Riallacciandoci ai temi trattati nel precedente articolo sull’agrivoltaico, facciamo un’analisi storica, economica e sociale sulla più grande azienda agricola italiana e sulla sua espansione in Valdichiana: Bonifiche Ferraresi.
Come ben sappiamo, la Valdichiana è una delle pianure alluvionali più fertili d’Italia, bonificata progressivamente fra il Seicento e l’Ottocento grazie alle politiche idrauliche del Granducato di Toscana, governato da Pietro Leopoldo I. In queste campagne, per secoli, il paesaggio agrario è stato modellato dalla mezzadria: un contratto che legava una famiglia contadina a un podere, dividendo a metà spese e prodotti con il proprietario. La mezzadria non fu mai un rapporto tra eguali: i rapporti sullo stato delle campagne che giungevano a Pietro Leopoldo descrivevano contadini al limite della sussistenza, gravati da condizioni abitative disagiate e dall’onerosa ripartizione della produzione.

La mezzadria ha contribuito a modellare in modo determinante il paesaggio agrario dell’Italia centrale, con i suoi campi stretti, i filari di vite, gli olivi, le colture miste in rotazione. Un paesaggio, quello della Valdichiana mezzadrile, funzionale a un sistema di produzione integrata contingente a una situazione storica e sociale. Si trattava di un’agricoltura per limitazioni tecnologiche rispettosa dei cicli spontanei, ma che non si faceva problemi a fare enorme impiego di sostanze chimiche. Sull’uso di pesticidi in Valdichiana non esistono studi storici che documentino con precisione l’impiego del DDT durante la mezzadria: entrò nell’agricoltura italiana a partire dagli anni ’40-’50, e la Valdichiana era già allora terra di colture intensive (il tabacco, in particolare) su cui gli insetticidi di sintesi erano abitualmente usati. Il DDT era inoltre usato per contrastare la malaria, che era notoriamente presente in Valdichiana. Le pratiche agricole mezzadrili, quindi, non erano prive di criticità a livello ambientale, e i dati che abbiamo oggi, rilevati da ARPAT, mostrano un territorio la cui salubrità è ancora inficiata dalle pratiche agricole del secolo scorso.
Nel dopoguerra il modello mezzadrile entrò in crisi, quando il boom economico svuotò le campagne. La legge stralcio del 1950 e la successiva riforma agraria ridussero le superfici dei maggiori latifondisti: la riforma proponeva, tramite l’esproprio coatto, la distribuzione delle terre ai braccianti agricoli, che divennero quindi piccoli imprenditori (di questo argomento si parla nel saggio Dopo la Mezzadria di Alessio Banini). Nel 1964 venne vietata la stipula di nuovi contratti di mezzadria; nel 1982 quelli esistenti vennero convertiti in affitti. Ma cosa sta diventando, oggi, la proprietà fondiaria in Toscana?
Bonifiche Ferraresi: da Londra alla Borsa di Milano
Parliamo della protagonista di questo articolo. La storia di Bonifiche Ferraresi comincia molto lontano dalla Valdichiana. Venne costituita in Inghilterra nel 1871 col nome di Ferrarese Land Reclamation Company Limited e aveva come oggetto sociale la “bonifica di laghi, nell’acquisto di paludi e terreni nelle vicinanze di Ferrara e in altre località del Regno d’Italia“. Si trattava di un’impresa capitalistica straniera che dalla prima ora si presentava come missione civile. Le difficoltà tecniche e finanziarie l’accompagnarono per decenni: la Banca d’Italia ne è stata l’azionista principale fino al 2014, quando è stata acquisita da B.F. Holding, una società-veicolo costituita da investitori privati, con la leadership di Federico Vecchioni, ex presidente di Confagricoltura, nel ruolo di amministratore delegato, e con lo scopo dichiarato di creare un polo agroindustriale europeo di eccellenza. Gli azionisti di riferimento includono oggi la Fondazione Cariplo, il gruppo farmaceutico Dompé, Carlo De Benedetti, la Fondazione Cassa di Risparmio di Lucca, il gruppo autostradale Gavio e altri. Il principale azionista individuale è lo stesso Vecchioni, che al 2022 controllava oltre il 20% tramite la propria holding personale.
Quella che è avvenuta è stata una privatizzazione, dunque: un bene che per decenni era stato gestito da un soggetto pubblico, costruito anche con soldi pubblici, con espropri, con infrastrutture finanziate dalla fiscalità generale, è tornato nel relativo silenzio (o approvazione) generale nelle mani di soggetti privati.
La composizione azionaria di BF rende evidente che oggi la terra, risorsa primaria e bene comune per eccellenza, è stata trasformata in asset finanziario al servizio di fondazioni bancarie, fondi pensione, gruppi industriali e petrolieri. È la finanziarizzazione della terra che avanza in tutto il mondo.

La Valdichiana come laboratorio
L’azienda di Santa Caterina, tra i comuni di Cortona e Castiglion Fiorentino, è il cuore toscano di Bonifiche Ferraresi, e conta 1.350 ettari. Nel cuore della Valdichiana, Bonifiche Ferraresi ha avviato un centro per la produzione di erbe officinali, legumi, orticole, miele, tisane e per l’olivicoltura intensiva. Quindici anni fa, questi stessi terreni erano coltivati principalmente a grano e girasoli, prima ancora erano poderi mezzadrili. BF ha introdotto quella che l’azienda chiama “agricoltura di precisione” o “agricoltura 4.0”, mettendo in piedi un hub agroindustriale tecnologico, reti irrigue realizzate ex novo e macchinari di ultima generazione. Benché si tratti di un modello senza dubbio efficiente, non significa automaticamente che sia anche efficace nel perseguire il bene degli abitanti del territorio chiamino, che poi è quello che a noi che scriviamo interessa. Non ci si può illudere che, nella sostanza, quella di BF resti agricoltura intensiva condotta in un territorio che per secoli ha sviluppato saperi e paesaggi di straordinaria complessità ecologica.
Qualcuno, legittimamente, potrebbe chiedere: se non fossero arrivate le Bonifiche Ferraresi, cosa ne sarebbe di quei terreni? Chi li coltiverebbe? Sarebbero stati abbandonati, o qualcuno avrebbe saputo proporre qualcosa di meglio?
Il dibattito che vogliamo aprire con questo articolo non è sull’efficienza agricola, ma sul benessere sociale e ambientale del territorio. È importante ricordarsi che i concetti di bene e male sono relativi alla prospettiva da cui si sceglie di guardare le cose.
Innanzitutto dobbiamo chiederci se la terra, per essere bella, buona, fertile, utile, produttiva, valorizzata, debba necessariamente essere coltivata. Possiamo mettere in discussione la produttività come criterio principale, se non esclusivo, per darle un valore. Per fare un esempio audace: i 1.350 ettari di Cortona potrebbero essere, del tutto o in parte, restituiti alla vegetazione spontanea in un’ottica di arricchimento e tutela della biodiversità locale (ricordando che la biodiversità non si riferisce al numero di specie di animali da fattoria che abbiamo nella stalla, ma al numero di specie totale, quindi soprattutto selvatiche, flora e fauna, presenti in una determinata area). Oppure, questi terreni potrebbero essere ripensati come spazi in cui gli abitanti del territorio possano muoversi ed entrare in contatto con il loro ambiente circostante; potrebbero diventare corridoi ecologici fra i sistemi fluviali del Tevere e dell’Arno, aree di ricarica delle falde acquifere (quelle che nei rapporti ARPAT risultano essere in pessime condizioni), fasce di laminazione contro le alluvioni con cui sempre più spesso ci troveremo a fare i conti. In un’epoca in cui il dissesto idrogeologico, fenomeno purtroppo ben presente in Valdichana, costa all’Italia miliardi di euro ogni anno, e in cui la perdita di biodiversità è riconosciuta dalle stesse istituzioni europee come emergenza planetaria, la domanda prioritaria da porsi, forse, non è “chi coltiva?/chi ha diritto di coltivare?” ma “di cosa hanno davvero bisogno questo territorio e chi lo abita?“. La risposta non è necessariamente un hub agroindustriale quotato in borsa.
La retorica del territorio come strumento di legittimazione
Ci sono parole che tornano con insistenza nei comunicati stampa di Bonifiche Ferraresi: sostenibilità, innovazione, presidio della filiera, volano di benessere sociale, eccellenze italiane; parole di un’agricoltura che non si chiama più latifondo ma che rimane essenzialmente erede concettuale del latifondo, di un’impresa che ha trovato nel linguaggio green e nella retorica del territorio la sua uniforme più presentabile. Sono, non a caso, le stesse parole che risuonano nelle cerimonie ufficiali ai cui tavoli siedono esponenti della politica e dirigenti delle associazioni di coltivatori, tavoli a cui i cittadini e i loro rappresentanti locali non sono invitati.
Uno degli argomenti che permette ai grandi investitori di fare breccia nel cuore dei chianini con più facilità è il recupero delle Leopoldine, simbolo di un passato che se ne va e di un’infanzia ormai lontana. La prima leopoldina ristrutturata da Bonifiche Ferraresi, “I Granai”, è diventata il centro direzionale dell’azienda in Toscana, ma il progetto Leopoldine prevede il totale recupero di 21 immobili di pregio in provincia di Arezzo. Nel 2020 si era paventato un accordo con il gruppo Hilton per realizzare strutture ricettive di lusso nelle leopoldine restaurate, presentato in presenza del presidente della Regione Toscana, dei sindaci di Cortona e Castiglion Fiorentino e del presidente di Coldiretti, ma sembra che dopo la pandemia il progetto sia stato abbandonato a favore di un recupero a fini anche residenziali. Non è un male di per sé il fatto che gli immobili storici escano dal patrimonio comune per diventare risorse economiche a beneficio dei privati, soprattutto visto l’alto numero di Leopoldine sparse per la Valdichiana; il problema, secondo chi scrive, è piuttosto l’esclusione degli abitanti e della biosfera spontanea locale, o comunque della cura del loro benessere, dal processo decisionale riguardante il destino di una fetta così grande del territorio.
Il problema è essenzialmente politico. È la politica, in ultimo, ad avallare qualsiasi azione nei confronti della terra e del patrimonio storico popolare. Ulteriori problemi sono la destinazione del valore che viene estratto da quel recupero, il modo in cui viene finanziato e soprattutto chi lo decide. Il restauro di una leopoldina restaurata con un orientamento sociale, per esempio come centro di ricerca agroecologica aperto al territorio, come scuola di mestieri rurali, produrrebbe un tipo di ricchezza radicalmente diverso da un hotel. Di certo la politica locale ha le mani legate di fronte all’enormità degli investimenti necessari per progettare in questo senso, quindi forse la più grande miopia o malafede è da attribuire ai livelli più alti del governo nazionale, che privilegia i rapporti con i grandi investitori esteri al dialogo con i cittadini. Alle amministrazioni locali forse si può imputare una certa passività nel subire le decisioni arrivate dall’alto, una scarsa capacità di proporre idee creative, di coinvolgere, di alimentare e far riecheggiare la voce di cittadini che non vengono nemmeno interpellati.
Tornando al linguaggio usato da BF nella propria comunicazione, la famiglia contadina che abitava quelle Leopoldine e che coltivava quella terra non viene mai menzionata nei comunicati aziendali, ad essa non è dato alcun valore. Il suo spazio fisico viene recuperato, ma la sua memoria viene strumentalizzata come patina di autenticità e il suo paesaggio viene trasformato in prodotto commerciale.

Sono molti i modi in cui il grande capitale si legittima nel discorso pubblico. I comunicati dell’azienda fanno un uso sistematico di almeno tre strategie retoriche:
- la prima è l’appropriazione della storia locale: le leopoldine vengono restaurate, il nome del Granducato evocato, la “tradizione toscana” richiamata come garanzia di autenticità, svuotata del suo contenuto sociale e conservata solo come involucro estetico;
- la seconda è far coincidere a parole interesse aziendale e interesse collettivo: la società “persegue la propria missione assicurando la piena trasparenza delle scelte effettuate tenendo conto dei bisogni della collettività“. L’obiettivo dichiarato è portare “sulle tavole dei consumatori prodotti alimentari sostenibili e di alta qualità“, ma “generare valore per gli azionisti” viene citato nello stesso comunicato come obiettivo primario. In ogni azienda del mondo si sa che l’obiettivo primario è sempre far guadagnare i propri azionisti, i bisogni della collettività non sono esplorati da nessuno studio, da nessun questionario, da nessun individuo: sono decisi a priori, dall’alto, in un’ottica paternalista per cui chi ha più potere sa a prescindere cosa è meglio per chi ha meno potere.
- la terza è l’occupazione istituzionale: Vecchioni, rappresentando BF, si affianca a presidenti di Regione, ministri, sindaci. Chi dovrebbe vigilare sull’interesse pubblico e rappresentarlo si lascia trasformare in lieto testimonial dell’espansione privata, senza coinvolgere i cittadini nel processo decisionale né informarli in modo che possano compiere una scelta consapevole riguardo al destino del proprio territorio. Questo è il modus operandi del capitalismo contemporaneo, che ha imparato a far coincidere le proprie cerimonie con quelle dello Stato, che a sua volta è mosso sempre più da logiche aziendali anziché sociali.
Il “presidio della filiera” e la nuova concentrazione
Uno dei capisaldi della comunicazione di Bonifiche Ferraresi è l’idea di “presidiare l’intera filiera”, ovvero di gestire in autonomia la selezione delle sementi, la proprietà della terra, la coltivazione, la trasformazione industriale, la distribuzione e la vendita al dettaglio con un proprio marchio (“Le Stagioni d’Italia“). Questa concentrazione verticale si chiama integrazione monopolistica della filiera. Per i piccoli e medi agricoltori italiani, il rafforzamento di un attore così dominante, che è contemporaneamente produttore di sementi, proprietario terriero, trasformatore e distributore, rappresenta una pressione competitiva ulteriore. Non è un caso che Bonifiche Ferraresi abbia stretto alleanze con Coldiretti, ma il semplice imprenditore agricolo dovrebbe preoccuparsi quando l’organizzazione che dovrebbe rappresentare gli agricoltori italiani siede allo stesso tavolo del più grande proprietario fondiario d’Italia.
Un’argomentazione che viene portata avanti a supporto dei grandi proprietari fondiari è quella che, in Italia, ci sono troppe piccole aziende agricole, oltre 1,1 milioni con superficie media di circa 11 ettari. Questa situazione viene considerata, anziché un dato positivo per l’autodeterminazione dei cittadini e dei territori, per la diversità delle pratiche agricole e delle colture, un ostacolo alla competitività dell’agricoltura, perché le colture intensive richiedono meno spazio a fronte di una produzione maggiore. Questa critica può avere senso dal punto di vista finanziario, ma presuppone che la competitività sui mercati globali sia il fine dell’agricoltura. Se invece si sceglie di pensare che l’agricoltura abbia lo scopo di nutrire le comunità locali, di conservare i saperi rurali, di mantenere il suolo vivo e il paesaggio abitato, allora la frammentazione in piccole aziende smette di essere un problema. Come abbiamo visto durante la pandemia, le reti corte alimentari locali hanno dimostrato una tenuta che i grandi sistemi industriali non sempre sono stati capaci di garantire.
Per fare un esempio del tipo di dominio che una grande realtà come BF può esercitare sull’agricoltura, il caso del grano Senatore Cappelli è emblematico. Bonifiche Ferraresi controlla, dal 2017, la Società Italiana Sementi, azienda leader nel settore del frumento che tratta 600 varietà, 116 delle quali attraverso “diritti di esclusiva“. Secondo la Rete Semi Rurali, l’azienda avrebbe limitato la vendita del seme Cappelli solo agli agricoltori disposti a restituire il raccolto. Con questo stratagemma, fondato sul monopolio della distribuzione, una varietà tradizionale, patrimonio genetico costruito da generazioni di agricoltori, è stato trasformato in un prodotto controllato da un’unica società privata, elitario.
Neocolonialismo green: il matrimonio con Eni

Uno dei capisaldi filosofici della nostra testata è di non limitarci a guardare dentro la Valdichiana, ma di ricordarci sempre che la Valdichiana è un pezzettino di un pianeta immenso, e che non si può immaginare la Valdichiana come un’isola separata da ciò che la circonda: il resto d’Italia, il resto d’Europa, il resto del mondo. Per questo è importante sapere cosa fa fuori dalla Valdichiana chi opera e si arricchisce sfruttando la Valdichiana.
Bonifiche Ferraresi ha stretto una partnership strategica con Eni: a fine 2021 le due aziende hanno costituito una joint venture per sviluppare progetti di ricerca su sementi da utilizzare come feedstock nelle bioraffinerie Eni. I terreni di Bonifiche Ferraresi, inclusi quelli sardi, sono quindi messi a servizio della produzione di materie prime per biocarburanti destinati alle raffinerie di Gela e Porto Marghera. Eni ha dichiarato di voler valutare la replicabilità di queste produzioni “nei Paesi esteri in cui è presente la multinazionale fossile“: Ghana, Congo, Costa d’Avorio e Kenya. Sembra quasi che, per queste grandi holding internazionali, interi territori abitati non siano che forme geometriche di terra da sfruttare tutte alla stessa maniera a prescindere dalla latitudine, dalla loro storia, dalla loro cultura, dai loro abitanti. Valdichiana, Sardegna, Ghana, Kenya: nient’altro che terra da sfruttare.
Eni, sotto pressione dell’UE per la transizione energetica, ha trovato in Bonifiche Ferraresi il partner ideale per il cosiddetto greenwashing agricolo. I terreni agricoli italiani, e potenzialmente quelli africani, diventano feedstock, cioè materia prima industriale per una compagnia petrolifera che vuole presentarsi come “verde“. Il bene comune della terra coltivabile viene indirizzato verso l’alimentazione di bioraffinerie private, non verso la produzione alimentare di cui quelle popolazioni potebbero avere bisogno, né verso il ripristino ecologico. Il tutto viene narrato come contributo alla transizione ecologica, ma l’unica cosa che si rafforza, in questo modo, è la struttura del potere che elargisce il privilegio di sfruttamento.
Nuove prospettive

Nonostante siano cambiati i tempi, i modi e i linguaggi, c’è una continuità strutturale tra il sistema del latifondo con mezzadria e il modello di Bonifiche Ferraresi: in entrambi i casi, la proprietà della terra è concentrata in poche mani e chi lavora la terra non la possiede. In entrambi i casi, la rendita fondiaria scorre verso chi non coltiva ma controlla. La retorica paternalista del padrone illuminato si è trasformata in quella del “volano di benessere sociale, ambientale e culturale”, ma a conti fatti le dinamiche socioculturali sono rimaste le stesse.
Non si può insinuare che i lavoratori di Bonifiche Ferraresi siano equiparabili ai mezzadri, visto che oggi la legge impone contratti e certificazioni stringenti, e a oggi non risultano fonti pubbliche (giudiziarie, giornalistiche o sindacali) che documentino casi di caporalato o sfruttamento lavorativo attribuiti a Bonifiche Ferraresi, pur operando in un territorio (Cortona) segnalato come area a rischio per il fenomeno a livello generale. Tuttavia, è evidente che la relazione tra chi possiede la terra e chi la lavora riproduce una struttura di potere concettualmente analoga a quella mezzadrile.
Oggi, se non vogliamo ricadere nelle stesse forme di servilismo politico del passato, dobbiamo magari rivolgere lo sguardo alle comuni agricole francesi, ai parchi fluviali tedeschi co-gestiti dalle comunità locali, alle food forest inglesi e ai progetti di rewilding (rinselvatichimento?) scozzesi, che stanno producendo risultati concreti in termini ecologici e di benessere delle comunità. Per spostarci fuori dall’Europa, possiamo lasciarci insegnare e ispirare dalle pratiche di agricoltura boschiva e gestione del territorio praticate tradizionalmente dalle popolazioni di ogni continente, come in Kenya o Australia. Possiamo smettere di immaginare il nostro territorio solo in numeri e pensarlo come un posto vivo, in cui muoversi liberamente, in cui il potere è nelle mani di chi lo abita.
Tiriamo in ballo anche la Costituzione Italiana!
La Costituzione italiana, all’articolo 44, è esplicita: la legge deve imporre obblighi alla proprietà terriera privata, fissare limiti alla sua estensione, promuovere la ricostruzione delle unità produttive e aiutare la piccola e media proprietà. Quella norma è stata scritta guardando ai latifondi del dopoguerra, ma ecco che settant’anni dopo un nuovo latifondo è sorto. Stavolta è quotato in borsa, strategico e armato di un ufficio stampa. Eppure, chi si premura di onorare l’articolo 44?
Il monopolio narrativo del capitalismo agroindustriale si presenta come unica alternativa al passato, unico antidoto all’abbandono e all’impoverimento, rende difficile anche solo immaginare un’alternativa o formulare le domande giuste.
L’origine di questo modo di pensare è strettamente europeo e ha origine nel mercantilismo del cinque-sei-settecento.
Il mercante, secondo la dottrina mercantilista, svincolata la propria condotta dalla morale comune, opera nel mondo secondo criteri razionali e consapevoli, dimostrando le proprie funzioni di commerciante, imprenditore, banchiere. L’attività del mercante si esplica in società fondate economicamente sul sistema agricolo, ma in cui c’è una stretta connessione tra attività economica e Stato; i mercanti operano accrescendo la ricchezza e il prestigio propri e di conseguenza del loro Stato, mentre quest’ultimo garantisce la stabilità, l’ordine pubblico e l’allargamento del mercato attraverso la politica di conquiste coloniali (Wikipedia).
Ogni critica ideologica o alternativa alla narrazione mercantilista, considerata il normale modo di pensare, così tradizionalmente europeo, viene liquidata come nostalgia, o tacciata di impraticabilità. Ma la nostalgia non è l’unica alternativa al presente: esiste anche il progetto. Esistono le comunità che hanno scelto di gestire collettivamente la terra, rinunciando a parte della produttività (è ormai risaputo e dimostrato che il pianeta è in grado di sfamare 10 miliardi di persone, e in ogni caso l’incremento del fabbisogno di cibo non sta avvenendo e non avverrà in Italia) in nome della conservazione del potere sulla produzione alimentare locale. Una comunità può essere libera di privilegiare un tipo di ricchezza che non sia misurabile in ettari coltivati o fatturato per azione: la comunità stessa, la biodiversità del suo ambiente selvatico unico, la connessione tra le persone e la terra su cui vivono, la capacità di un territorio di sfamare i propri abitanti. Perché qualcosa abbia importanza, non è necessario che abbia valore, men che meno un prezzo. E queste cose preziose non sono incompatibili con un’agricoltura tecnologica e strutturata, ma sono incompatibili con l’approccio estrattivista, mirato allo sfruttamento di persone e risorse e alla produzione di capitale, portato avanti da un gigante agroindustriale quotato in borsa che risponde ai propri azionisti e non agli abitanti di Cortona o Castiglion Fiorentino.
Le domande da farsi sono tante, i ragionamenti sul futuro del territorio complessi, specialmente se non agevolati dalle istituzioni. La speranza è quella che gli abitanti della Valdichiana nutrano ancora il desiderio di essere una comunità autodeterminata, senza più padroni.
