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Dalla Valdichiana a Cambridge per un’edilizia più sostenibile: intervista a Giacomo Torelli

Innanzitutto, la presentazione: chi sei? Sono nato in Valdichiana, ad Acquaviva di Montepulciano per la precisione, dove ho le mie radici, gli amici di una vita e la mia famiglia….

Innanzitutto, la presentazione: chi sei?

Sono nato in Valdichiana, ad Acquaviva di Montepulciano per la precisione, dove ho le mie radici, gli amici di una vita e la mia famiglia. Sono cresciuto tra un picio al sugo e un bicchiere di vino, come tutti gli abitanti di questa terra meravigliosa. Ho frequentato il Liceo Scientifico di Montepulciano; in quel periodo ho trascorso molto più tempo a giocare a calcio, ascoltare musica e suonare la batteria che a studiare. Penso che quella del liceo sia stata una delle fasi che hanno formato di più la mia personalità: si entra da adolescenti e se ne esce di fatto adulti, passando attraverso la scoperta di sé stessi, dei propri interessi e soprattutto del nostro rapporto con gli altri. Sono ancora fortemente legato alla Valdichiana, ai suoi abitanti ed alle sue manifestazioni, prima fra tutte il Live Rock Festival di Acquaviva, al quale cerco di dare ancora un piccolo contributo attivo ogni anno pianificando le mie ferie in anticipo.

Qual è stato il percorso che ti ha portato dalla Valdichiana a Cambridge?

Il percorso che mi ha portato dalla Valdichiana a Cambridge passa per tre città: Firenze, Londra e Manchester.

Ho conseguito una laurea triennale ed una laurea magistrale in Ingegneria Civile presso l’Università di Firenze, dove è nata la mia passione per la ricerca. Durante gli studi magistrali ho avuto la fantastica opportunità di studiare il comportamento sismico di edifici storici monumentali quali il Battistero di Firenze e la torre Cagnanesi a San Gimignano, in collaborazione con il dipartimento di Ingegneria dello UCL (University College London). Questa collaborazione mi ha permesso di lavorare alcuni mesi come ricercatore a Londra, dove il mio interesse per il mondo dei materiali e della ricerca in ingegneria strutturale si è invigorito ancor più.

A poche settimane dalla laurea magistrale sono partito per Manchester, dove ho ottenuto un dottorato in strutture dedicandomi al comportamento termomeccanico di centrali nucleari in calcestruzzo armato soggette a condizioni estreme. Durante gli ultimi due anni di dottorato a Manchester ho anche insegnato come docente del corso di Modellazione Parametrica di Strutture all’interno del corso di laurea triennale in Ingegneria Civile.

Tutto ciò mi ha portato, lo scorso novembre, a ad iniziare a lavorare all’Università di Cambridge come ricercatore associato.

Di cosa tratta il tuo progetto e come è nato?

Il progetto a cui lavoro, recentemente finanziato per circa 1.5 milioni di euro dall’ente pubblico EPSRC (Engineering and Physical Sciences Research Council), nasce da una delle più grandi sfide che ci troviamo ad affrontare ai giorni nostri: il contenimento della minaccia del riscaldamento globale. L’idea fondamentale della ricerca è contribuire alla lotta al riscaldamento globale minimizzando l’uso del cemento su scala mondiale.

Il calcestruzzo è un materiale straordinario ed indispensabile per l’umanità, con un consumo mondiale stimato superiore ai 20 miliardi di tonnellate ed in continua crescita. In altri termini, è la sostanza più utilizzata al mondo dopo l’acqua. È un materiale composito formato prevalentemente da particelle di sabbia e ghiaia tenute insieme da un legante, la cosiddetta pasta di cemento, composta a sua volta da cemento ed acqua. Il cemento è quindi l’ingrediente chiave del calcestruzzo che vediamo pressoché ovunque intorno a noi.
A livello globale, la produzione industriale di cemento è responsabile del 7-8% delle emissioni di CO2 (diossido di carbonio) connesse ad attività umane, ovvero un’enorme porzione delle emissioni totali. Essendo le emissioni di CO2 la causa principale del riscaldamento globale, ridurre l’uso di cemento a scala mondiale rappresenta un’assoluta priorità ambientale, un’incredibile opportunità per contenere il pericolo di surriscaldamento del nostro pianeta. Il progetto si basa sull’idea di sviluppare tecniche volte alla minimizzazione dell’uso del cemento su due diverse scale: quella materiale e quella strutturale.

Ridurre l’uso di cemento a scala materiale significa progettare delle “ricette” di calcestruzzo che consentano di ottenere un materiale di alta qualità pur riducendo il quantitativo di cemento nell’impasto. In particolare, cerchiamo di minimizzare in maniera sostanziale il contenuto in cemento mantenendo inalterate quelle proprietà che fanno del calcestruzzo un materiale unico: resistenza, inerzia termica e durabilità nel tempo. Tutte queste proprietà sono strettamente connesse al rapporto tra i quattro ingredienti principali, nonché alla presenza di specifici additivi organici che, introdotti in piccole quantità nel mix, modificano le prestazioni del prodotto finale. La natura composita del calcestruzzo e la molteplicità dei processi chimici e fisici che hanno luogo nell’impasto durante la fase di indurimento del materiale, fanno del rapporto tra ricetta e prestazioni un dilemma tanto complesso quanto affascinante. Il nostro approccio al problema si basa su analisi di carattere multidisciplinare che spaziano dallo studio dei processi chimici che avvengono nella fase di indurimento del calcestruzzo, a quello dei fenomeni di danneggiamento meccanico e diffusione di umidità e calore all’interno del materiale indurito.

In parallelo, lavoriamo allo sviluppo di tecnologie volte alla riduzione dell’uso di calcestruzzo, e quindi di cemento, a livello strutturale. Ossia, cerchiamo di formulare nuovi metodi di progettazione strutturale che consentano di minimizzare il volume totale di calcestruzzo impiegato in strutture quali travature di ponti ed edifici civili, mantenendo inalterate le prestazioni delle strutture stesse. Il problema principale degli attuali metodi di progettazione, riportati nelle norme tecniche attuali ed utilizzati dagli ingegneri strutturali di tutto il mondo, risiede nella pressoché assenza del concetto di progettazione strutturale sostenibile. Le pratiche progettuali attuali hanno infatti come unico obiettivo quello di garantire la resistenza, e quindi la sicurezza, di elementi strutturali quali travi, pilasti, solai e pareti in calcestruzzo: trascurano la necessità di minimizzare l’uso di calcestruzzo. Nel nostro dipartimento sperimentiamo metodi che consentano di ottimizzare la geometria degli elementi strutturali, sfruttando a fondo le caratteristiche intrinseche del calcestruzzo e utilizzandolo solo dove strettamente necessario. Concettualmente, è un’arte simile a quella della scultura: si toglie materia nelle zone in cui la sua presenza è superflua, dove non porta alcun tipo di beneficio.

Qual è l’impatto ambientale del cemento comunemente usato nelle costruzioni edilizie?

Un dato che non lascia spazio ad interpretazioni è il seguente: per produrre di 1000 chilogrammi di cemento Portland, il cemento comunemente usato nelle costruzioni edilizie, si immettono in atmosfera 913 chilogrammi di CO2.

L’origine di queste emissioni risiede nelle metodologie produttive. In particolare le emissioni totali possono essere scomposte in due contributi di entità paragonabile:

• Le emissioni indirette, connesse ai consumi energetici di estrazione, trasporto e lavorazione delle materie prime.
• Le emissioni dirette, dovute alla al rilascio chimico di CO2 da parte delle materie prime in fase di “cottura”.

La polvere grigia che chiamiamo cemento è ottenuta in stabilimenti industriali partendo da materie prime naturali: rocce calcaree ed argillose. Una volta estratte dalla cava e trasportate in stabilimento, calcare ed argilla vengono macinati finemente e cotti fino a temperature di 1350-1400°C. La fase di cottura ha il fine di innescare reazioni chimiche che conferiscono al materiale la proprietà di “legante”, ovvero la capacità di indurire se combinato con acqua, e rilasciano CO2. Il prodotto della cottura viene poi ulteriormente macinato e miscelato a piccole quantità di agenti secondari per ottenere polvere di cemento.

Pertanto la produzione industriale di cemento ed il suo impiego per la realizzazione di elementi strutturali in calcestruzzo possono essere visti come un processo di rimodellazione artificiale di materiali rocciosi presenti in natura. Questo processo può essere realizzato solo a fronte in un significativo impatto ambientale.

In che modo si può minimizzare l’impatto ambientale dell’edilizia?

Progettisti, committenti e urbanisti hanno a disposizione una moltitudine di strumenti per rendere i nostri edifici, le nostre infrastrutture ed i nostri agglomerati urbani più sostenibili, ovvero in grado di essere realizzati, fruiti e rigenerati senza pregiudicare l’uso delle risorse del territorio alle prossime generazioni.

Attualmente, il tema centrale e preminente è quello del contenimento delle emissioni di CO2 legate ad ognuna delle fasi che compongono il ciclo di vita dell’edificio: costruzione, uso e dismissione. Negli scorsi decenni ci si è prevalentemente concentrati sulla riduzione delle emissioni connesse alla fase di uso dell’edificio, ovvero quelle associate all’energia utilizzata per il riscaldamento, il condizionamento e l’illuminamento dell’edificio stesso. Ciò ha portato allo sviluppo di tecnologie rinnovabili all’avanguardia, tecniche di isolamento termico super efficienti e componenti impiantistici ad alte prestazioni che permettono di abbattere considerevolmente le emissioni in fase d’uso. D’altra parte, credo che ci sia ancora molta strada da fare per quanto riguarda le emissioni connesse alle fasi di costruzione e dismissione dell’edificio. Tali emissioni rappresentano ad oggi il 30-40% delle emissioni globali e, in virtù del continuo perfezionamento delle tecniche di efficientemente energetico, si prevede possano presto diventare il contributo più significativo delle emissioni totali. È in questo contesto, ed in particolare in quello delle emissioni legate alla fase di costruzione di edifici in calcestruzzo, che si inserisce il progetto di ricerca a cui lavoro a Cambridge.

Un altro grande tema e quello della crescita urbanistica. Una delle piaghe maggiori dei tempi odierni è lo sviluppo incontrollato, “a macchia d’olio”, delle nostre periferie urbane. La continua migrazione verso la città fa sì che queste si espandano consumando, progressivamente, sempre più terreno vergine, in maniera del tutto insostenibile. In Europa abbiamo eccellenti esempi di risposta a questa tendenza. Londra, ad esempio, si è dotata di una cintura verde, la cosiddetta “Green Belt”, oltre la quale ha deciso di non espandersi, e continua a rigenerarsi su sé stessa, andando a riqualificare le sue aree degradate e dismesse e completandosi dall’interno. È un’idea di una crescita per implosione, anziché per esplosione, che ha portato e sta portando ad uno sviluppo organico e sostenibile della città.

Quanto è importante intervenire al fine di rendere il settore edilizio più sostenibile?

È una questione morale ed etica: l’idea che i cambiamenti climatici e le risorse del pianeta che lasceremo ai nostri figli e nipoti dipenderanno da noi dovrebbe farci riflettere. In questo senso, il settore edilizio ha un’enorme responsabilità. Pensiamo ad esempio al riscaldamento globale. Per causa nostra, il mondo si sta riscaldando ad una velocità allarmante. Se non cambieremo il nostro comportamento il surriscaldamento potrebbe portare a conseguenze gravissime come scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello dei mari, l’inondazione di città costiere, l’inaridimento delle foreste, l’estinzione di specie animali e l’aumento di eventi climatici estremi. Purtroppo è impossibile sapere con certezza come cambierà il clima nel futuro, ma possiamo prospettare un ventaglio di possibilità. Le attuali proiezioni vedono le temperature del nostro pianeta aumentare di un valore compreso tra 2°C e 6°C nei prossimi 100 anni. In altri termini, lo scenario può variare da grave, ma sotto controllo, a catastrofico, e l’effettiva evoluzione del sistema Terra dipenderà in maniera sostanziale da come ci comporteremo nei prossimi decenni.


Fonti:

http://gtr.rcuk.ac.uk/projects?ref=EP%2FN017668%2F1
Giacomo Torelli

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L’accoglienza dei migranti: come bambini in un asilo

Il tema dell’accoglienza dei migranti dovrebbe più correttamente riferirsi ai “richiedenti asilo”. Stiamo infatti parlando di persone che lasciano il paese d’origine e sono temporaneamente accolte in Italia o in…

Il tema dell’accoglienza dei migranti dovrebbe più correttamente riferirsi ai “richiedenti asilo”. Stiamo infatti parlando di persone che lasciano il paese d’origine e sono temporaneamente accolte in Italia o in Europa perché hanno fatto richiesta di un diritto internazionalmente riconosciuto e presente anche nella nostra Costituzione. Fintanto che il sistema giudiziario non valuta la correttezza delle loro richieste, essi sono definiti da uno status ambiguo che li lascia in un limbo che è quasi fuori dall’ordinamento sociale e giuridico; può durare per molti mesi, addirittura anni.

D’altronde, la stessa parola “asilo” rileva un’ambiguità di fondo in questo contesto, se consideriamo la sua etimologia. Dal greco Asylum, era riferito ai templi o ai luoghi sacri in cui i criminali erano temporaneamente protetti dal diritto di cattura: luoghi sicuri e fuori dalla legge, poiché si situavano sopra di essa. Da luogo sicuro per i colpevoli, nell’età classica, a luogo sicuro destinato ai bambini nell’età contemporanea: oggi l’asilo è il luogo in cui poter lasciare gli infanti mentre i genitori sono al lavoro, per accudirli e farli crescere, in quanto non sono ancora autosufficienti per vivere nella società e non hanno ancora pienamente acquisito lo status di persona.

Che siano riferiti all’accezione di criminali o bambini alla ricerca di un luogo sicuro, quindi, coloro che ricorrono al diritto d’asilo nell’ambito delle migrazioni internazionali hanno già, per definizione, uno status inferiore a quello della persona libera.

Per approfondire questi temi ho analizzato un caso di studio sul territorio in cui vivo: il centro di accoglienza di Montepulciano Stazione. Ho svolto interviste e ricerche, raccolto storie di vita e documentazioni nel corso dei primi mesi del 2017; da questa inchiesta è nato un lavoro molto più complesso e articolato, di cui vi propongo alcuni punti salienti.

I sistemi di accoglienza in Italia

L’eccellenza del sistema di accoglienza nel nostro Paese è rappresentata dalla rete SPRAR, ovvero il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati. Esso è costituito dalla rete degli enti locali, supportati dalle associazioni del terzo settore, che garantiscono interventi di accoglienza integrata. Lo SPRAR è un sistema che consente non soltanto la distribuzione di vitto e alloggio, ma anche i servizi di assistenza e orientamento, l’inserimento sociale ed economico, la mediazione culturale. Si tratta di un sistema che ha ricevuto numerosi attestati di merito e che è specificamente destinato ai richiedenti asilo e ai rifugiati.

Non tutti gli enti locali, tuttavia, hanno aderito alla rete SPRAR: ad oggi si contano soltanto circa 1200 comuni su un totale di circa 8000 comuni italiani. Alla fine del 2016 la situazione è quella ben descritta dall’approfondimento de “La Stampa”, con Comuni in sofferenza e altri neppure toccati dalla situazione.

Inoltre, l’ambigua condizione che continuano a vivere i migranti (sospesi tra richiedenti asilo, titolari di un qualche tipo di protezione internazionale, profughi o clandestini) ha impedito di fare chiarezza tra i centri di accoglienza primaria (per l’identificazione dei richiedenti asilo e la gestione delle prime fasi di arrivo) e quelli di accoglienza secondaria (per l’inserimento sociale e culturale di coloro che ne hanno diritto), finendo per mischiare le carte in tavola e smistando i migranti, sulla base della contingenza e dell’emergenza, tra le varie tipologie di strutture.

Non tutti gli enti locali hanno aderito alla rete SPRAR, ma gli sbarchi non si sono fermati. Per quanto non si possa parlare di “invasione” o di “emergenza sbarchi”, il numero degli arrivi è comunque superiore ai posti messi a disposizione da questa rete (nel 2016 circa 360mila sbarchi a fronte dei circa 26mila posti disponibili – attraverso le fonti di Open Migration). Lo Stato italiano ha quindi dovuto ricorrere ad altre tipologie di centri accoglienza quali il  Cpsa, il Cara, il Cie, e soprattutto i Cas, a partire dal 2014; misure alternative che permettessero comunque di distribuire la presenza dei migranti nei territori, anche in quelli periferici, diminuendo la loro incidenza nelle grandi città e nelle periferie.

Sono soprattutto i centri Cas a costituire la parte più ambigua del sistema: essi non hanno bisogno del rapporto diretto con l’ente locale e al loro interno vengono smistati anche i richiedenti asilo che avrebbero diritto ai servizi più avanzati di inserimento. È bene chiarire che la criticità dei Cas non è soltanto relativa al mancato esercizio di un diritto, ma anche alla loro peggiore gestione, al loro costo più alto e alla loro efficienza più bassa. Nei Cas la rendicontazione dei costi è più difficile da ottenere e la trasparenza non è sempre garantita.

La riuscita dei Cas dipende dalla singola capacità degli operatori dei centri, e questo denota una mancanza di strutturazione del servizio: la buona accoglienza, con questo sistema, diventa l’eccezione e non la norma. A questo proposito, la campagna “InCAStrati” mira a mettere in luce le storture e l’ambiguità del sistema di accoglienza in cui stiamo vivendo: ci troviamo infatti di fronte a una cipolla a più strati, un sistema di accoglienza che dal 2014 ad oggi non è cambiato, e in cui la situazione non fa che peggiorare.

I migranti di Montepulciano Stazione

In questo contesto si inserisce il centro di accoglienza di Montepulciano Stazione, che ha cominciato le sue attività a Dicembre 2016. Si tratta di un Cas gestito da un imprenditore di Chianciano Terme, Massimo Fiorini, all’interno di una struttura alberghiera, con il supporto di un’associazione del terzo settore di riferimento, ovvero la Croce Rossa locale.

Il centro gestisce 26 migranti provenienti da Ghana, Nigeria, Somalia, Costa d’Avorio, Mali, Bangladesh e Pakistan, suddivisi in 24 adulti e 2 bambini. Per loro stessa ammissione, l’esperienza si sta rivelando buona: durante le mie interviste ho raccolto commenti positivi e nessuna lamentela.

La struttura di accoglienza funziona sulla base di precisi orari: la colazione alle ore 7:30 di mattina, il pranzo alle ore 12:00, la cena alle ore 18:00. Tale orario costituisce anche la chiusura serale del centro: se qualcuno degli ospiti dovesse rientrare nella struttura dopo l’orario stabilito, i gestori sono tenuti a comunicarlo alla Prefettura per eventuali provvedimenti disciplinari.

Il regolamento del centro di accoglienza cita anche i casi di allontanamento: l’uscita dei migranti è consentita limitatamente alle ore diurne. Chi vuole allontanarsi per più tempo, per motivi personali o per attività connesse alle domande di asilo, deve effettuare una richiesta preventiva alla prefettura per ottenere un permesso temporaneo.

In cambio dell’erogazione dei servizi del centro, i migranti ospitati a Montepulciano Stazione si impegnano a firmare quotidianamente il registro delle presenze, frequentare i corsi di lingua italiana, partecipare alle pulizie degli spazi privati e comuni. Alcuni vorrebbero lavorare, ma finché non hanno una richiesta provvisoria di permesso di soggiorno, non posso essere iscritti all’ufficio di collocamento. Tre di loro hanno fatto richiesta per frequentare il corso e diventare volontari della Croce Rossa di Montepulciano Stazione.

I richiedenti asilo imparano la lingua italiana

Non-persone, bambini e migranti

Il caso di Montepulciano Stazione mi permette di affrontare alcuni aspetti complessivi del sistema di gestione. Il fulcro della questione è già nella definizione linguistica: la parola asilo rappresenta pienamente tutta l’ambiguità di fondo del contesto in cui vivono i migranti nei centri di accoglienza. L’asilo è il luogo sicuro in cui i criminali si rifugiano, il luogo sacro situato sopra la legge; ma è anche il luogo sicuro in cui i genitori lasciano i figli mentre vanno al lavoro.

Gli infanti nell’asilo non sono ancora sufficientemente maturi: non sono ancora diventate persone. In maniera simile, i criminali posti fuori dalla legge, nel sacro territorio dell’asilo, non possono essere catturati e quindi neppure difesi: sono temporaneamente fuori dalla legalità, dal sistema dei diritti e dei doveri che accomuna tutte le persone che hanno acquisito lo status di cittadino.

Anche un criminale, che ha un’accezione negativa, è diventato perlomeno una persona, rispetto a chi rimane fuori da questo sistema. Finché rimane dentro all’asilo, è una non-persona, che non può neppure accedere al sistema giudiziario. Al pari dell’infante, però, l’asilo è una condizione temporanea: prima o poi il bambino crescerà, e potrà diventare una persona a tutti gli effetti.

Anche i richiedenti asilo si trovano in una situazione temporanea di non-persone. Sono in attesa di valutazione da parte di una commissione competente, e fintanto che questa condizione perdura, sono accolti nel loro asilo, un luogo sicuro e separato dalla cittadinanza. Dentro all’asilo non si è ancora persone: in cambio della sicurezza, si perdono autonomia o libertà ( o non si acquistano mai, finché non se ne esce). D’altronde, lo stesso sistema di accoglienza della rete Sprar ha come obiettivo la “(ri)conquista dell’autonomia” da parte dei richiedenti asilo e quindi dello status di persona libera: segno evidente che i migranti che si trovano al loro interno non hanno ancora un’autonomia e si trovano in una posizione ambigua e indefinita.

In uno Stato come quello italiano, in una civiltà come quella occidentale, in cui lo status di persona è riconosciuto a ogni individuo, i richiedenti asilo sembrano provocare un paradosso. Non sono delle persone, ma devono ancora diventarlo, come se fossero degli eterni bambini.

Questo tema era già stato al centro del mio precedente lavoro sui migranti di Torrita di Siena. Alla fine di tale ricerca avevo teorizzato la figura del migrante come quella del figlio adottivo, che attraverso il sistema di gestione dell’accoglienza riceve vitto, alloggio, vestiti e paghetta mensile. In cambio di questi servizi, forniti dal loro genitore adottivo rappresentato dal centro di accoglienza, sacrifica la sua dignità di persona e il pieno godimento dei diritti individuali.

La situazione nel centro di accoglienza di Montepulciano Stazione è simile: anzi, il regolamento predisposto dalla Croce Rossa in accordo con la Prefettura di Siena permette di fare un ulteriore passo avanti nella riflessione. Il regolamento chiede il rispetto di una serie di impegni e di divieti, oltre a dare delle indicazioni generali sui servizi offerti e sul modello di comportamento; in caso di ripetute infrazioni o grave violazione dello stesso, è previsto l’allontanamento della struttura o addirittura la revoca del diritto all’accoglienza.

La tabella dei divieti imposti agli ospiti è molto interessante, perché mischia norme di carattere legale a considerazioni di carattere morale; mischia indicazioni di “buona educazione” a condizioni d’uso della struttura alberghiera. Vi sono comprese norme già sancite dal diritto pubblico, e che non avrebbero bisogno di essere specificate, perché sono già vietate per legge (usare violenza contro altre persone, usare droghe, danneggiare la proprietà privata); vi sono limitazioni più strette rispetto a quelle che le persone, facenti parte della comunità dei cittadini, devono rispettare (usare alcolici, ospitare amici e parenti). E poi, accanto a quelle che potremmo considerare come delle norme di salvaguardia della struttura alberghiera ospitante, ci sono le indicazioni di buona educazione (rovistare nei cassonetti della spazzatura) che sembrano essere indirizzate più alla percezione esterna che la cittadinanza potrebbe avere degli ospiti, che a una reale necessità di gestione del centro.

Queste non sono norme necessarie alla corretta gestione di un centro d’accoglienza per richiedenti asilo: sono le norme di un collegio. Gli ospiti all’interno della struttura sono considerati al pari di eterni bambini, rinchiusi in un collegio con regolamenti più stringenti rispetto a quelli a cui ha diritto la società di persone. E a cui loro non hanno ancora diritto, in quanto non-persone.

La condizione di eterni bambini è il risultato dell’infantilizzazione che costringe i richiedenti asilo in un limbo che tra rinvii burocratici e appelli giudiziari può durare anni; in questa condizione temporanea essi sono costretti a vivere nel collegio dei centri di accoglienza, in attesa che venga loro riconosciuto lo status di persona, nel luogo sicuro e fuori dalla legge costituito dal loro asilo.

Ma le persone continueranno a migrare e a cercare di migliorare la propria condizione; prima o poi i bambini diventeranno adulti, e non potremo chiuderle in luoghi sicuri per tutta la vita.

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Da Interstellar al Jobs Act: ricerca spaziale e lavoro

Da Interstellar al Jobs Act: perchè spendere nella ricerca spaziale, quando manca il lavoro? La ricerca spaziale e la riforma del mercato del lavoro: difficile immaginare due argomenti più distanti….

Da Interstellar al Jobs Act: perchè spendere nella ricerca spaziale, quando manca il lavoro?

La ricerca spaziale e la riforma del mercato del lavoro: difficile immaginare due argomenti più distanti. Eppure, c’è un filo conduttore che ci permette di collegare Interstellar al Jobs Act. E non è soltanto l’ironia che potrebbe spingerci a sostenere che, oggi, attraversare un buco nero sia più facile di trovare un posto di lavoro a tempo indeterminato.

Interstellar è il film di fantascienza uscito in questi giorni nelle sale italiane; l’ultima fatica del regista Christopher Nolan. I suoi estimatori hanno apprezzato l’approccio scientifico utilizzato nella costruzione dell’ambientazione e della trama del film, un tipo di fantascienza che negli ultimi anni era stata accantonata. Addirittura il film ha portato a una nuova scoperta scientifica sulla natura dei buchi neri, grazie ai sofisticati software di rendering della produzione e gli studi dell’astrofisico Kip Thorne. All’interno della storia, il protagonista si trova costretto in quello che è un classico dilemma di Ulisse. Mentre la società e la sua famiglia hanno bisogno delle sue capacità di agricoltore, lui ha nostalgia dello spazio. E le sue capacità di pilota spaziale, la voglia di scoprire l’universo, la spinta alla ricerca e al viaggio hanno la meglio sull’uomo sedentario che ha imparato a controllare e coltivare la natura. La curiositas, quindi, l’istinto che guida alla scoperta del mondo e alla conoscenza della realtà, come caratteristica peculiare dell’uomo. Come un novello Ulisse, il protagonista parte verso lo spazio sconosciuto: un pioniere dell’umanità verso le stelle.

E qui arriviamo al punto critico, al di là del romanticismo del film o della bellezza della narrativa. La spesa per la ricerca spaziale è un costo oppure un investimento? Possiamo facilmente collegare il film di Nolan alla missione Rosetta dell’Agenzia Spaziale Europea: partita dieci anni fa, la sonda ha sganciato il lander che è atterrato sulla superficie della cometa 67P, alla ricerca di informazioni e campioni sulla natura di questi corpi celesti. La missione è tuttora in corso, nonostante le critiche del TG4 e di coloro che preferirebbero le stelle comete del presepe.

https://www.youtube.com/watch?v=kSWo37c2Tvw

Eppure, al di là di questi buffi servizi psuedo-giornalistici, c’è un contenuto fondamentale da affrontare. La spesa per la ricerca spaziale è giustificata? In un mondo di crisi, in un’Italia in crisi economica e occupazionale, ha senso investire in missioni spaziali? Si tratta di una critica classica che viene mossa a tutto il mondo della ricerca, soprattutto nei casi in cui non si vedono immediati ritorni economici per la collettività. Tutti quei miliardi spesi per la missione Rosetta, in effetti, avrebbero potuto essere investiti in maniera più efficace per diminuire la disoccupazione o aumentare i servizi sociali. Chi si trova senza lavoro ha bisogno di riforme urgenti. Chi non arriva a fine mese non sa cosa farsene dei dati scientifici raccolti sulla cometa 67P o delle nuove scoperte sui buchi neri di Kip Thorne.

Ma il punto della questione è veramente questo, o c’è qualcosa di più? Il Jobs Act in fase di approvazione da parte del Governo Renzi cerca di sbloccare il mercato del lavoro. Si tratta di una riforma controversa, che incontra appassionati difensori e strenui oppositori. Al di là del giudizio di merito sui contenuti e sugli obiettivi, tuttavia, ha il vantaggio di elaborare delle misure strategiche riferite al settore del lavoro, del welfare, delle politiche sociali. Non taglia i fondi ad altri ministeri: prevede modifiche all’art.18, ai contratti a progetto, alla maternità, ai centri per l’impiego e agli strumenti di welfare. Nuovi strumenti normativi e legislativi per imprimere riforme che possano migliorare la società e il mercato del lavoro.

Persino il Jobs Act, quindi, dice che i soldi investiti nella ricerca spaziale non sono un problema per la crisi economica, sociale ed occupazionale del nostro Paese. La spesa per la ricerca non dovrebbe essere messa a paragone delle riforme necessarie alla nostra economia, per tre motivi che vado banalmente a riassumere:

  1. Non si tolgono investimenti da un settore per fare investimenti su un altro settore. Casomai, si colpiscono inefficienze e costi all’interno dello specifico ministero, mercato, ufficio o territorio di riferimento. Per migliorare il mercato del lavoro si agisce sulla normativa del lavoro, sul sistema di welfare, e via dicendo; non si tolgono risorse destinate a settori altrettanto importanti. Altrimenti, passatemi il paragone, sarebbe come tagliare un braccio al figlio affamato per farglielo mangiare: risolvere un problema creandone un altro.
  2. Siamo sempre in emergenza. La storia dell’umanità è fatta di disuguaglianze. Se dovessimo aspettare la risoluzione di tutte le iniquità (fosse anche possibile) per effettuare ricerche scientifiche, non scopriremmo mai nulla. Ulisse non avrebbe mai lasciato la sua isola. Invece, saremmo perfettamente in grado di lottare contro le disuguaglianze e di investire in ricerca, contemporaneamente, senza metterli in competizione.
  3. La ricerca scientifica è utile. Permette di scoprire i mezzi per migliorare la produzione, aumentare la competitività del mercato, oppure di progredire le conoscenze mediche e tecnologiche per migliorare la nostra sopravvivenza. In parole povere, la ricerca scientifica è in grado di creare posti di lavoro e di migliorare la nostra vita, come illustrato perfettamente dall’aneddoto del conte tedesco, nella lettera del direttore della NASA del 1970.

Mi si conceda infine di citare il dialogo tra Giuda e Gesù, in quello che è il mio brano preferito di Jesus Christ Superstar, per terminare questa mia riflessione: “Woman your fine ointment, brand new and expensive/ Should have been saved for the poor./ Why has it been wasted? We could have raised maybe/ Three hundred silver pieces or more./ People who are hungry, people who are starving/ They matter more than your feet and hair!”

La ricerca scientifica non può e non deve essere considerata come una spesa inutile. Deve essere considerata una priorità, al pari di tutti gli altri settori strategici di un Paese. Non possiamo pensare che il lavoro debba essere usato come una merce di scambio o un motivo di ricatto: abbiamo il diritto di pretendere lavoro, sanità, scuola, ricerca, welfare, ambiente, tutti assieme. Perchè abbiamo imparato a coltivare la terra, abbiamo imparato a formare comunità sedentarie e chiuderci in noi stessi, ma il nostro istinto ci porterà sempre a esplorare l’ignoto. Fino a viaggiare tra le stelle, anche se non fossero nient’altro che sassi.

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Scoperto un gene che controlla il movimento dei muscoli

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Siena grazie al sostegno della Fondazione Telethon ha individuato un gene in grado di controllare il movimento dei muscoli che se non funziona correttamente…

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Siena grazie al sostegno della Fondazione Telethon ha individuato un gene in grado di controllare il movimento dei muscoli che se non funziona correttamente contribuisce allo sviluppo di una rara malattia muscolare

I ricercatori del Dipartimento di Medicina Molecolare e dello Sviluppo dell’Università di Siena, finanziati dalla Fondazione Telethon, sono riusciti a individuare la prima mutazione in un gene, chiamato calsequestrina 1, in pazienti affetti da una forma di miopatia, malattia genetica rara del muscolo scheletrico che nei pazienti colpiti provoca una seria difficoltà nello svolgere le semplici azioni quotidiane, come ad esempio muoversi o camminare, e che limita la capacità lavorativa delle persone affette. Il lavoro, pubblicato sulla rivista scientifica Human Mutation, offre una possibilità diagnostica per le famiglie che presentano questa malattia e apre uno spiraglio per lo sviluppo di possibili strategie terapeutiche.

Il gene calsequestrina 1 (CASQ1) è espresso nel muscolo scheletrico dove svolge un ruolo fondamentale perché lega gli ioni calcio che hanno l’importante compito di trasmettere il segnale che fa contrarre i muscoli permettendo così i movimenti.
La mutazione di calsequestrina 1 diminuisce il rilascio di calcio nelle fibre muscolari inducendo una riduzione della forza muscolare dei pazienti e quindi una perdita progressiva delle capacità motorie. Il gene della calsequestrina 1 è correlato con il gene della calsequestrina 2, a sua volta espresso nel cuore, le cui mutazioni sono note da anni come una delle cause delle così dette “morti improvvise”.

“Abbiamo trovato mutazioni in questo gene in 8 pazienti colpiti da una miopatia muscolare. In seguito abbiamo anche espresso la proteina in modelli animali – spiega Vincenzo Sorrentino, professore ordinario di Istologia ed Embriologia dell’ateneo senese e Direttore dell’Unità Operativa di Medicina Molecolare del Policlinico Le Scotte di Siena – riproducendone il meccanismo di funzionamento. Il prossimo obiettivo sarà individuare molecole candidate a diventare possibili farmaci in grado di ripristinare il corretto funzionamento del gene”.

Le miopatie sono un gruppo di malattie genetiche molto eterogeneo che colpiscono il muscolo scheletrico e possono comportare nei pazienti colpiti anche serie difficoltà motorie. In genere si manifestano con una debolezza a carico dei muscoli del corpo e possono avere un andamento progressivo.

Lo studio è stato pubblicato su Human Mutation, Ottobre 2014.

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Vi racconto il mio ultimo viaggio in Messico

Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia,…

Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia, al verde-acqua o azzurro tenue del nostro bel mare.

Quando ho messo piede in Messico, invece, ho avuto una sensazione diversa. Un paese dai colori luminosi, accesi, mai tenui, capaci di attirare il viandante nel fascino della bellezza. Una bellezza che vorrei cercare di trasmettervi.

Scrivere racconti e articoli di viaggio è facile: il tuo corpo e la tua mente sono carichi di emozioni, suoni e immagini, e senza rendertene conto li hai fatti tuoi, ti sono entrati dentro ancora prima che tu abbia avuto tempo di rifletterci su. Il difficile sta nell’organizzarli, in seguito, e raccontarli in forma ordinata; il dramma sta nel scegliere un ricordo piuttosto che un altro. Devi tenere conto, fin da subito, che non riuscirai a parlare di tutto. Il Messico, poi, è un paese che non ti lascia andare, ti afferra, con le sue mani fatte di spezie e mercati, e che tanto avrebbe da dire.

Tre viaggi mi hanno arricchito nella “terra del mais”, come ogni tanto è chiamata questa Nazione. Un mese on the road nel 2012, tre mesi di ricerca etnografica in un municipio nello Stato di Puebla nel 2013, venti amabili giorni spesi a metà per impegni accademici e per vacanza nel 2014.

Per ben due di questi viaggi ho avuto la fortuna di partecipare al grito de independencia, celebrazione dell’indipendenza messicana, dove patriottismo e onor messicano si incontrano per le strade di ogni angolo, di ogni città, municipio, pueblito del Paese. Cosa dire di questa festa? Badate bene che si tratta di me che racconta, viaggiatrice e studiosa con la sua opinione, non di una verità assoluta, ossia nulla ch’io pretenda di possedere. La prima cosa che ho notato: i messicani amano la loro terra. La amano così tanto che quando un Governo non riesce a governare come dovrebbe, si sente ancora l’eco della revolución campesina. Per Città del Messico le manifestazioni sono all’ordine del giorno; la polizia, massicciamente spiegata con mitra e caschi antisommossa, si stanzia giornalmente lungo le vie del centro. Il Messico, in poche parole, è un paese che lotta. E quando arriva il momento del grito, si incontrano per la strada coloro che incarnano la voce del popolo, e coloro che si sentono al sicuro sotto le attività di repressione governative.

Messico

 Foto di Valeria Luongo

Festeggiare il grito è diverso a seconda del luogo: l’anno scorso ero a Cuetzalan del Progreso, municipio sulle pendici di una montagna nello Stato di Puebla; quest’anno ho partecipato ai preparativi nella piazza centrale (zócalo) di Città del Messico, e ai festeggiamenti su un’isola del Quintana Roo, Isla Holbox.

Tre diversissime tipologie: 1) Cuetzalan era un’allegra festa di paese, con banchetti di strada, fuochi d’artificio e rito dei voladores (cuetzaltechi che piroettano i loro corpi agganciati a una fune dalla cima di un palo di circa 30 metri); 2) Nello Zócalo di Città del Messico avevano eretto imponenti strutture celebrative, dove hanno avuto luogo virtuosismi militari in omaggio alle forze dell’ordine governative; 3) a Isla Holbox, meta turistica di giovani europei, la celebrazione si trovava a metà tra la rivisitazione di un mondo messicano dell’immaginario, fatto di asini e sombreri, e musica dance contemporanea.

Elemento comune: la gente. Numerosa, festaiola, carica di vita.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

La mia esperienza, la mia storia di viaggio, si svolge però principalmente nel luogo magico che è Cuetzalan del Progreso, nella quale ho vissuto le gioie e i dolori dell’investigazione di campo.

Tornare dove hai fatto ricerca è emozione pura. Si tratta del luogo dove sei stato accolto come un figlio, nel quale sei entrato a far parte del tessuto sociale e allo stesso tempo ne sei rimasto fuori; è il posto dove ti è rimasta la sensazione di trovare una situazione familiare, senza più l’ansia della ricerca, e dell’estraneità del luogo.

Ripercorrere, quindi, quelle strade, incrociare di nuovo gli stessi sguardi, ha toccato punti profondi del mio essere lì.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

Nuovamente ho visto queste meravigliose donne indigene che a settanta e passa anni camminano scalze per la strada, il fascio di legna legato alla fronte, belle e forti con la grazia della natura dipinta addosso. E via, così, per chilometri da Cuetzalan alle comunità che si trovano nel circondario, luoghi privilegiati per chi ci vive e, ovviamente, per chi sa dove siano. Santiago Yancuitlalpan è la mia preferita, a venti minuti di camioneta da Cuetzalan. Lì, in una capanna, si trova Panchita, circondata dalla sua famiglia. Ha 76 anni, e una treccia bianca che le arriva ai piedi, e ogni volta che i suoi occhi incrociano i miei sento un irresistibile desiderio di sorriderle. Una grande gioia nell’accoglierci all’ingresso, dopo quattro mesi di visite ogni settimana e di chiacchiere sotto la pioggia. Sedendomi sulla stessa sedia dove mi ero seduta tante volte, offrendoci lo stesso caffè, non poteva non tornare alla memoria la sfilza di lunghi pomeriggi trascorsi insieme. L’anno prima mi aveva accolto nella sua casa di legno, calce e terra, offrendomi cibo e comodità, lasciandomi rilassare su una sedia di paglia mentre la osservavo cuocere la tortilla nel focolare.

Alle volte ci dimentichiamo di quanto sia la semplicità la forma più perfetta del donare agli altri. Le parole per descrivere quella situazione sono tre: Accogliere, sorriso, sguardo. Il risultato è che non puoi andartene via senza una gioia in più all’interno di te stesso.

Terminando il mio racconto, questa la conclusione che mi appresto a dare: il Messico non è quello che traspare attraverso il turismo o le notizie giunte con i media. Il Messico, quello vero, almeno attraverso i miei occhi è fatto così.

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Ricerca e sviluppo: a Siena la presentazione di tre nuovi bandi

Novità in vista per le imprese che puntano su innovazione e ricerca. Per tutti i tipi di imprese, micro, piccole, medie e grandi, in particolare nei settori di punta delle…

Novità in vista per le imprese che puntano su innovazione e ricerca. Per tutti i tipi di imprese, micro, piccole, medie e grandi, in particolare nei settori di punta delle nuove tecnologie. A settembre saranno pubblicati i tre nuovi bandi che mettono a disposizione contributi per gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione.

«Abbiamo voluto fare una scelta di rottura con il passato. Era essenziale dare nuovo impulso alle imprese e i nuovi bandi guardano in particolar modo a quelle più dinamiche, a quelle che sono in grado di camminare fin da subito con le proprie gambe e garantiscono un uso dei fondi capace di moltiplicare gli effetti dell’investimento, che possono fare da traino alle altre, contribuendo a far crescere davvero competitività e occupazione. Entro gennaio avremo una graduatoria e cominceremo a finanziare chi è in grado di spendere subito. La valutazione dei progetti si baserà sul grado di novità, sulle possibilità di incremento dell’occupazione, sulla concretezza e lo sfruttamento aziendale dei risultati, sul risparmio energetico, sulle competenze coinvolte, la sostenibilità finanziaria, sulle imprese con certificazione ambientale». E’ questo il messaggio che il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, ha rivolto stamani a Siena, al forum organizzato dalla Regione per far conoscere i nuovi bandi, a Palazzo Patrizi.

«Proprio ieri in giunta abbiamo approvato una novità ulteriore – ha spiegato l’assessore alle attività produttive credito e lavoro Gianfranco Simoncini – che rende più facile l’accesso ai finanziamenti per i progetti di piccole dimensioni. Così, nel bando dedicato alle micro, piccole e medie imprese, abbiamo deciso di abbassare il costo minimo del progetto, per le imprese in cooperazione, da 250 mila euro a 200 mila euro (l’importo massimo resta 3 milioni). Non solo. Per le imprese che presentano un progetto singolarmente c’è un abbassamento della soglia massima del costo per progetto, che passa a 200 mila euro da 250. La soglia minima resta fissata a 50 mila euro. Ad essi si aggiungeranno i voucher per la micro impresa per progetti da 15 a 50 mila euro. Questo ulteriore accorgimento renderà più flessibile uno strumento che già abbiamo pensato proprio per premiare la volontà delle imprese di ripensarsi in un’ottica più dinamica e competitiva».

Il forum, dove ha portato un saluto il sindaco di Siena Bruno Valentini, è stato concluso dal presidente Rossi dopo un intenso dibattito, aperto dall’assessore Simoncini. Nel corso dell’incontro, l’analisi del contesto economico da parte del direttore dell’Irpet Stefano Casini Benvenuti.

«Oggi possiamo dare al mondo produttivo toscano un’altra buona notizia – ha detto Simoncini – perchè questa data segnava la dead line per la presentazione alla commission europea del nuovo Por, il documento programmatico della nostra regione per il Fondo europeo dei sviluppo regionale per il periodo 2014-20. La giunta l’ha approvato ieri, mentre la scorsa seduta aveva approvato quello per il Fondo sociale europeo. I due fondi insieme porteranno circa 1 miliardo e 500 milioni di risorse, essenziali per lo sviluppo della Toscana. Siamo perfettamente nei tempi prescritti. Abbiamo fatto la nostra parte e ci auguriamo che entro l’anno si chiuda la trattativa con la Commissione Ue. Nel frattempo però, abbiamo deciso di anticipare i fondi per far partire subito i bandi e non ritardare gli aiuti indispensabili per contrastare la crisi con l’innovazione del nostro sistema produttivo. L’abbiamo fatto, appunto, trovando nel bilancio della Regione parte delle risorse che dalla Ue ancora non sono in grado di arrivare. Si tratta di 82 milioni di risorse. E’ da qui che sono tratti gli 8 milioni, destinati ad aumentare e che al momento finanziano i bandi che presentiamo oggi».

Tre bandi, un nuovo modello. I tre bandi sono, nel dettaglio: progetti strategici di ricerca e sviluppo, dedicato alle imprese più grandi associate con altre di diverse dimensioni; progetti di ricerca e sviluppo delle pmi, singole o associate; aiuti all’innovazione delle pmi, singole o associate. Le imprese potranno presentarsi in partenariato con gli organismi di ricerca. I bandi saranno strutturati con un modello “a due fasi”, ovvero una prima fase di presentazione e valutazione delle idee progettuali che poi saranno validate da soggetti esperti e sulla base di una griglia precisa di criteri prefissati. La seconda, vedrà la presentazione dei progetti esecutivi per quelli che hanno superato la prima soglia. (Per un approfondimento ulteriore vedi risorse correlate)

La crisi ha colpito anche la Toscana. Ma, come spiega l’Irpet , c’è uno zoccolo duro di imprese che resistono. «Questa regione – ha concluso Rossi – è ancora in piedi. Qui, nonostante la crisi, ci sono 3.500 aziende dinamiche che, proprio in questi anni, hanno aumentato fatturato e occupazione. Ma non tutto va bene, anche da noi l’emergenza è il lavoro. Ma la Toscana riesce ad essere competitiva e ad attrarre investimenti. Ci sono quindi le condizioni per reagire alla crisi. La scelta che abbiamo fatto con questa nuova impostazione dei fondi comunitari è una spinta ad andare in questa direzione. A queste si aggiungono gli interventi di ingegneria finanziaria, i piccoli prestiti per le pmi, quelli per favorire il risparmio energetico delle imprese e anche misure a favore del turismo, un altro importante motore di crescita della nostra economia».

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Veronesi “La lotta ai tumori comincia dalla tavola”

La lezione del direttore dell’Ieo agli studenti della Sapienza: “La prevenzione riduce i decessi più della medicina e comincia a tavola”. I dati sul cancro al colon dimostrano che è…

La lezione del direttore dell’Ieo agli studenti della Sapienza: “La prevenzione riduce i decessi più della medicina e comincia a tavola”. I dati sul cancro al colon dimostrano che è quasi  inesistente nei paesi a dieta priva di carne. I consigli sui cibi “protettivi”.

La prevenzione fa più delle medicine nella lotta contro il cancro. Ne è convinto Umberto Veronesi, direttore scientifico dell’Istituto europeo di oncologia (Ieo) di Milano, intervenendo a un incontro del ciclo “Vivere in salute promosso dall’università La Sapienza di Roma. Il primo luogo nel quale fare prevenzione, secondo Veronesi, è la tavola, perché l’alimentazione è responsabile del maggior numero di neoplasie nel mondo, superando anche il fumo.

Numeri alla mano, l’oncologo ha spiegato che a innescare il tumore sono nel 35% dei casi le cattive abitudini alimentari; seguono il tabacco (30%), le infezioni virali (10%), i fattori riproduttivi (7%), l’attività lavorativa e l’inquinamento (4%). “Ciò di cui ci nutriamo – ha sottolineato Veronesi, parlando agli studenti – è un elemento fondamentale per la nostra vita. Alimentarsi vuol dire scegliere e questa scelta può essere importantissima per preservarci da diverse malattie, a partire dai tumori. Il 35% di questi – ha ribadito – è dovuto a ciò che mangiamo, che può agire indisturbato sui nostri organi”.

A sostegno della sua tesi, Veronesi ha mostrato ad esempio due slide che rappresentano la diffusione del tumore al colon nel pianeta e dalle quali emerge che questo tipo di neoplasia “è rarissima nei Paesi dove non si mangia carne”, al contrario di quelli in cui raramente la carne manca a tavola. Frutta e verdura, al contrario, sono alimenti “protettivi”: “Più alto è il loro consumo – ha ricordato Veronesi – più diminuisce il rischio” di insorgenza di un tumore perché in essi è presente “un’armata di molecole antitumorali”.

Per proteggersi, dunque, l’oncologo ha indicato una serie di prodotti comuni quali “fragole, tè verde, aglio, verza, broccoli e pomodori” ed altri di importazione quali la curcuma, “presente ad esempio nel curry”: “Nell’isola di Okinawa – ha detto Umberto Veronesi – , dove la curcuma viene consumata quotidianamente, c’è una presenza di ultracentenari che supera del 10-15% quella degli altri Paesi nel mondo“. Alcuni cibi, ha aggiunto, formano una pericolosa “complicità” con il fumo: studi recenti avrebbero rilevato una correlazione tra il consumo di carne, fumo e tumore del polmone.

Più in generale, Umberto Veronesi ha ribadito che la prevenzione è stata finora più efficace dei farmaci nell’evitare le morti per tumore. “Se le morti per tumore sono diminuite – ha detto – il merito va alla prevenzione, che ha avuto anche una grande importanza sull’incidenza e sulla curabilità ; per questo, ha concluso, “adesso vogliamo puntare a identificare i fattori protettivi contenuti negli alimenti che aiutano a combattere il cancro”.

Di questo tema e di molto altro se ne parla oggi, venerdì 14 marzo all’Auditorium di Nottola ore 15:30 con la Dott.ssa Titta dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

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Laura Tinti, ricercatrice di Toscana Life Sciences, premiata da Telethon

Laura Tinti, giovane ricercatrice di Fondazione Toscana Life Sciences, è tra i ricercatori finanziati da Telethon sul “Bando progetti esplorativi 2013” dedicato al sostegno di malattie di origine genetica sinora…

Laura Tinti, giovane ricercatrice di Fondazione Toscana Life Sciences, è tra i ricercatori finanziati da Telethon sul “Bando progetti esplorativi 2013” dedicato al sostegno di malattie di origine genetica sinora neglette.

La dottoressa Laura Tinti, presentando un progetto sullo sviluppo di una terapia enzimatica sostitutiva per il trattamento delll’aciduria metilmalonica con omocistinuria tipo CblC (MMACHC), è riuscita a entrare nella rosa dei 14 ricercatori finanziati, sui 112 che ne avevano fatto richiesta. Si tratta di un risultato importante, che va a premiare l’operato di TLS anche sul fronte delle malattie rare.

“Il nostro progetto – spiega Laura Tinti – è basato su studi di fattibilità relativi all’utilizzo di un approccio sostitutivo a compensazione di un enzima difettoso per il trattamento di pazienti affetti da aciduria metilmalonica con omocistinuria tipo CblC. Grazie ad alcuni finanziamenti ricevuti dalla Regione Toscana nell’ambito del progetto ORPHAN2, avevamo già iniziato a lavorare alla produzione della proteina ricombinante, ottenendo promettenti dati preliminari. Il finanziamento ottenuto da Telethon ci permette così di portare avanti il nostro studio valutando la potenzialità terapeutica della proteina sviluppata su colture cellulari ottenute da pazienti affetti da tale patologia per passare poi, eventualmente, alle fasi di sviluppo successive”.

“Sono davvero molto soddisfatta – continua Tinti – di aver ottenuto a 32 anni questo riconoscimento da un ente così rigoroso e prestigioso come Telethon. E’ sicuramente uno stimolo in più per continuare ad approfondire le mie conoscenze e riversare la mia passione per la ricerca in un progetto in cui credo molto. Mi auguro anche che possa essere un incoraggiamento per i giovani ricercatori che rimangono troppo spesso delusi dalla realtà della ricerca italiana”.

Il progetto di ricerca di Laura Tinti può essere visualizzato all’interno del sito web di Telethon.

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Tutela e tracciabilità degli alimenti toscani, il primato senese

Dal tartufo al pesce, dal Brunello di Montalcino alla cioccolata e all’olio. Ben 5 progetti di ricerca dell’Università di Siena hanno vinto il bando dalla Regione Toscana per il settore…

Dal tartufo al pesce, dal Brunello di Montalcino alla cioccolata e all’olio. Ben 5 progetti di ricerca dell’Università di Siena hanno vinto il bando dalla Regione Toscana per il settore Agrifood 2012/2015 e sono stati finanziati, per garantire la tutela e la tracciabilità degli alimenti toscani.

Su 54 progetti partecipanti, presentati da Atenei e centri di ricerca toscani, 11 sono stati selezionati. Tra questi, l’Ateneo senese partecipa a cinque progetti e spicca con il suo dipartimento di Scienze della vita, capofila in 3 progetti vincitori. Garantire la qualità e la tracciabilità dei prodotti agricoli toscani, tutelando allo stesso tempo i produttori e i consumatori, è lo scopo di questi progetti, mentre la loro base scientifica comune è l’analisi del DNA dei prodotti alimentari.

“Winefinger” si basa sulla possibilità di “leggere” il DNA di vite ancora presente nei vini, e quindi risalire al vitigno d’origine dei vini monovarietali. Il progetto prevede la caratterizzazione genetica e biochimica di un territorio e di un vino toscano d’eccellenza come il Brunello di Montalcino, utilizzando un metodo multidisciplinare che vuole porsi come modello di tracciabilità applicabile anche ad altre regioni caratterizzate dalla produzione di vini monovarietali di qualità.

Fishtrack, volto alla tracciabilità ed identificazione molecolare di specie ittiche, permetterà attraverso lo studio del DNA la corretta identificazione di esemplari ittici commercializzati sul territorio regionale, per poi passare alla creazione di una banca dati genetica che permetta non solo di determinare la corretta attribuzione della specie ad un esemplare, ma anche la sua origine geografica.

Al tartufo bianco toscano è dedicato il progetto Tosco Magnatum Trace, che permetterà di tracciare dal punto di vista genetico i prodotti, come le salse, contenenti tartufo, analizzando il DNA presente nell’alimento fresco e processato per risalire all’organismo che ha fornito la materia prima, e stabilire la conformità con quanto dichiarato dal produttore. L’originalità del prodotto confezionato sarà inoltre garantita attraverso un’etichetta “tecnologica” anticontraffazione brevettata dall’azienda Qrquality, che fornirà una garanzia reale e un valore aggiunto per il produttore e per il consumatore. La realizzazione di questi progetti di ricerca permetterà di combattere le frodi e le contraffazioni alimentari, riconoscendo e garantendo i prodotti alimentari regionali di eccellenza.

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Offerte di lavoro fino al 28 Febbraio – zona Valdichiana

Di seguito potete trovare le ultime offerte di lavoro in Valdichiana fino al 28 febbraio 2014, pubblicate dal Centro per l’Impiego della provincia di Siena. In base a quanto disposto dalla…

Di seguito potete trovare le ultime offerte di lavoro in Valdichiana fino al 28 febbraio 2014, pubblicate dal Centro per l’Impiego della provincia di Siena. In base a quanto disposto dalla legge 125/91, tutti gli annunci per ricerca e selezione del personale si intendono rivolti a persone dell’uno e dell’altro sesso. Per qualsiasi informazione potete contattare direttamente gli uffici relativi al territorio della Valdichiana:

CENTRO IMPIEGO DI MONTEPULCIANO
Piazzetta Pasquino da Montepulciano
Tel. 0578 758502 – Fax. 0578 757445
E-mail. ci.montepulciano@provincia.siena.it

CENTRO IMPIEGO DI SINALUNGA
Via Trento, 229/b
Tel. 0577 241920 – Fax. 0577 241930
E-mail. ci.sinalunga@provincia.siena.it [divider]

OFFERTE IN PRESELEZIONE

Rif. 1591 – ricerca di 1 giardiniere a Pienza
RICHIEDE – esperienza nel giardinaggio e nella potatura, età compresa tra 30 e 50 anni
OFFRE – lavoro a tempo pieno e determinato per tre mesi

Rif. 1601 – ricerca di 1 cuoco a Chianciano Terme
RICHIEDE – esperienza precedente come cuoco o aiuto cuoco
OFFRE – lavoro a tempo pieno e determinato

Rif. 1602 – ricerca di 1 impiegato amministrativo a Fabro
RICHIEDE – esperienza nelle pubbliche relazioni, età compresa tra 20 e 29 anni
OFFRE – apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere

Rif. 1615 – ricerca di 1 cuoco a Chianciano Terme
RICHIEDE – esperienza nella cucina toscana, residenza nella zona di Chianciano
OFFRE – lavoro a tempo pieno e determinato

Rif. 1582 – ricerca di 1 agente assicurativo a Pienza e Montepulciano
RICHIEDE – età massima 25 anni, buone conoscenze informatiche
OFFRE – lavoro occasionale con orario spezzato

Rif. 1587- ricerca di 1 rammagliatrice a San Quirico d’Orcia
RICHIEDE – esperienza nell’uso della macchina rammagliatrice
OFFRE – lavoro a tempo pieno e determinato per 6 mesi

[divider]OFFERTE DIRETTE

Rif. 1549 – M.G. Project Group ricerca di 1 project manager a Foiano della Chiana
RICHIEDE – ottime conoscenze informatiche, stesura piani di lavoro e coordinamento gruppo
OFFRE – lavoro a tempo pieno e determinato
CONTATTARE – direttorecommerciale.biproget@gmail.com

Rif. 1618 – ricerca di 1 addetta alle pulizie a Sinalunga
RICHIEDE – esperienza nella pulizia dei locali, iscrizione alle liste disabili
OFFRE – lavoro part-time e a tempo determinato fino a giugno, con possibilità di trasformazione
CONTATTARE – centro impiego Sinalunga

[divider]CONCORSI PUBBLICI

Università degli Studi di Siena cerca 2 profili area amministrativa
RICHIEDE – diploma di scuola superiore, iscrizione alle liste disabili
OFFRE – contratto a tempo indeterminato
CONTATTARE – www.unisi.it

[divider]LAVORA CON NOI!

La Valdichiana cerca 1 responsabile commerciale
RICHIEDE – diploma di scuola superiore, età massima 30 anni, patente B
OFFRE – contratto di collaborazione con retribuzione a provvigione
CONTATTARE – info@lavaldichiana.it

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