La Valdichiana

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Luca Vanni, un “fuori corso” che ce l’ha fatta

La pressione sociale nei confronti degli studenti universitari è elevatissima, perché spendono tempo e denaro per qualcosa che non necessariamente (anzi, quasi mai) li realizzerà nel futuro. Per i “fuori…

La pressione sociale nei confronti degli studenti universitari è elevatissima, perché spendono tempo e denaro per qualcosa che non necessariamente (anzi, quasi mai) li realizzerà nel futuro. Per i “fuori corso”, bighelloni patentati o semplicemente duri come il coccio, la faccenda si fa ancora più complicata: il conseguimento della laurea si protrae nel tempo, e contemporaneamente si allontana sempre di più la possibilità di trovare un lavoro che sia frutto del lunghissimo percorso di studi.

A fare da cornice alla durissima vita del laureando “fuori corso” ci sono i “vai a lavorare!” di mamma e babbo, le prese in giro degli amici, ma anche le preoccupazioni della nonna, che ti vede deperito per lo stress da esami e ti chiama continuamente per chiederti se hai mangiato.

Come sopravvivere a questo inferno?

Credo di averlo imparato dalla storia di Luca Vanni.

La partecipazione ai più importanti Slam mondiali vale come una laurea, conseguita però in tardissima età, se si considera la carriera di uno sportivo. Luca Vanni, per molto tempo, è stato un “fuori corso” del tennis, combattuto tra la passione per il tennis e la paura di pesare troppo sulle casse dei genitori, tra il suo sogno e il mobilificio di famiglia.

Calma, dedizione e pazienza, anche quando le classifiche parlavano chiaro e lui, già grandicello, era 4.3 – “il livello più infimo del tennis”: sono virtù che gli ho letto sul volto, appena è sceso dalla macchina per fare quest’intervista. In un insolito giorno innevato, col rischio di non potersi incontrare e di rinviare a chissà quando l’appuntamento, Luca si è fermato a Sinalunga per farsi tempestare di domande.

In 5 set.

1° set: Luca Vanni vs Ginocchio

Il match è iniziato sul tavolino più appartato dello Scuro, la casa del caffè sinalunghese, e Luca si è accaparrato subito l’unica sedia alta, mentre a me e Valentina sono toccati gli sgabellini. Come primo servizio, direi subito un ace meritato: non l’ha fatto per comodità, ma perché è impossibile mettersi a sedere su quelle seggioline per uno che è soprannominato il “Gigante del tennis”. Centonovantotto centimetri, roba che mentre gli parlavo sembravo un bambino che recita la poesia davanti a Babbo Natale.

Abbiamo iniziato con le note dolenti non perché sono un infame, ma perché di solito ci si presenta chiedendosi “come va?”, e Luca è stato estremamente sincero a rispondermi diversamente dal solito “tutto bene!”. L’infortunio che tanto lo sta tormentando ormai da troppo tempo è una calcificazione al ginocchio destro, già operato.

“È un periodo così così sotto questo punto di vista, questo ginocchio mi fa tribolare parecchio”.

Che bella la calata aretina, il registratore non lo mette in soggezione.

“Ultimamente gioco fisso con il Voltaren, l’antidolorifico quello della pubblicità, e tra qualche mese mi prenderò del tempo per recuperare. D’altronde, non si tratta di una partita a settimana: se continuo a prendere le pasticche, ci sta che invece che al ginocchio mi operano al fegato!”. Di operazione, infatti, Luca non ne vuole sapere. “Anche i dottori la sconsigliano, mi sono già operato tre volte. Più che altro, essendo una calcificazione, ci sta che anche dopo un’operazione torni, se si tratta poi di un problema posturale. Adesso mi sto curando con delle onde d’urto – che dolore! – spero che facciano il loro dovere”.

Ginocchio fasciato completamente durante gli ultimi Australian Open

2° set: Luca Vanni vs Tempo

Speriamo davvero che tutto si risolva, anche perché l’età avanza e Luca ha già giocato fin troppo col tempo: primo torneo ATP e primo main draw di uno Slam nel 2015, alla soglia dei 30 anni. Ma la calma, la tranquillità, la pazienza di cui parlavo, si palesano proprio quando gli servo sul piattino del suo caffè macchiato il tema degli anni che passano.

“L’età? Solo una scusa, una chiacchiera da bar. Uno se la sente dentro, fuori non esiste”. Coi lineamenti da ventenne e il sorriso da ragazzo, Luca mette subito in chiaro che la sua carriera è ancora lunga. “Finché uno si sente bene non c’è carta d’identità che tenga. Quando mi chiedono se sono a fine carriera me la rido, per fortuna qualcuno mi ha capito. Un mio amico, ad esempio, vorrebbe che andassi da lui per raccontare ai ragazzi che allena la mia storia: un comune mortale che ce l’ha fatta, uno che da quarta categoria, il livello più infimo del tennis, è arrivato in alto. Aggiungo, grazie a spinte mie interne, senza aiuti dall’esterno”. Mette in mezzo anche la prospettiva “ganza” di scrivere un libro. “Sarebbe bello potermi raccontare non solo per le cose belle, ma anche per quelle negative che in un modo o nell’altro sono comunque fondamentali per crescere. Ma è presto, ancora ho voglia di aggiungere qualche capitolo “reale” alla mia carriera”.

E mentre penso che “cavolo, in un modo o nell’altro l’età inciderà nel tennis!”, Luca chiude con il suo rovescio a due mani il discorso.

“L’età incide solo per quanto riguarda il lavoro che fai. Ad un certo punto, il gioco deve valere la candela, parlo proprio a livello economico, in prospettiva futura”. Pendo dalle sue labbra che sputano sincerità e piccole imprecisioni grammaticali, sintomo che si trova a suo agio.

“Il tennis, infatti, è uno sport meritocratico: non è detto che uno a fine torneo si porti sempre il premio a casa, anzi…”.

3° set: Luca Vanni vs Australian Open

Anzi, proprio come dice lui, “la settimana del tennista termina quasi sempre con una sconfitta”.

E sta proprio in questo, secondo me, la crudeltà del tennis: l’emozione e la felicità di aver raggiunto un traguardo importantissimo spesso ti si strozzano in gola, perché un paio di giorni dopo magari esci sconfitto nel match successivo.

La sua recente esperienza agli Australian Open ne è l’amara conferma, e Luca non ha paura di dirlo, con simpatia e pochi peli sulla lingua. “Non ho mai vinto una partita in un tabellone principale. Quindi, alla fine, nonostante tutti i convenevoli del caso, dopo ave’ perso con Busta, me giravano i cojoni! Sono arrivato ad un punto in cui vorrei concretizzare il risultato…”.

Non deve essere facile, appunto, avere rimorsi dopo essere arrivati a giocarsela contro i migliori. Per questo gli ho chiesto quanto fosse importante la solidità mentale in uno sport diabolico come il tennis, che ti fa volare per poi schiantarti a terra nel giro di un secondo. “La testa conta infinitamente di più rispetto alla classe o alla tenuta fisica, e paradossalmente è la cosa che si vede di meno durante una partita. Il tennista può essere influenzato da una miriade di fattori: fusi orari, viaggi, qualità del cibo, clima, dolori, che però in campo non sono visibili. Che ne sa la gente alla TV che la sera prima hai litigato con la fidanzata? La mente deve essere brava a estraniarsi da tutti i problemi, perché alla fine i campi degli Slam sono grandi quanto quelli di Sinalunga”.

Proprio la testa ha fatto la differenza, secondo Luca, nella sconfitta contro il numero 23 al mondo Pablo Carreño Busta. Testa che poi, inevitabilmente, influenza anche tutte le altre qualità di un tennista. “Non dico che potevo fare di più, ma che mentalmente sono stato regressivo e non progressivo, pur essendo avanti di due set. In sostanza, dovevo essere più consapevole del momento, ed invece è lui che si è esaltato punto dopo punto: ha iniziato ad osare, a sbagliare anche di più, ma a giocarsi punti più importanti con determinazione e fiducia nei suoi mezzi. Ha preso campo, e alla lunga è venuta fuori anche la sua migliore condizione fisica, che ha fatto la differenza”.

Gli alzo una palla ghiottissima: “Perdere di pochissimo contro un 23 del mondo è brutto perché hai perso o bello perché era un giocatore forte?”.

Lui mi risponde con uno smash alla Sampras, suo idolo fin da piccolo. “Perdere contro Busta mi ha dato solo la consapevolezza che ancora non sono sazio”.

4° set: Luca Vanni vs Passato

So da dove viene tutta questa determinazione nel voler giocare ancora tanto, e rientrare magari nei primi cento al mondo. Viene proprio da quell’11 maggio 2015, quando il sito ufficiale dell’ATP, alla voce “top 100’s”, recitava “Luca Vanni” proprio alla centesima posizione. Quel 2015 è sicuramente l’anno di Luca Vanni, se non altro a livello di risultati raggiunti: main draw di Roland Garros e Wimbledon, Challenger vinto a Portoroz (Slovenia), vittoria contro Tomic nel tabellone principale del Master 1000 di Madrid, secondo posto all’ATP di San Paolo. E, ciliegina sulla torta, entrare nel circolo ristretto dei migliori cento giocatori nel mondo.

“La spinta per quel 2015 me l’ha data però il 2014, l’anno post-infortunio: avevo voglia di rimettermi in gioco seriamente, così da 850 sono passato a 150 al mondo grazie ad un’annata faticosissima, in cui ho giocato praticamente una partita ogni tre giorni”.

Luca non tradisce emozioni e non dà mai l’idea di volersi pavoneggiare.

“Poi, appunto, il 2015, in cui ho raggiunto i traguardi più importanti della mia carriera. Non ho un ricordo in particolare: l’emozione più bella è forse l’aver calpestato da giocatore i campi del Foro Italico, quelli che sognavo fin da piccolo, quando con il TC Sinalunga andai a Roma per vedere Sampras e Edberg. Sicuramente, ricorderò per sempre la finale persa con Cuevas a San Paolo, anche con un pizzico di rammarico per l’atteggiamento con cui entrai in campo. Si torna al discorso di prima sulla mentalità: all’inizio pensai di più a non fare brutta figura contro un 20 al mondo, pian piano incominciai a prendere coraggio ed infatti la partita è finita 7-6 al tie break del terzo set, dopo tre ore di partita. L’ho sognato anche stanotte”.

“Chi, Cuevas?”. Pensavo ad un’umanissima sete di vendetta. “No, macché. Sogno tutt’ora di calpestare un’altra volta un palcoscenico del genere. C’è la vita davanti, sono tranquillo”. Un dritto incrociato imprendibile, sulla linea, senza bisogno dell’hawk-eye.

5° set: Luca vs Francesca

Dalle interviste precedenti era venuto fuori un Luca legatissimo a Foiano, al posto in cui è nato e cresciuto, cosa insolita per professionisti itineranti come i tennisti. “Dopo due tre settimane inizio a soffrire la lontananza dall’Italia, devo tornare”. Ma non solo per il territorio, ovviamente.

Per i genitori, per la nonna, per Francesca.

Cerca di smorzare l’argomento, ma la pallina finisce sulla rete.

Qui ciò che prova si percepisce chiaramente. “Col tempo, come è giusto che sia, le priorità sono sempre maggiori: non che non sia importante rientrare nei primi 100 al mondo, ma nel senso che a 33 anni non conta solo il tennis. C’è la famiglia, la prospettiva magari di crearsene una propria. C’è Francesca, che mi rispetta ed ha imparato a convivere con me nonostante la lontananza e tutto quanto”.

Dopo aver chiuso il cerchio con Francesca, è arrivato il momento di lasciarci.

C’è stato il tempo, off record, di parlare anche di sponsor, social media, televisione, della sua ultima intervista a Sky.

Un atleta di questa caratura, un tennista che ha giocato sul verde naturale di Wimbledon, sul blu veloce degli Australian Open, che è stato numero 100 ATP, me lo immaginavo più frenetico, sempre di corsa. Invece, tutto il contrario.

Calma, dedizione e pazienza glie le leggevo sul volto. Aggiungo un pregio che manca a tantissimi professionisti: il rispetto. “Pieno rispetto per qualsiasi persona che mi trovo davanti, per chi è e ciò che fa”.

“La mia storia non è finita!”. 

Ci credo, ad occhi chiusi. Non sarà mai troppo tardi, per uno come Luca Vanni. Un “fuori corso” che ce l’ha fatta, e che – spero – tornerà presto a guardare tutti dall’alto.

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Le Facce di Lù. Gli artisti camminano fra noi – Intervista all’artista Luigi Viroli

“Oggi come si fa arte visiva? Quali sono le nuove proposte? E soprattutto, gli artisti camminano fra noi?” Non ditemi che non ve lo siete mai chiesti. Almeno una di…

“Oggi come si fa arte visiva? Quali sono le nuove proposte? E soprattutto, gli artisti camminano fra noi?”

Non ditemi che non ve lo siete mai chiesti. Almeno una di queste domande vi sarà sicuramente passata per la testa, che siate esperti d’arte o semplicemente curiosi come il sottoscritto.

Qualche giorno fa ho conosciuto Luigi Viroli, in arte , all’inaugurazione della sua mostra “Puzzle” ad Arezzo. So bene che un solo artista non fa la regola generale, ma sicuramente un po’ di luce sopra i miei dubbi a proposito dell’arte ultra-contemporanea l’ha fatta.

Innanzi tutto, sì: gli artisti camminano fra noi. Egocentrici o timidi, solitari o festaioli, pazzi o nor… no, gli artisti sono tutti un po’ pazzi, dai. Guardatevi intorno e scoprirete una mostra qua, un laboratorio sotto casa vostra, un po’ di colori accanto al muro del vostro ufficio. , artista aretino, non fa eccezione.

Su quali siano i lavori proponibili dopo secoli in cui l’arte ha reso estremamente complicato ogni tentativo di confronto con il passato (vedi Rinascimento), bè, la risposta è molto più complicata e c’è ancora parecchio buio. Sta di fatto che ci sono tantissimi esempi di arte di altissima qualità nel terzo millennio, penso a Banksy o a Steve McCurry. L’unica cosa che mi sento di poter dire è SIATE CURIOSI e scoprirete un sacco di cose bellissime. Spesso strane, ma bellissime.

Come si fa arte visiva oggi? Ho provato a chiederlo a il giorno dell’inaugurazione della sua mostra, in mezzo ai suoi quadri incredibilmente coinvolgenti.

Come ti sei formato?

Ho fatto di tutto nella vita. Ho studiato architettura, ho disegnato gioielli, ho lavorato in un negozio di arredamento e alla fine ho messo su uno studio privato. L’aspetto artistico mi ha sempre accompagnato per tutta la vita. In ogni momento ho dipinto, creato e scritto ciò che sentivo dentro di me.

La passione per l’arte da dove viene?

Forse dalla passione per il bello in generale. A me piace il bello che mi arriva dalla musica, dall’arte, dai vestiti anche. È una ricerca di un equilibrio che probabilmente io non ho. Dipingere è la mia psicanalisi. Quest’ultima avventura delle Facce è nata da un iPad regalato per i miei 50 anni: ho iniziato a disegnare su quello schermo delle facce stilizzate mentre parlavo al telefono. Le ho pubblicate su Facebook per gioco e la gente mi chiedeva continuamente cosa fossero. all’ennesima richiesta mi sono deciso. Ho comprato una tela al negozio dei cinesi, ho riesumato i miei vecchi acrilici e ho iniziato a trasformare le facce in quadri.

C’è qualche corrente artistica o qualche autore al quale ti ispiri?

Io sono un grande osservatore. Guardo, scruto e probabilmente anche senza volerlo recepisco cose e immagini. Non credo di avere nessuna formazione specifica. Rubo immagini dal mondo e le rielaboro. Se una cosa mi colpisce prima o poi esplode, torna fuori. Non ho una grande competenza specifica in arte. Guardo e ripropongo in diversi modi ciò che per me è bello.

Prima delle Facce di Lù cosa facevi? Per esempio, a casa dei miei ho un bellissimo quadro in 3 dimensioni di una città al chiaro di luna, fatto interamente in legno. Una cosa unica.

Sì!! È vero, quanto tempo!! Ma io ho fatto di tutto. Ora mia riporti alla memoria una cosa che avrò fatto più o meno 20 anni fa. Ho lavorato molto con le mai: sculture, quadri particolari, pitture sui mobili. Mi è sempre piaciuto creare. Quando ho in testa una cosa la faccio diventare reale.

Le Facce di Lù cosa rappresentano?

Ti ho già detto che sono nate quasi per gioco. Oggi rappresentano la ricerca di un equilibrio tra spazi, forme, linee. Per me questi quadri diventano un equilibrio nel disordine, nella anormalità.

Dal momento che disegni facce immagino che l’equilibrio ti venga dalle persone che ti stanno intorno?

Non saprei di preciso. Sono anche un grande amante della fotografia e ciò che più di ogni altra cosa amo fotografare sono le persone. Anche se in realtà sono un gran solitario e da solo raggiungo il mio equilibrio, ho sempre bisogno delle persone, delle particolarità che si portano dietro.

Continuerai con le Facce o inizierai qualche altro progetto?

Penso di sì. Mi piace che ci sia qualcosa che mi contraddistingua. Può darsi che comincerà con gli animali, ma sempre di facce si tratterà. Continuerò così perché mi diverte molto e mi stimola. Sto dipingendo personaggi famosi, come la Drusilla l’attore che si veste da donna a teatro, quello che ha fatto Strafatto. Mi diverto ed è quello che ho voglia di fare. Alla gente piace molto questa cosa delle facce perciò mi rende ancora più felice.

La mostra, allestita in via Garibaldi 111 in pieno centro di Arezzo e curata da Giuseppe Simone Modeo, andrà avanti fino al 9 dicembre.

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Willie Peyote: la rabbia per la politica, la fiducia per ripartire

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle…

Per descrivere Guglielmo Bruno, in arte Willie Peyote, sono stati usati tanti aggettivi, molti paragoni e giochi di parole. Io mi sento di aggiungere “uno di quelli che servono alle generazioni più giovani e alla musica”. Sui palchi italiani sta presentando il suo ultimo album Sindrome di Tôret uscito il 6 ottobre per l’etichetta 451.

Senza mai perdere la solennità per i temi trattati, riesce a essere allo stesso tempo provocante e dissacrante, ironico e irriverente, incazzoso e romantico (a modo suo). Il suo rappare si lega alle lezioni del cantautorato più classico, al pop e a mille altre sfumature. Non a caso dentro al suo ultimo disco le sonorità spaziano dal punk al funk, passando per il jazz fino all’hip-hop. Un vero mosaico. Per il Peyote la musica significa anche comunicare prendendo posizione e lo dice chiaro e tondo “non rimo: divulgo”.

Lo abbiamo intervistato dopo il suo concerto alla Festa dell’unità di Torrita di Siena e abbiamo imparato che non le manda a dire e che non si piegherebbe mai a nessuno. Ah, è anche “uno di noi”, uno easy.

C’è tantissimo “Daniele Silvestri” nei tuoi testi e nelle tue musiche. Mi sbaglio?

“Beh, l’ho ascoltato moltissimo. Secondo me è il più bravo di tutti i cantautori italiani di seconda generazione. Scrive da Dio. Tra tutti è quello che sicuramente mi ha influenzato di più, insieme ovviamente ad artisti più vecchi tipo Gaber, Iannacci, Buscaglione. Ha un modo molto ironico di gestire la scrittura e il palco. Poi ti dico che un mese fa a Roma è venuto a vedermi suonare con i figli… sembrerebbe essere fan.”

Un bel traguardo, no?

“Minchia! Una delle cose più belle che mi siano successe!”

Anche stasera, come sempre, hai dimostrato di aver riportato il rap sul piano sociale. Prima di te c’erano Frankie Hi-Nrg, Caparezza, i 99 Posse, poi però qualcosa è cambiato. In quale direzione è andato il rap?

“Ma sai, in realtà è un falso mito quello che vede il rap come strumento per far emergere le problematiche sociali. Ovviamente il rap nasce negli USA all’interno dei quartieri afroamericani, dove era forte il senso di rivalsa sociale. Ma vede la luce come genere per far divertire le persone, perciò non dobbiamo aspettarci che il rap abbia per forza contenuti sociali. In Italia s’è legato da subito alle posse, a cavallo fra gli anni ’80 e ’90, quindi da sempre pensiamo che sia così. Dopodiché ti dico che non me ne frega un cazzo di quello che fanno gli altri. Io ho bisogno di dire delle cose, ho una coscienza politica e la metto nelle mie canzoni. Gli altri sono liberi di fare quello che vogliono. Non so verso quale direzione sia andato il rap, ma secondo me la musica non deve andare da nessuna parte. Ogni artista fa quello che sente. Ognuno deve fare quello che vuole fare.”

Il cantante oggi deve riappropriarsi della responsabilità politica?

“Solo chi se la sente. Non deve essere obbligatoria: se hai una coscienza politica è giusto che tu la metta nella tua musica. Se sei uno a cui non frega un cazzo è giusto che ti faccia i cazzi tuoi, perché un ignorante che parla di temi importanti è peggio di uno che non ne parla.”

Qualche giorno fa abbiamo intervistato I Ministri parlando, tra l’altro, di fiducia che poi è anche il loro nuovo album. Nelle tue canzoni c’è lo stesso appello e una critica verso chi questo atteggiamento l’ha dimenticato. Quanto è importante ritrovarlo?

“Senza fiducia non si può vivere. Io in realtà non ho molta fiducia negli esseri umani, soprattutto se tengo a una persona paradossalmente mi fido meno, perché mi sento vulnerabile e quindi ho più paura. Però sarebbe bello che tutti ci sentissimo parte della società sapendo che chi è di fianco a noi, se avessimo un momento di difficoltà, ci aiuterebbe. In italiana non è così. La fiducia nella persona che ti sta accanto andrebbe ritrovata, a prescindere da quale sia il grado di parentela o di amicizia. Sai perché non c’è fiducia? Perché tutti inconsciamente sanno che non si spenderebbero per l’altro e se tu per primo non lo fai pensi che l’altro si spenderebbe per te? È colpa nostra. Non coltiviamo più il concetto di comunità. Non c’è bisogno di essere tutti d’accordo: la comunità è anche un luogo in cui si discute, è la sensazione di poter essere utile e aiutare il prossimo. Questa roba non c’è. Dovremmo avere più fiducia nell’essere umano.”

Tu però ne parli sempre, sali sul palco e arrivi al punto di arrabbiarti. Ci credi davvero nel miglioramento?

“C’è un inizio. Bisogna tutti tornare a pensare di più, a pensare con la nostra testa e a prenderci la responsabilità dei nostri pensieri e delle nostre azioni. Quello è il meccanismo. Dobbiamo smettere di parlare per titoli di giornale, per slogan televisivi o da social network. Dobbiamo tornare a parlare e pensare come vogliamo noi. Sarebbe già un inizio. Nessuno deve pensare come me, ma con la propria testa. Poi se ne può parlare. Però ognuno dovrebbe essere consapevole di quello che pensa non andare avanti per sentito dire. C’è un momento in cui ti accodi a delle idee che funzionano. Succede nella musica, succede nella politica. Tutti lo facciamo, ci sta, ma troppi non hanno le palle di prendere posizione e staccarsi dal branco. Io prendo posizione e c’è un sacco di gente che mi dice “oh ma guarda che è un rischio, perdi del pubblico”. E vabbè. Non voglio essere ascoltato da gente che alla festa dell’unità mi manda a cagare se faccio un pezzo antifascista.”

Ecco, cosa è successo a Torrita? Sul palco ti sei preso a parole con qualcuno…

“C’erano due al bar che dopo la strofa a cappella mi hanno fatto un suca. È per quello che ho fatto quell’invettiva. Non me ne fotte di ricevere un suca, non è il primo e non sarà l’ultimo. È il contesto che mi fa incazzare: se alla festa dell’unità, in un posto di provincia, qualcuno si incazza se viene trattato un tema antifascista dal palco allora abbiamo tutti un problema grosso di identità. E nessuno se ne rende conto. C’erano un sacco di vecchi, del PD probabilmente, seduti su quelle cazzo di sedie. Io ho parlato di molti temi importanti, di cose su cui bisognerebbe ragionare, ma loro sono figli di una politica che è morta. Vincerà sempre Salvini se continueranno ad essere loro l’opposizione. Sono tutti morti dentro. Su questo hanno ragione i 5 stelle: intorno a loro c’era la morte, Salvini ha distrutto tutto quello che aveva intorno, perché ha la forza di chi parla male, ma parla alle persone. Invece la sinistra è staccata dalla popolazione da ormai un sacco di tempo e queste situazioni qua mi fanno prendere male, mi incazzo quando vedo ‘sta roba, perché c’è gente che organizza queste cose chiamandole Feste dell’unità, per retaggio, per tradizione. Di vero senso di appartenenza, qua dentro, non c’è più un cazzo e questo è grave.”

Per calmare un po’ gli animi, ci dici com’è suonare con Roy Paci?

“Figo. Con i musicisti così è sempre molto figo. Poi lui quando prende la tromba in mano è mostruoso.”

Com’è andata? Come vi siete conosciuti?

“Mi ha scritto e poi ci siamo beccati a un concerto. Siamo diventati amici e sono andato nel suo studio a Lecce a registrare Sindrome di Tôret. Siamo diventati ancora più amici, ogni tanto ci becchiamo. Mi piace che la musica sia condivisione. Deve esserlo.”

Suonerete insieme?

“Ma guarda, ora sarà difficile perché siamo in tour e come puoi immaginare ci sono un sacco di complicazioni logistiche. Però prima o poi succederà.”

In Toscana suoni spesso. Com’è la risposta del nostro pubblico?

“Ultimamente ci suono spesso sì: Arezzo al Mengo, a Fucecchio, a Firenze e qua. Abbiamo esordito con un sold-out alla Flog totalmente inaspettato e da lì la regione ha risposto molte bene: al di sopra delle nostre aspettative. In realtà tutta Italia sta rispondendo molto bene.”

Magari ne ha bisogno. Secondo me c’è una valanga di giovani che hanno urgenza di sentire queste cose: hanno bisogno di ritrovare fiducia, iniziando a riconoscerla fra coetanei.

“Bene. Io provo a farlo, poi ognuno si riconosce in ciò che vuole. È un momento storico in cui le cose da un punto di vista musicale funzionano. La gente va ai concerti, quindi bella storia. Se riusciamo a far divertire le persone e a farle pensare allora benissimo!”

Molti provano a circoscriverti in categorie musicali sempre diverse, a cucirti addosso un genere su misura. O ci dici tu cosa fai oppure ne invento un’altra anche io: RAPACAZZO. Un mix tra rap e cacacazzo, visto che rompi i coglioni a molti con la tua musica…

“Ci può stare. È la prima volta che mi viene detto, ma me l’accollo. Potrei essere io in effetti! Comunque io non mi definisco. Non ci si definisce da soli. Tu sei. Gli altri ti definiscono.”

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Le Terme Sant’Elena raccontate da una mostra di foto storiche

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi…

Torna dal 18 al 20 maggio nel parco delle Terme di Sant’Elena, l’appuntamento con Acqua&Vino Chianciano. Se protagonista assoluto della prima edizione era stato il jazz, quest’anno, oltre a eventi di narrazione e musica che vedranno la partecipazione di Teresa De Sio, David Riondino, Pupo e l’Istituto Bonaventura Somma, non mancheranno iniziative di altro genere, come la mostra di foto storiche sull’età aurea dello stabilimento termale. Visitabile gratuitamente nei giorni del festival all’interno del parco e curata dell’esperta di arte Teresa Guerra, la mostra sarà un vero e proprio viaggio per immagini, come ci ha raccontato l’organizzatore dell’evento, Gionata Giustini.

Come è nata l’idea di organizzare questa mostra?

«Ero andato con il proprietario dello stabilimento, il dottor Ubaldo Ruju Cignozzi, a spostare del  materiale in un garage, quando la nostra attenzione si è posata su degli scatoloni chiusi. Abbiamo pensato di aprirli e vi abbiamo trovato questo archivio di foto. Da lì l’idea di selezionarne una parte, esporla e farla conoscere al pubblico».

Quali foto sono state scelte per la mostra?

«Sono scatti inediti, ovviamente in bianco e nero, risalenti agli anni ’50 e ’60 dei tanti personaggi illustri che si sono esibiti a Sant’Elena: Ella Fitzgerald, Claudio Villa, il Quartetto Cetra e Nino Taranto, solo per citarne alcuni. Ma non solo, perchè ci saranno anche sezioni tematiche sulle corse di auto d’epoca, le gare di ballo e i concorsi di bellezza».

C’è una fotografia particolarmente significativa tra tutte?

«Penso ad una scattata durante una corsa d’auto, perchè rende bene l’idea di cosa fosse Chianciano in quegli anni e la portata delle manifestazioni che vi si svolgevano».

Cosa può rappresentare una mostra di questo tipo per Chianciano?

«Si tratta senza dubbio di una testimonianza documentale importante, proprio per il fatto che le terme di Sant’Elena sono state una pietra miliare nell’evoluzione del turismo in Italia. Ad oggi il complesso termale, con i suoi otto ettari di parco e l’auditorium, rimane degno di essere messo in risalto. Anche Papa Ratzinger, che vi si soffermò alcuni giorni durante il suo pontificato, ne rimase ammirato tanto da definirlo “un santuario ecologico”».

Quale effetto si aspetta che la mostra sortirà nei confronti del pubblico?

«Immagino che sarà un evento interessante da scoprire per tutti, ma soprattutto per i chiancianesi. Rivedersi in quegli scatti potrà essere emozionante ma al tempo stesso motivo di riflessione. L’occasione per ricordare le proprie radici e le potenzialità legate al valore storico e culturale di questo territorio».

Nino Taranto nella famosa macchietta di Ciccio Formaggio, con la celeberrima paglietta tagliuzzata.

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I volti e le fiabe: intervista a Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie…

É stata inaugurata lo scorso 1° aprile, e rimarrà aperta fino al 1° luglio, al castello di Sarteano la mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, l’esposizione di fotografie artistiche realizzate da Carlotta Bertelli e Gianluca Guaitoli.

Fotografa lei, hair stylist con esperienza internazionale nel campo della moda lui, l’anno scorso hanno scelto di venire a vivere con Francesca, la loro bambina a cui tra l’altro è dedicata la mostra, nel piccolo borgo di Fonte Vetriana.

Cosa vi ha portato a Fonte Vetriana?

Carlotta: «Eravamo alla ricerca di un luogo tranquillo, una specie di eremo, dove ad essere più pulita fossero la qualità dell’aria e i rapporti con le persone. Qui adesso abbiamo il nostro studio e abbiamo trovato il luogo perfetto per esporre “C’era un volto e forse c’è ancora”».

Come è iniziato il progetto della mostra?

Carlotta: «É accaduto per caso, era il 2014 e Gianluca stava lavorando a un servizio di moda. Rimanemmo colpiti da come alcuni scatti riuscivano a raccontare una modella nei tratti distintivi della sua personalità, oltre che ovviamente a ritrarla nei suoi lineamenti. Poi durante un’esposizione a Parigi, abbiamo fatto vedere le foto a un gallerista che ci ha suggerito di approfondire questo spunto».

Oggetto degli scatti sono i volti. A cosa si deve questa scelta?

Gianluca: «La scelta è stata dettata dalla volontà di porre l’attenzione sulla persona, in una realtà ormai velocissima dove si fa sempre più fatica a soffermarsi sui volti che ci circondano. Abbiamo voluto in posa di fronte all’obiettivo chi potesse esprimere un’estetica non necessariamente racchiusa nei canoni tipici della bellezza, ma in grado di raccontare una propria verità».

Chi sono i soggetti delle fotografie?

Carlotta: «Sono persone del posto, di cui alcune hanno accettato il nostro invito a farsi fotografare, mentre altre si sono proprio offerte».

Che ci sia un legame tra le vostre fotografie e il mondo fiabesco lo si intuisce già dal titolo della mostra “C’era un volto e forse c’è ancora”, ma di preciso in cosa consiste questo rapporto?

Carlotta: «Le fiabe rappresentano luoghi dell’immaginazione con più di un significato, le trame sono fatte di esperienze, incontri, sfide e paure che non riguardano soltanto i personaggi dei racconti, ma la vita vera di ognuno. Per questo vogliamo far riflettere sul fatto che le fiabe si riscrivono ogni giorno, si ritrovano nella vita quotidiana e nei volti delle persone che si incontrano per strada».

Quale ruolo possono avere le fiabe nella nostra società?

Carlotta: «Oggi regna ovunque un clima di indifferenza, quando non proprio di sfiducia, dell’uno verso l’altro, alimentato da paure spesso motivate dalla non conoscenza. L’osservazione di un volto è il primo passo verso la scoperta di una persona e della sua storia, anche se di fronte a queste fotografie lo spettatore può costruirsi il proprio percorso di lettura, inventarsi ogni volta un finale. Non ci sono nè titoli nè didascalie ad indicare a quale fiaba la foto si riferisce, anzi nella maggior parte dei casi si è voluto eliminare il più possibile i particolari che avrebbero potuto distogliere l’attenzione dai soggetti».

State già pensando ad un nuovo progetto?

Gianluca: «Sicuramente proseguiremo con i ritratti, per approfondire e rendere più vasto questo lavoro. Poi vorremmo esporre la mostra in un contesto urbano. Forse in città, piuttosto che qui, incombono la solitudine e l’isolamento dell’individuo e dunque le nostre foto potrebbero essere un’occasione per soffermarsi a osservare, e conoscere, cosa le persone che ci stanno attorno hanno da raccontare».

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Intervista ai ROS: “Si avvicina il tour, siamo pronti a fare Rumore!”

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana…

I ROS sono un “power trio” composto da Camilla Giannelli alla voce e alla chitarra, Lorenzo Peruzzi alla batteria e Kevin Rossetti al basso. Una giovane band originaria della Valdichiana che alla fine dello scorso anno ha partecipato all’undicesima edizione di X Factor, il talent show musicale di Sky (qui potete ripercorrere la loro esperienza all’interno dello show). Dopo questa importante esperienza, che ha garantito loro visibilità e maturazione artistica, i ROS sono pronti a partire per il loro primo tour nazionale con una serie di tappe a partire dal mese di Aprile che comprendono Treviso, Firenze, Parma, Teramo e Roma.

Mentre fervono i preparativi per il tour, i tre ragazzi ci hanno concesso un’intervista per conoscere meglio le loro aspettative e avere un’anteprima delle prospettive musicali che riserverà loro il futuro.

“Ciao ragazzi, parliamo subito dell’esperienza di X Factor. Quanto vi ha fatto crescere quest’esperienza?”

Camilla: “X Factor è stata un’esperienza prima di tutto formativa, abbiamo avuto la fortuna di lavorare con personaggi come Manuel Agnelli e Rodrigo D’Erasmo, oltre a grandissimi vocal coach; questa è la cosa che più ci è rimasta, e ci sta aiutando tuttora dal punto di vista artistico. Manuel ci sta aiutando molto, lavoreremo ancora con lui ed è una opportunità che ci fa grandissimo onore. La formazione che abbiamo ricevuto a X Factor è stata molto importante, abbiamo suonato tantissimo e imparato ancora di più, ci siamo messi continuamente alla prova.”

“Manuel Agnelli è stato il vostro giudice a X Factor e continua a sostenervi, ma c’è stato un giudice che vi ha penalizzato? E tra i giudici delle passate edizioni, c’è stato qualcuno con cui avreste voluto lavorare?” 

Kevin: “Mara Maionchi ci ha penalizzati più di tutti… sicuramente ha i suoi gusti e le sue idee musicali, e un progetto come il nostro è un po’ più particolare. Sui giudici del passato non saprei, non ho mai visto X Factor quindi non ne ho la più pallida idea!”

Lorenzo: “Del passato direi Skin, ma anche Morgan sarebbe stato molto interessante… comunque siamo capitati in squadra con Manuel, e direi che meglio di così non poteva andarci!”

“Tuffiamoci nel passato, parlando delle vostre prime esperienze. Che ricordi avete del periodo in cui frequentavate le scuole superiori e in cui vi stavate avvicinando al mondo della musica?”

Camilla: “Della mia esperienza al liceo linguistico di Montepulciano mi ricordo tante cose. In quegli anni ho conosciuto Kevin, abbiamo cominciato a suonare insieme e ci siamo impegnati in tanti progetti. Di solito ci trovavamo all’autostazione, dopo le lezioni, e andavamo a suonare.”

Kevin: “Ricordo di aver passato ben sei anni a Montepulciano, prima frequentavo il liceo scientifico, ma suonavo troppo e sono bocciato. Insomma, la musica mi ha portato a cambiare scuola, sono passato ad economia e adesso mi sto laureando in scienze bancarie. Magari un giorno amministrerò le finanze dei ROS!”

“Come si è formato il vostro gruppo?”

Lorenzo: “In realtà hanno iniziato loro, io vivevo a Foiano… stavo cercando un progetto musicale in cui potermi impegnare seriamente e un giorno mi arriva un messaggio su Facebook da parte di una ragazza che stava cercava un batterista… che però ci teneva a specificare, si trattava di un progetto serio, voleva fare musica sul serio!”

Camilla: “Io e Kevin venivamo da varie esperienze musicali, anche a scuola, però abbiamo deciso di partire sul serio, lavorando al massimo su un solo progetto. Ci è balenata in testa l’idea di formare un power trio, ci mancava solo il batterista, abbiamo iniziato a fare provini a un po’ di persone finché non abbiamo trovato Lorenzo. Con lui è andata subito alla grande, cercavamo un batterista con uno stile molto forte dal punto di vista artistico e ci è piaciuto subito. Questo è successo tre anni fa. Abbiamo iniziato subito a lavorare su pezzi inediti, a cercare festival, lavorando tantissime ore al giorno, siamo cresciuti sempre di più, suonando in continuazione. Abbiamo fatto tanta gavetta, abbiamo suonato ovunque, anche in locali piccolissimi in cui ci chiedevano di abbassare il volume della batteria, che è piuttosto difficile!”

“A quei tempi il nome del vostro gruppo era l’acronimo di Revenge On Stage: siete ancora in quella fase, avete superato la voglia di vendicarvi?”

Camilla: “È vero, inizialmente ROS stava per Revenge On Stage, la vendetta sul palco. Abbiamo però iniziato da subito con la musica italiana e ci siamo staccati dall’idea di acronimo, ci siamo basati più sul colore, su questo nome diretto e d’impatto. In effetti la nostra è stata un po’ una vendetta sul palco, un riscatto contro chi non ci credeva… è stato un bel riscatto, finalmente arrivano le prime grandi conquiste!”

“Una delle grandi conquiste è il tour in arrivo: che prospettive avete, che emozioni state provando?”

Camilla: “Finalmente è arrivato il Rumore in Tour! Siamo felicissimi, il nostro obiettivo è sempre stato quello di suonare, calcare più palchi possibili e spaccare tutto davanti al pubblico!”

“Come sono cambiate le vostre influenze musicali e i vostri ascolti?”

Camilla: “I nostri ascolti hanno avuto un percorso molto interessante. Io sono partita dai Foo Fighters e dal rock moderno, Kevin viene dal metal classico, ovvero Metallica e Iron Maiden. Lorenzo ci ha fatto amare i cantautori italiani, perché quando l’abbiamo incontrato noi eravamo ancora un pochino scettici, ma pian piano i nostri ascolti si sono evoluti insieme. X Factor, paradossalmente, ci ha incattiviti! Avevamo paura che il nostro sound ne risultasse alleggerito, e invece no, siamo arrivati alla sesta puntata a portare i Rage Aganist the Machine in prima serata italiana. È stata un’esperienza che ci ha fatto scoprire molte cose, anche grazie all’aiuto di Manuel e delle sue proposte. Pensiamo ai The Kills, alla musica italiana come gli Afterhours e i Verdena… c’è stata una grandissima evoluzione dei nostri ascolti e ne siamo felici, siamo sempre pronti a scoprire nuova musica e a farci influenzare.”

“L’attuale industria discografica sembra preferire i brani digitali, gli ascolti su Spotify e il consumo usa e getta. In passato si lavorava per mesi alla produzione di un disco fisico, era necessario un grande lavoro prima di una pubblicazione. Come vivete questa situazione?”

Camilla: “Purtroppo o per fortuna, adesso il commercio musicale gira attorno al web, però ci sono i pro e i contro. Si sta perdendo l’importanza della stampa del disco fisico che è una cosa bellissima per un musicista, però allo stesso tempo si ha la possibilità di emergere e di farsi sentire anche dal nulla, si può arrivare a un sacco di persone in più e dare spazio a progetti musicali che non avrebbero potuto emergere. Per noi rimane comunque importantissimo il contatto diretto con il pubblico, salire sul palco e vendere i dischi fisici dopo il tour.”

“Come e dove vi vedete tra dieci anni?”

Lorenzo: “Tra dieci anni mi vedo su un palco a suonare.”

Camilla: “Tra dieci anni mi vedo sul palco del Wembley Stadium.”

Kevin: “Tra dieci anni mi vedo anche io sul palco… speriamo di essere sullo stesso!”

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Made in Chiana: alla scoperta della chianina

Nel corso degli anni il “Made in China” è diventato sinonimo di prodotti di scarsa qualità, a cui si è opposto il “Made in Italy” come marchio di qualità internazionale….

Nel corso degli anni il “Made in China” è diventato sinonimo di prodotti di scarsa qualità, a cui si è opposto il “Made in Italy” come marchio di qualità internazionale. Noi vogliamo fare di più e proporre il “Made in Chiana”: il marchio di qualità delle produzioni locali, non solo di enogastronomia, che rappresentano degnamente il territorio della Valdichiana e che presentano elementi di sostenibilità.

Made in Chiana è una produzione di Valdichiana Media e Lightning Multimedia Solutions: un programma di approfondimento con tanti ospiti, nello studio allestito alla Casa della Cultura di Torrita di Siena, e servizi esterni presso importanti aziende del territorio o esperti di settore che possano permetterci di comprendere meglio l’argomento.

La prima puntata non poteva che essere dedicata alla chianina, un elemento che caratterizza degnamente la Valdichiana. La chianina è una razza bovina italiana, famosa per la sua carne, e il suo nome deriva proprio dalla Valdichiana, uno dei principali territori in cui viene allevata. Si tratta di un bovino dalla stazza molto grande, viene infatti chiamato “Il gigante bianco”; fornisce una carne magra, utilizzata per vari tipi di tagli, tra cui la famosa bistecca alla fiorentina ed è
considerata uno dei prodotti più pregiati al mondo.

Nel corso della puntata la conduttrice Valentina Chiancianesi ha intervistato:

  • Paolo Malacarne, Presidente Associazione Nazionale Città della Chianina
  • Andrea Petrini, Coordinato del Consorzio di Tutela del Vitellone Bianco Appennino Centrale
  • Simona Giovagnola, Presidente Fondazione Torrita Cultura
  • Ludovica Galli, Strada del Vino Nobile e dei Sapori della Valdichiana Senese
  • Stefano Biagiotti, Presidente Qualità e Sviluppo Rurale
  • Azienda Agricola Fierli

Buona visione!

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Un’estate di crescita per il gruppo di danza “Ecole de Ballet”

“Ecole de Ballet” è la scuola di danza di Sinalunga, guidata da Maria Stella Poggioni, che coinvolge bambini e ragazzi nel conseguimento di una maggiore scoperta di una disciplina artistica…

“Ecole de Ballet” è la scuola di danza di Sinalunga, guidata da Maria Stella Poggioni, che coinvolge bambini e ragazzi nel conseguimento di una maggiore scoperta di una disciplina artistica come la danza.

Abbiamo incontrato le componenti del gruppo durante la prima serata della 78° edizione del Bruscello Poliziano, dove loro stesse rappresentano una novità. Ne abbiamo approfittato per intervistarle sulle attività che le hanno viste protagoniste durante l’estate a Montepulciano e dintorni.

Ecco la video intervista, con riprese e montaggio a cura di Guido Domenichelli:

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“Tre Gotti al Campino”, il festival che scuote Trequanda

Immersa nel cuore verde della provincia di Siena c’è, splendida, Trequanda e al centro di Trequanda c’è uno dei parchi con la vista più bella che si possa ottenere. In…

Immersa nel cuore verde della provincia di Siena c’è, splendida, Trequanda e al centro di Trequanda c’è uno dei parchi con la vista più bella che si possa ottenere. In questo parco, da nove anni, i giovani gravitanti attorno ad un circolo ARCI presente nel piccolo borgo mettono in piedi un festival estremamente rock’n’roll. Estremamente puntuale nelle scelte stilistiche che offrono al pubblico agostino, invitano artisti sempre rigorosamente underground, orientanti nelle forme post-grunge del panorama rock italiano. È il quartier generale degli Impatto Zero, che noi abbiamo già incontrato (Impatto Zero) e che canalizza un flusso creativo locale in una delle ambientazioni più belle e particolari cui si possa ambire per un festival.  Il Parco della Mura Ornella Pancirolli si estende su una vasta area verde prossima al borgo di Trequanda e comprende, un campo di calcetto, una piattaforma in cemento, con tribuna ad anfiteatro.

Durante gli allestimenti del festival ho incontrato Domenico Perugini, direttore artistico del festival, e Fabrizio Nardi, presidente del circolo ARCI di Trequanda.

La vostra ambientazione è diversa rispetto a quella di altri festival che si fanno da queste parti. Cosa ha signficato per voi tirare su un festival di rock undeground qui?

Domenico Perugini: Abbiamo iniziato nove anni fa, un po’ per la solita apatia di provincia, un po’ per il paese piccolo che ci sembrava limitante. Non c’era altro, oltre la festa de l’Unità. Decidemmo quindi di offrire qualcosa che fosse più interessante per noi. Eravamo giovanissimi e mettemmo in piedi un festival di due giorni senza un soldo. L’anno di svolta è stato il 2014, in cui hanno suonato da noi i Management del Dolore Post Operatorio. Abbiamo iniziato ad invitare artisti che avessero un pubblico nazionale. Da lì abbiamo fatto sempre meglio, e siamo arrivati ad ospitare importanti nomi del panorama indipendente italiano: Diaframma, Giorgio Canali, Gazebo Penguins, Gli Scontati. Tutto questo senza grandi sponsor, contando solo sui soldi che abbiamo raccolto ad ogni edizione per quella successiva.

 

Fabrizio Nardi: le associazioni del luogo devono portare vantaggi al territorio cui appartengono. L’arci non solo con il Tre Gotti al Campino ma anche con la festa dell’olio, fa da collettore sociale, riunisce i giovani e migliora il posto in cui viviamo. Trequanda ci fornisce uno spazio bellissimo in cui organizzare una festa e noi cerchiamo di ricambiare anche nei confronti del paese attraverso aiuti alle altre attività culturali svolte nel nostro paese durante l’anno. Il nostro circolo conta cinquanta tesserati, una minima parte è formata da over-sessanta, la stragrande maggioranza invece è composta da ragazzi introno ai vent’anni, ed è una cosa molto particolare, rispetto alla media dei tesserati ARCI del resto d’Italia. Quando andiamo alle riunioni provinciali infatti siamo sempre i più piccoli. Qui c’è un presidente di 23 anni, un vice di 25, e su dodici consiglieri, dieci hanno meno di trent’anni.

Parliamo dell’evento di quest’anno: quali sono le novità?

Domenico Perugini: la novità più grande è che quest’anno ci siamo ancora di più allargati e abbiamo aggiunto un ulteriore giorno. Da quest’anno c’è anche il giovedì. C’è un ulteriore dispendio di energie. Tutto il festival si è ingrandito. Dal punto market, agli incontri presentazioni di libri che verranno fatti tutte le sere prima dell’inizio dei live, fino allo spazio tattoo. La proposta è ancora più varia. La formula è quella collaudata degli altri anni con rilevanti ampliamenti.

Sugli artisti? Come vi siete orientati?

Domenico Perugini: Abbiamo come sempre cercato di osservare le proposte del mondo musicale attuale e guardare all’Alt Rock nostrano. Oltre a selezionare gli artisti che ovviamente ci piacciono, preferiamo sempre chiamare quelle persone che conosciamo personalmente. Nella nostra breve esperienza come band (gli Impatto Zero, Domenico ne è il bassista. ndr) siamo entrati in contatto con un reticolo sociale che cerchiamo di sfruttare, quando ci troviamo a dover definire la line up di Tre Gotti al Campino.  Sia per la serata di apertura, per la quale si esibiranno tre band locali che si stanno affermando in un’area più vasta e stanno ricevendo critiche positive – i Canale 52 di Cortona, i Dudes di Chiusi  e i Belindà di Farnetella –  sia per i nomi più importanti di questa edizione: i Voina che quest’anno abbiamo fatto benissimo, aperti dagli A Pezzi, e gli One Dimensional Man, che sono una di quelle band che ci ha cresciuto e che non ci sembra vero aver portato qua. Domenica suoneranno gli Sbanebio, che sono amici se non altro perché già hanno suonato in al Tre Gotti al Campino, e i Carbonara Blues, che vengono da Rapolano Terme e quindi giocano in casa. Viviamo questo festival come un ritrovo tra musicisti che conosciamo e a cui ci fa piacer mostrare casa nostra. In più diamo la possibilità a tutti di sentire qualcosa di diverso. Cerchiamo di essere ancora marcatamente underground e non cedere alla dimensione “pop” dell’indie italiano.

Gli Impatto Zero suoneranno Sabato prima degli One Dimensional Man. Come la vivete?

Domenico Perugini: Noi come impatto zero partecipiamo ancora una volta al “nostro” festival. Abbiamo preso poche date perché stiamo scrivendo e lavorando al nostro album e abbiamo delle scadenze impellenti, però questo è il nostro festival, qui siamo nati e qui continuiamo ad essere…

È un po’ il vostro quartier generale… e invece, l’aspetto gastronomico?

Fabrizio Nardi: Come ogni festa che si rispetti a TGAC non può mancare lo stand gastronomico e presenta una selezione di piatti che è molto legata alla tradizione,  non possono mancare i pici e la tagliatella al ragù di chianina. Ogni sera poi c’è anche una pizzeria. Oltre alle birre artigianali poi, facciamo una selezione dei vini del comune di Trequanda, che sostengono il festival. C’è buona musica, buon cibo, buon vino e ottime birre. La scenografia è tra le più belle cui si potrebbe auspicare. Mancare sarebbe un peccato.

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“Inequivocabilmente nuovi”: un’intervista ai Bangcock

Se si considera che in Italia ancora sia le dinamiche di mercato, sia il pubblico, sia la critica del web – che pare aver sostituito in autorevolezza quella degli addetti…

Se si considera che in Italia ancora sia le dinamiche di mercato, sia il pubblico, sia la critica del web – che pare aver sostituito in autorevolezza quella degli addetti ai lavori – ragionano in termini di “genere”, secondo canoni fissi di categorie estetiche inamovibili, manco fossimo ai tempi di Quintiliano, l’avvento di una band come i Bangcock non può che essere salutato con piacere.

È un progetto musicale che emerge da un sottobosco locale in fermento: eccellono ognuno nel suo comparto strumentale. Simone Falluomini a.k.a. Fake, già membro della family Toscana Sud, rapper iperdinamico, incrocia la sua esperienza di metrica e flow con una compagine strumentale di tutto rispetto: Paolo Acquaviva, trombonista ‘laureato’, già capace di ottimizzare le molteplici potenzialità del suo strumento, con le ottime partecipazioni ai progetti FAD3D e P-Funking Band, Francesco Nedo Rossi, finissimo chitarrista militante negli Hammock e in altre compagini della scena locale, e poi Christian Luconi al basso virtuosistico, a tenere alto il registro ritmico insieme a Daniele de Bellis alla batteria. Un supergruppo degno dei migliori auspici, viste le ottime performance di “anteprima” in due dei più importanti festival del territorio (Rock For Life di Ponticelli e Festa della Musica di Chianciano Terme).

Aver avuto nelle orecchie per inenumerabili minuti Phrenology dei Roots, la compilation Jazzmatazz di GURU e il lato Bones dei Cypress Hill rende tutto più poetico, considerando che per il pubblico medio italiano la cosa più vicina al crossover sia stata il featuring tra Mondomarcio e i Finley. Molti dei principali rapper italiani propongono oggi nei loro live degli arrangiamenti dei loro beat (lo fanno, in modi diversi Ghemon, Dargen d’Amico, Salmo, Emis Killa), la proposta dei Bangcock esula da tutto questo filone. Si tratta di una cosa inequivocabilmente nuova, frutto di una ricercatezza sopraffina. Per capire meglio come sia stato possibile far nascere un fenomeno di questo tasso di qualità, l’ho chiesto direttamente a loro.

Ragazzi, Siete un supergruppo: protagonisti in altre formazioni. Il pubblico locale ha imparato a conoscervi come eccellenze nelle vostre rispettive funzioni strumentali. Come vi siete incontrati e cosa avete trovato come dato comune?

Una notte della scorsa Primavera, in uno dei peggiori bar della Toscana, un rapper, un rocker, un jazzista, un metallaro e un blues man si sono seduti allo stesso tavolo, il tavolo sbagliato al momento giusto. Sembra una barzelletta ma è molto di più, è la nascita dei Bangcock.

Ognuno di noi proviene da ambienti diversi e appartiene a generi musicali a prima vista lontani, credo che sia proprio la volontà di intraprendere un’esperienza musicale nuova e inesplorata a trascinare i nostri culi bianchi in sala prove. Data la varietà di generi che ognuno dei componenti predilige siamo consapevoli di poter sperimentare e osare, in un genere – il rap – abbastanza standardizzato, provando a creare qualcosa di mai sentito prima d’ora nel panorama musicale italiano.

Cosa cambia per te, Fake, rappare su una base rispetto a quando lo fai su una strumentale?

Fake: Prima della nascita dei Bangcock ho suonato quasi esclusivamente con i Dj alle mie spalle ma da sempre sognavo di poter condividere il palco con dei veri musicisti. La differenza sostanziale è che su un beat lo show è focalizzato sulla performance del singolo rapper che scorre sulla base: questa, essendo registrata, limita sensibilmente la variabilità e l’esplosività dell’esibizione suonata dal vivo.

Suonare e confrontarmi con degli artisti di questo livello è decisamente stimolante e mi permette di imparare e migliorare a mia volta. Diciamo che suonando con la base il flow è unicamente basato su di me, mentre un’esibizione con la band è un flusso musicale comune, elevato all’ennesima potenza.

Al giorno d’oggi molti rapper di alto livello registrano su basi strumentali e durante i tour si esibiscono con una band che ri-arrangia i pezzi originali, a mio avviso registrare un suono unico, interamente suonato, sia per le registrazioni che per i live può essere il nostro punto di forza.

Cosa succede in sala prove? Chi porta le idee e come vengono elaborate? Da cosa partite per scrivere un pezzo e come si inserisce ognuno lungo lo sviluppo di una composizione?

Nedo: il clima in sala prove è completamente differente rispetto alle mie passate esperienze, non c’è caos, riusciamo ad essere produttivi al massimo (o quasi) infatti siamo riusciti a tirar fuori 2 pezzi la prima volta che ci siamo trovati tutti insieme, tutto questo finché c’è Paolo! È il nostro maestro e coordinatore, credo che senza lui saremmo ancora a lavorare sul secondo pezzo e non avreste mai sentito parlare dei Bangcock… Per quanto riguarda la composizione il nostro punto forte è senz’altro Fake, arriva con un bel testo e con un’idea di base del pezzo e si comincia a tentare ognuno con il proprio stile, certo, non è un minestrone, proviamo stacchi, riff, groove e fraseggi e se il pezzo gira è fatto! Poi ovviamente i migliori stacchi, quelli che ti fanno pensare “ma questi sono bravi!“, sono in realtà grosse padelle che abbiamo poi fatto diventare parte del brano, si sa, sbagliare è creativo!

Consigliateci 4 dischi per questa estate torrida

Hardgroove degli rh factor, Damn di Kendrick Lamar, Coffee Shop Selection di Grammatik e Tourist di St. Germain.

Foto di Benedetta Balloni (Rock for Life) e PhotoSintesi Lab Project (Festa della Musica e Selvaggina in Tavola)

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Il Borgo dei Libri: interviste agli autori

“Borgo dei Libri” a Torrita di Siena è stata una piacevole sorpresa: un’occasione di confronto e di respiro. Il centro storico di Torrita si è riempito di librai, di sole…

“Borgo dei Libri” a Torrita di Siena è stata una piacevole sorpresa: un’occasione di confronto e di respiro. Il centro storico di Torrita si è riempito di librai, di sole e di eventi focalizzati a valorizzare l’operato di case editrici, autori e istituzioni culturali locali. Il tratto d’unione tra le esperienze presentate a borgo dei libri c’è sicuramente l’aspetto narrativo legato al mistero: gialli, thriller, romanzi d’avventura a intreccio, noir. Questi i “generi” cardine di Borgo dei Libri che hanno trasformato il selciato torritese in un percorso gotico, riscaldato comunque da bellissime giornate assolate.

Ho avuto l’opportunità di frugare tra i prodotti esposti dai librai e di portarmi a casa libri fantasmagorici: una “Medusa degli Italiani” del 1947 – diretta da Elio Vittorini – contenente “Il Sole del Sabato” di Marino Moretti, un’edizione di “America” di Kafka, sempre in collana Medusa, in più tre BUR “quadrati” degli anni cinquanta e una splendida edizione de “Lo Specchio Mondadori”, che credevo introvabile, contenente la raccolta di poesie “Il Disperso” di Maurizio Cucchi, del 1976. Questi acquisti mi hanno letteralmente esaltato: l’opportunità, poi, di incontrare dieci degli autori presenti alla manifestazione mi ha fatto scoprire una rete di autori più o meno locali estremamente attiva e produttiva, consapevole e acuta. Autori di gialli, di thriller e di approfondimenti piacevolmente interessante.

Se pensiamo che la manifestazione è solo alla sua terza edizione, non si può che sperare in bene. Maggio è il mese della lettura a livello nazionale: giusto una settimana fa si concludeva la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, con un afflusso record di visitatori. La Valdichiana, e Torrita di Siena, possono trovare, in questa fiera, l’opportunità per far coadiuvare le realtà bibliofile e letterarie del territorio verso un ambizioso progetto di divulgazione culturale. La Toscana, regione che di tradizione letteraria ne ha da vendere, manca di un evento letterario che sia egemonico (come la già citata fiera di Torino, ma come stanno crescendo a Milano, Bologna, Roma e Napoli) che sia rappresentativo a livello nazionale. Cose come Il Borgo dei Libri non possono che fare bene.

Sono intervenuti, nel salottino allestito da La Valdichiana a Borgo dei Libri: David Valori,  Simona Polimene, Emiliano Bianchi, Ciro Pinto, Simone Signorini, Raffaella Micheli, Luigi Picchi, Marina Berti, Danil, Gianni Monico e Marco Fusi.

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Il Sentiero dell’Acqua: intervista al Gruppo Archeologico Sinalunghese

La vita all’interno dei castelli del medioevo non era sempre ricca di acqua, anzi: le difficoltà dovute all’approvvigionamento idrico e le condizioni igieniche portavano a cercare diverse soluzioni, dalla costruzione…

La vita all’interno dei castelli del medioevo non era sempre ricca di acqua, anzi: le difficoltà dovute all’approvvigionamento idrico e le condizioni igieniche portavano a cercare diverse soluzioni, dalla costruzione di acquedotti alla raccolta di acqua piovana nelle cisterne. Nel centro storico di Sinalunga le vicende legate all’acqua hanno invece portato a caratteristiche inusuali e non facilmente riscontrabili negli altri borghi del territorio: la costruzione di una struttura nel XIII secolo che portava l’acqua dal centro alla periferia, e non il contrario.

Grazie al lavoro del Gruppo Archeologico Sinalunghese abbiamo conosciuto meglio il “Sentiero dell’Acqua”: un cunicolo scavato nel 1265 che collega la Fonte del Castagno al Pozzo di San Martino, il pozzo che dal centro della Chiesa di Santa Croce si sviluppa per quasi 30 metri nel sottosuolo. Similmente ai “bottini” di Siena, il cunicolo percorre circa 250 metri e permette all’acqua di fluire verso la Fonte del Castagno, liberamente accessibile alla popolazione fuori dalla cinta muraria.

Abbiamo approfondito la conoscenza con il Gruppo Archeologico Sinalunghese, l’associazione che nel corso degli anni ha studiato i cunicoli sotterranei di Sinalunga e che ha contribuito a renderli accessibili ai visitatori. Il presidente Gianfranco Censini e il vice Giorgio Baldini ci hanno raccontato le caratteristiche del “Sentiero dell’Acqua” e le prime visite effettuate nell’estate del 2015.

Alla scoperta della Sinalunga sotterranea: potete raccontarci le caratteristiche del Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Noi ci occupiamo principalmente del sottosuolo. Negli ultimi anni abbiamo esplorato un reperto archeologico del comune di Sinalunga che risale a sette secoli fa, esattamente al 1265: si tratta di un cunicolo scavato nel sottosuolo del centro storico per portare acqua da un antico pozzo, probabilmente di epoca romana, fino a una fonte che venne realizzata all’esterno delle mura. Questo cunicolo presenta delle caratteristiche molto interessanti dal punto di vista estetico, ma anche naturalistico e storico. Dal punto di vista storico dobbiamo infatti capire come mai questo cunicolo venne scavato per portare acqua al di fuori dalle mura di un castello, quando invece all’epoca si usava fare il contrario, portare l’acqua dentro alle mura. Ci sono varie ipotesi per rispondere a questo interrogativo: il motivo è scritto anche nella lapide che sta all’esterno, il XIII secolo era un periodo di tregua, in un periodo di pace probabilmente pensarono che non avevano più bisogno di essere chiusi dentro la cinta muraria, ma magari avevano la possibilità di dare l’acqua anche all’esterno senza problemi. Inoltre il Sentiero dell’Acqua presenta elementi di interesse naturalistico: l’acqua forma delle stallatiti e stalagmiti che sono note all’interno di grotte carsiche e invece qui siamo all’interno di sabbie e conglomerati, quindi probabilmente il calcio che viene depositato nel cunicolo è stato sciolto durante il percorso che fa dal poggio delle carceri verso la fonte.”

gruppo

Qual’è il percorso del Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Praticamente è un sentiero sotterraneo che si sviluppa per circa 250 metri su due rami, e porta dalla fonte al pozzo principale. Il pozzo si colloca esattamente nel centro storico di Sinalunga, all’incrocio dei due assi principali di quello che all’epoca era il castello medievale. Si tratta di un pozzo scavato nel tufo, che è profondo circa 30 metri, con circa 4 metri di diametro. Non è visibile né accessibile dall’esterno, ma solo dal sottosuolo. Il cunicolo permette di arrivare a questo pozzo e noi l’abbiamo battezzato “sentiero dell’acqua” perché percorriamo in senso inverso il sentiero che l’acqua fa dal pozzo verso la fonte. Lungo il percorso ci sono aspetti interessanti da vedere, ci sono strutture a volta lungo il cunicolo create per rinforzarlo, poi ci sono delle concrezioni carbonatiche che in alcuni punti sono veramente belle da osservare. Stando in silenzio e al buio, si sente gocciolare l’acqua, un’acqua che nasce goccia dopo goccia lungo tutto questo percorso. Tuttora alla Fonte del Castagno escono circa 70 metri cubi d’acqua al giorno, una risorsa che per l’epoca era sicuramente sufficiente.”

Questi cunicoli ricordano i bottini di Siena?

(Gianfranco) Sì, sono esattamente la stessa opera dal punto di vista della realizzazione. Hanno una funzione inversa, perché nei bottini di Siena l’acqua veniva presa alla sorgente e portata in città. In questo caso il percorso è inverso. Però sicuramente le braccia che le hanno scavate sono le stesse, nel 1260 Sinalunga era uno degli ultimi castelli della Repubblica di Siena.”

Parliamo invece del Gruppo Archeologico Sinalunghese: quali sono le vostre attività?

(Giorgio) Le attività del gruppo principalmente sono le ricerche sul territorio, curando l’aspetto del paesaggio. Abbiamo circa  venticinque soci, è un’associazione interessante. In un paese come Sinalunga ci sono anche testimonianze di ritrovamenti importanti, che magari state portate via. La nostra cittadina offre tanto anche sul tema degli Etruschi, di cui sono appassionato: non è come Chiusi, Montepulciano o Cortona, però Sinalunga forse ha avuto meno ricerche rispetto ad altri posti. Recentemente sono state scoperte alcune tombe, forse già trafugate, ma con dei reperti interessanti. Prossimamente forse riapriremo un antiquarium.”

Quindi la Valdichiana continua a restituire reperti del passato, come questi cunicoli. In che modo li avete resi fruibili al pubblico?

(Gianfranco) Di meraviglie della natura nella nostra zona ce ne sono molte, purtroppo non tutte sono valorizzate nel modo giusto. Un po’ la colpa è la nostra, che non pretendiamo di riavere un po’ di questi tesori che sono conservati in altri musei, e se li abbiamo magari non riusciamo neanche a gestirli perché il problema poi diventa la sicurezza. L’antiquarium, per esempio, era attivo una decina di anni fa, era accessibile e visitabile; poi però per motivi di sicurezza è stato portato in parte al museo di Chiusi, in altra parte non è fruibile al pubblico. Quindi il nostro scopo come Gruppo Archeologico Sinalunghese è quello di raccogliere le testimonianze del passato, dare a tutti la possibilità di conoscerle. Nel caso dei cunicoli sotterranei abbiamo lavorato per farli conoscere; nessuno li vedeva, però sono molto importanti per la vita di ieri, di quella che è stata la comunità dei secoli passati. Alla Fonte del Castagno siamo sempre andati a prendere l’acqua, e magari tuttora la usiamo per annaffiare l’orto o il giardino, però nessuno sapeva da dove veniva l’acqua. E non è l’unico cunicolo, ne abbiamo esplorato recentemente un altro, sempre nei sotterranei di Sinalunga, che porta l’acqua a una fonte privata. Addirittura il proprietario non era mai entrato dentro questo cunicolo perché aveva un po’ paura ad avventurarsi nel sottosuolo, era anche un po’ franato. Noi del Gruppo Archeologico Sinalunghese siamo entrati e abbiamo scoperto uno stupendo cunicolo di circa 60 metri, realizzato con tanti archi di rinforzo, con una cura particolare per rendere disponibile l’acqua.”

Quanti altri cunicoli di questo tipo potrebbero esserci in Valdichiana? Dagli studi storici e dalla morfologia del terreno, si può capire se ne sono presenti altri?

(Gianfranco) Esattamente come quelli di Sinalunga è difficile, qui abbiamo trovato una combinazione favorevole anche per  via della situazione geologica. I cunicoli sono scavati a contatto tra due formazioni diverse, in quella permeabile l’acqua si infiltra, arriva alla base e trova un livello impermeabile; non può andare più giù, quindi esce fuori. In questo caso si parla del centro del paese nel centro storico, una cosa particolare. Che si trovi un’altra situazione in cui il centro storico ha questa sequenza di strati con questa successione e con gli stessi terreni, è una combinazione difficile; un’eventualità accaduta a Sinalunga, in cui l’acqua viene fuori a circa 360 metri sul livello del mare. Di cunicoli di questo tipo a Sinalunga ne possiamo trovare altri, almeno quattro vicino al centro storico e altri fuori, su due ci sono dei cunicoli lunghi, su una forse cunicolo corto, su un’altra di sicuro un cunicolo di due o tre metri, però sono delle condizioni particolari che danno origine a queste strutture.”

Come funzionano le visite al Sentiero dell’Acqua?

(Gianfranco) Innanzitutto va detto che il luogo è pubblico, di proprietà del Comune, quindi non possiamo invitare nessuno; però abbiamo proposto all’ufficio turistico di Sinalunga di raccogliere le richieste, se qualcuno vuole visitare i cunicoli può richiederlo all’ufficio e noi li accompagniamo volentieri, facciamo da guida e spieghiamo la storia. Naturalmente c’è un discorso di responsabilità, si tratta di cunicoli di epoca medievale, vecchi di sette secoli: non ci sono problemi e sono liberamente accessibili, ma potrebbe cadere un sasso da una volta, quindi dotiamo tutti i visitatori di un elmetto con la luce. Quella del Gruppo Archeologico Sinalunghese non è un’opera di divulgazione vera e propria, ma un’attività di promozione sociale, senza fini di lucro. Svolgiamo la nostra attività per promuovere il territorio e crediamo che possa essere un tassello importante per Sinalunga e per la Valdichiana in generale.”

Contatti Utili: Gruppo Archeologico Sinalunghese, via Mazzini 27, 53048, Sinalunga

Pagina Facebook – Mail: gruppoarcheologicosinalunghese@gmail.com

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