Per Chianini nel Mondo abbiamo intervistato Carla Contemori, linguista e ricercatrice nel campo della psicolingustica, in particolare nei soggetti bilingui. Carla vive da dieci anni negli Stati Uniti, dove si è trasferita prima in Pennsylvania e poi in Texas, a confine con il Messico. Ma il suo percorso da linguista e ricercatrice nasce a Siena, dove ha svolto le prime ricerche e un dottorato. La svolta dell’America è arrivata un po’ per caso e non è stata sicuramente facile, ma per la sua carriera lavorativa ha rappresentato un trampolino di lancio.

In cuor suo però la Valdichiana le è sempre rimasta vicina, motivo per cui ogni anno ritorna.

Abbiamo parlato della sua carriera lavorativa ma anche dell’attaccamento che spesso si prova verso il proprio luogo di origine, anche se non è stato capace di dare possibilità per il futuro.

Ciao Carla! Parliamo un po’ del tuo percorso di studi e di come ti sei approcciata per la prima volta al mondo della linguistica…

“Sono nata a Sansepolcro nella provincia di Arezzo, ma mi sono trasferita all’età di quattro anni con mia mamma ad Acquaviva. Ho quindi frequentato le scuole primarie lì e poi sono arrivata a Montepulciano dove ho frequentato il Liceo Classico. Ho poi deciso di iscrivermi all’Università con l’idea di fare la giornalista; al liceo avevo ricevuto dei feedback positivi dagli insegnanti riguardanti la mia scrittura e la voglia di provarci mi aveva spinta a prendere quella decisione. Una decisione che si è rilevata fallimentare poiché per niente vicina a quelle che sono state poi le mie abilità e i miei campi di interesse nel periodo universitario. Ma al tempo, credendoci diciamo, mi sono iscritta alla triennale a Siena in Scienze della Comunicazione (uno dei primi anni in cui si era passati dai quattro ai tre anni, infatti c’erano ancora alcuni test di ingresso in facoltà nelle quali ora non ci sono più).

Dopo avere passato il test di ingresso e dopo avere frequentato le prime lezioni la mia motivazione ha iniziato a diminuire. Non era ciò che mi piaceva veramente, l’unica cosa che mi aveva attirato era il corso di linguistica tenuto dal Professore Luigi Rizzi, uno dei più importanti nomi nella linguistica generativa in Italia e all’estero. Il Professore era veramente un insegnante fantastico e proprio durante questo corso introduttivo ho capito che si poteva guardare al linguaggio con un occhio scientifico al quale io non ero minimamente stata abituata. Da lì mi si è aperto un mondo e così, terminata la triennale, ho intrapreso la magistrale in linguistica, sempre a Siena.

Durante la magistrale sono stata coinvolta in un progetto di ricerca per la tesi e quel mondo mi ha appassionata talmente tanto che ho deciso di intraprendere un dottorato. Ho fatto domanda in vari posti, ma in realtà a Siena mi hanno offerto una borsa di studio e quindi sono rimasta lì. Come parte del dottorato, accreditato a livello europeo, c’era la possibilità di passare un periodo all’estero lavorando con altri supervisori. Ho deciso di andare all’Università di Reading in Inghilterra, dove c’era un Professore che si occupava di acquisizione del linguaggio nei bambini. Ero già appassionata a quel campo di studi e infatti si è subito creata una collaborazione, che grazie alla vittoria di una borsa di studio dopo il mio dottorato sono riuscita a portare avanti per un anno.

A quel punto ero molto specializzata nella ricerca, che era fondamentalmente diventata il mio lavoro. Così, con l’idea di continuare nella ricerca, ho fatto domanda per andare negli Stati Uniti, nella precisione alla Pennsylvania State University (conosciuta anche come Penn State), una delle università pubbliche più grandi degli USA. Lì mi hanno offerto un post doc di un anno. Non avevo molta voglia di trasferirmi negli Stati Uniti, poiché mi ero sempre sentita molto europea, ma la possibilità era veramente grande, il laboratorio aveva tante risorse e così mi sono convinta.”

Eccoci arrivati al grande cambiamento. Dieci anni fa sei arrivata in America e sei rimasta lì; cos’è che ti ha spinta a rimanere? E soprattutto ci sono stati momenti, delle esperienze, che ti hanno scombussolata?

“Diciamo che la mia permanenza in America non è stata facile, all’inizio ho subito un grande shock culturale. Arrivata in Pennsylvania con la mia valigia da 25kg sapevo di dovere rimanere per un anno e poi, cosa non scontata, mi aspettavo l’America dei film: asfalto, fast food, macchinone e campus enormi. In realtà mi sono ritrovata nel mezzo di boschi, montagne e di un posto fortemente rurale, sia a livello geografico che culturale. Proprio nel mezzo del nulla, nella sua campus Town, era localizzata la mia università, una delle più importanti e più grandi dell’America.

Dopo l’esperienza in Pennsylvania sono arrivata in Texas, dove mi sono sentita anche più accettata dai miei collaboratori e dove sono poi rimasta. Ora infatti sono professoressa associata di linguistica presso l’University of Texas at El Paso. Una città grande, al confine con il Messico, che per il mio lavoro di ricerca è ottima. Con il tempo mi sono infatti specializzata nel bilinguismo e qui si parla spagnolo e inglese, quindi i soggetti per la mia ricerca di certo non mancano. 

Tornando al mio percorso di adattamento, a livello personale non è stato facile, o perlomeno è stato più difficile di quanto si potesse pensare. Trovarmi in un posto molto isolato, dove c’era uno sbalzo enorme tra tutto il territorio esterno alla campus town e quest’ultima, mi ha scombussolata molto. Nella campus town, non c’erano problemi, difficoltà, ma solo divertimento, come vedevo nei film; allo stesso tempo fuori c’era un mondo che faceva quasi viaggiare nel passato. In Pennsylvania ci sono molte comunità Amish, le quali per motivi religiosi rifiutano la tecnologia. A noi sono spesso rappresentate come piccole e isolate, ma in realtà ci sono tantissime comunità che vivono a contatto con gli altri. In più coloro che non facevano parte di queste comunità, ma vivevano all’esterno dei campus lavorando nei campi, avevano un livello culturale veramente molto basso. Era incredibile vedere come quello sbilanciamento culturale e di sviluppo di cui si parla spesso fosse effettivamente vero. 

Questo perlomeno è quello che ho percepito nel Nord Est dell’America, dove non mi sono trovata a mio agio neanche nei rapporti con i colleghi. Gli angloamericani hanno una mentalità molto competitiva e sempre focalizzata sul lavoro, non ci sono rapporti se non superficiali. Diciamo che in quell’area lo spirito americano, da noi spesso ridotto in stereotipi negativi, è molto forte e persistente. Questa mentalità, è stato uno dei motivi per cui ho capito con il tempo che non avrei potuto vivere in quei luoghi. Qui mi trovo bene perché la cultura predominante è quella messicana, molto più vicina alla nostra, non mirata al singolo ma spesso mirata alla comunità e alla società. In questo angolino di Texas mi sono trovata e mi trovo molto bene, non so se riuscirei a trovarmici anche negli altri angoli di Texas dove diciamo che le idee politiche sono abbastanza distanti dalle mie.”

Riprendiamo i passi della tua carriera lavorativa. Ora sei Professoressa Associata, hai quindi abbandonato la carriera della ricerca e sei passata all’insegnamento?

“Negli Stati Uniti esistono varie carriere accademiche: esistono linee di lavoro in cui puoi solo insegnare e non è richiesto un dottorato di ricerca e linee di lavoro, di cui faccio parte io, dove se fai ricerca accademica devi fare per forza delle ore di insegnamento. Quest’ultima carriera inizia con la figura di Assistant Professor, ed ha una media durata di cinque anni; dopo questo periodo di lavoro c’è un gradino di promozione molto importante per la carriera lavorativa. Il lavoro fatto nei cinque anni viene revisionato da persone esterne all’università che sono però nel tuo stesso ambito di ricerca; questi, dopo avere esaminato il tuo lavoro, mandano delle lettere di raccomandazione che, se esprimono un parere positivo e i tuoi colleghi decidono di promuoverti, ti permettono di diventare ufficialmente Professore Associato. Una posizione rilevante che fondamentalmente, a differenza dell’Assistant Professor, ti dona una stabilità lavorativa difficile da trovare negli USA. A questo punto si può passare a un altro gradino professionale attraverso un’altra promozione che è quella di professore ordinario. Una carica che dà ancora più prestigio a livello accademico ma anche maggiore libertà nel proprio lavoro.

Io sono diventata Professore Associato un anno fa, dopo quasi un anno di decisioni e revisioni sul lavoro fatto. Quindi ora insegno ma in realtà la mia carriera lavorativa gira intorno alla ricerca sperimentale in linguistica, che in fin dei conti è anche ciò che conta maggiormente nel momento delle valutazioni per una promozione”

Sei quindi una ricercatrice a 360°, ti va di parlarci del tuo percorso e dei tuoi studi in linguistica?

“Sono partita sin dall’inizio, quando ero in Italia e poi in Inghilterra per intenderci, con lo studio dell’acquisizione del linguaggio nei bambini. In questo periodo ho iniziato a fare un confronto tra l’apprendimento della lingua italiana e della lingua inglese. La linguistica però non è studio di una lingua in particolare, ma è uno studio che presuppone che tra tutte le lingue ci sia qualcosa in comune, per questo parlo di una scienza. Posso studiare un singolo linguaggio ma parto con la consapevolezza che alcuni elementi che possiede li posso facilmente trovare in altre lingue.

Quando sono arrivata qui negli Usa, ho preso una traiettoria complementare ai miei studi precedenti. Il centro in cui mi sono ritrovata era specializzato nel bilinguismo e così mi sono dedicata a questa sfera, studiando sia il bilinguismo negli adulti che nei bambini. 

I miei studi rientrano nell’ambito della psicolinguistica, una disciplina della linguistica che studia le componenti cognitive del linguaggio. Come riesci a parlare in maniera fluida se nel tuo cervello le operazioni che vengono svolte sono tantissime solo per articolare una parola? Come riesci a mettere le parole in un ordine preciso non casuale a seconda della lingua con cui ti interfacci? Come è possibile selezionare il linguaggio giusto?

Queste sono le domande più comuni, ma ce ne sono tante altre, che ci poniamo nello studio del bilinguismo. Infatti da anni sappiamo che nel momento in cui possiedi la conoscenza di più di una lingua, quando ne parli una specifica, le altre non sono disattivate nel tuo cervello, ma possiedono un grado di attivazione latente. Nel cervello non c’è quindi una sezione per ogni singola lingua, ma c’è una continua interazione tra le lingue. Nella pratica, io che conosco tre lingue e parlo inglese quotidianamente, faccio delle scelte leggermente diverse nella costruzione della frase in italiano da quelle che puoi fare teIl multilingue è per questo molto diverso da un parlante di una sola lingua. 

Il mio studio si focalizza  proprio su questo: il livello di interazione tra le lingue, a livello delle parole, delle frasi o di conversazioni intere. E per studiarlo, lavoro sia con i bambini, che però è sempre abbastanza difficile qui anche per problemi politici, che con gli adulti. Coloro che partecipano agli esperimenti sono spesso studenti che parlano inglese e spagnolo, ma le persone che partecipano hanno background nell’acquisizione delle lingue spesso molto diversi. C’è chi dal giorno zero ha imparato spagnolo e inglese, chi inizia a parlarlo nel momento in cui va a scuola perché magari si parla solo spagnolo in casa anche per mancanza di conoscenza e ci sono anche quelli che per una sorta di importanza maggiore dell’inglese all’interno della propria casa hanno imparato a comprendere lo spagnolo solo sentendolo dagli altri. Già da qui si avvince come il bilinguismo è differente e pieno di variabili.”

 Cosa cambia nello studio del bilinguismo nei bambini?

“In realtà lo studio sui bambini viene fatto anche per sconfiggere un po’ lo stigma per cui se un bambino è bilingue e mischia le due lingue è per forza confuso. Spesso i genitori sono preoccupati perché i figli parlano due lingue e nessuna delle due abbastanza bene, una preoccupazione normale certo, ma che nasce semplicemente dall’età e dalle capacità del bambino. Ad oggi sappiamo che non ci sono notevoli differenze nell’apprendimento di una singola lingua o di due o più insieme, anzi se cresci in un ambiente in cui le lingue vengono parlate fluidamente puoi riuscire a parlarle molto bene. Certamente ci sono delle piccole differenze nel processo di apprendimento ma non hanno un peso negativo. L’idea è di studiare e capire questi processi di apprendimento nel bambino bilingue per fare anche capire ai genitori e alla comunità che non c’è niente di male nel fatto che si parlino due lingue sin dall’infanzia, anzi se possibile ti dà anche maggiori possibilità nel futuro. 

È quindi un modo per discostarci dalla ricerca classica dell’apprendimento del linguaggio nei monolingue svolta dalla linguistica. Tanti modelli sui processi di apprendimento cognitivo del linguaggio sono basati su popolazioni di monolingue. Però oggi la popolazione mondiale è quasi tutta bilingue o multilingue, quindi tutto quello che sappiamo non è effettivamente rappresentativo. 

Questo shift nella ricerca e gli studi svolti ci ha portato alla consapevolezza che il nostro cervello è fatto per apprendere più di una lingua, di base è quindi pronto a più di un sistema linguistico. E questa cosa è ben visibile nella facilità con cui i bambini cresciuti nel giusto ambiente educativo riescono ad apprendere con facilità tutte le lingue a cui vengono sottoposti”

Se ti venisse data la possibilità sia di tornare in Italia permanentemente che per sostenere lezioni o convegni, accetteresti?

“Diciamo che io ho mantenuto contatti con le persone che mi hanno seguito durante il dottorato a Siena e ho poi delle collaborazioni attive con altri colleghi in altre università tra cui l’Università per Stranieri di Perugia e Milano Bicocca. Ho quindi avuto occasione di tenere presentazioni e seminari a Siena e nelle altre Università di persona. Poi mi piace partecipare anche a convegni sia che siano in Italia che in Europa. Ovviamente ho delle limitazioni di tempo perché, tenendo conto delle ore necessarie, non mi è possibile spostarmi durante l’anno universitario, ma solo di estate.”

Sei da dieci anni in America, ma ti sposti spesso per lavoro e so che viaggi molto. Questo tuo moto continuo ti ha riportata anche in Valdichiana?

“È vero, viaggio molto, anche per piacere personale. Qui in America grazie ai paesaggi incontaminati ho riscoperto una passione per la natura e l’area aperta che forse avevo dimenticato.

Però verso maggio, ogni anno, inizia a farsi sentire la mancanza della Valdichiana, di casa mia. Ho la fortuna che i semestri qui finiscano a metà maggio e ricomincino a fine agosto, concedendomi un break molto lungo durante il quale torno in Italia, dove passo anche più di un mese. Quindi sì, non riesco a rinunciarci, anche perché ho un legame molto forte con le mie radici e mi piace anche seguire da lontano ciò che succede. Non ho nostalgia durante l’anno accademico, ho la mia vita, il mio lavoro, ma quando inizia ad avvicinarsi maggio, ho proprio bisogno di quel periodo di ritorno. E quando arrivo è come se nulla fosse cambiato, riprendo la mia routine, ritrovo i miei amici, frequento gli stessi posti, mi aggiorno anche sui pettegolezzi del luogo.

Ci sono tante persone che riescono a distaccarsi completamente dal territorio, tornano solo per i legami con le persone, io invece no, non sono mai riuscita a effettuare questo distacco. Ovviamente anche io sono cresciuta sapendo che prima o poi sarei dovuta andare via per fare ricerca come volevo, ma la delusione non l’ho mai provata nei confronti dei miei luoghi ma nei confronti dell’Italia. Poi io ho preso di petto la possibilità di andare via perché non mi sentivo costretta a farlo, era una cosa che volevo e che desideravo sin dal periodo di Erasmus e poi per la mia ricerca era impossibile non allontanarmi da quei luoghi. Non per questo però li rifiuto, so che hanno tante possibilità da offrire, ad oggi non a me ma magari per altre persone a livello lavorativo rappresentano una vera e propria risorsa”

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Chiara Cacace

Diplomata alle Scienze Umane senza neanche essersene resa conto, ha necessitato di un anno sabbatico durante il quale ha scoperto che non può fare nulla per placare la sua volontà di scegliere sempre la via meno praticabile. Per questo aspira a fare parte del mondo dei giornalisti poiché scrivere è l’unica cosa giusta che pensa di sapere fare, ma neanche lei ci giurerebbe, quindi non illudetevi.

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