La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: piuma bianca

Inchiostro sulla pelle – Ultimo capitolo

Eccoci giunti al sesto e ultimo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Se…

Eccoci giunti al sesto e ultimo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Se avete già letto lo scorso capitolo, preparatevi al gran finale!

mattina…(19)
Seduto di fronte ad una tela bianca,
Aveva pensato di dipingerla.
Aveva nella sua testa l’ immagine del suo volto pulito che sorrideva distratto mentre lo guardava negli occhi.
Non aveva mai dipinto una donna dopo averla vista una sola volta, ma con lei le sue “abitudini” non erano mai state rispettate.
Prese il pennello,
i colori erano a destra, sopra un mobile di legno.
Si immerse nel nero per tracciarle il profilo.
Appoggiò piano la punta intrisa di colore sulla tela e… si bloccò.
Con la mano e lo sguardo perso dentro tutto quel bianco.
Non ci riusciva.
Era la prima volta che gli capitava di non sapere come raffigurare qualcuno.
Si sentì indifeso.
Si staccò.
Rimase per un po’ immobile di fronte alla sua bianca disarmante tela bianca.
Solo un punto nero.
Quando le palpebre ripresero a muoversi spostò lo sguardo, posò il pennello e lasciò la stanza.
Si chiuse forte la porta sotto l’assordante pesantezza di un insignificante puntino nero che sembrava fissarlo.
Lasciò passare qualche giorno, poi la porta si riaprì.
Entrò lui con uno specchio tra le mani e la faccia concentrata.
Prese la tela.
Con un grande sospiro la sollevò e la posò per terra.
Si guardò dietro, lo specchio.
Con dolcezza lo sistemò sopra il cavalletto, prese una sedia e si mise di fronte.
Fermo.
Eccola.
Il miglior dipinto che avesse mai fatto.
Nessun colore, nessuna sfumatura avrebbe reso giustizia all’immagine che aveva di lei nella sua mente.
Così stette per ore a fissarsi, o meglio, a fissarla.
In quel riflesso non vedeva se stesso ,ma lei, lei nella sua semplicità, nella sua risata, nei suoi occhi lucidi.
Puntava oltre, tentava di guardarsi dentro, nel profondo, dove non aveva mai visto prima.
Aspettava.
Aspettava che quello specchio prendesse vita, aspettava di vederla farsi realtà…
Senza fretta, con il sorriso di chi vede nella sua immagine quella di qualcun altro, rimase lì.
Soddisfatto.
Sicuro che dentro di se l’immagine di lei non sarebbe mai cambiata.

“non ci sarà mai una fine!”(20)
Era questa l’unica risposta certa alle mille domande che le divoravano la testa.
Passeranno i giorni, i mesi e poi anni, ma tra loro non ci sarebbe mai stato un punto. Il punto non aveva mai fatto parte di loro.
Avrebbero continuato a vivere ognuno la propria vita, avrebbero amato di nuovo e sofferto ancora per qualcun’altro.
Visto posti diversi, assaggiato il sapore di altre persone, si sarebbero persi dentro altre risate e avrebbero fatto finta di dimenticarsi l’un l’altro, credendo di non aver perso niente, di essere andati avanti mangiando le loro emozioni.
Ma come il mare allo scoglio sarebbero sempre tornati a scontrarsi, magari inconsciamente, ma l’avrebbero fatto.
Si sarebbero ritrovati ogni giorno, per la strada, nel riflesso di uno specchio, nel colore di una maglietta, nei discordi della gente.
Sarebbero stati quel pensiero che si insinua dolce quando sei distratto, quella punta d’amaro tra una faccenda e l’altra, quel sorriso spontaneo quando, senza sapere come mai, ti ricordi immagini di momenti passati insieme.
Non si sarebbero scissi mai,
non si può dividere due anime che si sono fuse.
Erano stati un libro mai letto, un discorso mai fatto, un amore mai esistito.
Erano stati una parentesi in una dimensione parallela, uno schiaffo alle convenzioni, una fuga dalle banalità.
Erano stati l’ ultima scintilla di un fuoco d’artificio, l’ultimo schiocco di dita di un musicista, la canzone di fine concerto, l’ultimo sguardo malinconico di un uomo che parte e sa di non tornare più.
-non si tratta di vedersi fisicamente, di toccarsi e parlare-
diceva lei,
quello lo lascio alle persone comuni.
Non era un rapporto concreto il loro, non lo era mai stato.
Era stato qualcosa di fluttuante, di sospeso sopra il filo della quotidianità,
sopra a tutte le convenzioni, i giudizi e il buon senso.
Un agganciarsi all’altro dal profondo.
Erano stati silenzi fatti di parole,
sguardi fatti di comprensione.
Erano stati due anime in un solo corpo.
“non ci sarà mai una fine!”
Certi legami non puoi spezzarli.
Era così.
Avevano avuto bisogno di perdersi per capire che si sarebbero rincorsi tutta la vita,
sarebbero stati due linee parallele costrette a sfiorasi in eterno senza mai incontrarsi.

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Inchiostro sulla pelle – Quinto capitolo

Eccoci giunti al quinto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire,…

Eccoci giunti al quinto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, vi ricordate cos’era successo nel quarto capitolo?

16:04(16)
“È in partenza dal binario 1 il treno diretto…”
Buttò la sigaretta, prese il trolley e salì sul treno.
Era pesante.
Si diresse verso la seconda classe, non le piaceva viaggiare in prima, preferiva stare negli ultimi posti del treno, sperava ci fosse meno gente a cui dover rendere conto anche solo con un saluto.
Non ce la faceva a mettere la valigia nel suo scompartimento, così la pose accanto a sé, tanto come aveva previsto non c’era nessuno accanto a lei.
Fuori era freddo.
Tirava un vento gelido, ma soffiava lento.
Si sedette.
Era solita guardare fuori dal finestrino e lasciare che gli occhi strisciassero stanchi tra una stazione e l’altra.
Era partito.
Si mise comoda e accese l’i-pod.
Temeva di essere assalita dai pensieri, così mise il volume della musica al massimo, sperando di poterli soffocare.
Si sentiva costretta, così aprì poco il finestrino sotto gli occhi minacciosi di una signora qualche posto più giù.
Aveva bisogno d’aria, di respirare il vento freddo, così forte da seccare anche l’ultimo ricordo, l’ultima briciola del loro ultimo discorso.
Stava bene, ma i ricordi le annebbiavano la vista facendole vedere il mondo con altri colori, troppo scuri per lei.
Il vento era amaro.
Meglio così, pensò.
Nella sua testa solo il rumore del mare.
Lo sentiva, era lì nascosto dietro lo scoglio che segretamente la fissava.
La guardava seduta in riva al mare con i piedi sommersi dalla sabbia, i capelli raccolti, e le mani che piano le accarezzavano le gambe.
Erano vicini ma incredibilmente distanti.
Chiuse il finestrino, era diventato troppo gelido anche per lei.
“Come si può diventare estranei in un secondo?” pensò.
Prese la sciarpa.
Si addormentò.

Tra la folla…(17)
La piazza era piena, la musica intrappolava migliaia di volti come fotogrammi appesi alle mura di una vecchia rocca.
Si girava intorno e nei suoi occhi rimanevano riflessi milioni di sguardi, di risate, di sospiri.
Non c’erano note fuori posto, battiti assordanti, era stata risucchiata da un vertice caotico, stava bene.
La musica le riempiva lo stomaco e le faceva vibrare la pelle, luccicare gli occhi rossi dal sale.
Non pensava a niente, era occupata nello scrutare ogni minimo movimento che velocemente si spiegava ai suoi occhi.
Spensierata scopriva di far parte di un momento che l’avrebbe segnata, uno di quei momenti che si sarebbe portata con sé con il sorriso.
La musica si faceva sempre più assordante e la gente accanto a lei sempre più vicina.
Non si discerneva una parola e l’unica via di comunicazione era visiva. Il volume alto impediva di parlare.
Dall’alto sembravano una cosa sola, una massa immane incollata per le mani, ma erano tanto vicini quanto sconosciuti.
Distratta, sovrappensiero si girò, per guardarsi le spalle, improvvisamente, silenzio.
Si bloccò.
D’un tratto intorno a lei scomparve tutto.
La musica si fece abisso e le persone fantasmi.
Era lui, tra milioni di occhi, si erano ri-trovati.
I loro sguardi si incollarono e tutt’intorno sembrò di marmo.
Non più una persona, una spinta, un po’ di birra che ti si versa sulla maglietta.
Isolati nella loro dimensione si impossessarono del tempo.
Erano solo loro due, un’altra volta.
Non sapevano cosa dire, ma forse le parole erano finite.
Rimasero congelati l’ uno nell’altra.
Come in un mondo parallelo dove non esisteva altro che il battito accelerato dei loro respiri.
Sembrò un’ infinità, ma durò poco più di un istante.
Una spinta più forte la colpì.
Distolse lo sguardo.
Si persero.
Di nuovo.
Fu come avere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità nello sguardo.
Non si trovarono più.
Lei non lo cercò e probabilmente nemmeno lui.
Fu strano.
Ma per la seconda volta, anche se per un secondo, ebbero la sensazione di aversi.

Incontro.(18)
Era come correre su un ponte infinito e sapersi aspettare a metà.
Avere la convinzione che fatta metà strada ci sarebbero stati l’ una per l’altro.
Era come sapere che nonostante tutto loro si sarebbero ritagliati la possibilità di credere nel loro incontro.
Credere che non erano stati parole al vento, ma vento leggero fatto di parole vere.
Era un pensiero difficile da affrontare, da somatizzare.
Sarebbe stato come lasciarsi alle spalle tutto per concedersi l’inebriante sensazione di appartenenza che poche anime possiedono.
Erano entrambi sulla soglia della linea di partenza, erano fermi.
Sorpassata quella sapevano che avrebbero corso, e corso ancora.
Sorpassata quella non sarebbero tornati indietro.
Ne erano certi.
Il problema era fare il primo passo, avere il coraggio di prendere un respiro profondo e partire.
Non sapevano se ce l’ avrebbero mai fatta.
Erano due sagome ritagliate da un quotidianità banale, staccate quasi del tutto, ma con lembi ancora incollati alle convenzioni.
Guardavano lontano, cercando di discernere l’altro già partito, così sarebbe stato più semplice.
La sicurezza rende più coraggiosi.
Ma per loro non era cosi.
Non si vedeva niente.
Avrebbero dovuto rischiare per aversi, rischiare anche di partire e restare delusi, soli in mezzo ad un ponte.
Non sapevano cosa aspettarsi.
Le promesse erano state cancellate ormai, rimaneva solo la percezione che l’uno aveva dell’ altra.
Un attimo un piede quasi faceva il primo passo, ma poi rapidamente si ritirava timido.
In balia dell’incertezza cambiavano strada di continuo.
Passando sempre davanti a quella linea, soffermandosi e ripartendo per altre vie.
Ogni giorno, ogni ora, era sempre così.
Sceglievano ciò che era più facile. pur sapendo di tendere naturalmente ad altro.
Erano loro stessi il loro impedimento.
Si trascinavano nel mondo sperando forse un giorno di passare davanti a quella linea, chiudere gli occhi, correre e riaprirli l’uno dentro l’ altra.

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Inchiostro sulla pelle – Quarto capitolo

Eccoci giunti al quarto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto…

Eccoci giunti al quarto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto il primo capitolo il secondo capitolo e il terzo capitolo?

8:50.(12)
Era una mattina buia.
Sembrava che qualcuno avesse spento il sole.
Si era svegliata e gironzolava per casa, come sempre in mutande e canottiera, camminava un po’.
La mattina le serviva un po’ di tempo per sé, un po’ di quel tempo che la gente considera inutile perché privo di orari, di fretta… era solo suo, aveva bisogno del suo tempo per connettersi al mondo.
Si sedette sul letto e mentre si metteva le calze pensò che forse quella mattina era così buia perché un uomo chissà dove nel mondo avesse voluto offuscare il sole, la luce.
Aveva avuto la presunzione di eliminare il risveglio, solo per avere l’idea fittizia di una notte infinita, solo sua, o meglio solo sua e della donna che dormiva ancora tra le sue braccia.
Sorrise.
Le capitava spesso di vedere le cose in un modo tutto suo, fuori dalla norma, probabilmente la maggior parte delle persone che erano sveglie come lei non avendo visto il sole avevano semplicemente pensato che il meteo avesse sbagliato ancora e sbuffando si erano vestite per iniziare una giornata, grigia, ma come tante altre.
A lei piaceva pensarla diversamente, forse solo per accettare l’ennesima giornata uggiosa.
Ma funzionava.
Ormai pronta, uscì di casa.
Uscì con il sorriso.
Dopo poco, uscì il sole.

Una giornata uggiosa.(13)
Era in giornate come queste che sentiva l’esigenza di averlo accanto a sé.
Era in giornate come queste che capiva che non avrebbe voluto nient’altro.
Questo le faceva paura.
Sdraiata sul divano se lo immaginava seduto accanto a lei, mentre le stringeva la mano, solo per rassicurarla, solo per farsi sentire vicino.
Avrebbe voluto dirgli quello che le stava succedendo.
Avrebbe voluto sfogarsi.
Avrebbe voluto che non fosse andata in quel modo.
Sarebbe voluta correre a casa pensando di trovarlo lì a braccia aperte…
Ma lui non c’era, e non ci sarebbe stato.
Spesso non faceva caso alla mancanza, al senso di solitudine, di vuoto che si era creata, ma in giornate come queste percepiva l’essenziale bisogno della sua parte mancante.
Sapeva che era un pensiero inutile il suo, non si può pensare di volere chi sai che non ci sarà,
ma non riusciva a liberarsene.
Non si spiegava come mai volesse cosi fortemente qualcosa di inesistente, di evanescente.
In fondo non c’era nessuna motivazione logica.
Come quando senti che intorno a te niente ha trovato un senso, e lo cerchi disperatamente.
Forse nemmeno lui aveva un senso, ma sentiva che era l’ unico senso che avrebbe voluto trovare.

14.05. (14)
Amava vederla fumare, era un pensiero malsano, ma era così.
Amava vedere quella nebbia sottile uscirle dalla bocca, era come concentrata mentre fumava, come se stesse prendendo una decisione importante, lo fissava senza dire una parola.
Momenti inutili, momenti fondamentali.
Così, dal nulla, si ricordò una mattina di maggio, lei seduta sulla sedia di cucina, con gli occhi ancora socchiusi, avvolta dentro una maglietta qualche taglia più grande, e lui seduto sul cornicione della finestra che distratto pensava.
Erano mesi che non gli capitava e si era abituato all’idea di non appartenerle più.
Improvvisò una smorfia che era simile ad un sorriso, ma con una ruga dissoluta.
Non si concentrò troppo, distolse lo sguardo e si mise al lavoro.
Aveva delle consegne da rispettare non poteva “perdere tempo”.
Era la prima volta che sentiva sgretolarsi il muro dentro di sè.
Non succedeva mai.
Solo quando, a volte, per sbaglio pensava a lei.
Quando la sentiva riaffiorare tra i ricordi, non aveva importanza se in istanti particolari o nella quotidianità.
Ma funzionava sempre.
Quando la mente si prendeva gioco di lui e andava a soffiare sulla polvere, facendola riapparire era sempre così.
Sbocciava nella sua mente e lui cercava di spingerla nella nicchia più remota della sua memoria. Si rifiutava di pensare a lei.
Non riusciva a capire cosa fosse stata per lui, ma sapeva con certezza che la prima volta che si erano incontrati aveva sentito nella sua testa un campanello suonare così forte da assordarlo.
“Non succede spesso,anzi quasi mai”.
-ripensava, è un allarme naturale che si accende nel momento in cui il tuo corpo percepisce prima di te che hai davanti la persona giusta, lo sguardo tra miliardi di sguardi nel quale puoi rivederti, l’anima simile nella quale scoprirti.
Non si era mai acceso prima di lei.

12.03.(15)
Era passato un po’ di tempo ormai, e si non erano più visti, per lo meno fisicamente.
E in un giorno come tanti altri, mentre aspettava il pullman, ecco la rivelazione.
Come quando ti senti dentro un tunnel e non trovi la via d’uscita, poi quando hai ormai perso le speranze con la coda dell’ occhio: eccola,eppure sembrava non esserci.
Così le successe.
Dopo tano buio aveva intravisto la luce.
La sua luce.
Pensava che fosse giusto trovare ciò che si ama e lasciare che ci uccida.
Lasciare che si aggrappi forte, che stringa tra le braccia, che si riscaldi le mani, che segua con lo sguardo la curva della schiena, che trascini i corpi giù nell’inconsistenza di un piacere effimero.
Era certa,che bisognasse puntare all’amore che ti divora,
che ti devasta, che ti brucia dentro e non sai come placarlo.
All’amore che ti fa correre,quell’amore che… non vale la pena parlare.
Pensava che il suo stato d’animo fosse giustificato, fosse la prova di una cicatrice, fosse la conferma tangibile che almeno una volta, almeno per poco lei lo avesse provato.

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Inchiostro sulla pelle – Terzo capitolo

Eccoci giunti al terzo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto…

Eccoci giunti al terzo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto il primo capitolo e il secondo capitolo?

Mattina presto. (8)
Si era svegliata con il sorriso, era un po’ che non le succedeva.
Andava a letto sempre con la paura, l’inafferrabile preoccupazione che, una volta stesa, tutti i pensieri scomposti che durante la giornata la riempivano, improvvisamente, le avrebbero invaso gli occhi fino ad uscirle dalle orecchie. Avrebbe provato a soffocarli per non sentirsi abbandonare, avrebbe chiuso la bocca e si sarebbe sforzata di dormire, ma ovviamente non ci sarebbe riuscita.
Adesso stava bene.
Era un po’ che non lo vedeva, o meglio che non lo percepiva.
Era come assente, distratto, lontano, perso nel suo lavoro, nella sua routine.
Lei non aveva paura.
Aveva gli occhi ancora chiusi e sentiva solo il profumo del caffè appena fatto,
la finestra era socchiusa e da una fessura passava un leggero vento fresco che le intorpidiva il piede mentre un brivido le correva sulla schiena.
Sapeva che doveva alzarsi, ma stava bene cullata dalle coperte.
Girata su un fianco, sorrise.
Non si sa come mai ma a volte, quando meno te lo aspetti, ricordi piccoli, che nel momento in cui li hai vissuti sembravano insignificanti, ritornano alla mente come attimi indelebili che solcano quel preciso istante.
E allora ti sembra fondamentale ricordare.
Era passata nella sua mente la visione di loro due, la mattina dopo il loro incontro.
Il buongiorno soffocato dal cuscino, un sorriso con gli occhi, una carezza soffusa.
Sorrise.
Pensava, anzi, era certa che in quel preciso momento anche lui si fosse girato su un fianco e avesse sorriso.
Certe cose le senti.
Aveva percepito il suo sospiro nell’orecchio.
Come due specchi che si riflettono a distanza.
Si alzò.

Seduto… aspetto. (9)
Era una settimana che non la chiamava.
Aspettava.
Non era certo di cosa stesse succedendo, confuso aspettava.
Era difficile capire cosa fare, quando si viene travolti da un uragano si resta scioccati, indifesi.
Forse non riusciva a comprendere il peso del loro incontro.
Ripensava al volto senza trucco di lei, al profumo della pelle quando due corpi diventano uno, alla porta che sbatteva e la pioggia che incessantemente li avvolgeva.
Era distante, e lo sapeva.
Si sentiva come quando cerchi di raggiungere lo scoglio più alto dell’ isola, durante il cammino l’adrenalina ti fa compiere passi più lunghi delle gambe ma, quando sei solo con il vuoto sotto gli occhi, sale la paura, l’idea di non farcela, di farsi male, di sbattere.
Ecco, questo era quello che provava,
paura.
Paura di sbagliare, di buttarsi a capofitto e non trovare l’acqua al momento dello schianto.
Era un pensiero egoista ma non riusciva a liberarsene, intanto,
aspettava.

Un venerdì. (10)
Era forse la prima volta che si accorgeva dei secondi che inesorabili passavano.
Non aveva mai fatto troppo caso all’orologio, all’ora, e adesso sembrava che tutto ruotasse attorno ad essi.
Sentiva dentro di sè un piccolo malessere che le punzecchiava lo stomaco, le parole le si bloccavano tra i denti e per non far vedere il suo dolore, abbozzava un sorriso, falso.
Non si spiegava come mai al mondo esistessero persone che senza apparente motivo fossero inscindibilmente legate.
Legate da un qualcosa di forte che non ha un nome, è un’appartenenza, un sapersi riconoscere nell’altro senza sapere perchè.
È il saper vedere negli occhi dell’altro la risposta di una domanda mai svelata.
È il conoscere il più grande segreto di chi siede accanto a te senza averlo mai chiesto,
È il comprendersi nel profondo solamente guardandosi,
È la complicità di un sorriso, di cogliere un dettaglio inutile, di vedere il mondo in maniera differente ma senza mai ostacolarsi.
È forse più semplicemente vedere che il respiro batte allo stesso ritmo, identico, perfetto, e sapere fermamente che non potrà essere lo stesso per nessun altro al mondo.

L’ora non è importante… (11)
Non ci pensava quasi mai…
Il caffè bollente tra un biscotto e l’altro mentre si metteva le scarpe.
Aveva fretta.
Un salto in bagno per tirarsi su i capelli, per incidere il suo volto pulito sullo specchio, un sorriso frettoloso per augurarsi una buona giornata.
Aveva preso la borsa, le chiavi, gli occhiali, uno sguardo intorno.
Sbatteva il portone.
Giù di corsa per le scale.
A metà strada qualcuno l’aveva preceduta, si aprì il portone.
Si bloccò.
Rimase immobile, le scivolò la borsa dal braccio e rimase incredula a fissare il vuoto.
Lo sconosciuto si affrettò per le scale con il cuore in gola chiedendole se stesse bene, se avesse bisogno d’aiuto.
Niente.
Rimase ferma, non rispose.
Restò così per un altro secondo, poi lentamente allungò il braccio, sollevò la borsa, abbozzò un sorriso stralunato e riprese giù per le scale.
Aprì il portone e uscì.
Priva di forze come dopo una lunga corsa si sedette per terra, con le mani tra i capelli.
Non ci pensava quasi mai..
– Il portone! Il portone!
Si ripeteva senza pausa.
L’aveva ri-visto.
Aveva percepito il suo profumo forte, aveva visto il borsone blu che non passa dalla porta, gli occhi ancora intorpiditi coperti da occhiali troppo scuri, e quel sorriso…
un sorriso che lava via l’incertezza del primo saluto, che ti fa sentire a casa.
Si era ri-vista scendere le scale di fretta con una mano intrappolata dal vestito che le andava sotto i piedi e l’altra che teneva su un ciuffo di capelli.
Aveva ri-provato l’ebrezza di quell’incontro fugace, l’ansia dell’attesa e quel bacio.
Seduta per terra, non sapeva cosa fare.
Aveva fretta.
Ma non riusciva a muoversi.
Come dopo ore di bagno, esci e ti senti pesante, la testa dondola e cerchi il letto per sprofondarci.
Ecco, lei era sprofondata, ma sul ciglio della strada.
Tratteneva a tutti i costi una lacrima piccola che voleva sciogliersi sulla sua guancia.
Si era persa in sè stessa in quel ricordo così vicino e si odiava per questo.
Non ci pensava quasi mai…

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Inchiostro sulla pelle – Secondo capitolo

Dopo l’esordio di giovedì scorso, eccoci al secondo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La…

Dopo l’esordio di giovedì scorso, eccoci al secondo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Buona lettura!

Pomeriggio, solitario.(5)
Mentre finiva di fumare la sua sigaretta ripensava alle coincidenze, ai destini che si incrociano, alle persone che ancora non aveva conosciuto.
Aveva nella sua mente immagini velate di volti sconosciuti, erano tutti coperti da maschere, da veli neri per celare la loro essenza.
Non sapeva riconoscere nessuno… o meglio, non c’era nessuno.
Così coperti non erano esseri umani, erano figuranti di una recita scadente, falsi prototipi di figure evanescenti.
Aveva sempre puntato nella sua vita all’originalità, al particolare dettaglio che fa sì che nessuno sia clone di nessun altro.
Aveva puntato alla scoperta di sguardi nuovi, alla bellezza di due punti di vista differenti che si incontrano a metà strada.
Ma nella sua testa comparivano solo gocce della stessa pioggia, riflessi dello stesso specchio.
Pensava che fosse difficile lasciarsi vedere per quello che si è… lasciarsi spogliare dalle insicurezze e ritrovarsi nudi senza scudi.
Troppe volte aveva concesso a sconosciuti con il velo nero di guardarla… ed era sempre la stessa storia, lei nuda tra la curva delle sue spalle e loro intrappolati in una maschera che non avrebbero abbandonato.

Mercoledì’, in piazza(6)
In quel momento capì che la semplicità stava nelle sfumature, nel dettaglio dei gesti.
Seduta guardava le persone che la circondavano, sembravano felici.
C’era chi rideva, chi si improvvisava in pose poco probabili per immortalare quel momento, chi stava seduto fermo proprio come lei, chi si guardava da lontano cercando nell’altro la forza del primo passo, chi si limitava a sfiorarsi.
La sua mente non era con lei in quella piazza, era altrove, lontano, dove lo spazio non esiste, dove si percepisce il rumore assordante del silenzio.
Dove il vento piano le scompigliava i pensieri.
Non sapeva bene a cosa pensasse, o a chi, ma era affogata nelle sue idee, nel suo respiro e le piaceva così.
Intorno a lei c’era molta gente, che poco alla volta lasciava andare lo sguardo per cercare qualcosa, una luce, un paio di occhi, ma lei si sentiva intoccabile, persa nella sua aurea.
In quella piazza sentiva una forza, un’energia forte che la comprendeva senza toccarla, che le confondeva le piccole certezze che già sentiva essere crollate sotto i piedi, come quando sei in acqua e cerchi di stare a galla perché non senti il terreno sotto di te.
Pensava che tutto quello in cui aveva creduto, tutto quello che aveva intravisto era stato solo un abbaglio, una scossa placata, ma in fondo le andava bene così.
Non avrebbe smesso di credere nella scintilla di due sguardi che si uniscono, che anche da lontano si comprendono.

17:30 (7)
8-04
Era sospesa in un equilibrio instabile, sapeva quello che sarebbe successo, ma forse non aveva il coraggio di ammetterlo a sé stessa.
Lui era lontano, annegato nelle sue idee confuse.
Lei era persa nel suo profumo.
C’era una distanza tagliente, come quando ti fermi immobile di fronte alla finestra mentre fuori piove e aspetti che qualche goccia batta forte su quel vetro per farti ritornare alle realtà, per farti staccare da quell’incantesimo fittizio.
Non le rimaneva altro che aspettare quella goccia.
Quel grido silenzioso che le avrebbe fatto sbattere le palpebre.
Gli occhi erano bloccati, come intrappolati in una lastra di ghiaccio e davanti le passavano solo le immagini di quei fuggiaschi momenti passati insieme, il suo strano carattere, quei silenzi pieni e la disarmante complicità di due sguardi che appena si sfiorano.
Credeva nell esistenza di anime simili, e temeva di averla trovata.
Credeva di aver rintracciato quel particolare luccichio di sue pesone che si salutano da lontano.
Pensava che si fosse circondata di incomprensioni, di dettagli, di battiti piccoli.
Aveva percepito la scossa di due corpi che si avvicinano, che piano si studiano, come quando ti blocchi davanti ad un bel quadro e lo fissi, perdendoti nei colori, nelle sfumature impercettibili che pochi coglieranno, nello guardo lucido di un dettaglio marcato, nell’inconsistenza di un pensiero passeggero che ti accarezza la mente, nel sorriso spontaneo di un piacere lieve.
Aveva provato l’inafferrabile dolcezza di due mani che si legano mentre la città si spiega ai tuoi occhi, mentre il riflesso di una pozzanghera immortala quel passo.
Adesso si immergeva nel vuoto, nel suo vuoto e avrebbe voluto gridare forte per riuscire a farsi sentire da lui.
Si sentiva dilaniata.
Precipitava in pensieri neri e non si spiegava il perché.
L’inconsistenza le bucava la pelle e le faceva chiudere gli occhi, ma forse era meglio così, a volte si vede meglio ad occhi chiusi.
Percepiva le sue braccia, fino a quel momento aperte ad accogliere una bella risata come serrate.
Doveva dire addio, ma non era mai stata brava.
Forse erano stati solo frutto di un inganno effimero, una dolce pugnalata,
un nero ricordo indelebile.

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Inchiostro sulla pelle – Primo capitolo

Vi presentiamo in esclusiva il romanzo breve “Inchiostro sulla pelle”, ideato e scritto da un’autrice che vuole rimanere anonima e che si firma con “Piuma Bianca”. Qual’è il motivo di questa…

Vi presentiamo in esclusiva il romanzo breve “Inchiostro sulla pelle”, ideato e scritto da un’autrice che vuole rimanere anonima e che si firma con “Piuma Bianca”. Qual’è il motivo di questa riservatezza? Chi si cela dietro questo pseudonimo? A voi le speculazioni!

In occasione del primo capitolo di questo romanzo a puntate, l’autrice ci introduce la sua opera:

piuma bianca

“Non so bene definire il mio modo di scrivere, non saprei collocarmi in un genere letterario. Tutto ciò che so è che i protagonisti sono un uomo e una donna. Non so chi siano, ma vivono la loro vita in modo diverso dagli altri e a me non resta che scriverla. Ho in testa immagini di loro, di cosa fanno, di cosa percepiscono, di come si pongono in generale riguardo la vita, le circostanze. Non sono convinta che siano fidanzati ma tra loro c’è qualcosa di speciale che forse non ha nemmeno un’etichetta..”

Ecco a voi il primo capitolo di “Inchiostro sulla pelle”, che ci accompagnerà per tutta l’estate. Buona lettura!

Il giorno.(1)
Bastò un secondo.
Forse meno.
Il tempo di scendere le scale per incontrarsi a metà.
In quell’attimo fugace capirono tutto, con uno sguardo già si conoscevano.
Erano due pezzi di puzzle che improvvisamente si erano trovati, combaciare era un battito di ciglia.
D’impatto i pensieri erano confusi, certi sguardi non si scambiano con facilità, sentivano nell’aria un’energia, una sottile armonia che inconsciamente li univa.
Si guardavano e sorridevano come quando ti stupisci di fronte al primo sole dopo un intero inverno e non puoi far altro che lasciarti sorprendere da quel raggio di sole che leggero ti attraversa.
Sapevano che tra loro c’era qualcosa di indefinibile, era un legame strano, ma era solo loro.
Si sentiva il respiro della casa, il movimento lento di due anime che piano si studiano.
Lui la fissava in ogni suo gesto, come se volesse conoscere la sua essenza per somatizzarla e farla sua.
A lei piaceva avere i suoi occhi su di sé.
Erano intrappolati in un vortice caotico che piacevolmente li sconvolgeva.
Erano loro due.
Questo bastava.

16:04(2)
Un giorno di sole.
La stanza racchiudeva un silenzio pieno.
Casa era deserta e l’unico rumore che sentiva era quello della matita sul foglio che scandiva parole ritmate da un respiro leggero, un respiro vero, uno di quei respiri che ti fanno pensare che vada tutto bene.
Un raggio di sole tentava di liberarsi dalla tenda mentre un piede si muoveva a scatti.
Lei si sentiva bene.
Sentiva che intorno a sé era tutto come doveva essere e pensò che a volte, per conoscere qualcuno, non c’è bisogno di tempo, a volte è sufficiente uno sguardo sincero.

15-04-13(3)
Era invasa da un sottile piacere.
Come quando poggi il piede sulla sabbia per la prima volta dopo un lungo e gelido inverno.
Come lo stupore che si legge negli occhi di chi guarda qualcosa di bello.
C’era il sole.
I capelli al vento piano le scoprivano il profilo e un sorriso le rigava il volto.
Il mare si muoveva leggero ai suoi piedi e pensava che sarebbe stato bello imparare a respirare, imparare ad avere la pazienza delle onde.
Tutto intorno a lei era fermo, calmo.
Si sentiva persa, ma era una bella sensazione, fuori controllo lasciava che i suoi occhi si incrociassero con quelli delle altre persone e si lasciava andare in pensieri blu cobalto.

Notte inoltrata.(4)
Avrebbe portato con sè la disarmante complicità del primo bacio
i suoi occhi nel lago, le smorfie spontanee,
avvicinandosi.
Giocava con i capelli e sorrideva ripensando alle speranza spezzata di togliergli le calze, di vederlo dormire con i pugni sulle guance.
Avrebbe portato con sé una maglietta mai lavata per non lavare via anche la sua traccia, le cadute nel buio tra il silenzio della casa,
La sconfitta.
I suoi occhi puntavano altrove, lontano, dove si fatica a vedere con lo sguardo, dove l’insicurezza e l’ingenuità le senti riaffiorare tra un respiro e l’altro.
Ricordava i suoi occhi bagnati, il profumo del legno e delle lenzuola.
Avrebbe portato con sé l’intimità delle loro carezze e quel fare l’amore per fermare il tempo.

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