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“Quel dì di festa”: storie di matrimoni a Sarteano

Il matrimonio è uno dei riti più importanti nella società e uno dei principali racconti che fanno parte della storia delle famiglie; gli usi e i costumi relativi alle nozze…

Il matrimonio è uno dei riti più importanti nella società e uno dei principali racconti che fanno parte della storia delle famiglie; gli usi e i costumi relativi alle nozze sono continuamente modificati dalle società e dalle culture di appartenenza e ogni testimonianza che ci permette di ricordare tali cerimonie è particolarmente interessante. Proprio per questo motivo il cortometraggio “Quel dì di festa”, a cura della Nuova Accademia degli Arrischianti e della Misericordia di Sarteano, indaga la storia dei matrimoni a Sarteano negli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo attraverso i ricordi dei protagonisti.

Il cortometraggio, scritto e diretto da Gabriele Valentini, è stato presentato al Teatro degli Arrischianti lo scorso sabato 15 giugno: si tratta di un progetto a cui ha contribuito anche l’amministrazione comunale di Sarteano e la Regione Toscana e si inserisce nel più ampio contesto della “Festa dell’Anziano”. Tale festa è organizzata dalla Misericordia di Sarteano ed è giunta quest’anno alla 51esima edizione: in questa occasione tutti gli ultraottantenni di Sarteano ricevono un invito a partecipare festa, in cui oltre a dei momenti conviviali accompagnati da musica e balli, vengono consegnati degli attestati ai più anziani in sala e a chi ha raggiunto più anni di matrimonio.

“Quest’anno abbiamo avuto un’idea particolare, – ha detto Vincenzo Grassi della Misericordia di Sarteano – Ovvero quella di realizzare delle interviste agli anziani per capire che cosa accadeva nei matrimoni a Sarteano negli anni’50 e ’60, con la testimonianza viva dei partecipanti dell’epoca. Abbiamo raccolto un centinaio di registrazioni audio, poi Gabriele Valentini ha fatto ulteriori ricerche per lasciare un ricordo diretto delle nozze di quel periodo nella storia di questo paese.”

La presentazione del progetto è avvenuta di fronte a un nutrito gruppo di spettatori. Nel corso della serata è intervenuta anche l’assessore del comune di Sarteano, Donatella Patané:

“Sono felice di vedere il teatro pieno, a dimostrazione che si tratta di occasioni sentite dalla nostra comunità. Abbiamo aderito al progetto e lo abbiamo sostenuto, e ribadisco la vicinanza da parte dell’amministrazione comunale alla misericordia, che dimostra di essere vicina alle esigenze della comunità e sempre attenta ai temi della disabilità e dell’anzianità.”

I ricordi dei matrimoni a Sarteano relativi agli anni del Secondo Dopoguerra sono stati ripercorsi sul palco dai vari soggetti che hanno concorso alla realizzazione del progetto, tra cui il parroco Don Fabrizio:

“Ricordo ancora i matrimoni del mio paese, molto semplici, fino agli anni ’50 facevo il chierichetto… stavo ad aspettare la macchina con la sposa e dovevo correre in chiesa al buio per dire che era arrivata. In paese lo sposo entrava al buio, per lui non c’era la festa, quando invece entrava la sposa partivano le campagne, le luci e la festa. La rievocazione del matrimonio in campagna era diversa invece, c’era un grande pranzo coi parenti, quando la sposa entrava nella nuova casa però trovava la suocera che le metteva il grembiule per far capire subito il suo ruolo.”

Il cortometraggio “Quel dì di festa” è scritto e diretto da Gabriele Valentini, realizzato dallo studio fotografico Dario Pichini, con attori principali Martina Belvisi e Andrea Pinsuti, contiene anche testimonianze dirette degli anziani che ricordano i rispettivi matrimoni a Sarteano.  Così lo ha descritto il regista prima della proiezione:

“Abbiamo realizzato centinaia di interviste a gente proveniente da più di una realtà, abbiamo poi raccolto e scelto alcune testimonianze. Abbiamo girato interviste dentro al Teatro degli Arrischianti, ma dai rispettivi racconti mi sono reso conto che c’erano tante piccole storie che potevano essere riunite in una storia più grande. Abbandonata l’idea del documentario mi sono avvicinato di più al cortometraggio, al modo di raccontare del cinema. Come veniva celebrato il matrimonio? Spiccava il lato sentimentale, magari gli anziani non ricordavano i vestiti o i testimoni dell’epoca, ma ricordavano quello che avevano provato. Quindi più attenzione all’emotività dei personaggi più che alla storicità.”

 

 

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Il Pinocchio apocrifo di Gabriele Valentini

Nei giorni 1, 2 e 3 Marzo 2019, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena P – Storia di un Burattino, scritto e diretto da Gabriele Valentini, con…

Nei giorni 1, 2 e 3 Marzo 2019, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena P – Storia di un Burattino, scritto e diretto da Gabriele Valentini, con l’assistenza di Airis Fantechi. In scena ci sono Andrea Storelli, Giacomo Testa, Giordano Tiberi, Martina Belvisi, Eleonora Ciampelli e Andrea Fiori. Nello spettacolo sono presenti i visual appositamente creati da Simone Pucci, i costumi sono di Vittoria Bianchini con la collaborazione di Roberta Rapetti.

P – Storia di un Burattino si ispira alla vicenda di Pinocchio; ma non quella canonica e tradizionale, di Carlo Collodi. È invece una “pinocchiata” degli anni ’20 del Novecento a fungere da base narrativa per questo spettacolo. Il successo del personaggio di Carlo Collodi fu talmente grande da generare una serie di racconti e romanzi di altri autori che sfruttarono il burattino più famoso del mondo per ulteriori composizioni (fanfiction diremmo oggi).  Una di queste, che vede un Pinocchio “scemo di guerra”, di ritorno dalla prima guerra mondiale, senza memoria, ha ispirato il nuovo spettacolo prodotto dalla Nuova Accademia Arrischianti.

Gabriele Valentini ha elaborato una messa in scena originalissima, che si inserisce nella già fortunata stagione invernale degli Arrischianti. Lo abbiamo intervistato.

LaV: Quella di Pinocchio è una delle vicende più conosciute al mondo. Da Collodi alla Disney, da Carmelo Bene a Benigni, fino all’annunciata lavorazione del film di Garrone. Cos’è che rende questa vicenda così longeva, tanto da renderla efficace ancora oggi?

Gabriele Valentini: Come tutti i grandi libri, “Le avventure di Pinocchio“, di Carlo Collodi (alias Carlo Lorenzini), ha più livelli di lettura: il primo è il più banale, ovvero la storia stessa del burattino. Già al livello successivo troviamo una forte critica sociale, dato che Pinocchio è stato definito “l’eroe della fame“, una fame che tutti conoscono, persino i burattini. Collodi descrive un mondo in cui persino i bambini (in carne ossa o meno) devono lavorare per sopravvivere. Ciò lo ha reso molto simile a Dickens e a Verga; è significativo il fatto che, nella sua prima stesura, la storia finisse con la morte di Pinocchio appeso a un albero ad opera del Gatto e della Volpe. L’unica cosa che spinse l’autore a cambiare il finale, fu l’insistenza dei suoi lettori che scrissero in massa alla redazione (Collodi scriveva su “Giornale per Bambini”) richiedendo un finale diverso. L’intenzione dell’autore era dunque diversa da quella che si evince dall’intero romanzo che si è abituati a leggere: la sua era una forte critica sociale dal tono amaro e verista, una sorta di insofferente ma inevitabile accettazione delle ingiustizie del mondo e delle istituzioni regolatrici dello stesso. Una storia decisamente lontana dall’edulcorato film d’animazione Disney famoso in tutto il mondo.

LaV: Lo spettacolo è ispirato a una “pinocchiata”, Il Cuore di Pinocchio. Dove l’hai scovata? Cosa ti ha convinto a tirarci fuori uno spettacolo?

Gabriele Valentini: Come penso sia normale, quando studi un argomento, in questo caso Pinocchio, si tende ad accumulare informazioni, così mi sono imbattuto ne “Il cuore di Pinocchio”, pubblicato per la prima volta nel 1917 e poi riedito, in forma ampliata, nel 1923, questo  è parte della ricca produzione di letteratura per l’infanzia a tema bellico che si diffuse negli anni del primo conflitto mondiale. Scritto dal nipote di Collodi – così figura l’autore Paolo Lorenzini sulla copertina del libro –  questa nuova riscrittura si presenta anzitutto come un testo vicino alla produzione propagandistica vera e propria. Leggendo il romanzo, non ho potuto non notare le differenze e le analogie culturali con i tempi di oggi, questo insieme ad altri racconti su Pinocchio, hanno rappresentato il punto di partenza, per poter poi sviluppare una storia che comprendesse rimandi al Pinocchio di Collodi ( l’originale), ma che parlasse anche del “Bel Paese dei Balocchi” nel quale, a volte, si ha l’impressione di vivere.

LaV: Il tuo Pinocchio è  uno “spin-off” della vicenda originale. In qualche modo questo spettacolo è imparentato con il Progetto Giufà, che allo stesso modo articolava una serie di sequenze drammaturgiche basate su vicende di tradizione popolare (“picaresche” direbbero i filologi)?

Gabriele Valentini: In realtà no, in P, storia di un burattino della tradizione popolare ho cercato di conservare solo le suggestioni e gli spunti. Mi interessava raccontare cosa ci fosse dietro l’immaginario collettivo che si ha su Pinocchio. La vicenda vede P, ragazzo in carne ed ossa, decidere di partire per la Guerra, per dimostrare a se stesso ed agli altri che oramai è un Uomo. Colpito dal “Vento degli Obici” (termine con il quale durante la Prima Guerra Mondiale si indicava quello che, solo nel 1980, fu etichettato come Disturbo Post Traumatico da Stress),  P non ricorda nulla, a vegliarlo strani personaggi, alcuni dei quali, tenteranno di fargli riacquistare la memoria, perché dalla conservazione della stessa  può spesso dipendere anche il futuro.

LaV: Come stai lavorando con gli attori? Nella nota di regia si legge: «personaggi non hanno un nome specifico perché sono essi stessi un insieme di ispirazioni, gli attori che vanno ad interpretarli fluttuano tra l’essere personaggio esistito, o esistente, e personaggio della fiaba»: come viene gestita questa cosa dal punto di vista recitativo?

Gabriele Valentini: È un lavoro individuale. Con ognuno degli interpreti ci siamo divertiti a caratterizzare il proprio personaggio, anche prendendo spunti dalla vita dell’autore, questo ci ha permesso di spaziare fino all’attualità.

LaV: Nell’allestimento sono presenti delle “video-scene”. Come si integrano nella messa in scena di “P.”?

Gabriele Valentini:  Gli interventi di video scenografia, curati da Simone Pucci, danno il loro contributo alla narrazione della vicenda, direi proprio che sono il settimo attore in scena.

LaV: Quali sono i progetti futuri della Nuova Accademia Arrischianti? Che tipo di primavera/estate attende il pubblico di Sarteano?

Gabriele Valentini: Il prossimo impegno riguarda l’ultimo appuntamento della Stagione 2018/19 con “Scusate se parlo d’amore” in scena l’8 marzo alle 21,30, di e con Manola Nifosì coadiuvata alla regia da Sergio Aguirre. Per quanto riguarda la primavera/estate siamo già a lavoro per il tradizionale appuntamento di “Teatro al Castello” , insieme il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, su un progetto  che inizierà a fine marzo con un laboratorio teatrale aperto a tutti e che sfocerà nella messa in scena di Rodrigo dal 16 al 21 luglio, della quale curerò la regia, con le musiche di Davide Vannuccini. Altro  importante appuntamento dell’estate Arrischianti è il Sarteano Jazz & Blues 2019, la cui Direzione Artistica, anche quest’anno, è affidata a Battista Lena.

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“Harvey” al Teatro degli Arrischianti: un elogio alla follia

La follia che rimane coerente in mezzo ai “sani”: un topos estremamente funzionale, specie in un contesto sociale nel quale sempre più si tende a stigmatizzare la diversità e l’Altro…

La follia che rimane coerente in mezzo ai “sani”: un topos estremamente funzionale, specie in un contesto sociale nel quale sempre più si tende a stigmatizzare la diversità e l’Altro come errori, rispetto al senso comune condiviso. La follia che marchia gli imprevisti, l’incontrollabile, lo squilibrio, è un’autodifesa psichica, insita nel Über-Ich delle società moderne. Fortunatamente la letteratura interviene, ormai da almeno due secoli, a sbugiardare certe innegabili contraddizioni che muovono il giudizio alla base dell’appellativo “pazzo”. In questa tradizione di elogio alla follia, cui sono ascrivibili giganti del teatro, prosa, cinema e poesia come  Erasmo da Rotterdam, Robert Louis Stevenson o Lewis Carroll, si inserisce anche Mary Chase che nel 1944 firma una pièce intitolata Harvey. La vicenda parla di un uomo che «per trentacinque anni ha lottato contro la realtà e l’ha vinta fuggendola».

Harvey va per la prima volta in scena al Teatro della quarantottesima di Broadway il 1 novembre 1944. Resterà nel marquee fino al 15 gennaio 1949, dopo 1775 repliche. Il successo è enorme, tanto che l’anno seguente la Chase vince il premio Pulitzer e, neanche dieci anni dopo il debutto, Henry Koster ne firma una trasposizione cinematografica, per la quale Josephine Hull si aggiudica sia un premio Oscar, sia un Golden Globe, come miglior attrice protagonista. L’Academy di Los Angeles menziona anche James Stewart, protagonista della pellicola, con una nomination al miglior attore protagonista.

La base narrativa è stimolante e storicamente incollocabile. I fratelli Elwood e Veta Louise vivono in una grande casa assieme alla figlia di Veta, Myrtle Mae. Elwood però afferma di avere per amico un grosso coniglio bianco, di nome Harvey, appassionato bevitore e conoscitore del presente, del passato e del futuro. Stanca dei problemi generati dalle stranezze del fratello, decide di farlo internare presso la clinica psichiatrica del Prof. Chumley, soprattutto per evitare che le malelingue dell’alta società cittadina intacchino la reputazione della loro famiglia. Questa è la basa narrativa della commedia, la quale poi si sviluppa secondo una pletora di malintesi, qui-pro-quo, colpi di scena e brillantissimi espedienti drammaturgici, propri della grande commedia americana.

Gabriele Valentini dirige la Compagnia degli Arrischianti nella tripletta di repliche di fine anno, incluso lo spettacolo inserito nel programma del veglione di capodanno del 31 Dicembre: per l’occasione la compagnia si compone di Calogero Dimino nei panni di Elwood, Maria Pina Ruiu che è Veta Louise, Giulia Rossi è Myrtle Mae, Guido Dispenza interpreta il Prof. Sanderson, Martina Belvisi è Miss Kelly, Daniele Cesaretti è Wilson, Stefano Bernardini è il Prof. Chumley, Flavia Del Buono è Betty Chumley, Francesca Fenati è Mrs. Ethel Chauvenet, Giordano Tiberi è Logfren. Ah, e c’è pure il sottoscritto, che interpreta l’Avv. Gaffney.

Tutto ruota intorno alla visione – o “presenza” a seconda dei punti di vista – del  Pùca configurato nella fattezze di un coniglio, Harvey. Il Pùca è una creatura che vede le sue origini nel folklore celtico: uno spirito, generatore di buona e cattiva sorte, che protegge gli “ultimi” della società, amante degli alcoolici e delle persone con la testa fra le nuvole. Il Pùca-coniglio ha ispirato moltissimi espedienti nella cultura popolare, a partire dal Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carroll, e più di recente nel film di Richard Kelly, Donnie Darko. In Harvey, il Pùca è la noce semantica rivelatrice, epifanica, che svilisce qualsiasi pregiudizio sociale, distrugge ogni possibile normalizzazione comportamentale, nell’accettazione delle stranezze e delle “malattie” che sono in fondo le nostre cifre personalizzanti.

Lo spettacolo va in scena a Sarteano il 29 e 30 dicembre alle 21:15, e il 31 alle 22, con il tradizionale veglione in teatro.

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La menzogna necessaria: il “Molto Rumore Per Nulla” a Villa Fanelli

Much Ado About Nothing, Molto rumore per Nulla, è una delle opere – non si dica né commedia, né tragedia, usate quanto mai impropriamente, in questo caso – più complesse…

Much Ado About Nothing, Molto rumore per Nulla, è una delle opere – non si dica né commedia, né tragedia, usate quanto mai impropriamente, in questo caso – più complesse di William Shakespeare. Un testo che dispone un impianto commediografico (topoi dello scambio di persona, dell’intrigo farsesco, del fraintendimento) il quale è tradìto, durante lo svolgimento della trama, da accenni appartenenti invece al tono tragico, in cui l’aspetto drammatico copre la risibilità delle gags. Nonostante questa complessità, è una delle opere più riprodotte in teatro, che gode anche di un alto numero di rifacimenti cinematografici e di molteplici adattamenti operistici.

Laura Fatini ha scelto questo testo, per il tradizionale evento estivo cantieristico sarteanese, prodotto dalla Nuova Accademia degli Arrischianti, che dal 13 luglio, fino a domenica 23, verrà rappresentato nel suggestivo spazio di Villa Fanelli. Laura Fatini copre le funzioni di regia, accompagnata da Angela Dispenza, mentre Gabriele Valentini ha operato negli ambiti scenografici e dei costumi.

Nonostante le vecchie traduzioni di Shakespeare rappresentino uno sforzo di comprensibilità per il pubblico contemporaneo – specie per quello dei giovanissimi – Laura Fatini sceglie di non adottare le rinnovate rese italiane di Nadia Fusini, ma di restare fedele alla versione italiana di Molto Rumore per Nulla tradizionale, forse per mantenere alto il tono tragicomico dell’opera shakespeariana. Il risultato è una grande resa drammaturgica di un classico del teatro vittoriano.

Le adiacenze della Villa sono utilizzate come piano scenico: di conseguenza abbiamo dei quadri che si dilatano orizzontalmente su un palco grandangolare. I movimenti e gli sviluppi figurativi dei corpi attoriali, intervengono dalle estremità laterali e dal giardino retrostante la platea, rendendo il pubblico letteralmente circondato dalla finzione scenica.  Tutto lo spazio possibile è utilizzato: dal balcone della villa, agli interni, fino al balcone leopoldino, che torreggia al centro della facciata eletta a scenografia.

Flavia Del Buono interpreta magistralmente – con uno switch di genere rilevantissimo dal punto di vista attoriale – il Don Pedro principe di Aragona, che giunge a Messina in un non ben specificato contesto storico, in visita del governatore Leonato, interpretato con perizia veterana da Francesco Storelli.  I costumi, spumeggianti, collazionati dal lavorìo di sartoria di Roberta Rapetti, mettono infatti insieme più epoche storiche – dagli anni venti ai sessanta del Novecento – e oscillano dai toni più compostamente desaturati della coorte spagnola, a quelli più colorati dei messinesi: servono forse a sottolineare i rapporti in chiasmo – marca inequivocabile di matrice shakespeariana – tra Claudio ed Ero (interpretati dai bravi Enrico Sorbera e Silvia de Bellis) e Benedetto con Beatrice (configurati dai fedelissimi Arrischianti Pierangelo Margheriti e Giulia Rossi). Vanno a comporre poi la compagine degli attori “parlanti”,  Andrea Storelli, Giordano Tiberi, Calogero Dimino, Giacomo Testa, Francesco Pipparelli, Maria Paola Bernardini, Brunella Mosci, Daniele Cesaretti, Giulia Roghi e Laura Scovacricchi.

Apporto fondamentale quello del gruppo Musikteatrengruppen Ragnarock diretto da Francis Pardeilhan: venticinque giovani attori danesi che hanno funto da rinforzo per le scene corali: trampoli, costumi effervescenti, palloncini, stelle filanti, in un trionfo di espressione fisica dei ragazzi danesi  in summer camp a Sarteano.

In molto rumore per nulla si fornisce un’interpretazione del teatro, e in generale dell’arte della finzione, secondo la quale gli sviluppi dati dall’ordine drammaturgico non si definiscono secondo verità, ma secondo menzogne continue. La verità viene celata, le cose di cui si vaneggia non accadono, ma vengono semplicemente rappresentate. La menzogna è il fondamento di ogni rappresentazione, usava dire Enrico Crispolti: nelle commedie di Shakespeare, e in particolare in Much Ado Abouth Nothing, è la falsità che fornisce spunti narrativi.  Un dato forse poco educativo ma che delega al magistero della fictio, al dispositivo delle velature, la funzione ricreativa delle nostre vite. Dalla falsità conseguono sì tragedie, drammi, problematiche, ma attraversati e sciolti questi nodi, ognuno di noi è più consapevole di sé stesso e del circostante. È dall’ingorgo tragico che scaturisce infatti la storia d’amore tra Benedetto e Beatrice, più restii dall’amarsi durante la sezione comica dell’opera. Un motivo in più per non sottovalutare mai le falsità, le menzogne e gli svelamenti del celato.

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Con ‘Incontriamoci’ l’integrazione passa per il teatro

Immigrazione, accoglienza e integrazione, tutte parole che hanno assunto ormai un significato concreto nelle nostre vite. Parole che esprimono condizioni e situazioni non più confinate o confinabili nelle cronache dei…

Immigrazione, accoglienza e integrazione, tutte parole che hanno assunto ormai un significato concreto nelle nostre vite. Parole che esprimono condizioni e situazioni non più confinate o confinabili nelle cronache dei notiziari, ma presenti anche nelle nostre realtà. La scuola rappresenta uno dei luoghi eletti all’incontro con l’altro, altro che non solo si concretizza nel proprio compagno di banco, ma oggi, anche, nell’altro proveniente da una cultura diversa dalla nostra. Un’esperienza vissuta intensamente dai ragazzi della scuola secondaria di primo grado di Cetona, grazie al proficuo rapporto con la onlus Incontriamoci.

Dell’associazione ce ne parla un suo membro, Clori Bombagli.

Quando è nata la onlus e in cosa si concretizza il suo impegno?

Della possibilità di dar vita a questa associazione se ne era incominciato a parlare, non in via ufficiale, nello scorso mese di luglio, e la costituzione ufficiale si è avuta solo nell’aprile di quest’anno. Una delle promotrici di questa iniziativa è stata Donata Origo dei marchesi Origo, che si sarebbe occupata della formazione agricola, mentre a me è stato dato il compito di sensibilizzare i ragazzi delle scuole al tema dell’accoglienza, con la speranza e l’auspicio che il messaggio educativo arrivi anche alle famiglie e alla società tutta. Dunque attraverso un lavoro sinergico con la misericordia di Chiusi, loro si sono occupati di gestire l’accoglienza, mentre la nostra associazione si è mossa sul versante dell’integrazione.

Quanto è importante sensibilizzare le persone all’accoglienza nei confronti dei migranti?

È un aspetto fondamentale. Dobbiamo capire come questi flussi migratori rientrino ormai nell’ordinario e non nello straordinario. Promuovere l’integrazione e sensibilizzare all’accoglienza sono due passi importanti per evitare che queste persone, che sfuggono dal terrorismo, povertà e guerra, non diventino un corpo estraneo all’interno della società, affinché non si creino quelle sacche di esclusione e disagio sociale.

Come è iniziata la collaborazione con la scuola media di Cetona e a che cosa ha portato?

Il corpo docente si è dimostrato fin da subito disponibile e sensibile ad un tema così delicato come quello dell’accoglienza. Una sensibilità che si è tradotta subito nel mettere in moto un serie di attività volte proprio a far interagire tra di loro gli alunni e questi ragazzi. Sono nati così diversi laboratori, che hanno toccato trasversalmente numerosi ambiti disciplinari: inglese, francese, tecnologia, musica e teatro. Il percorso teatrale si è rilevato il più faticoso, ma alla fine estremamente proficuo per i ragazzi, visto che li ha impegnati fin da febbraio. Il tema affrontato, grazie al supporto delle insegnati di lettere e all’esperto teatrale, è stato quello del passaggio, inteso sia come transito tra le diversa fasi della vita, ma anche come abbandono del proprio paese di origine per approdare ad uno nuovo.

Qual’è stato il risultato più importante ottenuto da questa esperienza?

Sicuramente il fatto di dare un nome e un’identità a queste persone, dal momento che molto spesso si aggirano come corpi estranei tra i nostri paesi, soprattutto a causa delle terribili sofferenze che hanno dovuto subire e sopportare nel loro viaggio, del quale raramente ne parlano. Ci sono stati inoltri risvolti positivi anche su un piano più strettamente pratico, poiché l’esperienza teatrale, così come le altre attività svolte, hanno permesso a questi ragazzi di familiarizzare con la lingua e la cultura italiana.

L’attività teatrale non ha rappresentato un’esperienza monodirezionale, ma si è fin da subito rivelata una percorso duplice, nel quale tutte le parti coinvolte hanno avuto modo di intraprendere un cammino di arricchimento. Di queste ce ne hanno parlato le insegnati di lettere, Wanda Lodi e Luisa Baglioni, e l’esperto di teatro Gabriele Valentini.

Dal punto di vista didattico, come si è sviluppato il laboratorio teatrale?

Abbiamo chiesto ai ragazzi di elaborare, in forma anonima, attraverso un percorso di scrittura creativa, le proprie emozioni e sentimenti sul tema del passaggio e dell’incontro con l’altro – spiegano le due insegnati – in questo modo, grazie all’anonimato, i nostri alunni hanno potuto mettere sul tavolo le riflessioni, alle quali erano giunti, con assoluta libertà. Da qui, grazie all’aiuto dell’esperto, abbiamo costruito il testo teatrale, interamente frutto del lavoro dei ragazzi.

Che cosa ha voluto dire l’incontro con questi ragazzi, anagraficamente molto più grandi, e in possesso di un bagaglio di esperienze estremamente complesse e dolorose?

Quello che abbiamo notato è stata l’assoluta naturalezza con la quale è nato questo dialogo. Naturalmente tutto questo ha comportato un cambiamento radicale, da parte degli alunni, nell’approccio e nella percezione del tema dell’altro. Sono passati dunque da un “io credevo”, risultato di una visione molto spesso influenzata dai pregiudizi della società, per passare ad un “io credo”, scevro di tutte queste contaminazioni.

Attraverso il linguaggio del teatro si è potuta sviluppare questa sinergia tra mondi culturali estremamente diversi, uno scambio che però ha dovuto superare un primo grande ostacolo comunicativo, la lingua italiana.

“Una barriera superata in prima istanza attraverso il ricorso alla capacità comunicativa del corpo”. Ci spiega Gabriele Valentini, il regista che ha seguito e curato l’intera attività. “Una volta creato un primo canale di dialogo, ci siamo poi concentrati sulla capacità espressiva dei ragazzi, senza avere nessun testo sul quale lavorare, ma facendo sì che l’amalgama tra questi due gruppi avvenisse nel modo più libero possibile. Una libertà che si è anche concretizzata – conclude Valentini – nel non volere raccontare determinate esperienze ed emozioni”.

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La complessa sintassi dei rapporti: ‘Il Nome’ agli Arrischianti come augurio di un felice 2017

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5…

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5 Gennaio. Moltissimi e prolungati gli applausi, straripante la presenza del pubblico in platea e nei palchetti del teatro in piazza XXIV Giugno. Probabilmente il successo della commedia francese, nel rifacimento composto da Gabriele Valentini, alberga nella positività e nella gioiosità attraverso la quale il pubblico assiste alla risoluzione di un dissidio.

I cinque protagonisti de Il Nome nella versione proposta al teatro Arrischianti di Sarteano, sono assoluti narrativi. Caricature di tipi umani sostanzialmente riconoscibili, con tic e fisime mentali comuni. C’è una facilità interpretativa, per il pubblico, nella comunione tra i gesti rappresentati nella commedia e quelli vissuti ogni giorno, nelle rispettive quotidianità. La coppia Elizabeth e Pierre, clamorosamente affine alle dinamiche interne di coppie “in crisi”, con le classiche domande dei quarantenni con figli che affrontano i momenti di stasi e di appiattimento esistenziale, l’adolescenza postergata di Vincent, nella sua continua baldanzosa arroganza e amichevole ostentazione, nonché l’incomunicabilità di Claude, sono paradigmi umani presenti in ogni reticolo sociale, che sia familiare, amichevole, lavorativo.  

Nella grammatica e nel battibecco cui la complessità dei rapporti si sfoga, l’unica dignità che resta è la capacità di fare un passo indietro da parte dei protagonisti, comprendere i limiti propri e degli altri, perimetrare le capacità emotive, confinarne i rispettivi lati come le tessere di un mosaico. Riconoscere, riconoscersi. Quello che lo spettacolo ha augurato al suo pubblico all’inizio del 2017 è proprio  questo: risolvere i problemi attraverso gli sguardi e le parole, attraverso la purezza, attraverso la comunicabilità e riconoscibilità. Non c’è augurio più grande.

Durante i preparativi della prova generale, Tommaso Ghezzi ha infastidito parte del cast.

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La direzione ostinata. Il giro del mondo in 80 giorni al Castello

Il 22 luglio 2016, si è svolta al castello di Sarteano, la quinta replica de “Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni”. L’estate sarteanese ormai ha inciso nella sua nomenclatura…

Il 22 luglio 2016, si è svolta al castello di Sarteano, la quinta replica de “Il Giro del Mondo in Ottanta Giorni”. L’estate sarteanese ormai ha inciso nella sua nomenclatura culturale stagionale questo particolarissimo evento, che colora il fermento culturale del luglio valdichianense di scelte mai scontate. Quest’anno la scelta di Laura Fatini, autrice dell’adattamento dal romanzo, è caduta sull’opera di Jules Verne, che tanto ammaliò i lettori contemporanei, affascinati dalle infinite possibilità tecniche e tecnologiche, ai fini degli spostamenti, che il fermento scientifico positivista aveva portato nel mondo. Gabriele Valentini, che firma la regia, sceglie di evidenziare l’apporto mimetico della resa recitativa, spingendola ai margini del metateatro da commedia dell’arte, con efficacissime macchie di avanspettacolo, rendendo la messa in scena poliedrica ed estremamente ritmata.

13690806_10209821632928287_630473027777135116_n La sinossi vede una compagnia di circensi (tanto per ribadire la scuola Strehler della nostra commedia dell’arte) imbastire la rappresentazione del capolavoro di Jules Verne, con tanto di ornatus prologi iniziale e disvelamenti della finzione (con finte dimenticanze, goffaggine attoriale rimarcata, a smembrare il naturalismo). L’esplicitata finzione si erge a chiave di lettura, diventa dichiarazione di poetica, chiarifica l’assoluta importanza (quasi totale) nella collaborazione immaginativa dello spettatore: il teatro è quindi un motivo di immaginazione, uno incentivo al sogno e al disegno mentale guidato dalla fantasia: l’arma più forte che l’essere umano abbia mai avuto. Non appare mai il protagonista, Phileas Fogg, che sentiamo solo da un voice over registrato – ma che non manca di interagire con gli attori in scena – e che scandisce i ritmi e le tappe del viaggio che per scommessa, con il Reform Club, dovrebbe coprire la circonferenza del globo terrestre in ottanta giorni. Appaiono però Calogero Dimino, il Passepartout, fedele servitore di Fogg, e il detective Fix, interpretato dall’incorruttibile Gianni Poliziani. Flavia del Buono, Brunella Mosci e Maria Paola Bernardini, formano un trio esilarante e coprono magistralmente le vette comiche della rappresentazione. In più guarniscono l’integrità dello spettacolo, Francesca Paolucci, che interpreta il “ragazzo” tuttofare di Fix, Erica Fatini, jolly che appare in più vesti e in più forme durante lo spettacolo e che raggiunge alti livelli di intenti comici nella figurazione della guida indiana tra Bombay e Calcutta, e infine la coppia Mascia Massarelli e Francesca Fenati che compiono una contro scommessa sul viaggio di Fogg.

Il 22 luglio è stato – internazionalmente – anche l’ennesimo giorno di attentati, di terrore, di odio, di speculazione giornalistica e politica, di risentimento e di immobilismo. Ogni spettacolo, per essere acquisito da un pubblico, necessita di un contesto storico che lo caratterizzi e che – già di per sé – fornisca un piano analitico di base. Il giudizio che si da ad un’opera dell’ingegno artistico nel contesto dell’estate 2016, in pieno allarme attentati, con le città europee che sembrano basi antiaeree assiepate di militari in divisa, molteplici controlli ad ogni ingresso in qualsivoglia luogo pubblico, risente, per forza di cose, delle tensioni umane contemporanee. Un adattamento teatrale de “Il giro del mondo in ottanta giorni” diventa un mantra, una preghiera laica di serenità e affrancamento; è – da una parte – l’inno all’immaginazione, all’assenza di limiti, barriere, frontiere fisiche e mentali, che ci permetta di pensare ad un globo “piccolo”, raggiungibile, a misura d’uomo, in cui il terreno è l’unico piano di riferimento, le gambe l’unica carreggiata; dall’altra la forza che comunque ci dovrebbe spingere a non fermarci di fronte alla paura, continuare a girare le città di oriente, occidente, sud e nord del mondo, ci dovrebbe comunque spingere a co13686734_10209821633928312_7916746006683631137_nnsiderare l’altrove come una declinazione diversa del “qui, gli altri, una declinazione del “noi”, sempre simili, sempre esseri umani. Le culture diverse come un’occasione di confronto e l’immobilismo come unico male possibile. Il mondo, come è oggi, come è quest’estate, così elasticizzato ed esteso, bloccato dal terrore, dall’informazione che eccede negli allarmi e nelle idiosincrasie, ha bisogno di una corrente opposta, ha bisogno di voci diverse.

(SPOILER ALERT à) Mr. Fogg riesce a vincere la scommessa poiché, scegliendo di compiere il viaggio verso est, e non verso ovest, andando quindi contro al sole, contro allo scorrere delle ore, e non a favore, guadagna un giorno in più, rispetto a quelli che aveva calcolato. Opporsi agli obblighi dettati dal terrore internazionale, opporsi all’immobilismo, alle scelte convenzionali, diventa – oggi – un conatus esistenziale, oltre che un dovere spirituale. Ché la direzione contraria, come ci dice il buon Jules Verne, si rivela, quasi sempre, quella giusta.

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‘Il Marinaio’ di Pessoa-Valentini, un meraviglioso azzardo

La stagione invernale del teatro degli Arrischianti si chiude con un elaborato esclusivo e ricercato: “Il Marinaio”, con testo di Fernando Pessoa regia di Gabriele Valentini. Tre donne sedute di…

La stagione invernale del teatro degli Arrischianti si chiude con un elaborato esclusivo e ricercato: “Il Marinaio”, con testo di Fernando Pessoa regia di Gabriele Valentini. Tre donne sedute di fronte ad un cadavere, fanno una veglia funebre lunga una notte.  Tre donne, come tre Moire mitologiche, a tessere i cavi del tempo, che affluiscono attraverso le loro riflessioni, nelle rapide del ricordo, del racconto e della proiezione dell’io nel tempo.

Francesca Fenati, seduta sulla sinistra, interpreta un’entità quanto mai immobile nel pensiero e nelle azioni, rifiuta il gesto e la parola come elemento riempitivo, poiché attraverso i gesti e le parole si scandisce lo scorrere delle storie, si legittimano il decedere del corpo e la privazione dei racconti, dei pensieri e delle parole dal sé, che lentamente muore.

Martina Guideri, all’opposto, interpreta una Moira dell’azione, che s’inerpica nelle più articolate gestazioni dell’eloquenza pur di evitare il vuoto, pur di evitare il nulla; è un’entità ingenua, naïve, infantile, che accetta qualsiasi parola per non soccombere al vuoto, a prescindere dalla veridicità, dalla giustezza, dalla proprietà e integrità etica di ciò che viene detto. Ogni parola, ogni atto, è per lei fondamentale ai fini della sopravvivenza

Poi c’è la Moira centrale, Martina Belvisi, la più complessa, oscillante nell’ascolto e nell’acquisizione delle poetiche espresse dalle due entità che le siedono lateralmente. È la chiave ermeneutica del volo coscienziale nel quale ci trasporta lo spettacolo. L’entità centrale raggiunge un’appercezione critica delle cose, degli eventi, delle parole. È lei a raccontare il Sogno del Marinaio, che non ha un finale, che non risolve nessun groviglio, che non definisce nessuna morale. Un sogno che non finisce, che non ha pretesa di essere creduto e che, come tale, viene assunto dalla scena.

La scena è composta da un fondale illuminato di blu, che sfuma verso il chiarore proprio all’arrivo dell’alba, come ad imporre il segno più, fiducioso nella ciclicità delle storie, nelle orbite esistenziali che ogni componente dei destini definisce.

Quello che rimane dubbio è se sia stato veramente legittimo caricare alcune battute rispetto ad altre, imporre una gerarchia prioritaria al sistema di concetti espressi da un testo, di per sé ricchissimo di massime, quando il messaggio basico dell’impianto espositivo dello spettacolo diceva tutt’altro, e cioè la totale stoica accettazione dei flussi, dello scorrere delle cose.

“Il Marinaio” è uno spettacolo, nella sua totalità, che deve restare, deve essere riprodotto quante più volte possibili. È un testo che va letto, amato, acquisito e poi osservato nella sua riproduzione scenica ogni volta con una maturità diversa, a conferma del relativismo epistemologico, dell’instabilità delle nostre convinzioni. Un testo che è testimone della crescita degli individui e della loro capacità evolutiva. Un testo che non è mai stato rappresentato in Italia, di cui Tabucchi stesso ne affermava l’irrealizzabile adattamento teatrale, e che Gabriele Valentini ha avuto il coraggio scriteriato ed incosciente di allestire al teatro degli Arrischianti. Alla luce di questo non possiamo che augurarci di rivederlo presto, in giro per i teatri d’Italia, alla luce di altre sapienze, di altri livelli psichici e sopratutto, di conoscenze ulteriori.

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Mein Kampf: diario di bordo #3

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo…

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo Ebreo. Un caso orribile”, torna al teatro degli Arrischianti di Sarteano il 30 e il 31 gennaio, con la regia di Gabriele Valentini.

Il video blog ci racconta le fasi di preparazione dello spettacolo: vi aspettiamo a teatro!

Diario di Bordo #1

Diario di Bordo #2

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Mein Kampf: diario di bordo #2

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo…

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo Ebreo. Un caso orribile”, torna al teatro degli Arrischianti di Sarteano il 30 e il 31 gennaio, con la regia di Gabriele Valentini.

Il video blog ci racconta le fasi di preparazione dello spettacolo: vi aspettiamo a teatro!

Diario di Bordo #1

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Mein Kampf: diario di bordo #1

Negli ambiti della scolarizzazione primaria, quando l’insegnante di turno si trovava a dover spiegare l’olocausto, una delle definizioni ricorrenti che si davano della ‘soluzione finale’, di Hitler e del nazismo,…

Negli ambiti della scolarizzazione primaria, quando l’insegnante di turno si trovava a dover spiegare l’olocausto, una delle definizioni ricorrenti che si davano della ‘soluzione finale’, di Hitler e del nazismo, erano “folle” o “pazzo”: il fascismo era illustrato come prodotto della follia, come qualcosa di inumano, fuori dalla coscienza degli uomini. È bene oggi notare quanto questo fosse profondamente rischioso: ostracizzare un prodotto dell’umanità e renderlo maligno, estraneo al nostro tempo e al quieto vivere contemporaneo, significava legittimare il suo oblio. In realtà il nazismo è stato un avvento profondamente umano, rispoP1060166ndeva a necessità che un popolo malauguratamente richiedeva. In un periodo di crisi il partito nazional socialista dava la colpa ai parassiti della società, alle fasce deboli, agli scialacquatori, e proponeva un metodo brutale per risolvere determinati quesiti. Dovremmo tenerne conto, ogni volta che leggiamo nel feed dei commenti su Facebook frasi tipo: “questi li manderei tutti ai lavori forzati” o “io li lascerei alla folla”, “li farei affondare nei barconi”, et alia. Dovremmo tenerne conto ogni volta che la ragione democratica cede spazio alla violenza, all’intolleranza e all’odio. Il nazismo è la scatologia della storia, è la “pancia del paese” ogni volta che sproloquia, le viscere di un popolo arrabbiato.

Trattare il nazismo come qualcosa di profondamente umano, qualcosa verso il quale comportarsi come ci si comporta per altri atti sbagliati dell’essere umano – e questo di fatto è l’obiettivo tecnico della commedia, aristotelicamente parlando – ecco che in questo modo lo porta ad essere un rischio continuo del presente e della propria umanità. Dovrebbe essere fondamentale stare attenti alle sue piccole quotidiane manifestazioni.

“La commedia parla degli uomini peggiori” (χείρους), quindi, delle viscere del nostro passato e del nostro presente; perché l’uomo, sia chiaro, è sempre lo stesso, risponde alle più grette necessità, ai bisogni più volgari; tutte le sovrastrutture sociali mascherano un substrato animalesco insopprimibile. Lo scherzo, la risata, ci indica le viscere. Ci ricorda dove e come si compongono le nostre lesioni, le nostre brutture, il male che alberga in ogni organismo vivente. L’obiettivo di “Mein Kampf” è quello di riderci su, trattare Hitler come una persona, trattare il nazismo come un prodotto dell’umanità, un prodotto di un popolo che ha scelto di essere in un modo, che ha scelto chi votare, di appoggiare certe politiche, certe guerre, certi imperialismi. Significa trattare noi stessi nello stesso modo, critici e capaci di scegliere, oggi come sempre, se essere dalla parte del giusto o dell’errore storico.

Il Mein Kampf di George Tabori che, prima del debutto nel 1987, lo definì provocatoriamente “Storia banale, nel senso hollywoodiano del termine. Una Grande Storia d’Amore. Hitler e il suo Ebreo. Un caso orribile”, torna al teatro degli Arrischianti il 30 e il 31 gennaio, con la regia di Gabriele Valentini.

Diario di bordo dell’allestimento.  

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Il teatro “local” di Orizzonti raccontato dagli artisti

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro…

“Ballata Per Giufà” e “Gli dei di Lampedusa” sono stati i segmenti teatrali “local” del Festival Orizzonti. Quella definita come “Compagnia del Festival Orizzonti” è una catalizzazione di un lavoro che da anni opera in tutta l’area Valdichiana, tra Montepulciano, Sarteano e Chiusi, costruendo spettacoli di alta caratura e impegno da parte dei registi, degli attori e degli scenografi. Ho incontrato Laura Fatini, autrice dei testi dei due spettacoli e regista de “Gli Dei di Lampedusa”, Gabriele Valentini, regista di “Ballata per Giufà”, Valerio Rossi, che interpreta il Giufà nello spettacolo diretto da Valentini, e Andrea Cigni, sommo direttore del Festival Orizzonti, alla fine di una lunga giornata di sudore e spettacoli, bevendo birra artigianale.

T.G. Che cos’è, quindi, il mediterraneo?

Gabriele Valentini: Il Mediterraneo, inteso come luogo fisico è “il mare tra le terre”. Come luogo spirituale, invece, rappresenta un incrocio di culture e di idee. Un grande spazio acquatico senza quei confini che purtroppo ci sono.

T.G. E ‘Giufà’ come rientra in questa definizione, in questa coordinazione geografica la storia ancestrale, la mitopoiesi dei racconti che coinvolgono questo personaggio?

Laura Fatini: Giufà è il mediterraneo. Esiste in tutti i paesi che si affacciano sul nostro mare con vari nomi e varie caratteristiche. È dal 1100 che le sue storie varcano tutte le coste del mediterraneo. Un convegno tempo fa comparò Giufà, Sancho Panza e Ulisse. Io sono perfettamente d’accordo nel considerarlo un elemento essenziale per la cultura totale del Mediterraneo.

Valerio Rossi: Il mio Giufà, invece, rispecchia il concetto – che io e il regista dopo un bicchiere di sambuca abbiamo scoperto nell’identificazione del personaggio – di “ecolalia”. Il ripetere cioè cose che ti sono state dette. forse sin da bambino, e dopo averle immagazzinate continui a ripetere involontariamente. Acquisisci le storie di tutti immettendoti così in un contesto simile a quello del luogo spirituale rappresentato dal mediterraneo, ovattato, a coste chiuse, ma pieno di racconti.

T. G.: Dopo anni ed anni di collaborazioni, tangenti Valentini-Fatini le vostre personalità artistiche si sono perfezionate. Quali sono le affinità e le divergenze tra voi due?

Gabriele Valentini: Le divergenze sono totali. Ci sono due strutture, due culture diverse. Nello specifico, la cosa divertente per “Ballata per Giufà” è stato prendere un testo di Laura e giocarci, cercando di rispettare la parola scritta, ma personalizzando la teatralizzazione: dai costumi alla regia generale. E credo di averlo cambiato completamente, rispetto a come lo aveva inteso lei.

Laura Fatini: Sì, noi vediamo i testi in maniera opposta e la cosa straordinaria è che riusciamo a fare regie insieme! Credo però che negli anni ci siamo contaminati. Lui mi ha insegnato molto l’uso delle strutture sceniche, la scenografia. Io invece non credo di avergli insegnato nulla, ma forse qualcosa sì… ho una maggiore visione d’insieme grazie a lui. Per il resto lavoriamo in maniera completamente opposta, ed è questo il bello della collaborazione. Altrimenti non ci sarebbe nessun frutto, no?

Gabriele Valentini: Se lavorassimo nello stesso senso di marcia, nella stessa direzione, sarebbe anche noioso seguire i progetti. Per me, la sfida divertente di questo Giufà, per esempio, è l’aver preso un linguaggio completamente diverso dal mio, che è quello della Fatini, scritto, e trasformarlo in qualcosa di visivo che mi somigliasse di più rispetto a ciò che lei aveva scritto.

Laura: sarebbe bello vedere in scena i due Giufà. Noterebbero tutti la totale diversità dei personaggi.

T.G: E invece, Andrea Cigni, per te è difficile collocare i registi locali con dei grandi del teatro contemporaneo? Voglio dire Insieme a Laura Fatini e Gabriele Valentini, che lavorano da anni nel territorio, hai immesso nel programma Pippo Delbono o Roberto Latini della Fortebraccio Teatro…

Cigni: Dal momento che credo fortemente in questo progetto voglio portare, il progetto che ho in mente, fino in fondo. Quindi il mio pensiero è che il territorio non si debba abbandonare. In ogni caso, non credo che sia una questione di territorialità; Valerio Rossi, per esempio, ci è nato a Chiusi, ma adesso vive da tutt’altra parte. (vive a Londra da tre anni, ndr) Credo sia una questione di opportunità, e non di provenienza. Una questione occasioni e opportunità create. Che poi io abbia scelto persone che operino qui è un dettaglio non poi così rilevante. Mi fa piacere che il festival rappresenti un punto di arrivo di realtà lontane tra loro, ma anche un punto di partenza per gli artisti che hanno scelto di rimanere qui, non per mortificarsi, ma perché credono che portare avanti un progetto nel proprio territorio abbia lo steso valore che portarlo nelle grandi città. Anche Roberto Latini, per esempio, è romano, ma ha scelto di vivere a Bologna, voglio dire. Poteva benissimo rimanere a Roma. Per cui credo fermamente che loro abbiano scelto di operare qui e sfruttare ciò che il territorio offre. a me spetta il compito di aiutarli sostenerli e creargli un terreno sul quale loro possano lavorare. Loro hanno avuto il coraggio di togliere tante persone dalla casa, dai cellulari, e riunirli intorno al valore del teatro, inteso come luogo in cui si vedono e si sperimentano delle cose.

T.G.: Sei al secondo anno di direzione artistica del festival; rispetto all’anno scorso, nell’economia generica dell’ambiente, anche relativamente alle risposte di questa terra, come si è configurata l’evoluzione, se un’evoluzione c’è stata, del “progetto Orizzonti”, a tuo parere?

Andrea Cigni: Da parte mia ho visto un radicamento molto rapido, in questi due anni. Ho fatto il primo sopralluogo nell’estate di due anni fa. Era il momento di picco turistico e dormivo in un B&B qua vicino. Chiusi mi sembrava – lo posso dire? – un piccolo Bronx. Sembrava la caduta degli dei, una desertificazione generale. Questo è stato destabilizzante, per me. Poi però ho cercato di creare degli stimoli. Il festival e la sua struttura si sono radicati, secondo me, e non soltanto per la città di Chiusi, ma anche dall’esterno: riconoscere in questo luogo un posto dove si fa teatro, in varie sfaccettature. È una crescita in controtendenza poi, perché non è così scontato avere serate piene di lunedì e martedì. Questo mi fa felice, non per me – non ci stiamo guadagnando cifre astronomiche per comprarci le ville – ma per le persone che vengono, osservano e vivono questo luogo bellissimo, in questi giorni. Sentire persone o anche i vari Pippo delBono o Latini o un musicista qualunque, che ti dicono “qui a Chiusi sono stato bene” e “Grazie” – e ti assicuro che non lo fanno per i soldi – è un bel successo per me, per quello che ha rappresentato nel mio percorso personale questo festival, e soprattutto per loro.

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