Eccoci giunti al quarto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto il primo capitolo il secondo capitolo e il terzo capitolo?

8:50.(12)
Era una mattina buia.
Sembrava che qualcuno avesse spento il sole.
Si era svegliata e gironzolava per casa, come sempre in mutande e canottiera, camminava un po’.
La mattina le serviva un po’ di tempo per sé, un po’ di quel tempo che la gente considera inutile perché privo di orari, di fretta… era solo suo, aveva bisogno del suo tempo per connettersi al mondo.
Si sedette sul letto e mentre si metteva le calze pensò che forse quella mattina era così buia perché un uomo chissà dove nel mondo avesse voluto offuscare il sole, la luce.
Aveva avuto la presunzione di eliminare il risveglio, solo per avere l’idea fittizia di una notte infinita, solo sua, o meglio solo sua e della donna che dormiva ancora tra le sue braccia.
Sorrise.
Le capitava spesso di vedere le cose in un modo tutto suo, fuori dalla norma, probabilmente la maggior parte delle persone che erano sveglie come lei non avendo visto il sole avevano semplicemente pensato che il meteo avesse sbagliato ancora e sbuffando si erano vestite per iniziare una giornata, grigia, ma come tante altre.
A lei piaceva pensarla diversamente, forse solo per accettare l’ennesima giornata uggiosa.
Ma funzionava.
Ormai pronta, uscì di casa.
Uscì con il sorriso.
Dopo poco, uscì il sole.

Una giornata uggiosa.(13)
Era in giornate come queste che sentiva l’esigenza di averlo accanto a sé.
Era in giornate come queste che capiva che non avrebbe voluto nient’altro.
Questo le faceva paura.
Sdraiata sul divano se lo immaginava seduto accanto a lei, mentre le stringeva la mano, solo per rassicurarla, solo per farsi sentire vicino.
Avrebbe voluto dirgli quello che le stava succedendo.
Avrebbe voluto sfogarsi.
Avrebbe voluto che non fosse andata in quel modo.
Sarebbe voluta correre a casa pensando di trovarlo lì a braccia aperte…
Ma lui non c’era, e non ci sarebbe stato.
Spesso non faceva caso alla mancanza, al senso di solitudine, di vuoto che si era creata, ma in giornate come queste percepiva l’essenziale bisogno della sua parte mancante.
Sapeva che era un pensiero inutile il suo, non si può pensare di volere chi sai che non ci sarà,
ma non riusciva a liberarsene.
Non si spiegava come mai volesse cosi fortemente qualcosa di inesistente, di evanescente.
In fondo non c’era nessuna motivazione logica.
Come quando senti che intorno a te niente ha trovato un senso, e lo cerchi disperatamente.
Forse nemmeno lui aveva un senso, ma sentiva che era l’ unico senso che avrebbe voluto trovare.

14.05. (14)
Amava vederla fumare, era un pensiero malsano, ma era così.
Amava vedere quella nebbia sottile uscirle dalla bocca, era come concentrata mentre fumava, come se stesse prendendo una decisione importante, lo fissava senza dire una parola.
Momenti inutili, momenti fondamentali.
Così, dal nulla, si ricordò una mattina di maggio, lei seduta sulla sedia di cucina, con gli occhi ancora socchiusi, avvolta dentro una maglietta qualche taglia più grande, e lui seduto sul cornicione della finestra che distratto pensava.
Erano mesi che non gli capitava e si era abituato all’idea di non appartenerle più.
Improvvisò una smorfia che era simile ad un sorriso, ma con una ruga dissoluta.
Non si concentrò troppo, distolse lo sguardo e si mise al lavoro.
Aveva delle consegne da rispettare non poteva “perdere tempo”.
Era la prima volta che sentiva sgretolarsi il muro dentro di sè.
Non succedeva mai.
Solo quando, a volte, per sbaglio pensava a lei.
Quando la sentiva riaffiorare tra i ricordi, non aveva importanza se in istanti particolari o nella quotidianità.
Ma funzionava sempre.
Quando la mente si prendeva gioco di lui e andava a soffiare sulla polvere, facendola riapparire era sempre così.
Sbocciava nella sua mente e lui cercava di spingerla nella nicchia più remota della sua memoria. Si rifiutava di pensare a lei.
Non riusciva a capire cosa fosse stata per lui, ma sapeva con certezza che la prima volta che si erano incontrati aveva sentito nella sua testa un campanello suonare così forte da assordarlo.
“Non succede spesso,anzi quasi mai”.
-ripensava, è un allarme naturale che si accende nel momento in cui il tuo corpo percepisce prima di te che hai davanti la persona giusta, lo sguardo tra miliardi di sguardi nel quale puoi rivederti, l’anima simile nella quale scoprirti.
Non si era mai acceso prima di lei.

12.03.(15)
Era passato un po’ di tempo ormai, e si non erano più visti, per lo meno fisicamente.
E in un giorno come tanti altri, mentre aspettava il pullman, ecco la rivelazione.
Come quando ti senti dentro un tunnel e non trovi la via d’uscita, poi quando hai ormai perso le speranze con la coda dell’ occhio: eccola,eppure sembrava non esserci.
Così le successe.
Dopo tano buio aveva intravisto la luce.
La sua luce.
Pensava che fosse giusto trovare ciò che si ama e lasciare che ci uccida.
Lasciare che si aggrappi forte, che stringa tra le braccia, che si riscaldi le mani, che segua con lo sguardo la curva della schiena, che trascini i corpi giù nell’inconsistenza di un piacere effimero.
Era certa,che bisognasse puntare all’amore che ti divora,
che ti devasta, che ti brucia dentro e non sai come placarlo.
All’amore che ti fa correre,quell’amore che… non vale la pena parlare.
Pensava che il suo stato d’animo fosse giustificato, fosse la prova di una cicatrice, fosse la conferma tangibile che almeno una volta, almeno per poco lei lo avesse provato.

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