La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: arrischianti

Giorno della Memoria: Livia Castellana chiede “Se questo è un uomo” tra luci e ombre

C’è il treno, c’è il lager. Tutto è in penombra, anche la voce di Livia Castellana che racconta. Inizia così il racconto di Se questo è un uomo al Teatro…

C’è il treno, c’è il lager. Tutto è in penombra, anche la voce di Livia Castellana che racconta. Inizia così il racconto di Se questo è un uomo al Teatro degli Arrischianti. Il volto dell’attrice lo vediamo per la prima volta quando gli ebrei appena arrivati al campo vengono spogliati e rasati: ritroviamo l’umanità di chi racconta quando viene tolta a chi è raccontato. Poi tornano le ombre, le luci di taglio, i controluce per tutto il racconto, passando da una penombra all’altra, fino a quando i prigionieri non sono che “involucri vuoti”. È così che si sentono, privati di tutto, anche della forza vitale, ed è proprio in questo momento che la luce sul palco ci mostra tutta l’umanità dell’attrice: di nuovo in contrasto, di nuovo ritroviamo l’umanità visiva quando perdiamo quella dello spirito.

In questo gioco di umanità perduta e ritrovata, la voce di Livia Castellana regge tutto il racconto. Le parole di Primo Levi non dipingono spesso immagini nitide e quindi trasmetterle oralmente è ancora più difficile, ma Livia Castellana riesce a far arrivare tutto nella testa dello spettatore. Nella sua voce c’è tutta la sofferenza dell’autore e degli altri ebrei, c’è tutta l’incredulità di chi non capisce, di chi non crede a quello che gli sta succedendo e per questo non grida, non alza la voce: sussurra.

Sussurra ma non ti fa perdere una parola di quel racconto ed è giusto che sia così, perché l’evidenza di quello che è successo non ha bisogno di strepiti. L’attrice si muove pochissimo sulla scena: compie pochi passi da una posizione all’altra, i gesti che fa sono ridotti al minimo. È un peccato quindi che questi movimenti non abbiano un significato che va oltre loro stessi: la mano che si alza è una mano che si alza, la camminata da un punto all’altro è solo un cambio di posizione (eccezion fatta per quella finale). Invece, data proprio la rarefazione, queste azioni avrebbero potuto portare nello spettacolo cose che non si potevano dire, parole che la voce non aveva modo di esprimere. Per tutta l’ora dello spettacolo, comunque, l’attenzione rimane sul palco.

Quello che a tratti manca è, credo, l’umanità su cui si interroga Primo Levi. Quando scrisse il romanzo, l’autore non voleva descrivere gli orrori del campo, perché in tanti l’avevano già fatto all’epoca, ma interrogarsi su come l’umanità sopravvivesse in quel luogo. Nella selezione di brani fatta per questo spettacolo, invece, molto spazio è dedicato a cosa fosse il campo, come funzionasse. L’effetto che il lager ha su chi lo vive emerge a tratti, ma non è il fulcro del racconto. Certamente non tutto poteva essere contenuto in sessanta minuti, ma dov’è, ad esempio, il Canto di Ulisse che permette a Primo Levi di ritrovare la sua umanità nel lager? È una mancanza che, nella mia bocca, sa di occasione sprecata.

Lo stesso, per pura opinione personale, vale per la mancanza di riferimenti al presente. Le parole pronunciate in scena ne mostravano di appigli a situazioni lontane ma anche vicinissime, e visto il contesto storico che viviamo era forse il caso di afferrarli e renderli evidenti. Non che non si colgano: le parole di Primo Levi bastano a far realizzare quanto di allora abbiamo intorno anche adesso; sarebbe stato però più interessante intesserli nel racconto, perché ricordare non è fine a se stesso.

Questa produzione della Nuova Accademia degli Arrischianti ha i suoi pregi e i suoi difetti. È comunque una messa in scena a cui è giusto dedicare un’ora del proprio tempo. Anzi, è necessario, come è necessario ravvivare continuamente la Memoria, trovandoci dentro tutte le sofferenze e le ombre umane: la voce di Livia Castellana sa mettere in luce entrambe.

Per chiudere, è curioso notare come questo sia l’unico spettacolo andato in scena a teatro esattamente il Giorno della Memoria nelle stagioni teatrali della Valdichiana senese. Non so perché, ma è così. Data la sua unicità, allora è forse il caso di andarlo a vedere nella replica di Venerdì 31 Gennaio, ore 21:15, al Teatro Mascagni.

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Intervista a Gabriele Valentini: e se la fine del mondo arrivasse a Sarteano?

Inizia il 28 Dicembre il “Capodanno a Teatro” targato Arrischianti: dal 28 al 31 potete trovare in Teatro a Sarteano Che m’importa del mondo, la nuova produzione Compagnia Teatro Arrischianti…

Inizia il 28 Dicembre il “Capodanno a Teatro” targato Arrischianti: dal 28 al 31 potete trovare in Teatro a Sarteano Che m’importa del mondo, la nuova produzione Compagnia Teatro Arrischianti con la drammaturgia e la regia di Gabriele Valentini.
“Capodanno a Teatro” è ormai una tradizione consolidata del nostro territorio: inizia come un normale spettacolo in scena negli ultimi giorni dell’anno e culmina in una grande festa la sera del 31 – lo spettacolo si chiude giusto in tempo per il brindisi da fare tutti insieme e poi un ricco buffet vi aspetta negli spazi del Teatro sarteanese.

L’evento è arrivato quest’anno alla decima edizione e per un compleanno così importante non si poteva che optare per un argomento non da poco: la fine del mondo.
Immaginate di trovarvi in un bar mentre fuori piove a dirotto. E mettete che quella sia l’ultima sera del mondo – sarebbe come ve la siete immaginata?
Per immergerci fin da ora nell’atmosfera dello spettacolo ci siamo chiusi nel bar di cui sopra con Gabriele Valentini, che ci sta dentro da mesi o, meglio, anni.

Da cosa nasce l’idea di questo testo? C’è stato un momento particolare, che ricordi, che ha fatto nascere in te la voglia di raccontare la fine del mondo?

“Come spesso capita, l’idea è uscita fuori per caso: eravamo un po’ di persone a parlare, o per meglio dire “cazzeggiare”, e qualcuno è saltato fuori con la domanda “Ma se tu avessi un preavviso di tempo prima che tutto finisca, che faresti?”; una domanda che prima o poi in qualche conversazione, anche per gioco, salta fuori, un po’ come il meteo o l’oroscopo.
Quella volta però, mi è rimasta in mente per via di qualche risposta decisamente buffa e strampalata. Tra l’altro alcuni dei partecipanti alla discussione sono diventati interpreti di questa commedia.
Quell’input iniziale è proseguito per un po’, nel senso che per un po’ di tempo quando uscivo con amici, a un pub o a una cena, o anche quando parlavo con qualcuno che conoscevo poco, domandavo cosa avrebbe fatto nel caso di una fine imminente del mondo, e le risposte in generale, erano quelle di stare con i propri affetti, o di ubriacarsi, cose buttate là: abbiamo la tendenza a non prendere sul serio le domande alle quali non sappiamo dare una risposta precisa.”

È una storia che vuoi raccontare da un po’ di anni. Come si è evoluta nel corso del tempo? Da quando hai avuto l’idea a oggi, vista l’evoluzione dei problemi climatici e la maggiore conoscenza che se ne ha, la storia che volevi raccontare ha subito delle modifiche?

“Direi che l’incontro tra l’idea iniziale e la questione climatica è avvenuto in modo naturale. Basta guardare un qualsiasi telegiornale o leggere qualche articolo per rendersi conto che una questione climatica esiste, è globale e piuttosto urgente e, potenzialmente, potrebbe essere la causa di una fine del mondo.”

La fine del mondo non è un tema propriamente allegro, eppure avete deciso di affrontarlo con toni comici. Come avete risolto questa contraddizione?

“I toni dello spettacolo sono quelli della commedia, sono un sostenitore che di quasi tutto si possa parlare con ironia, senza per questo sminuire l’argomento. Calvino, che era uno di quelli che se ne intendeva, dedica alla leggerezza la prima delle sue Lezioni americane sostenendo che dovrebbe essere considerata un valore da acquisire, e che non è sinonimo di superficialità. E poi, personalmente, non amo chi si veste sempre da serio intellettuale, mi dà sempre l’impressione di quei venditori in giacca e cravatta che poi ti rifilano “un pacco”.

Il presupposto di base (un gruppo di avventori dentro un bar mentre fuori piove a dirotto) potrebbe sembrare l’inizio di un disaster movie hollywoodiano (uno di quei film in cui finisce il mondo, appunto). Trovandoci però in teatro lo sviluppo sarà probabilmente diverso. Cosa ci dobbiamo aspettare? Sarà una fine del mondo vissuta attraverso i dialoghi e le emozioni degli attori o dobbiamo aspettarci effetti speciali di messa in scena?

“Nulla di hollywoodiano. In Che m’importa del Mondo si raccontano storie di gente comune in una situazione straordinaria.”

Hai avuto dei punti di riferimento, delle opere ispiratrici durante la costruzione dello spettacolo?

“Non che me ne sia accorto. Ovviamente mi sono divertito a scrivere una storia che abbia più piani di lettura, a infilare delle citazioni più o meno celate, e sicuramente siamo sempre tutti, chi più chi meno, influenzati da qualche cosa. Ma i veri spunti sono nati dall’osservazione delle persone che mi è capitato di incontrare.”

Per chiudere, parafrasiamo il titolo: a Gabriele Valentini cosa importa del mondo?

“Qui dipende da come si interpreta la domanda: il mondo è un grande contenitore con molte cose dentro, come una casa, e in una casa è giusto occuparsi della sua pulizia, della salubrità dei suoi ambienti, ma anche della felicità, del benessere, della libertà di essere se stessi, di chi la abita, e forse le due cose non sono così slegate.”

L’appuntamento con la fine del mondo, è bene saperlo in anticipo, è il 28, 29 e 30 Dicembre alle 21.15 e poi il 31 Dicembre alle 22, sempre presso il Teatro Arrischianti di Sarteano.
C’è modo migliore per iniziare anno nuovo e decade nuova che affrontare la fine del mondo?

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Prima mondiale al Teatro degli Arrischianti: Magnolia Cafè da Barcellona a Sarteano, passando per Londra e New York

Dopo un’anteprima nazionale, la stagione al Teatro degli Arrischianti continua con una prima mondiale. La Nuova Accademia degli Arrischianti si è imbarcata in una rischiosa avventura produttiva e ha deciso…

Dopo un’anteprima nazionale, la stagione al Teatro degli Arrischianti continua con una prima mondiale.
La Nuova Accademia degli Arrischianti si è imbarcata in una rischiosa avventura produttiva e ha deciso di ospitare per due mesi la drammaturga e regista catalana Àngels Aymar per la prima mondiale di Magnolia Cafè.
Aymar ha pubblicato in Europa, America e Asia e ha girato il mondo con progetti e messe in scena. Abbiamo la fortuna di averla a Sarteano e così abbiamo deciso di incontrarla.

Ci siamo seduti a parlare con lei a uno dei tavolini di legno che compongono la scena dello spettacolo. Appoggiata alla tovaglia bianca, con un sorriso energico, ci ha raccontato la storia di questo testo, che nei suoi venti anni ha girato il mondo in varie forme, ma mai come spettacolo concluso. È stato pubblicato in spagnolo per un’università degli Stati Uniti, in catalano e in inglese. Non è mai stato messo in scena, ma ne hanno fatto delle letture drammatizzate a New York, Barcellona, Cambridge e Londra. La regia, però, non era la sua.
«Quando ho iniziato a scrivere lo facevo per scrivere, non per fare la regia» ci spiega, sottolineando le parole con le mani. «Pensavo che non avrei mai fatto la regia di un mio testo. Era più interessante che lo facesse un altro, mi rendeva felice.»
Le cose, però, cambiano, e il fatto che alcuni suoi testi non siano stati rispettati le ha fatto rivedere la sua posizione. Così adesso è qui a portare per la prima volta in scena la storia del Magnolia Cafè.

Perché, tra più di trenta testi che ha scritto, ha deciso di mettere in scena a Sarteano proprio Magnolia Cafè?
«Questo è l’unico testo che ho con undici personaggi e volevo lavorare con più persone possibile degli Arrischianti» risponde in totale tranquillità, mostrando di aver colto in pieno l’anima comunitaria di chi la ospita. Dopotutto è dal 2016 che Aymar visita annualmente Sarteano per condurre laboratori con la Nuova Accademia degli Arrischianti, quindi non è strano che siano entrate in sintonia.

Una scelta ben precisa, comunque, non è solo quella che ha portato Magnolia Cafè a Sarteano, ma anche quella che gli ha dato vita.
«Siamo sempre costretti a scrivere per pochi personaggi, abbiamo paura della produzione. Quattro personaggi sono già tantissimi. A Barcellona scrivevano tutti così. A me piace molto andare controcorrente e allora ho detto: voglio vedere se sono capace di scrivere qualcosa con tanti personaggi.»
Era un esperimento anche per lei, quindi? «Sempre» risponde sicurissima. «Ogni testo nasce per un motivo diverso, ma sono tutti una sfida. A volte la sfida viene più dal profondo, altre dalla forma. Questa era una sfida di forma.»
La scelta ha dato vita al processo di ricerca su chi fossero, questi personaggi, dove fossero, cosa volessero, cosa facessero.

In questi venti anni di storia, è cambiato qualcosa in Magnolia Cafè? Aymar guarda i proiettori del teatro. «La sola cosa che manca o è strana, considerando il tempo che è passato, è che non abbiano cellulari. Però quando l’ho scritto i telefoni erano grandi così» dice prima di ridere. «Nessuno li portava. Costavano tanto!»
Questo ristorante all’aperto, però, potrebbe appartenere a qualsiasi epoca. «È un testo senza tempo», spiega Aymar, perché al centro non ci sono gli eventi, ma le persone.

Così ecco in scena undici personaggi (più uno extra) che rappresentano generazioni diverse. Ogni carattere è delineato con stralci di dialoghi o di ricordi, rapidamente ma in modo chiarissimo. In un’atmosfera agrodolce, al Magnolia Cafè vengono evocati immagini e sogni, storie e desideri.
Per vederli in prima mondiale sul palco del Teatro degli Arrischianti, l’appuntamento è il 29 e 30 Novembre alle 21.15 e il 1 Dicembre alle 17.30.

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Muovilarte: il parkour come riscoperta del movimento

Immaginatevi di essere nella piazza di un piccolo paese. Da un lato avete una struttura di tubi su cui un gruppo di ragazzi sta facendo acrobazie, dall’altro lato un concerto…

Immaginatevi di essere nella piazza di un piccolo paese. Da un lato avete una struttura di tubi su cui un gruppo di ragazzi sta facendo acrobazie, dall’altro lato un concerto in allestimento con casse e strumenti, di fronte a voi una crew di break dance che si esibisce, poco più in là una banda che ha appena finito di suonare e sparse per la piazza le squadre di un torneo di “palla invelenita”. E aggiungeteci il pubblico. Tutto nella stessa piazza, tutto nello stesso momento.

Se me l’avessero raccontato mi sarei aspettato di sentir parlare subito dopo di Lorelei e Rory Gilmore (Una mamma per amica). E invece quel folle e divertentissimo delirio non si è svolto a Starshollow, ma nella piazza di Sarteano. Questo per farvi capire di che tipo di paese stiamo parlando e come è possibile che sia successo quello che è successo il giorno dopo.

Domenica 23 giugno, infatti, nella stessa piazza, si sono raccolte una quarantina di persone dagli 8 ai 53 anni, di provenienze varie, tutte con lo stesso obiettivo: esibirsi sulla struttura di tubi di cui dicevo poco fa. Quaranta persone, di età differentissime, tutte nello stesso spazio, tutte con lo stesso obiettivo. Già questo ha un gusto leggermente folle.

Queste persone venivano da tre settimane di laboratori del progetto MUOVIL’ARTE.2 (che abbiamo raccontato qui, qui e qui) e la performance che avrebbero mostrato ruotava intorno a una domanda: quali cose nuove possono fare i nostri corpi? O meglio, quali cose possono tornare a fare i nostri corpi? Non sono cose nuove, sono cose che ci siamo dimenticati. Nel Regno Unito, ci raccontavano gli insegnanti che proprio da lì vengono, un terzo dei bambini passa all’aperto meno tempo dei detenuti delle carceri di massima sicurezza; i giovani si stanno dimenticando come ci si muove e i segni del problema ci sono anche in Italia.

Però MUOVIL’ARTE.2 ha dimostrato che con i giusti stimoli possiamo tornare a fare moltissimo: la performance finale proprio questo ha raccontato, una “riscoperta del movimento” che ha messo in gioco persone di ogni età e provenienza, con giochi, esercizi e coreografie. Proprio sul solco di questo racconto, gli insegnanti di The Urban Playground Team hanno regalato alla piazza una loro esibizione. Descrivere i movimenti che hanno eseguito non renderebbe la potenza evocativa di quello che è successo. Però sicuramente hanno mostrato quante cose incredibili i nostri corpi sanno fare.

Tutti i partecipanti del progetto, al termine dell’esibizione, o piangevano o erano a bocca aperta. C’era una domanda, sui loro volti: “Perché per tutti questi anni abbiamo negato la bellezza che i nostri corpi possono creare?” E al tempo stesso c’era la speranza di poter tornare a viverli, quei corpi. Quindi nello stesso spazio si sono alternati e incrociati bambini, ragazzi, adulti e artisti internazionali tutti uniti in un unico corpo che si muoveva armonico. Come se non bastasse, nella magia e nella follia di quello che stava succedendo, il pubblico numeroso applaudiva, tifava e incitava chi si esibiva.

Il (performance) parkour è spesso percepito e additato come pericoloso. In realtà la sua utilità è proprio quella di aumentare la propria sicurezza. Il pubblico di quella piazza non ha avuto bisogno di tante parole per capirlo: con i battiti delle mani, i sospiri, le esclamazioni di sorpresa gli spettatori dagli occhi spalancati hanno accolto con calore, senza paure, hanno ricambiato l’energia diventando a loro volta parte dell’unico organismo che ha preso vita e movimento quel pomeriggio.

Dal momento che però Sarteano, come dicevamo, è un paese un po’ folle, la celebrazione di MUOVIL’ARTE.2 è andata avanti anche la sera, sempre cercando di scoprire e riscoprire cose che magari ci sembrano scontate. Alle 22, infatti, la facciata del Teatro degli Arrischianti ha preso nuova vita. “Cosa può fare di nuovo la facciata di un edificio?” potreste chiedervi. Chiedetelo a un artista di videomapping e vi risponderà con quello che è stato proiettato quella sera. Finestre che si moltiplicano, si aprono e si chiudono solo con la luce, muri che si frammentano, sono attraversati da curve, sagome e ombre. E l’interno del teatro che si materializza sul suo esterno, in un gioco di spazi sorprendente e magico.

Al termine di tutto, quando la piazza è tornata al suo normale assetto, c’era ancora nell’aria un’energia frizzante e, oserei dire, incredula. C’erano le facce sorridenti dei bambini, desiderosi di muoversi ancora, c’erano gli occhi lucidi dei più grandi che si abbracciavano tra loro e con gli insegnanti. C’erano, nella sospensione, promesse di un futuro fatto ancora di movimento e di nuove possibilità. Vista la luce che c’era negli sguardi di tutti (e le azioni che già sono state intraprese) si può dire con certezza che non siano di quelle promesse che si fanno ma non si mantengono. Li vedrete ancora in giro.

Come dicevano gli insegnanti proprio quel pomeriggio, se vedete qualcuno che fa performance parkour in giro per il paese, sentitevi liberi di parlarci: incoraggiatelo, se avete dubbi sulla sua sicurezza chiedetegli spiegazioni, instaurate un discorso. Sembrerà inverosimile, ma Sarteano è un posto particolare e non è escluso che durante un allenamento o una performance arrivi una Lorelei Gilmore a fare tante domande, e magari anche troppe.

Se vedete qualcuno che fa parkour in giro per un paese che non è Sarteano, sentitevi comunque liberi di fare la Lorelei della situazione. Il performance parkour è arrivato in un paese pazzo come Sarteano, ma già ha toccato Monticchiello e Sinalunga proprio con MUOVIL’ARTE.2. Adesso può spostarsi ovunque: è nuove possibilità, non potrebbe fare altrimenti. E un po’ di folle Starshollow in ogni paese non farebbe male!

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“Il Tuo Corpo è Perfetto, Comunque Esso Sia”: Il Parkour come stile di vita

Al di là di tutte le implicazioni evocative che potrebbero scaturire dall’attraversamento di un ostacolo, il superamento di un limite, l’oltrepassamento di un muro, il parkour è una pratica estremamente…

Al di là di tutte le implicazioni evocative che potrebbero scaturire dall’attraversamento di un ostacolo, il superamento di un limite, l’oltrepassamento di un muro, il parkour è una pratica estremamente legata all’aspetto performativo.  Spostarsi da un punto A ad un punto B nel modo più efficiente, veloce e sicuro possibile, sfruttando l’ambiente circostante, diventa una pratica totale e adattabile a qualsiasi configurazione paesaggistica.

Quello del performance parkour è stato uno dei workshop di maggior successo, all’interno del progetto di Muovil’Arte ( di cui abbiamo parlato qui e qui). La scelta, da parte degli organizzatori della nuova Accademia degli Arrischianti di Sarteano – legati storicamente all’esercizio delle performance teatrali – della pratica del parkour nasce dalla ricerca di una possibile attività in grado di valorizzare, far conoscere i luoghi identitari dei piccoli centri e sviluppare allo stesso tempo la sensibilità al bello attraverso l’interazione con il patrimonio architettonico. Il Performance Parkour, disciplina metropolitana mossa dalla filosofia della libertà di movimento, permette di entrare in relazione con i luoghi conosciuti, ma anche con quelli spesso ignorati, da una diversa prospettiva, grazie ad un approccio fisico-artistico. Il laboratorio è stato condotto dagli insegnanti Alister O’Loughlin e Miranda Henderson, di The Urban Playground Teamed è stato una lunga occasione epifanica per tutti coloro che hanno avuto modo di confrontarsi con la pratica.

Parlando con i partecipanti al workshop tenutosi presso la riserva naturale di Pietraporciana, quello che è emerso è un messaggio chiaro ed efficace: il tuo corpo è perfetto, comunque esso sia. Ecco alcuni commenti che trascriviamo di seguito.

Annamaria: è stata una sfida sia a livello fisico che mentale. Il workshop è tutto in inglese e mentalmente è una challenge. Dal punto di vista fisico, è una pratica che dà molta fiducia. Sono riuscita a fare cose che non ero sicura di poter fare. La cosa interessante è che si ha la percezione di poter migliorare sempre.

Francesco: Questa è stata la mia prima esperienza di performance parkour. Prima ho solo supportato altri laboratori in contemporanea, lo avevo visto insegnare, avevo tradotto, magari mi ero prestato per dimostrare i movimenti, ma non avevo mai partecipato direttamente. Avevo paura di non essere in grado di farlo. È stato sicuramente molto formativo: oltre alla base delle tecniche insegnate ho visto tutta la metodologia che impiegano e che hanno dietro il semplice insegnamento del parkour, e cioè le tecniche di comunicazione non verbale, la psicologia, di adattamento rispetto all’audience che hanno. Non ho subito la barriera linguistica più di tanto e credi di aver supportato chi fosse più in difficoltà con la lingua.

Simona: io sono una danzatrice ed ho scoperto come il mio corpo abbia molte più possibilità di quante credevo ne avesse. Nonostante – grazie alla danza – io abbia un rapporto già approfondito con le potenzialità espressive del mio corpo, ho scoperto come ciò che può essere considerato un limite, piano piano, grazie alla disponibilità, alla pratica,e all’aiuto degli altri, possa essere  superato; come ogni limite possa essere piano piano spostato più in là, grazie al supporto degli altri e del gruppo. Quello che a me interessa è soprattutto la pratica sportiva e muscolare che si coniuga a un aspetto espressivo. Una delle cose che più mi ha interessato è stato il rapporto con la struttura che spesso ci siamo trovati a utilizzare: la cage. È una gabbia che non è una prigione, è una gabbia che diventa un’amica. Una gabbia che diventa una casa, un rifugio che ti permette l’espressione.

 Ludovico: io ho fatto parkour già lo scorso anno. Quello che ho detto all’insegnante, al termine del corso, è stato che fino ad allora io sapevo sì di avere di avere un corpo, ma non sapevo più cosa significasse essere felice di avere un corpo. La performance mi ha fatto riscoprire il piacere di averlo addosso, questo corpo.

Giulia: Non è stata la mia prima esperienza. Ho frequentato i corsi dello scorso anno e già sapevo che negli anni scorso avrei trovato dei benefici sia mentali che fisici. Ti apre molto la testa perché devi essere pronto a gestire sempre gli imprevisti. Il corpo non reagisce sempre come vorresti all’ostacolo, sia perché quell’ostacolo non era proprio previsto. Fa riscoprire tutte le possibilità nascoste del tuo corpo. Anche a teatro gli esercizi di contact si scoprono possibilità di movimento così anche qui si scoprono parti corporee che non siamo abituati a utilizzare.  Mi sono resa conto di quanto le persone migliorino e prendano confidenza con il proprio corpo, giorno dopo giorno. Con la pratica si prende coscienza di sé e degli altri.

Ludovico: molta della sicurezza che ho preso di me è stata frutto di un percorso che è nato dai laboratori di parkour che ho fatto l’estate scorsa. Questa disciplina mi ha cambiato la vita. Sì, so che può sembrare una cosa molto cheesy da dire. Il corpo è tuo ed è necessario starci bene dentro. Intorno a te c’è un mondo. Il modo attraverso il quale il corpo interferisce con il circostante si fa espressione. Esistono indicazioni che non sono regole ma spunti, obiettivi, motivazioni; istruttori che non sono dei tecnici della pratica ma ricercatori.

 

 

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“Quel dì di festa”: storie di matrimoni a Sarteano

Il matrimonio è uno dei riti più importanti nella società e uno dei principali racconti che fanno parte della storia delle famiglie; gli usi e i costumi relativi alle nozze…

Il matrimonio è uno dei riti più importanti nella società e uno dei principali racconti che fanno parte della storia delle famiglie; gli usi e i costumi relativi alle nozze sono continuamente modificati dalle società e dalle culture di appartenenza e ogni testimonianza che ci permette di ricordare tali cerimonie è particolarmente interessante. Proprio per questo motivo il cortometraggio “Quel dì di festa”, a cura della Nuova Accademia degli Arrischianti e della Misericordia di Sarteano, indaga la storia dei matrimoni a Sarteano negli anni ’50 e ’60 dello scorso secolo attraverso i ricordi dei protagonisti.

Il cortometraggio, scritto e diretto da Gabriele Valentini, è stato presentato al Teatro degli Arrischianti lo scorso sabato 15 giugno: si tratta di un progetto a cui ha contribuito anche l’amministrazione comunale di Sarteano e la Regione Toscana e si inserisce nel più ampio contesto della “Festa dell’Anziano”. Tale festa è organizzata dalla Misericordia di Sarteano ed è giunta quest’anno alla 51esima edizione: in questa occasione tutti gli ultraottantenni di Sarteano ricevono un invito a partecipare festa, in cui oltre a dei momenti conviviali accompagnati da musica e balli, vengono consegnati degli attestati ai più anziani in sala e a chi ha raggiunto più anni di matrimonio.

“Quest’anno abbiamo avuto un’idea particolare, – ha detto Vincenzo Grassi della Misericordia di Sarteano – Ovvero quella di realizzare delle interviste agli anziani per capire che cosa accadeva nei matrimoni a Sarteano negli anni’50 e ’60, con la testimonianza viva dei partecipanti dell’epoca. Abbiamo raccolto un centinaio di registrazioni audio, poi Gabriele Valentini ha fatto ulteriori ricerche per lasciare un ricordo diretto delle nozze di quel periodo nella storia di questo paese.”

La presentazione del progetto è avvenuta di fronte a un nutrito gruppo di spettatori. Nel corso della serata è intervenuta anche l’assessore del comune di Sarteano, Donatella Patané:

“Sono felice di vedere il teatro pieno, a dimostrazione che si tratta di occasioni sentite dalla nostra comunità. Abbiamo aderito al progetto e lo abbiamo sostenuto, e ribadisco la vicinanza da parte dell’amministrazione comunale alla misericordia, che dimostra di essere vicina alle esigenze della comunità e sempre attenta ai temi della disabilità e dell’anzianità.”

I ricordi dei matrimoni a Sarteano relativi agli anni del Secondo Dopoguerra sono stati ripercorsi sul palco dai vari soggetti che hanno concorso alla realizzazione del progetto, tra cui il parroco Don Fabrizio:

“Ricordo ancora i matrimoni del mio paese, molto semplici, fino agli anni ’50 facevo il chierichetto… stavo ad aspettare la macchina con la sposa e dovevo correre in chiesa al buio per dire che era arrivata. In paese lo sposo entrava al buio, per lui non c’era la festa, quando invece entrava la sposa partivano le campagne, le luci e la festa. La rievocazione del matrimonio in campagna era diversa invece, c’era un grande pranzo coi parenti, quando la sposa entrava nella nuova casa però trovava la suocera che le metteva il grembiule per far capire subito il suo ruolo.”

Il cortometraggio “Quel dì di festa” è scritto e diretto da Gabriele Valentini, realizzato dallo studio fotografico Dario Pichini, con attori principali Martina Belvisi e Andrea Pinsuti, contiene anche testimonianze dirette degli anziani che ricordano i rispettivi matrimoni a Sarteano.  Così lo ha descritto il regista prima della proiezione:

“Abbiamo realizzato centinaia di interviste a gente proveniente da più di una realtà, abbiamo poi raccolto e scelto alcune testimonianze. Abbiamo girato interviste dentro al Teatro degli Arrischianti, ma dai rispettivi racconti mi sono reso conto che c’erano tante piccole storie che potevano essere riunite in una storia più grande. Abbandonata l’idea del documentario mi sono avvicinato di più al cortometraggio, al modo di raccontare del cinema. Come veniva celebrato il matrimonio? Spiccava il lato sentimentale, magari gli anziani non ricordavano i vestiti o i testimoni dell’epoca, ma ricordavano quello che avevano provato. Quindi più attenzione all’emotività dei personaggi più che alla storicità.”

 

 

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La Memoria degli Olocausti Contemporanei – “Il Treno” agli Arrischianti

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia…

Il 26 Gennaio alle 21:15 e il 27 alle 17:30 è di scena al Teatro Arrischianti di Sarteano Il Treno, con Francesco Storelli, Calogero Dimino, Pierangelo Margheriti, Giordano Tiberi, Silvia De Bellis, Giulia Rossi. La regia è di Giacomo Testa. La vicenda si svolge nel 1941 e racconta di un piccolo villaggio ebraico nel quale, per sfuggire all’imminente arrivo dei tedeschi, si tenta “un’autodeportazione”: finti deportati, finti nazisti su un finto treno. Il Treno è la storia di una fuga perfetta.

Ironia e malinconia accompagnano questa sgangherata comunità nel lungo viaggio verso la Terra Santa.

Il Giorno della Memoria negli ultimi anni è diventato un appuntamento fisso delle stagioni teatrali del nostro territorio. È proprio nelle motivazioni che determinano questa scelta  che alberga – a mio parere – uno dei valori principali del teatro, nella nostra società. Moltissimi media sono elementi volatili che assecondano i tempi ridottissimi delle risorse di attenzione nel nostro tempo. Molti di voi, ad esempio, non stanno più leggendo questo testo, oppure hanno già saltato a piè pari questo paragrafo; tantissimi non hanno nemmeno aperto il link dal quale hanno raggiunto l’articolo, pur avendolo – magari – condiviso. Per mantenere l’attenzione, il pubblico deve essere motivato a farlo. Le forme di rappresentazione più riflessive, che hanno il beneficio di poter occupare un lasso di tempo più lungo delle nostre giornate, sono quelle che necessitano di un ambiente chiuso e determinato, sacrale, nel quale dedicare una porzione di tempo sufficientemente lunga a qualcosa. Un luogo nel quale i telefoni si silenzino (o si dovrebbero silenziare) e non si emettano suoni (o non si dovrebbero emettere), un luogo in cui la concentrazione si rivolga solo e soltanto a un quadro scenico. La sala cinematografica e il teatro sono le due articolazioni del discorso scenico nelle quali lo spettatore è obbligato a dedicare tempo a una rappresentazione. A teatro però, a differenza del cinema, gli agenti della rappresentazione sono vivi, reali, sono presi da un demone istrionico che fa sospendere l’incredulità. Ecco, quindi, l’ambientazione del teatro come eletta per celebrare il giorno della memoria. Ché questa non sia rappresentata da un tweet, da un pensiero fugace, da un link osservato di sfuggita, ma che sia vissuta in un luogo celebrale (non cerebrale, attenzione), da persone in carne e ossa, a forzare i riempimenti psichici del ricordo di una pagina buia della nostra storia, tanto buia che rischia di essere ripetuta ancora oggi.

Il teatro degli Arrischianti di Sarteano da sempre inserisce nel suo cartellone uno spettacolo per il Giorno della Memoria. Da sempre questi spettacoli sono produzioni della Compagnia Arrischianti, sovente le migliori del repertorio. Si è visto in passato il Mein Kampf di George Tabori e più recentemente la prima assoluta italiana di Dall’Inferno alla Luna di Thiercelin. Quest’anno la virtù è ulteriore, perché c’è un esordio alla regia: quello di Giacomo Testa, già comprovato attore, apprezzato in varie vesti nei teatri tra Umbria e Toscana, e che ha deciso di dedicarsi all’arte del metteur en scène proprio in occasione di questa ricorrenza. Gli abbiamo rivolto alcune domande, a pochi giorni dallo spettacolo.

 

LaV: È il tuo esordio alla regia. Come ti trovi in questa veste?

Giacomo Testa: Considera che io ho già fatto delle piccole regie, in passato. Per piccole intendo proprio cose ridotte: monologhi, brevi spettacoli, in piccoli spazi. Per me è esordio alla regia di uno spettacolo lungo e corale. La mia prima regia articolata, diciamo. Devo dire che non è facile gestire il tutto. Dalla parte dell’attore non ci si rende mai conto della misura del lavoro che il regista porta avanti. L’attenzione effettiva che richiedono i piccoli dettagli, il coordinamento dei costumi, dell’allestimento, così come la gestione degli attori. È stato interessante confrontarmi con le varie interpretazioni che il testo subisce durante le prove.  Il lavoro fondamentale con gli attori è proprio questo, vedere cosa esce dalla loro recitazione, lavorare con loro per farli uscire dalla comfort-zone.

LaV: Quali strumenti hai utilizzato per imparare a fare una regia?

GT: Quello che ho cercato a fare da attore è stato rubare con l’occhio. Lavorare il più possibile con persone esperte, con professionisti, per assimilare da loro la qualità pratica. Fortunatamente sono anche un grosso consumatore di teatro, vado a vedere quanti più spettacoli possibili. Quindi ho avuto, da una parte, una formazione da autodidatta. In più ho frequentato laboratori di drammaturgia che sono stati illuminanti. Agli Arrischianti ho seguito i corsi di scrittura e drammaturgia di Angels Aymar,  e prima ancora con la Compagnia Del Pino di Terni.

LaV: Intorno a te hai però il pieno supporto della Compagnia Arrischianti, no?

GT: Sì, c’è Gabriele Valentini che ha curato le coreografie degli attori, la scenografia invece è di Simone Ragonesi e il disegno luci di Laura Fatini, i costumi della Vittoria Bianchini e Angela Dispenza che è l’aiuto regia…

LaV: Le musiche sono originali e sono composte da un musicista d’eccezione, Giacomo Rost Rossetti dei Negrita. Come lo hai coinvolto nel progetto?

GT: Giacomo è un amico. Gli ho chiesto di partecipare e lui ha accettato.

LaV: Lo spettacolo tratto da Train de Vie di Radu Mihăileanu, in che modo si misura con il film?

GT:  Più che “tratto” direi “ispirato”. È uno spettacolo che si ispira al film Train de Vie, non ha la presunzione di essere un rifacimento teatrale, o peggio una riduzione fedele. L’idea di fondo sì, è quella raccontata dal film. Poi da lì partono molti microcosmi che passano dal surreale al simbolico. Ho aggiunto intere parti di dialogo che non ci sono nel film, per rendere più mio lo spettacolo.

LaV: Di che valori si rinnova quest’anno il giorno della Memoria?

Il Giorno della Memoria dell’Olocausto potrebbe essere allargato ai tanti olocausti contemporanei. La Memoria va ricercata di giorno in giorno, e ne abbiamo fortemente bisogno, basta dare un’occhiata alle notizie che abbiamo. Nel mondo ci sono migliaia di olocausti, migliaia, che restano sottotraccia, di cui non siamo informati o peggio di cui non ci vogliamo informare. La celebrazione della memoria dovrebbe essere viva tutti i giorni.

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Un pretesto per parlare di noi: “Prove di Miles Gloriosus” agli Arrischianti

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine…

Dal 28 al 31 dicembre al Teatro degli Arrischianti di Sarteano va in scena Prove di Miles Gloriosus. Una riscrittura da Tito Maccio Plauto composta da Laura Fatini. La compagine degli attori è composta da Laura Scovacricchi, Pierangelo Margheriti, Francesco Storelli, Guido Dispenza, Calogero Dimino, Giulia Peruzzi, Giulia Roghi, Matteo Caruso, Silva De Bellis, Martina Belvisi e Francesco Pipparelli. La replica del 31 Dicembre coincide con il tradizionale veglione di Capodanno a Teatro, format ormai assodato e di comprovato successo marcato Nuova Accademia Arrischianti.

Trentadue anni di Nuova Accademia Arrischianti. Trentadue anni di vicende accumulate, più di cinquanta spettacoli prodotti, centinaia personaggi che hanno attraversato le tavole del teatro in Piazza XXIV Giugno. Un teatro che si è sempre più identificato per la sua caratura distintiva, il suo essere laboratorio permanente, opificio artistico di arti performative e di esperienze umane. Laura Fatini, responsabile dei laboratori, ha lavorato quest’anno allo spettacolo di “capodanno” giocando con l’alchimia testuale di un classico tra i classici. Il Miles Gloriosus di Tito Maccio Plauto è un pretesto per confrontarsi con il percorso che una compagnia e un teatro di provincia hanno intrapreso negli anni, con le loro contraddizioni, le loro tensioni, le loro passioni, le loro inestinguibili bellezze. Ne abbiamo parlato con la regista Laura Fatini.

Il Miles Gloriosus nel 2018 significa non solamente recuperare un testo classico latino ma addirittura una fabula palliata, e quindi una commedia latina di argomento greco, che già di per sé era recupero del passato nel II secolo a.C.; come hai filtrato questi passaggi in uno spettacolo da consegnare oggi, al pubblico locale, sotto le feste?

“Dopo la strepitosa esperienza del Giufà avevo deciso di non riproporre un testo mio. Plauto è un autore sempre molto piacevole e quindi ho deciso di lavorarci su. Ho iniziato pensando all’Amphitruo, in assoluto il mio preferito: si tratta però del primo testo che ho fatto con Carlo Pasquini, e per questo ha un’aura sacrale, è per me intoccabile. Ho un ricordo estremamente bello di quel lavoro, che era fatto in maniera perfetta. Per il profondo rispetto di quel ricordo, ho preferito scegliere un altro testo plautino. Mi sono tuffata allora sul Miles Gloriosus, che avevo messo in scena tempo prima, con i bambini. Ho approfondito molto la traduzione pasoliniana del testo, che sporcava la parola, attraverso il linguaggio popolare, per avvicinarsi di più a Plauto. Detto questo, il Miles è molto contemporaneo, parla di una persona che millanta, parla di una società che si basa sull’inganno, che si basa sul dire di sé piuttosto che sull’essere. Ho quindi ridotto il testo, che però sentivo mancasse ancora di qualcosa. Alla fine mi è venuta in mente l’idea di utilizzarlo come pretesto…”

In effetti il titolo è “Prove” di Miles Gloriosus: un accenno forse al metateatro?

Questo spettacolo parla di nascondimento, del cambio di percezione che si ha del personaggio a seconda dei vestiti che porta. Agli Arrischianti abbiamo una sala dei costumi enorme  che è un vero e proprio tesoro di meraviglie. Ho deciso di ambientare lo spettacolo proprio in una costumeria. E sì, da lì ad approdare al meta teatro è stato immediato. Sono riemerse quindi quelle che sono le mie radici teatrali con il Teatro Povero di Monticchiello: l’autodramma, il mettere in scena noi stessi.”

Quindi cosa racconta realmente questo spettacolo? 

“Dunque: una compagnia di provincia ogni quattro anni mette in scena il Miles. È una tradizione che non è mai stata interrotta. Dopo la quinta volta, i giovani iniziano a stancarsi: dopotutto il Miles è polveroso, è misogino, è antiquato. I vecchi invece dicono che il teatro classico sono le radici, e lì bisogna ritornare. I vecchi sanno a memoria le parti e come succede spesso alle compagnie, quando si vedono i costumi che sono serviti per fare un altro personaggio, vengono in mente le battute. La compagnia cerca di andare avanti a trovare i costumi, ma c’è sempre qualcuno che tira fuori parte di Romeo e Giulietta o di Sogno di una notte di mezza estate… Emergono quindi tantissimi elementi di autoanalisi, da parte della compagnia e tra i personaggi si chiarificano tre gruppi distinti di visione delle cose: la tradizione un po’ annoiata che è la base, poi i giovani che sono già dentro questo meccanismo e poi ci sono quelli che vedono questo mondo da fuori. Chi vede questo mondo da esterno, infatti, percepisce la compagnia teatrale come una setta, come un gruppo di disadattati. C’è una battuta di uno di questi che fa più o meno così: «è sabato sera e siamo al freddo, bevendo un birra calda in attesa di una pizza fredda: perché?…»”

C’è come un voyeurismo di base nelle intenzioni del pubblico, quando si ritrova ad apprezzare film o spettacoli che svelino il retroscena, o talvolta l’o-sceno del teatro. Di recente ho riguardato Le dernier métro di Truffaut, ma pensiamo anche a Birdman che qualche anno fa ha sbaragliato il mercato cinematografico  internazionale. Visto che nella storia della Compagnia Arrischianti c’è anche una riuscitissima produzione di Rumori Fuori Scena, secondo te a cosa è dovuto questo interesse per il dietro le quinte da parte del pubblico? Come lo elabori nei tuoi lavori?   

“Penso che il pubblico senta la vulnerabilità dell’attore. La compagnia è un po’ come la fotosfera solare, composta da tanti elementi in continua combustione. Credo che il pubblico senta il magnetismo della compagnia, questo circolo di auto sostegno, in cui tutto funziona perché  c’è un patto tra tutte le persone presenti in scena e fuori scena, per il quale tutti accettano di credere in qualcosa che di fatto è artificiale. Coleridge la chiamava “volontaria sospensione dell’incredulità”. Il pubblico sta lì e volontariamente sospende l’incredulità e dice: ok, ti credo. Banalmente, il teatro amplifica le relazioni umane, sia quelle interne tra gli attori, sia quelle tra attori e pubblico. Quindi banalmente il pubblico si sente estremamente attratto da questa dinamica. È un magnetismo.”

La Compagnia Arrischianti si è sempre configurata come un “collettivo”, una comunità in continua crescita. C’è anche questo nello spettacolo?

“Nello spettacolo c’è anche questo. La Compagnia Arrischianti ha vissuto varie fasi, e vive una continua mutazione. Nello spettacolo ho cercato di raccontare anche questo: c’è chi ha impegni fuori dal teatro ovviamente, c’è l’esistenza prosaica che incombe: la casa, il lavoro, la vita che cambia. Come ho detto, mutuando dal Teatro Povero di Monticchiello, il Miles è un pretesto per parlare di noi. Di autodrammatizzarci. Mi sto rendendo conto che il mio teatro è questo: qualcosa che crei confronto, sostegno, supporto, aiuto. La forza comunitaria che nasce dal vivere insieme.”

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