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Perché non ci fidiamo del naso? Per un’antropologia dell’olfatto

Perché non ci fidiamo del naso? Per un’antropologia dell’olfatto

Che cosa ci viene in mente, quando pensiamo alla Valdichiana? Probabilmente pensiamo alle immagini delle campagne con le spighe grano, ai panorami con i vigneti e i borghi sulle colline. Se ci soffermassimo ulteriormente, penseremmo forse all’odore del fieno appena tagliato, il profumo di un piatto di pici e della carne alla brace.

Se dovessimo raccontare la Valdichiana, così come qualsiasi altro luogo, il primo senso che useremmo per descrivere i nostri ricordi e le nostre percezioni sarebbe probabilmente la vista. Prima dell’udito, prima dell’olfatto. Perché tendiamo a fidarci in modo quasi esclusivo di ciò che la vista può confermare? È la domanda da cui parte l’antropologo Alessandro Gusman nel suo saggio Antropologia dell’olfatto, seguendo una tradizione di studi legati al concetto di “etnocentrismo percettivo”, ovvero la pretesa di leggere il mondo, e le altre culture, applicando solo il nostro punto di vista. Non è un caso che lo chiamiamo, appunto, punto di vista, mettendo il focus sull’utilizzo degli occhi e della loro visione, e relegando gli altri sensi in secondo piano.

Olfatto odore della campagna

La tirannia dell’occhio

La supremazia della vista non è automatica per tutte le persone. Non siamo naturalmente portati a dare la priorità alla vista: è una costruzione culturale, che in Occidente ha una lunga storia alle spalle. Il paradosso, in realtà, è che la vista è il nostro senso meno naturale in senso stretto: è l’ultima facoltà percettiva a completarsi biologicamente nel bambino, il che la rende anche la più plasmabile dall’educazione culturale. Immersi nell’ambiente in cui viviamo, abituati a guardare le cose in un certo modo, impariamo a usare la vista per orientarci nel mondo e comprenderlo.

Come nota Gusman, la gerarchia che mette la vista al primo posto tra i nostri sensi si è consolidata con due invenzioni rinascimentali, che hanno progressivamente educato l’Occidente a pensarsi come una “civiltà dell’immagine”: la stampa a caratteri mobili e la prospettiva lineare messa a punto da Leon Battista Alberti. La prospettiva, in particolare, non è una predisposizione naturale dell’occhio, ma una griglia geometrica artificiale (un modo di organizzare lo spazio su una superficie piatta) che abbiamo progressivamente imparato a scambiare per la realtà stessa. È un’operazione culturale che si comporta in maniera simile alla chirurgia estetica: interviene in profondità e poi nasconde le proprie tracce, affinché il risultato appaia “naturale” e non costruito. Il nostro occhio moderno, insomma, non guarda il mondo così com’è: guarda attraverso una tecnologia che si è sviluppata storicamente e culturalmente.

Olfatto odore del vino cantina

David Le Breton, nel suo Il sapore del mondo. Antropologia dei sensi, aggiunge un altro tassello a questo quadro: in Occidente l’olfatto è stato a lungo considerato come senso “animale” o “bestiale”, inferiore agli altri sensi, troppo legato alla ricezione passiva e poco all’intelletto. Fu Freud a saldare questa svalutazione a una teoria della civiltà: con la posizione eretta, secondo la sua analisi, l’uomo allontanò il naso dal suolo e dai richiami sessuali arcaici, e la repressione dell’olfatto divenne il prezzo pagato per l’ingresso nella civiltà. Il risultato di questa situazione, è la “blandizia olfattiva” delle società contemporanee: siamo immersi in deodoranti, ambienti asettici, spazi pubblici pensati per non profumare di nulla.

L’analisi di Le Breton si sofferma anche su ciò che accade quando l’odore ritorna a essere notato dalla nostra interiorità: in quel caso d una sorta di “atmosfera morale” che avvolge le persone e orienta i nostri giudizi su di loro molto prima, e molto più silenziosamente, di quanto facciano le parole. L’odore è il principale marcatore del confine tra il sé e l’altro: è lo straniero, il povero, l’emarginato a essere sistematicamente descritto come “maleodorante”, anche senza riscontri reali. Le Breton cita un caso esemplare: durante la Prima guerra mondiale circolarono in Francia teorie pseudoscientifiche su una presunta “bromidrosi fetida“, ovvero un odore corporeo sgradevole attribuito su base collettiva al nemico tedesco. Non c’era nulla di reale, ma era la dimostrazione di un pregiudizio olfattivo che serviva a disumanizzare il nemico e trovare conferme a un diversità tra i popoli.

Olfatto quadro allegoria cinque sensi

Breve storia dell’antropologia dell’olfatto

Il pregiudizio contro l’olfatto ha una lunga storia. Ritornando fino ai tempi della filosofia classica, Aristotele pose la vista in cima alla gerarchia dei sensi, come via maestra della conoscenza; secoli dopo Kant ne ha celebrato la “nobiltà” proprio perché è il senso più distante dal contatto fisico, mentre bollò l’olfatto come il senso “contrario alla libertà”, perché ci impone gli odori altrui senza lasciarci scelta.

Il secolo che più di tutti ha contribuito a formare il nostro giudizio sul senso dell’olfatto è probabilmente l’Ottocento. Come descritto dallo storico Alain Corbin, fu il periodo in cui la deodorizzazione di massa smise di essere una questione relativa all’igiene e diventò un progetto etico, quasi utopico: cancellare l’odore del sudore, dei rifiuti, della decomposizione dalla società, significava rimuovere dallo spazio pubblico i segni della morte e della fragilità della carne. Nasce così, secondo Corbin, il “silenzio olfattivo” della modernità: non usiamo più il naso per scoprire il mondo.

Nel 1994 i canadesi Classen, Howes e Synnott pubblicano Aroma: The Cultural History of Smell, il testo che più di ogni altro spiega la storia culturale dell’olfatto su scala comparativa. La loro tesi centrale è che l’odore non sia mai un semplice sottoprodotto sensoriale, ma un vero dispositivo di classificazione sociale: ogni cultura costruisce un proprio “ordine olfattivo” attraverso cui distingue puro e impuro, sacro e profano, chi appartiene al gruppo e chi ne è escluso. Gli autori mostrano come questa logica classificatoria, nella storia coloniale europea, sia servita anche a giustificare il dominio e l razzismo: l’idea che interi popoli fossero riconoscibili, e quindi considerati inferiori, attraverso un presunto odore collettivo di cui erano portatori. Odorare, o essere odorati, diventa così un atto politico prima ancora che percettivo.

Olfatto mercato spezie

Mondi che si annusano

Se in Occidente si conquista uno status positivo con la deodorizzazione, ovvero l’assenza di odori percipibili e la neutralizzazione dell’olfatto, ciò non vale per tutti i popoli. Tra i Songhay del Niger, racconta Gusman, l’identità sociale non si vede, ma si mangia. La densità e la ricchezza aromatica delle salse speziate comunicano il rango dell’ospite, mentre le salse insipide e chiare ne segnano l’inferiorità: si crea una gerarchia gustativa e olfattiva.

Le Breton allarga ulteriormente lo sguardo, mostrando società in cui l’olfatto non è un dettaglio ma il principio ordinatore dell’intero cosmo. Gli Ongee delle isole Andamane credono che gli esseri umani siano fatti letteralmente di odore, e che la morte coincida con il momento in cui questo odore si esaurisce o viene assorbito da uno spirito. I Dassanech dell’Etiopia dividono la società in pastori, portatori del “buon” odore di vacca associato alla vitalità, e pescatori, marcati dal “cattivo” odore di pesce legato alla sterilità e alla morte. Anche i riti di passaggio, osserva Le Breton, parlano attraverso il naso: in Provenza come nel Maghreb, fragranze protettive avvolgono il neonato per favorirne l’ingresso nel mondo; in molte culture, l’attrazione amorosa passa più dallo scambio di odori corporei che dal tatto, e un’incompatibilità olfattiva tra due persone viene letta come segno di una disarmonia profonda.

Sono mondi che, come ricorda Gusman citando altri esempi etnografici, ribaltano apertamente la nostra gerarchia: tra gli Hausa della Nigeria il verbo ji fonde in un’unica categoria udito, olfatto, gusto e tatto, legandoli tutti alla conoscenza e all’emozione; tra i Suya del Brasile è la vista, non l’olfatto, a essere considerata un senso “anti-sociale”: chi vede troppo bene rischia di non saper più ascoltare le regole della convivenza. In questi contesti, imparare a percepire non è un dato biologico acquisito una volta per tutte, ma è da considerarsi piuttosto un processo con cui ciascuna cultura completa, a modo suo, un essere umano che nasce sensorialmente incompiuto.

Olfatto Incenso

Verso una nuova cultura olfattiva

Come imparare, quindi, a fidarci di nuovo del nostro naso? L’olfatto, lungi dall’essere un senso “bestiale” e immutabile, è straordinariamente educabile. I profumieri passano anni a memorizzare migliaia di sostanze, costruendo una vera e propria grammatica mentale degli odori che permette loro di comporre fragranze come si compone una partitura musicale. Se un senso può essere allenato fino a questo livello di raffinatezza, significa che il suo presunto declino non è un destino biologico, ma una scelta culturale, che può essere modificata nel tempo..

Stiamo forse già cominciando a invertire la rotta. Il “silenzio olfattivo” dell’epoca borghese sta già lasciando il posto a quello che si potrebbe definire come un “baccano olfattivo”: marketing sensoriale, aromaterapia, musei che raccolgono e conservano fragranze come si conservano documenti d’archivio. Abbandonare l’etnocentrismo percettivo, in fondo, significa proprio questo: riconoscere che conoscere è un atto sensoriale completo, che non riguarda solo la vista.

Vale anche per la Valdichiana, che ha un proprio ordine olfattivo quanto ne ha uno visivo, solo che magari non ce lo ricordiamo. Ci sono odori specifici dati dai terreni, dai paesi, dai cibi, dalle strade. Sono elementi importanti da notare, come quelli che percepisce il nostro sguardo, e altrettanto carichi di significato sociale: dicono chi siamo e cosa ricordiamo, quale stagione stiamo attraversando, in che luogo ci troviamo.

La prossima volta che attraverserete una piazza della Valdichiana, provate a chiudere gli occhi per pochi passi e a sentire tutti gli odori attorno a voi. Non è un esercizio ingenuo: è un modo diverso, e altrettanto legittimo, di sapere dove siete.


Disclaimer: per la stesura dell’articolo sono stati utilizzati i seguenti servizi AI: NotebookLM per la generazione dell’infografica e Claude per la revisione e il controllo.

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