La Valdichiana

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La Memoria degli Olocausti Contemporanei – “Il Treno” agli Arrischianti

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia…

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia De Bellis, Giulia Rossi. La regia è di Giacomo Testa. La vicenda si svolge nel 1941 e racconta di un piccolo villaggio ebraico nel quale, per sfuggire all’imminente arrivo dei tedeschi, si tenta “un’autodeportazione”: finti deportati, finti nazisti su un finto treno. Il Treno è la storia di una fuga perfetta.

Ironia e malinconia accompagnano questa sgangherata comunità nel lungo viaggio verso la Terra Santa.

Il Giorno della Memoria negli ultimi anni è diventato un appuntamento fisso delle stagioni teatrali del nostro territorio. È proprio nelle motivazioni che determinano questa scelta  che alberga – a mio parere – uno dei valori principali del teatro, nella nostra società. Moltissimi media sono elementi volatili che assecondano i tempi ridottissimi delle risorse di attenzione nel nostro tempo. Molti di voi, ad esempio, non stanno più leggendo questo testo, oppure hanno già saltato a piè pari questo paragrafo; tantissimi non hanno nemmeno aperto il link dal quale hanno raggiunto l’articolo, pur avendolo – magari – condiviso. Per mantenere l’attenzione, il pubblico deve essere motivato a farlo. Le forme di rappresentazione più riflessive, che hanno il beneficio di poter occupare un lasso di tempo più lungo delle nostre giornate, sono quelle che necessitano di un ambiente chiuso e determinato, sacrale, nel quale dedicare una porzione di tempo sufficientemente lunga a qualcosa. Un luogo nel quale i telefoni si silenzino (o si dovrebbero silenziare) e non si emettano suoni (o non si dovrebbero emettere), un luogo in cui la concentrazione si rivolga solo e soltanto a un quadro scenico. La sala cinematografica e il teatro sono le due articolazioni del discorso scenico nelle quali lo spettatore è obbligato a dedicare tempo a una rappresentazione. A teatro però, a differenza del cinema, gli agenti della rappresentazione sono vivi, reali, sono presi da un demone istrionico che fa sospendere l’incredulità. Ecco, quindi, l’ambientazione del teatro come eletta per celebrare il giorno della memoria. Ché questa non sia rappresentata da un tweet, da un pensiero fugace, da un link osservato di sfuggita, ma che sia vissuta in un luogo celebrale (non cerebrale, attenzione), da persone in carne e ossa, a forzare i riempimenti psichici del ricordo di una pagina buia della nostra storia, tanto buia che rischia di essere ripetuta ancora oggi.

Il teatro degli Arrischianti di Sarteano da sempre inserisce nel suo cartellone uno spettacolo per il Giorno della Memoria. Da sempre questi spettacoli sono produzioni della Compagnia Arrischianti, sovente le migliori del repertorio. Si è visto in passato il Mein Kampf di George Tabori e più recentemente la prima assoluta italiana di Dall’Inferno alla Luna di Thiercelin. Quest’anno la virtù è ulteriore, perché c’è un esordio alla regia: quello di Giacomo Testa, già comprovato attore, apprezzato in varie vesti nei teatri tra Umbria e Toscana, e che ha deciso di dedicarsi all’arte del metteur en scène proprio in occasione di questa ricorrenza. Gli abbiamo rivolto alcune domande, a pochi giorni dallo spettacolo.

 

LaV: È il tuo esordio alla regia. Come ti trovi in questa veste?

Giacomo Testa: Considera che io ho già fatto delle piccole regie, in passato. Per piccole intendo proprio cose ridotte: monologhi, brevi spettacoli, in piccoli spazi. Per me è esordio alla regia di uno spettacolo lungo e corale. La mia prima regia articolata, diciamo. Devo dire che non è facile gestire il tutto. Dalla parte dell’attore non ci si rende mai conto della misura del lavoro che il regista porta avanti. L’attenzione effettiva che richiedono i piccoli dettagli, il coordinamento dei costumi, dell’allestimento, così come la gestione degli attori. È stato interessante confrontarmi con le varie interpretazioni che il testo subisce durante le prove.  Il lavoro fondamentale con gli attori è proprio questo, vedere cosa esce dalla loro recitazione, lavorare con loro per farli uscire dalla comfort-zone.

LaV: Quali strumenti hai utilizzato per imparare a fare una regia?

GT: Quello che ho cercato a fare da attore è stato rubare con l’occhio. Lavorare il più possibile con persone esperte, con professionisti, per assimilare da loro la qualità pratica. Fortunatamente sono anche un grosso consumatore di teatro, vado a vedere quanti più spettacoli possibili. Quindi ho avuto, da una parte, una formazione da autodidatta. In più ho frequentato laboratori di drammaturgia che sono stati illuminanti. Agli Arrischianti ho seguito i corsi di scrittura e drammaturgia di Angels Aymar,  e prima ancora con la Compagnia Del Pino di Terni.

LaV: Intorno a te hai però il pieno supporto della Compagnia Arrischianti, no?

GT: Sì, c’è Gabriele Valentini che ha curato le coreografie degli attori, la scenografia invece è di Simone Ragonesi e il disegno luci di Laura Fatini, i costumi della Vittoria Bianchini e Angela Dispenza che è l’aiuto regia…

LaV: Le musiche sono originali e sono composte da un musicista d’eccezione, Giacomo Rost Rossetti dei Negrita. Come lo hai coinvolto nel progetto?

GT: Giacomo è un amico. Gli ho chiesto di partecipare e lui ha accettato.

LaV: Lo spettacolo tratto da Train de Vie di Radu Mihăileanu, in che modo si misura con il film?

GT:  Più che “tratto” direi “ispirato”. È uno spettacolo che si ispira al film Train de Vie, non ha la presunzione di essere un rifacimento teatrale, o peggio una riduzione fedele. L’idea di fondo sì, è quella raccontata dal film. Poi da lì partono molti microcosmi che passano dal surreale al simbolico. Ho aggiunto intere parti di dialogo che non ci sono nel film, per rendere più mio lo spettacolo.

LaV: Di che valori si rinnova quest’anno il giorno della Memoria?

Il Giorno della Memoria dell’Olocausto potrebbe essere allargato ai tanti olocausti contemporanei. La Memoria va ricercata di giorno in giorno, e ne abbiamo fortemente bisogno, basta dare un’occhiata alle notizie che abbiamo. Nel mondo ci sono migliaia di olocausti, migliaia, che restano sottotraccia, di cui non siamo informati o peggio di cui non ci vogliamo informare. La celebrazione della memoria dovrebbe essere viva tutti i giorni.

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Un pretesto per parlare di noi: “Prove di Miles Gloriosus” agli Arrischianti

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine…

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine degli attori è composta da Laura Scovacricchi, Pierangelo Margheriti, Francesco Storelli, Guido Dispenza, Calogero Dimino, Giulia Peruzzi, Giulia Roghi, Matteo Caruso, Silva De Bellis, Martina Belvisi e Francesco Pipparelli. La replica del 31 Dicembre coincide con il tradizionale veglione di Capodanno a Teatro, format ormai assodato e di comprovato successo marcato Nuova Accademia Arrischianti.

Trentadue anni di Nuova Accademia Arrischianti. Trentadue anni di vicende accumulate, più di cinquanta spettacoli prodotti, centinaia personaggi che hanno attraversato le tavole del teatro in Piazza XXIV Giugno. Un teatro che si è sempre più identificato per la sua caratura distintiva, il suo essere laboratorio permanente, opificio artistico di arti performative e di esperienze umane. Laura Fatini, responsabile dei laboratori, ha lavorato quest’anno allo spettacolo di “capodanno” giocando con l’alchimia testuale di un classico tra i classici. Il Miles Gloriosus di Tito Maccio Plauto è un pretesto per confrontarsi con il percorso che una compagnia e un teatro di provincia hanno intrapreso negli anni, con le loro contraddizioni, le loro tensioni, le loro passioni, le loro inestinguibili bellezze. Ne abbiamo parlato con la regista Laura Fatini.

Il Miles Gloriosus nel 2018 significa non solamente recuperare un testo classico latino ma addirittura una fabula palliata, e quindi una commedia latina di argomento greco, che già di per sé era recupero del passato nel II secolo a.C.; come hai filtrato questi passaggi in uno spettacolo da consegnare oggi, al pubblico locale, sotto le feste?

“Dopo la strepitosa esperienza del Giufà avevo deciso di non riproporre un testo mio. Plauto è un autore sempre molto piacevole e quindi ho deciso di lavorarci su. Ho iniziato pensando all’Amphitruo, in assoluto il mio preferito: si tratta però del primo testo che ho fatto con Carlo Pasquini, e per questo ha un’aura sacrale, è per me intoccabile. Ho un ricordo estremamente bello di quel lavoro, che era fatto in maniera perfetta. Per il profondo rispetto di quel ricordo, ho preferito scegliere un altro testo plautino. Mi sono tuffata allora sul Miles Gloriosus, che avevo messo in scena tempo prima, con i bambini. Ho approfondito molto la traduzione pasoliniana del testo, che sporcava la parola, attraverso il linguaggio popolare, per avvicinarsi di più a Plauto. Detto questo, il Miles è molto contemporaneo, parla di una persona che millanta, parla di una società che si basa sull’inganno, che si basa sul dire di sé piuttosto che sull’essere. Ho quindi ridotto il testo, che però sentivo mancasse ancora di qualcosa. Alla fine mi è venuta in mente l’idea di utilizzarlo come pretesto…”

In effetti il titolo è “Prove” di Miles Gloriosus: un accenno forse al metateatro?

Questo spettacolo parla di nascondimento, del cambio di percezione che si ha del personaggio a seconda dei vestiti che porta. Agli Arrischianti abbiamo una sala dei costumi enorme  che è un vero e proprio tesoro di meraviglie. Ho deciso di ambientare lo spettacolo proprio in una costumeria. E sì, da lì ad approdare al meta teatro è stato immediato. Sono riemerse quindi quelle che sono le mie radici teatrali con il Teatro Povero di Monticchiello: l’autodramma, il mettere in scena noi stessi.”

Quindi cosa racconta realmente questo spettacolo? 

“Dunque: una compagnia di provincia ogni quattro anni mette in scena il Miles. È una tradizione che non è mai stata interrotta. Dopo la quinta volta, i giovani iniziano a stancarsi: dopotutto il Miles è polveroso, è misogino, è antiquato. I vecchi invece dicono che il teatro classico sono le radici, e lì bisogna ritornare. I vecchi sanno a memoria le parti e come succede spesso alle compagnie, quando si vedono i costumi che sono serviti per fare un altro personaggio, vengono in mente le battute. La compagnia cerca di andare avanti a trovare i costumi, ma c’è sempre qualcuno che tira fuori parte di Romeo e Giulietta o di Sogno di una notte di mezza estate… Emergono quindi tantissimi elementi di autoanalisi, da parte della compagnia e tra i personaggi si chiarificano tre gruppi distinti di visione delle cose: la tradizione un po’ annoiata che è la base, poi i giovani che sono già dentro questo meccanismo e poi ci sono quelli che vedono questo mondo da fuori. Chi vede questo mondo da esterno, infatti, percepisce la compagnia teatrale come una setta, come un gruppo di disadattati. C’è una battuta di uno di questi che fa più o meno così: «è sabato sera e siamo al freddo, bevendo un birra calda in attesa di una pizza fredda: perché?…»”

C’è come un voyeurismo di base nelle intenzioni del pubblico, quando si ritrova ad apprezzare film o spettacoli che svelino il retroscena, o talvolta l’o-sceno del teatro. Di recente ho riguardato Le dernier métro di Truffaut, ma pensiamo anche a Birdman che qualche anno fa ha sbaragliato il mercato cinematografico  internazionale. Visto che nella storia della Compagnia Arrischianti c’è anche una riuscitissima produzione di Rumori Fuori Scena, secondo te a cosa è dovuto questo interesse per il dietro le quinte da parte del pubblico? Come lo elabori nei tuoi lavori?   

“Penso che il pubblico senta la vulnerabilità dell’attore. La compagnia è un po’ come la fotosfera solare, composta da tanti elementi in continua combustione. Credo che il pubblico senta il magnetismo della compagnia, questo circolo di auto sostegno, in cui tutto funziona perché  c’è un patto tra tutte le persone presenti in scena e fuori scena, per il quale tutti accettano di credere in qualcosa che di fatto è artificiale. Coleridge la chiamava “volontaria sospensione dell’incredulità”. Il pubblico sta lì e volontariamente sospende l’incredulità e dice: ok, ti credo. Banalmente, il teatro amplifica le relazioni umane, sia quelle interne tra gli attori, sia quelle tra attori e pubblico. Quindi banalmente il pubblico si sente estremamente attratto da questa dinamica. È un magnetismo.”

La Compagnia Arrischianti si è sempre configurata come un “collettivo”, una comunità in continua crescita. C’è anche questo nello spettacolo?

“Nello spettacolo c’è anche questo. La Compagnia Arrischianti ha vissuto varie fasi, e vive una continua mutazione. Nello spettacolo ho cercato di raccontare anche questo: c’è chi ha impegni fuori dal teatro ovviamente, c’è l’esistenza prosaica che incombe: la casa, il lavoro, la vita che cambia. Come ho detto, mutuando dal Teatro Povero di Monticchiello, il Miles è un pretesto per parlare di noi. Di autodrammatizzarci. Mi sto rendendo conto che il mio teatro è questo: qualcosa che crei confronto, sostegno, supporto, aiuto. La forza comunitaria che nasce dal vivere insieme.”

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Sarteano Jazz & Blues – Intervista a Battista Lena

La prima edizione del Sarteano Jazz & Blues risale al 1990 e per i successivi ventinove anni, ogni agosto, ha riempito il borgo toscano di blue note e improvvisazioni. Nel…

La prima edizione del Sarteano Jazz & Blues risale al 1990 e per i successivi ventinove anni, ogni agosto, ha riempito il borgo toscano di blue note e improvvisazioni. Nel 2018, alla XXVIII° Edizione, il festival sceglie come direttore artistico Battista Lena, uno dei più importanti chitarristi jazz d’Italia, docente di perfezionamento musicale a Siena e a Roccella Jonica nonché vero e proprio militante della musica: i suoi progetti musicali spaziano dall’opera jazz all’ambient, dalla colonna sonora alla propedeutica dello strumento. Dal 5 di agosto sarà presente a Sarteano, in occasione dell’anteprima del festival, presso il Chiostro Cennini, con il Pedro Spallati Quartet. Alle 19:00 i musicisti potranno incontrare il pubblico, presso il Teatro Comunale degli Arrischianti, moderati da Stefano Zenni, e a seguire Marco Lodoli leggerà dei brani dal suo libro “I Professori e gli Altri Professori”.

Abbiamo incontrato Battista Lena per rivolgergli qualche domanda sulla sua esperienza.

LaV: Il festival è alla sua ventinovesima edizione. Come si è evoluto nel tempo e come questa edizione si inserisce in questa evoluzione?

Battista Lena: Questo festival ha sempre avuto un carattere. Questo accade quando la persona che lo sovrintende ha una sincera passione per il Jazz come nel caso di Sergio Bologni. Per quanto mi riguarda ho cercato di non disperdere questa impostazione e questo patrimonio portando la mia esperienza di musicista militante.

LaV: Nel programma viene coinvolta anche la banda di Chianciano Terme e Sarteano: quali sono gli stimoli che un professionista riceve dal performare con i non-professionisti?

BL: Amo collaborare con i musicisti amatoriali, il primo esperimento, Banda Sonora, risale a oltre 20 anni fa (e fu ospitato al Sarteano Jazz&Blues) e da allora questo aspetto della mia attività non si è mai arrestato. Se non suonasse enfatico direi che ogni concerto è un piccolo miracolo di imperfezione e di dedizione che ancora trovo bellissimo.

LaV: Parlando del territorio: a pochi chilometri da Sarteano ci sono sia uno dei più importanti istituti di formazione jazzistica (il Siena Jazz), sia uno dei più importanti festival jazz d’Europa (Umbria Jazz). quali sono a tuo parere i punti di forza che può acquisire un festival dedicato a questa attitudine musicale in un luogo come Sarteano?

BL: Ovviamente non possiamo e non vogliamo misurarci con un colosso come Umbria Jazz. Qui però siamo liberi: il piccolo budget comporta una grande libertà, anche di sperimentare. È un festival rivolto naturalmente ai forestieri, ma anche molto alla comunità di Sarteano e nei prossimi anni potrebbe crescere ed aprirsi ad altre discipline.

LaV: Nell’attuale panorama contemporaneo, in cui la tecnologia e la standardizzazione dei suoni e degli schemi compositivi sembra ormai la pratica consolidata per il successo, cosa può trovare oggi il pubblico nel jazz? 

BL: Proprio nel momento in cui certe pratiche possono apparire totalizzanti si cerca il contrario: la libertà, la spontaneità di un linguaggio come quello jazzistico che non rifugge la complessità e che offre un ventaglio molto ampio di mondi espressivi.

Il Sarteano Jazz and Blues è prodotto dalla Nuova Accademia degli Arrischianti, un’entità culturale attiva soprattutto nell’ambito del teatro di prosa: nel programma del festival è presente anche il reading di Marco Lodoli, nonché l’allestimento di Cosmonauti Russi, l’opera jazz che si avvale della prosa per l’assetto liricistico. Ma in generale, che rapporto c’è secondo te tra il jazz e le parole?  

BL: Fra musica in generale e parola esiste un rapporto complesso e talvolta conflittuale. Il senso della parola, il significato e l’assenza di significato della musica, che è autosufficiente come diceva Stravinskij. L’alchimia fra questi elementi, al di là delle formule già codificate per enfatizzare questo o quel sentimento, è ancora un ambito tutto da esplorare.

La tre giorni di festival decollerà venerdi 24 Agosto, in Piazza San Lorenzo Gabriele Mirabassi al clarinetto, Cristina Renzetti alla chitarra – e alla voce – e Roberto Taufic alla chitarra. Il 25 Agosto il Roberto Gatto Trio si esibirà in Piazza San Lorenzo e Domenica 26 l’opera di Battista Lena “Cosmonauti Russi”, chiuderà il programma con la partecipazione di Giorgio Tirabassi. Ogni sera, dalle 23:30, presso il Chiostro Cennini, gli After Hours composti da Marcello Lupoi, Andrea Ambrosi e Giovanni Paolo Liguori, animeranno i fine serata.

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Vivaio Arrischianti: intervista a Ludovico Cosner

Venerdì 13 aprile va in scena al teatro Arrischianti di Sarteano, Il ballo degli Inadatti, saggio finale del Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore di Laura Fatini. A differenza di tanti laboratori,…

Venerdì 13 aprile va in scena al teatro Arrischianti di Sarteano, Il ballo degli Inadatti, saggio finale del Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore di Laura Fatini. A differenza di tanti laboratori, quello sarteanese differisce dagli altri per la sua ambizione di formazione globale: non solo attori escono dalle stanze del teatro in piazza XXIV Giugno, ma anche tecnici, direttori di scena, scenografi, costumisti e registi.

Probabilmente la formazione di un regista è la più delicata tra le propedeutiche, rischiosissima in contesti come quello del teatro locale. Laura Fatini però ha indicato Ludovico Cosner come regista per questo spettacolo. Lo abbiamo incontrato prima del debutto e gli abbiamo rivolto alcune domande.

La Valdichiana: La domanda iniziale è scontata: cosa ti ha spinto a metterti nella scomoda posizione della regia? Quale è stato il percorso che ti ha portato ad approfondire questo mestiere?

Ludovico Cosner: A fare il regista ci sono finito un po’ per caso. Il mio percorso da assistente alla regia, principalmente di Laura Fatini, è iniziato perché volevo imparare proprio da Laura come scrivere meglio. Lei mi ha suggerito di vedere come funzionava il teatro, altrimenti non sarei stato in grado di scrivere in modo adeguato per la scena. Ho quindi assistito Laura in moltissimi spettacoli, sia per gli Arrischianti che per l’Orto del Merlo (Compagnia di Cetona). Laura ha dovuto gradualmente lasciare la guida di quest’ultima per impegni lavorativi e quindi nell’estate 2016 mi sono trovato a collaborare alla regia dello spettacolo “Le donne al governo”, sempre di Laura. Questo spettacolo è stato riportato in scena nell’inverno 2017 al Festival di Teatro Artigianale di Città della Pieve e, a causa di impegni vari, né Laura né Giulia Peruzzi (che aveva collaborato con me alla regia estiva) hanno potuto affiancarmi nella gestione degli attori in scena. A quel punto Laura ha pensato che fossi pronto per una “avventura in solitaria” e mi ha proposto di occuparmi dello spettacolo dell’estate 2017: dati i presupposti dell’Orto del Merlo (costruire rete sociale attraverso il teatro) era importante che a dirigere la Compagnia fosse qualcuno che ne faceva parte, non un esterno chiamato a svolgere un lavoro. Così ho adattato “Il Povero Piero” e del risultato (“Morte a Sorpresa”) ho curato la regia. Per me è stata una rivelazione. Fino a quel momento pensavo che la regia potesse interessarmi solo come attività collaterale alla “vita di Compagnia” e, soprattutto, all’attività drammaturgica. Invece dalla prima prova in cui ho potuto mettere in scena una mia visione (nel 2016 la regia era comunque di Laura) ho realizzato che c’era un nuovo mondo che volevo esplorare…probabilmente perché le mie giovanili attitudini dittatoriali trovavano finalmente sfogo! Da quel momento è cambiato il modo in cui vedo il mondo e, soprattutto, ogni forma di intrattenimento di cui fruisco. Nel mio cervello è scattato qualcosa e si è aperta una nuova porta su una stanza che fino all’anno scorso avevo pensato di esplorare solo attraverso la narrazione. Poi a ben guardare è cambiato anche il mio modo di scrivere. È diventato tutto molto più personale, con una visione più decisa e più chiara. Che non vuol dire migliore, ma per me sicuramente più soddisfacente. Adesso mi trovo a dirigere il mio primo spettacolo in un teatro (l’Orto del Merlo va in scena all’aperto) e quest’estate proprio a Cetona andrà in scena il mio primo testo originale. Sul perché io adesso stia scegliendo consapevolmente di occuparmi di regia, posso rispondere (in modo forse un po’ melenso) che sto trovando la mia voce nel mondo.

LaV: Laura Fatini ha scritto di averti indicato solamente il testo e gli oggetti da utilizzare (una scopa, un bicchiere, un pezzo di stoffa): secondo te è stato un modo per fornirti libertà creative o per metterti alla prova?

LC: Il Laboratorio Stabile di Tecnica d’Attore, di cui “Il Ballo degli Inadatti” è l’evento conclusivo per l’anno 2017-18, quest’anno è diventato un laboratorio anche per un regista: il Laboratorio è stato condotto come sempre da Laura, che però ha pensato poi di usare lo spettacolo conclusivo come momento di crescita sia per gli attori che per me. Proprio in quest’ottica, le scelte che Laura mi ha “imposto” sono state un modo per mettermi alla prova: lei si è messa nel ruolo di commissionatrice dello spettacolo e ha cercato di mettermi nelle condizioni in cui un regista può trovarsi nel lavorare ad uno spettacolo su commissione. Al tempo stesso, quando Laura mi ha comunicato queste limitazioni, mi ha anche ricordato che spesso dai limiti deriva uno scatto di creatività. E in effetti così è stato. I tre oggetti, per esempio, sono diventati di tutto: porte, chitarre, scettri del potere, fruste… C’è poi anche da dire che il reperimento degli oggetti di scena (con conseguente lavoro su di essi per renderli adatti) è sempre stata un’operazione a me poco congeniale. Si vede che proprio non è nelle mie predisposizioni, anche se me ne occupo in molti spettacoli. Però questa volta avere solo quegli oggetti, già decisi, mi ha anche liberato dalla ricerca di tutto quello che altrimenti mi sarebbe potuto servire!

LaV: Quali sono i tuoi “riferimenti”, i modelli o gli spunti che muovono le scelte dell’artificio drammaturgico?

LC: Dopo aver letto questa risposta Laura probabilmente mi dirà per l’ennesima volta “Ti devo dare tutti i numeri di Hystrio che ho a casa!” Il fatto è che nell’ambito teatrale ho una certa ignoranza. Non ho mai studiato davvero il teatro, non ho mai fatto un lavoro sui classici. Piano piano sto cercando di sopperire alla mancanza, che però intanto c’è ed è inutile negarlo. Ovviamente, nei modelli che posso prendere a riferimento per il teatro c’è Laura, e sarebbe anche strano il contrario, sebbene in realtà via via che mi chiarisco le idee su che tipo di regista voglio essere diventa evidente una certa differenza artistica tra di noi. D’altra parte non posso non tenere presente l’altro regista degli Arrischianti, ovvero Gabriele Valentini. Con lui ho lavorato meno, ma se chiedi a qualsiasi attore Arrischianti che è stato diretto da me o che ha visto un mio spettacolo ti dirà che ho proprio dei tratti “valentiniani”: credo si riferiscano a un certo gusto per l’estetica e, forse ancor di più, a idee sceniche che sono kitsch, o trash.

Per “Il Ballo degli Inadatti” in particolare, la mia idea di regia è stata stravolta dalla visione del “Macbettu”. Non sto dicendo che il mio spettacolo assomigli al “Macbettu” o lo possa anche solo guardare da lontano, però il gioco degli attori con la scenografia nello spettacolo di Alessandro Serra mi ha spinto a usare al massimo delle possibilità quel poco di scena che abbiamo noi. Vedere il “Macbettu”, più in generale, mi ha spronato ad osare.

Se poi usciamo dall’ambito strettamente teatrale, uno dei punti fissi che ho in testa sono i musical con quei loro momenti di irrealtà assoluta. Oppure mi diverte molto guardare i videoclip di artisti vari, perché quando sono fatti bene hanno un piglio teatrale che mi stimola. Certamente molte cose che si realizzano in video in teatro non si potrebbero fare, ma mi piace attivare percorsi mentali diversi che poi magari si incontrino in punti inaspettati.

LaV: Come ti sembra il confronto con una compagnia di coetanei?

LC: Sono passato dal dirigere (l’estate scorsa) una compagnia fatta quasi solo di persone che hanno l’età dei miei genitori ad una compagnia in cui sono quasi tutti nella mia fascia d’età, e devo confessarti che nel momento in cui ho iniziato a lavorare allo spettacolo non ci avevo neanche pensato a questa differenza. Me ne sono reso conto adesso che mi hai posto la domanda. Sarà che, sia in un caso che nell’altro, sono quasi tutte persone che già conoscevo. Sarà forse per altri motivi. In ogni caso, il confronto con i coetanei non è stato particolarmente diverso da quello con persone più grandi. Ho visto che bene o male tutti si fidano di me (oppure riescono a farmelo credere!). Penso che il mio vero problema sarebbe confrontarmi con una compagnia fatta completamente di bambini o comunque ragazzi molto più piccoli di me!

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Vedi alla Voce – Nina’s Drag Queen

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il…

C’è una cornetta che diventa un microfono. Un uomo che diventa bambola. Un corpo vivo che diventa macchina teatrale meta-testuale capace di proiettare sé stessa tra il dentro e il fuori del testo. È la porzione di un intero drammaturgico allestito dalla compagnia Nina’s Drag Queen, in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano il 4 febbraio 2018. Vedi Alla Voce Alma, è il titolo ed è interpretato da Lorenzo Piccolo, con la regia di Alessio Calciolari.

Il plesso narrativo dello spettacolo si basa su due vettori: il primo è un tradizionale testo di teatro borghese che funge da impalcatura drammaturgica, il secondo è una storia vera, allo stesso modo struggente.

Il testo teatrale di riferimento è La voce umana di Jean Cocteau. Il monologo per donna, opera del drammaturgo francese, scritto nel 1930, che fa ruotare tutto il crescendo di disperazione della protagonista femminile attorno all’inefficienza del servizio telefonico parigino: la donna, abbandonata, cerca di parlare con l’ex amante al telefono, tra pianti e disperazione sentimentale. Il testo è famoso in Italia per la sua interpretazione di Anna Magnani, diretta da Roberto Rossellini nella pellicola L’Amore, del 1948.

La storia vera è invece quella di Alma Schindler, meglio nota come Alma Mahler o – come l’hanno ribattezzata i manualisti – la “Vedova delle Quattro Arti; moglie e vedova di Gustav Mahler; divenne musa e amante di grandi artisti legati alla Secessione Viennese dalla Kunstgewerbeschule, come Klimt e Kokoschka. Si sposò poi con l’architetto Walter Gropius dal quale divorziò a causa di una relazione che aveva instaurato con lo scrittore Franz Werfel. Questi diventò poi il suo terzo marito, il quale morì di infarto nel 1945, lasciandola vedova per la seconda volta. Ma è la vicenda che la lega a Oscar Kokoschka che ha attratto le Nina’s Drag Queen – e non solo – per imbastire un percorso di forte impatto immaginifico sulle meccaniche dell’abbandono. Il grande pittore e la donna – così raccontano le biografie – si frequentarono per due anni, nella Vienna ruggente degli anni ’10. Lui dipinse un quadro intitolato La sposa del vento, in cui raccolse espressivamente tutto il fulgore che quella relazione scatenava nel suo animo. Venne poi chiamato al fronte, durante la Grande Guerra, e lei, invece di aspettarlo, decise di troncare la relazione. Oscar, cieco di amore e gelosia, scatenato da una collera morbosa e furibonda, decise di contattare la modista Hermine Moos per costruire insieme a lei una bambola a immagine e somiglianza di Alma. L’amante posticcia venne realizzata secondo le proporzioni effettive della ex-compagna, con una minuziosa precisione nella riproduzione di tutte (proprio tutte) le parti del corpo, nascondendo le cuciture. Lui comprò per la bambola vestiti costosi e biancheria intima, ordinava alla servitù di servirla, la portava con sé nelle occasioni pubbliche e la dipinse in numerosi quadri.

Secondo una dinamica interpretativa che potremmo definire a matrioska, una dentro l’altra queste vicende – e i personaggi ad esse legati – voltolano nella voce e nei gesti del bravissimo Lorenzo Piccolo, che alterna i commenti alla vicenda con immedesimazioni dei personaggi, fino alla trasposizione melologica  della narrazione servendosi del playback e del lip-sync di canzoni e frammenti filmici. Dentro c’è Mia Martini, Patty Pravo, Ornella Vanoni che si mescolano al teatro borghese degli anni venti.

 

Abbiamo incontrato i due “responsabili” di Vedi Alla Voce Alma e abbiamo fatto loro delle domande.

V: Come funziona la catena di interpretazioni di questo spettacolo? Come è gestita la molteplicità di voci e di corpi nel unicità del monologo?

Lorenzo Piccolo: Noi siamo partiti dal testo di Cocteau che è un monologo per donna – tra l’altro il primo monologo femminile della storia del teatro – e segna proprio per questo un punto chiave della drammaturgia moderna. Ci interessava, nel momento in cui utilizziamo la Drag Queen come maschera teatrale, questo aspetto. È un testo interessante, ma anche molto strano: molte cose non si capiscono. Poi è molto datato perché è dentro una struttura di teatro borghese del 1930. Quindi innanzi tutto Vedi Alla Voce Alma nasce da un rapporto di amore-odio verso questo testo. Da un lato ha degli evidenti aloni di muffa, dall’altro è legato alle grandi attrici: lo ha fatto la Magnani, la Bergman, recentemente la Asti, la Proclemer, c’è pure un’opera lirica di Francis Poulenc. Ha quindi qualcosa di mitologico e affascinante. Cocteau cerca di analizzare la psicologia dell’abbandono e dello struggimento con metodi un po’ vecchiotti. Il nostro tentativo è stato lavorare per mezzo di una dialettica, di uno sguardo critico nei confronti del testo, che si configurasse con un passaggio dentro-fuori dalle parole del copione originale. Abbiamo aggiunto musiche, brani da film. Abbiamo reso questo gioco in maniera evidente con l’uso del playblack. Abbiamo svelato l’artificio dell’attore. Il playback infatti è fare una cosa e guardarti mentre la fai. Abbiamo usato anche molte delle didascalie che Cocteau ha immesso nel testo originale, commentandole in scena. Cose scritte che fanno un po’ ridere. Ad un certo punto ad esempio troviamo «Il sipario rivela una camera da delitto. Davanti al letto, per terra, è sdraiata una donna con una lunga camicia, come assassinata. L’autore vorrebbe che l’attrice desse l’impressione di sanguinare, di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l’atto in una camera piena di sangue». Sì vabbè Cocteau, mo’ lo faccio… (ride). Ecco, lui aveva queste visioni, era un po’ pazzerello, ricordiamo che era anche disegnatore e cineasta, un artista estremamente visivo, il problema è che scriveva didascalie sostanzialmente inutili dal punto di vista drammaturgico. Spesso l’interprete esce dall’interpretazione per commentare le didascalie stesse… c’è molta ironia anche su questo.

 LaV: La Drag Queen ha la possibilità di passare dal kitsch alle citazioni colte, da Moira Orfei ad Anna Magnani, dal trash sublime alla cultura alta: mantenendo sempre una coerenza: come funziona il bagaglio culturale di una Drag?

Alessio Calciolari: Noi usiamo la drag queen come maschera. Attraverso questa prendiamo più anime e ce le mettiamo addosso le interpretiamo e le usiamo come mezzo di comunicazione. Essendo la drag un immagine fantastica, estrema, entrarci è molto divertente

Lorenzo Piccolo: Sia per l’interprete che per il pubblico. C’è un elemento di piacere che ingaggia il pubblico. C’è un procedimento ironico: se sei un uomo che fa la donna il tuo corpo è ironico, i tuoi gesti lo sono.

Alessio Calciolari: Attraverso quest’ironia si riesce a prendere qualsiasi punto di riferimento alto o basso. Si può prendere Raffaella Carrà,  parlando di tradimento in maniera seria e pesante, o una Callas che in Traviata si strugge d’amore e portarla in scena senza quel peso che portava durante l’opera e veicolarla per rappresentare ciò che serve in quel preciso momento.

 LaV: Il circuito del teatro indipendente come se la sta passando? Quali sono i circuiti nei quali si può inserire una compagnia indipendente?

LP: Il teatro indipendente sta male. I grandi teatri stabili non si prendono il rischio di proporre cose non confromi. Sì, anche se molte sono scuse: spesso il nostro spettacolo viene rifiutato perché “il pubblico non è pronto”. Non è pronto “alle drag queen”, non è pronto “all’argomento…”: stupidate, non è vero niente. Sono solo giochi politici. È un modo abbastanza sciocco di andare sul sicuro, con il grande nome. I grandi teatri cercano la rassicurazione anziché lo stimolo e la crescita del pubblico. Se sei un programmatore devi pensare che il tuo pubblico è intelligente – ché il pubblico è sempre intelligente anche quando non lo sa –  e non ha bisogno della copertina o di sentirsi dire che tutto va bene. Per questo le piccole compagnie oggi fanno fatica. L’unica risposta che abbiamo è fare il nostro lavoro nel modo più intellettualmente onesto possibile.

AC: Dobbiamo poi dire che anche le compagnie indipendenti, lo sono per modo di dire. Ad esempio Con la nuova produzione abbiamo sia il Metastasio di Prato che il Carcano di Milano. La compagnia indipendente per sopravvivere ha bisogno di appoggi e tutele da parte o dei grandi premi o dei grandi teatri.

LP: Il nostro focus adesso è più artistico. Con questo spettacolo abbiamo avuto la collaborazione di Daria Deflorian. La nostra attenzione è cercare di crescere noi da dentro e sperare che questo venga riconosciuto.

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“Harvey” al Teatro degli Arrischianti: un elogio alla follia

La follia che rimane coerente in mezzo ai “sani”: un topos estremamente funzionale, specie in un contesto sociale nel quale sempre più si tende a stigmatizzare la diversità e l’Altro…

La follia che rimane coerente in mezzo ai “sani”: un topos estremamente funzionale, specie in un contesto sociale nel quale sempre più si tende a stigmatizzare la diversità e l’Altro come errori, rispetto al senso comune condiviso. La follia che marchia gli imprevisti, l’incontrollabile, lo squilibrio, è un’autodifesa psichica, insita nel Über-Ich delle società moderne. Fortunatamente la letteratura interviene, ormai da almeno due secoli, a sbugiardare certe innegabili contraddizioni che muovono il giudizio alla base dell’appellativo “pazzo”. In questa tradizione di elogio alla follia, cui sono ascrivibili giganti del teatro, prosa, cinema e poesia come  Erasmo da Rotterdam, Robert Louis Stevenson o Lewis Carroll, si inserisce anche Mary Chase che nel 1944 firma una pièce intitolata Harvey. La vicenda parla di un uomo che «per trentacinque anni ha lottato contro la realtà e l’ha vinta fuggendola».

Harvey va per la prima volta in scena al Teatro della quarantottesima di Broadway il 1 novembre 1944. Resterà nel marquee fino al 15 gennaio 1949, dopo 1775 repliche. Il successo è enorme, tanto che l’anno seguente la Chase vince il premio Pulitzer e, neanche dieci anni dopo il debutto, Henry Koster ne firma una trasposizione cinematografica, per la quale Josephine Hull si aggiudica sia un premio Oscar, sia un Golden Globe, come miglior attrice protagonista. L’Academy di Los Angeles menziona anche James Stewart, protagonista della pellicola, con una nomination al miglior attore protagonista.

La base narrativa è stimolante e storicamente incollocabile. I fratelli Elwood e Veta Louise vivono in una grande casa assieme alla figlia di Veta, Myrtle Mae. Elwood però afferma di avere per amico un grosso coniglio bianco, di nome Harvey, appassionato bevitore e conoscitore del presente, del passato e del futuro. Stanca dei problemi generati dalle stranezze del fratello, decide di farlo internare presso la clinica psichiatrica del Prof. Chumley, soprattutto per evitare che le malelingue dell’alta società cittadina intacchino la reputazione della loro famiglia. Questa è la basa narrativa della commedia, la quale poi si sviluppa secondo una pletora di malintesi, qui-pro-quo, colpi di scena e brillantissimi espedienti drammaturgici, propri della grande commedia americana.

Gabriele Valentini dirige la Compagnia degli Arrischianti nella tripletta di repliche di fine anno, incluso lo spettacolo inserito nel programma del veglione di capodanno del 31 Dicembre: per l’occasione la compagnia si compone di Calogero Dimino nei panni di Elwood, Maria Pina Ruiu che è Veta Louise, Giulia Rossi è Myrtle Mae, Guido Dispenza interpreta il Prof. Sanderson, Martina Belvisi è Miss Kelly, Daniele Cesaretti è Wilson, Stefano Bernardini è il Prof. Chumley, Flavia Del Buono è Betty Chumley, Francesca Fenati è Mrs. Ethel Chauvenet, Giordano Tiberi è Logfren. Ah, e c’è pure il sottoscritto, che interpreta l’Avv. Gaffney.

Tutto ruota intorno alla visione – o “presenza” a seconda dei punti di vista – del  Pùca configurato nella fattezze di un coniglio, Harvey. Il Pùca è una creatura che vede le sue origini nel folklore celtico: uno spirito, generatore di buona e cattiva sorte, che protegge gli “ultimi” della società, amante degli alcoolici e delle persone con la testa fra le nuvole. Il Pùca-coniglio ha ispirato moltissimi espedienti nella cultura popolare, a partire dal Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie, di Lewis Carroll, e più di recente nel film di Richard Kelly, Donnie Darko. In Harvey, il Pùca è la noce semantica rivelatrice, epifanica, che svilisce qualsiasi pregiudizio sociale, distrugge ogni possibile normalizzazione comportamentale, nell’accettazione delle stranezze e delle “malattie” che sono in fondo le nostre cifre personalizzanti.

Lo spettacolo va in scena a Sarteano il 29 e 30 dicembre alle 21:15, e il 31 alle 22, con il tradizionale veglione in teatro.

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Il doppiaggio italiano è vivo: Angelo Maggi a Sarteano

Sarebbe pleonastico ribadire quanto la tradizione del doppiaggio italiana sia un primato internazionale, per qualità e ricerca, per caratura degli interpreti e la raffinata tecnica che con i decenni si…

Sarebbe pleonastico ribadire quanto la tradizione del doppiaggio italiana sia un primato internazionale, per qualità e ricerca, per caratura degli interpreti e la raffinata tecnica che con i decenni si è andata costituendo, ma nell’era di Netflix, delle serie tv in lingua originale, dello streaming imminente, le ragioni e i criteri del doppiaggio italiano sembrano divenuti una di quelle pratiche artigianali sul viale del tramonto, proprie di un particolare interesse di ricerca, o percepite come marginale fenomeno tecnico manieristico, sempre più lontano dagli interessi del grande pubblico. È in questo contesto che Angelo Maggi – già “voce italiana” di Tom Hanks, di Robert Downey Jr. e del Commissario Winchester, del Dr. Cox in Scrubs e tantissimi altri – ha sentito la necessità di portare in giro per l’Italia uno spettacolo intitolato Il Doppiattore a metà fra il varietà e la divulgazione dimostrativa delle operazioni di doppiaggio nella tradizione italiana.

Venerdì 24 marzo, Maggi è passato per Sarteano, portando con sé Vanina Marini – giovane e bravissima protagonista del doppiaggio italiano – e l’ospite Marco Mete (che ha dato, non solo in Italia, la voce a Roger Rabbit e molti altri cartoni animati).

Lo spettacolo si pone come un vero e proprio tributo alla Nobile Arte del doppiaggio, con la riproduzione di uno “studio di registrazione” sul palco, quindi uno schermo sul fondale, dal quale – oltre alle scene dimostrative – sono passate le immagini memorabili dei grandi film del canone cinematografico mondiale, in italiano: Tina Lattanzi e il grande birignao di Greta Garbo; Lydia Simoneschi e il fascino di Ingrid Bergman; Emilio Cigoli per John Wayne, Gregory Peck, Gary Cooper e Burt Lancaster; nonché Giuseppe Rinaldi e la sua voce sull’immagine di Paul Newman, Jack Lemmon e Peter Sellers. Molti anche i contributi esterni di colleghi storici di Maggi: Marina Tagliaferri, Luca Ward, Massimo Lopez e Pino Insegno che hanno colorato la serata con piacevoli interventi “in differita”.

Tra i “giochi”, gli esercizi di stile e la lezione di atletismo vocale impartita al pubblico (scendendo anche nel tecnicismo distintivo tra prossemica del tono, tempo e timbro vocale), Maggi fa sfoggio anche del suo curriculum, doppiando in diretta – dando le spalle allo schermo – scene storiche dei suoi personaggi. Rispondendo indirettamente a Garbiele Muccino, che qualche anno fa sparò a zero sul doppiaggio italiano, definendolo «un annientamento di mesi di lavoro di un regista», Maggi ribadisce le qualità e le finezze di quest’arte, che non rendono gli interpreti dei “mezzi attori”, degli attori per metà, ma anzi, raddoppiano il potenziale espressivo, lo modulano all’interno di un sistema linguistico diverso: sono quindi dei Doppi Attori, casse di risonanza degli enunciati filmici.

Il pubblico sarteanese ha risposto molto bene allo spettacolo, occupando tutti i posti disponibili in platea e nei primi due ordini di palchetti. Spettacolo, questo, che va a chiudere una fortunata stagione invernale curata dalla Nuova Accademia degli Arrischianti, che già si sta adoperando per le iniziative estive e la stagione 2017/18.

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Arrischianti Vintage con le Ladyvette

Alle undici e mezza del 10 marzo 2017, il teatro degli Arrischianti di Sarteano era gremito di persone, quasi tutte in piedi ad agitare le ginocchia su Hound Dog di…

Alle undici e mezza del 10 marzo 2017, il teatro degli Arrischianti di Sarteano era gremito di persone, quasi tutte in piedi ad agitare le ginocchia su Hound Dog di Elvis. Sul palco solo una tastiera e un trio vocale femminile, avvolto da tre esaltanti tubini leopardati. È il bis che le Ladyvettes hanno concesso al pubblico sarteanese, il quale ha occupato ogni posto disponibile del teatro in Piazza XXIV Giugno. Al piano, un dinamicissimo Roberto Gori ha riempito, con trascinante precisione, gli impianti sonori, di ragtime e di rock’n’roll. Per il pubblico in sala, stare seduti, è stato impossibile.

Il trio, luccicante e vintage, con sede operativa a Roma – ma che la carriera che stanno sviluppando rende sempre più internazionale – torna a Sarteano dopo quattro anni, con una compagine nuova e un curriculum che si è ingigantito: nel frattempo, infatti, le Ladyvette sono entrate nel cast di numerosi format televisivi RAI, hanno collaborato con Renzo Arbore, con Lillo & Greg, Chiara Civello, nonché hanno registrato una pletora di date nei più importanti festival vintage d’Europa e, recentemente, in notevoli club di New York, tra cui il celeberrimo jazz club Birdland e il Joe’s Pub.   Ma il trio femminile, graffiante e patinato, non arresta la sua energica ascesa:  « Adesso ci sono un sacco di cose che bollono in pentola. Un sacco di progetti che stanno decollando. Abbiamo girato la seconda stagione de Il Paradiso delle Signore, per la RAI, che andrà in onda ad ottobre. Quella è l’unica cosa certa. Il resto ce lo teniamo per noi, per scaramanzia. Ma stiamo lavorando a diversi progetti… » rivela Francesca, nei camerini subito dopo lo spettacolo, la “Honey Ladyvette”, la quale è entrata nel trio da un anno «Sono entrata in punta dei piedi nel gruppo. Dovevamo trovare una giustificazione a questa nuova “presenza”: il primo pretesto che ci è venuto in mente è stato quello di usare il mio essere bionda con gli occhi azzurri, molto poco mediterranea e molto poco italiana, per costruire un espediente. Per tutta la prima parte dello spettacolo fingo di essere californiana, per poi lasciarmi andare e rivelare la mia reale provenienza… Io sono pistoiese doc». Accanto a lei, Valentina Ruggeri – memore dell’ultima esibizione di Sarteano di qualche anno prima –  mi fa «in questi anni è successo di tutto, ma diciamolo piano, ché è un attimo e si cade dalle scale. Stiamo facendo dei “giusti passi”».

Usano un’iconografia anni Cinquanta, cantano Buscaglione, Carosone, “Mister Sandman”, “Lollipop”, ma rivisitano anche “Teorema” di Ferradini, Elio e le Storie Tese, Max Pezzali e Ambra Angiolini, arricchiscono la scaletta di piacevolissimi brani originali, mescolanto l’altitudine della “Diva” dello Swing del passato con la prosa del presente. «Le Dive non esistono più.» mi dice Valentina «Abbiamo usato gli abiti e gli stili delle dive anni Cinquanta soprattutto per fare ironia

. Purtroppo oggi è molto più facile, per una donna, cadere in altri tranelli, scendere spesso nella volgarità, essere presente sui social, essere in contatto diretto col pubblico. Oggi tutto sfuma più velocemente e le “celebrità” sono fatte di carne. Il bello delle dive di un tempo era il loro essere irraggiungibili, impalpabili…».

Il loro utilizzo della chiave ironica è delizioso e rende lo spettacolo – che non è solo un concerto, ma raccoglie anche ampie parti dialogiche e di cabaret – fruibile da qualsiasi tipo di pubblico ed assolutamente piacevole. «Noi siamo delle “Divette”. Cerchiamo di essere grandi Dive, ma la parte nazional-popolare, l’aspetto contemporaneo prende spesso il sopravvento. È il loro essere imperfette, quindi, che rende le “piccole dive” adorabili». Questo per dire, in fondo, che una vera Diva, oggi, deve essere prima di tutto autoironica e non prendersi veramente mai troppo sul serio.

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“Storie Cotte e Mangiate” agli Arrischianti. Intervista ad Andrea Pergolari

“Vorace lettore” (che cioè di-vora i testi) è un sintagma nominale aggettivale che indica un individuo che instancabilmente legge testi letterari, anche molto lontani fra loro, affamato di storie e…

“Vorace lettore” (che cioè di-vora i testi) è un sintagma nominale aggettivale che indica un individuo che instancabilmente legge testi letterari, anche molto lontani fra loro, affamato di storie e percezioni date dalla parola scritta. Allo stesso modo, la parola, può essere detta, esplicitata in luoghi appositi, quali possono essere i teatri. Fraseologie come cibo per la mente o l’etimo di “cultura” da coltura, dimostrano che  la parabola immaginifica della metafora tra alimentazione e acquisizione conoscenza attraverso l’arte, sia costantemente presente nel nostro linguaggio.

Andrea Pergolari ha estremizzato queste forme idiomatiche della nostra lingua curando uno spettacolo  nel quale i brani da recitare sono letteralmente scelti da un menù, divisi secondo sapidità e dolcezza nell’ordine antipasti, primi, secondi, contorni, vini e dessert. È lo spettatore, quindi, che definisce una scaletta. Gli attori, conseguentemente, “impiattano”, propongono cioè il loro repertorio, preparandolo di volta in volta. Pascal, Jerome, Cortazar, Calvino, Voltaire, Dürrenmatt, Grimm, Chiara, La Bruyère, e tantissimi altri autori, che vengono preparati secondo la ricetta del Teatro le Sedie e servita ai commensali. Tutto questo è andato in scena – e in sala – a Sarteano, domenica 7 febbraio 2017. La platea del teatro Arrischianti si è trasformata in un raffinato ristorante letterario, in cui le parole degli autori “ordinati” hanno saziato i palati, pur diversi, del pubblico.

Il teatro Le Sedie è un’interessantissima realtà del panorama drammaturgico romano. Sorto nei primi anni duemila in un quartiere periferico romano, zona Labaro, ha da subito esercitato un forte mandato sociale nella vecchia borgata romana, a ridosso della via Flaminia, digiuna da servizi culturali, come quelli proposti dall’associazione che gestisce autonomamente il teatro, produce spettacoli e li porta in giro.

Ho fatto qualche domanda a Andrea Pergolari, curatore di “Storie Cotte e Mangiate”, nonché presidente dell’associazione Il Rinoceronte, che gestisce il Teatro le Sedie

Cosa accomuna, secondo te, il lavoro del regista  – o di attore – teatrale a quello di cuoco?

La creatività. La costruzione di uno spettacolo è data dalla manipolazione di diversi ingredienti, così come quella di una pietanza cucinata. In entrambi i casi ci vuole immaginazione, fantasia e, nello stesso tempo, disciplina e competenza. Tutto ciò che accomuna le discipline che richiedono inventiva sottostà alle medesime strutture compositive.

Storie Cotte e Mangiate” propone un vastissimo menù di testi aforistici e umoristici, più o meno contemporanei. Ecco: come si cucina un testo letterario? E come può essere ingerito dal pubblico, una volta pronto?

A questa domanda non saprei cosa rispondere. Non c’è una regola per scrivere un testo, altrimenti avremmo tanti esiti tutti uguali uno all’altro. Posso dire, casomai, come e perché è nata quest’iniziativa di Storie cotte e mangiate, e da cosa è dipesa la scelta dei testi. Tutto è nato all’insegna del gioco, dalla volontà di proporre testi brevi di grande incisività e fantasia, fulminanti nelle loro trovate, di andare a ripescarli nel limbo della grande letteratura meno conosciuta, e di proporli al pubblico chiedendo agli spettatori una collaborazione fattiva. È lo spettatore stesso che costruisce lo spettacolo, scegliendo dal menù ciò che più gli aggrada: e dalla diversità delle scelte discende la grande varietà dello spettacolo, che è ogni volta diverso l’uno dall’altro.

Il Teatro le Sedie è una delle più interessanti realtà “off” del teatro romano, sorta ai margini della metropoli. Nonostante un tale contesto periferico, TLS è riuscito a divenire un importante polo creativo della Capitale, proponendo una singolarissima personalità gestionale nello spazio nel quale opera, producendo spettacoli e portandoli anche in giro. Vi sentite parte di un circuito “underground” italiano? Come se la passano, dal tuo punto di vista, questo tipo di realtà oggi?

Siamo una realtà che si è ritagliata il suo spazio, abbiamo provato a mantenere una nostra linea direttiva nella scelta degli spettacoli, sia quelli nati da noi, sia quelli scelti in giro per l’Italia. Non siamo parte di nessun circuito (anche a malincuore) e non credo nemmeno che possiamo mantenere addosso a noi l’etichetta di “underground”: facciamo teatro per quello che possiamo e sappiamo fare, avendo una certa autonomia. E questo mi sembra già tanto, ai tempi d’oggi.

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Jean-Pierre Thiercelin racconta “Dall’Inferno alla Luna” – Incontro con l’autore

Jean-Pierre Thiercelin è un autore francese, drammaturgo e autore per la televisione, le cui opere sono caratterizzate da una profonda perizia nella ricerca storica e storiografica, da un encomiabile lavoro…

Jean-Pierre Thiercelin è un autore francese, drammaturgo e autore per la televisione, le cui opere sono caratterizzate da una profonda perizia nella ricerca storica e storiografica, da un encomiabile lavoro sulle fonti e da una raffinata gestione dei registri con cui le narrazioni si snodano. C’è sempre dell’ironia nelle sue opere, anche quando queste trattano di orrori storici come l’olocausto.

Thiercelin è giunto a Sarteano, in occasione della prima nazionale della sua pièce “Dall’Inferno alla Luna”, portata in scena dalla Compagnia della Nuova Accademia degli Arrischianti, con la reia di Laura Fatini. Durante la sua permanenza Thiercelin ha incontrato il sindaco, parte della giunta e la cittadinanza, in un incontro moderato dalla stessa Laura Fatini e da Vincenzo Sorrentino, che insieme hanno curato l’introduzione al volume che raccoglie due testi dell’autore francese, tradotti da Gianni Poli, edito per la Casa Morlacchi Editore di Perugia.

Ascolta un estratto audio dell’incontro:

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La complessa sintassi dei rapporti: ‘Il Nome’ agli Arrischianti come augurio di un felice 2017

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5…

L’enorme successo di affluenza al teatro degli Arrischianti di Sarteano per le repliche de Il Nome, dal 29 al 31 dicembre, ha costretto l’organizzazione ad una replica ulteriore, il 5 Gennaio. Moltissimi e prolungati gli applausi, straripante la presenza del pubblico in platea e nei palchetti del teatro in piazza XXIV Giugno. Probabilmente il successo della commedia francese, nel rifacimento composto da Gabriele Valentini, alberga nella positività e nella gioiosità attraverso la quale il pubblico assiste alla risoluzione di un dissidio.

I cinque protagonisti de Il Nome nella versione proposta al teatro Arrischianti di Sarteano, sono assoluti narrativi. Caricature di tipi umani sostanzialmente riconoscibili, con tic e fisime mentali comuni. C’è una facilità interpretativa, per il pubblico, nella comunione tra i gesti rappresentati nella commedia e quelli vissuti ogni giorno, nelle rispettive quotidianità. La coppia Elizabeth e Pierre, clamorosamente affine alle dinamiche interne di coppie “in crisi”, con le classiche domande dei quarantenni con figli che affrontano i momenti di stasi e di appiattimento esistenziale, l’adolescenza postergata di Vincent, nella sua continua baldanzosa arroganza e amichevole ostentazione, nonché l’incomunicabilità di Claude, sono paradigmi umani presenti in ogni reticolo sociale, che sia familiare, amichevole, lavorativo.  

Nella grammatica e nel battibecco cui la complessità dei rapporti si sfoga, l’unica dignità che resta è la capacità di fare un passo indietro da parte dei protagonisti, comprendere i limiti propri e degli altri, perimetrare le capacità emotive, confinarne i rispettivi lati come le tessere di un mosaico. Riconoscere, riconoscersi. Quello che lo spettacolo ha augurato al suo pubblico all’inizio del 2017 è proprio  questo: risolvere i problemi attraverso gli sguardi e le parole, attraverso la purezza, attraverso la comunicabilità e riconoscibilità. Non c’è augurio più grande.

Durante i preparativi della prova generale, Tommaso Ghezzi ha infastidito parte del cast.

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Con «Il Nome» di Valentini si chiude il 2016 al Teatro degli Arrischianti

Capodanno a Teatro è una formula estremamente risolutiva nei confronti dell’annosa questione «che fai a capodanno?», la quale contribuisce ad intristire le conversazioni tra amici e parenti già dal tardo…

Capodanno a Teatro è una formula estremamente risolutiva nei confronti dell’annosa questione «che fai a capodanno?», la quale contribuisce ad intristire le conversazioni tra amici e parenti già dal tardo ottobre. La Nuova Accademia degli Arrischianti ormai da sette anni riforma i festeggiamenti di San Silvestro con la comunione artistica e celebrativa della finzione scenica. Il format è iniziato nel 2009, con un adattamento della tragedia shakespeariana di Romeo e Giulietta, cui hanno fatto seguito una serie di perle che hanno impreziosito i cartelloni del teatro sarteanese,  “Fools”, 13 a Tavola, Giù con la vita, Rumori Fuori Scena, Un principe Piccolo e L’ispettore Generale. Ogni anno, agli spettacoli si aggiunge la perizia culinaria dell’Accademia, comprovata dalla squisitezza delle leccornie presenti nei buffet.

Quest’anno la scelta è caduta su da Le Prènom di degli autori francesi La Patellière e Delaporte, nella traduzione operata da Airis Fantechi, intitolata “Il Nome”. la regia è di Gabriele Valentini, con l’ausilio di Angela Dispenza, la cura dei costumi di Vittoria Bianchini e la gestione delle luci di Laura Fatini. Lo spettacolo è in scena già dal 29 dicembre, cui seguiranno le repliche del 30 e – ovviamente – del 31.

Cinque gli attori: Giacomo Testa, Valerio Rossi, Giulia Peruzzi, Tommaso Ghezzi e Giulia Rossi, portano in scena una cena molto particolare: si tratta della rimpatriata di vecchi amici/parenti, che hanno condiviso un’intera vita insieme. Una delle coppie presenti è in attesa del primo figlio e proprio sul nome da dare al nascituro si scatena il caos, con una serie di rovesciamenti, gag e rivelazioni.

Gli attori durante le prove.

 

Giacomo Testa interpreta Pierre, un professore di letteratura, molto popolare nei salotti letterari di Parigi, che sta finendo di scrivere, da cinque anni, il suo primo romanzo.

Giulia Peruzzi invece è Elisabeth, una maestra elementare alla scuola del quartiere, lei non si lamenta: lei ama il suo quartiere, la sensazione di essere nella vita vera. Vivere all’ombra di Pierre non disturba Elisabeth. Lei lo ammira. Lei ama il suo sguardo da esteta sulla vita, sulle cose più insignificanti, la sua capacità di questionare sul mondo, alla continua ricerca di risposte nuove. Pierre ed Elisabeth incarnano alla perfezione la coppia ideale. Continuano, giorno dopo giorno, a darsi in segreto dei soprannomi, dei nomignoli, non mancano occasioni per ballare un lento, si incoraggiano per venire a capo di parole crociate particolarmente difficili e si lasciano dolci bigliettini quando uno mancherà ad un appuntamento con l’altro.

Tommaso Ghezzi interpreta Claude, un musicista, primo trombone dell’orchestra filarmonica di RadioFrance. Claude è un uomo discreto e serio, è un uomo che si descrive meglio per sottrazioni: non è colorato, non è eccentrico, non è disonesto. Lui, in qualche modo, non è.

Valerio Rossi interpreta Vincent. Il migliore amico di Pierre, il fratello di Elisabeth. Vincent è un uomo con una brillante carriera, ha trasformato la piccola agenzia immobiliare paterna in un impero del booking.  Un uomo concreto e che non torna mai sui suoi passi. Un uomo che è andato dritto nella vita come un treno nella notte. Vincent dunque è un eroe dei tempi moderni, un “corsaro del ventunesimo secolo”.

Giulia Rossi interpreta Anna, la compagna di Vincent, incinta del primo figlio. Anna è la quintessenza della donna-vogue, sempre rimbalzata tra uffici di comunicazione, sfilate, saloni espositivi e boutique. La classica finta frivola che nasconde un’acutezza ben celata.

Lo spettacolo va a chiudere un anno di grande crescita per il teatro degli Arrischianti, nonché delle produzioni artistiche di tutta la Valdichiana. Come ormai da tradizione, questo spettacolo accende da subito il reattore di decollo del 2017, i cui propositi lasciano presagire ulteriori crescite, produzioni e interesse.

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«La Famiglia Campione»: Il teatro pervasivo de Gli Omini agli Arrischianti

È notorio come la variante linguistica diatopica toscana sia troppo prossima all’italiano standard, a differenza di molti altri dialetti italiani che vantano una tradizione teatrale. È altresì risaputo come questo…

È notorio come la variante linguistica diatopica toscana sia troppo prossima all’italiano standard, a differenza di molti altri dialetti italiani che vantano una tradizione teatrale. È altresì risaputo come questo abbia influito sulla determinazione di un uso espressivo a fini mimetici – nella maggior parte dei casi per una caratterizzazione esclusivamente comica – negli ambiti del teatro e del cinema nazionali.  Il toscano è comunque un dialetto attivo, parlato, che nella sua forte carica idiomatica contiene un potenziale ritmico smisurato: il suo uso teatrale consapevole, quando non è esasperato dalla becera stigmatizzazione che la tradizione gli ha inflitto, si apre verso vette di poeticità fonetica uniche nel loro genere. La compagnia Gli Omini, su questo cardine concettuale, ha costruito un intero repertorio, radicandosi dapprima nel territorio pistoiese-fiorentino, per poi espandersi, ammorbando piacevolmente i piccoli centri di mezza italia con la sua particolare e caustica metodologia narrativa.

L’undici dicembre 2016 è andato in scena al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, “La Famiglia Campione” di e con Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi, Luca Zacchini e Giulia Zacchini, una produzione de “Gli Omini residenza artistica Associazione Teatrale Pistoiese”, con il sostegno della Regione Toscana. Una deliziosa testimonianza di dati umani, debordante pregi, che incorpora una formula di resa drammaturgica decisamente riconoscibile come “alta”, dalle lodevoli vocazioni antropologiche, ma che attinge felicemente dal grande serbatoio del “popolare”, irriducibile, sempreverde, puro e genuino come le massime dei nonni, e che del dialetto fa un uso analitico, costruttivo, edificante. È la storia quanto mai assurda e basilarmente stravagante di una famiglia ampia, composta da dieci personaggi (tre nonni, tre genitori e quattro figli) che si ritrovano a vagare in un corridoio domestico, di fianco alla parete del bagno, nel quale una figlia, Bianca, è chiusa da una settimana.

«La Famiglia Campione» mi dice Francesco Rotelli poco prima di entrare in scena «rientra idealmente in un progetto più ampio che portiamo avanti da dieci anni a questa parte, e che si chiama Memoria del Tempo Presente, composto da quelle che chiamiamo indagini, ovvero periodi di permanenza in piccole città, piccoli paesi o quartieri, nei quali incontriamo persone, parliamo con loro, osserviamo la gente del posto; dall’osservazione estrapoliamo poi i contenuti teatrali»  un vero e proprio “servizio” sociale, quindi, che dall’analisi etnografica, antropologica, dei territori assurge ad uno dei precipui obiettivi umanistici del teatro, e cioè la rappresentazione delle coscienze locali territoriali. «Abbiamo prodotto vari spettacoli, derivanti dal metodo dell’indagine. Spettacoli che si diversificavano a seconda del luogo nel quale venivano rappresentati». Una ricerca socio-umanistica che si concretizza in uno spettacolo di instant-theatre, messo in piedi in pochi giorni sulla base dei dati recepiti dai luoghi.

«Nel 2012 nasce “capolino” con il quale abbiamo approfondito drammaturgicamente, sempre attraverso il metodo dell’indagine, i comportamenti interni alle famiglie allargate in giro per la Toscana» Continua Francesco Rotelli «Collaborando con gruppi di giovani in 5 comuni della provincia di Firenze. In ognuno di questi abbiamo portato avanti laboratori e indagini. Ad un certo punto è emerso un canovaccio che poi è divenuto “La Famiglia Campione”». Un teatro pervasivo, quindi, che mette le comunità al centro della narrazione.  «Le persone si sentono coinvolte, partecipi dell’opera anche da spettatori; noi cerchiamo sempre con loro una dimensione confidenziale, e quando si trovano in teatro a vedere loro stessi, i loro vicini di casa, la gente riconoscibile del paese» un metodo che non rischia né manierismi, né eccesso di particolarismi nella formazione dei tipi umani «Quando lo spettacolo trova una sua forma definitiva i personaggi sono specchi deformati che alla fine sono sintesi di più caratteri».

Gli Omini fanno ridere senza essere mai banali, lasciando decantare il riso del pubblico, patinando con un velatino d’amarezza gli squisiti quadri scenici proposti. Tra le tematiche spiccano le incomunicabilità generazionali, il confronto tra “vinti”, la solitudine; nuclei seri, affrontati in maniera decisamente originale, tra echi malapartiani e spunti comici, tra illogicità drammatica e teatro-verità. Una prova degli attori sopraffina: ognuno degli interpreti copre i ruoli di ben tre personaggi diversi, favorendo gli switch tra i caratteri attraverso cambi inequivocabili di posture, toni vocali e capacità emotive, in una moltiplicazione interpretativa lodevole che si configura in esilaranti vezzi, profili riconoscibili. La bravura dei tre protagonisti è esposta anche attraverso i perfetti e divertentissimi loop che invece di rallentare il racconto, forniscono respiro alla scena, tramenano la linearità dello svolgimento dello spettacolo, equilibrando il raziocinio con l’assurdo. I bravissimi Francesco Rotelli, Francesca Sarteanesi e Luca Zacchini, proliferano capacità espressive, dimostrano una perfetta coscienza di palco, un flusso univoco di battute, un ritmo perseverante e mordace nella sua risibilità. Il teatro degli Arrischianti non ha potuto che ridere continuativamente, e accompagnare la chiusura del sipario con un lungo e appagato applauso.

La compagnia Gli Omini è un altro dei tanti poli creativi toscani che meritano attenzione e sostegno. Il teatro degli Arrischianti, altro importante centro nevralgico del nostro territorio, ha dato loro spazio, confermando la sua vocazione reticolare nella selezione dell’offerta in cartellone, il suo interesse per le realtà affini. Un reticolo, quello delle piccole residenze teatrali, che se sostenuto da un pubblico consapevole e da istituzioni intelligenti, può di certo arrivare a competere con le grandi produzioni nazionali, spesso dimentiche della passione, del sudore e dell’urgenza creativa che muovono le piccole realtà radicate nei rispettivi territori.

 

 

 

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Trasformare in humus, il letame: “Ercole e le Stalle di Augia” agli Arrischianti

Nella maggior parte dei casi, le produzioni teatrali indipendenti non navigano nell’oro. Per forza di cose, quando si osservano spettacoli che affiorano dalle floride ramificazioni dei gruppi teatrali per i…

Nella maggior parte dei casi, le produzioni teatrali indipendenti non navigano nell’oro. Per forza di cose, quando si osservano spettacoli che affiorano dalle floride ramificazioni dei gruppi teatrali per i quali la Passione è il motore principale del lavoro, non ci si confronta con strumentazioni sceniche dispendiose, scenografie megalitiche o impegnative opere ipertecniche. Ma ciò che viene consegnato agli spettatori è spesso una genuina prova d’ingegno artistico.

In Italia, soprattutto, esiste un serbatoio creativo dal potenziale enorme che si ritrova, purtroppo o per fortuna, a fronteggiare il limitare dell’essenzialità, tramutando costantemente in virtù la necessità e la “carenza” oggettuale, levigando il lavoro per lo più sulla coscienza corporea degli attori, finalizzata a compensare le carenze dell’artificio materico di palco.

Ma la scarsità di strumenti non è un limite di per sé. «Less is more», dicevano. Non lo è soprattutto quando questa convive con un’immensa coscienza drammaturgica, con una somma preparazione e con l’affinamento di straordinarie capacità: per la compagnia Teatro dell’Elce (per la notevole prova che ha disposto sui legni del Teatro degli Arrischianti di Sarteano il 20 Novembre con «Ercole e le Stalle di Augia») sembra che la “pochezza” dei mezzi, e l’essenzialità della scena, rappresentino un dispositivo di possibilità sceniche corroborante.

Stefano Parigi è l’unico attore in scena. Vestito di nero. Il sipario non viene mai chiuso; gli spettatori lo trovano aperto sin dall’arrivo in sala, accompagnati da rumori irregolari da trasmissione radiofonica imperfetta. Sul lato destro del palco vuoto appaiono precise tacche materiche, minimali: un panchetto bianco, una sciarpa arancione, una campanella, quattro fogli di carta e un ombrello. Puntuali operazioni di scena vengono operate dalle luci, alle quali, insieme al suono, viene affidata una buona porzione di riuscita delle proiezioni scenografiche, la sala stessa viene illuminata in alcuni punti della narrazione, come a sfruttare quanto più possibile lo spazio ambientale, i dati coloristici, i pigmenti aerei, dei luoghi in cui la rappresentazione viene disposta.

Friedrich Dürrenmatt scrisse questo testo nel 1963, per la sola resa vocale. Racconta di un Ercole in difficoltà, ad affrontare le sue fatiche con il peso dei creditori: un Eroe Nazionale a partita IVA, per il quale la celebrità fornita dalla tessitura mitica degli aedi, dei poeti antichi, è una necessità. Racconta di un Ercole che lotta costantemente con gli stigma dello “status di eroe”, i quali hanno un costo sempre più elevato. Augia, presidente dell’Elide (non Re, quindi), insieme all’assemblea democraticamente eletta, ingaggia Ercole come “deletamizzatore” della sua regione, ormai oppressa dall’enorme quantità di stallatico dilagato in tutta la regione. Ercole, come da narrazione mitica, decide di deviare i vicini fiumi Alfeo e Peneo per ripulire tutte le terre, e sciogliere il letame nelle acque, ma questa impresa, questa “fatica”, viene ostacolata dalla complessa macchina burocratica del governo e delle commissioni assembleari dell’Elide, che ne ostacolano la realizzazione. Il testo è specificatamente satirico, nella forma etimologica del termine, mescolando toni tragici a elementi quotidiani della contemporaneità, l’eroismo classico al linguaggio “politichese” delle assemblee. Quello che si configura come un abile esercizio scenico, è in realtà un’operazione di notevole levatura artistica, che rimesce le attitudini del teatro di narrazione, i fondamenti dell’essenzialità radiodrammatica e una notevole perizia tecnica e plastica della recitazione.

Il testo basico di “Ercole e le Stalle di Augia” è infatti un radiodramma. Un testo, cioè, concepito per la resa radiofonica, con il solo impiego vocale, e che quindi non prevede una mise en scène. Marco di Costanzo ha curato la regia di questa esondazione della parola nell’immagine e nella resa plastica degli accadimenti. Stefano Parigi ha magistralmente tenuto il palco, poco meno di un’ora e mezza, continuativamente, con una notevole perizia di tecnica d’attore.

Ciò che più risalta agli occhi è la capacità interpretativa degli oggetti. Ci sono pochi piccoli elementi il cui potenziale drammaturgico viene dilatato. Lo spettacolo investe sull’immaginazione del pubblico, ora dirottandola ora lasciandola sfarfallare, mantenendo chiara la vicenda, puliti i gesti e accesa l’attenzione del pubblico. «Less is more», dicevano. E avevano ragione. La compagnia teatro dell’Elce compie dieci anni e questo spettacolo fu il primo, nel 2006, ad essere portato in giro con il marchio della compagnia fiorentina. Tessuti creativi del genere sono una delle più grandi ricchezze che il nostro territorio possiede. Sostenerle dovrebbe essere un implicito dovere civile.

Ho avuto il piacere di incontrare Stefano Parigi, unico attore in scena e Marco di Costanzo, regista di “Ercole e le Stalle di Augia”, entrambi fondatori, insieme a Andrea Pistoiesi, della compagnia “Teatro dell’Elce”. Stefano Parigi, come hai lavorato dal punto di vista plastico, nella gestione della recitazione, la resa di un testo concepito come radiodramma, e quindi scritto per essere solamente ascoltato?

Dunque il primo scoglio che abbiamo oltrepassato è stato il fatto che essendoci tantissimi personaggi dovevamo rimontare quello che è il radiodramma originale in modo tale da poter permettere a me di passare da un pezzo della storia all’altro in maniera consequenziale, pur con qualche analessi, in modo tale che la linea dell’azione non si interrompesse. Senza stacchi., già è un lavoro delicato per il pubblico riuscirlo a seguire senza perdere l’attenzione. Per quanta azione ci sia è comunque molto verboso. Se avessimo bypassato questo problema della consequenzialità delle azioni, sarebbe stato un problema. Abbiamo dovuto smontare il testo, abbiamo tolto alcuni personaggi che non ci sembravano necessari per la storia che andavamo a raccontare e così lo abbiamo ricomposto. C’è stato un lavoro importante di riscrittura da parte di Marco di Costanzo, nella revisione di alcuni piccoli passaggi ma il testo enunciato è rimasto sostanzialmente quello originale.

Quello che risalta di più è sicuramente la capacità di sfruttare l’essenzialità della scena. I pochi elementi presenti sul palco sono sfruttati a fini immaginifici e di fatto ampliano le loro capacità rappresentative. Come è sei arrivato a questa resa scenica così efficace?

Essendo il testo ambientato in diverse location, con scenari completamente diversi, non potevamo – e non sarebbe stato nemmeno opportuno, dato il tipo di lavoro che doveva essere, per sua stessa vocazione, essenziale – riprodurre plasticamente quegli stessi scenari. Siamo partiti dalla narrazione, dall’io narrante, e abbiamo cercato in vari modi di capire come poter trasformare ogni scena puramente sonora e restituirla nella sua liricità ed evocatività. Ci siamo quindi rifatti alle immagini della mitologia, mescolandole con la contemporaneità. Nel montaggio siamo stati attenti a capire quali elementi, quali oggetti, si rendessero assolutamente indispensabili, e quindi non rinunciabili ai fini della resa. Abbiamo quindi introdotto questi pochissimi dati materici, ma siamo partiti dal corpo attoriale, dalla narrazione pura e cruda. Abbiamo caratterizzato i tre personaggi fondamentali, attraverso la voce, i gesti, le pose. Infine, senza mollare l’osso dell’essenzialità, abbiamo cercato di restituire al pubblico la polifonia del testo.

Marco di Costanzo come sei arrivato a scegliere questo testo? Come sei arrivato a rappresentarlo?

Io amo Friedrich Dürrenmatt, conosco bene la sua Opera, è un autore che ho sempre frequentato. Ho sempre tenuto questo testo nel cassetto, con il sogno di poterlo rappresentare. Non era di facile realizzazione, perché ci sono molti personaggi, molti luoghi, in più l’aspetto più complesso constava nel riuscire a rendere la commistione tra Grecia antica e la contemporaneità: il rischio infatti era quello di eccedere sulla classicizzazione, o sulla contemporaneità. Perdendo in entrambi i casi quell’ambiguità, quell’oscillazione tra i contesti, che invece è preponderante nel testo originale. per risolvere questi problemi e per ovviare questi rischi, abbiamo deciso di portarlo in scena senza usare elementi “visivi”. Ci siamo concentrati sul racconto: c’è un personaggio che narra e le visioni che proietta con le parole e con i movimenti, sono realizzate in gran parte dall’immaginazione del pubblico. Le cose non ci sono, ma si tenta di evocarle attraverso il corpo. Si mantiene quindi l’ambiguità la polivalenza di certi momenti di certe situazione che non devono determinarsi con la materialità di una scenografia metallica o lignea, o comunque materica.

Questa è l’essenza stessa del teatro, lo scambio continuo tra realtà e immaginazione, la rappresentazione mimetica di un reale che viene disposto tramite la finzione. Che percorso è stato quello che ha coinvolto la produzione di questo spettacolo?

Con Stefano Parigi, abbiamo studiato insieme. Ci conoscevamo da anni. Questo spettacolo è nato dieci anni fa, praticamente la prima produzione del Teatro dell’Elce. Lo realizzammo poiché ci trovammo a voler lavorare sulla messa in scena di un testo. Io conoscevo le caratteristiche di Stefano, avevo un testo di Dürrenmatt che mi interessava. Abbiamo quindi cominciato a lavorarci sopra, senza sapere se avremmo mai finito. Poi l’opera ci ha appassionato, ci ha preso. Abbiamo coinvolto Andrea Pistolesi, che poi è il terzo fondatore della compagnia, il quale ha lavorato sugli effetti sonori, cercando quindi di echeggiare l’aspetto radiodrammatico della rappresentazione. È stato un processo caotico, nato dalla volontà di creare qualcosa di nostro. Alla fine tutte le tappe del nostro lavoro si sono depositate in questo spettacolo. Devo dire che le difficoltà ci sono state. Quelle ci si sono sempre. Devo dire che oggi guardo questo spettacolo con gli occhi dell’esperienza e non so se con la coscienza di oggi farei la stessa cosa, ma è bello vedere un pubblico come quello di stasera così partecipe, un pubblico che reagisce e resta legato allo spettacolo fino alla fine. È una bella soddisfazione. Significa che questo lavoro ancora funziona.

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