Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia, al verde-acqua o azzurro tenue del nostro bel mare.

Quando ho messo piede in Messico, invece, ho avuto una sensazione diversa. Un paese dai colori luminosi, accesi, mai tenui, capaci di attirare il viandante nel fascino della bellezza. Una bellezza che vorrei cercare di trasmettervi.

Scrivere racconti e articoli di viaggio è facile: il tuo corpo e la tua mente sono carichi di emozioni, suoni e immagini, e senza rendertene conto li hai fatti tuoi, ti sono entrati dentro ancora prima che tu abbia avuto tempo di rifletterci su. Il difficile sta nell’organizzarli, in seguito, e raccontarli in forma ordinata; il dramma sta nel scegliere un ricordo piuttosto che un altro. Devi tenere conto, fin da subito, che non riuscirai a parlare di tutto. Il Messico, poi, è un paese che non ti lascia andare, ti afferra, con le sue mani fatte di spezie e mercati, e che tanto avrebbe da dire.

Tre viaggi mi hanno arricchito nella “terra del mais”, come ogni tanto è chiamata questa Nazione. Un mese on the road nel 2012, tre mesi di ricerca etnografica in un municipio nello Stato di Puebla nel 2013, venti amabili giorni spesi a metà per impegni accademici e per vacanza nel 2014.

Per ben due di questi viaggi ho avuto la fortuna di partecipare al grito de independencia, celebrazione dell’indipendenza messicana, dove patriottismo e onor messicano si incontrano per le strade di ogni angolo, di ogni città, municipio, pueblito del Paese. Cosa dire di questa festa? Badate bene che si tratta di me che racconta, viaggiatrice e studiosa con la sua opinione, non di una verità assoluta, ossia nulla ch’io pretenda di possedere. La prima cosa che ho notato: i messicani amano la loro terra. La amano così tanto che quando un Governo non riesce a governare come dovrebbe, si sente ancora l’eco della revolución campesina. Per Città del Messico le manifestazioni sono all’ordine del giorno; la polizia, massicciamente spiegata con mitra e caschi antisommossa, si stanzia giornalmente lungo le vie del centro. Il Messico, in poche parole, è un paese che lotta. E quando arriva il momento del grito, si incontrano per la strada coloro che incarnano la voce del popolo, e coloro che si sentono al sicuro sotto le attività di repressione governative.

Messico

 Foto di Valeria Luongo

Festeggiare il grito è diverso a seconda del luogo: l’anno scorso ero a Cuetzalan del Progreso, municipio sulle pendici di una montagna nello Stato di Puebla; quest’anno ho partecipato ai preparativi nella piazza centrale (zócalo) di Città del Messico, e ai festeggiamenti su un’isola del Quintana Roo, Isla Holbox.

Tre diversissime tipologie: 1) Cuetzalan era un’allegra festa di paese, con banchetti di strada, fuochi d’artificio e rito dei voladores (cuetzaltechi che piroettano i loro corpi agganciati a una fune dalla cima di un palo di circa 30 metri); 2) Nello Zócalo di Città del Messico avevano eretto imponenti strutture celebrative, dove hanno avuto luogo virtuosismi militari in omaggio alle forze dell’ordine governative; 3) a Isla Holbox, meta turistica di giovani europei, la celebrazione si trovava a metà tra la rivisitazione di un mondo messicano dell’immaginario, fatto di asini e sombreri, e musica dance contemporanea.

Elemento comune: la gente. Numerosa, festaiola, carica di vita.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

La mia esperienza, la mia storia di viaggio, si svolge però principalmente nel luogo magico che è Cuetzalan del Progreso, nella quale ho vissuto le gioie e i dolori dell’investigazione di campo.

Tornare dove hai fatto ricerca è emozione pura. Si tratta del luogo dove sei stato accolto come un figlio, nel quale sei entrato a far parte del tessuto sociale e allo stesso tempo ne sei rimasto fuori; è il posto dove ti è rimasta la sensazione di trovare una situazione familiare, senza più l’ansia della ricerca, e dell’estraneità del luogo.

Ripercorrere, quindi, quelle strade, incrociare di nuovo gli stessi sguardi, ha toccato punti profondi del mio essere lì.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

Nuovamente ho visto queste meravigliose donne indigene che a settanta e passa anni camminano scalze per la strada, il fascio di legna legato alla fronte, belle e forti con la grazia della natura dipinta addosso. E via, così, per chilometri da Cuetzalan alle comunità che si trovano nel circondario, luoghi privilegiati per chi ci vive e, ovviamente, per chi sa dove siano. Santiago Yancuitlalpan è la mia preferita, a venti minuti di camioneta da Cuetzalan. Lì, in una capanna, si trova Panchita, circondata dalla sua famiglia. Ha 76 anni, e una treccia bianca che le arriva ai piedi, e ogni volta che i suoi occhi incrociano i miei sento un irresistibile desiderio di sorriderle. Una grande gioia nell’accoglierci all’ingresso, dopo quattro mesi di visite ogni settimana e di chiacchiere sotto la pioggia. Sedendomi sulla stessa sedia dove mi ero seduta tante volte, offrendoci lo stesso caffè, non poteva non tornare alla memoria la sfilza di lunghi pomeriggi trascorsi insieme. L’anno prima mi aveva accolto nella sua casa di legno, calce e terra, offrendomi cibo e comodità, lasciandomi rilassare su una sedia di paglia mentre la osservavo cuocere la tortilla nel focolare.

Alle volte ci dimentichiamo di quanto sia la semplicità la forma più perfetta del donare agli altri. Le parole per descrivere quella situazione sono tre: Accogliere, sorriso, sguardo. Il risultato è che non puoi andartene via senza una gioia in più all’interno di te stesso.

Terminando il mio racconto, questa la conclusione che mi appresto a dare: il Messico non è quello che traspare attraverso il turismo o le notizie giunte con i media. Il Messico, quello vero, almeno attraverso i miei occhi è fatto così.

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