La Valdichiana

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I Bangcock e il primo album: intervista alle “Cattive compagnie”

La notizia è che i Bangcok hanno pubblicato “Cattive compagnie”, il loro primo progetto uscito da uno studio di registrazione. Per dovere di cronaca è giusto evidenziare che questi ragazzi…

La notizia è che i Bangcok hanno pubblicato “Cattive compagnie”, il loro primo progetto uscito da uno studio di registrazione. Per dovere di cronaca è giusto evidenziare che questi ragazzi hanno vinto il 32° Sanremo Rock al teatro Ariston, aggiudicandosi il premio “Assomusica” per la migliore esibizione live, il premio “PMI” per la band più originale e “Parole Rock” per il miglior autore under 35. Una valanga di premi. La verità è che molti di noi non sanno neanche della loro esistenza. Quello che invece bisogna davvero sapere dei Bangcock è che sono fottutamente bravi.

La band nasce a Chianciano Terme nel 2017 dall’incontro tra il rapper Fake (Simone Falluomini) e quattro musicisti: Paolo Acquaviva al trombone, Daniele De Bellis alla batteria, Francesco Rossi Valenti alla chitarra e Alessio Zeppoloni al basso. L’unione di questi cinque in una band ve la potete immaginare come la creazione di un nuovo piatto composto da cibi che vi fanno impazzire, afrodisiaci, dolci, salati, freddi, caldi, per scoprire che… è buonissimo. Magari da un punto di vista culinario non si può fare e verrebbe un troiaio, ma loro ce l’hanno fatta. Musicalmente intendo.

Sì, perché ognuno di loro ha un background musicale diverso. Rap, hip-hop, jazz, metal si intrecciano fra loro, dialogano, si uniscono, si contaminano, senza che mai uno di questi perda la sua identità. Il risultato di questo “minestrone” di suoni ve lo andate a sentire, perché tanto è inutile parlare di musica se non la si ascolta. A maggior ragione per i Bangcock.

Il loro primo album è uscito il 24 dicembre, perciò ne abbiamo subito approfittato per saperne di più e per capire come facciano a convivere sul palco (ma non solo) personalità così differenti.

Avete fatto la serenata a mia nonna questa estate, in piazza a Foiano. Da allora è motivo di vanto per la famiglia…

“Nooo!! Troppo buffe quelle signore, davvero. È stato bellissimo. Pensa che nella stessa piazza, dalla parte opposta, c’erano delle ragazzine di 11 o 13 anni che stavano al telefono. Noi eravamo appena usciti dagli studi di Radio EFFE e siamo andati a chiedere se potevamo suonare una serenata per loro, ma erano imparanoiate e secondo me non capivano nemmeno cosa stessimo dicendo, perciò le abbiamo salutate scusandoci per il disturbo. Qualche metro più in là c’erano queste vecchine e il risultato è stata la Serenata Cock. C’è anche il video.”

Il 24 dicembre è uscito il vostro primo album, ce ne parlate?

“È il nostro primo progetto ufficiale. Avevamo già fatto uscire due brani di questo disco, senza però dire che ne facevano parte. Il primo è “Convenevoli” e il secondo è quello che ha dato il nome all’album. In questo disco ci sono sette tracce che cercano di analizzare gli aspetti grotteschi della società di oggi. La particolarità di questo progetto è che il messaggio non viene comunicato solo dal rapper, ma da tutta la band. La musica di ogni pezzo esprime esattamente quello che viene espresso dal testo.”

E questo come avviene?

“In maniera del tutto naturale. Il nostro lavoro crea un suono potentissimo e coeso. È qualcosa che è nato tra di noi, di alchemico. Ciò che creiamo non va in una direzione precisa, ma cresce e si plasma unendo le nostre differenze. Ognuno di noi appartiene a una scuola musicale completamente diversa. Questo però non ci snatura, anzi. Ognuno di noi mette in gioco le proprie particolarità esaltandole all’interno di questa apparente caciara.”

Quali sono gli aspetti grotteschi della società di cui parlavate prima?

“La musica, la società, la politica. Che poi è tutto connesso: religione, politica, media sembrano quasi la stessa cosa. Sono gli aspetti che non ci piacciono, per questo l’album si chiama “Cattive compagnie”.

Il vostro percorso in quale direzione va?

“Stiamo insieme da un anno e mezzo e abbiamo vinto il Sanremo Rock, suonato alla Flog, al The Cage e aperto ai Cure e ai Sum 41 al Firenze Rocks. Sono risultati che all’inizio erano inimmaginabili per noi. Vogliamo arrivare sempre più su. Non fermarci. Il bello deve sicuramente venire. Questo primo progetto è stato tirare fuori un qualcosa di embrionale per la band. Per il 2020 è già in fase di registrazione un nuovo album. A breve uscirà un nuovo singolo con video intitolato “La legge di Murphy”.

Adesso vorrei sapere perché vi chiamate Bangcock? Anche se un’idea me la sono fatta…

“[Risate]. Ci piace dire che, più che un nome, bangcock sia un’attitudine: vivere la musica, le passioni, la vita a c***o duro. La nostra musica vuole animare la gente e farle prendere coscienza.”

Vi consiglio di NON cercare su google immagini con la parola chiave “Bangcock”. Poi non dite che non vi avevo avvertito.

E buon ascolto.

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Intervista a Gabriele Valentini: e se la fine del mondo arrivasse a Sarteano?

Inizia il 28 Dicembre il “Capodanno a Teatro” targato Arrischianti: dal 28 al 31 potete trovare in Teatro a Sarteano Che m’importa del mondo, la nuova produzione Compagnia Teatro Arrischianti…

Inizia il 28 Dicembre il “Capodanno a Teatro” targato Arrischianti: dal 28 al 31 potete trovare in Teatro a Sarteano Che m’importa del mondo, la nuova produzione Compagnia Teatro Arrischianti con la drammaturgia e la regia di Gabriele Valentini.
“Capodanno a Teatro” è ormai una tradizione consolidata del nostro territorio: inizia come un normale spettacolo in scena negli ultimi giorni dell’anno e culmina in una grande festa la sera del 31 – lo spettacolo si chiude giusto in tempo per il brindisi da fare tutti insieme e poi un ricco buffet vi aspetta negli spazi del Teatro sarteanese.

L’evento è arrivato quest’anno alla decima edizione e per un compleanno così importante non si poteva che optare per un argomento non da poco: la fine del mondo.
Immaginate di trovarvi in un bar mentre fuori piove a dirotto. E mettete che quella sia l’ultima sera del mondo – sarebbe come ve la siete immaginata?
Per immergerci fin da ora nell’atmosfera dello spettacolo ci siamo chiusi nel bar di cui sopra con Gabriele Valentini, che ci sta dentro da mesi o, meglio, anni.

Da cosa nasce l’idea di questo testo? C’è stato un momento particolare, che ricordi, che ha fatto nascere in te la voglia di raccontare la fine del mondo?

“Come spesso capita, l’idea è uscita fuori per caso: eravamo un po’ di persone a parlare, o per meglio dire “cazzeggiare”, e qualcuno è saltato fuori con la domanda “Ma se tu avessi un preavviso di tempo prima che tutto finisca, che faresti?”; una domanda che prima o poi in qualche conversazione, anche per gioco, salta fuori, un po’ come il meteo o l’oroscopo.
Quella volta però, mi è rimasta in mente per via di qualche risposta decisamente buffa e strampalata. Tra l’altro alcuni dei partecipanti alla discussione sono diventati interpreti di questa commedia.
Quell’input iniziale è proseguito per un po’, nel senso che per un po’ di tempo quando uscivo con amici, a un pub o a una cena, o anche quando parlavo con qualcuno che conoscevo poco, domandavo cosa avrebbe fatto nel caso di una fine imminente del mondo, e le risposte in generale, erano quelle di stare con i propri affetti, o di ubriacarsi, cose buttate là: abbiamo la tendenza a non prendere sul serio le domande alle quali non sappiamo dare una risposta precisa.”

È una storia che vuoi raccontare da un po’ di anni. Come si è evoluta nel corso del tempo? Da quando hai avuto l’idea a oggi, vista l’evoluzione dei problemi climatici e la maggiore conoscenza che se ne ha, la storia che volevi raccontare ha subito delle modifiche?

“Direi che l’incontro tra l’idea iniziale e la questione climatica è avvenuto in modo naturale. Basta guardare un qualsiasi telegiornale o leggere qualche articolo per rendersi conto che una questione climatica esiste, è globale e piuttosto urgente e, potenzialmente, potrebbe essere la causa di una fine del mondo.”

La fine del mondo non è un tema propriamente allegro, eppure avete deciso di affrontarlo con toni comici. Come avete risolto questa contraddizione?

“I toni dello spettacolo sono quelli della commedia, sono un sostenitore che di quasi tutto si possa parlare con ironia, senza per questo sminuire l’argomento. Calvino, che era uno di quelli che se ne intendeva, dedica alla leggerezza la prima delle sue Lezioni americane sostenendo che dovrebbe essere considerata un valore da acquisire, e che non è sinonimo di superficialità. E poi, personalmente, non amo chi si veste sempre da serio intellettuale, mi dà sempre l’impressione di quei venditori in giacca e cravatta che poi ti rifilano “un pacco”.

Il presupposto di base (un gruppo di avventori dentro un bar mentre fuori piove a dirotto) potrebbe sembrare l’inizio di un disaster movie hollywoodiano (uno di quei film in cui finisce il mondo, appunto). Trovandoci però in teatro lo sviluppo sarà probabilmente diverso. Cosa ci dobbiamo aspettare? Sarà una fine del mondo vissuta attraverso i dialoghi e le emozioni degli attori o dobbiamo aspettarci effetti speciali di messa in scena?

“Nulla di hollywoodiano. In Che m’importa del Mondo si raccontano storie di gente comune in una situazione straordinaria.”

Hai avuto dei punti di riferimento, delle opere ispiratrici durante la costruzione dello spettacolo?

“Non che me ne sia accorto. Ovviamente mi sono divertito a scrivere una storia che abbia più piani di lettura, a infilare delle citazioni più o meno celate, e sicuramente siamo sempre tutti, chi più chi meno, influenzati da qualche cosa. Ma i veri spunti sono nati dall’osservazione delle persone che mi è capitato di incontrare.”

Per chiudere, parafrasiamo il titolo: a Gabriele Valentini cosa importa del mondo?

“Qui dipende da come si interpreta la domanda: il mondo è un grande contenitore con molte cose dentro, come una casa, e in una casa è giusto occuparsi della sua pulizia, della salubrità dei suoi ambienti, ma anche della felicità, del benessere, della libertà di essere se stessi, di chi la abita, e forse le due cose non sono così slegate.”

L’appuntamento con la fine del mondo, è bene saperlo in anticipo, è il 28, 29 e 30 Dicembre alle 21.15 e poi il 31 Dicembre alle 22, sempre presso il Teatro Arrischianti di Sarteano.
C’è modo migliore per iniziare anno nuovo e decade nuova che affrontare la fine del mondo?

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La musica (e la grafica) dei Maestro

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta…

I Maestro sono una band aretina, nata a marzo del 2019. Le loro idee sono chiare: far dialogare musica e grafica in cerca di messaggi densi di significati. Si tratta di un progetto in corso d’opera, composto da un trio molto particolare. Alberto Nepi alla voce e ai sintetizzatori è accompagnato da Lorenzo Camilletti, basso e “spippolini”. E poi c’è Francesco Camporeale, l’illustratore grafico, l’elemento visivo del gruppo.

Sì, perché è proprio questa la particolarità dei Maestro: musica elettronica e illustrazioni che si intrecciano e si influenzano a vicenda. Una bella novità nel campo musicale aretino, a dispetto di un ambiente tanto restio alle proposte artistiche giovanili (pur con le solite lodevoli eccezioni). Li ho intervistati in uno dei locali di Corso Italia, proprio ad Arezzo.

Com’è nato questo progetto?

“Del tutto casualmente da un incontro in studio di registrazione. Dialogavamo sull’accostamento tra immagine e musica da molti anni. Con i Whao! (band di cui fa parte Alberto), per esempio, facemmo un brano molto elettronico (Anxiety 2.0), che accompagnammo a un video pieno di immagini bellissime create al PC dalle mani e dalla mente di Francesco. Qualche mese fa abbiamo conosciuto Lorenzo e ci siamo accorti di avere molte idee in comune, soprattutto per quanto riguarda l’elettronica nella musica. Questi interessi simili hanno fatto scattare una scintilla. A livello sonoro e testuale volevamo creare qualcosa che dialogasse con le immagini di Francesco. Da lì è partito questo trio composto da una coppia che fa elettronica e un grafico che illustra.”

A cosa serve il grafico?

“Musica e arte visiva qui sono qualcosa che si completano a vicenda. Il progetto è in fase di sperimentazione, abbiamo enormi margini di crescita anche per imparare a conoscere le nostre potenzialità. La grafica è una sintesi dei brani fatta al computer. La creazione dell’immagine avviene in maniera autonoma rispetto alla composizione della musica, ma da questa deve essere influenzata, perché vogliamo che dialoghino a vicenda. Sono le sensazioni create da suono e voce riportate sotto forma di immagini o video. Nel nostro primo pezzo “Chimera” i disegni dialogano totalmente con i musicisti che vengo rappresentati in maniera stilizzata, essenziale. Inoltre, ci sono dei richiami all’arte italiana come Giotto, il Cristo morto del Mantegna, Michelangelo. Altri video che abbiamo sono immagini con una storia dietro. Lo scopo è quello di creare altre letture del messaggio testo-suono.”

Come i Gorillaz?

“Loro sono una Cartoon-band. Noi abbiamo in mente qualcosa di diverso. Mentre la band inglese usa i cartoni animati per dare vita al gruppo, noi vogliamo che musica e immagini si fondano per creare qualcosa di nuovo, che sia un altro componente del lavoro complessivo.”

 

Come mai questo nome?

“Nella musica classica il Maestro è il musicista che ha letteralmente dedicato gran parte della sua vita alla musica e a un certo strumento. Da tanti anni i miei amici mi chiamano Maestro, per giocare sul fatto che suono da sempre e sono effettivamente un maestro di musica. Questa cosa autobiografica l’abbiamo sfruttata per dare profondità al progetto già a partire dal nome. Volevamo che la band avesse un po’ di spessore, perché ci sembra che la musica oggi ne abbia perso un bel po’, insieme alle tematiche che finiscono nei testi. Anche Jim Morrison, per esempio, parlava di sesso e droga, ma le canzoni dei Doors trattavano anche la guerra, la politica e la vita quotidiana. Poi Maestro è anche una parola internazionale, speriamo sia di buon auspico. Vorremmo che la nostra musica fosse qualcosa verso cui approcciarsi con la voglia di avere sensazioni visive, sonore e di ogni altro tipo. Ci piacerebbe che le persone ci ascoltassero con attenzione e calma, come qualcosa a cui bisogna dedicare più energia e concentrazione, ma che alla fine ripaga dello sforzo.”

Ricercate un pubblico specifico quindi?

“No. Perché si può parlare di temi culturali a diverse profondità e con linguaggi diversi, universali. Non facciamo cose difficilissime e complesse. Il nostro è un linguaggio fruibile da tutti. Non sono esercizi di stile per far vedere quanto siamo bravi. Abbiamo anche strofe e ritornelli! C’è del POP!”

Di cosa parlano i Maestro?

“Di una cultura generalmente intesa, ma non come quella sbandierata sui social da qualche politico sempre affamato. Una cultura che crea conoscenza e pensieri da condividere, non quella che ti fa andare su facebook a scrivere cazzate o a esprimere opinioni da ignorante. Parliamo anche di esperienze personali e di affetti. Che si parli di amore o di politica o di quello che vuoi l’importante è avere un contenuto dignitoso e profondo.”

Durante i live come funziona con la grafica?

“Prepariamo le immagini che passeranno nello schermo durante l’esibizione. Sul palco siamo un duo elettronico e lo schermo ci sta molto bene lì nel mezzo. A proposito di live, il 2 gennaio suoneremo al Velvet Underground di Castiglion Fiorentino. È una bellissima opportunità, non vediamo l’ora.”

 

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Licei Poliziani nel mondo: intervista a Camilla Giannelli

Terza puntata del podcast, ospite Camilla Giannelli, voce e chitarra dei Ros. La front-girl della band punk-rock ci ha parlato delle sue esperienze televisive, la sua passione per la chitarra…

Terza puntata del podcast, ospite Camilla Giannelli, voce e chitarra dei Ros.

La front-girl della band punk-rock ci ha parlato delle sue esperienze televisive, la sua passione per la chitarra e la musica, con un occhio rivolto ai progetti futuri senza dimenticare però i meravigliosi anni liceali.

(intervista a cura di Leon D’Antonio – foto di Luca Farini)

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Ottavia Piccolo e Occident Express: i migranti “sono persone che cercano di vivere, semplicemente”

Venerdì 20 Dicembre inizia la stagione 2019-2020 al Teatro Poliziano. Arrivano, con Occident Express, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo e con loro arriva Haifa. Haifa viene da Mosul…

Venerdì 20 Dicembre inizia la stagione 2019-2020 al Teatro Poliziano. Arrivano, con Occident Express, Ottavia Piccolo e l’Orchestra Multietnica di Arezzo e con loro arriva Haifa.
Haifa viene da Mosul e, dopo aver rischiato la morte a causa dell’ISIS, prende la nipotina di quattro anni e si mette in viaggio. Lottando per la vita percorre 5.000 chilometri e arriva infine in Svezia, ma nel frattempo affronta un viaggio, lungo la cosiddetta “rotta dei Balcani”, in cui affronterà la morte più volte e incontrerà la cattiveria e la bontà umana.
La storia di Haifa è una storia vera, raccolta e trasposta in scena. Ci ricorda che dentro il “fenomeno” della migrazione di cui tanto si parla ci sono persone, non numeri. L’Orchestra Multietnica di Arezzo ce la fa vivere con suoni e atmosfere, Ottavia Piccolo ce la racconta.
Con lei abbiamo parlato di questo lavoro (non spettacolo, perché “non vogliamo spettacolizzare una tragedia così epocale”).

Le è stato chiesto più volte perché abbia deciso di interpretare Haifa. Ha detto che interpretare questo personaggio è stato il suo modo di non voltare la testa dall’altra parte di fronte ai viaggi di queste persone. La motivazione per continuare a interpretarla è la stessa o è un’altra?

La motivazione è la stessa perché purtroppo continuiamo a pensare che queste persone siano soltanto un problema e ci dimentichiamo che sono persone che cercano di vivere, semplicemente, e che sono, come da sempre è successo, esseri umani che si spostano da dove c’è la guerra a dove non c’è, da dove c’è la fame a dove si spera di trovare qualcosa da mangiare. Mi piacerebbe molto che diventasse fuori moda parlare di argomenti di questo genere. Invece se si pensa a tutto quello che viene detto di queste persone, mi sembra veramente necessario continuare a raccontare.
Abbiamo fatto ormai circa 90 repliche di questo nostro viaggio e abbiamo visto che la gente è toccata dall’argomento e non credo che tutti quelli che vengono a vedere il nostro lavoro la pensino come me. Ma nello stesso tempo quando si racconta la storia di persone l’atteggiamento cambia, perché uno se ci pensa dice “Forse poteva capitare anche a me: che ne so che succede nel mondo, se un domani non sarò costretto a lasciare la mia casa”. Nessuno di noi ci pensa, però quante volte è successo?! Mi viene in mente la ex Jugoslavia: persone che vivevano le une accanto alle altre, di etnie diverse, di religioni diverse e nessuno aveva mai pensato che improvvisamente il proprio vicino di casa potesse diventare il proprio aguzzino.
Chi viene a vederci e a sentirci forse esce con un’immagine un po’ diversa da quella che viene veicolata comunemente dai mezzi di informazione.

Un viaggio ci trasforma sempre. Un viaggio come quello di Haifa, però, è una trasformazione continua ed estrema, che la porta ad avere occhi diversi con cui guardare il mondo. Cosa è cambiato nel suo sguardo da quando ha iniziato a lavorare a questo racconto?

Ho scoperto che sono molto più simile ad Haifa. Mi sono abituata a pensare davvero di raccontare una storia che potrebbe essere la mia. Gli incontri che questa donna fa per caso – incontra il bene e il male, la cattiveria ma anche la generosità degli esseri umani – mi hanno cambiato nel senso che mi danno una certa speranza che il mondo sia meno peggio di quello che ci raccontiamo.

Haifa, come le dice la sorella, è nata per stare ferma, ma finisce suo malgrado a viaggiare. C’è una cosa che lei non era nata per fare e invece si è ritrovata a fare?

Guardi, non lo so. Sono nata per recitare nel senso che ho cominciato a fare teatro che avevo 11 anni e sono ancora qui che giro per l’Italia e la cosa mi piace ancora, per cui da questo punto di vista sono diversa da Haifa. Volevo avere una famiglia e ce l’ho. Sinceramente ho avuto una vita molto fortunata per cui ho sempre fatto quello che mi piaceva e penso di continuare a farlo fino a che mi regge il fisico. No, per adesso no, non c’è una cosa che non volevo fare… ecco, meglio così.

Haifa parte perché vede il futuro negli occhi della nipote. Pensa che l’Occidente guardi negli occhi dei suoi bambini? Cosa ci vede?

Credo che se non ci sbrighiamo a guardare negli occhi dei nostri figli e dei nostri nipoti il mondo andrà a rotoli. Ci stanno dicendo che gli abbiamo lasciato un mondo schifoso che sta sull’orlo del baratro e non facciamo niente per tornare indietro. Non guardiamo in faccia la realtà, secondo me, e quindi i nostri figli e i nostri nipoti ci potrebbero veramente, come dire, accusare di averli traditi. Ma soprattutto non guardiamo al di là del nostro naso e non vediamo che disastri abbiamo fatto in tutto il mondo. Non soltanto dal punto di vista dell’ecologia, ma anche quello che abbiamo combinato nei paesi dove siamo andati, in cui abbiamo distrutto le economie, non abbiamo fatto nulla e adesso ci lamentiamo perché le persone di quei paesi cercano una vita migliore da noi. Da questo punto di vista io sono abbastanza ottimista se guardo in faccia le giovani generazioni: spero di non sbagliarmi.

Il lavoro si chiude con un monito: “Non sprecate l’aria.” In un intervista di qualche tempo fa non si diceva ottimista per come l’Occidente avrebbe affrontato le storie di queste persone in viaggio. In una più recente diceva però che nessuno spettatore è mai venuto a dirle che ciò che raccontate non è vero e che “gli esseri umani presi uno per uno sono meglio di quello che ci vogliono raccontare.”

Vado un poco random: il giorno che mi sveglio e leggo sul giornale che hanno trovato 39 cadaveri dentro un container mi dico “non c’è salvezza”. Il giorno dopo succede che un gruppo di ragazzi mi racconta che sta facendo un lavoro di integrazione con gente di tutto il mondo che è venuta nel nostro paese e allora mi dico “Visto? C’è speranza.”
Ho visto tante cose brutte ma mi aggrappo a quelle meno brutte, ecco. Per cui il nostro “non sprecate l’aria”, l’urlo finale che mandiamo vuol dire proprio non sprechiamo l’aria, quella che ci serve per vivere, non rendiamola più velenosa di quanto già non sia, e nello stesso tempo stiamo attenti anche a quelli che ci sono vicini e che camminano con noi. Insomma, c’è un minimo di speranza anche nella disperazione.

Considerando che sono passati due anni dalla prima volta che avete portato in scena questo racconto, pensa che qualcosa sia cambiato? L’Occidente ha bisogno di un altro monito o “non sprecate l’aria” è ancora ciò che dobbiamo sentirci dire?

Credo che le altre grida siano tutte conseguenti a questa, voglio dire le altre grida che possiamo fare per cercare di smuovere chi ci governa o anche di smuovere noi stessi.
Perché ci raccontiamo che la colpa è sempre di qualcun altro, di chi ci sta sopra, di chi ci sta accanto, ma poi in realtà nessuno di noi fa abbastanza per salvare e per salvarci.
Siamo sommersi da oggetti che ci hanno fatto credere che siano necessari quando ci sono persone che non hanno l’acqua e quindi non possono vivere. Noi ci riteniamo poveri se non riusciamo ad ottenere l’ultimo oggetto della corsa consumistica. Non lo so: un giorno sono ottimista, il giorno dopo sono disperata. Per fortuna tutte le sere che raccontiamo questa storia, io insieme a tutti i miei compagni musicisti in scena, mi conforto e dico “Noi ce l’abbiamo messo del nostro per aiutare gli altri a pensare a quello che ci succede intorno.” Speriamo che funzioni. Intanto noi continuiamo.

Haifa dopo tutti i suoi viaggi arriva anche a Montepulciano sabato 14 Dicembre alle 21:15. Partiamo con lei e usciamo dal Teatro Poliziano con occhi diversi.

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Licei Poliziani nel mondo: intervista a Francesca Del Toro

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata…

Nuovo ospite del podcast dedicato ai giovani del nostro territorio che si stanno distinguendo per i risultati ottenuti attraverso le loro passioni è Francesca Del Toro. La giovane torritese, diventata celebre per la sua partecipazione ad Amici 13, sta continuando la sua carriera da ballerina nel mondo dello spettacolo, con tante partecipazioni importanti a livello nazionale. Ha iniziato a ballare da piccolissima e la sua specialità è il moderno contemporaneo, ma le piace comunque provare e sperimentare stili diversi: una passione coltivata con grande spirito di sacrificio e tanto impegno.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

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Licei Poliziani nel mondo: intervista ad Alessandro Pinzuti

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani….

Primo ospite di questo nuovo podcast è Alessandro Pinzuti, atleta del gruppo sportivo esercito e In Sport Rane Rosse, vice campione mondiale giovanile, ma soprattutto ex alunno dei Licei Poliziani.
Con il ventenne di Acquaviva abbiamo affrontato vari temi: dai ricordi scolastici ai suoi vizi, dai sacrifici agli obiettivi futuri, il tutto con l’immancabile nuoto al centro di tutto.
Ringraziamo gentilmente il Centro Sportivo Esercito per aver concesso l’intervista ad Alessandro Pinzuti: ecco le sue risposte!

Ascolta “Licei Poliziani nel mondo – Intervista ad Alessandro Pinzuti” su Spreaker.

(intervista a cura di Leon D’Antonio)

 

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Motta si racconta al Foiano Book Festival

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da…

Francesco Motta è un cantautore italiano cresciuto a Livorno, città con la quale ha un legame molto profondo e particolare. La sua carriera non è partita da X-Factor o da altri talent simili. Ha fatto la gavetta, come gli piace ricordare spesso. Ha suonato per strada, ha messo su una band quando aveva poco più di 20 anni (i Criminal Jokers), ha lavorato come turnista scaricando gli strumenti dai furgoni, accompagnando sul palco musicisti del calibro di Nada e Zen Circus, fino al momento in cui si è accorto di essere entrato in un processo di maturazione umana e musicale che l’ha portato alla scelta di intraprendere la carriera solista.

I suoi due album “La fine dei vent’anni” e “Vivere o morire” hanno vinto il premio Tenco rispettivamente nel 2016 e nel 2018. E la performance di “Dov’è l’Italia” sul palco di Sanremo gli è valso il premio Miglior duetto insieme a Nada. Insomma, Motta è partito alla grande. I suoi sono testi che rimangono impressi, comunicano messaggi forti, nuovi nel mondo della musica, come in “Sei bella davvero”: una dolcissima canzone dedicata a una donna transgender.

Motta è stato ospite della prima edizione del “Foiano Book Festival”, la nuova kermesse letteraria che nel mese di Novembre ha portato scrittori, registi e cantautori tra le mura cittadine, con grande partecipazione da parte del pubblico e coinvolgimento da parte di autori locali. Nel corso dell’evento in cui si è raccontato al pubblico, abbiamo colto l’occasione per conoscerlo meglio e rivolgergli alcune domande.

Francesco è da poco tornato dal suo viaggio di nozze in Australia insieme alla moglie Carolina Crescentini. Un posto per vivere migliore dell’Italia, dice, in cui ha trovato nuove ispirazioni per lavori futuri. «Ci vivrei. Ho preso appunti che forse andranno a finire in una canzone o forse no. Chissà».

Una notizia importante per tutti i suoi fan è che sta scrivendo un libro. «Il mio rapporto con la letteratura è pessimo. Leggo troppo poco, ma sto scrivendo un libro in cui racconto la mia drammatica esperienza con gli insegnanti di musica». Da come lo dice sembra quasi una rivincita. Motta, infatti, ha più volte raccontato di quando da piccolo studiava musica con un maestro che riusciva a rendere odiosa una cosa così bella. «Invece, la musica per me è stata sempre l’unica via di fuga. Mi faceva stare bene e mi faceva sentire unico nei miei sbagli».

Il suo esordio da solista è stato un vero successo. Oltre ai premi della critica c’è stato il riconoscimento del pubblico, che ha risposto alla grande. Ma è stato un album preparato nel corso di tanti anni, in cui si sommano tante esperienze, come la gavetta da quando è ragazzo, i mesi passati a scaricare e caricare i furgoni con gli strumenti e una maturazione che l’ha portato a capire come meglio incanalare i suoi pensieri in un testo. «A mio figlio sconsiglierò di andare a X-Factor, perché è giusto che si faccia un culo così. Quella dei talent è una ricerca di te stesso più arrivista e molto meno passionale rispetto a un percorso che per strada. Lì ci vai per diventare famoso, ma io a 18 anni volevo suonare e basta». Un Motta idealista e romantico.

«I miei venti anni sono stati un periodo molto buio» e nelle sue canzoni si sente «per 10 anni mi sono sentito in ritardo con me stesso. Oggi sto scrivendo in un insolito periodo felice della mia vita. Comporre con questo stato d’animo è una cosa nuova per me. Sto scoprendo altre forme che mi stanno insegnando che ci sono più modi per esorcizzare le paure con le canzoni: può succedere che stai benissimo e diventa l’occasione per dire cose che non vanno».

Motta è uno di quei cantautori che fa della libertà dei suoi testi un marchio di fabbrica. Le esperienze che canta sono legate alla realtà di tutti i giorni e tra le righe si coglie quella necessità di schierarsi. «È una decisione che si paga. Ma a prescindere dalla politica, che ti tiene spesso sotto tiro, penso che gli artisti debbano sentirsi liberi di parlare di ciò che vogliono. Al Festival di Sanremo sono andato con l’esigenza di cantare “Dov’è l’Italia”, una canzone non semplice, politica, schierata, che andava in controtendenza con il clima di quel periodo. Non era interessante per tantissime persone che stavano lì, ma per me era importante. È stato come un faccia a faccia. Ho capito che farò sempre ciò che posso fare e che voglio fare».

Poi gli ho chiesto di parlarci del suo rapporto con Livorno:

«Livorno è una città strana

piena di gambe nude e personalissime posture

dei silenzi di mia madre

e della mia giustificata distrazione…»

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La street art di ExitEnter: raccontare l’umanità con un piccolo omino stilizzato

ExitEnter è un anonimo street artist di Firenze. Oggi sembra quasi impossibile pensare che ci sia qualcuno che non abbia ancora visto una sua opera in giro per i muri…

ExitEnter è un anonimo street artist di Firenze. Oggi sembra quasi impossibile pensare che ci sia qualcuno che non abbia ancora visto una sua opera in giro per i muri della città. I suoi disegni stanno diventando parte di Firenze e mi auguro che con il tempo arrivino a essere identificati con la stessa idea che si ha di questa città, che oggi è rappresentata dal David di Michelangelo, da Pontevecchio, da Santa Maria del Fiore e da tutti quei capolavori del Rinascimento. Le opere di ExitEnter sono sicuramente parte della vita quotidiana di chi vive Firenze, perché se passeggi in compagnia, se cammini da solo, se vai al lavoro o se torni a casa, ti troverai inevitabilmente di fronte a uno dei suoi inconfondibili disegni e magari a riflettere sul loro significato.

Sono linee semplici, dolci, sottili. Sono linee che parlano, che comunicano un messaggio. Provate a immaginare un fumetto. Ecco, ogni vignetta è un muro o un cassonetto o un box della corrente elettrica. C’è il protagonista, ci sono le parole, ci sono le storie da seguire. La street art di ExitEnter è questo: un racconto per le strade delle città.

Non solo Firenze. Le opere di questo street artist si trovano anche a Napoli, Lisbona, Livorno, Arezzo e Siena (ma non solo). E noi de La Valdichiana, curiosi come nutrie in cerca di cibo, l’abbiamo conosciuto e intervistato.

Chi è il protagonista dei tuoi disegni?

“È “l’Omino”. Ha sempre fatto parte dei miei disegni, ma è rimasto come nascosto in un mega caos di altre situazioni. Era più un dettaglio all’interno di altri quadri, poi, piano piano, ho iniziato a focalizzarmi su di lui. Ha iniziato a prendere forma adattandosi ai vicoli di Firenze, in cui dovevo dipingere veloce, con dimensioni ridotte, esclusivamente di notte, perciò “l’Omino” deve la sua immediatezza a questa città. È stato un personaggio fortunato, partorito dal caso, senza uno studio o un progetto di base. Lo disegnai per la prima volta in pubblico in un rave e piacque un sacco. Cominciai a disegnarlo in altre occasioni, ricevendo apprezzamenti da amici che già dipingevano per strada. Lentamente ho iniziato a dialogare sempre più con questo personaggio, fino a che è diventato il centro della mia produzione come street artist.”

C’è gente che se lo sta tatuando…

“Sì. Io credo che il fatto che sia stilizzato ne faciliti l’immedesimazione, quindi chiunque si può riconoscere nelle sue storie. Alcune volte mi scrivono sconosciuti raccontandomi le loro vicende personali, che legano all’Omino. Riesce a entrare bene in contatto un po’ con tutti.”

Cosa fa l’Omino?

“È un personaggio molto confuso. Porta messaggi di quello che c’è di buono e quello che c’è di negativo. A volte cerco io di mediare questi messaggi e farlo parlare di cose che stanno succedendo in determinati periodi. Di base descrive sogni, paure, storie passate e storie future. Credo che alla fine racconti un po’ di umanità in generale. Dopo tutto è anche lui un piccolo umano.”

Come mai dipingi in posti che richiedono uno sforzo per essere scoperti?

“Cerco di rispettare la città e il fatto che sia di chiunque la viva. Non voglio essere invasivo. Se scelgo di dipingere sui muri, allora ne trovo uno che secondo me ha bisogno del mio intervento per essere qualcosa di più. Fondamentalmente non sono spazi in vista, perché vengono abbandonati o lasciati all’incuria. A volte studio spot strategici, perché voglio che il messaggio arrivi in un certo modo. Secondo me ci sono dei vicoli bellissimi, che non vengono apprezzati, perciò cerco di valorizzarli. Ho notato che tante persone si sono trovate a girare nelle strade della loro città alla ricerca dell’Omino per scoprire luoghi che non avevano mai visto prima.”

L’Omino non è solo “entrate e uscite”, ma anche amore, resistenza, lotta, antirazzismo, accoglienza. Parole che rimandano a una cultura di sinistra. Ti ci riconosci?

“Io mi occupo di raccontare storie poetiche più che politiche. Nei disegni arrivo certamente a toccare temi che parlano delle conseguenze di certe scelte politiche, ma io mi considero apolitico.”

Hai dipinto anche sui muri di Arezzo e Siena. Che impressioni ti hanno fatto?

“Siena è stata una delle primissime città in cui ho portato l’Omino in “trasferta”. È magica, nonostante non l’abbia conosciuta veramente. Ho vissuto solo l’atmosfera della notte, in cui non c’era nessuno in giro e sembrava di stare in un dipinto. Ci sono scenari talmente pazzeschi, che non riuscivo a trovare muri sui quali disegnare: sono così belli e carichi di storia che mi sono limitato a dipingere su cabine del gas, pezzi di legno o muri completamente abbandonati. Ad Arezzo mi sono trovato nella stessa situazione. Città piccoline e super belle in cui sembra di tornare indietro di 500 anni. Mi dava la sensazione di stare in un film. È il bello delle città italiane e soprattutto toscane.”

Io vivo certi contesti artistici in maniera forzata. A Firenze, per esempio, ho la sensazione di stare in una città vetrina, in cui, nonostante ogni centimetro sia una meraviglia unica, sembra non esserci un’anima: tutto è finto e fatto per i turisti. È un po’ quello che sta succedendo ad Arezzo e a Siena, credo che sia una tendenza generale in Italia. Le città si chiudono e guardano solo al loro passato perché questo porta soldi?

“Anche io, come te, vengo dalla campagna, anzi dal mare per la precisione. L’arte è vissuta esclusivamente a livello speculativo ormai. Se si parla di Firenze ci sono delle manifestazioni interessanti, come la Biennale, ma quello che interessa maggiormente è fare soldi senza creare contesti culturali nuovi: c’è sempre la stessa roba. Allora, siccome tutto è trainato dai soldi, dovrebbero almeno creare delle nuove macchine da soldi, ma che creino anche nuova cultura. È inutile prendersi in giro. Ancora sopravvive il lato poetico dell’arte, ma quello che più conta oggi è il lato economico di ogni singola cosa. Fino a che non riusciremo a far girare soldi anche in altri circuiti artistici, come la cultura dal basso o la stessa street art, la situazione non cambierà e questi contesti verranno strumentalizzati solo in occasioni di tornaconto. È un discorso molto grande, difficile esaurire questo argomento in qualche battuta.”

C’è un modo per far dialogare la street art con l’arte classica?

“Guarda per esempio Blub, che disegna i personaggi storici e dei quadri famosi immersi sott’acqua con la maschera da sub. Quello è già un piccolo esempio. Si può fare in tanti modi. Se ti studi gli spot che ci sono in città, se studi la storia di Firenze e ti guardi le architetture e le situazioni si potrebbe benissimo integrare l’arte classica con molti aspetti della street art. Inoltre, un fenomeno molto interessante è quello della globalizzazione, dello scambio di idee, dell’integrazione che ci potrebbe aiutare a sviluppare questo dialogo. Non siamo fermi al Rinascimento: il mondo e le persone cambiano.”

Noi persone normali cosa possiamo fare per la street art?

“A essere paraculo ti direi comprare i quadri degli artisti [ride]. È importante che la gente si interessi, si incuriosisca, entri in contatto con questo piccolo mondo. Anche leggere un’intervista fatta a uno street artist potrebbe essere un inizio. Il bello di questa forma d’arte, essendo per strada, è che dovrebbe portare la gente per strada e questa mi sembra già una cosa bellissima. Si potrebbero creare situazioni nuove, amicizie nuove, si potrebbe imparare a conoscere meglio la propria città. A dire il vero non mi pongo tanto la domanda “come le persone possono aiutare la street art”, ma mi chiedo “come la street art può aiutare le persone”.

E la risposta ce l’hai?

“No [ride]. Alla fine per me il bello di fare “strada” è che conduci un continuo esperimento. Si tratta di posizionare un’opera artistica in mezzo al caos e osservarne i risultati. È sorprendente quello che ne esce fuori.”

A Firenze ci sono molti street artist e mi pare che si stia formando una specie di collettivo. Sbaglio?

“Un collettivo non esiste, ma spesso ci incontriamo per dipingere o semplicemente parlare. Firenze è una piccola città e nel giro ci conosciamo. Ma non si può sapere cosa riserva il futuro…”

In Italia a che punto siamo con la street art? Si possono fare confronti con altri paesi?

“Sì avoglia. Ci sono paesi in cui è già diventata un fenomeno commerciale, in cui è accolta come un’opportunità economica, con tutte le complicazioni che ne derivano. Ci sono città sicuramente molto più avanti per quanto riguarda la tutela e la promozione di questa forma d’arte. In Italia si sta iniziando a capire (come sempre in ritardo e molto lentamente), che si può usare la street art per creare contesti culturali. Purtroppo, bisogna aprire la parentesi dei soldi, perché tante amministrazioni e situazioni sfruttano a proprio vantaggio qualcosa che attira l’attenzione dei giovani, qualcosa di nuovo e fresco. A questa gente, soprattutto quando sta sotto elezioni, non gliene importa molto di creare contesti culturali, che durino, che siano a beneficio della gente: interessa solo fare un bella figura e pensa esclusivamente ai voti e ai soldi, dimenticandosi presto del murale. Servirebbero festival che partano dal basso, integrati con le comunità. Non critico quelli in cui “si fanno i muri” solo per fare bella figura, ma il rischio è quello di arrivare a comunicare sempre meno.”

Ce l’hai un sogno?

“Essere felice. Stare bene ed essere felice più a lungo possibile. Me lo sto già vivendo il sogno, quindi è un po’ un sogno in progress.”

Cari lettori, provate a esplorare le strade delle città toscane in cerca di un ExitEnter e inviateci una foto! Buona caccia!

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I Dudes: “Prendiamo quello che viene e facciamo sentire la nostra musica”

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo…

I Dudes sono un quartetto alternative rock di Chiusi composto da Matteo Micheletti (voce e chitarra), Gianluca Lorenzoni (basso), Andrea Fei (batteria e sintetizzatore) e Mattia Mignarri (chitarra). Li abbiamo conosciuti nel settembre del 2016, quando avevano appena cominciato a calcare i palchi del nostro territorio. Dopo tre anni esatti li abbiamo incontrati di nuovo al Live Rock Festival di Acquaviva. La filosofia di fondo è rimasta: vivere senza affanni. Ciò che è cambiato è la consapevolezza di essere arrivati al un punto di maturazione.

Cos’è cambiato da quando ci siamo conosciuti?

La nostra musica è cambiata tantissimo. Adesso è tutta un’altra cosa. Nel tempo abbiamo variato gli ascolti musicali e questo ha avuto un riflesso nelle nostre produzioni. Eravamo più acerbi, ovviamente, ma anche più legati a una tradizione indie italiana. Adesso siamo influenzati da artisti come Kurt Vile, Brian Jonestown Massacre, Black Angels, War on Drugs. Che poi è rock alternativo, ma non italiano. Sicuramente ci discostiamo dall’Hip Hop che va molto in voga ora. Siamo molto felici che esistano festival come il Live Rock, che permettono a band che suonano musica simile alla nostra di potersi esprimere in una scena dominata dalla trap e dall’Hip Hop. Nonostante ciò, manteniamo una radice italiana. I Verdena e gli Afterhours ci hanno lasciato tanto, rimangono le nostre basi.

Di cosa parlano le vostre canzoni?

Devo rispondere sinceramente? Diciamo disagio esistenziale, però in realtà parlano di fica. Delle varie sfumature, che possono essere tantissime cose. È la percezione del vivere che ho a 30 anni. Sono esperienze personali.

Progetti per il futuro?

Un disco. Da autoprodurci, perché stiamo provando a mettere su uno studio di registrazione. Già l’ultimo EP l’abbiamo registrato da soli, nonostante tutte le difficoltà. Ora abbiamo diversi pezzi in cantiere. Vorremmo anche spostarci dal territorio, cercare di farci ascoltare fuori dalla Toscana. Speriamo che il Festival di Acquaviva sia un trampolino di lancio per noi. Anche perché abbiamo delle date importanti in questo periodo, siamo molto soddisfatti. Tornando al disco, ci sentiamo maturi per creare qualcosa che davvero ci rappresenti, che faccia capire a chi ci ascolta chi siamo.

Obiettivi e aspirazioni?

Nessuna avidità. Far sentire la nostra musica. Rimanere belli puri. Come ci insegna il nostro mentore – il Drugo Lebowski – prendiamo quello che viene. Le aspirazioni le abbiamo, ovviamente. Non saremmo riusciti a salire su questo palco, altrimenti. Però vogliamo sempre rimanere attaccati a ciò che ci piace: sarebbe brutto scendere a compromessi per diventare più famosi.

(foto di Irene Trancossi – Live Rock Festival Acquaviva)

 

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