- Garage Rock)

 

Sabato 25 agosto “Birranthology Stompin’ Playlist” https://spoti.fi/2ylDThX
(Psychobilly- Neo-rockabilly- Horror Punk)

 

Domenica 26 agosto “Birranthology Dreamin’ Playlist” https://spoti.fi/2lgZaQp
(Retrowave, Outrun, Darksynth)

Alla musica e alla birra, si aggiungono anche le esibizioni delle artiste di Burlesque, anch’esse selezionate a seconda della prossimità formale con le linee della serata, per poter vivere appieno la molteplicità delle espressioni emerse dalla cultura del recupero dal passato, il vintage, il retrofuturismo, le grafiche old-school. Una festa ad ingresso libero, che permette a chiunque di conoscere una storia troppo bella per essere ignorata. 

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‘Tre Gotti al Campino’ – Dieci anni di rock nel caratteristico borgo di Trequanda

Arrivata al decimo anno, “Tre Gotti al Campino”, la festa della birra di Trequanda, è pronta per un’edizione con il botto. Nata tra gli anni ’90 e i primi del…

Arrivata al decimo anno, “Tre Gotti al Campino”, la festa della birra di Trequanda, è pronta per un’edizione con il botto. Nata tra gli anni ’90 e i primi del 2000, la festa ebbe una battuta di arresto, ma grazie alla buona volontà e alle idee di gruppo di ragazzi trequandini, nel 2009 rinasce con più grinta e con le idee ben chiare: coniugare musica di alto livello, buona cucina e tanto divertimento.

‘Tre Gotti al Campino’ edizione numero 10 è organizzata dai circoli ARCI e ACLI di Trequanda, in collaborazione con il Comune e si svolge da giovedì 16 a domenica 19 agosto 2018 presso il Parco delle mura Ornella Pancirolli di Trequanda.

Per conoscere un po’ di più il festival che scuote Trequanda e le calde notti della Valdichiana, abbiamo contattato gli organizzatori che ci hanno spiegato come è cambiata negli anni la festa e qual è la line up di questa decima edizione.

“La festa è stata ideata da un gruppo di amici in una sera d’estate. Inizialmente il nome per intero era “Tre Gotti al Campino due di Birra e uno di Vino”,  poi è stato abbreviato per essere condivisa da tutti i ragazzi del paese. Per quanto riguarda lo staff, invece, è composto principalmente da, come ci chiamano tutti, “i ragazzi di Trequanda“. Gli ultimi anni sono serviti per integrare nel collettivo pure le generazioni più piccole per far si che la festa duri molti anni ancora”

Un’organizzazione, quella di ‘Tre Gotti al Campino’, che coinvolge tutta la comunità di Trequanda perché oltre ai ragazzi che si occupano della parte musicale e artistica, ci sono le donne che si occupano della cucina mentre gli uomini che pensano alla parte gastronomica, per lo più genitori degli organizzatori e non, che da oltre 10 anni a questa parte sono parte integrante della festa.

“La manifestazione è crescita insieme a noi ragazzi. Io avevo 16 anni quando c’è stata la prima edizione – mi spiega Francesco Bronzi, uno degli organizzatori – e adesso ne ho 26. È stato un crescendo sia per quanto riguarda i gruppi musicali, sia per quanto riguarda la promozione dei prodotti locali”.

Poi Francesco, insieme agli organizzatori, mi spiega cosa hanno in serbo per il pubblico della Valdichiana in questa grandissima decima edizione di ‘Tre Gotti al Campino’:

“Questa sarà un’edizione speciale, che tutti aspettavamo. Se qualcuno anni fa ci avesse detto che avremmo fatto quello che abbiamo fatto forse non ci avremmo creduto. La decima edizione è qualcosa che sicuramente resterà nella storia di questo bellissimo borgo, ci saranno alcune sorprese che al momento non è possibile annunciare, ma sappiamo che i fedelissimi di questo incredibile festival e non, non rimarranno delusi”

Sicuramente sappiamo che la prima serata, quella del 16 agosto, sarà animata dai Red Light Skyscraper, Universal Sex Arena e della Fuzz Orchestra. Venerdì 17 Agosto sarà la volta della band che deve i suoi natali proprio a Trequanda e che con al loro musica stanno girando l’Italia e sta mettendo a segno collaborazione importanti, ovvero gli Impatto Zero. Insieme a loro i Botanici e Braces Bros. Only Vinyl Dj Set (Yuri Braces & Ivan Braces Viti). Sabato 18 Agosto salirà sul placo di Trequanda Simone Rocchi, i Vins-t e Bobo Rondelli. E infine domenica 19 agosto grande finale con The Big Blue House e gli Etruschi From Lakota.

Anche quest’anno gli artisti sono stati scelti osservando le proposte del mondo musicale attuale e guardando all’Alt Rock nostrano. Oltre a selezionare gli artisti di livello nazionale, gli organizzatori danno spazio anche a band e giovani artistic che conoscono personalmente. Insomma un festival che non ha niente a cui invidiare ai fratelli più grandi che dominano il panorama musicale della Valdichiana con tanti giovani all’opera uniti dalla passione per la musica con l’intento di unire e rendere coesa la comunità di Trequanda.

Appuntamento quindi dal 16 al 19 agosto 2018 nel caratteristico borgo della Valdichiana per tanto divertimento, buona birra, ottimo cibo e ovviamente del giusto accompagnamento musicale, contornato da un incredibile area, quella del Parco delle mura Ornella Pacirolli, che offre una vista veramente stupenda del paese e del panorama che ci circonda

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La consacrazione del Mengo Music Fest – Intervista a Paco Mengozzi

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso…

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso degli anni. Chi il Mengo lo segue da sempre, o comunque da molti anni, si sarà sicuramente accorto dei risultati raggiunti, frutto dell’impegno e dell’esperienza maturati nelle varie edizioni.

Il viaggio del Mengo Music Fest inizia nel 2004 e noi, dopo l’intervista a “I Ministri”, ci siamo fatti raccontare un po’ di cose da Paco Mengozzi, uno degli storici organizzatori.

Mengo Music Fest nel 2009

Com’è nata l’idea? Quali erano i sogni e le speranze di quel giovane di 14 anni fa?

Il Mengo nasce come una cosa del tutto spontanea. Al parco di Via Alfieri c’era il chiosco di mio babbo e un gruppo di ragazzi si riuniva lì per passare i pomeriggi parlando e bevendo birra; la maggior parte suonava in gruppi e nacque proprio su quelle sedie disposte intorno ai tavolini l’idea di suonare insieme. Chiamandosi il chioschino Mengo decidemmo di chiamare così le nostre serate.

Com’era allestito?

Una pedana con due casse e via (ride). Suonava chiunque volesse suonare. Era tutto organizzato fra amici all’ultimo minuto. Ci divertivamo tantissimo.

Come è potuto crescere fino a questo punto?

Già dall’anno successivo il numero dei partecipanti era aumentato e così quello dopo ancora. Creammo un’associazione che si chiama Music! allo scopo di dare maggiori opportunità a tutti quelli che ci chiedevano di suonare. Negli anni siamo cresciuti sempre più, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Nel 2009 c’è stata una prima svolta in cui abbiamo ospitato I Ministri, erano anche loro agli inizi, ma già facevano la differenza. Da quella data i cantanti del panorama nazionale e internazionale si sono susseguiti sul nostro palco fino a comprendere lo Stato Sociale, Calcutta, Zen Circus, Fask, Levante, ecc. Quest’anno ha suonato anche Cosmo.

Chi sono le anime di tutto questo?

Inizialmente volontari che si erano riuniti nell’associazione Music!. Poi molti di loro sono diventati tecnici di palco, turnisti, musicisti, professionisti della musica insomma: i punti di riferimento per il festival. Ci sono anche tanti di noi che dedicano il proprio tempo al Mengo, prendendo ferie dal lavoro e si mettono qui a sudare in pieno luglio. Ovviamente ci sono gli sponsor, senza di loro non saremmo a questo livello.

Oggi cosa è diventato? Cos’è per te il Mengo? Te lo immaginavi così 14 anni fa?

È lo stesso piccolo palco con una pedana e due casse, in versione gigante. È il nostro sogno che si realizza. Sogno che richiede passione e impegno. Adesso è a tutti gli effetti un lavoro, perché l’organizzazione si protrae per tutto l’anno. È principalmente una festa dove il risultato è frutto dell’impegno di professionisti.

Tantissimi elogi e apprezzamenti su giornali e radio. Anche all’inizio dell’avventura erano tutti così entusiasti?

All’inizio non avevamo neanche aspettative. Poi dal secondo anno già la cosa si era ingrandita e l’asticella si alzava. Devo dire che il pubblico ci ha aiutato tantissimo e gli abitanti di Arezzo ci hanno sempre apprezzato, questo ci rende veramente orgogliosi.

Questa edizione la possiamo definire come la consacrazione a grande evento nazionale?

Sì dai. È l’edizione della svolta. Le serate sono state di grandissimo livello sia per le performance sul palco che per la risposta del pubblico. Siamo contentissimi. Molto è dovuto al fatto che questo è un festival gratuito, genere quasi del tutto sparito in Italia. Nonostante non ci sia un biglietto da pagare riusciamo comunque a dare un ottimo prodotto al pari di quegli eventi che invece richiedono il ticket. È importante sottolineare questa cosa della gratuità, perché è difficilissimo e faticosissimo ricercare sponsor e finanziamenti per mesi e mesi avendo come obiettivo quello di creare concerti di altissimo livello. Ci metteremo sempre tutto il cuore e l’impegno che abbiamo!

Mengo Music Fest nel 2018

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Le Terme Sant’Elena raccontate da una mostra di foto storiche

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi…

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi di narrazione e musica che vedranno la partecipazione di Teresa De Sio, David Riondino, Pupo e l’Istituto Bonaventura Somma, non mancheranno iniziative di altro genere, come la mostra di foto storiche sull’età aurea dello stabilimento termale. Visitabile gratuitamente nei giorni del festival all’interno del parco e curata dell’esperta di arte Teresa Guerra, la mostra sarà un vero e proprio viaggio per immagini, come ci ha raccontato l’organizzatore dell’evento, Gionata Giustini.

Come è nata l’idea di organizzare questa mostra?

«Ero andato con il proprietario dello stabilimento, il dottor Ubaldo Ruju Cignozzi, a spostare del  materiale in un garage, quando la nostra attenzione si è posata su degli scatoloni chiusi. Abbiamo pensato di aprirli e vi abbiamo trovato questo archivio di foto. Da lì l’idea di selezionarne una parte, esporla e farla conoscere al pubblico».

Quali foto sono state scelte per la mostra?

«Sono scatti inediti, ovviamente in bianco e nero, risalenti agli anni ’50 e ’60 dei tanti personaggi illustri che si sono esibiti a Sant’Elena: Ella Fitzgerald, Claudio Villa, il Quartetto Cetra e Nino Taranto, solo per citarne alcuni. Ma non solo, perchè ci saranno anche sezioni tematiche sulle corse di auto d’epoca, le gare di ballo e i concorsi di bellezza».

C’è una fotografia particolarmente significativa tra tutte?

«Penso ad una scattata durante una corsa d’auto, perchè rende bene l’idea di cosa fosse Chianciano in quegli anni e la portata delle manifestazioni che vi si svolgevano».

Cosa può rappresentare una mostra di questo tipo per Chianciano?

«Si tratta senza dubbio di una testimonianza documentale importante, proprio per il fatto che le terme di Sant’Elena sono state una pietra miliare nell’evoluzione del turismo in Italia. Ad oggi il complesso termale, con i suoi otto ettari di parco e l’auditorium, rimane degno di essere messo in risalto. Anche Papa Ratzinger, che vi si soffermò alcuni giorni durante il suo pontificato, ne rimase ammirato tanto da definirlo “un santuario ecologico”».

Quale effetto si aspetta che la mostra sortirà nei confronti del pubblico?

«Immagino che sarà un evento interessante da scoprire per tutti, ma soprattutto per i chiancianesi. Rivedersi in quegli scatti potrà essere emozionante ma al tempo stesso motivo di riflessione. L’occasione per ricordare le proprie radici e le potenzialità legate al valore storico e culturale di questo territorio».

Nino Taranto nella famosa macchietta di Ciccio Formaggio, con la celeberrima paglietta tagliuzzata.

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Diretta Rock 2017: alla scoperta del Live Rock Festival

Nuova edizione del Live Rock Festival di Acquaviva, nuova edizione di Diretta Rock! Dopo gli esperimenti della prima stagione e dopo il successo dello scorso anno, la nostra redazione è pronta a…

Nuova edizione del Live Rock Festival di Acquaviva, nuova edizione di Diretta Rock! Dopo gli esperimenti della prima stagione e dopo il successo dello scorso anno, la nostra redazione è pronta a una nuova avventura durante la manifestazione rock più amata del territorio, uno dei festival a ingresso gratuito più importanti a livello nazionale. Il Live Rock Festival, giunto alla XXI edizione, si prepara a stupire con la sua offerta musicale di artisti internazionali; La Valdichiana è pronta a raccontare tutti gli ospiti e le emozioni delle cinque serate di Acquaviva, dal 6 al 10 settembre 2017.

Ogni sera, a partire dalle ore 20, saremo in diretta streaming su Facebook Live con la nuova stagione di “Diretta Rock” per raccontare tutto ciò che ruota attorno alla manifestazione, con approfondimenti e interviste, subito prima dell’inizio dei concerti serali. Le puntate saranno poi raccolte in archivio nella pagina YouTube e su questo speciale. Potete venire anche a incontrarci dal vivo presso lo stand dedicato alla trasmissione all’interno del Live Rock Festival, per conoscere gli artisti e raccontarci la vostra esperienza!

Seguendo un percorso di crescita e innovazione già inaugurato da Giardino Valdichiana, tra le novità di quest’anno ci sarà la regia digitale a cura di Lightning Multimedia Solutions, per una migliore resa tecnica; le puntate saranno inoltre suddivise in tre blocchi con tre presentatori diversi (Valentina, Tommaso e Marta) per raccontare la manifestazione da più punti di vista. Vi aspettiamo, venite a vivere e raccontare il Live Rock Festival insieme a noi!

Puntata 5 – domenica 10 settembre

  • Willie Peyote
  • Alessandro Pinzuti del Collettivo Piranha
  • I tecnici del Live Rock Festival

Puntata 4 – sabato 9 settembre

  • Marta di Incontriamoci e Riccardo di Migrantes
  • Gli Stregoni
  • Emanuele, Daniele, Veronica e Daniele del Collettivo Piranha

Puntata 3 – venerdì 8 settembre

  • Bruno Belissimo
  • Matteo e Gaetano di Legambiente
  • Claudio, Riccardo e Lorenzo del Collettivo Piranha

Puntata 2 – giovedì 7 settembre

  • Lalla e Arianna del Collettivo Piranha
  • Alessio Biancucci racconta il Live Rock Festival 2017
  • Gli Ex-Otago

Puntata 1 – mercoledì 6 settembre

  • Lorenzo Bui presenta il Live Rock Festival 2017
  • Claudio dei Mighty Oaks
  • Niccolò, Riccardo e Federico del Collettivo Piranha
  • I Soviet Soviet

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“Tre Gotti al Campino”, il festival che scuote Trequanda

Immersa nel cuore verde della provincia di Siena c’è, splendida, Trequanda e al centro di Trequanda c’è uno dei parchi con la vista più bella che si possa ottenere. In…

Immersa nel cuore verde della provincia di Siena c’è, splendida, Trequanda e al centro di Trequanda c’è uno dei parchi con la vista più bella che si possa ottenere. In questo parco, da nove anni, i giovani gravitanti attorno ad un circolo ARCI presente nel piccolo borgo mettono in piedi un festival estremamente rock’n’roll. Estremamente puntuale nelle scelte stilistiche che offrono al pubblico agostino, invitano artisti sempre rigorosamente underground, orientanti nelle forme post-grunge del panorama rock italiano. È il quartier generale degli Impatto Zero, che noi abbiamo già incontrato (Impatto Zero) e che canalizza un flusso creativo locale in una delle ambientazioni più belle e particolari cui si possa ambire per un festival.  Il Parco della Mura Ornella Pancirolli si estende su una vasta area verde prossima al borgo di Trequanda e comprende, un campo di calcetto, una piattaforma in cemento, con tribuna ad anfiteatro.

Durante gli allestimenti del festival ho incontrato Domenico Perugini, direttore artistico del festival, e Fabrizio Nardi, presidente del circolo ARCI di Trequanda.

La vostra ambientazione è diversa rispetto a quella di altri festival che si fanno da queste parti. Cosa ha signficato per voi tirare su un festival di rock undeground qui?

Domenico Perugini: Abbiamo iniziato nove anni fa, un po’ per la solita apatia di provincia, un po’ per il paese piccolo che ci sembrava limitante. Non c’era altro, oltre la festa de l’Unità. Decidemmo quindi di offrire qualcosa che fosse più interessante per noi. Eravamo giovanissimi e mettemmo in piedi un festival di due giorni senza un soldo. L’anno di svolta è stato il 2014, in cui hanno suonato da noi i Management del Dolore Post Operatorio. Abbiamo iniziato ad invitare artisti che avessero un pubblico nazionale. Da lì abbiamo fatto sempre meglio, e siamo arrivati ad ospitare importanti nomi del panorama indipendente italiano: Diaframma, Giorgio Canali, Gazebo Penguins, Gli Scontati. Tutto questo senza grandi sponsor, contando solo sui soldi che abbiamo raccolto ad ogni edizione per quella successiva.

 

Fabrizio Nardi: le associazioni del luogo devono portare vantaggi al territorio cui appartengono. L’arci non solo con il Tre Gotti al Campino ma anche con la festa dell’olio, fa da collettore sociale, riunisce i giovani e migliora il posto in cui viviamo. Trequanda ci fornisce uno spazio bellissimo in cui organizzare una festa e noi cerchiamo di ricambiare anche nei confronti del paese attraverso aiuti alle altre attività culturali svolte nel nostro paese durante l’anno. Il nostro circolo conta cinquanta tesserati, una minima parte è formata da over-sessanta, la stragrande maggioranza invece è composta da ragazzi introno ai vent’anni, ed è una cosa molto particolare, rispetto alla media dei tesserati ARCI del resto d’Italia. Quando andiamo alle riunioni provinciali infatti siamo sempre i più piccoli. Qui c’è un presidente di 23 anni, un vice di 25, e su dodici consiglieri, dieci hanno meno di trent’anni.

Parliamo dell’evento di quest’anno: quali sono le novità?

Domenico Perugini: la novità più grande è che quest’anno ci siamo ancora di più allargati e abbiamo aggiunto un ulteriore giorno. Da quest’anno c’è anche il giovedì. C’è un ulteriore dispendio di energie. Tutto il festival si è ingrandito. Dal punto market, agli incontri presentazioni di libri che verranno fatti tutte le sere prima dell’inizio dei live, fino allo spazio tattoo. La proposta è ancora più varia. La formula è quella collaudata degli altri anni con rilevanti ampliamenti.

Sugli artisti? Come vi siete orientati?

Domenico Perugini: Abbiamo come sempre cercato di osservare le proposte del mondo musicale attuale e guardare all’Alt Rock nostrano. Oltre a selezionare gli artisti che ovviamente ci piacciono, preferiamo sempre chiamare quelle persone che conosciamo personalmente. Nella nostra breve esperienza come band (gli Impatto Zero, Domenico ne è il bassista. ndr) siamo entrati in contatto con un reticolo sociale che cerchiamo di sfruttare, quando ci troviamo a dover definire la line up di Tre Gotti al Campino.  Sia per la serata di apertura, per la quale si esibiranno tre band locali che si stanno affermando in un’area più vasta e stanno ricevendo critiche positive – i Canale 52 di Cortona, i Dudes di Chiusi  e i Belindà di Farnetella –  sia per i nomi più importanti di questa edizione: i Voina che quest’anno abbiamo fatto benissimo, aperti dagli A Pezzi, e gli One Dimensional Man, che sono una di quelle band che ci ha cresciuto e che non ci sembra vero aver portato qua. Domenica suoneranno gli Sbanebio, che sono amici se non altro perché già hanno suonato in al Tre Gotti al Campino, e i Carbonara Blues, che vengono da Rapolano Terme e quindi giocano in casa. Viviamo questo festival come un ritrovo tra musicisti che conosciamo e a cui ci fa piacer mostrare casa nostra. In più diamo la possibilità a tutti di sentire qualcosa di diverso. Cerchiamo di essere ancora marcatamente underground e non cedere alla dimensione “pop” dell’indie italiano.

Gli Impatto Zero suoneranno Sabato prima degli One Dimensional Man. Come la vivete?

Domenico Perugini: Noi come impatto zero partecipiamo ancora una volta al “nostro” festival. Abbiamo preso poche date perché stiamo scrivendo e lavorando al nostro album e abbiamo delle scadenze impellenti, però questo è il nostro festival, qui siamo nati e qui continuiamo ad essere…

È un po’ il vostro quartier generale… e invece, l’aspetto gastronomico?

Fabrizio Nardi: Come ogni festa che si rispetti a TGAC non può mancare lo stand gastronomico e presenta una selezione di piatti che è molto legata alla tradizione,  non possono mancare i pici e la tagliatella al ragù di chianina. Ogni sera poi c’è anche una pizzeria. Oltre alle birre artigianali poi, facciamo una selezione dei vini del comune di Trequanda, che sostengono il festival. C’è buona musica, buon cibo, buon vino e ottime birre. La scenografia è tra le più belle cui si potrebbe auspicare. Mancare sarebbe un peccato.

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Il guazzabuglio del linguaggio secondo Mamet, Oleanna al Festival Orizzonti di Chiusi

Quando Luca Barbareschi, con Lucrezia Lante della Rovere, porta in scena per il pubblico italiano Oleanna, al Festival dei due mondi di Spoleto, nel 1993, sul tema dello stupro e…

Quando Luca Barbareschi, con Lucrezia Lante della Rovere, porta in scena per il pubblico italiano Oleanna, al Festival dei due mondi di Spoleto, nel 1993, sul tema dello stupro e della violenza di genere non c’è l’attenzione mediatica con cui malauguratamente ci troviamo a confrontarci oggi. Il vero fulcro riflessivo attorno al quale lo spettacolo vibrava, infatti, era il guazzabuglio del linguaggio, di barthesiana memoria, il piegamento dei significati dei gesti e delle parole a fini giuridici. Era il retaggio del Nietzsche che filosofava con il martello, battendo i contenitori del pensiero, al fine di constatare la loro effettiva sussistenza o la loro infondatezza, il loro ritualismo convenzionale. L’obiettivo di Mamet non era quello di riflettere quindi direttamente sul tema dello stupro, della violenza di genere o dell’abuso di ufficio, la sua volontà era bensì il crepuscolo degli idoli, una forzatura oppositiva alle convenzioni del linguaggio. Oleanna è un testo di teatro borghese postmoderno che svela il peggio degli esseri umani, trasporta i protagonisti in una catabasi senza ritorno, fatta di cinismo e sopraffazione.

Specularmente, qualche anno più tardi, Philip Roth in un romanzo di straordinaria acutezza analitica e finissima scrittura, noto in Italia con il titolo La Macchia Umana – del quale Robert Benton ha prodotto una versione cinematografica non proprio riuscita, con Anthony Hopkins e Nicole Kidman – ripercorre la stessa dinamica e la stessa andatura narrativa del testo di Mamet, con la variante del termine d’accusa nei confronti del professore, che nel caso del romanzo compete il razzismo. Il peso delle parole, nell’America distorta e neoimperialistica degli anni ’90, assumeva un valore riflessivo che forse solo oggi, noi italiani, possiamo cogliere appieno, considerando centrali i temi di violenza di genere e razzismo, al centro dei topic trend webradiotelevisivi. Il testo di Mamet assume oggi, in Italia, connotazioni ciniche e violente ancora più pesanti. Le contraddizioni cui ci pone di fronte questo lavoro deve aver convinto Roberto Carloncelli, direttore artistico di questo Festival Orizzonti #umano – troppo umano – e che alimenta il grande tema dell’incomunicabilità, mai troppo abusato nella nostra koinè culturale da Antonioni in poi, ad utilizzarlo per la produzione originale di prosa, all’interno della rassegna chiusina.

La struttura dello spettacolo è relativamente semplice: ci vengono mostrate tre fasi di una vicenda ad ambientazione statica – la stanza di ricevimento di un professore di scienze umane e sociali – nella quale si percorre un burrascoso rapporto verticale tra un insegnante e una studentessa: lui in attesa di entrare in università come insegnante di ruolo, in procinto di fissare uno status borghese, sia pubblico che privato – con tanto di acquisto della casa più grande con la moglie e i figli – e lei, inizialmente ingenua e serafica, che sembra fingere l’innocenza e l’insicurezza della più timida verditudine, negli imbarazzi iniziali di una giaculatoria confidenziale con un uomo al di là della cattedra. L’iniziale apertura del professore, le basi di amichevole interazione tra i due protagonisti però si frattura. Gli atteggiamenti del professore vengono contorti da una manovra della studentessa, finalizzata ad accusare il docente, di fronte ad un coorte giuridica e soprattutto di fronte alla commissione universitaria, di empietà, abuso d’ufficio, violenza sessuale, basandosi sul solo utilizzo delle parole, ravvisando, rivelando e piegando i termini e le perifrasi espresse dall’insegnante a vantaggio della formula accusatoria. Il rapporto che inizialmente sembra edificarsi in un reciproco rispetto e confidenza, contenuta nel «diaframma di stenosi professionale docente-studente» di un ufficio dell’università, si perde in una feroce diffrazione di antagonismo.

La scena è costruita su una bassa varietà cromatica. Davanti al fondale, ci si presentano tre fasci di enormi veneziane irregolari, a lastre ora più piccole ora più grandi, modellate in legno chiaro, lo stesso utilizzato per la scrivania, le seggiole e il divano rigido. Questa è la scenografia operata da Fabrizio Nenci, nella quale l’essenzialità dei colori utilizzati, a contrasto desaturato, illuminato a luce bianca e gialla, aperta e riempitiva (a parte brevi intermezzi in cui toni più scure e proiezioni d’ombra, danno adito a lagune di inquietudine nello spettatore, funzionale allo sviluppo drammaturgico), favoriscono la caratterizzazione data dai costumi, elemento fondamentale dello spettacolo. La parte interpretata da Benedetta Margheriti, quella cioè della studentessa, è in realtà un complesso di tre parti diverse, per la quale il lavoro sui costumi è stato sostanziale puntualissimo. Nella prima scena vediamo un Gianni Poliziani in completo nero, compiaciuto nel suo progressismo e nel suo parlare forbito – un tipo umano estremamente riconoscibile nelle università e negli istituti di istruzione superiore italiane – e una studentessa in Converse e veste floreale, con un occhiale a montatura tonda da Lolita wannabe e la frangetta composta. Già dalla seconda tranche di spettacolo, il rapporto esplode: i fiori della veste lasciano spazio ad un total black, una stringata in pelle nera, a cui succede poi – nella terza parte – un pantalone lungo da saffismo indeterminato e indefesso cinismo, a cui contralta la figura di un professore sempre più spogliato, sempre più depredato dei suoi contorni, distrutto dalle accuse della sua allieva.

Il testo prevede un flusso a due voci di scambi irrelati, le parole che vengono lanciate nel mucchio si sbilanciano negli aulicismi concettosi (termine invalso, paradigma socioidentitario, prevaricazione a disturbo ritualizzato) ai quali vengono posti in contrasto riflessioni sulla comprensibilità, sull’ansia di fallire, sulla comunicabilità tra settori sociali differenti. Sulle parole, quindi, si gioca un’altissima percentuale dello spettacolo. In questo i due attori hanno sostenuto una responsabilità enorme, puntata sull’esperienza della parola e della sua recezione, teatro di prosa elevato alla seconda, quindi, in cui il detto si contrae nelle forme intestine più congetturali dell’ermeneutica verbale. Anche dai fatti, non solo dalle parole, sviscerano ipotetiche interpretazioni, ogni sguardo, ogni lettura, ha una sua temperatura testuale. È quel guazzabuglio del linguaggio che esaltava i decostruzionisti francesi. Gianni Poliziani con la sua esperienza di fonesi scenica, di gestione ritmica del testo, e Benedetta Margheriti che ha trovato qui un’adulta gestione diaframmatica dei toni, hanno saputo riconoscere i propri varchi ritmici e inserirsi in essi, assecondare il moto ondulatorio dell’andamento drammaturgico.

In conclusione, è importante riflettere su un punto: visto che riportare il Festival Orizzonti ad essere più #umano è uno degli obiettivi principe della nuova compagine amministrativa della Fondazione, ecco cosa si dovrebbe fare: riformulare le produzioni originali (valevoli) in visione di una continuità,  e non di un singolare fuoco d’artificio, buono per riempire – magari – una platea, riempire una data, uno scalino di stagione, e poi disperdere le energie linfatiche dei gruppi teatrali che nascono dal maglio delle istituzioni culturali del nostro territorio. Il pubblico è abituato a produzioni con ambizione professionale cui viene concesso lo stesso spazio di una dichiarata compagnia amatoriale, e non c’è riscontro critico, non c’è effettivo riconoscimento dei migliori prodotti che escono dalla fucina dei teatri locali (e lo sanno bene lo stesso Gianni Poliziani e Mascia Massarelli, che ha curato l’aiuto regia dello spettacolo, entrambe figure centrali del teatro della macroarea valdichianense). Ecco: questo Oleanna dovrebbe poter essere riportato in scena, in altri luoghi, trovare confronti e piani linfatici diversi per arricchirsi. Farebbe bene ad Orizzonti, farebbe bene ai due attori (alla Margheriti in primis, vista la giovane età e il potenziale espresso nella sua straordinaria performance) e farebbe bene anche al pubblico che aumenterà le possibilità di assistere ad uno spettacolo tanto disturbante, quanto illuminante.

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Cortona On The Move 2017, il racconto del mondo in Valdichiana

Da sei anni, Cortona trasfigura molte delle sue cornici, molti dei suoi interni rinascimentali e delle sue aree storiche, in sedi di esposizione di quello che è diventato il linguaggio…

Da sei anni, Cortona trasfigura molte delle sue cornici, molti dei suoi interni rinascimentali e delle sue aree storiche, in sedi di esposizione di quello che è diventato il linguaggio principe di narrazione contemporanea: l’immagine fotografica. In sette edizioni infatti il Cortona On The Move è diventato uno dei quattro festival di fotografia internazionale più importanti d’Italia, insieme a Fotografia Europea di Reggio Emilia, Photolux di Lucca, Fotografia Etica di Lodi. Dal 13 al 15 luglio si sono celebrate le inaugurazioni delle nove diverse sedi espositive, nelle quali saranno visitabili, fino al primo ottobre 2017, ventuno mostre d’autore, che toccano cinque continenti, il passato e il presente, dalle estreme aree di povertà al racconto visuale della presidenza di Barack Obama, in una complementarità dinamica di temperature narrative diversissime tra loro.

Il racconto per reporting – che solo banalizzandolo si riduce a mero scatto di cattura del momento, ed è in realtà un complesso risultato di scelte squisitamente stilistiche – è il cardine fotografico che unisce tutte le esperienze presentate al Cortona on the Move 2017, diretto da Arianna Rinaldo. Superospiti di rilievo sono Pete Souza con la sua Obama: An Intimate Potrait, fotografo ufficiale di Barack Obama che ha seguito la lunga esperienza alla casa bianca, Donna Ferrato, fotografa statunitense che raccoglie in American Woman: 40 Years quattro decenni di scatti che testimoniano i cambiamenti del ruolo della donna in America, nonché Matt Black che ha raccolto immagini colte nella Central Valley, nelle comunità con un tasso di povertà superiore al 20 %.

Altra magniloquente opera di collazione fotografica è quella che ha portato Donald Weber ad articolare War Sand: June 6, 1944: D-Day, scandagliando le spiagge dello sbarco in Normandia, comparandole ad analisi forensi, vecchi film hollywoodiani, diorami, telecamere su droni, diari e lettere post-bellici. Justina Mielnikiewicz ha approfondito lo sguardo sui luoghi di confine tra le ex repubbliche sovietiche, consegnando agli spettatori il difficile processo di identificazione tra nazioni del confine orientale dell’Europa. Adam Ferguson ha invece raccontato la realtà afghana, giunta al suo diciassettesimo anno di guerra costante, in cui ogni giorno centinaia di civili vengono feriti e i dislivelli di povertà sono sempre più grandi, attraverso ritratti dei cittadini di Kabul. Evocativa è poi l’esperienza di Louis Cobelo che rende omaggio al cinquantennale dell’uscita di Cent’Anni di Solitudine attraverso il progetto Zurumbàtico.

Dal forte impatto sono anche le mostre di Andrea Frazzetta, che in Danakil land of salt and fire fotografa il popolo nomade degli Afar, nella depressione dancalica, tra paesaggi psichedelici naturali; quella di di Daniel Castro Garcia che in Foreigner racconta – attraverso più tecniche – l’esperienza nei luoghi di maggior affluenza di migranti in Europa; Klaus Pichler che riporta in auge ciò che resta della cultura bohemien nei bar e nelle osterie viennesi in Golden days before the end; Miyuki Okuyama in Dear Japanese racconta l’esperienza dei figli tra soldati giapponesi e donne indonesiane durante la guerra del Pacifico, che ancora subiscono il peso di non aver mai conosciuto i loro genitori biologici; Sandra Mehl ha seguito due sorelle Ilona e Maddalena, di undici e dodici anni, figlie di una povera famiglia, di estrazione proletaria, nel quartiere popolare Gély, di Montpellier.

E poi Antoine Bury, con Outback Mythologies: the white man’s hole, con scatti dall’enclave mineraria di Coober Pedy in New Colorado; Farshid Tighehsaz che con From Labyrinth indaga sulle percezioni delle giovani generazioni in Iran; Terje Abusdal che con Slash&Burn presenta la tradizione sciamanica e animistica nella foresta di Finnskogen, tra Norvegia e Svezia; Silvia Amodio che ne L’Arte del Ritratto fornisce un saggio di approfondimento umano attraverso la fotografia individuale e Francesco Comello che porta le immagini colte nella comunità di Yaroslav, in Russia, in L’Isola della Salvezza.

Molto internazionalismo ma anche grande presenza dei territori cortonesi: in Rinascita, Jessica Backhaus che cerca spunti stilistici contemporanei nelle case leopoldine locali che saranno oggetto di restauro. Punto di partenza, quello del lavoro della Backhaus, del progetto di recupero storico e culturale della Tenuta Granducale di Montecchio, in cui un arboreto di 200 specie di alberi e frutteti secolari, è stato recuperato dall’azienda di erboristeria medica Aboca. Anche Michael Ewert, fotografo tedesco che vive dal 1979 tra Monaco di Baviera e Tecognano, sulle colline cortonesi, ha registrato i cambiamenti del territorio di Cortona negli ultimi decenni in I Giardini Selvatici della Memoria – Tracce di una Vetrina. In più Anna Rinaldo, insieme a Spacenomore, ha portato avanti lungo quest’anno il progetto 36littlegoodthings: a 36 fotografi di guerra internazionali è stato consegnato un rullino da 36 pose, con il quale avrebbero di dovuto fissare 36 momenti di bellezza quotidiana: delle 1296 fotografie, sono state selezionate 36, esposte in Via Nazionale, nel quartier generale di Cortona on the Move. Il Comune di Cortona ha inoltre commissionato “Non Solo Gol”, progetto fotografico di Simone Donati, del collettivo fiorentino TerraProject, raffigurante il lavoro delle cooperative sociali e delle associazioni sportive che si occupano di integrazione sociale e lotta all’emarginazione.

Una pluralità di esperienza tenute insieme dalle splendide cornici cortonesi che accolgono le mostre: la fortezza del Girifalco, il Vecchio Ospedale in Via Maffei, Palazzo Cinaglia in Via Santucci, l’Ex Magazzino delle Carni, Palazzo Mancini Sernini, la Bottega del Comune in via Roma, in esterna il Parco del Parterre e – per la prima volta – il MAEC, il museo dell’accademia etrusca e della città di Cortona che apre al contemporaneo della fotografia.

Un’occasione per trovarsi al centro del mondo, trovare il confronto diretto con esperienze quanto più lontane tra loro e da noi. Questo significa fare cultura e dare consapevolezza: portare il mondo in Valdichiana. Il Cortona On The Move lo fa splendidamente da sei anni.

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La gioiosa macchina post-punk del Lars Rock Fest. Intervista ad Alessandro Sambucari

Quando si entra nell’ampio parco dei giardini pubblici di Chiusi Scalo, trasfigurato in occasione del Lars Rock Fest 2017, il palco centrale si trova in un’area nascosta. Lo stage si…

Quando si entra nell’ampio parco dei giardini pubblici di Chiusi Scalo, trasfigurato in occasione del Lars Rock Fest 2017, il palco centrale si trova in un’area nascosta. Lo stage si scorge infatti nel bassopiano circolare, perimetrato da latifogli – dalla parte opposta dell’ingresso da via Oslavia – per il quale la dorsale erbosa del parco va a configurarsi come una vera e propria tribuna naturale. È proprio da lì che mi trovo ad assistere allo splendido live dei Public Service Broadcasting la sera dell’8 luglio: probabilmente una delle rivelazioni più felici del rock britannico negli ultimi anni, capace di coniugare l’afflato del suono chitarristico secco, cui ci hanno abituato gli ultimi quindici anni di indie rock inglese, a componenti elettroniche, campionamenti, formule pluridimensionali di resa sonora – il chitarrista tiene di fronte a sé un Nord Lead capace di buttare, in diffusione, suoni di cui le nostre orecchie nemmeno credevano possibile l’esistenza – nonché una capacità visuale di gestione del palco formidabile, con visual che si dimostrano parti integranti dello show.

La serata segue quella che ha visto come headliner i Gang of Four, storica band di quella koinè New Wave della città di Leeds che ha prodotto, negli stessi anni, da una parte i Soft Cell e dall’altra i Sister of Mercy – quindi capace di smarcare i toni lugubri del post-punk à la Ian Curtis e rivolgersi anche al funky, alla disco e agli spunti goth rock che venivano da oltreoceano – e non a caso, di recente, ha regalato al mondo Kaiser Chiefs e Alt-J.

Precede invece quella che ha visto esibirsi i canadesi Austra, ribadendo i canoni del synthrock contemporaneo, con in apertura il nostro wrongonyou, rivelazione assoluta della musica italiana nel 2016, continua a girare l’Europa con il suo dream pop acustico, toccando anche Chiusi. C’è quindi – è evidente – una forte coerenza interna nelle scelte musicali, ed è una delle cifre di qualità che il Lars mantiene costantemente viva nelle sue attività.

 

 

La musica però, proprio come la collocazione dello spazio live, è un dato ambientale, un motivo complementare che va ad intersecarsi con le altre anime del festival, coloratissime, vive, dinamiche. Nel percorso che attraversa il parco infatti si incappa in Rumore, la mostra fotografica curata da Flashati Cinefotoclub, in cui sono catturate le espressioni in primo piano di soggetti nel momento in cui le frequenze musicali entrano nelle loro orecchie; le stampe di Lucetipo e i disegni di Creative Label, concretizzati con la tecnica della cianotipia; lo spazio di This Is Not A Love Song, artisti dal multiforme ingegno che in nome della nostalgia vaporwave, e del cult alternativo canonizzato degli anni ’80, modellano e personalizzano cassette tape, VHS, poster e tutte le piattaforme possibili.

Un pannello bianco orizzontale, al lato della birreria, vede un affollamento di artisti figurativi volatili, partecipanti alla performance di tre giorni che vede sfidarsi Mynameisbri, This Is Not A Love Song e Lucetipo, al colorismo di rese in live painting, piacevolmente disturbati dagli avventori.

 

 

Ho incontrato il direttore artistico del festival, Alessandro Sambucari, che – concedendomi tempo prezioso alle centinaia di incombenze sovrapposte nei giorni del festival – ha risposto ad alcune mie domande.

Quale è stato il percorso dietro la Line-up di quest’anno?

Per il taglio che abbiamo deciso di dare alle proposte musicali, ormai da qualche anno, il percorso che porta alla definizione della line-up assomiglia molto ad una via crucis. Il nostro tentativo è avere sul palco band straniere che abbiano un livello di interesse internazionale, compatibilmente con il nostro budget, che difficilmente passano in questa parte d’Italia. Possibilmente con un album nuovo in promozione. Già questo basterebbe a rendere le cose complicate: se poi ci metti la collocazione geografica sfavorevole dell’Italia in generale rispetto all’Europa – e di Chiusi a livello nazionale – puoi capire facilmente che incastrare tutto è sempre difficile. Per non parlare dei compensi nei festival europei rispetto ai nostri… ad ogni modo, speriamo e crediamo di essere riusciti anche quest’anno a proporre una line-up che tocchi tutti i generi musicali a noi cari – post-punk, psych-rock, electro-pop, etc – guardando sia al futuro – e mi riferisco agli Austra ed ai Public Service Broadcasting – che al glorioso passato, che tanto passato non è: i Gang Of Four in esclusiva nazionale. Senza dimenticare di dare spazio alle band italiane che a nostro parere sono fra le più interessanti in circolazione. Ah, tutto, come sempre, gratuito.

 

Rispetto agli altri festival del territorio, quale identità artistica ha secondo te in particolare Lars?

Come in parte ho già detto , ciò che ricerchiamo è esattamente trasmettere di anno in anno una identità precisa al pubblico presente. Lasciare la certezza che l’anno successivo, tornando al Lars Rock Fest, ci si possa ritrovare nello stesso clima di festa. Questo certamente passa anche dalle scelte artistiche che mirano volutamente ad un certo target di pubblico e che facciamo di tutto per mantenere coerenti senza stravolgimenti nelle varie edizioni. Personalmente non sono un grande sostenitore di festival piccoli che da un anno all’altro, o addirittura all’interno di una line-up, mischiano il metal col jazz, il blues con l’elettronica, senza un filo logico che colleghi il tutto. Cerchiamo di essere coerenti con lo spirito che si è venuto a formare nelle ultime edizioni. Oltre alle scelti musicali però, almeno per noi, hanno fondamentale importanza tutte le situazioni collaterali che tentiamo di mettere in piedi come associazione ( il Gruppo Effetti Collaterali ndr) e che richiedono un impegno costante ed elevato. Quest’anno, per esempio, abbiamo un laboratorio di riciclo creativo per bambini dai sei agli undici anni, letture con musica live per bambini dai zero ai sei anni, lezioni di yoga, presentazioni di libri, un team di disegnatori, illustratori e fumettisti che nel corso delle serate realizzano un murales di venti metri quadri ed interagiscono con altri artisti ospiti (Mynameisbri per la serigrafia, Lucetipo per la cianotipia e This Is Not A Love Song per le musicassette illustrate), una mostra fotografica multisensoriale. Anche tutte queste attività saranno proposte gratuitamente.

 

Ogni festival locale ha un rapporto diverso con i residenti che circondano le aree concerti: che rapporto hanno i chiusini con Lars, specie quelli più distanti dalle poetiche r’n’r?

Per la mia esperienza: il Lars con gli abitanti di Chiusi ha più o meno lo stesso rapporto di tantissime altre situazioni simili. Nel tempo siamo riusciti a coinvolgere oltre cento volontari nell’organizzazione e già questo, per un paese abbastanza piccolo come Chiusi, credo sia sintomatico di un certo apprezzamento. Le ottime affluenze degli anni passati lasciano intendere che a molti abitanti venire a fare due passi ai giardini, ascoltare un po’ di musica e bere una birra non dispiace. Fondamentale, poi, è anche il rapporto con i negozianti, sempre disponibili nel trovare nuove forme di cooperazione, come per esempio, dedicare le proprie vetrine alla musica nel periodo del festival. È certamente innegabile che, come in ogni manifestazione musicale che porti un buon numero di persone in paese, ci siano anche delle lamentele e delle problematiche, che da parte nostra ascoltiamo e facciamo di tutto perché non si ripetano. Siamo consapevoli che tutto sia migliorabile.

Quali sono state le novità di quest’anno?

La principale è il passaggio dai due giorni classici ai tre giorni di festival. Un incremento considerevole di impegno richiesto, sia nella tre giorni che durante i mesi precedenti. Abbiamo poi un dj-set al tramonto, dalle 19 alle 21, in zona relax con possibilità di stendersi sul prato, bere una birra o un cocktail ed ascoltare le selezioni musicali dei dj mentre si attendono i live o di andare a cena. Altra novità è, dopo la fine del concerto degli headliner, un “palco” secondario chiamato campfire stage e dislocato su una collinetta dei giardini pubblici che fa da anfiteatro naturale ai tre musicisti che si esibiranno in versione completamente unplugged, quindi senza alcuna amplificazione, per concludere la serata così come è iniziata, in totale relax, stesi in mezzo al verde con una birra in mano. Abbiamo per il secondo anno un servizio di navetta gratuita che collegherà il Lars alla stazione, al centro storico ed al campeggio al lago di Chiusi.

 

Della città di Chiusi, negli ultimi due mesi, si è parlato in modi diversi, tra polemiche e marette, scivoloni e riscatti a più riprese. Nonostante tutto, i tre giorni di Lars, sono stati un’occasione di approfondimento, di pluralità e di confronto; dimostrazione di capacità reattiva e simultaneità collettiva. Quella progettualità educativa, fondata sulla formazione – umana più che umanistica – degli individui, volta alla fruizione culturale, di cui la Fondazione Orizzonti dovrebbe essere garante, ha trovato in quest’edizione di Lars un canale di rafforzamento. Un festival che sia musica di qualità, ma anche arte, letteratura (GEC&Book), fotografia, laboratori per bambini ed espressioni del corpo (come i workshop Yoga&Natura di Eleonora Cosner), ricopre esattamente quello che politiche giovanili e culturali dovrebbero sostenere quanto più possibile in ogni luogo: l’essere costantemente in confronto con la creatività propria e quella altrui, con le possibilità pratiche che scopriamo di possedere e quelle che riusciamo a scorgere negli altri; affinare sensi critici e sensibilità creativa; riuscire a riconoscere il bello in noi stessi e nelle persone che ci circondano; divenire, quindi, esseri umani sempre più consapevoli di un benessere collettivo per cui la diversità e la contaminazione non rappresentino mai un allarme.

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Si chiude l’edizione 2016 di Foiano Fotografia

Lo scorso weekend si è chiusa la 17° edizione di Foiano Fotografia, il festival interamente dedicato alla fotografia che ha animato la cittadina di Foiano della Chiana con un mese…

Lo scorso weekend si è chiusa la 17° edizione di Foiano Fotografia, il festival interamente dedicato alla fotografia che ha animato la cittadina di Foiano della Chiana con un mese di eventi, mostre, workshop, laboratori e iniziative collaterali. Il progetto era cominciato già dallo scorso aprile, con la raccolta fondi e la campagna di crowdfounding che ha portato all’apposizione dello striscione lungo le mura castellane: una mostra collettiva con oltre 500 fotografie, esposta durante l’estate e l’autunno, che ha anticipato la nuova edizione del festival.

L’ultima tappa del lungo percorso di Foiano Fotografia è stata il workshop con Edoardo Agresti e Annalisa Natali Murri, dedicato alla fotografia di viaggio e di matrimonio. Due giorni di studio e approfondimento sulla fotografia di reportage, sulle metodologie di storytelling, ripercorrendo lo stile e gli approcci di molti fotografi e delle loro filosofie di lavoro.

“Credo che quest’anno a Foiano sia stato un anno speciale, una delle edizioni più interessanti. – ha dichiarato Edoardo Agresti –  L’esperienza del workshop è stata positiva, i partecipanti sono rimasti contenti. Il problema principale, per una certa categoria di fotografi, credo che sia legato al fattore culturale. Alcuni pensano che si possa fare fotografia senza avere un background culturale, senza studiare, senza guardare o partecipare a mostre, workshop, leggere libri fotografici… credo che questo sia un problema forte e importante. Il nostro workshop verteva proprio su questo aspetto, abbiamo cercato di di stimolare le persone ad approfondire la cultura fotografica, in maniera tale che si abbia una consapevolezza maggiore sia nel momento in cui leggi delle fotografie, sia nel momento in cui scatti o editi delle fotografie. L’importante, dietro uno scatto, è che ci sia una storia da raccontare.”

Nel workshop del 26 e 27 novembre a Foiano sono state affrontate tematiche relative alla cultura fotografica, cercando di comprendere meglio ciò che sta dietro a uno scatto, a uno stile o a un modo di approcciarsi con il soggetto. Molti fotoamatori hanno avuto l’opportunità di entrare in contatto con la visione di fotografi professionisti, e di chiedersi quale sia la strada giusta per intraprendere la professione fotografica, tra studio ed esperienza.

“Secondo me è difficile dare una risposta, ogni caso è diverso. – ha risposto Annalisa Natali Murri – Però è importante conoscere la cultura della fotografia, bisogna sapere cosa c’è stato fino a questo momento per riuscire a dare il proprio contributo. I geni esistono anche in fotografia, quelli che nascono con il dono, ma serve lo studio e la consapevolezza di cosa vuol dire fare fotografia, non ci si può improvvisare.”

“Essere fotografo significa raccontare e parlare con le immagini. – ha concluso Edoardo Agresti – Non è fotografo necessariamente chi vive di fotografia, ma la fotografia è un linguaggio; essere fotografo significa raccontare un mondo con le immagini, essere in grado di raccontare emozioni, situazioni. Quando arrivi a fare questo, puoi definirti fotografo, però devi avere la consapevolezza di stare raccontando qualcosa in una maniera interessante e comprensibile.”

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Si chiude così un festival di indubbio valore, che ha proposto numerose mostre gratuite con fotografi internazionali di grande spessore. Grande soddisfazione da parte degli organizzatori, il Fotoclub Furio del Furia, che stanno tracciando il bilancio degli eventi del mese di novembre per gettare le basi per la prossima edizione.

“Siamo andati oltre le aspettative – ha dichiarato Marcello Fatucchi – partendo da zero, senza la certezza di mettere in piedi il festival, stiamo chiudendo il bilancio in pareggio, quindi è andata bene. Questo weekend si è tenuto un workshop molto interessante, che ha richiamato gente da tutta Italia. C’è stato chi è venuto appositamente da Bolzano, vuol dire che il fotografo è bravo, Foiano è un festival conosciuto, se proponiamo qualcosa la gente conosce la serietà con cui lavoriamo e la qualità del festival viene apprezzata anche da molti fotografi che vengono da fuori.”

“Quest’anno è stata una bellissima edizione – ha aggiunto Marco Sallese – la prima settimana è stata carica di eventi, l’affluenza è stata alta. Ci auguriamo possa passare più gente, soprattutto del luogo. Il messaggio che ci è stato restituito dai commenti dei visitatori e dei fotografi è quello di un festival di qualità, e questo ci riempie di orgoglio. Diventa uno stimolo per il prossimo anno, ci siamo già messi al lavoro per capire cosa fare nel 2017; ancora la questione è lontana e difficile, perché i problemi di quest’anno forse si ripresenteranno. Magari cambieremo alcuni aspetti, cercheremo di innovare, ma ci sarà una nuova edizione nel 2017.”

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L’Isola di Einstein: al Trasimeno la scienza è per tutti

Foto di Marco Giugliarelli L’abbiamo scoperta quasi per caso, l’Isola di Einstein, attraverso un contatto di Facebook che avrebbe tenuto uno spettacolo durante l’edizione di quest’anno. Nonostante quella del Trasimeno non…

Foto di Marco Giugliarelli

L’abbiamo scoperta quasi per caso, l’Isola di Einstein, attraverso un contatto di Facebook che avrebbe tenuto uno spettacolo durante l’edizione di quest’anno. Nonostante quella del Trasimeno non sia una zona di cui siamo soliti occuparci (essendo amministrativamente e geomorfologicamente separata dalla Valdichiana), è anche vero che i confini sono linee labili fatte apposta per essere scavalcate. Castiglione del Lago è un comune della cosiddetta Valdichiana umbra o romana, a poche decine di minuti di distanza dalla maggior parte dei comuni della Valdichiana toscana, meta di uscite domenicali e teatro di numerosi eventi culturali durante tutto l’anno.
Pur essendo stata diverse volte a Castiglione del Lago, non avevo mai avuto occasione di andare a visitare l’Isola Polvese, e questa è stata l’occasione perfetta per scoprire un angolo che definire magico sarebbe riduttivo. Si tratta della più grande delle tre isole che costellano il Lago Trasimeno, che dal 1995 è stata dichiarata parco scientifico. Una piccola oasi di pace, dove il prato lambisce le acque verdi del lago e il castello torreggia a pochi metri dai canneti. E’ proprio nei grandi prati dell’Isola che ogni anno si svolge il festival scientifico L’Isola di Einstein.

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Di cosa si tratta?
Gli organizzatori, la cooperativa Pisquadro e l’associazione Gurdulù, descrivono il loro festival come un evento unico in Europa:

“I protagonisti in scena sono esperimenti, fenomeni naturali e storie di scienza che divertono, incuriosiscono e appassionano. A presentarli sono abili artisti, divulgatori, scienziati e storytellers internazionali che sanno affascinare il pubblico e condividere la passione per la scoperta.”

Il festival dura tre giorni; l’ultima edizione ha ospitato 85 spettacoli tenuti da 50 ospiti provenienti da 8 Paesi. A dimostrazioe del suo essere pensato per un pubblico molto giovane, l’ingresso è gratuito per i bambini fino a 6 anni, proprio per incentivare la partecipazione dei più piccoli.

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L’Isola di Einstein è giunta quest’anno alla sua quarta edizione. L’affluenza in costante crescita (addirittura quadruplicata nel corso degli anni) testimonia la qualità dell’iniziativa, unica nel suo genere. Si tratta di un festival di divulgazione scientifica: esperimenti, droni, matematica, giochi, storie… la passione per la scienza può passare attraverso diverse forme, e il numero di bambini incantati e sorridenti che scorazzavano per l’Isola, durante l’ultima edizione, era davvero rincuorante. Ogni angolo dell’Isola era stato adibito ad una funzione specifica: sotto un grande albero c’era una band che suonava utilizzando strumenti musicali ottenuti da materiali di riciclo (giocattoli, latte, ombrelli, megafoni e altri oggetti improbabili), più avanti un’area dove i visitatori potevano sfidarsi nella costruzione di torri di cassette di plastica, due alla volta contro la gravità. Sotto una grande rete i bambini potevano provare a pilotare un drone, e nello spiazzo principale potevano assistere a esperimenti scientifici, giochi matematici e racconti sulla storia della scienza. Con un po’ di imbarazzo, non nascondo di essermi emozionata molto per la presenza di un artista delle bolle di sapone. Ho un debole per le bolle di sapone, piccoli, bellissimi e coloratissimi equilibrismi tra fisica e chimica.

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Vi chiedete mai quali sono i segreti della natura che si nascondono dietro alle cose che usate? Vi capita mai di guardare il vostro smartphone e chiedervi qual’è la magia che si nasconde dietro il suo funzionamento, o dietro alla musica generata da una musicassetta? La scienza serve proprio a spiegare queste cose, a farcele capire e a permetterci di replicarle e migliorarle. Uso il termine magia perché è così che siamo soliti chiamare i fenomeni che non sappiamo spiegarci (che all’occorrenza diventano fenomeni paranormali, alieni, miracoli e altro), ma le scienze auree – matematica, fisica e chimica – sono in realtà in grado di spiegare quasi tutto… quasi, perché l’universo è ancora pieno di misteri enormi per noi, minuscoli esseri viventi che abitiamo questo minuscolo pianeta. Tanto per fare un esempio, nessuno ha ancora capito esattamente come fanno i gatti a fare le fusa, ma siamo fiduciosi: prima o poi troveremo la risposta.

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Quando ero al liceo, chiedevo al mio professore di matematica a cosa mi sarebbe servito quello che mi stava insegnando, nella vita di tutti i giorni. “Prof, mica devo risolvere le equazioni per fare la spesa!”. E invece sì.
Cosa?
Sì. Perché quello a cui serve davvero la matematica è imparare a ragionare. Logica. Più siamo bravi in matematica, più saremo gradi di compiere ragionamenti rapidi e complessi, e questa capacità non solo torna utilissima nella vita di tutti giorni, ma può essere determinante nella riuscita del nostro lavoro e dei nostri progetti. Provate a mettere, al posto di quei numeri incomprensibili, nomi di persone o qualsiasi altro tipo di dato. In un certo senso, la matematica spiana la strada a un futuro più facile. Idem per la fisica, la chimica… non è affatto sbagliato dire che più sappiamo più possiamo. Sembrano cose importanti da dare a un bambino, no?

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A fronte di tutto questo, dovrebbe essere quasi superfluo spiegare l’importanza dei festival scientifici per trasmettere ai nostri figli la bellezza della matematica e delle forze che muovono l’universo.
L’Isola di Einstein, come altri (pochi) festival in giro per il mondo, svolge l’importantissima funzione di mostrare ai bambini un pezzo di mondo – un pezzo fondamentale! – che visto dal banco di classe fa spesso paura. È importante che i nostri bambini vivano in un ambiente che stimoli la loro curiosità verso il mondo, che acuisca il loro pensiero e che ponga loro continuamente delle piccole sfide che, con un po’ di impegno, possono superare anche da soli, usando solo la propria testa.

È meraviglioso pensare che un gruppo di ragazzi sia riuscito a portare tutto questo qui, nel nostro territorio, e a trasformare quella che è già un’Isola bellissima in qualcosa di più grande. Non si tratta che di un (per adesso) piccolo festival a Castiglione del Lago, ma è di piccoli mattoncini che è fatta la strada per un futuro migliore per tutti.

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Diretta Rock: il festival è protagonista sui social network

Il Live Rock Festival di Acquaviva, in programma dal 9 al 13 settembre, presenta un nuovo progetto per arricchire la comunicazione digitale. Si chiama Diretta Rock l’iniziativa social realizzata dal…

Il Live Rock Festival di Acquaviva, in programma dal 9 al 13 settembre, presenta un nuovo progetto per arricchire la comunicazione digitale. Si chiama Diretta Rock l’iniziativa social realizzata dal festival che si caratterizza per la qualità dei concerti gratuiti, l’eccellenza gastronomica e la sostenibilità ambientale.

diretta rock manifestoPer promuovere e animare la partecipazione del pubblico su questi diversi temi, arrivano al Live Rock Festival una trasmissione in diretta sui social network, uno spazio online e uno stand fisicamente presente nell’area concerti in cui tutti i partecipanti potranno condividere le loro foto più belle, le emozioni musicali, i commenti, le idee e i suggerimenti.

Nello stand allestito per l’occasione, gestito da Valdichiana Media e sponsorizzato da Trust, sarà presente un maxischermo in cui saranno proiettati tutti i contributi inviati dagli spettatori sui social network utilizzando l’hashtag #LRF15, per creare un racconto condiviso delle giornate del festival. Ogni sera, a mezzanotte, tra tutti coloro che partecipano a #LRF15 saranno premiati i post, i tweet o le immagini più divertenti con una consumazione omaggio. Ma non è finita qui: la sfida a colpi di social network vede anche la collaborazione degli Instagrammers toscani, che alla fine del festival sceglieranno la foto più bella su Instagram e metteranno in palio un’altra magnifica sorpresa.

Diretta Rock è anche un vero e proprio programma: una trasmissione che andrà in onda ogni sera su Periscope e sui principali social network, a partire dalle ore 20:30. Una diretta streaming che vedrà la partecipazione degli artisti che si esibiranno durante la serata, del pubblico, degli organizzatori e di tutti coloro che vorranno raccontare la propria esperienza dal Live Rock Festival. Un modo per approfondire gli aspetti musicali, organizzativi ed enogastronomici del festival, aspettando l’inizio dei concerti serali e condividendo le proprie passioni.

Siamo orgogliosi ed emozionati di poter partecipare a un’iniziativa di questo tipo: vi aspettiamo ad Acquaviva durante i concerti, e siamo curiosi di sentire le vostre opinioni sui social network durante Diretta Rock! Dal 9 al 13 settembre, sono 15 i concerti ad ingresso gratuito, con un’offerta enogastronomica e la buone pratiche ambientali che possono così essere raccontate da punti di vista nuovi ed originali.

Per maggiori informazioni sul festival e su Diretta Rock, potete consultare il sito web ufficiale dell’evento: www.liverockfestival.it 

La trasmissione su Periscope può essere vista anche su pc e portatili, oltre che sugli smartphone, attraverso il nostro profilo Periscope oppure cercando “La Valdichiana” in questo sito web: www.onperiscope.com

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