Teatro in streaming: un ossimoro? Un mostro figlio di questi tempi deviati? L’opportunità per un’innovazione del linguaggio teatrale? La questione ha tenuto banco nel mondo delle arti performative. In ogni caso è la direzione che l’arte scenica ha preso in questo ultimo anno. Di questa discussione – tutt’altro che finita – abbiamo pensato di portarvi alcune voci “nostrane”:
Francesco Chiantese, artigiano e insegnante teatrale di Accademia Minima;
Gabriele Valentini, regista della Nuova Accademia degli Arrischianti;
Silvia Frasson, attrice e narratrice;
I Macchiati, progetto di formazione laboratoriale;
Anna Amato per Straligut, compagnia senese di cui Amato è responsabile delle attività didattiche.

Ci sarebbero molte cose da dire di ognuna di queste persone, ma lasciamo che a parlarvi siano le loro parole. Data l’ampiezza e la complessità del tema “teatro in streaming”, abbiamo deciso di dividere le risposte in due gruppi. Nel primo articolo avete letto le opinioni di chi ha provato lo strumento video, in questo leggerete quelle di chi non lo ha fatto. Alla fine di ciascun pezzo troverete gli indirizzi per scoprire qualcosa di più sulle realtà coinvolte.

Quello in streaming o in formato video può essere definito Teatro?

Chiantese

“Ovviamente no. Dovrebbe essere una banalità, purtroppo abbiamo visto che non lo è. Lo spazio del teatro è dentro il corpo dello spettatore: gli sforzi di chi mette in scena sono rivolti ad attraversare lo spazio ed entrare nel corpo dello spettatore. È lì che i processi neuronali trasformano le informazioni che noi abbiamo come strumento in qualcosa di concreto, cioè suoni, luci, profumi, sensazioni spaziali, gusto. È proprio lì che la biografia dello spettatore traduce tutto questo nello spettacolo. Il teatro ha come perfetta metafora il rapporto sessuale finalizzato alla creazione; mettere un filtro, che sia video o che sia altro, è esattamente come mettere un preservativo. Può dare il piacere del sesso, ma non può essere prolifico e quindi non può essere teatro.

Un vecchio proverbio yiddish recita “in due momenti assomigliamo a Dio, quando procreiamo e quando raccontiamo storie”. Se diamo questo come assunto, e chiaramente io lo do, allora abbiamo un termine preciso per chiamare la ripresa di un atto intimo fruita in video da chi non partecipa a all’atto stesso: pornografia. Non bisogna avere imbarazzo a usarla; non è una questione morale.

Oltretutto il teatro è l’unica delle arti che si basa su un rapporto dialogico: l’attore dice, lo spettatore dice. Non c’è unidirezionalità. La presenza del pubblico implica sempre il rischio che quello che hai preparato debba essere variato. La sola espressione teatro in video (o teatro in streaming) è ossimorica, banalmente sono arti opposte. Il cinema è molto più vicino alla letteratura di quanto non lo sia al teatro.”

Valentini

“Personalmente credo di no, uno degli elementi fondamentali che caratterizzano il Teatro è l’esperienza dal vivo, la presenza del pubblico, la condivisione di uno spazio dove sta avvenendo qualcosa; non è un discorso, per così dire, snob, ma è semplicemente un prendere atto che sono due linguaggi diversi: potremmo dire che tra il Teatro dal vivo e le Video Performance cambia la grammatica, a meno che non si pensi che, per esempio, per parlare spagnolo basti aggiungere una s infondo alle parole. Questo non vuol dire che i due linguaggi non si possano incontrare, sia chiaro.”

Mezzo busto di Francesco Chiantese
Francesco Chiantese

Hai usato la forma video in questi mesi, per sopperire alla mancanza del teatro fisico? Se sì, in che modo? Se no, l’hai visto usare in maniera particolarmente intelligente?

Chiantese

“No. Assolutamente no. Anche perché la forma video non sopperisce il teatro. È una narrazione falsata della realtà, ed è una narrazione che la politica e troppi colleghi hanno preferito avvallare da subito. A tre mesi dall’arrivo del covid già si studiavano finanziamenti e bandi per il video e il teatro in streaming; a tre mesi molti colleghi cominciavano a dire che non c’era altra alternativa. Il che è falso; lo raccontano esperienze come la mia, quella del Teatro dei Venti di Modena, quella del Teatro delle Albe di Ravenna. Il problema, io credo, è che molti di noi si sono abituati ad essere burocrati più che artisti; se un bando garantisce loro pochi euro non si sforzano di trovare alternative plausibili, seguono il bando, per abitudine, per inerzia. Così basta saltare da una tetta all’altra dello stato, per credere che sia l’unico modo di saziarsi. È un problema endemico, purtroppo.

Quindi no, non ho visto usare il video in maniera intelligente né interessante; eppure ho guardato tantissimo video prodotto da compagnie teatrali e teatri, perché volevo essere stimolato. Quello che ho visto lo divido in due categorie: il video brutto ed il video ingenuo. Il video brutto è spesso dovuto ad una carenza di mezzi, o all’incapacità di utilizzarli. È la cosa che mi imbarazza di più in tutta questa faccenda. Io credo che siamo fermamente responsabili delle immagini che produciamo e con cui nutriamo il mondo. Un video brutto, come del resto uno spettacolo brutto, non è indifferente, lascia il segno.

Noi abbiamo invaso il mondo e le nostre comunità, con la scusa di essere vicini al pubblico, di un immaginario orrendo, spento, sfibrato, con suoni che squalificano i sensi. Abbiamo pensato che veicolare dei contenuti, anche validi, fosse essenziale e invece i contenuti sono stati il cavallo di troia per svuotare addosso agli spettatori il liquame della nostra necessità di essere evidenti. Qualsiasi attore che faccia un buon lavoro può serenamente affrontare la distanza e così il suo pubblico; esattamente come fanno due amanti. Mentre temevamo che la gente si disabituasse al teatro, l’abbiamo abituata al brutto (che poi, un teatro che si fonda sull’abitudine non è un buon teatro).

L’altra categoria è il video ingenuo; di chi ha i mezzi, o di chi ha le idee, ma pensa con poca umiltà che si possa fare sperimentazione e generare una commistione di linguaggi essendosi occupati di altro fino a pochi giorni prima. La stragrande maggioranza della pornografia teatrale è stata realizzata da artisti che non si erano mai interessati a questa linea di ricerca, e per lo più la loro sperimentazione è “ingenua” o mancante di basi, riferimenti, esperienze. Ho visto gridare alla novità per cose che alcuni facevano venti anni fa, nell’indifferenza dei più.

La migliore commistione tra teatro e video che ho visto nell’ultimo anno è stata quella magnifica metabolizzazione del teatro del secolo scorso che Lars Von Trier ha saputo mettere in Dogville. Chi volesse far dialogare teatro e video, in questo momento, è con quel film che si dovrebbe confrontare. Il resto è giocare con strumenti di cui non si sa niente. Ci vorrebbe umiltà, profonda umiltà, nel lasciarlo fare a chi ha in questa commistione da sempre il proprio filo di ricerca oppure mettersi a studiare e pensare, tra qualche anno, di poter dire la propria. Non è una falsa necessità che ci rende competenti, ma il lavoro, il tempo e i riferimenti. Per me aver cura dello spettatore, non abbandonarlo, vuol dire anche questo: non riempirlo di brutto, e mantenere un rapporto di onestà con sé stessi.”

Valentini

“In questi mesi sto lavorando a dei progetti che possano essere presentati sotto forma di video, e che magari, in seguito, quando sarà possibile, possano avere un naturale proseguimento anche sulle assi del palcoscenico. Capisco però la necessità che abbiamo avuto tutti, intendo chi lavora in questo settore, di farsi vedere, di segnalare che esiste tutta una categoria di lavoratori, già poco tutelati, ai quali è stata tolta la possibilità di svolgere il proprio mestiere, con tutte le conseguenze del caso. Però sinceramente, in linea di massima, sono pochi gli esperimenti che mi hanno colpito positivamente. Ci sono state delle operazioni che mi hanno incuriosito, ma, proprio a causa del mezzo che veniva utilizzato, non potevano essere definiti, secondo me, Teatro. Diciamo che finivano per assomigliare più al Cinema, che ha un linguaggio ancora diverso.

C’è poi da considerare tutta quella parte di Teatro-Terapia o di Teatro Laboratorio, come le attività che venivano svolte nelle scuole. Una parte molto più importante di quanto venga considerata e che ha subito un così duro colpo da sparire quasi completamente, fatta eccezione per delle realtà illuminate.”

Scena di "Rodrigo", spettacolo per la regia di Gabriele Valentini. In foto attori sparsi per la scena, alle loro spalle una casa su cui sono proiettate immagini di colonne.
“Rodrigo”, regia di Gabriele Valentini, 2019, Nuova Accademia degli Arrischianti

Come pensi che in futuro questi strumenti possano rendersi complementari al teatro “in presenza”?

Chiantese

“Esattamente come già fa da sempre; magari implementato meglio, o magari reso più accessibile. Sto parlando chiaramente della documentaristica teatrale. Spettacoli che non sarà più possibile vedere dal vivo, come le riprese dei grandi maestri (penso alle riprese di Eduardo, ma anche a quelle sui lavori di Kantor, Grotowski) e veri e propri documentari, come lo splendido Teathron su Castellucci, film come Pina di Wenders… Cose che raccontino il teatro, che facciano incuriosire rispetto al teatro. Ecco, mi piacerebbe che ogni teatro programmasse, anche in streaming ma meglio sarebbe in sala, delle proiezioni per nutrire il proprio pubblico.

Non è nulla di nuovo; nei piccoli posti di cui mi occupo lo facciamo da sempre, perché spettatori e attori devono potersi nutrire di cose simili, per potersi confrontare. Io guardo le serie Netflix e guardo anche la tv spazzatura, perché so che gli spettatori la guardano; loro devono poter guardare quello che mi emoziona e mi avvicina al teatro. Nutrirsi assieme. Sottolineo che non sto usando l’odioso termine educazione del pubblico, perché la prospettiva deve essere capovolta; in teatro si sta sul palco, tradizionalmente, e quindi si sta più in alto rispetto al pubblico per essere più visibili, per essere più alla portata di tutti, non per parlare da sopra. Il palco nasce nel Medioevo come gogna per i peccatori, non come balcone dei dittatori. Quindi sì, video, riviste, trasmissioni radiofoniche, podcast… Io mi occupo di queste ultime due da tempo, facendo conoscere il teatro contemporaneo attraverso delle chiacchierate leggere con Barba, Varley, Castellucci, Latini, Montanari, Martinelli, Licia Lanera, Stefano Tè. Cose che esistono già per raccontare il teatro, senza la sciocca tentazione di essere teatro o di poter fare da surrogato.”

Valentini

“Il Teatro già da tempo utilizza, o meglio si contamina di altri mezzi espressivi, sta nella sua stessa natura. La vera sfida che si può cogliere da tutta questa situazione è quella di pensare a un Teatro complementare dove l’esperienza di uno spettacolo dal vivo, o sarebbe meglio dire recita (termine che spesso viene utilizzato in maniera impropria), dia la possibilità alla rappresentazione teatrale stessa, e a chi ne usufruisce, di uscire dal teatro (inteso come luogo fisico) e raggiungere altri mezzi di comunicazione, come sarebbe auspicabile il percorso contrario: partire da fuori per poi finire dentro a un Teatro.”

Veduta della platea del Teatro degli Arrischianti di Sarteano.
Vista dal palco del Teatro degli Arrischianti di Sarteano, foto di Gabriele Valentini

Conclusa anche questa seconda parte, è evidente come le posizioni sul teatro in streaming siano diverse e complesse. Dopo aver affrontato questo paradosso tanto chiacchierato, vi lasciamo i link per conoscere meglio chi ha donato la sua voce all’intervista. In questo secondo articolo Francesco Chiantese e Gabriele Valentini; nella prima parte Macchiati, Silvia Frasson, Straligut Teatro.

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Ludovico Cosner
Ludovico Cosner

Grande appassionato di serie tv, il suo testo sacro è Sense8. Racconta storie di fragilità in mondi fantastici o fantascientifici, scrive e dirige per il teatro. La forma di ciò che crea è colorata, gaia e pop; poi a volte diventa minimalista. Anche se ogni tanto assume dosi di trash, poppissimo è il suo stile di vita.

1 thought on “Teatro in streaming: opinioni dal territorio su un paradosso (parte 2)

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