La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: romanzo

Un estratto da “Trovami un Modo Semplice Per Uscirne” di Nicola Nucci

Nicola Nucci è nato nel 1987 a Sinalunga ma ha sempre risieduto a Torrita di Siena. Ha scritto per numerose riviste. quotidiani e blog, tra cui Watspad Italia Indie, Nonsolocalcio…

Nicola Nucci è nato nel 1987 a Sinalunga ma ha sempre risieduto a Torrita di Siena. Ha scritto per numerose riviste. quotidiani e blog, tra cui Watspad Italia Indie, Nonsolocalcio e Corriere di Siena. È stato premiato in location importanti quali il Salone del Libro di Torino e Under29 di Modena. Il suo romanzo d’esordio “Trovami un Modo Semplice per Uscirne” (titolo ripreso dal brano dei Verdena) è stato finalista al prestigioso Premio Italo Calvino 2018 per “la misura della lingua parlata, spontanea e scandita da scambi brevissimi, calata in un’impalcatura che dichiara la sua teatralità sin dal principio”. In esclusiva per i lettori de La Valdichiana, su gentile concessione dell’autore, ne pubblichiamo un breve estratto.

TROVAMI UN MODO SEMPLICE PER USCIRNE

[la rivoluzione]

Mmhhh…
Ma oggi è…
Sì. no.
Oggi.
Oggi…
Tutto a gonfie vele, no?
Sì?
Regolare, no?
Cioè?
Cioè… oggi… oggi si fa la rivoluzione, no?
Ancora con ‘sta storia?
Rivoluzione sempre, rivoluzione adesso, rivoluzione da
tutte le parti.
Lo sapevo che…
Bum bum bum, capito?
‘na persecuzione, eh.
non abbiamo scelta, capito?
Eppure non sono mica un tipo molto selettivo.
Rivoluzione, no?
‘na “pizzata” tra amici…
Facciamo quel che dobbiamo fare e poi…
Uno sturo duro svelto svelto…
‘na cosa salutare, capito?
Invece te ne esci con…
Be’ cioè, rivoluzione… mica male, eh?
Mi sarebbe bastato…
Invece facciamo la rivoluzione.
Rivoluzione?
Ci diamo dentro con…
Sicuro non l’avessimo già fatta?
Cosa?
La rivoluzione.
Beh cioè, un flashmob ce lo siamo scolati.
E tutto quel trambusto allora?
Mica ‘na rivoluzione.
No?
No!
Parli di…
Parlo di…
Il solito scuotiscuoti.
Qualcosa che…
Era scritto in cielo che te ne saresti uscito con…
Mica ‘na cosa strampalata.
Sì. no.
Un sacco divertente, capito?
È…
Io, te…
Io? Te?
Non ti senti come tutto elettrizzato?
Mi sento solo ‘na cifra stanco.
Stanco per…?
Anche oggi dieci ore filate.
Che vuoi che sia.
Come ‘na galera, peggio di una galera.
Quel che vogliono.
Non quel che voglio io.
Durerà in eterno.
Troppo tempo!
Allora ho ragione io, no?
A che proposito?
Ho ragione io quando ti parlo di direzioni da seguire,
di correttivi da attuare…
Ma non è solo questo.
Ti ho mai fatto cacciare nei guai?
Un sacco di volte.
Mai!
Tante di quelle volte che…
Ma stavolta sarà tutto diverso.
Anche la volta scorsa doveva essere tutto diverso.
Lascia perdere la volta scorsa, ok?
Invece ci penso eccome.
Stavolta… stavolta è stavolta, no?
Non lo so.
Non lo sai?
Non lo so nick.
Lo sai.
Lo so?
Regolare che lo sai.
Dico solo: finiremo male.
Tutto a posto, amico mio.
Non…
Hai fiducia nel sottoscritto?
Ma non è questo.
‘na rivoluzione coi fiocchi, capito?
Non lo so.
Ti fidi di me?
Sì. No.
Beh se ti fidi di me, fidati una volta di più, no, cazzo ti
costa?
Non lo so.
Lo sai.
È tutto così difficile.
Basterà mettere da parte i brutti ricordi.
Più forte di me: non faccio che pensare a…
Ce ne stiamo buoni buonini, capito?
È solo che…
Non faremo del male a una mosca.
Rivoluzione, eh?
Io e te, capito?
Chiaro.
Tutto a gonfie vele, no?
Chiaro che qualora sconfinassimo nella solita tiritera
non tarderei a…
Facciamo i bravi.
Promesso?
Promesso.

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Il Borgo dei Libri: interviste agli autori

“Borgo dei Libri” a Torrita di Siena è stata una piacevole sorpresa: un’occasione di confronto e di respiro. Il centro storico di Torrita si è riempito di librai, di sole…

“Borgo dei Libri” a Torrita di Siena è stata una piacevole sorpresa: un’occasione di confronto e di respiro. Il centro storico di Torrita si è riempito di librai, di sole e di eventi focalizzati a valorizzare l’operato di case editrici, autori e istituzioni culturali locali. Il tratto d’unione tra le esperienze presentate a borgo dei libri c’è sicuramente l’aspetto narrativo legato al mistero: gialli, thriller, romanzi d’avventura a intreccio, noir. Questi i “generi” cardine di Borgo dei Libri che hanno trasformato il selciato torritese in un percorso gotico, riscaldato comunque da bellissime giornate assolate.

Ho avuto l’opportunità di frugare tra i prodotti esposti dai librai e di portarmi a casa libri fantasmagorici: una “Medusa degli Italiani” del 1947 – diretta da Elio Vittorini – contenente “Il Sole del Sabato” di Marino Moretti, un’edizione di “America” di Kafka, sempre in collana Medusa, in più tre BUR “quadrati” degli anni cinquanta e una splendida edizione de “Lo Specchio Mondadori”, che credevo introvabile, contenente la raccolta di poesie “Il Disperso” di Maurizio Cucchi, del 1976. Questi acquisti mi hanno letteralmente esaltato: l’opportunità, poi, di incontrare dieci degli autori presenti alla manifestazione mi ha fatto scoprire una rete di autori più o meno locali estremamente attiva e produttiva, consapevole e acuta. Autori di gialli, di thriller e di approfondimenti piacevolmente interessante.

Se pensiamo che la manifestazione è solo alla sua terza edizione, non si può che sperare in bene. Maggio è il mese della lettura a livello nazionale: giusto una settimana fa si concludeva la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, con un afflusso record di visitatori. La Valdichiana, e Torrita di Siena, possono trovare, in questa fiera, l’opportunità per far coadiuvare le realtà bibliofile e letterarie del territorio verso un ambizioso progetto di divulgazione culturale. La Toscana, regione che di tradizione letteraria ne ha da vendere, manca di un evento letterario che sia egemonico (come la già citata fiera di Torino, ma come stanno crescendo a Milano, Bologna, Roma e Napoli) che sia rappresentativo a livello nazionale. Cose come Il Borgo dei Libri non possono che fare bene.

Sono intervenuti, nel salottino allestito da La Valdichiana a Borgo dei Libri: David Valori,  Simona Polimene, Emiliano Bianchi, Ciro Pinto, Simone Signorini, Raffaella Micheli, Luigi Picchi, Marina Berti, Danil, Gianni Monico e Marco Fusi.

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Frontiera Due: se una Leopoldina potesse parlare

La leopoldina è la tipica casa contadina: lungo tutta la Valdichiana è possibile osservare queste particolari abitazioni che raccontano la storia del nostro territorio. A volte si trovano in stato di…

La leopoldina è la tipica casa contadina: lungo tutta la Valdichiana è possibile osservare queste particolari abitazioni che raccontano la storia del nostro territorio. A volte si trovano in stato di abbandono, altre volte sono state ristrutturate o riconvertite in abitazioni, magazzini o agriturismi. Le leopoldine racchiudono tra le loro mura le vicende delle campagne della Valdichiana degli ultimi tre secoli, le complicate fasi di passaggio che dalla civiltà contadina hanno portato alle rivoluzioni del Novecento, alla fine della mezzadria, fino all’attuale modello sociale, urbano ed economico.

Proprio queste storie sono alla base del romanzo di Piero Giulio Baricci, “Frontiera Due”, pubblicato pochi mesi fa dalla casa editrice Don Chisciotte. Se una leopoldina potesse parlare, quante storie avrebbe da raccontare? Questa è la domanda a cui ha cercato di dare una risposta l’autore, intrecciando le vicende delle campagne della Valdichiana in un romanzo che ripercorre gli ultimi due secoli di storia.

La leopoldina è infatti la tipica casa settecentesca fatta costruire durante la bonifica della Valdichiana dai Granduchi di Toscana: prendono il nome da Pietro Leopoldo di Lorena, che impiegò grandi sforzi nelle opere di bonifica dei terreni e nella creazione di nuove fattorie. Le leopoldine furono le prime vere case rurali delle campagne, disseminate nei poderi e raggruppate nelle fattorie padronali, in cui venivano poi spostati i mezzadri per la conduzione dei terreni. Queste particolari abitazioni erano costituite da una struttura molto ampia, per ospitare più nuclei familiari, anche trenta persone contemporaneamente: al primo piano si trovavano le abitazioni, mentre al piano terra le stalle e i magazzini. Caratteristico il lucernario in cima al tetto, chiamato “piccionaia”, e il cortile adiacente denominato “aia”; con il passare del tempo le abitazioni si sono dotate di servizi sempre maggiori, senza però mutare la loro funzione fino al termine del sistema mezzadrile.

Questo particolare tipo di abitazione, che si lega in maniera così forte al modello sociale di vita contadina, non poteva che diventare uno spunto per una vicenda avvincente, anzi per più vicende che si intrecciano tra di loro. Baricci ha infatti immaginato una leopoldina abbandonata, “Frontiera Due”, e le ha fatto raccontare le sue storie, percorrendo generazioni su generazioni.Baricci frontiera due

Piero Giulio Baricci è un biologo in pensione, da sempre appassionato lettore, che soltanto in età matura ha realizzato il suo primo romanzo. L’attività letteraria si lega a doppio filo con un’altra passione, quella della musica: Baricci ha infatti suonato per anni la chitarra e il basso, scrivendo molti testi di canzoni.

Con il suo gruppo musicale ha suonato per anni, provando in una leopoldina che ha poi ispirato il podere chiamato “Frontiera Due”; in alcune occasioni ha ospitato anche i giovanissimi Baustelle, una delle band più famose uscite da Montepulciano, ai tempi in cui non avevano ancora gli strumenti con cui provare. Baricci ha visto crescere i Baustelle, prestando loro gli strumenti e la leopoldina, e di quelle esperienze il compaesano Francesco Bianconi ha sempre tenuto gran conto, tanto da scrivere un commento pubblicato a margine di “Frontiera Due”. D’altronde anche Bianconi, come Baricci, ha aggiunto alla passione per la musica quella della letteratura, pubblicando due romanzi con la Mondadori.

Il romanzo di Baricci racconta la vicenda di una tipica casa colonica della Valdichiana, attraverso l’espediente del ritrovamento di un manoscritto in cui si intrecciano le tante storie e i tanti personaggi che sono ruotati attorno al podere “Frontiera Due”. Un nome inventato per una leopoldina come tante, uno dei tanti poderi in rovina che si possono incontrare lungo le strade e le campagne della Valdichiana. Un podere abbandonato che incontra un personaggio abbandonato, lasciato solo da tutti, e queste due solitudini si parlano a vicenda e aprono la via ai racconti del passato.

Ogni capitolo viene introdotto da una citazione di un brano musicale, per sottolineare con più forza il legame tra musica e letteratura. Nel corso dei capitoli del romanzo, di circa quattrocento pagine, emergono personaggi inventati e personaggi reali, riproposti attraverso l’estro dell’autore in situazioni verosimili. Ad esempio l’ingegnere aretino Fossombroni, artefice delle colmate della bonifica, oppure il Granduca Leopoldo di Toscana, fino a Giuseppe Garibaldi e ai soldati della Grande Guerra.

La storia si intreccia alla biologia, alla musica, all’arte: la personalità poliedrica di Baricci si è cimentata anche nell’illustrazione della copertina, perché l’autore si diletta anche a dipingere. La copertina rappresenta una falena nata dai bachi da seta, un allevamento che è stato molto importante per l’economia della Valdichiana: erano infatti molti i contadini che utilizzavano i piani superiori delle leopoldine e addirittura le camere da letto per l’allevamento del baco da seta, e la stessa Fortezza di Montepulciano ha ospitato un importante stabilimento bacologico nel XIX secolo.

Questo romanzo ha il pregio di ricordarci l’importanza storica della leopoldina, non soltanto come particolarità architettonica, ma per la sua valenza sociale, culturale ed economica. Piero Giulio Baricci ha il merito di aver intessuto, come in un bozzolo di seta, la musica, la biologia, l’arte e la letteratura. Perchè la letteratura, come ha scritto Francesco Bianconi in “Frontiera Due”, è forse l’unica e commovente forma di biologia possibile.

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Love, Rosie, alias #ScrivimiAncora: la delicatezza al cinema

Questo succede quando vai a vedere certi film al cinema: se insieme ai popcorn ti danno la delicatezza, la lacrimuccia ti esce. Mi è accaduto con il nuovo film di Christian Ditter, Love, Rosie…

Questo succede quando vai a vedere certi film al cinema: se insieme ai popcorn ti danno la delicatezza, la lacrimuccia ti esce. Mi è accaduto con il nuovo film di Christian Ditter, Love, Rosie (titolo italiano #ScrivimiAncora), con protagonisti Lily Collins e Sam Claflin, basato sul romanzo di Cecelia Ahern, When the rainbows end.

Vi chiederete chi sia questa scrittrice nuova di zecca. Autrice di Ps. I Love You, dal cui romanzo è stata realizzata un’altra pellicola qualche anno fa, giovanissima, cresciuta nei sobborghi di Dublino, ha già all’attivo quattro pubblicazioni di successo. Cecelia Ahern è anche figlia del primo ministro irlandese, ma in comune con il padre ha poco o nulla. Per sua stessa ammissione: «He was dealing with the reality of life while I’m taking people into a fantasy world». Mentre il padre vive a contatto con la realtà, la figlia realizza i suoi sogni con le storie a cui dà vita.

Cecelia, in effetti, è una scrittrice che sta diventando la regina contemporanea del romanticismo vecchio stile, condito però non da affollate vie newyorkesi, ma da paesini irlandesi e verdi scogliere. La prima cosa che si nota di lei è l’importanza che dà alla comunicazione. I personaggi sono spesso legati da corrispondenze, che lei lascia impugnare ai suoi protagonisti in tutte le modalità possibili. Ha una particolare predilezione per le lettere, ma dalla carta e penna di Ps. I Love You i due protagonisti di When the rainbows end utilizzano anche la chat, i messaggi di testo e la posta elettronica per costruire e tenere saldo il loro legame affettivo, da quando son piccoli fino all’età adulta.

https://www.youtube.com/watch?v=7CjYKa7TnvE

Dopo Ps. I Love You, un film adorato dalla sottoscritta per tanti piccoli aspetti, il 30 ottobre è uscito in Italia #ScrivimiAncora. Per quanto riguarda la trasposizione italiana, però, ci sono alcune cosette che mi son balenate per la testa durante la visione:

1) Il titolo. Al contrario del romanzo lo scambio epistolare tra Rosie e Alex non ha un accento tale da giustificare il titolo #ScrivimiAncora (l’Hashtag, poi, non si capisce a cosa serva). Lo scambio di messaggi e lettere è, sì, presente ma non viene enfatizzato, fa da contorno.

2) L’ambientazione. Non risulta ben chiaro perché i doppiatori (o traduttori prima di loro? chissà) si siano ostinati a definire in varie occasioni i protagonisti come se provenissero dall’Inghilterra, mentre il film, come il romanzo, è ambientato in Irlanda – le riprese si son mosse da Dublino alla contea di Wicklow -, dove è inoltre palese che il paesaggio sia in perfetto stile irlandese, piuttosto che inglese.

Veniamo invece alla mia opinione generale sul film. La prima parola che mi viene in mente è adorabile, e connotato da una forte sensibilità. La storia non è esente da un pressante, seppur giustificato, accanimento sulla protagonista, mitigato dal fatto che la storia si sviluppa durante un arco di tempo molto lungo: i fatti principali, infatti, avvengono più o meno nel corso di dodici anni. La giovane Rosie, e di conseguenza Alex, vivono le esperienze della vita condensate; lo spettatore osserva in sequenza una sfilza di fatti sia positivi che negativi che, seppur risultanti assolutamente plausibili e reali, son vissuti uno dopo l’altro, quasi senza respiro; ogni volta si tratta di scendere a patti con ogni avvenimento, e plasmarlo, modellarlo per renderlo accettabile, personalizzando il cambiamento. Quel che stupisce è rendersi conto del modo in cui questa autrice tratta i grandi temi dell’umanità, l’Amore, la Vita e la Morte: li mescola, li unisce, li separa e li confonde, il tutto fatto con la più estrema delicatezza. Una gentilezza che rende il complesso del film tutto il contrario di pesante, o ansioso.

L’accento è posto sulle relazioni umane, in primis quella tra i due protagonisti, amici-non amici-amanti-non amanti, ma anche su tutte quelle che li circondano, soprattutto quella tra Rosie e suo padre, genuina, come ogni relazione tra padre e figlia dovrebbe essere.

Rosie è un bel personaggio: tanto amabile quanto imbranata, mi piace paragonarla a un dolce, a un tortino fondente. Solido fuori, fragile dentro, nel momento in cui qualcosa nel suo quotidiano si spezza lei si sfalda, ma allo stesso tempo conserva la forza del cioccolato e la sua dolcezza.

Se consiglio questo film? Sì. Non è un capolavoro, ma non pretende di esserlo. Pur attraverso delle banalità tipiche di un film romantico, ha tanti piccoli particolari che vale la pena notare. Sarebbe uno spreco perdersi i sorrisi di Lily Collins, i capelli illuminati dal sole della piccola Caty, gli occhi profondamente lucidi di orgoglio del padre di Rosie (perfettamente resi dall’attore che lo interpreta). Può darsi che la resa del film potesse risultare migliore; avrebbe potuto essere paragonato alla particolarità di un film come Il Favoloso Mondo di Amelie, o alla complessa dolcezza di The Eternal Sunshine of The Spotless Mind. Si ritrova invece a metà tra questi e le commedie americane stilizzate sfornate per la maggiore da Hollywood. A metà, né l’uno né l’altro, ma una cosa è tutta sua: la delicatezza.

 

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Atlantidump, il continente di plastica – Secondo capitolo

Atlantidump: secondo capitolo. Il diario di viaggio di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Un romanzo a puntate a cura di Alessio Banini.

Vi presentiamo in esclusiva il racconto a puntate “Atlantidump”, la cronaca umoristica delle avventure di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Come un moderno Gulliver, Leopoldo visiterà un paese sconosciuto e i suoi strambi abitanti, che hanno dato vita a una società basata interamente sulla plastica. Tra comicità surreale e satira sociale, il racconto di Alessio Banini ci accompagnerà per tutto l’autunno!

Ecco a voi il secondo capitolo di Atlantidump e una breve premessa: Great Pacific Garbace Patch!

Per acquistare la versione ebook, riveduta e corretta, visitate il nostro shop: ATLANTIDUMP

Atlantidump, il continente di plastica – Secondo capitolo

Quando c’è una lingua comune, tra sconosciuti, è più facile capirsi e superare le differenze. Lo ammetto: se sono tornato a casa sano e salvo, forse è merito della mia capacità di comunicare con quelle creature. Il fatto che Trashy parlasse la lingua inglese mi ridonò subito la speranza di salvezza. Inoltre, la sua parte femminile era un’ottima distrazione da quell’isola di plastica.

Durante il cammino, ebbi modo di fare la sua conoscenza e di ricevere spiegazioni sul posto in cui ero capitato.
Trashy mi spiegò che quello non era soltanto un ammasso di rifiuti, nè una discarica galleggiante, bensì un paese vero e proprio. Un’isola che non appariva nelle nostre mappe geografiche ma che si trovava nel bel mezzo del Pacifico da più di un secolo. Gli abitanti la chiamavano Atlantidump, ed era grande più o meno quanto l’Europa. Più che un’isola, insomma, era un continente: il sesto continente.

Quando sono tornato a casa, alcuni amici mi hanno fatto notare che Atlantidump possa essere stata alla base delle leggende su Atlantide dell’epoca classica e dei racconti fantastici. In realtà, suppongo che valga il contrario: ovvero che gli abitanti di Atlantidump abbiano scelto questo nome in onore di Atlantide. Anzi, a sentir parlare i tritoni più anziani, forse si tratta proprio degli stessi abitanti che si sono trasferiti sull’isola di rifiuti dopo l’inabissamento della loro patria.

Comunque sia, questo non è il luogo per tali dissertazioni. Forse il lettore sarà più interessato alle mie disavventure sull’isola piuttosto che agli usi e costumi del popolo di Atlantidump; tuttavia, ho scritto il resoconto del mio viaggio per diffondere informazioni su questo continente sconosciuto, e sovente dovrò fermarmi a illustrare i risultati delle mie scoperte.

L’isola di Atlantidump occupa una superficie di circa 300.000 kilometri quadrati. Stando ai miei calcoli, si trova al largo della California, a nord delle isole Hawaii. Come ho già detto, è una massa di rifiuti galleggianti, compressi tra di loro in modo da formare una piattaforma stabile di circa due metri d’altezza. Non mancano colline, montagne, fiumi e pianure. Plastica e immondizia sostituiscono la consueta terra a cui siamo abituati. Trashy dice che ci sia anche un vulcano, all’estremità nord, che spara in cielo un liquido nerastro simile al petrolio; ma non ho mai avuto modo di recarmi così lontano dalla capitale e non posso prendere per vera ogni parola della mia amica, che non si è mai dimostrata la creatura più saggia del suo paese.

Gli abitanti si dividono in tre grandi specie: i pinguini, le sirene e i tritoni. Le ultime indagini demografiche del regno dicono che i pinguini sono poco più di un milione; sirene e tritoni sono in numero lievemente inferiore. Ci sono anche altre specie, anche se meno diffuse: le tartarughe marine, i gabbiani e i cavallucci marini. In totale la popolazione di Atlantidump si aggira sui tre milioni e mezzo. Non ho visto nessun essere umano assieme a loro; anzi, stando alle parole di Trashy, sono stato il primo e unico umano a mettere piede su Atlantidump. Tuttavia, non ero il membro di una specie a loro ignota.
“Uno sprecone, tu sei uno sprecone.” mi disse la sirena, punzecchiandomi con il forchettone.
“Sono un uomo!”
“Un uomo?”
“Sì. È la mia specie. Tu sei una sirena, io un essere umano.”
“Tu sei uno di quegli spreconi. Quelli che vivono fuori Atlantidump.” ripetè lei, continuando a punzecchiarmi.
“Ma perchè sprecone? E basta con questa forchetta!”
Lei si ritrasse, con una smorfia. Poi si mise a punzecchiare le bottiglie di plastica lungo la strada.
“Perchè voi buttate tutta questa ricchezza e la date a noi. Voi siete spreconi, noi siamo ricchi.”

Non ci fu modo di farle cambiare idea. Neppure ai suoi simili. Per tutti gli abitanti di Atlantidump noi eravamo gli spreconi, non gli uomini. Anche nei registri storici e nei manuali geografici del regno, eravamo sempre chiamati in questa maniera.
E non è l’unica particolarità linguistica che ho scoperto, vivendo assieme a loro. Per esempio, utilizzano il termine “marca” al posto di quello di “specie”. Non dicono che le sirene siano una specie vivente, bensì una marca.
Ma queste sono sottigliezze linguistiche che potrebbero annoiare il lettore, e che preferisco rimandare a una successiva raccolta di curiosità locali.

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Mentre Trashy mi accompagnava nella capitale di Atlantidump, mi ricordai finalmente degli oggetti che mi ero portato dietro. Dapprima mi ero dimenticato di controllare le tasche, per la sorpresa di ciò che mi era accaduto; tuttavia, tra una duna di immondizia e un ponte di copertoni su un fiume limaccioso, mi misi a controllare ciò che avevo.
Nel portafoglio c’erano le carte di credito e venti dollari, oltre ai documenti bagnati. Nella tasca dei pantaloni c’era l’orologio, che fortunatamente funzionava ancora; in quella della giacca, invece, c’era il cellulare. Purtroppo aveva preso troppa acqua e non si accendeva più. La mazza da golf era sparita, risucchiata dalle profondità dell’oceano.
Mi infuriai, perchè avevo perso di vista i miei amici per recuperare quegli oggetti, e adesso mi erano inutili. Gettai il cellulare tra i rifiuti, imprecando.

A quel gesto, Trashy spalancò gli occhi per la sorpresa. Sembrava sul punto di darmi un ceffone.
“Ma sei scemo?”
“Perchè?”
“Butti via così tutta quella ricchezza?”
La sirena strisciò verso il cellulare e lo infilzò col suo forchettone. Quindi se lo rigirò tra le mani, con gli occhi luccicanti.
“Guarda quanta plastica! Ottima qualità!”
“Ormai è rotto.”
“Mi potrò comprare un nuovo costume!”
Non riuscivo a capire quella sirena, che continuava a ribadire di avere un tesoro tra le mani. Trashy mi spiegò che era una riciclatrice, ovvero una di quelle sirene che pattugliavano le spiaggie alla ricerca di nuovi rifiuti portati dalle acque, da rivendere alle industrie dei pinguini.

Quello che non ho ancora chiarito, mi pare, è che Atlantidump sia formata interamente dai rifiuti della nostra società. È un ammasso di tutta l’immondizia e tutta la plastica prodotta negli ultimi decenni dai nostri paesi e gettati nelle acque. Gli abitanti di Atlantidump hanno colonizzato questo continente ed eletto a propria patria. I nuovi rifiuti portati dalla corrente oceanica vengono utilizzati dalla loro società come forma di ricchezza e sono tenuti in gran conto, al pari delle nostre banconote.

Gli abitanti non si limitano a riciclare le merci ancora utili che a volte gettiamo via: considerano la plastica in maniera simile alla nostra terra, e trovano sempre nuovi modi di utilizzarla. A questo scopo produttivo sono delegati i pinguini, di cui vi parlerò dopo in maniera più approfondita, mentre le sirene come Trashy sono impegnate nella raccolta. Ma ci sono anche altre sirene che si affollano attorno al palazzo reale e sgomitano per diventare la nuova favorita del sovrano: non ho ancora capito perché Trashy non fosse interessata alla vita di corte, né perché preferisse cercare rifiuti sulla spiaggia.
“Non mi piace quella vita là.” mi disse, scrollando le spalle.
“Perchè?”
“È come se fosse un’altra marca. Io preferisco la plastica. Voi la sprecate, ma qui è un tesoro.”
Anche le altre sirene tenevano in gran conto la plastica, considerata la fonte di ogni ricchezza di Atlantidump. Tuttavia, non disdegnavano il potere, proprio come succede nei nostri paesi, e utilizzavano ogni mezzo per trovarsi un posto nel governo reale.

Nonostante tutte le diffidenze nei confronti di Trashy, devo ammettere che questo è uno dei motivi per cui l’ho sempre considerata un’amica: non mi è mai sembrata interessata a utilizzarmi come un mezzo per fasi strada nella corte reale. Non è un elemento da sottovalutare: io ero il primo sprecone che fosse mai apparso su Atlantidump, il membro di una specie aliena. E non mi hanno messo in uno zoo, né in un istituto di ricerca: mi hanno fatto vivere assieme a loro, come un loro pari. Per questo devo ringraziare Trashy.

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Atlantidump, il continente di plastica – Primo capitolo

Atlantidump: il diario di viaggio di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Un romanzo a puntate di Alessio Banini, in esclusiva autunnale.

Vi presentiamo in esclusiva il racconto a puntate “Atlantidump”, la cronaca umoristica delle avventure di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Come un moderno Gulliver, Leopoldo visiterà un paese sconosciuto e i suoi strambi abitanti, che hanno dato vita a una società basata interamente sulla plastica. Tra comicità surreale e satira sociale, il racconto di Alessio Banini ci accompagnerà per tutto l’autunno!

Ecco a voi il primo capitolo di Atlantidump e una breve premessa: Great Pacific Garbace Patch! Buona lettura!

Per acquistare la versione ebook, riveduta e corretta, visitate il nostro shop: ATLANTIDUMP

Atlantidump, il continente di plastica – Primo capitolo

Quando mi misi in viaggio, quella mattina, non sapevo ancora che avrei vissuto un’esperienza memorabile, degna delle avventure dei marinai del seicento. Un’esperienza capace di cambiare il nostro modo di vedere il mondo e di mettere in dubbio le nostre certezze. Un’esperienza talmente incredibile che non può essere dimenticata, o relegata alle curiosità delle riviste scandalistiche; per questo motivo, ho ritenuto necessaria la stesura di un resoconto di viaggio, in modo da informare correttamente i miei concittadini e di fornire agli accademici e ai governanti degli utili strumenti per impostare una rotta migliore al nostro futuro.

Ma andiamo con ordine: mi chiamo Leopoldo Galvani, e sono un italoamericano. Italiano da parte di madre, statunitense da parte di padre. Non sono un navigatore, anche se questa è la storia di un viaggio per mare. Mi limito a lavorare nell’azienda di famiglia, un istituto finanziario di Los Angeles che si occupa di derivati nel settore petrolifero.
Per le vacanze pasquali mi recai a San Francisco, assieme a un gruppo di amici che preferisco non citare per motivi di privacy. Dopo la Pasqua, decidemmo di utilizzare il mio yacht di famiglia per fare una visita alle Hawaii, rimandando il rientro a casa. Salpammo il 9 aprile 2010: avevamo provviste a sufficienza e le giuste conoscenze nautiche per affrontare la traversata oceanica.
Il giorno successivo cominciammo a seguire una rotta diversa da quelle consigliate, poiché volevamo goderci la solitudine del pacifico; ci trovammo così a nord delle Hawaii, al largo da altre imbarcazioni o ricognitori aerei.
Quella notte, tuttavia, colpimmo uno scoglio con lo scafo. Per amor di verità, non si trattava di uno scoglio. Era molle, piuttosto che solido, e si distrusse nell’impatto. Tenendo conto degli avvenimenti successivi, sono portato a credere che fosse un ammasso compatto di rifiuti.
Comunque sia, quella notte non ci fu modo di comprendere appieno la natura dell’ostacolo. Lo scafo si sfondò e cominciò a imbarcare acqua. I miei amici si rifugiarono sulla scialuppa di salvataggio e si allontanarono. Io mi attardai a prendere le mie cose: il portafoglio, il cellulare, lo zaino, l’orologio e la mia cara mazza da golf.
Quando tornai sulla tolda, la barca si inclinò su di un fianco e cominciò ad affondare. Venni scaraventato in acqua. Mi tenni aggrappato alle mie cose, cercando di nuotare verso la scialuppa. Non la vidi da nessuna parte. Urlai.
Era notte, era buio. C’era solo l’oceano attorno alla mia barca che si inabissava. L’oceano, e alcune bottiglie di plastica che galleggiavano attorno a me.

atlantidump

Non ricordo molto della notte passata in acqua, a dir la verità. Ricordo di essermi aggrappato a qualcosa, in balia della corrente, solo e sperduto. Ho rischiato di morire affogato.
Ma la mattina successiva mi sono svegliato sulla terraferma. Lo sentii subito, appena aprii gli occhi. Non stavo galleggiando, non stavo affondando. E non stavo morendo! Il sole mi splendeva sulla faccia, la terra sotto di me era solida e compatta. Ero vivo!

Solo chi ha rischiato di morire in mare può comprendere appieno la felicità del mio risveglio. Solo chi ha passato una notte nel bel mezzo dell’oceano, di fronte all’immensità di quella massa d’acqua. Ero vivo, ed ero felice. Mi tirai su e mi misi a baciare il terreno, tra le lacrime.
Ma subito mi ritrassi, sconvolto. Non c’era la sabbia di una spiaggia, sotto di me, bensì una massa confusa di bottiglie di plastica, rifiuti e sacchetti della spazzatura. Mi ripulii le labbra e sputai a lungo, schifato. Non riuscivo a credere ai miei occhi. La spiaggia era sommersa di rifiuti! C’erano buste, suole di scarpe, siringhe, spazzolini da denti e quant’altro. La spiaggia sembrava formata interamente dall’ammasso di quei rifiuti.

Da una parte stava l’oceano, placido e immobile. Io ero seduto su un’isola galleggiante formata da plastica e immondizia, che si estendeva a perdita d’occhio. Una distesa compatta di rifiuti, fino all’orizzonte. Altro che spiagge caraibiche e paradisi naturali! Credevo di essermi salvato, e invece mi ero risvegliato in un luogo da incubo.
Scavai con le mani, cercando di capire. Gettai via le bottiglie vuote, i resti degli elettrodomestici, i sacchi pieni di cartacce e i pannolini. Dopo un paio di metri di scavo, trovai l’acqua dell’oceano. Non c’erano più dubbi: non era un’isola coperta di rifiuti, bensì una discarica galleggiante. Un’isola di plastica!

Ora capirete perchè proprio io, così estraneo alla letteratura, abbia deciso di narrare questa storia. Mi sono trovato di fronte a un’esperienza unica, che i miei concittadini dovevano conoscere. Quest’isola non può rimanere nascosta nel Pacifico: il mondo deve sapere.
Quando i miei amici mi hanno chiesto se non fossi stato vittima di un’allucinazione, dopo il mio ritorno a casa, ho mostrato loro le prove. E le mostrerò anche a voi, assieme al mio resoconto di viaggio.

Ma andiamo con ordine. Mi misi a battere i pugni a terra, maledicendo la mia sfortuna e tutte le divinità del creato. Mi ferii con un ferro sporgente, e imprecai ancora di più. Urlai verso il mare alla ricerca di aiuto. Non apparve nessuno. La sera prima stavo navigando al largo delle consuete rotte commerciali, pertanto supposi che quell’isola dovette trovarsi in un punto sperduto del Pacifico. Rischiavo di morire lì, circondato dalla plastica.

Dopo pochi minuti, però, uno figura spuntò in fondo alla spiaggia. Dapprima la scambiai per un pesce o per qualche strano animale. Poi ne riconobbi le forme umanoidi, e mi tranquillizzai. Le corsi incontro, felice di trovarmi di fronte a un mio simile che avrebbe potuto spiegarmi il senso di quell’isola e aiutarmi a tornare a casa.
Quando fui abbastanza vicino, però, la mia felicità si tramutò in stupore. La figura non era quella di una ragazza umana, bensì quella di una sirena.

Una sirena in carne e ossa, amici miei. Anche se non ci crederete, alla fine del resoconto vi fornirò tutte le informazioni necessarie e le coordinate navali per verificare la mia storia con i vostri stessi occhi.
Quella che mi giunse davanti era una sirena, dal corpo snello e longilineo, con la pelle rosa e il seno prosperoso. Dalla cintola in su, era un splendida ragazza, con tutte le forme al posto giusto e dei lunghi capelli rossi legati in una coda. Indossava una collana di palline colorate di plastica e un reggiseno di stracci rattoppati. La parte sotto la cintura, invece, era quella di un pesce, viscida e squamosa, che terminava con una pinna. La sirena era alta quasi un metro e mezzo; a volte strisciava con la parte inferiore del corpo, in maniera simile ai serpenti; altre volte si dava la spinta con la pinna e saltellava sui cumuli di rifiuti, con grande agilità. In mano teneva un forchettone lungo più di un metro, con cui spostava i rifiuti dal percorso e apriva i sacchi di immondizia.

Quando mi si parò davanti, la sirena parve sorpresa quanto me. Io le fissai il seno, pensando a cosa dire. Lei mi anticipò:
“E tu che marca di pesce saresti?”
Io mi grattai la testa, perplesso. Perlomeno, la sirena aveva parlato in inglese. Nonostante la stranezza di quella situazione, avevo modo di comunicare con quella forma di vita così diversa da me.
“Sono naufragato qui, stanotte. Vengo dalla California.”
La sirena emise un grugnito soffocato, che non riuscii a interpretare. Quindi mi punzecchiò con il suo forchettone. Io feci una smorfia, ma sopportai l’esame con dignità.
“Sembri proprio uno sprecone. Sì, sì, uno sprecone.”
“In realtà, mi chiamo Leopoldo.”
“Io sono Trashy. Vieni con me.”
“Piacere di fare la tua conoscenza, Trashy.”
Lei non rispose. Mi fece cenno di seguirla verso l’interno dell’isola. Io rimasi immobile per un po’, interdetto, mentre la sirena saltellava sulla pinna. Poi mi decisi a seguirla.

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Inchiostro sulla pelle – Ultimo capitolo

Eccoci giunti al sesto e ultimo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Se…

Eccoci giunti al sesto e ultimo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Se avete già letto lo scorso capitolo, preparatevi al gran finale!

mattina…(19)
Seduto di fronte ad una tela bianca,
Aveva pensato di dipingerla.
Aveva nella sua testa l’ immagine del suo volto pulito che sorrideva distratto mentre lo guardava negli occhi.
Non aveva mai dipinto una donna dopo averla vista una sola volta, ma con lei le sue “abitudini” non erano mai state rispettate.
Prese il pennello,
i colori erano a destra, sopra un mobile di legno.
Si immerse nel nero per tracciarle il profilo.
Appoggiò piano la punta intrisa di colore sulla tela e… si bloccò.
Con la mano e lo sguardo perso dentro tutto quel bianco.
Non ci riusciva.
Era la prima volta che gli capitava di non sapere come raffigurare qualcuno.
Si sentì indifeso.
Si staccò.
Rimase per un po’ immobile di fronte alla sua bianca disarmante tela bianca.
Solo un punto nero.
Quando le palpebre ripresero a muoversi spostò lo sguardo, posò il pennello e lasciò la stanza.
Si chiuse forte la porta sotto l’assordante pesantezza di un insignificante puntino nero che sembrava fissarlo.
Lasciò passare qualche giorno, poi la porta si riaprì.
Entrò lui con uno specchio tra le mani e la faccia concentrata.
Prese la tela.
Con un grande sospiro la sollevò e la posò per terra.
Si guardò dietro, lo specchio.
Con dolcezza lo sistemò sopra il cavalletto, prese una sedia e si mise di fronte.
Fermo.
Eccola.
Il miglior dipinto che avesse mai fatto.
Nessun colore, nessuna sfumatura avrebbe reso giustizia all’immagine che aveva di lei nella sua mente.
Così stette per ore a fissarsi, o meglio, a fissarla.
In quel riflesso non vedeva se stesso ,ma lei, lei nella sua semplicità, nella sua risata, nei suoi occhi lucidi.
Puntava oltre, tentava di guardarsi dentro, nel profondo, dove non aveva mai visto prima.
Aspettava.
Aspettava che quello specchio prendesse vita, aspettava di vederla farsi realtà…
Senza fretta, con il sorriso di chi vede nella sua immagine quella di qualcun altro, rimase lì.
Soddisfatto.
Sicuro che dentro di se l’immagine di lei non sarebbe mai cambiata.

“non ci sarà mai una fine!”(20)
Era questa l’unica risposta certa alle mille domande che le divoravano la testa.
Passeranno i giorni, i mesi e poi anni, ma tra loro non ci sarebbe mai stato un punto. Il punto non aveva mai fatto parte di loro.
Avrebbero continuato a vivere ognuno la propria vita, avrebbero amato di nuovo e sofferto ancora per qualcun’altro.
Visto posti diversi, assaggiato il sapore di altre persone, si sarebbero persi dentro altre risate e avrebbero fatto finta di dimenticarsi l’un l’altro, credendo di non aver perso niente, di essere andati avanti mangiando le loro emozioni.
Ma come il mare allo scoglio sarebbero sempre tornati a scontrarsi, magari inconsciamente, ma l’avrebbero fatto.
Si sarebbero ritrovati ogni giorno, per la strada, nel riflesso di uno specchio, nel colore di una maglietta, nei discordi della gente.
Sarebbero stati quel pensiero che si insinua dolce quando sei distratto, quella punta d’amaro tra una faccenda e l’altra, quel sorriso spontaneo quando, senza sapere come mai, ti ricordi immagini di momenti passati insieme.
Non si sarebbero scissi mai,
non si può dividere due anime che si sono fuse.
Erano stati un libro mai letto, un discorso mai fatto, un amore mai esistito.
Erano stati una parentesi in una dimensione parallela, uno schiaffo alle convenzioni, una fuga dalle banalità.
Erano stati l’ ultima scintilla di un fuoco d’artificio, l’ultimo schiocco di dita di un musicista, la canzone di fine concerto, l’ultimo sguardo malinconico di un uomo che parte e sa di non tornare più.
-non si tratta di vedersi fisicamente, di toccarsi e parlare-
diceva lei,
quello lo lascio alle persone comuni.
Non era un rapporto concreto il loro, non lo era mai stato.
Era stato qualcosa di fluttuante, di sospeso sopra il filo della quotidianità,
sopra a tutte le convenzioni, i giudizi e il buon senso.
Un agganciarsi all’altro dal profondo.
Erano stati silenzi fatti di parole,
sguardi fatti di comprensione.
Erano stati due anime in un solo corpo.
“non ci sarà mai una fine!”
Certi legami non puoi spezzarli.
Era così.
Avevano avuto bisogno di perdersi per capire che si sarebbero rincorsi tutta la vita,
sarebbero stati due linee parallele costrette a sfiorasi in eterno senza mai incontrarsi.

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Inchiostro sulla pelle – Quinto capitolo

Eccoci giunti al quinto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire,…

Eccoci giunti al quinto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, vi ricordate cos’era successo nel quarto capitolo?

16:04(16)
“È in partenza dal binario 1 il treno diretto…”
Buttò la sigaretta, prese il trolley e salì sul treno.
Era pesante.
Si diresse verso la seconda classe, non le piaceva viaggiare in prima, preferiva stare negli ultimi posti del treno, sperava ci fosse meno gente a cui dover rendere conto anche solo con un saluto.
Non ce la faceva a mettere la valigia nel suo scompartimento, così la pose accanto a sé, tanto come aveva previsto non c’era nessuno accanto a lei.
Fuori era freddo.
Tirava un vento gelido, ma soffiava lento.
Si sedette.
Era solita guardare fuori dal finestrino e lasciare che gli occhi strisciassero stanchi tra una stazione e l’altra.
Era partito.
Si mise comoda e accese l’i-pod.
Temeva di essere assalita dai pensieri, così mise il volume della musica al massimo, sperando di poterli soffocare.
Si sentiva costretta, così aprì poco il finestrino sotto gli occhi minacciosi di una signora qualche posto più giù.
Aveva bisogno d’aria, di respirare il vento freddo, così forte da seccare anche l’ultimo ricordo, l’ultima briciola del loro ultimo discorso.
Stava bene, ma i ricordi le annebbiavano la vista facendole vedere il mondo con altri colori, troppo scuri per lei.
Il vento era amaro.
Meglio così, pensò.
Nella sua testa solo il rumore del mare.
Lo sentiva, era lì nascosto dietro lo scoglio che segretamente la fissava.
La guardava seduta in riva al mare con i piedi sommersi dalla sabbia, i capelli raccolti, e le mani che piano le accarezzavano le gambe.
Erano vicini ma incredibilmente distanti.
Chiuse il finestrino, era diventato troppo gelido anche per lei.
“Come si può diventare estranei in un secondo?” pensò.
Prese la sciarpa.
Si addormentò.

Tra la folla…(17)
La piazza era piena, la musica intrappolava migliaia di volti come fotogrammi appesi alle mura di una vecchia rocca.
Si girava intorno e nei suoi occhi rimanevano riflessi milioni di sguardi, di risate, di sospiri.
Non c’erano note fuori posto, battiti assordanti, era stata risucchiata da un vertice caotico, stava bene.
La musica le riempiva lo stomaco e le faceva vibrare la pelle, luccicare gli occhi rossi dal sale.
Non pensava a niente, era occupata nello scrutare ogni minimo movimento che velocemente si spiegava ai suoi occhi.
Spensierata scopriva di far parte di un momento che l’avrebbe segnata, uno di quei momenti che si sarebbe portata con sé con il sorriso.
La musica si faceva sempre più assordante e la gente accanto a lei sempre più vicina.
Non si discerneva una parola e l’unica via di comunicazione era visiva. Il volume alto impediva di parlare.
Dall’alto sembravano una cosa sola, una massa immane incollata per le mani, ma erano tanto vicini quanto sconosciuti.
Distratta, sovrappensiero si girò, per guardarsi le spalle, improvvisamente, silenzio.
Si bloccò.
D’un tratto intorno a lei scomparve tutto.
La musica si fece abisso e le persone fantasmi.
Era lui, tra milioni di occhi, si erano ri-trovati.
I loro sguardi si incollarono e tutt’intorno sembrò di marmo.
Non più una persona, una spinta, un po’ di birra che ti si versa sulla maglietta.
Isolati nella loro dimensione si impossessarono del tempo.
Erano solo loro due, un’altra volta.
Non sapevano cosa dire, ma forse le parole erano finite.
Rimasero congelati l’ uno nell’altra.
Come in un mondo parallelo dove non esisteva altro che il battito accelerato dei loro respiri.
Sembrò un’ infinità, ma durò poco più di un istante.
Una spinta più forte la colpì.
Distolse lo sguardo.
Si persero.
Di nuovo.
Fu come avere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità nello sguardo.
Non si trovarono più.
Lei non lo cercò e probabilmente nemmeno lui.
Fu strano.
Ma per la seconda volta, anche se per un secondo, ebbero la sensazione di aversi.

Incontro.(18)
Era come correre su un ponte infinito e sapersi aspettare a metà.
Avere la convinzione che fatta metà strada ci sarebbero stati l’ una per l’altro.
Era come sapere che nonostante tutto loro si sarebbero ritagliati la possibilità di credere nel loro incontro.
Credere che non erano stati parole al vento, ma vento leggero fatto di parole vere.
Era un pensiero difficile da affrontare, da somatizzare.
Sarebbe stato come lasciarsi alle spalle tutto per concedersi l’inebriante sensazione di appartenenza che poche anime possiedono.
Erano entrambi sulla soglia della linea di partenza, erano fermi.
Sorpassata quella sapevano che avrebbero corso, e corso ancora.
Sorpassata quella non sarebbero tornati indietro.
Ne erano certi.
Il problema era fare il primo passo, avere il coraggio di prendere un respiro profondo e partire.
Non sapevano se ce l’ avrebbero mai fatta.
Erano due sagome ritagliate da un quotidianità banale, staccate quasi del tutto, ma con lembi ancora incollati alle convenzioni.
Guardavano lontano, cercando di discernere l’altro già partito, così sarebbe stato più semplice.
La sicurezza rende più coraggiosi.
Ma per loro non era cosi.
Non si vedeva niente.
Avrebbero dovuto rischiare per aversi, rischiare anche di partire e restare delusi, soli in mezzo ad un ponte.
Non sapevano cosa aspettarsi.
Le promesse erano state cancellate ormai, rimaneva solo la percezione che l’uno aveva dell’ altra.
Un attimo un piede quasi faceva il primo passo, ma poi rapidamente si ritirava timido.
In balia dell’incertezza cambiavano strada di continuo.
Passando sempre davanti a quella linea, soffermandosi e ripartendo per altre vie.
Ogni giorno, ogni ora, era sempre così.
Sceglievano ciò che era più facile. pur sapendo di tendere naturalmente ad altro.
Erano loro stessi il loro impedimento.
Si trascinavano nel mondo sperando forse un giorno di passare davanti a quella linea, chiudere gli occhi, correre e riaprirli l’uno dentro l’ altra.

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Inchiostro sulla pelle – Quarto capitolo

Eccoci giunti al quarto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto…

Eccoci giunti al quarto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto il primo capitolo il secondo capitolo e il terzo capitolo?

8:50.(12)
Era una mattina buia.
Sembrava che qualcuno avesse spento il sole.
Si era svegliata e gironzolava per casa, come sempre in mutande e canottiera, camminava un po’.
La mattina le serviva un po’ di tempo per sé, un po’ di quel tempo che la gente considera inutile perché privo di orari, di fretta… era solo suo, aveva bisogno del suo tempo per connettersi al mondo.
Si sedette sul letto e mentre si metteva le calze pensò che forse quella mattina era così buia perché un uomo chissà dove nel mondo avesse voluto offuscare il sole, la luce.
Aveva avuto la presunzione di eliminare il risveglio, solo per avere l’idea fittizia di una notte infinita, solo sua, o meglio solo sua e della donna che dormiva ancora tra le sue braccia.
Sorrise.
Le capitava spesso di vedere le cose in un modo tutto suo, fuori dalla norma, probabilmente la maggior parte delle persone che erano sveglie come lei non avendo visto il sole avevano semplicemente pensato che il meteo avesse sbagliato ancora e sbuffando si erano vestite per iniziare una giornata, grigia, ma come tante altre.
A lei piaceva pensarla diversamente, forse solo per accettare l’ennesima giornata uggiosa.
Ma funzionava.
Ormai pronta, uscì di casa.
Uscì con il sorriso.
Dopo poco, uscì il sole.

Una giornata uggiosa.(13)
Era in giornate come queste che sentiva l’esigenza di averlo accanto a sé.
Era in giornate come queste che capiva che non avrebbe voluto nient’altro.
Questo le faceva paura.
Sdraiata sul divano se lo immaginava seduto accanto a lei, mentre le stringeva la mano, solo per rassicurarla, solo per farsi sentire vicino.
Avrebbe voluto dirgli quello che le stava succedendo.
Avrebbe voluto sfogarsi.
Avrebbe voluto che non fosse andata in quel modo.
Sarebbe voluta correre a casa pensando di trovarlo lì a braccia aperte…
Ma lui non c’era, e non ci sarebbe stato.
Spesso non faceva caso alla mancanza, al senso di solitudine, di vuoto che si era creata, ma in giornate come queste percepiva l’essenziale bisogno della sua parte mancante.
Sapeva che era un pensiero inutile il suo, non si può pensare di volere chi sai che non ci sarà,
ma non riusciva a liberarsene.
Non si spiegava come mai volesse cosi fortemente qualcosa di inesistente, di evanescente.
In fondo non c’era nessuna motivazione logica.
Come quando senti che intorno a te niente ha trovato un senso, e lo cerchi disperatamente.
Forse nemmeno lui aveva un senso, ma sentiva che era l’ unico senso che avrebbe voluto trovare.

14.05. (14)
Amava vederla fumare, era un pensiero malsano, ma era così.
Amava vedere quella nebbia sottile uscirle dalla bocca, era come concentrata mentre fumava, come se stesse prendendo una decisione importante, lo fissava senza dire una parola.
Momenti inutili, momenti fondamentali.
Così, dal nulla, si ricordò una mattina di maggio, lei seduta sulla sedia di cucina, con gli occhi ancora socchiusi, avvolta dentro una maglietta qualche taglia più grande, e lui seduto sul cornicione della finestra che distratto pensava.
Erano mesi che non gli capitava e si era abituato all’idea di non appartenerle più.
Improvvisò una smorfia che era simile ad un sorriso, ma con una ruga dissoluta.
Non si concentrò troppo, distolse lo sguardo e si mise al lavoro.
Aveva delle consegne da rispettare non poteva “perdere tempo”.
Era la prima volta che sentiva sgretolarsi il muro dentro di sè.
Non succedeva mai.
Solo quando, a volte, per sbaglio pensava a lei.
Quando la sentiva riaffiorare tra i ricordi, non aveva importanza se in istanti particolari o nella quotidianità.
Ma funzionava sempre.
Quando la mente si prendeva gioco di lui e andava a soffiare sulla polvere, facendola riapparire era sempre così.
Sbocciava nella sua mente e lui cercava di spingerla nella nicchia più remota della sua memoria. Si rifiutava di pensare a lei.
Non riusciva a capire cosa fosse stata per lui, ma sapeva con certezza che la prima volta che si erano incontrati aveva sentito nella sua testa un campanello suonare così forte da assordarlo.
“Non succede spesso,anzi quasi mai”.
-ripensava, è un allarme naturale che si accende nel momento in cui il tuo corpo percepisce prima di te che hai davanti la persona giusta, lo sguardo tra miliardi di sguardi nel quale puoi rivederti, l’anima simile nella quale scoprirti.
Non si era mai acceso prima di lei.

12.03.(15)
Era passato un po’ di tempo ormai, e si non erano più visti, per lo meno fisicamente.
E in un giorno come tanti altri, mentre aspettava il pullman, ecco la rivelazione.
Come quando ti senti dentro un tunnel e non trovi la via d’uscita, poi quando hai ormai perso le speranze con la coda dell’ occhio: eccola,eppure sembrava non esserci.
Così le successe.
Dopo tano buio aveva intravisto la luce.
La sua luce.
Pensava che fosse giusto trovare ciò che si ama e lasciare che ci uccida.
Lasciare che si aggrappi forte, che stringa tra le braccia, che si riscaldi le mani, che segua con lo sguardo la curva della schiena, che trascini i corpi giù nell’inconsistenza di un piacere effimero.
Era certa,che bisognasse puntare all’amore che ti divora,
che ti devasta, che ti brucia dentro e non sai come placarlo.
All’amore che ti fa correre,quell’amore che… non vale la pena parlare.
Pensava che il suo stato d’animo fosse giustificato, fosse la prova di una cicatrice, fosse la conferma tangibile che almeno una volta, almeno per poco lei lo avesse provato.

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Inchiostro sulla pelle – Terzo capitolo

Eccoci giunti al terzo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto…

Eccoci giunti al terzo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto il primo capitolo e il secondo capitolo?

Mattina presto. (8)
Si era svegliata con il sorriso, era un po’ che non le succedeva.
Andava a letto sempre con la paura, l’inafferrabile preoccupazione che, una volta stesa, tutti i pensieri scomposti che durante la giornata la riempivano, improvvisamente, le avrebbero invaso gli occhi fino ad uscirle dalle orecchie. Avrebbe provato a soffocarli per non sentirsi abbandonare, avrebbe chiuso la bocca e si sarebbe sforzata di dormire, ma ovviamente non ci sarebbe riuscita.
Adesso stava bene.
Era un po’ che non lo vedeva, o meglio che non lo percepiva.
Era come assente, distratto, lontano, perso nel suo lavoro, nella sua routine.
Lei non aveva paura.
Aveva gli occhi ancora chiusi e sentiva solo il profumo del caffè appena fatto,
la finestra era socchiusa e da una fessura passava un leggero vento fresco che le intorpidiva il piede mentre un brivido le correva sulla schiena.
Sapeva che doveva alzarsi, ma stava bene cullata dalle coperte.
Girata su un fianco, sorrise.
Non si sa come mai ma a volte, quando meno te lo aspetti, ricordi piccoli, che nel momento in cui li hai vissuti sembravano insignificanti, ritornano alla mente come attimi indelebili che solcano quel preciso istante.
E allora ti sembra fondamentale ricordare.
Era passata nella sua mente la visione di loro due, la mattina dopo il loro incontro.
Il buongiorno soffocato dal cuscino, un sorriso con gli occhi, una carezza soffusa.
Sorrise.
Pensava, anzi, era certa che in quel preciso momento anche lui si fosse girato su un fianco e avesse sorriso.
Certe cose le senti.
Aveva percepito il suo sospiro nell’orecchio.
Come due specchi che si riflettono a distanza.
Si alzò.

Seduto… aspetto. (9)
Era una settimana che non la chiamava.
Aspettava.
Non era certo di cosa stesse succedendo, confuso aspettava.
Era difficile capire cosa fare, quando si viene travolti da un uragano si resta scioccati, indifesi.
Forse non riusciva a comprendere il peso del loro incontro.
Ripensava al volto senza trucco di lei, al profumo della pelle quando due corpi diventano uno, alla porta che sbatteva e la pioggia che incessantemente li avvolgeva.
Era distante, e lo sapeva.
Si sentiva come quando cerchi di raggiungere lo scoglio più alto dell’ isola, durante il cammino l’adrenalina ti fa compiere passi più lunghi delle gambe ma, quando sei solo con il vuoto sotto gli occhi, sale la paura, l’idea di non farcela, di farsi male, di sbattere.
Ecco, questo era quello che provava,
paura.
Paura di sbagliare, di buttarsi a capofitto e non trovare l’acqua al momento dello schianto.
Era un pensiero egoista ma non riusciva a liberarsene, intanto,
aspettava.

Un venerdì. (10)
Era forse la prima volta che si accorgeva dei secondi che inesorabili passavano.
Non aveva mai fatto troppo caso all’orologio, all’ora, e adesso sembrava che tutto ruotasse attorno ad essi.
Sentiva dentro di sè un piccolo malessere che le punzecchiava lo stomaco, le parole le si bloccavano tra i denti e per non far vedere il suo dolore, abbozzava un sorriso, falso.
Non si spiegava come mai al mondo esistessero persone che senza apparente motivo fossero inscindibilmente legate.
Legate da un qualcosa di forte che non ha un nome, è un’appartenenza, un sapersi riconoscere nell’altro senza sapere perchè.
È il saper vedere negli occhi dell’altro la risposta di una domanda mai svelata.
È il conoscere il più grande segreto di chi siede accanto a te senza averlo mai chiesto,
È il comprendersi nel profondo solamente guardandosi,
È la complicità di un sorriso, di cogliere un dettaglio inutile, di vedere il mondo in maniera differente ma senza mai ostacolarsi.
È forse più semplicemente vedere che il respiro batte allo stesso ritmo, identico, perfetto, e sapere fermamente che non potrà essere lo stesso per nessun altro al mondo.

L’ora non è importante… (11)
Non ci pensava quasi mai…
Il caffè bollente tra un biscotto e l’altro mentre si metteva le scarpe.
Aveva fretta.
Un salto in bagno per tirarsi su i capelli, per incidere il suo volto pulito sullo specchio, un sorriso frettoloso per augurarsi una buona giornata.
Aveva preso la borsa, le chiavi, gli occhiali, uno sguardo intorno.
Sbatteva il portone.
Giù di corsa per le scale.
A metà strada qualcuno l’aveva preceduta, si aprì il portone.
Si bloccò.
Rimase immobile, le scivolò la borsa dal braccio e rimase incredula a fissare il vuoto.
Lo sconosciuto si affrettò per le scale con il cuore in gola chiedendole se stesse bene, se avesse bisogno d’aiuto.
Niente.
Rimase ferma, non rispose.
Restò così per un altro secondo, poi lentamente allungò il braccio, sollevò la borsa, abbozzò un sorriso stralunato e riprese giù per le scale.
Aprì il portone e uscì.
Priva di forze come dopo una lunga corsa si sedette per terra, con le mani tra i capelli.
Non ci pensava quasi mai..
– Il portone! Il portone!
Si ripeteva senza pausa.
L’aveva ri-visto.
Aveva percepito il suo profumo forte, aveva visto il borsone blu che non passa dalla porta, gli occhi ancora intorpiditi coperti da occhiali troppo scuri, e quel sorriso…
un sorriso che lava via l’incertezza del primo saluto, che ti fa sentire a casa.
Si era ri-vista scendere le scale di fretta con una mano intrappolata dal vestito che le andava sotto i piedi e l’altra che teneva su un ciuffo di capelli.
Aveva ri-provato l’ebrezza di quell’incontro fugace, l’ansia dell’attesa e quel bacio.
Seduta per terra, non sapeva cosa fare.
Aveva fretta.
Ma non riusciva a muoversi.
Come dopo ore di bagno, esci e ti senti pesante, la testa dondola e cerchi il letto per sprofondarci.
Ecco, lei era sprofondata, ma sul ciglio della strada.
Tratteneva a tutti i costi una lacrima piccola che voleva sciogliersi sulla sua guancia.
Si era persa in sè stessa in quel ricordo così vicino e si odiava per questo.
Non ci pensava quasi mai…

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Inchiostro sulla pelle – Secondo capitolo

Dopo l’esordio di giovedì scorso, eccoci al secondo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La…

Dopo l’esordio di giovedì scorso, eccoci al secondo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Buona lettura!

Pomeriggio, solitario.(5)
Mentre finiva di fumare la sua sigaretta ripensava alle coincidenze, ai destini che si incrociano, alle persone che ancora non aveva conosciuto.
Aveva nella sua mente immagini velate di volti sconosciuti, erano tutti coperti da maschere, da veli neri per celare la loro essenza.
Non sapeva riconoscere nessuno… o meglio, non c’era nessuno.
Così coperti non erano esseri umani, erano figuranti di una recita scadente, falsi prototipi di figure evanescenti.
Aveva sempre puntato nella sua vita all’originalità, al particolare dettaglio che fa sì che nessuno sia clone di nessun altro.
Aveva puntato alla scoperta di sguardi nuovi, alla bellezza di due punti di vista differenti che si incontrano a metà strada.
Ma nella sua testa comparivano solo gocce della stessa pioggia, riflessi dello stesso specchio.
Pensava che fosse difficile lasciarsi vedere per quello che si è… lasciarsi spogliare dalle insicurezze e ritrovarsi nudi senza scudi.
Troppe volte aveva concesso a sconosciuti con il velo nero di guardarla… ed era sempre la stessa storia, lei nuda tra la curva delle sue spalle e loro intrappolati in una maschera che non avrebbero abbandonato.

Mercoledì’, in piazza(6)
In quel momento capì che la semplicità stava nelle sfumature, nel dettaglio dei gesti.
Seduta guardava le persone che la circondavano, sembravano felici.
C’era chi rideva, chi si improvvisava in pose poco probabili per immortalare quel momento, chi stava seduto fermo proprio come lei, chi si guardava da lontano cercando nell’altro la forza del primo passo, chi si limitava a sfiorarsi.
La sua mente non era con lei in quella piazza, era altrove, lontano, dove lo spazio non esiste, dove si percepisce il rumore assordante del silenzio.
Dove il vento piano le scompigliava i pensieri.
Non sapeva bene a cosa pensasse, o a chi, ma era affogata nelle sue idee, nel suo respiro e le piaceva così.
Intorno a lei c’era molta gente, che poco alla volta lasciava andare lo sguardo per cercare qualcosa, una luce, un paio di occhi, ma lei si sentiva intoccabile, persa nella sua aurea.
In quella piazza sentiva una forza, un’energia forte che la comprendeva senza toccarla, che le confondeva le piccole certezze che già sentiva essere crollate sotto i piedi, come quando sei in acqua e cerchi di stare a galla perché non senti il terreno sotto di te.
Pensava che tutto quello in cui aveva creduto, tutto quello che aveva intravisto era stato solo un abbaglio, una scossa placata, ma in fondo le andava bene così.
Non avrebbe smesso di credere nella scintilla di due sguardi che si uniscono, che anche da lontano si comprendono.

17:30 (7)
8-04
Era sospesa in un equilibrio instabile, sapeva quello che sarebbe successo, ma forse non aveva il coraggio di ammetterlo a sé stessa.
Lui era lontano, annegato nelle sue idee confuse.
Lei era persa nel suo profumo.
C’era una distanza tagliente, come quando ti fermi immobile di fronte alla finestra mentre fuori piove e aspetti che qualche goccia batta forte su quel vetro per farti ritornare alle realtà, per farti staccare da quell’incantesimo fittizio.
Non le rimaneva altro che aspettare quella goccia.
Quel grido silenzioso che le avrebbe fatto sbattere le palpebre.
Gli occhi erano bloccati, come intrappolati in una lastra di ghiaccio e davanti le passavano solo le immagini di quei fuggiaschi momenti passati insieme, il suo strano carattere, quei silenzi pieni e la disarmante complicità di due sguardi che appena si sfiorano.
Credeva nell esistenza di anime simili, e temeva di averla trovata.
Credeva di aver rintracciato quel particolare luccichio di sue pesone che si salutano da lontano.
Pensava che si fosse circondata di incomprensioni, di dettagli, di battiti piccoli.
Aveva percepito la scossa di due corpi che si avvicinano, che piano si studiano, come quando ti blocchi davanti ad un bel quadro e lo fissi, perdendoti nei colori, nelle sfumature impercettibili che pochi coglieranno, nello guardo lucido di un dettaglio marcato, nell’inconsistenza di un pensiero passeggero che ti accarezza la mente, nel sorriso spontaneo di un piacere lieve.
Aveva provato l’inafferrabile dolcezza di due mani che si legano mentre la città si spiega ai tuoi occhi, mentre il riflesso di una pozzanghera immortala quel passo.
Adesso si immergeva nel vuoto, nel suo vuoto e avrebbe voluto gridare forte per riuscire a farsi sentire da lui.
Si sentiva dilaniata.
Precipitava in pensieri neri e non si spiegava il perché.
L’inconsistenza le bucava la pelle e le faceva chiudere gli occhi, ma forse era meglio così, a volte si vede meglio ad occhi chiusi.
Percepiva le sue braccia, fino a quel momento aperte ad accogliere una bella risata come serrate.
Doveva dire addio, ma non era mai stata brava.
Forse erano stati solo frutto di un inganno effimero, una dolce pugnalata,
un nero ricordo indelebile.

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Inchiostro sulla pelle – Primo capitolo

Vi presentiamo in esclusiva il romanzo breve “Inchiostro sulla pelle”, ideato e scritto da un’autrice che vuole rimanere anonima e che si firma con “Piuma Bianca”. Qual’è il motivo di questa…

Vi presentiamo in esclusiva il romanzo breve “Inchiostro sulla pelle”, ideato e scritto da un’autrice che vuole rimanere anonima e che si firma con “Piuma Bianca”. Qual’è il motivo di questa riservatezza? Chi si cela dietro questo pseudonimo? A voi le speculazioni!

In occasione del primo capitolo di questo romanzo a puntate, l’autrice ci introduce la sua opera:

piuma bianca

“Non so bene definire il mio modo di scrivere, non saprei collocarmi in un genere letterario. Tutto ciò che so è che i protagonisti sono un uomo e una donna. Non so chi siano, ma vivono la loro vita in modo diverso dagli altri e a me non resta che scriverla. Ho in testa immagini di loro, di cosa fanno, di cosa percepiscono, di come si pongono in generale riguardo la vita, le circostanze. Non sono convinta che siano fidanzati ma tra loro c’è qualcosa di speciale che forse non ha nemmeno un’etichetta..”

Ecco a voi il primo capitolo di “Inchiostro sulla pelle”, che ci accompagnerà per tutta l’estate. Buona lettura!

Il giorno.(1)
Bastò un secondo.
Forse meno.
Il tempo di scendere le scale per incontrarsi a metà.
In quell’attimo fugace capirono tutto, con uno sguardo già si conoscevano.
Erano due pezzi di puzzle che improvvisamente si erano trovati, combaciare era un battito di ciglia.
D’impatto i pensieri erano confusi, certi sguardi non si scambiano con facilità, sentivano nell’aria un’energia, una sottile armonia che inconsciamente li univa.
Si guardavano e sorridevano come quando ti stupisci di fronte al primo sole dopo un intero inverno e non puoi far altro che lasciarti sorprendere da quel raggio di sole che leggero ti attraversa.
Sapevano che tra loro c’era qualcosa di indefinibile, era un legame strano, ma era solo loro.
Si sentiva il respiro della casa, il movimento lento di due anime che piano si studiano.
Lui la fissava in ogni suo gesto, come se volesse conoscere la sua essenza per somatizzarla e farla sua.
A lei piaceva avere i suoi occhi su di sé.
Erano intrappolati in un vortice caotico che piacevolmente li sconvolgeva.
Erano loro due.
Questo bastava.

16:04(2)
Un giorno di sole.
La stanza racchiudeva un silenzio pieno.
Casa era deserta e l’unico rumore che sentiva era quello della matita sul foglio che scandiva parole ritmate da un respiro leggero, un respiro vero, uno di quei respiri che ti fanno pensare che vada tutto bene.
Un raggio di sole tentava di liberarsi dalla tenda mentre un piede si muoveva a scatti.
Lei si sentiva bene.
Sentiva che intorno a sé era tutto come doveva essere e pensò che a volte, per conoscere qualcuno, non c’è bisogno di tempo, a volte è sufficiente uno sguardo sincero.

15-04-13(3)
Era invasa da un sottile piacere.
Come quando poggi il piede sulla sabbia per la prima volta dopo un lungo e gelido inverno.
Come lo stupore che si legge negli occhi di chi guarda qualcosa di bello.
C’era il sole.
I capelli al vento piano le scoprivano il profilo e un sorriso le rigava il volto.
Il mare si muoveva leggero ai suoi piedi e pensava che sarebbe stato bello imparare a respirare, imparare ad avere la pazienza delle onde.
Tutto intorno a lei era fermo, calmo.
Si sentiva persa, ma era una bella sensazione, fuori controllo lasciava che i suoi occhi si incrociassero con quelli delle altre persone e si lasciava andare in pensieri blu cobalto.

Notte inoltrata.(4)
Avrebbe portato con sè la disarmante complicità del primo bacio
i suoi occhi nel lago, le smorfie spontanee,
avvicinandosi.
Giocava con i capelli e sorrideva ripensando alle speranza spezzata di togliergli le calze, di vederlo dormire con i pugni sulle guance.
Avrebbe portato con sé una maglietta mai lavata per non lavare via anche la sua traccia, le cadute nel buio tra il silenzio della casa,
La sconfitta.
I suoi occhi puntavano altrove, lontano, dove si fatica a vedere con lo sguardo, dove l’insicurezza e l’ingenuità le senti riaffiorare tra un respiro e l’altro.
Ricordava i suoi occhi bagnati, il profumo del legno e delle lenzuola.
Avrebbe portato con sé l’intimità delle loro carezze e quel fare l’amore per fermare il tempo.

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