Teatro in streaming: un ossimoro? Un mostro figlio di questi tempi deviati? L’opportunità per un’innovazione del linguaggio teatrale? La questione ha tenuto banco nel mondo delle arti performative. In ogni caso è la direzione che l’arte scenica ha preso in questo ultimo anno. Di questa discussione – tutt’altro che finita – abbiamo pensato di portarvi alcune voci “nostrane”:
Francesco Chiantese, artigiano e insegnante teatrale di Accademia Minima;
Gabriele Valentini, regista della Nuova Accademia degli Arrischianti;
Silvia Frasson, attrice e narratrice;
I Macchiati, progetto di formazione laboratoriale;
Anna Amato per Straligut, compagnia senese di cui Amato è responsabile delle attività didattiche.

Ci sarebbero molte cose da dire di ognuna di queste persone, ma lasciamo che a parlarvi siano le loro parole. Data l’ampiezza e la complessità del tema “teatro in streaming”, abbiamo deciso di dividere le risposte in due gruppi. In questo primo articolo leggerete le opinioni di chi ha provato lo strumento video, nel secondo quelle di chi non lo ha fatto. Alla fine di ciascun pezzo troverete gli indirizzi per scoprire qualcosa di più sulle realtà coinvolte.

Quello in streaming o in formato video può essere definito Teatro?

Macchiati

“Quando abbiamo iniziato 15 anni fa ci chiamavamo Teatro dei macchiati. Poi con il tempo il teatro è uscito dal nome perché quello che facciamo è cercare e offrire strumenti di cambiamento, pensando in primo luogo ai bambini e al sociale. Il teatro è lo strumento che amiamo di più perché crediamo che il corpo sia il campo su cui agisce il politico, in cui si definisce il singolo, la comunità, l’ambiente. Questo, per essere abitato, deve essere popolato di metafore agite nel presente. Pensiamo che questa forma culturale dalle radici profonde abbia una potenza trasformativa unica. Quando non c’è corpo, non c’è luogo, non c’è partecipazione qui ed ora, non c’è teatro.”

Frasson

“In generale sono molto attenta all’uso delle parole, ma non amo le definizioni. A volte definire qualcosa diventa talmente importante che fa perdere sostanza a ciò di cui ci stiamo occupando. Voglio dire, possiamo chiamarlo Teatro o no, questo non cambierà il peso specifico che ha, quello che è, e soprattutto quello che non è. Non credo in nessun modo che il teatro in streaming o in video potrà mai neanche lontanamente essere paragonato all’avvenimento teatrale. Quest’ultimo accade qui, ora, l’altro è già accaduto in un altro spazio e in un altro luogo, lontano da te che lo guardi mentre sei immerso in mille altre cose che passano. Perde intimità, perdendo i corpi. Capisci, imparagonabili comunque tu lo definisca!”

Amato

“In effetti, è proprio un problema di “definizione”, e personalmente penso che NO, quello in streaming non si possa definire Teatro. Non in senso stretto per lo meno. Non c’è troppo da discutere, credo: l’esperienza teatrale presuppone il qui, il sentire il pubblico, la relazione e lo scambio, tutte cose che la fruizione attraverso uno schermo non è in grado di restituire. Quello in streaming non è Teatro, ma ha comunque a che fare con esso. È piuttosto una nuova forma d’arte. Noi di Straligut parliamo di performance digitale, ci pare più calzante. Un nuovo linguaggio, ancora acerbo magari, ma potenzialmente interessante, che nasce da un’esigenza precisa e concreta: consentire agli operatori e agli artisti teatrali di continuare a lavorare.”

“Ho seguito e continuo a seguire tuttora la querelle su cosa sia teatro e cosa non lo sia, e ascolto con interesse tutte le voci dei colleghi che temono che lo streaming possa nuocere gravemente alla salute del Teatro. Ecco io, invece, non sono affatto preoccupata per Lui: è sopravvissuto a guerre, altre pandemie, al semplice passare del tempo (e ne è passato davvero parecchio). Temo piuttosto per gli attori, per i lavoratori dello spettacolo, per le maestranze, per tutto il comparto artistico… Dunque ben vengano idee, progetti, esperimenti digitali che hanno permesso e permetteranno ancora, a coloro che il Teatro lo fanno, di agire anche in questo difficilissimo momento.”

Una foto dei Macchiati in costume per uno spettacolo.
I Macchiati in “Sposi e farfalle”

Hai usato la forma video in questi mesi, per sopperire alla mancanza del teatro fisico? Se sì, in che modo? Se no, l’hai visto usare in maniera particolarmente intelligente?

Macchiati

“Un po’ come Obelix, siamo caduti nel pentolone tecnologico da piccoli, quando molto di quello che vediamo ora era solo un futuro avveniristico. Ci è capitato spesso di avere delle idee tecnologico-narrative che gli strumenti non erano ancora in grado di soddisfare. Con l’accelerazione dei tempi e l’abbattimento dei costi siamo riusciti sempre più ad avere accesso a dei potenziali fantastici. Con il cambio di paradigma di questi mesi, soprattutto in ambito scolastico, non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di sperimentare (utilizzando strumenti come Filemaker, DaVinci Resolve, Google Earth, Maps e Studio, Procreate…). Lavorare con i ragazzi dai 10 ai 14 anni, già abbastanza alfabetizzati, è stata forse l’esperienza più interessante in termini di risultati creativi; nessuno spettacolo virtuale, molto gioco, relazione dinamica, costruzione del personaggio.”

Frasson

“Mi è capitato durante il primo lockdown. Credo fosse parte dello schock. Nel momento in cui mi sono resa conto di ciò che stava accadendo ho reagito, e siccome il mio mestiere è il mio stare al mondo, la reazione si è trasformata in storie da raccontare. In video, appunto. Ho raccontato 3 storie e ho raccontato con i miei allievi in un laboratorio online, da cui sono nati piccoli video di 2 minuti. Ognuno di loro ha raccontato la sua pandemia, ognuno col suo sguardo e col suo modo di essere ha raccontato quello che viveva. Anche per loro è stato un modo di reagire. Quando si riesce a raccontare qualcosa vuol dire che si è elaborato e si è sulla via del superamento. Abbiamo trovato un modo per continuare a raccontare, per starci vicini in un momento in cui fisicamente eravamo lontani. I video finali non erano letture, erano tutti studiati, con regia strutturata apposta per il video. E’ stato un bellissimo esperimento. Quando a Settembre siamo tornati in presenza però, alla fine della prima giornata di laboratorio insieme, siamo usciti dalla stanza volando. Dai, di che paragone parliamo?”

Amato

“Straligut, in tempi non sospetti e senza pandemia, stava già lavorando ad un progetto digitale: è del 2013, infatti, l’idea da cui nasce Sonar, una piattaforma online che offre servizi digitali alla comunità teatrale nazionale con l’intento di favorire la circolazione e la fruizione delle opere di artisti di tutta Italia. Dunque a noi il digitale risuonava già da un po’; non è un caso se da diversi anni abbiamo in squadra un programmatore. E dunque è venuto abbastanza naturale ampliare le possibilità di Sonar e usarlo anche per la realizzazione di spettacoli in diretta, di teatro in streaming, sia per le scuole in forma di matinée, sia per la nostra stagione (la rassegna TeatrInScatola) che quest’anno è andata tutta online. Abbiamo anche all’attivo due co-produzioni di opere nate appositamente per la fruizione in video (Ozz, della compagnia Kanterstrasse, e Sybilla’s Tales prodotto insieme a Zaches Teatro).”

“La vera novità, per me, è stata la didattica teatrale a distanza. Se un anno fa mi avessero chiesto se fosse possibile fare corsi di teatro online, avrei detto senza dubbio di no. Poi la necessità ci ha portato a tentare nuove strade, altre forme di comunicazione e relazione; forse anche in questo caso non è corretto dire che facciamo teatro, ma del Teatro c’è la componente ludica e quella di ricerca di un “senso” di quello che si sta facendo. Ed è stato, comunque, un modo per stare insieme. Il senso te lo danno i partecipanti, che ci seguono da più di un anno così, e aspettano l’appuntamento con il teatro con impazienza. Anche i bambini! Poi se decidi di fare i conti con il fatto che il mezzo è differente, dunque differente il linguaggio e anche la restituzione finale, il video ti offre delle possibilità nuove e anche stimolanti.”

Foto di Silvia Frasson dallo spettacolo "Si gira! I quaderni di Serafino Gubbio"
Silvia Frasson in “Si gira! I quaderni di Serafino Gubbio”

Come pensi che in futuro questi strumenti possano rendersi complementari al teatro “in presenza”?

Macchiati

“A oggi nella nostra attività questi strumenti sono già complementari, non sappiamo dire se il futuro ci porterà verso delle forme di artigianato e presenza sempre più profonde e necessarie o verso nuove interazioni con culture molto distanti nello spazio: noi speriamo di percorrere entrambe le strade contemporaneamente, con la stessa curiosità di un bambino, la scintilla di interazione creativa scaturirà dal contesto. Nel presente, ancora una volta, il punto di vista da cui partiamo non è quello dell’espressione artistica ma della formazione. Durante i corsi di teatro a scuola è capitato di uscire in giardino a fare lezione con dei bambini e un iPad, dall’altro lato dello schermo c’era una bambina impossibilitata ad essere in presenza, poiché a maggior rischio di contagio. Anche lei ha partecipato, anche lei ha scritto con gli altri la loro storia. È teatro? No. È un modo per includere le voci di chi altrimenti non avremmo sentito. Per quanto riguarda il lavoro sul territorio non vediamo l’ora di buttarci in un nuovo progetto in cui uno spettacolo teatrale sarà accompagnato e completato da un’applicazione di realtà aumentata: abbiamo sempre amato popolare i luoghi di storie che appartengono alla comunità e ora, grazie alla tecnologia, possiamo renderle disponibili nel tempo per i turisti e per gli abitanti di domani.”

Frasson

“Ah non so… Rendere complementare qualcosa che è nato come surrogato? Quando torneremo a vedere i corpi a qualche metro da noi, dei video non ci importerà più nulla…”

Amato

“Non vediamo l’ora di tornare allo spettacolo dal vivo, diciamoci la verità. Però credo che i diversi linguaggi non possano che arricchire la tavolozza degli artisti. È già accaduto in passato: per fare un esempio, negli anni ‘20 del secolo scorso ci sono stati i primi esempi di radiodramma in Europa e anche in Italia; questa forma d’arte non si è sostituita ma si è aggiunta a ciò che già c’era. Penso che non dovremmo avere paura di usare certi mezzi o rifiutarli a priori solo perché non li conosciamo. Possiamo provarli, acquisire nuove competenze. Se poi capiamo che non fanno per noi, semplicemente possiamo decidere di non avvalercene. Il Teatro, quello vero, fatto dal vivo e con il pubblico, non morirà mai, e torneremo a farlo e a vederlo, ne sono certa.”

Anna amato a centro palco per "Dolmezia e il Vescovo": spettacolo del 2015, Straligut Teatro.
Anna Amato in “Dolmezia e il Vescovo”, 2015, Straligut Teatro

Si chiude così la prima parte di questo excursus di voci sul “teatro in streaming” che come avete visto è una dicitura paradossale, sebbene tanto usata. In questo articolo avete trovato: Macchiati, Silvia Frasson, Straligut Teatro. Nel prossimo appuntamento, le voci di Francesco Chiantese e Gabriele Valentini.

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Ludovico Cosner

Ama le storie in tutte le sue forme, scrive fantasy e immagina un mondo senza discriminazioni. Mentre si destreggia tra i mille libri che vuole leggere e le serie tv da recuperare, si occupa anche di teatro. Sogna di vivere in Islanda ma la Valdichiana è altrettanto bella, anche se un po' troppo calda.

1 thought on “Teatro in streaming: opinioni dal territorio su un paradosso (Parte 1)

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