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Tag: nuova accademia degli arrischianti

Prima mondiale al Teatro degli Arrischianti: Magnolia Cafè da Barcellona a Sarteano, passando per Londra e New York

Dopo un’anteprima nazionale, la stagione al Teatro degli Arrischianti continua con una prima mondiale. La Nuova Accademia degli Arrischianti si è imbarcata in una rischiosa avventura produttiva e ha deciso…

Dopo un’anteprima nazionale, la stagione al Teatro degli Arrischianti continua con una prima mondiale.
La Nuova Accademia degli Arrischianti si è imbarcata in una rischiosa avventura produttiva e ha deciso di ospitare per due mesi la drammaturga e regista catalana Àngels Aymar per la prima mondiale di Magnolia Cafè.
Aymar ha pubblicato in Europa, America e Asia e ha girato il mondo con progetti e messe in scena. Abbiamo la fortuna di averla a Sarteano e così abbiamo deciso di incontrarla.

Ci siamo seduti a parlare con lei a uno dei tavolini di legno che compongono la scena dello spettacolo. Appoggiata alla tovaglia bianca, con un sorriso energico, ci ha raccontato la storia di questo testo, che nei suoi venti anni ha girato il mondo in varie forme, ma mai come spettacolo concluso. È stato pubblicato in spagnolo per un’università degli Stati Uniti, in catalano e in inglese. Non è mai stato messo in scena, ma ne hanno fatto delle letture drammatizzate a New York, Barcellona, Cambridge e Londra. La regia, però, non era la sua.
«Quando ho iniziato a scrivere lo facevo per scrivere, non per fare la regia» ci spiega, sottolineando le parole con le mani. «Pensavo che non avrei mai fatto la regia di un mio testo. Era più interessante che lo facesse un altro, mi rendeva felice.»
Le cose, però, cambiano, e il fatto che alcuni suoi testi non siano stati rispettati le ha fatto rivedere la sua posizione. Così adesso è qui a portare per la prima volta in scena la storia del Magnolia Cafè.

Perché, tra più di trenta testi che ha scritto, ha deciso di mettere in scena a Sarteano proprio Magnolia Cafè?
«Questo è l’unico testo che ho con undici personaggi e volevo lavorare con più persone possibile degli Arrischianti» risponde in totale tranquillità, mostrando di aver colto in pieno l’anima comunitaria di chi la ospita. Dopotutto è dal 2016 che Aymar visita annualmente Sarteano per condurre laboratori con la Nuova Accademia degli Arrischianti, quindi non è strano che siano entrate in sintonia.

Una scelta ben precisa, comunque, non è solo quella che ha portato Magnolia Cafè a Sarteano, ma anche quella che gli ha dato vita.
«Siamo sempre costretti a scrivere per pochi personaggi, abbiamo paura della produzione. Quattro personaggi sono già tantissimi. A Barcellona scrivevano tutti così. A me piace molto andare controcorrente e allora ho detto: voglio vedere se sono capace di scrivere qualcosa con tanti personaggi.»
Era un esperimento anche per lei, quindi? «Sempre» risponde sicurissima. «Ogni testo nasce per un motivo diverso, ma sono tutti una sfida. A volte la sfida viene più dal profondo, altre dalla forma. Questa era una sfida di forma.»
La scelta ha dato vita al processo di ricerca su chi fossero, questi personaggi, dove fossero, cosa volessero, cosa facessero.

In questi venti anni di storia, è cambiato qualcosa in Magnolia Cafè? Aymar guarda i proiettori del teatro. «La sola cosa che manca o è strana, considerando il tempo che è passato, è che non abbiano cellulari. Però quando l’ho scritto i telefoni erano grandi così» dice prima di ridere. «Nessuno li portava. Costavano tanto!»
Questo ristorante all’aperto, però, potrebbe appartenere a qualsiasi epoca. «È un testo senza tempo», spiega Aymar, perché al centro non ci sono gli eventi, ma le persone.

Così ecco in scena undici personaggi (più uno extra) che rappresentano generazioni diverse. Ogni carattere è delineato con stralci di dialoghi o di ricordi, rapidamente ma in modo chiarissimo. In un’atmosfera agrodolce, al Magnolia Cafè vengono evocati immagini e sogni, storie e desideri.
Per vederli in prima mondiale sul palco del Teatro degli Arrischianti, l’appuntamento è il 29 e 30 Novembre alle 21.15 e il 1 Dicembre alle 17.30.

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“Il Tuo Corpo è Perfetto, Comunque Esso Sia”: Il Parkour come stile di vita

Al di là di tutte le implicazioni evocative che potrebbero scaturire dall’attraversamento di un ostacolo, il superamento di un limite, l’oltrepassamento di un muro, il parkour è una pratica estremamente…

Al di là di tutte le implicazioni evocative che potrebbero scaturire dall’attraversamento di un ostacolo, il superamento di un limite, l’oltrepassamento di un muro, il parkour è una pratica estremamente legata all’aspetto performativo.  Spostarsi da un punto A ad un punto B nel modo più efficiente, veloce e sicuro possibile, sfruttando l’ambiente circostante, diventa una pratica totale e adattabile a qualsiasi configurazione paesaggistica.

Quello del performance parkour è stato uno dei workshop di maggior successo, all’interno del progetto di Muovil’Arte ( di cui abbiamo parlato qui e qui). La scelta, da parte degli organizzatori della nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano – legati storicamente all’esercizio delle performance teatrali – della pratica del parkour nasce dalla ricerca di una possibile attività in grado di valorizzare, far conoscere i luoghi identitari dei piccoli centri e sviluppare allo stesso tempo la sensibilità al bello attraverso l’interazione con il patrimonio architettonico. Il Performance Parkour, disciplina metropolitana mossa dalla filosofia della libertà di movimento, permette di entrare in relazione con i luoghi conosciuti, ma anche con quelli spesso ignorati, da una diversa prospettiva, grazie ad un approccio fisico-artistico. Il laboratorio è stato condotto dagli insegnanti Alister O’Loughlin e Miranda Henderson, di The Urban Playground Teamed è stato una lunga occasione epifanica per tutti coloro che hanno avuto modo di confrontarsi con la pratica.

Parlando con i partecipanti al workshop tenutosi presso la riserva naturale di Pietraporciana, quello che è emerso è un messaggio chiaro ed efficace: il tuo corpo è perfetto, comunque esso sia. Ecco alcuni commenti che trascriviamo di seguito.

Annamaria: è stata una sfida sia a livello fisico che mentale. Il workshop è tutto in inglese e mentalmente è una challenge. Dal punto di vista fisico, è una pratica che dà molta fiducia. Sono riuscita a fare cose che non ero sicura di poter fare. La cosa interessante è che si ha la percezione di poter migliorare sempre.

Francesco: Questa è stata la mia prima esperienza di performance parkour. Prima ho solo supportato altri laboratori in contemporanea, lo avevo visto insegnare, avevo tradotto, magari mi ero prestato per dimostrare i movimenti, ma non avevo mai partecipato direttamente. Avevo paura di non essere in grado di farlo. È stato sicuramente molto formativo: oltre alla base delle tecniche insegnate ho visto tutta la metodologia che impiegano e che hanno dietro il semplice insegnamento del parkour, e cioè le tecniche di comunicazione non verbale, la psicologia, di adattamento rispetto all’audience che hanno. Non ho subito la barriera linguistica più di tanto e credi di aver supportato chi fosse più in difficoltà con la lingua.

Simona: io sono una danzatrice ed ho scoperto come il mio corpo abbia molte più possibilità di quante credevo ne avesse. Nonostante – grazie alla danza – io abbia un rapporto già approfondito con le potenzialità espressive del mio corpo, ho scoperto come ciò che può essere considerato un limite, piano piano, grazie alla disponibilità, alla pratica,e all’aiuto degli altri, possa essere  superato; come ogni limite possa essere piano piano spostato più in là, grazie al supporto degli altri e del gruppo. Quello che a me interessa è soprattutto la pratica sportiva e muscolare che si coniuga a un aspetto espressivo. Una delle cose che più mi ha interessato è stato il rapporto con la struttura che spesso ci siamo trovati a utilizzare: la cage. È una gabbia che non è una prigione, è una gabbia che diventa un’amica. Una gabbia che diventa una casa, un rifugio che ti permette l’espressione.

 Ludovico: io ho fatto parkour già lo scorso anno. Quello che ho detto all’insegnante, al termine del corso, è stato che fino ad allora io sapevo sì di avere di avere un corpo, ma non sapevo più cosa significasse essere felice di avere un corpo. La performance mi ha fatto riscoprire il piacere di averlo addosso, questo corpo.

Giulia: Non è stata la mia prima esperienza. Ho frequentato i corsi dello scorso anno e già sapevo che negli anni scorso avrei trovato dei benefici sia mentali che fisici. Ti apre molto la testa perché devi essere pronto a gestire sempre gli imprevisti. Il corpo non reagisce sempre come vorresti all’ostacolo, sia perché quell’ostacolo non era proprio previsto. Fa riscoprire tutte le possibilità nascoste del tuo corpo. Anche a teatro gli esercizi di contact si scoprono possibilità di movimento così anche qui si scoprono parti corporee che non siamo abituati a utilizzare.  Mi sono resa conto di quanto le persone migliorino e prendano confidenza con il proprio corpo, giorno dopo giorno. Con la pratica si prende coscienza di sé e degli altri.

Ludovico: molta della sicurezza che ho preso di me è stata frutto di un percorso che è nato dai laboratori di parkour che ho fatto l’estate scorsa. Questa disciplina mi ha cambiato la vita. Sì, so che può sembrare una cosa molto cheesy da dire. Il corpo è tuo ed è necessario starci bene dentro. Intorno a te c’è un mondo. Il modo attraverso il quale il corpo interferisce con il circostante si fa espressione. Esistono indicazioni che non sono regole ma spunti, obiettivi, motivazioni; istruttori che non sono dei tecnici della pratica ma ricercatori.

 

 

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Scusate se parlo d’Amore: Intervista a Manola Nifosì

Manola Nifosì è protagonista diScusate se Parlo d’Amore, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 Marzo alle 21:15. Un monologo in cui si raccontano piccoli grandi amori,…

Manola Nifosì è protagonista diScusate se Parlo d’Amore, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano venerdì 8 Marzo alle 21:15. Un monologo in cui si raccontano piccoli grandi amori, con ironia e tenerezza, sarcasmo, nostalgia e stupore; in cui ancora ci si domanda: “Ma di cosa parliamo quando parliamo d’amore?”

Esiste una fortunata tradizione filologica, capeggiata dal Professor Giorgio Padoan, che suppone l’esistenza di una prima stesura del Decameron di Boccaccio, nella quale sono presenti solo sette giornate, con una lieta brigata composta solo dalle sette donne. Questo sarebbe confermato dal percorso ideale che, muovendo dall’Elegia di Madonna Fiammetta, avrebbe traghettato il Boccaccio ad intendere il racconto e la pratica del narrare, cose propriamente femminili. Dello stesso avviso sembra essere Manola Nifosì, che nella serata dell’8 Marzo 2018 sarà sul palco del Teatro degli Arrischianti di Sarteano, con il suo spettacolo Scusate se Parlo d’Amore, del quale cura anche la regia insieme a Sergio Aguirre. L’abbiamo intervistata pochi giorni prima dell’allestimento.

LaV: Lo spettacolo si intitola Scusate se Parlo d’Amore: perché scusarsi, quando si parla d’amore?

Manola Nifosì: Bella domanda. Perché l’amore è diventato un tema accessorio. Una tematica frivola, che va tenuta sul fondo. È ironico e provocatorio quello “scusate” che immetto nel titolo, perché io considero invece l’amore come l’energia più potente che esiste sulla terra, quella che muove la vita tra gli uomini. L’unica energia che in qualche maniera riesce pure a negare la morte. Io ne parlo in modo foscoliano: l’amore ci fa sopravvivere, si sopravvive grazie alle persone che continuano ad amarci. Parlo dell’energia più grande.

LaV: Lo spettacolo viene rappresentato l’otto marzo: qual è il valore che acquisisce, in occasione della festa della donna?

MN: Intanto la protagonista dello spettacolo è una donna. È una donna che parla dei diversi modi di amare, attraverso i racconti di storie riguardanti altre donne. Sono racconti molto diversi: si rifanno al mito greco, oltre che a storie più recenti, molte storie vere, storie di donne del secolo scorso, che hanno combattuto per amore e che continuano a cercarlo. L’otto marzo è una data nella quale lo spettacolo trova un significato più forte. In queste storie ci sono anche storie di violenza. Storie di donne che vedono l’amore come subalternità: donne che hanno vissuto la vita di coppia come l’essere di proprietà di qualcuno. Ecco, racconto queste vicende nel giorno dell’otto marzo perché purtroppo molti strascichi di questa società patriarcale ancora permangono oggi: ce lo dice la cronaca, così come ce lo dicono alcune sentenze giuridiche…

LaV: C’è forse qualcosa di profondamente femminile nella pratica di raccontare storie?

MN: Dunque questo è un monologo che porto dietro da molto. E cresce con me. Dalla prima versione è cambiato moltissimo. Tra le varie cose che più mi stanno a cuore, c’è un passaggio in cui il personaggio in scena racconta di un gruppo di amici che si interrogano su cosa significhi l’amore. Prendo tra l’altro in prestito il titolo di un’opera di Raymond Carver, Di Cosa Parliamo Quando Parliamo d’Amore. Ecco, in questa ricerca di significati da parte del gruppo di amici, gli uomini si mettono a indagare sulle definizioni, mentre le donne cominciano a raccontare storie. Non hanno bisogno di definizioni, ma di esempi narrativi. È quindi proprio della natura femminile, questo bisogno del raccontare. Il raccontare il tramandare storie della famiglia. cosa che io ho molto chiara, perché sono state le mie nonne a fornirmi questa attitudine al racconto. Continuare a raccontare è anche il modo che abbiamo per tenerci vicine le persone che amiamo.

LaV: Venti giorni fa è andato in scena a Chiusi, C’era una volta il Flauto Magico, nella rassegna dedicata al teatro per famiglie: come gestisci questa pluralità di linguaggi, questo allargamento del campo di indagine dello spazio drammaturgico, che passa dal teatro per i più piccoli al teatro – che per banalità chiamiamo – per adulti?

MN: Io mi definisco una teatrante, nel senso più generico del termine. Il teatro mi piace in tutte le sue forme: dalla scrittura alla regia, fino ai costumi. Nasco come attrice e quindi come attrice ho sperimentato il teatro sia per ragazzi che per adulti. Maturando come insegnante di teatro, ho capito che il teatro è sempre teatro. Ha delle regole che vanno rispettate. Quando mi rivolgo a dei bambini ho un tipo di registro, quando sono con gli adulti ne ho un altro. Non faccio distinzione, gli attori devono avere una preparazione tale da performare nel migliore dei modi. Attenzione ché fare teatro per ragazzi è molto difficile: i bambini e i ragazzi fanno sentire il disagio di uno spettacolo in sala. Aggiungo che nel caso di C’era una volta il flauto magico – in cui oltre a curare la drammaturgia e la regia, interpreto la Regina della Notte – ho lavorato con una riscrittura facendo molta attenzione anche alle questioni di genere. La figura femminile, nell’opera di Mozart, è bistrattata. Rispetto alla storia originale però nella mia riscrittura ho fatto sì che tutto si incentrasse sul percorso di formazione dei protagonisti: la presa di responsabilità, il fare delle scelte giuste, da parte dei maschi e delle femmine. Perché la rivoluzione culturale che va portata avanti non può essere fatta solo dalle donne, ma da tutti.

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Un pretesto per parlare di noi: “Prove di Miles Gloriosus” agli Arrischianti

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine…

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine degli attori è composta da Laura Scovacricchi, Pierangelo Margheriti, Francesco Storelli, Guido Dispenza, Calogero Dimino, Giulia Peruzzi, Giulia Roghi, Matteo Caruso, Silva De Bellis, Martina Belvisi e Francesco Pipparelli. La replica del 31 Dicembre coincide con il tradizionale veglione di Capodanno a Teatro, format ormai assodato e di comprovato successo marcato Nuova Accademia Arrischianti.

Trentadue anni di Nuova Accademia Arrischianti. Trentadue anni di vicende accumulate, più di cinquanta spettacoli prodotti, centinaia personaggi che hanno attraversato le tavole del teatro in Piazza XXIV Giugno. Un teatro che si è sempre più identificato per la sua caratura distintiva, il suo essere laboratorio permanente, opificio artistico di arti performative e di esperienze umane. Laura Fatini, responsabile dei laboratori, ha lavorato quest’anno allo spettacolo di “capodanno” giocando con l’alchimia testuale di un classico tra i classici. Il Miles Gloriosus di Tito Maccio Plauto è un pretesto per confrontarsi con il percorso che una compagnia e un teatro di provincia hanno intrapreso negli anni, con le loro contraddizioni, le loro tensioni, le loro passioni, le loro inestinguibili bellezze. Ne abbiamo parlato con la regista Laura Fatini.

Il Miles Gloriosus nel 2018 significa non solamente recuperare un testo classico latino ma addirittura una fabula palliata, e quindi una commedia latina di argomento greco, che già di per sé era recupero del passato nel II secolo a.C.; come hai filtrato questi passaggi in uno spettacolo da consegnare oggi, al pubblico locale, sotto le feste?

“Dopo la strepitosa esperienza del Giufà avevo deciso di non riproporre un testo mio. Plauto è un autore sempre molto piacevole e quindi ho deciso di lavorarci su. Ho iniziato pensando all’Amphitruo, in assoluto il mio preferito: si tratta però del primo testo che ho fatto con Carlo Pasquini, e per questo ha un’aura sacrale, è per me intoccabile. Ho un ricordo estremamente bello di quel lavoro, che era fatto in maniera perfetta. Per il profondo rispetto di quel ricordo, ho preferito scegliere un altro testo plautino. Mi sono tuffata allora sul Miles Gloriosus, che avevo messo in scena tempo prima, con i bambini. Ho approfondito molto la traduzione pasoliniana del testo, che sporcava la parola, attraverso il linguaggio popolare, per avvicinarsi di più a Plauto. Detto questo, il Miles è molto contemporaneo, parla di una persona che millanta, parla di una società che si basa sull’inganno, che si basa sul dire di sé piuttosto che sull’essere. Ho quindi ridotto il testo, che però sentivo mancasse ancora di qualcosa. Alla fine mi è venuta in mente l’idea di utilizzarlo come pretesto…”

In effetti il titolo è “Prove” di Miles Gloriosus: un accenno forse al metateatro?

Questo spettacolo parla di nascondimento, del cambio di percezione che si ha del personaggio a seconda dei vestiti che porta. Agli Arrischianti abbiamo una sala dei costumi enorme  che è un vero e proprio tesoro di meraviglie. Ho deciso di ambientare lo spettacolo proprio in una costumeria. E sì, da lì ad approdare al meta teatro è stato immediato. Sono riemerse quindi quelle che sono le mie radici teatrali con il Teatro Povero di Monticchiello: l’autodramma, il mettere in scena noi stessi.”

Quindi cosa racconta realmente questo spettacolo? 

“Dunque: una compagnia di provincia ogni quattro anni mette in scena il Miles. È una tradizione che non è mai stata interrotta. Dopo la quinta volta, i giovani iniziano a stancarsi: dopotutto il Miles è polveroso, è misogino, è antiquato. I vecchi invece dicono che il teatro classico sono le radici, e lì bisogna ritornare. I vecchi sanno a memoria le parti e come succede spesso alle compagnie, quando si vedono i costumi che sono serviti per fare un altro personaggio, vengono in mente le battute. La compagnia cerca di andare avanti a trovare i costumi, ma c’è sempre qualcuno che tira fuori parte di Romeo e Giulietta o di Sogno di una notte di mezza estate… Emergono quindi tantissimi elementi di autoanalisi, da parte della compagnia e tra i personaggi si chiarificano tre gruppi distinti di visione delle cose: la tradizione un po’ annoiata che è la base, poi i giovani che sono già dentro questo meccanismo e poi ci sono quelli che vedono questo mondo da fuori. Chi vede questo mondo da esterno, infatti, percepisce la compagnia teatrale come una setta, come un gruppo di disadattati. C’è una battuta di uno di questi che fa più o meno così: «è sabato sera e siamo al freddo, bevendo un birra calda in attesa di una pizza fredda: perché?…»”

C’è come un voyeurismo di base nelle intenzioni del pubblico, quando si ritrova ad apprezzare film o spettacoli che svelino il retroscena, o talvolta l’o-sceno del teatro. Di recente ho riguardato Le dernier métro di Truffaut, ma pensiamo anche a Birdman che qualche anno fa ha sbaragliato il mercato cinematografico  internazionale. Visto che nella storia della Compagnia Arrischianti c’è anche una riuscitissima produzione di Rumori Fuori Scena, secondo te a cosa è dovuto questo interesse per il dietro le quinte da parte del pubblico? Come lo elabori nei tuoi lavori?   

“Penso che il pubblico senta la vulnerabilità dell’attore. La compagnia è un po’ come la fotosfera solare, composta da tanti elementi in continua combustione. Credo che il pubblico senta il magnetismo della compagnia, questo circolo di auto sostegno, in cui tutto funziona perché  c’è un patto tra tutte le persone presenti in scena e fuori scena, per il quale tutti accettano di credere in qualcosa che di fatto è artificiale. Coleridge la chiamava “volontaria sospensione dell’incredulità”. Il pubblico sta lì e volontariamente sospende l’incredulità e dice: ok, ti credo. Banalmente, il teatro amplifica le relazioni umane, sia quelle interne tra gli attori, sia quelle tra attori e pubblico. Quindi banalmente il pubblico si sente estremamente attratto da questa dinamica. È un magnetismo.”

La Compagnia Arrischianti si è sempre configurata come un “collettivo”, una comunità in continua crescita. C’è anche questo nello spettacolo?

“Nello spettacolo c’è anche questo. La Compagnia Arrischianti ha vissuto varie fasi, e vive una continua mutazione. Nello spettacolo ho cercato di raccontare anche questo: c’è chi ha impegni fuori dal teatro ovviamente, c’è l’esistenza prosaica che incombe: la casa, il lavoro, la vita che cambia. Come ho detto, mutuando dal Teatro Povero di Monticchiello, il Miles è un pretesto per parlare di noi. Di autodrammatizzarci. Mi sto rendendo conto che il mio teatro è questo: qualcosa che crei confronto, sostegno, supporto, aiuto. La forza comunitaria che nasce dal vivere insieme.”

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Sarteano Jazz & Blues – Intervista a Battista Lena

La prima edizione del Sarteano Jazz & Blues risale al 1990 e per i successivi ventinove anni, ogni agosto, ha riempito il borgo toscano di blue note e improvvisazioni. Nel…

La prima edizione del Sarteano Jazz & Blues risale al 1990 e per i successivi ventinove anni, ogni agosto, ha riempito il borgo toscano di blue note e improvvisazioni. Nel 2018, alla XXVIII° Edizione, il festival sceglie come direttore artistico Battista Lena, uno dei più importanti chitarristi jazz d’Italia, docente di perfezionamento musicale a Siena e a Roccella Jonica nonché vero e proprio militante della musica: i suoi progetti musicali spaziano dall’opera jazz all’ambient, dalla colonna sonora alla propedeutica dello strumento. Dal 5 di agosto sarà presente a Sarteano, in occasione dell’anteprima del festival, presso il Chiostro Cennini, con il Pedro Spallati Quartet. Alle 19:00 i musicisti potranno incontrare il pubblico, presso il Teatro Comunale degli Arrischianti, moderati da Stefano Zenni, e a seguire Marco Lodoli leggerà dei brani dal suo libro “I Professori e gli Altri Professori”.

Abbiamo incontrato Battista Lena per rivolgergli qualche domanda sulla sua esperienza.

LaV: Il festival è alla sua ventinovesima edizione. Come si è evoluto nel tempo e come questa edizione si inserisce in questa evoluzione?

Battista Lena: Questo festival ha sempre avuto un carattere. Questo accade quando la persona che lo sovrintende ha una sincera passione per il Jazz come nel caso di Sergio Bologni. Per quanto mi riguarda ho cercato di non disperdere questa impostazione e questo patrimonio portando la mia esperienza di musicista militante.

LaV: Nel programma viene coinvolta anche la banda di Chianciano Terme e Sarteano: quali sono gli stimoli che un professionista riceve dal performare con i non-professionisti?

BL: Amo collaborare con i musicisti amatoriali, il primo esperimento, Banda Sonora, risale a oltre 20 anni fa (e fu ospitato al Sarteano Jazz&Blues) e da allora questo aspetto della mia attività non si è mai arrestato. Se non suonasse enfatico direi che ogni concerto è un piccolo miracolo di imperfezione e di dedizione che ancora trovo bellissimo.

LaV: Parlando del territorio: a pochi chilometri da Sarteano ci sono sia uno dei più importanti istituti di formazione jazzistica (il Siena Jazz), sia uno dei più importanti festival jazz d’Europa (Umbria Jazz). quali sono a tuo parere i punti di forza che può acquisire un festival dedicato a questa attitudine musicale in un luogo come Sarteano?

BL: Ovviamente non possiamo e non vogliamo misurarci con un colosso come Umbria Jazz. Qui però siamo liberi: il piccolo budget comporta una grande libertà, anche di sperimentare. È un festival rivolto naturalmente ai forestieri, ma anche molto alla comunità di Sarteano e nei prossimi anni potrebbe crescere ed aprirsi ad altre discipline.

LaV: Nell’attuale panorama contemporaneo, in cui la tecnologia e la standardizzazione dei suoni e degli schemi compositivi sembra ormai la pratica consolidata per il successo, cosa può trovare oggi il pubblico nel jazz? 

BL: Proprio nel momento in cui certe pratiche possono apparire totalizzanti si cerca il contrario: la libertà, la spontaneità di un linguaggio come quello jazzistico che non rifugge la complessità e che offre un ventaglio molto ampio di mondi espressivi.

Il Sarteano Jazz and Blues è prodotto dalla Nuova Accademia degli Arrischianti, un’entità culturale attiva soprattutto nell’ambito del teatro di prosa: nel programma del festival è presente anche il reading di Marco Lodoli, nonché l’allestimento di Cosmonauti Russi, l’opera jazz che si avvale della prosa per l’assetto liricistico. Ma in generale, che rapporto c’è secondo te tra il jazz e le parole?  

BL: Fra musica in generale e parola esiste un rapporto complesso e talvolta conflittuale. Il senso della parola, il significato e l’assenza di significato della musica, che è autosufficiente come diceva Stravinskij. L’alchimia fra questi elementi, al di là delle formule già codificate per enfatizzare questo o quel sentimento, è ancora un ambito tutto da esplorare.

La tre giorni di festival decollerà venerdi 24 Agosto, in Piazza San Lorenzo Gabriele Mirabassi al clarinetto, Cristina Renzetti alla chitarra – e alla voce – e Roberto Taufic alla chitarra. Il 25 Agosto il Roberto Gatto Trio si esibirà in Piazza San Lorenzo e Domenica 26 l’opera di Battista Lena “Cosmonauti Russi”, chiuderà il programma con la partecipazione di Giorgio Tirabassi. Ogni sera, dalle 23:30, presso il Chiostro Cennini, gli After Hours composti da Marcello Lupoi, Andrea Ambrosi e Giovanni Paolo Liguori, animeranno i fine serata.

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“Nelle Scarpe di Giufà”: le storie secolari per capire il presente

L’apertura del 43esimo Cantiere Internazionale d’Arte è affidata ad un’interessante co-produzione con la Nuova Accademia degli Arrischianti. A rafforzare la pratica ideale che il maestro Henze aveva inciso nello statuto…

L’apertura del 43esimo Cantiere Internazionale d’Arte è affidata ad un’interessante co-produzione con la Nuova Accademia degli Arrischianti. A rafforzare la pratica ideale che il maestro Henze aveva inciso nello statuto dell’evento poliziano, gli attori e performer della Compagnia Arrischianti conciliano le proprie spinte creative con altre multiformi esperienze.  

Dopo tre anni Laura Fatini torna a portare in scena un testo costruito attorno alla figura di Giufà. Già nel contesto del festival Orizzonti di Chiusi del 2015, con la regia di Gabriele Valentini, era stata allestita la sua pièce Ballata per Giufà. Lo spettacolo al Castello di Sarteano 2018, riprende quello spunto del personaggio della tradizione orale, ma approfondisce sia le metriche drammaturgiche, sia i contenuti del personaggio, nonché si alimenta attraverso la dinamica del Cantiere Internazionale d’Arte, che vuole progetti costruiti per multidisciplinarietà e incontro tra artisti locali e internazionali. Nelle Scarpe di Giufà – questo il titolo dello spettacolo – va in scena da Giovedì 12 a Domenica 15 e da Mercoledì 18 a Domenica 22. Laura Fatini edifica uno spettacolo scritto con perizia quasi scientifica, e si avvale dell’ausilio di un gruppo drammaturgico affinato in anni di laboratori, progetti e propedeutica teatrale nelle stanze del teatro sarteanese: Calogero Dimino, Andrea Storelli, Francesco Pipparelli, Giordano Tiberi, Pierangelo Margheriti, Emma del Grasso, Laura Scovacricchi, Pina Ruiu, Flavia del Buono, Brunella Mosci, Alessandra Mazzetti, Giulia Peruzzi, Noemi Lo Bello, Giulia Roghi, Silvia De Bellis, Francesco Storelli, Matteo Caruso, Giacomo Testa e Giulia Rossi.

Giufà è il nome siciliano di Nasr Eddin Hodja fu un filosofo che visse in Turchia nel XIII secolo. Con il tempo è diventato il protagonista di molte storie tradizionali dell’Asia Minore, e grazie alle migrazioni, ai commerci e alle guerre, le sue storie hanno viaggiato con coloro che si spostavano da quei luoghi ai Balcani, all’Europa Occidentale e oltre, seguendo le rotte migratorie attraverso il Mediterraneo. Questo personaggio ha quindi cambiato molti nomi ed è diventato il protagonista di tante avventure tramandate oralmente nei secoli, circolando in tutti i popoli di Europa, Asia e Medio Oriente.

Nelle Scarpe di Giufà gioca con la potenza umanistica di questo personaggio, il suo tenere in sé un impianto culturale millenario, le storie mescolate di tutti i popoli. «Il percorso è nato nel 2014 nato dall’idea di Orizzonti “voci del mediterraneo”» racconta Laura Fatini «Giufà è una “maschera” che mi fu presentata da Francesco Storelli come personaggio-ponte. Da lì è nato uno studio che è rimasto ininterrotto per quattro anni». Negli ultimi anni Laura Fatini ha intrapreso uno studio storico, antropologico e comparatistico sulla tradizione orale di Giufà. «L’allestimento che presentiamo quest’anno al castello è la parte finale di un progetto. Non semplicemente uno spettacolo».

È di fatto una delle punte dell’iceberg del “progetto Giufà”, nato dal percorso che gli Arrischianti hanno intrapreso con il programma formativo  The Complete Freedom of Truth (TCFT), creato insieme a Opera Circus, concepito per offrire scambi culturali, residenze e formazione a una rete crescente di giovani in tutta Europa; è stato inoltre commissionato da Glyndebourne come parte di un lavoro tuttora in corso e che ha come obiettivo principale quello di presentare l’opera lirica contemporanea ad un pubblico più ampio. «Quando sono andata a Bournemouth, due anni fa, ho conosciuto Sara Ross, la compositrice delle musiche originali di questo spettacolo e che è in residenza artistica proprio in questi giorni a Montepulciano, presso l’Istituto di musica Henze. Ovviamente la mia fissa relativa a Giufà emerge sempre, quando incontro altre persone da altri paesi d’Europa:  Sara è portoghese e da lei esiste la figura di Manuel Tolo, in tutto assimilabile al Giufà siciliano. Ha scritto allora dei brani su questo argomento, nel 2016,  e da allora si è concretizzata la possibilità di lavorare a un progetto insieme. Nel contempo abbiamo lavorato con i migranti, ho avuto modo di confrontarmi con il professor Mugnaini dell’università di Siena, e tutti questi elementi hanno contribuito ad affinare lo spettacolo che stiamo per presentare al pubblico».

Lo spettacolo al castello di Sarteano è, come si è detto, l’apertura del Cantiere Internazionale d’Arte, in co-produzione con l’Accademia degli Arrischianti e in collaborazione con l’Istituto di Musica Henze, da cui arrivano i musicisti che eseguiranno i brani, lungo il percorso. «Dopo 7 anni ci presentiamo allo spettacolo al Castello con un testo originale.» Continua Laura Fatini «La base di lavoro è stata l’esperienza della compagnia Arrischianti e della sua compenetrazione nel territorio. Riusciamo a mettere in scena venti attori di varie età. La complementarità tra le discipline che da decenni anima il cantiere ci ha stimolato a scegliere di lavorare con una compositrice portoghese,  che siamo riusciti ad avere grazie alla vittoria del bando emesso dalla fondazione Monte dei Paschi Patrimoni in Movimento. abbiamo una scenografa inglese, Ella Squirrell – che faceva parte di TCFT – che grazie ad una borsa di studio universitaria in Italia, ha avuto la possibilità di lavorare con noi. In questi giorni a Sarteano c’è un’asse in movimento, che unisce Portogallo e Inghilterra, attraverso i partner Opera Circus, Glyndebourne, Crisis Classroom e Battle Festival. C’è anche un sito www.thegiufaproject.com nel quale vengono raccolte tutte le esperienze percorse finora. Vi consigliamo vivamente di dargli un’occhiata prima di partecipare allo spettacolo».

La tradizione delle storie di Giufà ci insegna che ognuno danza con un demone diverso ma in fondo uguale, identico nelle sue tensioni e nella sua connessione con il circostante, ognuno calpesta spazi già per millenni marcati, da popoli e storie, terre attraversate da migrazioni, incontri, scontri, lingue franche – come il piccolo moresco, la lingua franca mediterranea che si parlava in tutti i porti tra Europa, Africa e Medio Oriente, tenuta viva dal XIII al XIX secolo – in una complessità storica che ci portiamo dentro, nei kilometri di dna, nei kilometri di mare che da sempre unisce le terre e mai le divide.

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Vivaio Arrischianti: intervista a Ludovico Cosner

Venerdì 13 aprile va in scena al teatro Arrischianti di Sarteano, Il ballo degli Inadatti, saggio finale del Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore di Laura Fatini. A differenza di tanti laboratori,…

Venerdì 13 aprile va in scena al teatro Arrischianti di Sarteano, Il ballo degli Inadatti, saggio finale del Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore di Laura Fatini. A differenza di tanti laboratori, quello sarteanese differisce dagli altri per la sua ambizione di formazione globale: non solo attori escono dalle stanze del teatro in piazza XXIV Giugno, ma anche tecnici, direttori di scena, scenografi, costumisti e registi.

Probabilmente la formazione di un regista è la più delicata tra le propedeutiche, rischiosissima in contesti come quello del teatro locale. Laura Fatini però ha indicato Ludovico Cosner come regista per questo spettacolo. Lo abbiamo incontrato prima del debutto e gli abbiamo rivolto alcune domande.

La Valdichiana: La domanda iniziale è scontata: cosa ti ha spinto a metterti nella scomoda posizione della regia? Quale è stato il percorso che ti ha portato ad approfondire questo mestiere?

Ludovico Cosner: A fare il regista ci sono finito un po’ per caso. Il mio percorso da assistente alla regia, principalmente di Laura Fatini, è iniziato perché volevo imparare proprio da Laura come scrivere meglio. Lei mi ha suggerito di vedere come funzionava il teatro, altrimenti non sarei stato in grado di scrivere in modo adeguato per la scena. Ho quindi assistito Laura in moltissimi spettacoli, sia per gli Arrischianti che per l’Orto del Merlo (Compagnia di Cetona). Laura ha dovuto gradualmente lasciare la guida di quest’ultima per impegni lavorativi e quindi nell’estate 2016 mi sono trovato a collaborare alla regia dello spettacolo “Le donne al governo”, sempre di Laura. Questo spettacolo è stato riportato in scena nell’inverno 2017 al Festival di Teatro Artigianale di Città della Pieve e, a causa di impegni vari, né Laura né Giulia Peruzzi (che aveva collaborato con me alla regia estiva) hanno potuto affiancarmi nella gestione degli attori in scena. A quel punto Laura ha pensato che fossi pronto per una “avventura in solitaria” e mi ha proposto di occuparmi dello spettacolo dell’estate 2017: dati i presupposti dell’Orto del Merlo (costruire rete sociale attraverso il teatro) era importante che a dirigere la Compagnia fosse qualcuno che ne faceva parte, non un esterno chiamato a svolgere un lavoro. Così ho adattato “Il Povero Piero” e del risultato (“Morte a Sorpresa”) ho curato la regia. Per me è stata una rivelazione. Fino a quel momento pensavo che la regia potesse interessarmi solo come attività collaterale alla “vita di Compagnia” e, soprattutto, all’attività drammaturgica. Invece dalla prima prova in cui ho potuto mettere in scena una mia visione (nel 2016 la regia era comunque di Laura) ho realizzato che c’era un nuovo mondo che volevo esplorare…probabilmente perché le mie giovanili attitudini dittatoriali trovavano finalmente sfogo! Da quel momento è cambiato il modo in cui vedo il mondo e, soprattutto, ogni forma di intrattenimento di cui fruisco. Nel mio cervello è scattato qualcosa e si è aperta una nuova porta su una stanza che fino all’anno scorso avevo pensato di esplorare solo attraverso la narrazione. Poi a ben guardare è cambiato anche il mio modo di scrivere. È diventato tutto molto più personale, con una visione più decisa e più chiara. Che non vuol dire migliore, ma per me sicuramente più soddisfacente. Adesso mi trovo a dirigere il mio primo spettacolo in un teatro (l’Orto del Merlo va in scena all’aperto) e quest’estate proprio a Cetona andrà in scena il mio primo testo originale. Sul perché io adesso stia scegliendo consapevolmente di occuparmi di regia, posso rispondere (in modo forse un po’ melenso) che sto trovando la mia voce nel mondo.

LaV: Laura Fatini ha scritto di averti indicato solamente il testo e gli oggetti da utilizzare (una scopa, un bicchiere, un pezzo di stoffa): secondo te è stato un modo per fornirti libertà creative o per metterti alla prova?

LC: Il Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore, di cui “Il Ballo degli Inadatti” è l’evento conclusivo per l’anno 2017-18, quest’anno è diventato un laboratorio anche per un regista: il Laboratorio è stato condotto come sempre da Laura, che però ha pensato poi di usare lo spettacolo conclusivo come momento di crescita sia per gli attori che per me. Proprio in quest’ottica, le scelte che Laura mi ha “imposto” sono state un modo per mettermi alla prova: lei si è messa nel ruolo di commissionatrice dello spettacolo e ha cercato di mettermi nelle condizioni in cui un regista può trovarsi nel lavorare ad uno spettacolo su commissione. Al tempo stesso, quando Laura mi ha comunicato queste limitazioni, mi ha anche ricordato che spesso dai limiti deriva uno scatto di creatività. E in effetti così è stato. I tre oggetti, per esempio, sono diventati di tutto: porte, chitarre, scettri del potere, fruste… C’è poi anche da dire che il reperimento degli oggetti di scena (con conseguente lavoro su di essi per renderli adatti) è sempre stata un’operazione a me poco congeniale. Si vede che proprio non è nelle mie predisposizioni, anche se me ne occupo in molti spettacoli. Però questa volta avere solo quegli oggetti, già decisi, mi ha anche liberato dalla ricerca di tutto quello che altrimenti mi sarebbe potuto servire!

LaV: Quali sono i tuoi “riferimenti”, i modelli o gli spunti che muovono le scelte dell’artificio drammaturgico?

LC: Dopo aver letto questa risposta Laura probabilmente mi dirà per l’ennesima volta “Ti devo dare tutti i numeri di Hystrio che ho a casa!” Il fatto è che nell’ambito teatrale ho una certa ignoranza. Non ho mai studiato davvero il teatro, non ho mai fatto un lavoro sui classici. Piano piano sto cercando di sopperire alla mancanza, che però intanto c’è ed è inutile negarlo. Ovviamente, nei modelli che posso prendere a riferimento per il teatro c’è Laura, e sarebbe anche strano il contrario, sebbene in realtà via via che mi chiarisco le idee su che tipo di regista voglio essere diventa evidente una certa differenza artistica tra di noi. D’altra parte non posso non tenere presente l’altro regista degli Arrischianti, ovvero Gabriele Valentini. Con lui ho lavorato meno, ma se chiedi a qualsiasi attore Arrischianti che è stato diretto da me o che ha visto un mio spettacolo ti dirà che ho proprio dei tratti “valentiniani”: credo si riferiscano a un certo gusto per l’estetica e, forse ancor di più, a idee sceniche che sono kitsch, o trash.

Per “Il Ballo degli Inadatti” in particolare, la mia idea di regia è stata stravolta dalla visione del “Macbettu”. Non sto dicendo che il mio spettacolo assomigli al “Macbettu” o lo possa anche solo guardare da lontano, però il gioco degli attori con la scenografia nello spettacolo di Alessandro Serra mi ha spinto a usare al massimo delle possibilità quel poco di scena che abbiamo noi. Vedere il “Macbettu”, più in generale, mi ha spronato ad osare.

Se poi usciamo dall’ambito strettamente teatrale, uno dei punti fissi che ho in testa sono i musical con quei loro momenti di irrealtà assoluta. Oppure mi diverte molto guardare i videoclip di artisti vari, perché quando sono fatti bene hanno un piglio teatrale che mi stimola. Certamente molte cose che si realizzano in video in teatro non si potrebbero fare, ma mi piace attivare percorsi mentali diversi che poi magari si incontrino in punti inaspettati.

LaV: Come ti sembra il confronto con una compagnia di coetanei?

LC: Sono passato dal dirigere (l’estate scorsa) una compagnia fatta quasi solo di persone che hanno l’età dei miei genitori ad una compagnia in cui sono quasi tutti nella mia fascia d’età, e devo confessarti che nel momento in cui ho iniziato a lavorare allo spettacolo non ci avevo neanche pensato a questa differenza. Me ne sono reso conto adesso che mi hai posto la domanda. Sarà che, sia in un caso che nell’altro, sono quasi tutte persone che già conoscevo. Sarà forse per altri motivi. In ogni caso, il confronto con i coetanei non è stato particolarmente diverso da quello con persone più grandi. Ho visto che bene o male tutti si fidano di me (oppure riescono a farmelo credere!). Penso che il mio vero problema sarebbe confrontarmi con una compagnia fatta completamente di bambini o comunque ragazzi molto più piccoli di me!

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Il doppiaggio italiano è vivo: Angelo Maggi a Sarteano

Sarebbe pleonastico ribadire quanto la tradizione del doppiaggio italiana sia un primato internazionale, per qualità e ricerca, per caratura degli interpreti e la raffinata tecnica che con i decenni si…

Sarebbe pleonastico ribadire quanto la tradizione del doppiaggio italiana sia un primato internazionale, per qualità e ricerca, per caratura degli interpreti e la raffinata tecnica che con i decenni si è andata costituendo, ma nell’era di Netflix, delle serie tv in lingua originale, dello streaming imminente, le ragioni e i criteri del doppiaggio italiano sembrano divenuti una di quelle pratiche artigianali sul viale del tramonto, proprie di un particolare interesse di ricerca, o percepite come marginale fenomeno tecnico manieristico, sempre più lontano dagli interessi del grande pubblico. È in questo contesto che Angelo Maggi – già “voce italiana” di Tom Hanks, di Robert Downey Jr. e del Commissario Winchester, del Dr. Cox in Scrubs e tantissimi altri – ha sentito la necessità di portare in giro per l’Italia uno spettacolo intitolato Il Doppiattore a metà fra il varietà e la divulgazione dimostrativa delle operazioni di doppiaggio nella tradizione italiana.

Venerdì 24 marzo, Maggi è passato per Sarteano, portando con sé Vanina Marini – giovane e bravissima protagonista del doppiaggio italiano – e l’ospite Marco Mete (che ha dato, non solo in Italia, la voce a Roger Rabbit e molti altri cartoni animati).

Lo spettacolo si pone come un vero e proprio tributo alla Nobile Arte del doppiaggio, con la riproduzione di uno “studio di registrazione” sul palco, quindi uno schermo sul fondale, dal quale – oltre alle scene dimostrative – sono passate le immagini memorabili dei grandi film del canone cinematografico mondiale, in italiano: Tina Lattanzi e il grande birignao di Greta Garbo; Lydia Simoneschi e il fascino di Ingrid Bergman; Emilio Cigoli per John Wayne, Gregory Peck, Gary Cooper e Burt Lancaster; nonché Giuseppe Rinaldi e la sua voce sull’immagine di Paul Newman, Jack Lemmon e Peter Sellers. Molti anche i contributi esterni di colleghi storici di Maggi: Marina Tagliaferri, Luca Ward, Massimo Lopez e Pino Insegno che hanno colorato la serata con piacevoli interventi “in differita”.

Tra i “giochi”, gli esercizi di stile e la lezione di atletismo vocale impartita al pubblico (scendendo anche nel tecnicismo distintivo tra prossemica del tono, tempo e timbro vocale), Maggi fa sfoggio anche del suo curriculum, doppiando in diretta – dando le spalle allo schermo – scene storiche dei suoi personaggi. Rispondendo indirettamente a Garbiele Muccino, che qualche anno fa sparò a zero sul doppiaggio italiano, definendolo «un annientamento di mesi di lavoro di un regista», Maggi ribadisce le qualità e le finezze di quest’arte, che non rendono gli interpreti dei “mezzi attori”, degli attori per metà, ma anzi, raddoppiano il potenziale espressivo, lo modulano all’interno di un sistema linguistico diverso: sono quindi dei Doppi Attori, casse di risonanza degli enunciati filmici.

Il pubblico sarteanese ha risposto molto bene allo spettacolo, occupando tutti i posti disponibili in platea e nei primi due ordini di palchetti. Spettacolo, questo, che va a chiudere una fortunata stagione invernale curata dalla Nuova Accademia degli Arrischianti, che già si sta adoperando per le iniziative estive e la stagione 2017/18.

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«La Famiglia Campione»: Il teatro pervasivo de Gli Omini agli Arrischianti

È notorio come la variante linguistica diatopica toscana sia troppo prossima all’italiano standard, a differenza di molti altri dialetti italiani che vantano una tradizione teatrale. È altresì risaputo come questo…

È notorio come la variante linguistica diatopica toscana sia troppo prossima all’italiano standard, a differenza di molti altri dialetti italiani che vantano una tradizione teatrale. È altresì risaputo come questo abbia influito sulla determinazione di un uso espressivo a fini mimetici – nella maggior parte dei casi per una caratterizzazione esclusivamente comica – negli ambiti del teatro e del cinema nazionali.  Il toscano è comunque un dialetto attivo, parlato, che nella sua forte carica idiomatica contiene un potenziale ritmico smisurato: il suo uso teatrale consapevole, quando non è esasperato dalla becera stigmatizzazione che la tradizione gli ha inflitto, si apre verso vette di poeticità fonetica uniche nel loro genere. La compagnia Gli Omini, su questo cardine concettuale, ha costruito un intero repertorio, radicandosi dapprima nel territorio pistoiese-fiorentino, per poi espandersi, ammorbando piacevolmente i piccoli centri di mezza italia con la sua particolare e caustica metodologia narrativa.

L’undici dicembre 2016 è andato in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, “La Famiglia Campione” di e con Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini e Giulia Zacchini, una produzione de “Gli Omini residenza artistica Associazione Teatrale Pistoiese”, con il sostegno della Regione Toscana. Una deliziosa testimonianza di dati umani, debordante pregi, che incorpora una formula di resa drammaturgica decisamente riconoscibile come “alta”, dalle lodevoli vocazioni antropologiche, ma che attinge felicemente dal grande serbatoio del “popolare”, irriducibile, sempreverde, puro e genuino come le massime dei nonni, e che del dialetto fa un uso analitico, costruttivo, edificante. È la storia quanto mai assurda e basilarmente stravagante di una famiglia ampia, composta da dieci personaggi (tre nonni, tre genitori e quattro figli) che si ritrovano a vagare in un corridoio domestico, di fianco alla parete del bagno, nel quale una figlia, Bianca, è chiusa da una settimana.

«La Famiglia Campione» mi dice Francesco Rotelli poco prima di entrare in scena «rientra idealmente in un progetto più ampio che portiamo avanti da dieci anni a questa parte, e che si chiama Memoria del Tempo Presente, composto da quelle che chiamiamo indagini, ovvero periodi di permanenza in piccole città, piccoli paesi o quartieri, nei quali incontriamo persone, parliamo con loro, osserviamo la gente del posto; dall’osservazione estrapoliamo poi i contenuti teatrali»  un vero e proprio “servizio” sociale, quindi, che dall’analisi etnografica, antropologica, dei territori assurge ad uno dei precipui obiettivi umanistici del teatro, e cioè la rappresentazione delle coscienze locali territoriali. «Abbiamo prodotto vari spettacoli, derivanti dal metodo dell’indagine. Spettacoli che si diversificavano a seconda del luogo nel quale venivano rappresentati». Una ricerca socio-umanistica che si concretizza in uno spettacolo di instant-theatre, messo in piedi in pochi giorni sulla base dei dati recepiti dai luoghi.

«Nel 2012 nasce “capolino” con il quale abbiamo approfondito drammaturgicamente, sempre attraverso il metodo dell’indagine, i comportamenti interni alle famiglie allargate in giro per la Toscana» Continua Francesco Rotelli «Collaborando con gruppi di giovani in 5 comuni della provincia di Firenze. In ognuno di questi abbiamo portato avanti laboratori e indagini. Ad un certo punto è emerso un canovaccio che poi è divenuto “La Famiglia Campione”». Un teatro pervasivo, quindi, che mette le comunità al centro della narrazione.  «Le persone si sentono coinvolte, partecipi dell’opera anche da spettatori; noi cerchiamo sempre con loro una dimensione confidenziale, e quando si trovano in teatro a vedere loro stessi, i loro vicini di casa, la gente riconoscibile del paese» un metodo che non rischia né manierismi, né eccesso di particolarismi nella formazione dei tipi umani «Quando lo spettacolo trova una sua forma definitiva i personaggi sono specchi deformati che alla fine sono sintesi di più caratteri».

Gli Omini fanno ridere senza essere mai banali, lasciando decantare il riso del pubblico, patinando con un velatino d’amarezza gli squisiti quadri scenici proposti. Tra le tematiche spiccano le incomunicabilità generazionali, il confronto tra “vinti”, la solitudine; nuclei seri, affrontati in maniera decisamente originale, tra echi malapartiani e spunti comici, tra illogicità drammatica e teatro-verità. Una prova degli attori sopraffina: ognuno degli interpreti copre i ruoli di ben tre personaggi diversi, favorendo gli switch tra i caratteri attraverso cambi inequivocabili di posture, toni vocali e capacità emotive, in una moltiplicazione interpretativa lodevole che si configura in esilaranti vezzi, profili riconoscibili. La bravura dei tre protagonisti è esposta anche attraverso i perfetti e divertentissimi loop che invece di rallentare il racconto, forniscono respiro alla scena, tramenano la linearità dello svolgimento dello spettacolo, equilibrando il raziocinio con l’assurdo. I bravissimi Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi e Luca Zacchini, proliferano capacità espressive, dimostrano una perfetta coscienza di palco, un flusso univoco di battute, un ritmo perseverante e mordace nella sua risibilità. Il teatro degli Arrischianti non ha potuto che ridere continuativamente, e accompagnare la chiusura del sipario con un lungo e appagato applauso.

La compagnia Gli Omini è un altro dei tanti poli creativi toscani che meritano attenzione e sostegno. Il teatro degli Arrischianti, altro importante centro nevralgico del nostro territorio, ha dato loro spazio, confermando la sua vocazione reticolare nella selezione dell’offerta in cartellone, il suo interesse per le realtà affini. Un reticolo, quello delle piccole residenze teatrali, che se sostenuto da un pubblico consapevole e da istituzioni intelligenti, può di certo arrivare a competere con le grandi produzioni nazionali, spesso dimentiche della passione, del sudore e dell’urgenza creativa che muovono le piccole realtà radicate nei rispettivi territori.

 

 

 

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L’agnizione che non arriva mai: il Pirandello di Gianni Poliziani

Quanta lucidità nelle parole e nelle raffigurazioni che Luigi Pirandello ha immesso nei suoi lavori. Quanta cinica e deflagrante analisi naturalistica nei raziocini spiattellati sulla scena delle sue opere. Operazioni…

Quanta lucidità nelle parole e nelle raffigurazioni che Luigi Pirandello ha immesso nei suoi lavori. Quanta cinica e deflagrante analisi naturalistica nei raziocini spiattellati sulla scena delle sue opere. Operazioni talmente nitide da sembrare folli: mettere a nudo l’essere umano, renderlo quanto più spogliato dai principi di realtà. Impostare il discorso letterario (e teatrale, certo) secondo termini di comparazione di forma imposta, e quindi “civiltà”, reticolo collettivo di connivenza, da una parte, e vita pura, principio di piacere, legatura istintuale delle azioni, dall’altra.

berretto-a-sonagliIl Berretto a Sonagli, è un testo scritto esattamente cento anni fa. Pirandello ha acquisito, non di certo dagli ingombranti apparati critici che hanno appesantito le sue declinazioni rappresentative, nuove ragioni d’essere, connotazioni dettate dalla complessità acuita dei rapporti umani e delle strutture sociali.

Non esiste più il delitto d’onore, certo, i costumi sono diversi, certo, ma i rapporti di forza, le reverenze, il totale asservimento dell’uomo ai canoni della convivenza, sono rimaste le stesse, e anzi si sono finanche intorpidite. Quante maschere ha l’uomo contemporaneo? Moltissime in più rispetto a quelle di Vitangelo Moscarda, di Marta Pentagora/Alvignani, di Martino Lori e di tutti gli altri non-personaggi che costellano la bibliografia del nostro più grande autore di teatro. Oggi le quotidianità sono frazionate in più livelli, i contesti sono moltiplicati, le nostre personalità sono divenute addendi a comporre un mosaico frastagliato di io muti e relativi, incuneati in altrettanto fasulli “profili” da social network.

Con questa premessa, l’idea di portare al Teatro Arrischianti due repliche de Il Berretto a Sonagli, avuta da Gianni Poliziani (erto ormai ad Autorità del teatro locale), non può che essere ben accolta. Sì perché presentare in scena la vacuità delle relazioni contemporanee, la visiera a coprire i dati di fatto, non fa semplicemente riflettere, ma fa imparare. Soprattutto quando a presentarla sono attori locali, facce conosciute, ottime per porre lo spettatore spalle al muro, con un obbligo di affronto verso l’ineludibilità delle maschere. Ecco infatti chela vicenda applicata alla scena è ovviamente percepita in quanto fictio (chiaro che sia finta, la stanno addirittura interpretando persone che possiamo trovare quotidianamente per le vie di Sarteano e Montepulciano) ma l’ingegno teatrale vuole che, attraverso la finzione, si dimostri la più alta delle verità; che non esiste cioè verità oggettiva, che anche noi spettatori, seduti sulle nostre comode poltrone vellutate, dentro le nostre giacche tight, i polsini inamidati e la mano della nostra compagna stretta sulle gambe, stiamo recitando. Fingendo. Indossando, non una, ma quante più maschere ci convengono. Tacendo sui nostri contenuti più illeciti, in modo che attraverso il non-parlarne, il rappresentarli quindi come non-esistenti, essi smettano fattivamente di sussistere.

Uno spettacolo prezioso. Ottime le tensioni costruite in scena. Ottime le geometrie connaturate dalle posizioni degli attori in relazione alla scenografia post-atomica e minimale, curata da Gabriele Valentini; uno schermo quasi teso all’infinito, con un utilizzo prepotente del velatino sul fondale (sfruttato però nel migliore dei modi, con le controscene illuminate).

Le tirate monologiche sono state alleggerite dai fraseggi comici – ben assestati e precisi – di Giacomo Testa e dagli scambi ritmici dei protagonisti, interpretati dallo stesso Gianni Poliziani (nei panni di Ciampa), da Martina Belvisi (Beatrice) e Guido Dispenza (Fifì). Splendidi i costumi curati da Vittoria Bianchini, e tutta la compagnia degli Arrischianti, che sta – pare – alzando la barra del livello della scelta dei testi. Una pregevole scelta didattica sia per gli spettatori che per gli attori.

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Il Decamerone a teatro: letture musicali del Boccaccio a Sarteano

Nobili e Borghesi nel Decamerone: letture musicali al Teatro degli Arrischianti di Sarteano Sabato 12 aprile alle ore 16,30 al Teatro Comunale degli Arrischianti il prof. Andrea Matucci dell’Università di…

Nobili e Borghesi nel Decamerone: letture musicali al Teatro degli Arrischianti di Sarteano

Sabato 12 aprile alle ore 16,30 al Teatro Comunale degli Arrischianti il prof. Andrea Matucci dell’Università di Arezzo, curerà “Nobili e borghesi nel Decameron”: una serata di letture sceniche di due novelle dell’opera di Boccaccio ovvero “Cisti il fornaio” e “Federigo degli Alberighi”.

L’iniziativa è realizzata da Auser e Sarteanoviva con la collaborazione della Nuova Accademia degli Arrischianti: infatti Maria Pina Ruiu e Gabriele Valentini cureranno i dialoghi. La parte musicale sarà invece affidata al complesso “Il sogno di Ziryab”. Una serata di letteratura e musica con la gradevolezza dell’opera di Boccaccio.

Per ulteriori informazioni: SarteanoLiving

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Arrischianti: “Iniziammo a fare teatro in un vecchio cimitero, adesso siamo una fucina artigianale di talenti”

Pina Ruiu, la presidente della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano, spiega come un piccolo Teatro si è trasformato negli anni in un fervido centro di produzione e formazione artistica….

Pina Ruiu, la presidente della Nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano, spiega come un piccolo Teatro si è trasformato negli anni in un fervido centro di produzione e formazione artistica.

Pina Ruiu rappresenta la dimostrazione di quanto lavorare molto, alla fine paghi. Determinata, trascinatrice, eppure discreta, la donna del teatro di Sarteano ha costruito assieme ad un gruppo sempre più vasto di amici attori, registi, fotografi, truccatrici, uno degli esempi più belli di laboratorio culturale e creativo della Valdichiana e del sud della Toscana. Non ama molto parlare di sé, del suo lavoro di attrice, ma nell’intervista vuole concentrarci sul collettivo: quella Nuova Accademia degli Arrischianti che importa ed esporta talenti, che produce, sperimenta, riempie le poltroncine di sogni e risate in grande libertà.

“Credo molto nel concetto del “teatro abitato”, cioè di un luogo facilmente fruibile dove le persone si sentano a proprio agio e di cui sentono l’appartenenza. Anche a Sarteano è stato importante sdoganare il teatro come luogo per pochi e farlo diventare centro di aggregazione. Gran parte del pubblico, oltre ad apprezzare la qualità dei nostri spettacoli, apprezza anche il clima che si respira all’interno del teatro, l’accoglienza, l’amore che si percepisce anche dalla cura verso la struttura”.

A differenza di altri teatri, piuttosto che acquistare grandi spettacoli per i vostri cartelloni, puntate soprattutto sulle auto-produzioni, allestite un laboratorio permanente e puntate sui giovani talenti. Essere poveri aguzza la fantasia?

“Il nostro Teatro, un piccolo gioiellino di 150 posti, a metà strada tra due teatri grandi come il Mascagni e il Poliziano, ha dovuto per forza trovare la sua peculiarità e specializzarsi come centro di produzione e formazione . E’ giusto che i teatri grandi continuino a fare il cartellone con i “nomi”, perché ne hanno la forza economica e strutturale. Noi dobbiamo guadagnarci uno spazio alternativo, diverso. Per questo puntiamo sui laboratori: di scenografia, teatrali, di mimo, clownerie. Con il laboratorio permanente di tecnica d’attore abbiamo messo su una fucina di giovani talenti che possono approfondire vari aspetti della tecnica teatrale, fare stages con docenti esterni e partecipare alle nostre produzioni mettendosi subito alla prova sul palco.”

Il logo dell’associazione è un veliero che affronta una tempesta, che ben simboleggia la vostra storia di rivincita. L’Accademia nasce prima del Risorgimento (1731), resistite a due guerre mondiali, ma negli anni del boom economico, avviene il declino. Come ricorda un libro di Carlo Bologni, negli anni ’60 sul palco veniva messa una tv per trasmettere “Lascia o raddoppia” con Mike Bongiorno. Nel frattempo il teatro cadeva a pezzi, e finì per essere chiuso. Ma come diceva Orson Welles (grazie google), “il teatro resiste come un divino anacronismo”. Nel 1986 a Sarteano rinasce “La Nuova Accademia degli Arrischianti”. Che anni erano quelli, quando un gruppo di giovanissimi sarteanesi riprende in mano i copioni?

“Erano anni carichi di entusiasmo e di grandi ideali. Ideali di promozione culturale e sociale per colorarci la vita attraverso il teatro e la musica in un piccolo arrischianti 86paese come Sarteano. Come i veri “Arrischianti” da cui mutuavamo il nome, non ci fermò certo il fatto che il Teatro fosse chiuso da anni: ripulimmo quello che oggi è chiamato “Auditorium S. Vittoria” ma che allora era semplicemente “il vecchio cimitero”. Dal cancello non si vedeva neanche l’interno tanto era alta la vegetazione che lo ricopriva. Lì cominciammo la nostra attività. Iniziammo proprio con una commedia rappresentata dagli arrischianti storici: “Il Gatto in Cantina” guidati dal Prof. Antonio Colavita, con le musiche dal vivo dirette da Stefanina Casoli. Da allora si sono susseguiti spettacoli teatrali, molti diretti da Stefano Bernardini, laboratori vari con Rutelli, Masini, Aguirre, Massari, Mario Gallo. Oltre a questa intensa attività teatrale e di animazione, nasce nel 1993 “Venerdi Jazz” oggi il rinomato “Sarteano Jazz & Blues”.

Poi negli ultimi anni, con la ristrutturazione del bellissimo Teatro degli Arrischianti avete fatto tornare gli spettatori sui palchetti o in platea.

“Inaugurammo il teatro con “Buonanotte Bettina”, la commedia musicale di Garinei e Giovannini con la regia di Stefano Bernardini, e fu un grande successo. In seguito abbiamo lavorato molto cercando di riabituare la gente a teatro, per renderlo un luogo vivo. Spesso in teatro abbiamo contemporaneamente la Sala dell’Orologio occupata con i laboratori, il palcoscenico impegnato per le prove di qualche spettacolo e il foyer utilizzato per lezioni di musica o altro. Insomma è un pullulare di persone, di attività: in poche parole di vita!”.

Quindi nuovi allievi, collaborazioni con altre associazioni, e soprattutto un processo di maturazione al proprio interno di tante figure che si stanno facendo largo in altre realtà. Insomma, un cantiere aperto e brulicante. Quanto lavoro c’è dietro?

“Molto, e parte da lontano, grazie ad uno zoccolo duro che non ha conosciuto cedimenti. Niente nasce per caso e improvvisamente. Un nostro regista ed autore, Gabriele Valentini, ad esempio, è entrato nell’associazarrischianti oraione poco più che adolescente ed è cresciuto con noi. Laura Fatini si è accostata una decina di anni fa, proponendo inizialmente i laboratori per poi passare alle regie. L’altro nostro regista, Stefano Bernardini, ci ha accompagnato fin dagli esordi firmando le sue prime regie. Tutti hanno trovato un ambiente favorevole per mettersi in gioco, per sperimentare il proprio talento. Importante è non chiudersi, non temere il ricambio generazionale. “

Avete ottenuto la residenza teatrale per tre anni, come pensate di sfruttarla?

“E’ stata un’ottima soluzione che vogliamo utilizzare per un’ulteriore professionalizzazione, ospitando compagnie, organizzando stage, laboratori e per ottenere qualche anteprima. A breve, ad esempio, avremo in residenza per una settimana Alessandro Serra, regista e fondatore di Teatropersona, che proverà da noi la sua ultima produzione. Offrire alle compagnie il teatro e l’assistenza della compagnia residente per poter provare le proprie produzioni prima del debutto, potrebbe essere il modo per arricchire il nostro cartellone con diverse anteprime a costi contenuti”.

Gli Arrischianti sono tra le realtà più apprezzate anche al di fuori di Sarteano, non a caso collaborate stabilmente con il Cantiere internazionale d’arte di Montepulciano. E’ difficile lavorare come area? Si può crescere ancora in questo senso?

“Molti di noi avevano già partecipato negli anni agli spettacoli del Cantiere, di recente la collaborazione si è rafforzata. Ora parliamo di co-produzioni, e l’aver scelto la nostra “Tempesta” come anteprima del Cantiere 2013 ci ha certamente fatto molto piacere. Sarteano tra l’altro è fra i Comuni aderenti alla Fondazione Cantiere e la collaborazione si sta consolidando ormai su più fronti. Io credo che l’importante sia che ciascuna realtà abbia una propria specificità e quindi possa interfacciarsi con le altre senza timore di essere “fagocitata”. Uno scambio positivo. Per esempio, di recente, i nostri registi Valentini e Fatini sono stati chiamati dalla Fondazione Orizzonti di Chiusi per allestire uno spettacolo teatrale per la prossima stagione“.

Non solo teatro, iniziative sociali, penso al tema dei diritti della donna, e grazie soprattutto all’impegno di Sergio Bologni, il “Sarteano Jazz & Blues”, un festival raffinato e di grande qualità. Siete già al lavoro per l’edizione di agosto 2014?

“Crediamo molto sulla valenza sociale del Teatro. Chi fa cultura non è avulso dal contesto e deve utilizzare i mezzi che ha a disposizione per stimolare una società sempre più distratta e veloce.
Per quanto riguarda il Festival Sarteano Jazz & Blues, viviamo una fase delicata. In tutti questi anni abbiamo visto crescere il Festival qualitativamente e come riscontro di pubblico. Purtroppo si sono chiusi molti canali di finanziamento: Fondazione MPS, Regione, Provincia. Le ultime edizioni sono state rese possibili con un sostegno del comune e grazie al contributo decisivo di investitori esterni, penso soprattutto alla Fondazione Monteverdi Tuscany. Per il 2014 stiamo ancora lavorando, non vogliamo certo interrompere un Festival che dura dal 1993, a cui siamo molto affezionati”.

Nessun commento su Arrischianti: “Iniziammo a fare teatro in un vecchio cimitero, adesso siamo una fucina artigianale di talenti”

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