La Valdichiana

La Valdichiana

Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: racconto

Sonia.

Sonia rutila al sole e sfoglia le analisi cartacee scorrendo il dito sui valori della VES. Non fa che deglutire. Ha aperto bocca solo per chiedere se fosse aperto il…

Sonia rutila al sole e sfoglia le analisi cartacee scorrendo il dito sui valori della VES. Non fa che deglutire. Ha aperto bocca solo per chiedere se fosse aperto il baule, scaricando i suoi cinquantasei chili sulla maniglia del trolley, quando alla stazione di Chiusi-Chianciano Terme è stata raggiunta dall’auto dopo un’ora di attesa. Lui non l’ha ancora guardata negli occhi, quando chiude la rotonda in direzione del casello dell’A1. Guida con i polpastrelli; lo sterzo scotta ancora, nonostante la sosta all’ombra, e i punti d’intonazione della radio perdono di aderenza alle orecchie, ad ogni colpo di vento dai finestrini. «Dimmelo, eh, se ti dà fastidio, ché accendiamo l’aria…». La curva del naso di lei protende oltre il velo biondo cenere dei capelli, fino a poche settimane prima decisamente più lucidi, nella leggera decolorazione del balayage. «No, non ti preoccupare» dice Sonia «Ci sono abituata». Lui non dice niente. Sono soltanto in due ed entrano in autostrada, in un giorno di pieno agosto, con i fotoni solari dritti sul nero melanite micalizzato, che infervora di centigradi gli interni e il circostante.

Era poco più di un anno che non andavano a letto insieme, ma lui sembrava ricordarsi ancora a memoria ogni centimetro di lamina cellulare, ogni singola porzione del suo strato corneo, ne aveva baciato in lungo e in largo gli umori, con il caldo e il freddo delle notti lungo il rincorrersi delle stagioni. Poteva ancora indovinarle le forme, sotto il bianco del caftano, ora che con le braccia incrociate sul ventre voleva avvilire la sua femminilità. Per brevità potremmo dire che – – era ancora innamorato. «Come stai, Sonia? Perché non dici niente?» chiede, con insistenza passiva. «Come vuoi che stia?». Non ha ancora abbassato il volume dello stereo e immagino non abbia la minima intenzione di farlo. Cachaça e luna piena / con te in una favela. Lui forza gli angoli della bocca e si rosicchia l’interno della guancia.   

Lei scoppia a piangere e l’imbarazzo ingenuo dell’ultima mezz’ora si trasforma in panico. La quiete è rotta dai nitriti di pianto che straziano il microclima dell’abitacolo. Siamo solo all’uscita Bettolle-Valdichiana ed è già esploso un qualche tipo di dolore.

Sono almeno dodici minuti che lui cerca di intuirle lo stato d’animo con delle brevi occhiate.  «Vuoi parlarne?» azzarda e si porta l’unghia dell’indice sotto il molare. «Non ti mangiare le unghie» dice lei, spalmandosi le lacrime sugli zigomi. «Non mi mangio le unghie» cerca di rispondere «Mi tolgo solo le pellicine dal pollice», dice. Hanno superato l’area di sosta di Lucignano e lui nemmeno ha chiesto se volesse fermarsi.  Amami come se fosse l’ultimo giorno / sposteremo il mondo. Vorrebbe uscire a Monte San Savino, accostare nel parcheggio della “Le Mirage”, saltarle addosso e dirle che l’ama. Supera l’area di servizio di Badia al Pino. Poi supera l’uscita di Arezzo. Vorrei andare in un posto diverso / Ultimamente me ne frega un terzo / Sai quanto me ne importa di una casa in centro?

«Ma a Firenze in che zona lavoravi?» prova così ad intavolare una conversazione, durante il pasto all’Autogrill Arno Est. «A Novoli, ma abitavo a Calenzano, in una casa con altre sei». Ogni sillaba è per lui una coltellata. «E ora lo sai dove ti portano?» chiede. «No, macché» e addenta la Rustichella. «ora lavoriamo nelle case, che c’è la nuova ordinanza in città, lo sai?». Lui annuisce involontariamente. «Ultimamente non ho capito più niente. Mi è cambiato il tempo, mi sembra che le settimane durino attimi, non parlo più con nessuno», lo sfogo verbale è un canale che esonda, mentre lui ancora cerca di non soccombere al peso dei suoi occhi puntati contro. Lei capisce tutto: «avessi avuto un lavoro» conclude allora, «secondo te farei quello che faccio?».

Il cartellone in forex fuori dall’Autogrill suggerisce una redenzione: “Sei in un paese meraviglioso”. Lo sguardo di lei tocca la morbidezza degli spigoli in legno che contornano la cartina, i segmenti laser che tagliano la Valdichiana tra Montepulciano, Cortona e Pienza e sembrano ferirla; come un rasoio le tagliano la gola, violata da un fiume di catrame fino al ventre verde-ocra che è il Valdarno, una terra che ribolle, sotto i quaranta gradi di agosto, nel pancreas della Toscana. «Sei in un paese meraviglioso» dice specularmente lui, convinto di essere simpatico, a quattro metri e mezzo da lei che in gola si sente un persico di lago vivo. «Dai, almeno sei circondata da città d’arte, da paesaggi che ci invidia il mondo…» eccola che si volta, dopo le classiche parole di troppo che erano uscite dalla bocca del maschio – sempre di troppo e sempre troppo tardi per capire –  e rimontano in macchina. Portami giù, dove non si tocca / dove la vida è loca.

Pochi chilometri dopo Firenze Sud – non necessariamente della stessa estate – lui tira il freno a mano in un parcheggio. Ad aspettarla c’è un’altra Audi, d’un blu palais effetto perla. I lampioni rovesciano i chiaroscuri delle curve e brillano sui riflessi. Prima di aprire la portiera lei lo guarda per un paio di frazioni. Lui ha la bocca allentata dalla cervicale, sbronzo di sentimenti incomprensibili e veramente non sa che cosa dire. Il muro tra loro è ormai cresciuto come crescono le mangrovie e quasi, pur fissandosi negli occhi, non riescono a vedersi. L’ho pagata sulla pelle e non mi ha dato il resto / e la sera i locali chiudono troppo presto. Lei scende da sola e prova ad aprire il portellone posteriore per prendere la valigia, ma la chiusura centralizzata rallenta la procedura. Eccolo intervenire, allora, e la aiuta a scaricare il bagaglio. «Io, Sonia, non ci posso fare niente», dice mortificandosi. «E perché? Ti ho chiesto qualcosa, io?». La risposta sta tutta dentro un’emissione di fiato. Lui ruota le spalle di centottanta gradi, verso la macchina, e s’immagina di sentirla singhiozzare mentre già se ne sta andando. Sto partendo, sta a te non perdere il treno / se vuoi prendi la mano e vieni con me / se no bye bye. Per dieci minuti tiene la testa rivolta verso lo svincolo entro il quale l’ha vista andare via, poi forza il cambio sulla prima e con le pliche della gola spinge la saliva verso il plesso solare, dove sente materializzarsi tutta la consistenza della sua codardia. Pensa alla soddisfazione di somministrare consigli ai figlioli, sotto lo sguardo compiaciuto di sua moglie, nel caldo di una cena domestica, mentre nella sua immobilità, nella sua cupa inferriata borghese, utilizza dipendenze o millantate disabilità emotive per lasciarsi scorrere la vita addosso. Con l’indice ancora tremolante, tanto quanto il petto, preme il pulsante del telefono. «Siri, indicazioni per Castiglion della Pescaia», dice. Tira fuori dal cruscotto una Davidoff, che per smettere di fumare c’è sempre tempo. «Ecco le indicazioni per Castiglion della Pescaia» risponde Siri, da dentro lo smartphone. In fondo è ancora Agosto. Può ancora andare a godersi i suoi due figli, che sono dalla madre ora, nella quiete estiva della riviera maremmana.  «Ce n’è ancora di tempo» pensa, lui «prima che i corvi finiscano di divorare le verbene». Ci resta ancora tutta la vita per una scusa / per volare in autostrada / e in radio musica cubana. Ed è già in quinta, stabile sui centoquaranta, lungo l’Autostrada del Sole.

Nessun commento su Sonia.

Racconti di veglia: il Serpecane di Montallese

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “Aiuto! C’è un serpente con la testa di cane!” Questo fu il grido di un testimone che asserì di…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“Aiuto! C’è un serpente con la testa di cane!”

Questo fu il grido di un testimone che asserì di essersi trovato davanti una creatura che sembrava frutto della più fervida immaginazione: un serpente con la testa di cane, chiamato anche “Serpecane”, il cui avvistamento apparve sui giornali di tutta Italia circa 40 anni fa.

Immaginate la scena: siamo nel 1980, in una calda estate all’interno di un bar di Montallese, piccola frazione del comune di Chiusi. Nel bar ci sono avventori di ogni età che giocano a carte, bevono e si raccontano storie, delle orecchie attente, che non si lasciano sfuggire nulla.

Un personaggio molto conosciuto in paese entra e grida a tutti il singolare avvistamento del Serpecane. Cala il silenzio, tutti si fermano, nessuno prova a schernirlo, sapendo che provarci potrebbe essere pericoloso, in quanto molto irascibile, ma restio ad inventare menzogne per mettersi in mostra.

Che cos’era questa bestia?

Testimonianze e diffusione

Per comprendere pienamente le leggende che ruotano attorno al Serpecane dobbiamo fare un passo indietro di circa tre anni, sempre nella zona di Montallese, frazione chiusina situata al confine col comune di Montepulciano e quello di Chianciano. In quel periodo iniziarono a essere denunciate diverse sparizioni di animali di varie taglie, mentre tra i contadini, al ritorno dai campi all’imbrunire, circolavano diverse notizie di avvistamenti di “Saettoni” (una tipologia di serpente chiamata anche Colubro di Esculapio) un po’ troppo grandi rispetto al normale. Forse si trattava dello stesso serpente, forse più di uno, avvistato una volta calante da un albero in un orto di un contadino, l’altra davanti alla finestra di casa della proprietaria del negozio di alimentari.

Le descrizioni relative a questo animale passavano di bocca in bocca: “È lungo 4-5 metri” oppure “Ha la testa che sembra quella di un cane”. La diceria iniziava quindi a circolare, insieme a un orario ricorrente, che coincideva sempre con l’inizio dell’imbrunire. A questi avvistamenti si accostavano poi inquietanti sparizioni di galline dai pollai e animali dagli allevamenti, tra l’ilarità degli scettici e la fobia dei previdenti che iniziarono a rientrare la sera presto per cercare sicurezza tra le mura domestiche.

Torniamo all’estate del 1980, quando entrò nel bar di Montallese un operaio, che lavorava presso il cantiere dei viadotti della ferrovia “direttissima” che avrebbe collegato la Valdichiana con Firenze. Entrando affannato gridò a tutti l’allarme: stavolta non sembrava soltanto un grosso serpente, ma la testa era proprio quella di un cane.  “Ho visto un serpente con la testa di cane!”, continuò a raccontare, esortando gli altri ad ascoltarlo, mentre un forestiero al telefono smise di prestare attenzione al suo interlocutore per sentire meglio ciò che stava succedendo all’interno del bar, appena carpite le informazioni necessarie riagganciò e si allontanò velocemente cercando di non farsi notare.

Il caso volle che iniziarono ad uscire una serie di articoli su molti giornali, tra cui “La Nazione” e “Cronaca Vera” nei quali si gridava l’allarme per la mostruosa creatura che già veniva soprannominata “Serpecane”, che svuotava i pollai e terrorizzava gli abitanti di Montallese.

 

(ritagli di giornali d’epoca: “La Nazione” e “Cronaca Vera”)

In un baleno la piccola frazione si trovò piena di curiosi, cronisti, cacciatori e studiosi, con domande di ogni tipo, tra cui la più classica “Scusi per Montallese?” che veniva posta dai forestieri ai passanti delle zone limitrofe.

Si narra di battute di caccia con reti e trappole, al fine di catturare la creatura e rivenderla a un circo, di gruppi di ricerca organizzati, di reportage giornalistici. Addirittura le nostre fonti ci dicono che fino alle spiagge siciliane veniva posta la domanda agli abitanti di Montallese: “Ma il Serpecane?”

Si arrivò addirittura a dedicargli il carnevale del 1981 con un carro allegorico su cui era posizionato un enorme serpente con una testa di cane. Ecco il video di Mauro Bischeri che ben racconta quel periodo:

Caratteristiche e analisi

Nessuno ha mai trovato il Serpecane, né scoperto la sua origine, pertanto la sua leggenda si limita agli avvistamenti degli abitanti di Montallese e alle supposizioni. Nel corso degli anni si sono avvicendate numerose ipotesi per cercare di dare una spiegazione agli eventi di quegli anni, che spaziano dai tentativi di comprensione più realistici ai legami con le tradizioni mitologiche o fantastiche.

Le ipotesi più accreditate furono che la creatura fosse un pitone o un’anaconda, scappato da un treno durante un trasporto di animali esotici destinati ai parchi, oppure un acquisto incauto di qualcuno che avrebbe voluto utilizzarlo come animale da compagnia.  Un’altra possibilità è che si trattasse di uno scherzo, un carnevalata organizzata da un gruppo di giovani del posto, o magari una diceria che è leggermente sfuggita di mano, fino a trasformarsi in una sorta di abbaglio collettivo.

Un’ altra leggenda locale che potrebbe essere affiancata a quella del Serpecane è quella della “Nessie” del Lago di Chiusi, secondo la quale un grande animale acquatico dalla corporatura sinuosa dovrebbe abitare il fondo del chiaro, e che potrebbe trattarsi dello stesso animale avvistato nelle campagne. Quale che sia la vera origine di questa storia, rimane il fatto che sia nato un vero e proprio racconto che i cittadini di Montallese e dintorni tuttora tramandano, e che potrebbe portare a nuovi dettagli o avvistamenti.

Anche se il Serpecane è una leggenda tipicamente confinata a Montallese, ci sono molte somiglianze con la tradizione del Serpe Regolo che interessa gran parte dell’Italia Centrale. Si tratta di un grosso serpente, dalla testa grande come quella di un bambino, che vive per le macchie, i campi e gli orridi dei monti. Può essere rappresentato come un grosso rettile con squame luminose e ali, oppure come una vipera troppo cresciuta, oppure ancora come un serpente a due teste. In Toscana la tradizione vuole che il Serpe Regolo venga creato da una vipera tagliata a metà, che invece di morire cresce a dismisura e comincia a perseguitare tutti i malcapitati per vendetta. Il suo nome rimanda al significato di “Piccolo re”, un chiaro collegamento con il Basilisco, il leggendario serpente in grado di pietrificare o uccidere con lo sguardo.

Le somiglianze tra il Serpecane e il Serpe Regolo o il Basilisco sembrano indicare, più in generale, le tipiche paure dei mostri che insidiano la vita rurale e gli abitanti delle campagne. Si tratta di serpenti che assalgono le vittime ignare e che rappresentano l’ignoto della natura selvaggia, non ancora assoggettata alla cultura umana e ai modelli di agricoltura e allevamento. Tali serpenti sono una costante minaccia per le greggi e per i pollai, per le campagne in cui gli uomini hanno costruito la loro civiltà: sono caratterizzati da un temperamento selvatico e ostile, da una grande pericolosità e da un aspetto mostruoso, fuori dal comune. Oltre a rappresentare una minaccia per chi viaggia in campagna da solo, raffigurano anche la parte più inospitale e selvaggia della natura che ci circonda e che la civiltà umana non potrà mai completamente assoggettare.

 

Influenze nella cultura pop

Il Serpecane è diffuso soltanto a Montallese, ma il Basilisco e il Serpe Regolo hanno una vasta presenza nella cultura pop, in virtù della loro grande diffusione. Per esempio, la canzone dei “Ratti della Sabina” riprende la leggenda popolare del Serpente Regolo e le paure collegate alla vita in campagna.

“Dicunu li vecchi de paese
che se taji un serpe llà ‘nnu mezzu,
quillu, mica more ma renasce
più cattivu de la peste,
più ‘gnorante de unu che lavora in un ufficiu pubblicu
e più furbu de nà vorbe e d’un fainu missi ‘nsieme,
te ssé recorda e ssé tt’encontra
poi di pure che ppe tte é arrivata
in quillu momentu l’ora tea.
Stete sempre all’erta
quannu annate p’à campagna
perchè s’ensinua in ogni buciu
a covà l’odio versu l’omini
e quannu scappa fori
ce tè l’occhi come a brace,
è tuttu niru come a pece
e se llù chiami pé nome se ‘ncazza veramente
e te perseguiterà pé sempre,
finu a che nun diventi mattu de capoccia
‘nsieme a tutti quanti i parenti tei.
Tant’è viru che qunn’unu é tantu stranu,
oppure é d’animu cattivu cò a ‘gnoranza che s’uncolla,
ce sta usanza, là ppé parti mei, de chiede a li cristiani
se per casu un giorno da monelli j’esse mica, tante vote, moccecatu u “Regu”.
Oddio! L’ho numinatu, mò che mme succederà?
Lu nome seu nun toccherebbe pronunciallu mai.
Mò spero, solamente, che la sorte sia clemente.
Nnù frattempu cantemo e ballemoce senza pensacce à tarantella,
à tarantella dù serpente.”

Per quanto riguarda i riferimenti cinematografici, la forma del Serpecane non è poi così tanto spaventosa se pensate che potrebbe ricordare molto Fùcur, nei film Falkor, della saga “La Storia infinita”, anzi, fa venire voglia di saltargli in groppa e volare via

Le paure di un serpente più grande del comune, capace di inghiottire vive le persone in ambienti selvatici e ostili, è ben rappresentata dal film “Anaconda”. Una rappresentazione meno realistica e più fantastica, invece, può essere trovata nei tanti riferimenti legati alla figura del Basilisco, ben esemplificati dal film “Harry Potter e la camera dei segreti”

 

(Si ringraziano per l’aiuto e le fonti storiche, immagini, video : Stefano Bistarini e Mauro Bischeri)


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

Nessun commento su Racconti di veglia: il Serpecane di Montallese

Racconti di veglia: la Marroca

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini) “E ora a letto senza fare le bizze, altrimenti arriva la strega Marroca e ti porta via” Questo era…

(articolo a cura di Igor Abbas, Massimiliano Minotti e Alessio Banini)

“E ora a letto senza fare le bizze, altrimenti arriva la strega Marroca e ti porta via”

Questo era il monito che molti di noi in Valdichiana hanno sentito, da piccoli, dai nostri genitori o dai nostri nonni, dopo una marachella oppure se testardamente ci rifiutavamo di andare a dormire, sperando di convincerci quando invece un brivido ci correva lungo la schiena. Ma che cos’era questa Marroca di cui abbiamo tanto sentito parlare?

La Marroca è una figura fantastica, un mostro che assume l’aspetto di una grossa biscia o di un grosso lumacone, che vive nei luoghi oscuri dove ristagna l’acqua, nelle fogne e negli acquitrini. Si tratta di un essere ripugnante e pauroso, che fa sentire la sua voce nel gorgoglio del mulinello e che può usare le dita o i tentacoli per catturare le vittime e trascinarle nella sua tana.

Testimonianze e diffusione

La figura della Marroca assume diverse connotazioni a seconda dei territori da cui provengono le testimonianze. I racconti attorno a questo mostro sono particolarmente diffusi nelle campagne chianine, specialmente a Montepulciano e dintorni. Proprio in tale contesto la credenza popolare vede la Marroca come un mostro che può abitare sotto terra, nelle buche o nelle grotte, specialmente se ricoperte di melma o acquitrini: si trova particolarmente a proprio agio nelle fogne, nelle gore e nelle pozze vicino alle stalle. Il caratteristico rumore prodotto dalla Marroca è quello del gorgoglio del mulinello, simile a quello dell’acqua che scende dal lavandino. Ama uscire di notte, quando gli acquitrini sono più pericolosi, e utilizza le sue lunghe dita che sembrano tentacoli, per strisciare lungo il terreno e avvinghiare le prede, portandole in acqua e divorandole.

Di Marroca si parla anche nel viterbese, non molto distante dalla Valdichiana. Anche in questa zona il mostro abita in pozze d’acqua stagnanti, ma il suo aspetto è più simile a una piovra che a quello di un lumacone. Può anche abitare in fondo ai pozzi, e ha la capacità di rendere l’acqua stregata: non soltanto può divorare i malcapitati che finiscono in fondo, per succhiare il loro sangue, ma l’acqua del pozzo è velenosa per chi la beve. I suoi poteri sono ben riassunti dalla canzone dei Razzaparte attraverso il dialetto di Montefiascone:

Si ttu tt’appròme al pózzo, mòca mòca / Te sènte tutt’a m bòtto tirà jjó / Jjó ddrénto sta dde casa la Marròca / Ch’adè nnemica dell’amór. // E ppàssejje lontano mal pózzo traditóre / Si ttu adae fortuna, fortuna coll’amóre / Quell’acqua ammarrocata béella nun ze pò / Perché adè la Marròca, nemica dell’amór. // T’anguanta pe le ciucce la Marròca / Te fa ccapofìccà pòe pell’ignó / Te suga l zangue ché mma llièe ll’anfòca / Perché adè l zangue dell’amór.

Se t’avvicini tranquillamente al pozzo / All’improvviso ti senti tirar giù / Là dentro vive la Marroca / Che è nemica dell’amore. // E stai alla larga dal pozzo traditore / Se hai fortuna in amore / Quell’acqua “marrocata” non si può bere / Perché è la Marroca, nemica dell’amore. // T’afferra per le crocchie, la Marroca / Poi ti capovolge a testa in giù / Ti succhia il sangue perché la infuoca / Perché è il sangue dell’amore.

La Marroca della Tuscia ha quindi molte somiglianze con l’Occhiomalo, una creatura delle leggende della maremma toscana e diffusa in tutto il grossetano: un mostro che vive in fondo ai pozzi e che porta i malcapitati ad annegare. Se si guarda con troppa insistenza in fondo al pozzo, infatti, si potrebbe veder aprire lentamente un grande occhio verde, che ha la capacità di ammaliare le persone che, incapaci di resistere a tale stregoneria, arrivano a buttarsi nel pozzo.

Una figura simile alla Marroca si può trovare anche in zone molto distanti dalla Valdichiana: in alcune zone della Sicilia, soprattutto nella provincia di Caltanissetta, è diffusa la credenza della Biddrina (o della Culobbia), che ha caratteristiche molto simili. Essa infatti vive nelle zone umide delle campagne siciliane, e assume la forme di un grosso e pericoloso rettile con una colorazione tra il verde e il blu, occhi rossi e una bocca talmente larga da inghiottire agnelli e bambini.

La Biddrina è in incrocio tra un serpente d’acqua, un idra e un coccodrillo, ed è lo spauracchio delle paludi, capace di incantare i passanti con lo sguardo e ammaliarli, portandoli nella sua tana per divorarli. Nel paese di Butera, per i festeggiamenti di Ferragosto, viene tuttora portato in giro per le strade il costume in cartapesta di “U Sirpintazzu”, per ricordare l’uccisione di una Biddrina che infestava la zona, mettendo a rischio la vita dei contadini e il lavoro nei campi.

Caratteristiche e analisi

La credenza relativa alla Marroca si riferisce principalmente alle campagne della Valdichiana e dintorni e rappresenta uno spauracchio, una figura negativa che veniva utilizzata principalmente per spaventare i bambini e tenerli alla larga dalle zone pericolose. Proprio in campagne come quella originate dalla bonifica, in cui è frequente la presenza di acquitrini e di pozze stagnanti, è alto il rischio di annegamento per chi non fa attenzione a dove mette i piedi, soprattutto di notte. Le caratteristiche della Marroca (l’aspetto simile agli animali che abitano le zone paludosi, il verso che ricorda il gorgoglio del mulinello, le dita che rappresentano la paura di rimanere avvinghiati) fanno pensare a una creatura nata appositamente per rispondere all’esigenza di tener lontani i bambini dagli acquitrini e dalle falde melmose.

In questo senso, la Marroca può essere intesa come un Babau: uno di quei mostri del folclore europeo che viene evocato per spaventare i bambini. Una sorta di “Uomo Nero” o di “Boogeyman” il cui scopo principale è quello di insegnare alle generazioni più giovani i giusti comportamenti e tenerli lontani dai pericoli dell’ambiente circostante.

Spostandoci nel viterbese, però, la Marroca non si limita a rendere pericolose le zone paludosi, ma assume anche delle caratteristiche simili a quelle delle streghe. Essa può essere rappresentata come una donna brutta e malvagia, oltre che un animale notturno simile a una piovra. La Marroca della Tuscia può ammaliare i malcapitati, attirarli con una malia (a differenza di quella chianina, che invece utilizza le dita o i tentacoli) per attirarli nella sua tana. Anche in questo senso possiamo ritrovare il tentativo di tenere i bambini lontani dai luoghi pericolosi, specialmente dai pozzi in cui si può cadere e annegare.

Le similitudini tra la Marroca e la Biddrina possono far pensare a un processo di diffusione della credenza popolare, magari attraverso forme migratorie successive alla bonifica della Valdichiana. Tuttavia, la tradizione dell’Occhiomalo e la versione viterbese rendono evidente il legame tra questo mostro e la necessità di salvaguardare i bambini dai pericoli delle campagne. Le paludi, le fogne e le grotte melmose, per quanto possano sembrare apparentemente innocue, nascondono invece grandi pericoli, soprattutto di notte. Si tratta di zone facilmente accessibili ai bambini, durante i loro giochi, perché attinenti alla vita contadina, ma a cui bisogna fare molta attenzione.

Influenze nella cultura pop

La fama della Marroca non si è particolarmente diffusa nella cultura di massa dopo l’abbandono delle campagne: con la fine della mezzadria che ha caratterizzato la Valdichiana, sono lentamente scomparsi anche quei mostri e quelle leggende che erano legati alla vita nei campi e alle paure dei bambini dell’epoca. Oggi si parla di Marroca principalmente nella sua accezione di strega, che porta via il bambino capriccioso o che non vuol dormire.

In questo senso, la Marroca può essere paragonata al mostro che attende di cibarsi dei bambini cattivi: una minaccia estrema, simile alla richiesta di Sarah (Jennyfer Connelly) al Re dei Goblin in “Labyrinth”, di portare via il fratellino perché non dormiva e faceva le bizze (nel suo caso, fortuna volle che il Re dei Goblin fosse David Bowie).

Tralasciando le caratteristiche che rimandano alle streghe e ai babau, la Marroca può essere accomunata alla più vasta credenza dei mostri che abitano le paludi, luoghi tipicamente considerati pericolosi e minacciosi. In tal caso, la produzione della cultura pop è più ampia e ci può portare a tanti riferimenti, tra cui “Swamp Thing” della DC comics, oppure “Il mostro della laguna nera”, film di fantascienza degli anni ’50 diventato un classico del settore.

 


Disclaimer: “Racconti di veglia” è una rubrica che vuole stimolare l’interesse sul folclore locale e sulle storie popolari della Valdichiana, con piccole analisi e collegamenti alla cultura di massa. L’intento è quello di tramandare la memoria orale delle “Veglie” contadine ai tempi della mezzadria, senza tralasciare uno sguardo alle più recenti “leggende urbane” e ai casi misteriosi degni di interesse. Le fonti vengono raccolte principalmente attraverso testimonianze dirette, memorie dei collaboratori, interviste e testi locali.

 

3 commenti su Racconti di veglia: la Marroca

Apprendista Cantierista: diario di bordo

Questo è un diario che parla del Cantiere dal punto di vista di Marta. All’interno del Cantiere Internazionale d’Arte la mia funzione non era stabile, ogni giorno avevo compiti diversi…

Questo è un diario che parla del Cantiere dal punto di vista di Marta. All’interno del Cantiere Internazionale d’Arte la mia funzione non era stabile, ogni giorno avevo compiti diversi in qualità di apprendista. Ho deciso di scrivere un diario per vivere appieno le esperienze che stavo facendo e le emozioni che stavo provando.
Scrivere aiuta a far comprendere meglio quello che stiamo vivendo, agli altri come a se stessi.
Questo è il mio racconto, di ciò che ho vissuto durante il nostro Cantiere.

Diario #1

Ore 21:05 – È tarda sera, l’atmosfera è tra le più suggestive. Una luce illumina il nostro spettacolare Duomo, un’altra luce molto più soffusa illumina Palazzo Ricci. Chiunque passi ha il naso rivolto verso l’alto. Prima che tutto inizi, il suono di un tamburo accompagna l’entrata degli spettatori. Un venticello estivo scompiglia le chiome del pubblico e i musicisti accordano gli ultimi strumenti. Il fiato si accorcia, le pupille si dilatano.

Il prossimo spettacolo sta per cominciare, e io, guardandomi intorno, non capisco bene dove mi trovo. Sono in mezzo alle amiche e alle colleghe con cui condivido lo stage al Cantiere; mi piace considerarci come una ciurma di apprendisti. Mentre eravamo persi nelle chiacchiere, un applauso ci ha stupiti. I musicisti stanno entrando, chi con in mano una tromba, chi con in mano un violino, ognuno prendendo posizione. Tra il pubblico cala il silenzio, ed è un silenzio assordante. Poi un clarinetto dà inizio a quella meravigliosa magia che è la musica.

Diario #2

Ore 15:47 – Inizia il mio secondo giorno da apprendista al Cantiere Internazionale d’Arte. Anche oggi l’atmosfera non appare per niente rilassata. In Piazza Grande sta provando un gruppo di danza, e anche io e le mie colleghe siamo abbastanza impegnate con il lavoro. Chi non frequenta il mondo dello spettacolo forse non può capire, ma tutti i minimi pezzi di questo puzzle devono combaciare perfettamente.

Forse si potrebbe pensare che il Cantiere sia dedicato esclusivamente a un pubblico straniero, ma ho scoperto che non è così. Sono proprio i poliziani a occupare le prime file della platea agli spettacoli, e tra i poliziani si possono trovare compositori, registi, musicisti… I poliziani più interessanti sono quelli che lavorano dietro le quinte degli spettacoli del Cantiere, e oggi vorrei parlare di loro. Partirei da Magdalena, la ragazza della biglietteria: semplice, accogliente e sempre con il sorriso; per poi passare a Lavinia: elegante, fine e rassicurante.

Se devo essere sincera, mi sono sempre chiesta il motivo per cui si chiamasse Cantiere. Forse adesso l’ho capito, ma non so se sia solo il mio pensiero. È un po’ come se a Montepulciano si costruisse l’arte: in ogni angolo del nostro paesino suona un violino, un pianoforte, con melodie uniche.

Credo che per lavorare in questo settore e coordinare un grande evento si debba essere una buona squadra, come una grande famiglia. Un ciurma in cui regna la complicità, in cui si ride, si scherza e ci si prende sul serio quanto basta. Ecco una ricetta per la buona riuscita di tutto questo (capito, Marta? Ricordatelo per il futuro!). Mi auguro di incontrare tante famiglie e capire a quale appartenere, chissà che a questo Cantiere non trovi la colonna sonora della mia vita!

Ore 21:00 – Il teatro inizia a riempirsi, e io non potevo che essere presente. Anche se ho già finito il mio turno, amo troppo il teatro per mancare a un evento come questo. In mezzo al pubblico che assiste a “ Le sette ultime parole di Cristo ”, scrivo quel che mi passa per la testa, e quello che l’arte mi trasmette.

Violini e violoncelli incoronano un volto scuro di pelle, un volto meraviglioso. La musica accompagna tutti i problemi di questo mondo, e il volto malinconico nello schermo guarda il pubblico, il responsabile di questo misero mondo. La madre di Cristo è stata sostituita da una donna moderna con indosso degli occhiali, sul led di fianco a lui un uomo con un tablet in mano rappresenta il mondo odierno. Si parla di tutto, di grandi temi come la speranza, e dell’importanza di recuperare il tempo nell’epoca di internet.

Diario #3

Ore 15:20 – Una sala verde ben illuminata, un pianoforte e un violoncello, file e file di sedie. Sono seduta nell’ultima fila, da sola con il musicista. Lui non sembra dire nulla, o quasi. A parte la tipica frase: c’è dell’acqua? Mi accoglie con una sviolinata. In termini di musica, chiaramente.
Tutto nella sala di Palazzo Ricci è così armonico e naturale. Ci siamo soltanto io e il musicista in mezzo a questa sala.

Li ho osservati in questi giorni, i musicisti. Personaggi bizzarri, un po’ narcisi, decisi e sicuri di sé. Credo che in parte il loro carattere sia giustificato dalla capacità di produrre qualcosa di così meraviglioso, qualcosa che per la maggior parte dipende da loro. La musica non è naturale, anche se si genera dal tutto: è un meccanismo complesso, inspiegabile.

Il musicista inizia a suonare. Le mani magre e rovinate dalla corda incantano. Quanto più la musica aumenta, quanto più io scrivo veloce, velocissimo, troppo veloce. Mi rivolge uno sguardo severo. Ma tanto da questa stanza la musica arriva ovunque, no?


Il diario di Marta continua nell’ebook gratuito “Apprendista Cantierista” disponibile per tutti i nostri lettori affezionati!

Potete scaricarlo all’interno della piattaforma Patreon, nella sezione dedicata al magazine: la pubblicazione è gratuita ed è ottimizzata per l’esperienza da smarpthone e tablet.

Se avete difficoltà a scaricarlo o avete bisogno di formati alternativi al Pdf, contattateci alla mail: redazione@lavaldichiana.it


(Photo credits © Irene Trancossi)

Nessun commento su Apprendista Cantierista: diario di bordo

Il Borgo dei Libri: interviste agli autori

“Borgo dei Libri” a Torrita di Siena è stata una piacevole sorpresa: un’occasione di confronto e di respiro. Il centro storico di Torrita si è riempito di librai, di sole…

“Borgo dei Libri” a Torrita di Siena è stata una piacevole sorpresa: un’occasione di confronto e di respiro. Il centro storico di Torrita si è riempito di librai, di sole e di eventi focalizzati a valorizzare l’operato di case editrici, autori e istituzioni culturali locali. Il tratto d’unione tra le esperienze presentate a borgo dei libri c’è sicuramente l’aspetto narrativo legato al mistero: gialli, thriller, romanzi d’avventura a intreccio, noir. Questi i “generi” cardine di Borgo dei Libri che hanno trasformato il selciato torritese in un percorso gotico, riscaldato comunque da bellissime giornate assolate.

Ho avuto l’opportunità di frugare tra i prodotti esposti dai librai e di portarmi a casa libri fantasmagorici: una “Medusa degli Italiani” del 1947 – diretta da Elio Vittorini – contenente “Il Sole del Sabato” di Marino Moretti, un’edizione di “America” di Kafka, sempre in collana Medusa, in più tre BUR “quadrati” degli anni cinquanta e una splendida edizione de “Lo Specchio Mondadori”, che credevo introvabile, contenente la raccolta di poesie “Il Disperso” di Maurizio Cucchi, del 1976. Questi acquisti mi hanno letteralmente esaltato: l’opportunità, poi, di incontrare dieci degli autori presenti alla manifestazione mi ha fatto scoprire una rete di autori più o meno locali estremamente attiva e produttiva, consapevole e acuta. Autori di gialli, di thriller e di approfondimenti piacevolmente interessante.

Se pensiamo che la manifestazione è solo alla sua terza edizione, non si può che sperare in bene. Maggio è il mese della lettura a livello nazionale: giusto una settimana fa si concludeva la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, con un afflusso record di visitatori. La Valdichiana, e Torrita di Siena, possono trovare, in questa fiera, l’opportunità per far coadiuvare le realtà bibliofile e letterarie del territorio verso un ambizioso progetto di divulgazione culturale. La Toscana, regione che di tradizione letteraria ne ha da vendere, manca di un evento letterario che sia egemonico (come la già citata fiera di Torino, ma come stanno crescendo a Milano, Bologna, Roma e Napoli) che sia rappresentativo a livello nazionale. Cose come Il Borgo dei Libri non possono che fare bene.

Sono intervenuti, nel salottino allestito da La Valdichiana a Borgo dei Libri: David Valori,  Simona Polimene, Emiliano Bianchi, Ciro Pinto, Simone Signorini, Raffaella Micheli, Luigi Picchi, Marina Berti, Danil, Gianni Monico e Marco Fusi.

Nessun commento su Il Borgo dei Libri: interviste agli autori

Storie di Contrada – Bravìo delle Botti

L’ultima domenica di Agosto si svolge a Montepulciano il tradizionale “Bravio delle Botti”, rievocazione storica di una sfida tra le otto contrade cittadine. Le botti, dal peso di circa 80…

L’ultima domenica di Agosto si svolge a Montepulciano il tradizionale “Bravio delle Botti”, rievocazione storica di una sfida tra le otto contrade cittadine. Le botti, dal peso di circa 80 kg ciascuna, vengono fatte rotolare da due “spingitori” per ciascuna contrada, lungo il percorso in salita di circa 1800 metri che si snoda tra le suggestive vie del centro storico della città poliziana fino all’arrivo situato sul sagrato del Duomo in Piazza Grande.

La storia delle contrade poliziane si può far risalire alla fine del XIV secolo; avevano un ruolo di controllo e amministrativo e suddividevano il territorio cittadino in: Cagnano, Collazzi, Coste, Gracciano, Poggiolo, San Donato, Talosa e Voltaia. Ogni contrada aveva una sua “Societas” con un capo denominato “Rettore” che le rappresentava nelle occasioni solenni. Con il recupero della tradizione del Bravìo delle Botti nel 1974, le contrade di Montepulciano sono tornate a nuova vita associativa.

Nel corso degli ultimi quarant’anni le contrade di Montepulciano hanno vissuto diverse vicissitudini: personaggi, storie, scontri e amicizie che hanno gettato le basi per una comunità vivace e fiorente. Nel corso degli speciali documentari “Storie di Contrada”, realizzati assieme all’emittente televisiva Tele Idea, siamo andati alla scoperta dei protagonisti dell’epoca e dei contradaioli di oggi, cercando di ricostruire i ricordi del passato e la vita del presente, fino alle aspettative per il futuro. Buona visione!

 

Nessun commento su Storie di Contrada – Bravìo delle Botti

Vi racconto il mio ultimo viaggio in Messico

Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia,…

Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia, al verde-acqua o azzurro tenue del nostro bel mare.

Quando ho messo piede in Messico, invece, ho avuto una sensazione diversa. Un paese dai colori luminosi, accesi, mai tenui, capaci di attirare il viandante nel fascino della bellezza. Una bellezza che vorrei cercare di trasmettervi.

Scrivere racconti e articoli di viaggio è facile: il tuo corpo e la tua mente sono carichi di emozioni, suoni e immagini, e senza rendertene conto li hai fatti tuoi, ti sono entrati dentro ancora prima che tu abbia avuto tempo di rifletterci su. Il difficile sta nell’organizzarli, in seguito, e raccontarli in forma ordinata; il dramma sta nel scegliere un ricordo piuttosto che un altro. Devi tenere conto, fin da subito, che non riuscirai a parlare di tutto. Il Messico, poi, è un paese che non ti lascia andare, ti afferra, con le sue mani fatte di spezie e mercati, e che tanto avrebbe da dire.

Tre viaggi mi hanno arricchito nella “terra del mais”, come ogni tanto è chiamata questa Nazione. Un mese on the road nel 2012, tre mesi di ricerca etnografica in un municipio nello Stato di Puebla nel 2013, venti amabili giorni spesi a metà per impegni accademici e per vacanza nel 2014.

Per ben due di questi viaggi ho avuto la fortuna di partecipare al grito de independencia, celebrazione dell’indipendenza messicana, dove patriottismo e onor messicano si incontrano per le strade di ogni angolo, di ogni città, municipio, pueblito del Paese. Cosa dire di questa festa? Badate bene che si tratta di me che racconta, viaggiatrice e studiosa con la sua opinione, non di una verità assoluta, ossia nulla ch’io pretenda di possedere. La prima cosa che ho notato: i messicani amano la loro terra. La amano così tanto che quando un Governo non riesce a governare come dovrebbe, si sente ancora l’eco della revolución campesina. Per Città del Messico le manifestazioni sono all’ordine del giorno; la polizia, massicciamente spiegata con mitra e caschi antisommossa, si stanzia giornalmente lungo le vie del centro. Il Messico, in poche parole, è un paese che lotta. E quando arriva il momento del grito, si incontrano per la strada coloro che incarnano la voce del popolo, e coloro che si sentono al sicuro sotto le attività di repressione governative.

Messico

 Foto di Valeria Luongo

Festeggiare il grito è diverso a seconda del luogo: l’anno scorso ero a Cuetzalan del Progreso, municipio sulle pendici di una montagna nello Stato di Puebla; quest’anno ho partecipato ai preparativi nella piazza centrale (zócalo) di Città del Messico, e ai festeggiamenti su un’isola del Quintana Roo, Isla Holbox.

Tre diversissime tipologie: 1) Cuetzalan era un’allegra festa di paese, con banchetti di strada, fuochi d’artificio e rito dei voladores (cuetzaltechi che piroettano i loro corpi agganciati a una fune dalla cima di un palo di circa 30 metri); 2) Nello Zócalo di Città del Messico avevano eretto imponenti strutture celebrative, dove hanno avuto luogo virtuosismi militari in omaggio alle forze dell’ordine governative; 3) a Isla Holbox, meta turistica di giovani europei, la celebrazione si trovava a metà tra la rivisitazione di un mondo messicano dell’immaginario, fatto di asini e sombreri, e musica dance contemporanea.

Elemento comune: la gente. Numerosa, festaiola, carica di vita.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

La mia esperienza, la mia storia di viaggio, si svolge però principalmente nel luogo magico che è Cuetzalan del Progreso, nella quale ho vissuto le gioie e i dolori dell’investigazione di campo.

Tornare dove hai fatto ricerca è emozione pura. Si tratta del luogo dove sei stato accolto come un figlio, nel quale sei entrato a far parte del tessuto sociale e allo stesso tempo ne sei rimasto fuori; è il posto dove ti è rimasta la sensazione di trovare una situazione familiare, senza più l’ansia della ricerca, e dell’estraneità del luogo.

Ripercorrere, quindi, quelle strade, incrociare di nuovo gli stessi sguardi, ha toccato punti profondi del mio essere lì.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

Nuovamente ho visto queste meravigliose donne indigene che a settanta e passa anni camminano scalze per la strada, il fascio di legna legato alla fronte, belle e forti con la grazia della natura dipinta addosso. E via, così, per chilometri da Cuetzalan alle comunità che si trovano nel circondario, luoghi privilegiati per chi ci vive e, ovviamente, per chi sa dove siano. Santiago Yancuitlalpan è la mia preferita, a venti minuti di camioneta da Cuetzalan. Lì, in una capanna, si trova Panchita, circondata dalla sua famiglia. Ha 76 anni, e una treccia bianca che le arriva ai piedi, e ogni volta che i suoi occhi incrociano i miei sento un irresistibile desiderio di sorriderle. Una grande gioia nell’accoglierci all’ingresso, dopo quattro mesi di visite ogni settimana e di chiacchiere sotto la pioggia. Sedendomi sulla stessa sedia dove mi ero seduta tante volte, offrendoci lo stesso caffè, non poteva non tornare alla memoria la sfilza di lunghi pomeriggi trascorsi insieme. L’anno prima mi aveva accolto nella sua casa di legno, calce e terra, offrendomi cibo e comodità, lasciandomi rilassare su una sedia di paglia mentre la osservavo cuocere la tortilla nel focolare.

Alle volte ci dimentichiamo di quanto sia la semplicità la forma più perfetta del donare agli altri. Le parole per descrivere quella situazione sono tre: Accogliere, sorriso, sguardo. Il risultato è che non puoi andartene via senza una gioia in più all’interno di te stesso.

Terminando il mio racconto, questa la conclusione che mi appresto a dare: il Messico non è quello che traspare attraverso il turismo o le notizie giunte con i media. Il Messico, quello vero, almeno attraverso i miei occhi è fatto così.

Nessun commento su Vi racconto il mio ultimo viaggio in Messico

Torrita Blues, le emozioni di una serata con Lucky Peterson

La nostra lettrice Roberta Pellegrini ci invia un bel racconto sulla serata del Torrita Blues con l’emozionante esibizione di Lucky Peterson: E pensare che non volevo uscire… In questo venerdì…

La nostra lettrice Roberta Pellegrini ci invia un bel racconto sulla serata del Torrita Blues con l’emozionante esibizione di Lucky Peterson:

E pensare che non volevo uscire…
In questo venerdì di inizio estate che ancora estate non è…
A Torrita c’è la seconda serata del festival blues, piazza Matteotti trasformata in un suggestivo palcoscenico tra note, musica, birra e luci,trasmette tutto il suo fascino.

A un certo punto noto, davanti alla porta del comune, una sedia, un cappello, un camicione bianco, due scarpe nere a punta che neanche nei negozi vintage si trovano, la testa reclinata in avanti, il volto nascosto sotto la tesa del cappello. Ogni tanto la testa si alza, accende una sigaretta. Tira tre, quattro tiri e magicamente torna a nascondersi sotto il cappello. Ogni tanto qualcuno gli fa visita per accertarne l’esistenza. Ogni tanto qualcuno gli porta da bere. Ogni tanto, tra un riposino e un altro, batte il tempo con le buffe scarpe a punta.

La curiosità, per una profana di musica blues, di sapere chi è quel personaggio è tanta. E così conosco il cappello di Lucky Peterson, unica tappa italiana il Torrita Blues: un veterano del Blues, un grande musicista,un mito insomma. Il mito che non ha pranzato, non ha dormito di pomeriggio, non ha fatto cena, che ha già ordinato quattro pizze per mezzanotte e che dormicchia sotto il cappello mentre sul palco suona un’altra band.

Lucky PetersonIl presidente Luca Romani annuncia l’entrata della sua band ed ecco che dopo un brano introduttivo, l’omino relegato sulla sedia si trasforma in una forza della natura, sale sul palco, appoggia le sue mani nella tastiera ed esplodono note, suoni, musica, entusiasmo e magia pura. L’omino che dormiva alla porta del comune prende la sua chitarra rossa e cantando e suonando scende dal palco e s’immerge tra il pubblico in un vero bagno di folla, percorre la piazza, si ferma al bar di Alberto, ordina una birra, la beve, tre tiri di sigaretta e la ola prosegue.

Tanta è la magia che non si capisce dove inizia la sua voce e dove finisce la sua chitarra rossa, contornato da un esercito di scatti, di gente che balla, di adrenalina pura. È in quell’atmosfera in attesa di una serata d’inizio estate che il mio occhio li ha incontrati, lui e la sua chitarra. Sei veramente un mito Lucky Peterson, te lo dice una profana del blues che ha gioito, ballato, cantato e goduto della tua arte.
Pellegrini Roberta

1 commento su Torrita Blues, le emozioni di una serata con Lucky Peterson

Atlantidump, il continente di plastica – Secondo capitolo

Atlantidump: secondo capitolo. Il diario di viaggio di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Un romanzo a puntate a cura di Alessio Banini.

Vi presentiamo in esclusiva il racconto a puntate “Atlantidump”, la cronaca umoristica delle avventure di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Come un moderno Gulliver, Leopoldo visiterà un paese sconosciuto e i suoi strambi abitanti, che hanno dato vita a una società basata interamente sulla plastica. Tra comicità surreale e satira sociale, il racconto di Alessio Banini ci accompagnerà per tutto l’autunno!

Ecco a voi il secondo capitolo di Atlantidump e una breve premessa: Great Pacific Garbace Patch!

Per acquistare la versione ebook, riveduta e corretta, visitate il nostro shop: ATLANTIDUMP

Atlantidump, il continente di plastica – Secondo capitolo

Quando c’è una lingua comune, tra sconosciuti, è più facile capirsi e superare le differenze. Lo ammetto: se sono tornato a casa sano e salvo, forse è merito della mia capacità di comunicare con quelle creature. Il fatto che Trashy parlasse la lingua inglese mi ridonò subito la speranza di salvezza. Inoltre, la sua parte femminile era un’ottima distrazione da quell’isola di plastica.

Durante il cammino, ebbi modo di fare la sua conoscenza e di ricevere spiegazioni sul posto in cui ero capitato.
Trashy mi spiegò che quello non era soltanto un ammasso di rifiuti, nè una discarica galleggiante, bensì un paese vero e proprio. Un’isola che non appariva nelle nostre mappe geografiche ma che si trovava nel bel mezzo del Pacifico da più di un secolo. Gli abitanti la chiamavano Atlantidump, ed era grande più o meno quanto l’Europa. Più che un’isola, insomma, era un continente: il sesto continente.

Quando sono tornato a casa, alcuni amici mi hanno fatto notare che Atlantidump possa essere stata alla base delle leggende su Atlantide dell’epoca classica e dei racconti fantastici. In realtà, suppongo che valga il contrario: ovvero che gli abitanti di Atlantidump abbiano scelto questo nome in onore di Atlantide. Anzi, a sentir parlare i tritoni più anziani, forse si tratta proprio degli stessi abitanti che si sono trasferiti sull’isola di rifiuti dopo l’inabissamento della loro patria.

Comunque sia, questo non è il luogo per tali dissertazioni. Forse il lettore sarà più interessato alle mie disavventure sull’isola piuttosto che agli usi e costumi del popolo di Atlantidump; tuttavia, ho scritto il resoconto del mio viaggio per diffondere informazioni su questo continente sconosciuto, e sovente dovrò fermarmi a illustrare i risultati delle mie scoperte.

L’isola di Atlantidump occupa una superficie di circa 300.000 kilometri quadrati. Stando ai miei calcoli, si trova al largo della California, a nord delle isole Hawaii. Come ho già detto, è una massa di rifiuti galleggianti, compressi tra di loro in modo da formare una piattaforma stabile di circa due metri d’altezza. Non mancano colline, montagne, fiumi e pianure. Plastica e immondizia sostituiscono la consueta terra a cui siamo abituati. Trashy dice che ci sia anche un vulcano, all’estremità nord, che spara in cielo un liquido nerastro simile al petrolio; ma non ho mai avuto modo di recarmi così lontano dalla capitale e non posso prendere per vera ogni parola della mia amica, che non si è mai dimostrata la creatura più saggia del suo paese.

Gli abitanti si dividono in tre grandi specie: i pinguini, le sirene e i tritoni. Le ultime indagini demografiche del regno dicono che i pinguini sono poco più di un milione; sirene e tritoni sono in numero lievemente inferiore. Ci sono anche altre specie, anche se meno diffuse: le tartarughe marine, i gabbiani e i cavallucci marini. In totale la popolazione di Atlantidump si aggira sui tre milioni e mezzo. Non ho visto nessun essere umano assieme a loro; anzi, stando alle parole di Trashy, sono stato il primo e unico umano a mettere piede su Atlantidump. Tuttavia, non ero il membro di una specie a loro ignota.
“Uno sprecone, tu sei uno sprecone.” mi disse la sirena, punzecchiandomi con il forchettone.
“Sono un uomo!”
“Un uomo?”
“Sì. È la mia specie. Tu sei una sirena, io un essere umano.”
“Tu sei uno di quegli spreconi. Quelli che vivono fuori Atlantidump.” ripetè lei, continuando a punzecchiarmi.
“Ma perchè sprecone? E basta con questa forchetta!”
Lei si ritrasse, con una smorfia. Poi si mise a punzecchiare le bottiglie di plastica lungo la strada.
“Perchè voi buttate tutta questa ricchezza e la date a noi. Voi siete spreconi, noi siamo ricchi.”

Non ci fu modo di farle cambiare idea. Neppure ai suoi simili. Per tutti gli abitanti di Atlantidump noi eravamo gli spreconi, non gli uomini. Anche nei registri storici e nei manuali geografici del regno, eravamo sempre chiamati in questa maniera.
E non è l’unica particolarità linguistica che ho scoperto, vivendo assieme a loro. Per esempio, utilizzano il termine “marca” al posto di quello di “specie”. Non dicono che le sirene siano una specie vivente, bensì una marca.
Ma queste sono sottigliezze linguistiche che potrebbero annoiare il lettore, e che preferisco rimandare a una successiva raccolta di curiosità locali.

atlantidump-4

Mentre Trashy mi accompagnava nella capitale di Atlantidump, mi ricordai finalmente degli oggetti che mi ero portato dietro. Dapprima mi ero dimenticato di controllare le tasche, per la sorpresa di ciò che mi era accaduto; tuttavia, tra una duna di immondizia e un ponte di copertoni su un fiume limaccioso, mi misi a controllare ciò che avevo.
Nel portafoglio c’erano le carte di credito e venti dollari, oltre ai documenti bagnati. Nella tasca dei pantaloni c’era l’orologio, che fortunatamente funzionava ancora; in quella della giacca, invece, c’era il cellulare. Purtroppo aveva preso troppa acqua e non si accendeva più. La mazza da golf era sparita, risucchiata dalle profondità dell’oceano.
Mi infuriai, perchè avevo perso di vista i miei amici per recuperare quegli oggetti, e adesso mi erano inutili. Gettai il cellulare tra i rifiuti, imprecando.

A quel gesto, Trashy spalancò gli occhi per la sorpresa. Sembrava sul punto di darmi un ceffone.
“Ma sei scemo?”
“Perchè?”
“Butti via così tutta quella ricchezza?”
La sirena strisciò verso il cellulare e lo infilzò col suo forchettone. Quindi se lo rigirò tra le mani, con gli occhi luccicanti.
“Guarda quanta plastica! Ottima qualità!”
“Ormai è rotto.”
“Mi potrò comprare un nuovo costume!”
Non riuscivo a capire quella sirena, che continuava a ribadire di avere un tesoro tra le mani. Trashy mi spiegò che era una riciclatrice, ovvero una di quelle sirene che pattugliavano le spiaggie alla ricerca di nuovi rifiuti portati dalle acque, da rivendere alle industrie dei pinguini.

Quello che non ho ancora chiarito, mi pare, è che Atlantidump sia formata interamente dai rifiuti della nostra società. È un ammasso di tutta l’immondizia e tutta la plastica prodotta negli ultimi decenni dai nostri paesi e gettati nelle acque. Gli abitanti di Atlantidump hanno colonizzato questo continente ed eletto a propria patria. I nuovi rifiuti portati dalla corrente oceanica vengono utilizzati dalla loro società come forma di ricchezza e sono tenuti in gran conto, al pari delle nostre banconote.

Gli abitanti non si limitano a riciclare le merci ancora utili che a volte gettiamo via: considerano la plastica in maniera simile alla nostra terra, e trovano sempre nuovi modi di utilizzarla. A questo scopo produttivo sono delegati i pinguini, di cui vi parlerò dopo in maniera più approfondita, mentre le sirene come Trashy sono impegnate nella raccolta. Ma ci sono anche altre sirene che si affollano attorno al palazzo reale e sgomitano per diventare la nuova favorita del sovrano: non ho ancora capito perché Trashy non fosse interessata alla vita di corte, né perché preferisse cercare rifiuti sulla spiaggia.
“Non mi piace quella vita là.” mi disse, scrollando le spalle.
“Perchè?”
“È come se fosse un’altra marca. Io preferisco la plastica. Voi la sprecate, ma qui è un tesoro.”
Anche le altre sirene tenevano in gran conto la plastica, considerata la fonte di ogni ricchezza di Atlantidump. Tuttavia, non disdegnavano il potere, proprio come succede nei nostri paesi, e utilizzavano ogni mezzo per trovarsi un posto nel governo reale.

Nonostante tutte le diffidenze nei confronti di Trashy, devo ammettere che questo è uno dei motivi per cui l’ho sempre considerata un’amica: non mi è mai sembrata interessata a utilizzarmi come un mezzo per fasi strada nella corte reale. Non è un elemento da sottovalutare: io ero il primo sprecone che fosse mai apparso su Atlantidump, il membro di una specie aliena. E non mi hanno messo in uno zoo, né in un istituto di ricerca: mi hanno fatto vivere assieme a loro, come un loro pari. Per questo devo ringraziare Trashy.

2 commenti su Atlantidump, il continente di plastica – Secondo capitolo

Atlantidump, il continente di plastica – Primo capitolo

Atlantidump: il diario di viaggio di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Un romanzo a puntate di Alessio Banini, in esclusiva autunnale.

Vi presentiamo in esclusiva il racconto a puntate “Atlantidump”, la cronaca umoristica delle avventure di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Come un moderno Gulliver, Leopoldo visiterà un paese sconosciuto e i suoi strambi abitanti, che hanno dato vita a una società basata interamente sulla plastica. Tra comicità surreale e satira sociale, il racconto di Alessio Banini ci accompagnerà per tutto l’autunno!

Ecco a voi il primo capitolo di Atlantidump e una breve premessa: Great Pacific Garbace Patch! Buona lettura!

Per acquistare la versione ebook, riveduta e corretta, visitate il nostro shop: ATLANTIDUMP

Atlantidump, il continente di plastica – Primo capitolo

Quando mi misi in viaggio, quella mattina, non sapevo ancora che avrei vissuto un’esperienza memorabile, degna delle avventure dei marinai del seicento. Un’esperienza capace di cambiare il nostro modo di vedere il mondo e di mettere in dubbio le nostre certezze. Un’esperienza talmente incredibile che non può essere dimenticata, o relegata alle curiosità delle riviste scandalistiche; per questo motivo, ho ritenuto necessaria la stesura di un resoconto di viaggio, in modo da informare correttamente i miei concittadini e di fornire agli accademici e ai governanti degli utili strumenti per impostare una rotta migliore al nostro futuro.

Ma andiamo con ordine: mi chiamo Leopoldo Galvani, e sono un italoamericano. Italiano da parte di madre, statunitense da parte di padre. Non sono un navigatore, anche se questa è la storia di un viaggio per mare. Mi limito a lavorare nell’azienda di famiglia, un istituto finanziario di Los Angeles che si occupa di derivati nel settore petrolifero.
Per le vacanze pasquali mi recai a San Francisco, assieme a un gruppo di amici che preferisco non citare per motivi di privacy. Dopo la Pasqua, decidemmo di utilizzare il mio yacht di famiglia per fare una visita alle Hawaii, rimandando il rientro a casa. Salpammo il 9 aprile 2010: avevamo provviste a sufficienza e le giuste conoscenze nautiche per affrontare la traversata oceanica.
Il giorno successivo cominciammo a seguire una rotta diversa da quelle consigliate, poiché volevamo goderci la solitudine del pacifico; ci trovammo così a nord delle Hawaii, al largo da altre imbarcazioni o ricognitori aerei.
Quella notte, tuttavia, colpimmo uno scoglio con lo scafo. Per amor di verità, non si trattava di uno scoglio. Era molle, piuttosto che solido, e si distrusse nell’impatto. Tenendo conto degli avvenimenti successivi, sono portato a credere che fosse un ammasso compatto di rifiuti.
Comunque sia, quella notte non ci fu modo di comprendere appieno la natura dell’ostacolo. Lo scafo si sfondò e cominciò a imbarcare acqua. I miei amici si rifugiarono sulla scialuppa di salvataggio e si allontanarono. Io mi attardai a prendere le mie cose: il portafoglio, il cellulare, lo zaino, l’orologio e la mia cara mazza da golf.
Quando tornai sulla tolda, la barca si inclinò su di un fianco e cominciò ad affondare. Venni scaraventato in acqua. Mi tenni aggrappato alle mie cose, cercando di nuotare verso la scialuppa. Non la vidi da nessuna parte. Urlai.
Era notte, era buio. C’era solo l’oceano attorno alla mia barca che si inabissava. L’oceano, e alcune bottiglie di plastica che galleggiavano attorno a me.

atlantidump

Non ricordo molto della notte passata in acqua, a dir la verità. Ricordo di essermi aggrappato a qualcosa, in balia della corrente, solo e sperduto. Ho rischiato di morire affogato.
Ma la mattina successiva mi sono svegliato sulla terraferma. Lo sentii subito, appena aprii gli occhi. Non stavo galleggiando, non stavo affondando. E non stavo morendo! Il sole mi splendeva sulla faccia, la terra sotto di me era solida e compatta. Ero vivo!

Solo chi ha rischiato di morire in mare può comprendere appieno la felicità del mio risveglio. Solo chi ha passato una notte nel bel mezzo dell’oceano, di fronte all’immensità di quella massa d’acqua. Ero vivo, ed ero felice. Mi tirai su e mi misi a baciare il terreno, tra le lacrime.
Ma subito mi ritrassi, sconvolto. Non c’era la sabbia di una spiaggia, sotto di me, bensì una massa confusa di bottiglie di plastica, rifiuti e sacchetti della spazzatura. Mi ripulii le labbra e sputai a lungo, schifato. Non riuscivo a credere ai miei occhi. La spiaggia era sommersa di rifiuti! C’erano buste, suole di scarpe, siringhe, spazzolini da denti e quant’altro. La spiaggia sembrava formata interamente dall’ammasso di quei rifiuti.

Da una parte stava l’oceano, placido e immobile. Io ero seduto su un’isola galleggiante formata da plastica e immondizia, che si estendeva a perdita d’occhio. Una distesa compatta di rifiuti, fino all’orizzonte. Altro che spiagge caraibiche e paradisi naturali! Credevo di essermi salvato, e invece mi ero risvegliato in un luogo da incubo.
Scavai con le mani, cercando di capire. Gettai via le bottiglie vuote, i resti degli elettrodomestici, i sacchi pieni di cartacce e i pannolini. Dopo un paio di metri di scavo, trovai l’acqua dell’oceano. Non c’erano più dubbi: non era un’isola coperta di rifiuti, bensì una discarica galleggiante. Un’isola di plastica!

Ora capirete perchè proprio io, così estraneo alla letteratura, abbia deciso di narrare questa storia. Mi sono trovato di fronte a un’esperienza unica, che i miei concittadini dovevano conoscere. Quest’isola non può rimanere nascosta nel Pacifico: il mondo deve sapere.
Quando i miei amici mi hanno chiesto se non fossi stato vittima di un’allucinazione, dopo il mio ritorno a casa, ho mostrato loro le prove. E le mostrerò anche a voi, assieme al mio resoconto di viaggio.

Ma andiamo con ordine. Mi misi a battere i pugni a terra, maledicendo la mia sfortuna e tutte le divinità del creato. Mi ferii con un ferro sporgente, e imprecai ancora di più. Urlai verso il mare alla ricerca di aiuto. Non apparve nessuno. La sera prima stavo navigando al largo delle consuete rotte commerciali, pertanto supposi che quell’isola dovette trovarsi in un punto sperduto del Pacifico. Rischiavo di morire lì, circondato dalla plastica.

Dopo pochi minuti, però, uno figura spuntò in fondo alla spiaggia. Dapprima la scambiai per un pesce o per qualche strano animale. Poi ne riconobbi le forme umanoidi, e mi tranquillizzai. Le corsi incontro, felice di trovarmi di fronte a un mio simile che avrebbe potuto spiegarmi il senso di quell’isola e aiutarmi a tornare a casa.
Quando fui abbastanza vicino, però, la mia felicità si tramutò in stupore. La figura non era quella di una ragazza umana, bensì quella di una sirena.

Una sirena in carne e ossa, amici miei. Anche se non ci crederete, alla fine del resoconto vi fornirò tutte le informazioni necessarie e le coordinate navali per verificare la mia storia con i vostri stessi occhi.
Quella che mi giunse davanti era una sirena, dal corpo snello e longilineo, con la pelle rosa e il seno prosperoso. Dalla cintola in su, era un splendida ragazza, con tutte le forme al posto giusto e dei lunghi capelli rossi legati in una coda. Indossava una collana di palline colorate di plastica e un reggiseno di stracci rattoppati. La parte sotto la cintura, invece, era quella di un pesce, viscida e squamosa, che terminava con una pinna. La sirena era alta quasi un metro e mezzo; a volte strisciava con la parte inferiore del corpo, in maniera simile ai serpenti; altre volte si dava la spinta con la pinna e saltellava sui cumuli di rifiuti, con grande agilità. In mano teneva un forchettone lungo più di un metro, con cui spostava i rifiuti dal percorso e apriva i sacchi di immondizia.

Quando mi si parò davanti, la sirena parve sorpresa quanto me. Io le fissai il seno, pensando a cosa dire. Lei mi anticipò:
“E tu che marca di pesce saresti?”
Io mi grattai la testa, perplesso. Perlomeno, la sirena aveva parlato in inglese. Nonostante la stranezza di quella situazione, avevo modo di comunicare con quella forma di vita così diversa da me.
“Sono naufragato qui, stanotte. Vengo dalla California.”
La sirena emise un grugnito soffocato, che non riuscii a interpretare. Quindi mi punzecchiò con il suo forchettone. Io feci una smorfia, ma sopportai l’esame con dignità.
“Sembri proprio uno sprecone. Sì, sì, uno sprecone.”
“In realtà, mi chiamo Leopoldo.”
“Io sono Trashy. Vieni con me.”
“Piacere di fare la tua conoscenza, Trashy.”
Lei non rispose. Mi fece cenno di seguirla verso l’interno dell’isola. Io rimasi immobile per un po’, interdetto, mentre la sirena saltellava sulla pinna. Poi mi decisi a seguirla.

5 commenti su Atlantidump, il continente di plastica – Primo capitolo

Inchiostro sulla pelle – Ultimo capitolo

Eccoci giunti al sesto e ultimo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Se…

Eccoci giunti al sesto e ultimo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Se avete già letto lo scorso capitolo, preparatevi al gran finale!

mattina…(19)
Seduto di fronte ad una tela bianca,
Aveva pensato di dipingerla.
Aveva nella sua testa l’ immagine del suo volto pulito che sorrideva distratto mentre lo guardava negli occhi.
Non aveva mai dipinto una donna dopo averla vista una sola volta, ma con lei le sue “abitudini” non erano mai state rispettate.
Prese il pennello,
i colori erano a destra, sopra un mobile di legno.
Si immerse nel nero per tracciarle il profilo.
Appoggiò piano la punta intrisa di colore sulla tela e… si bloccò.
Con la mano e lo sguardo perso dentro tutto quel bianco.
Non ci riusciva.
Era la prima volta che gli capitava di non sapere come raffigurare qualcuno.
Si sentì indifeso.
Si staccò.
Rimase per un po’ immobile di fronte alla sua bianca disarmante tela bianca.
Solo un punto nero.
Quando le palpebre ripresero a muoversi spostò lo sguardo, posò il pennello e lasciò la stanza.
Si chiuse forte la porta sotto l’assordante pesantezza di un insignificante puntino nero che sembrava fissarlo.
Lasciò passare qualche giorno, poi la porta si riaprì.
Entrò lui con uno specchio tra le mani e la faccia concentrata.
Prese la tela.
Con un grande sospiro la sollevò e la posò per terra.
Si guardò dietro, lo specchio.
Con dolcezza lo sistemò sopra il cavalletto, prese una sedia e si mise di fronte.
Fermo.
Eccola.
Il miglior dipinto che avesse mai fatto.
Nessun colore, nessuna sfumatura avrebbe reso giustizia all’immagine che aveva di lei nella sua mente.
Così stette per ore a fissarsi, o meglio, a fissarla.
In quel riflesso non vedeva se stesso ,ma lei, lei nella sua semplicità, nella sua risata, nei suoi occhi lucidi.
Puntava oltre, tentava di guardarsi dentro, nel profondo, dove non aveva mai visto prima.
Aspettava.
Aspettava che quello specchio prendesse vita, aspettava di vederla farsi realtà…
Senza fretta, con il sorriso di chi vede nella sua immagine quella di qualcun altro, rimase lì.
Soddisfatto.
Sicuro che dentro di se l’immagine di lei non sarebbe mai cambiata.

“non ci sarà mai una fine!”(20)
Era questa l’unica risposta certa alle mille domande che le divoravano la testa.
Passeranno i giorni, i mesi e poi anni, ma tra loro non ci sarebbe mai stato un punto. Il punto non aveva mai fatto parte di loro.
Avrebbero continuato a vivere ognuno la propria vita, avrebbero amato di nuovo e sofferto ancora per qualcun’altro.
Visto posti diversi, assaggiato il sapore di altre persone, si sarebbero persi dentro altre risate e avrebbero fatto finta di dimenticarsi l’un l’altro, credendo di non aver perso niente, di essere andati avanti mangiando le loro emozioni.
Ma come il mare allo scoglio sarebbero sempre tornati a scontrarsi, magari inconsciamente, ma l’avrebbero fatto.
Si sarebbero ritrovati ogni giorno, per la strada, nel riflesso di uno specchio, nel colore di una maglietta, nei discordi della gente.
Sarebbero stati quel pensiero che si insinua dolce quando sei distratto, quella punta d’amaro tra una faccenda e l’altra, quel sorriso spontaneo quando, senza sapere come mai, ti ricordi immagini di momenti passati insieme.
Non si sarebbero scissi mai,
non si può dividere due anime che si sono fuse.
Erano stati un libro mai letto, un discorso mai fatto, un amore mai esistito.
Erano stati una parentesi in una dimensione parallela, uno schiaffo alle convenzioni, una fuga dalle banalità.
Erano stati l’ ultima scintilla di un fuoco d’artificio, l’ultimo schiocco di dita di un musicista, la canzone di fine concerto, l’ultimo sguardo malinconico di un uomo che parte e sa di non tornare più.
-non si tratta di vedersi fisicamente, di toccarsi e parlare-
diceva lei,
quello lo lascio alle persone comuni.
Non era un rapporto concreto il loro, non lo era mai stato.
Era stato qualcosa di fluttuante, di sospeso sopra il filo della quotidianità,
sopra a tutte le convenzioni, i giudizi e il buon senso.
Un agganciarsi all’altro dal profondo.
Erano stati silenzi fatti di parole,
sguardi fatti di comprensione.
Erano stati due anime in un solo corpo.
“non ci sarà mai una fine!”
Certi legami non puoi spezzarli.
Era così.
Avevano avuto bisogno di perdersi per capire che si sarebbero rincorsi tutta la vita,
sarebbero stati due linee parallele costrette a sfiorasi in eterno senza mai incontrarsi.

2 commenti su Inchiostro sulla pelle – Ultimo capitolo

Inchiostro sulla pelle – Quinto capitolo

Eccoci giunti al quinto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire,…

Eccoci giunti al quinto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, vi ricordate cos’era successo nel quarto capitolo?

16:04(16)
“È in partenza dal binario 1 il treno diretto…”
Buttò la sigaretta, prese il trolley e salì sul treno.
Era pesante.
Si diresse verso la seconda classe, non le piaceva viaggiare in prima, preferiva stare negli ultimi posti del treno, sperava ci fosse meno gente a cui dover rendere conto anche solo con un saluto.
Non ce la faceva a mettere la valigia nel suo scompartimento, così la pose accanto a sé, tanto come aveva previsto non c’era nessuno accanto a lei.
Fuori era freddo.
Tirava un vento gelido, ma soffiava lento.
Si sedette.
Era solita guardare fuori dal finestrino e lasciare che gli occhi strisciassero stanchi tra una stazione e l’altra.
Era partito.
Si mise comoda e accese l’i-pod.
Temeva di essere assalita dai pensieri, così mise il volume della musica al massimo, sperando di poterli soffocare.
Si sentiva costretta, così aprì poco il finestrino sotto gli occhi minacciosi di una signora qualche posto più giù.
Aveva bisogno d’aria, di respirare il vento freddo, così forte da seccare anche l’ultimo ricordo, l’ultima briciola del loro ultimo discorso.
Stava bene, ma i ricordi le annebbiavano la vista facendole vedere il mondo con altri colori, troppo scuri per lei.
Il vento era amaro.
Meglio così, pensò.
Nella sua testa solo il rumore del mare.
Lo sentiva, era lì nascosto dietro lo scoglio che segretamente la fissava.
La guardava seduta in riva al mare con i piedi sommersi dalla sabbia, i capelli raccolti, e le mani che piano le accarezzavano le gambe.
Erano vicini ma incredibilmente distanti.
Chiuse il finestrino, era diventato troppo gelido anche per lei.
“Come si può diventare estranei in un secondo?” pensò.
Prese la sciarpa.
Si addormentò.

Tra la folla…(17)
La piazza era piena, la musica intrappolava migliaia di volti come fotogrammi appesi alle mura di una vecchia rocca.
Si girava intorno e nei suoi occhi rimanevano riflessi milioni di sguardi, di risate, di sospiri.
Non c’erano note fuori posto, battiti assordanti, era stata risucchiata da un vertice caotico, stava bene.
La musica le riempiva lo stomaco e le faceva vibrare la pelle, luccicare gli occhi rossi dal sale.
Non pensava a niente, era occupata nello scrutare ogni minimo movimento che velocemente si spiegava ai suoi occhi.
Spensierata scopriva di far parte di un momento che l’avrebbe segnata, uno di quei momenti che si sarebbe portata con sé con il sorriso.
La musica si faceva sempre più assordante e la gente accanto a lei sempre più vicina.
Non si discerneva una parola e l’unica via di comunicazione era visiva. Il volume alto impediva di parlare.
Dall’alto sembravano una cosa sola, una massa immane incollata per le mani, ma erano tanto vicini quanto sconosciuti.
Distratta, sovrappensiero si girò, per guardarsi le spalle, improvvisamente, silenzio.
Si bloccò.
D’un tratto intorno a lei scomparve tutto.
La musica si fece abisso e le persone fantasmi.
Era lui, tra milioni di occhi, si erano ri-trovati.
I loro sguardi si incollarono e tutt’intorno sembrò di marmo.
Non più una persona, una spinta, un po’ di birra che ti si versa sulla maglietta.
Isolati nella loro dimensione si impossessarono del tempo.
Erano solo loro due, un’altra volta.
Non sapevano cosa dire, ma forse le parole erano finite.
Rimasero congelati l’ uno nell’altra.
Come in un mondo parallelo dove non esisteva altro che il battito accelerato dei loro respiri.
Sembrò un’ infinità, ma durò poco più di un istante.
Una spinta più forte la colpì.
Distolse lo sguardo.
Si persero.
Di nuovo.
Fu come avere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità nello sguardo.
Non si trovarono più.
Lei non lo cercò e probabilmente nemmeno lui.
Fu strano.
Ma per la seconda volta, anche se per un secondo, ebbero la sensazione di aversi.

Incontro.(18)
Era come correre su un ponte infinito e sapersi aspettare a metà.
Avere la convinzione che fatta metà strada ci sarebbero stati l’ una per l’altro.
Era come sapere che nonostante tutto loro si sarebbero ritagliati la possibilità di credere nel loro incontro.
Credere che non erano stati parole al vento, ma vento leggero fatto di parole vere.
Era un pensiero difficile da affrontare, da somatizzare.
Sarebbe stato come lasciarsi alle spalle tutto per concedersi l’inebriante sensazione di appartenenza che poche anime possiedono.
Erano entrambi sulla soglia della linea di partenza, erano fermi.
Sorpassata quella sapevano che avrebbero corso, e corso ancora.
Sorpassata quella non sarebbero tornati indietro.
Ne erano certi.
Il problema era fare il primo passo, avere il coraggio di prendere un respiro profondo e partire.
Non sapevano se ce l’ avrebbero mai fatta.
Erano due sagome ritagliate da un quotidianità banale, staccate quasi del tutto, ma con lembi ancora incollati alle convenzioni.
Guardavano lontano, cercando di discernere l’altro già partito, così sarebbe stato più semplice.
La sicurezza rende più coraggiosi.
Ma per loro non era cosi.
Non si vedeva niente.
Avrebbero dovuto rischiare per aversi, rischiare anche di partire e restare delusi, soli in mezzo ad un ponte.
Non sapevano cosa aspettarsi.
Le promesse erano state cancellate ormai, rimaneva solo la percezione che l’uno aveva dell’ altra.
Un attimo un piede quasi faceva il primo passo, ma poi rapidamente si ritirava timido.
In balia dell’incertezza cambiavano strada di continuo.
Passando sempre davanti a quella linea, soffermandosi e ripartendo per altre vie.
Ogni giorno, ogni ora, era sempre così.
Sceglievano ciò che era più facile. pur sapendo di tendere naturalmente ad altro.
Erano loro stessi il loro impedimento.
Si trascinavano nel mondo sperando forse un giorno di passare davanti a quella linea, chiudere gli occhi, correre e riaprirli l’uno dentro l’ altra.

Nessun commento su Inchiostro sulla pelle – Quinto capitolo

Type on the field below and hit Enter/Return to search