Eccoci giunti al quinto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, vi ricordate cos’era successo nel quarto capitolo?

16:04(16)
“È in partenza dal binario 1 il treno diretto…”
Buttò la sigaretta, prese il trolley e salì sul treno.
Era pesante.
Si diresse verso la seconda classe, non le piaceva viaggiare in prima, preferiva stare negli ultimi posti del treno, sperava ci fosse meno gente a cui dover rendere conto anche solo con un saluto.
Non ce la faceva a mettere la valigia nel suo scompartimento, così la pose accanto a sé, tanto come aveva previsto non c’era nessuno accanto a lei.
Fuori era freddo.
Tirava un vento gelido, ma soffiava lento.
Si sedette.
Era solita guardare fuori dal finestrino e lasciare che gli occhi strisciassero stanchi tra una stazione e l’altra.
Era partito.
Si mise comoda e accese l’i-pod.
Temeva di essere assalita dai pensieri, così mise il volume della musica al massimo, sperando di poterli soffocare.
Si sentiva costretta, così aprì poco il finestrino sotto gli occhi minacciosi di una signora qualche posto più giù.
Aveva bisogno d’aria, di respirare il vento freddo, così forte da seccare anche l’ultimo ricordo, l’ultima briciola del loro ultimo discorso.
Stava bene, ma i ricordi le annebbiavano la vista facendole vedere il mondo con altri colori, troppo scuri per lei.
Il vento era amaro.
Meglio così, pensò.
Nella sua testa solo il rumore del mare.
Lo sentiva, era lì nascosto dietro lo scoglio che segretamente la fissava.
La guardava seduta in riva al mare con i piedi sommersi dalla sabbia, i capelli raccolti, e le mani che piano le accarezzavano le gambe.
Erano vicini ma incredibilmente distanti.
Chiuse il finestrino, era diventato troppo gelido anche per lei.
“Come si può diventare estranei in un secondo?” pensò.
Prese la sciarpa.
Si addormentò.

Tra la folla…(17)
La piazza era piena, la musica intrappolava migliaia di volti come fotogrammi appesi alle mura di una vecchia rocca.
Si girava intorno e nei suoi occhi rimanevano riflessi milioni di sguardi, di risate, di sospiri.
Non c’erano note fuori posto, battiti assordanti, era stata risucchiata da un vertice caotico, stava bene.
La musica le riempiva lo stomaco e le faceva vibrare la pelle, luccicare gli occhi rossi dal sale.
Non pensava a niente, era occupata nello scrutare ogni minimo movimento che velocemente si spiegava ai suoi occhi.
Spensierata scopriva di far parte di un momento che l’avrebbe segnata, uno di quei momenti che si sarebbe portata con sé con il sorriso.
La musica si faceva sempre più assordante e la gente accanto a lei sempre più vicina.
Non si discerneva una parola e l’unica via di comunicazione era visiva. Il volume alto impediva di parlare.
Dall’alto sembravano una cosa sola, una massa immane incollata per le mani, ma erano tanto vicini quanto sconosciuti.
Distratta, sovrappensiero si girò, per guardarsi le spalle, improvvisamente, silenzio.
Si bloccò.
D’un tratto intorno a lei scomparve tutto.
La musica si fece abisso e le persone fantasmi.
Era lui, tra milioni di occhi, si erano ri-trovati.
I loro sguardi si incollarono e tutt’intorno sembrò di marmo.
Non più una persona, una spinta, un po’ di birra che ti si versa sulla maglietta.
Isolati nella loro dimensione si impossessarono del tempo.
Erano solo loro due, un’altra volta.
Non sapevano cosa dire, ma forse le parole erano finite.
Rimasero congelati l’ uno nell’altra.
Come in un mondo parallelo dove non esisteva altro che il battito accelerato dei loro respiri.
Sembrò un’ infinità, ma durò poco più di un istante.
Una spinta più forte la colpì.
Distolse lo sguardo.
Si persero.
Di nuovo.
Fu come avere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità nello sguardo.
Non si trovarono più.
Lei non lo cercò e probabilmente nemmeno lui.
Fu strano.
Ma per la seconda volta, anche se per un secondo, ebbero la sensazione di aversi.

Incontro.(18)
Era come correre su un ponte infinito e sapersi aspettare a metà.
Avere la convinzione che fatta metà strada ci sarebbero stati l’ una per l’altro.
Era come sapere che nonostante tutto loro si sarebbero ritagliati la possibilità di credere nel loro incontro.
Credere che non erano stati parole al vento, ma vento leggero fatto di parole vere.
Era un pensiero difficile da affrontare, da somatizzare.
Sarebbe stato come lasciarsi alle spalle tutto per concedersi l’inebriante sensazione di appartenenza che poche anime possiedono.
Erano entrambi sulla soglia della linea di partenza, erano fermi.
Sorpassata quella sapevano che avrebbero corso, e corso ancora.
Sorpassata quella non sarebbero tornati indietro.
Ne erano certi.
Il problema era fare il primo passo, avere il coraggio di prendere un respiro profondo e partire.
Non sapevano se ce l’ avrebbero mai fatta.
Erano due sagome ritagliate da un quotidianità banale, staccate quasi del tutto, ma con lembi ancora incollati alle convenzioni.
Guardavano lontano, cercando di discernere l’altro già partito, così sarebbe stato più semplice.
La sicurezza rende più coraggiosi.
Ma per loro non era cosi.
Non si vedeva niente.
Avrebbero dovuto rischiare per aversi, rischiare anche di partire e restare delusi, soli in mezzo ad un ponte.
Non sapevano cosa aspettarsi.
Le promesse erano state cancellate ormai, rimaneva solo la percezione che l’uno aveva dell’ altra.
Un attimo un piede quasi faceva il primo passo, ma poi rapidamente si ritirava timido.
In balia dell’incertezza cambiavano strada di continuo.
Passando sempre davanti a quella linea, soffermandosi e ripartendo per altre vie.
Ogni giorno, ogni ora, era sempre così.
Sceglievano ciò che era più facile. pur sapendo di tendere naturalmente ad altro.
Erano loro stessi il loro impedimento.
Si trascinavano nel mondo sperando forse un giorno di passare davanti a quella linea, chiudere gli occhi, correre e riaprirli l’uno dentro l’ altra.

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