La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Pensieri e Parole

Quello che il fango non deve nascondere: l’alluvione a Parma

Questi giorni credo che non si scorderanno mai. Non si dimenticheranno facilmente, e non sono e non saranno giorni facili, né per Genova, né per Parma. Lascio a chi ha…

Questi giorni credo che non si scorderanno mai. Non si dimenticheranno facilmente, e non sono e non saranno giorni facili, né per Genova, né per Parma. Lascio a chi ha tempo da perdere raffronti su “chi ha subito più danni”, su “quale tra le due città abbia subito la piena peggiore”, perché intendiamoci: anche una persona che non ha mai visitato le due città, ci arriva a capire che hanno due strutture completamente diverse. Ma non è questo il punto – entrambe hanno subito a modo loro danni, di varia entità!

Io posso parlare per quello che ho visto per la città che comunque mi ha accolto per un anno: Parma. Lascio al provincialismo gretto le affermazioni da manie di protagonismo “Ma tu cosa vuoi, vivi in una zona sicura, non hai subito danni, io sì” pronunciate in una sorta di vittimismo compiaciuto, quando magari sono proprio persone di altre zone di Parma ad accorrere in soccorso alle persone del Quartiere Montanara, la zona dove il torrente Baganza confluisce con la Parma e dove sono stati riscontrati i danni più ingenti (senza contare le valli sull’Appennino e la provincia). Lascio ai qualunquisti dietro uno schermo le frasi, e giuro che mi è toccato pure sentirle, “Fate andare prima gli immigrati e gli extracomunitari a spalare, poi vengo a spalare pure io“, “Fateci andare i politici corrotti!“, “Fateci andare gli studenti fannulloni!“; che sia parzialmente vera quest’ultima affermazione, posso anche confermarlo, visto che ho assistito a scene di improvvisa diligenza negli studi, da individui che criticano perennemente la città e che si trovano sempre male, che sia estate perché è troppo caldo e umido, che sia inverno, perché è tutto triste e grigio e c’è la nebbia (venendo da Milano, forse mi sono abituata troppo io agli inverni del Nord…); però della città si ricordano solo quando c’è da andare a ballare o fare l’aperitivo in via Farini, nel momento in cui si parla di faticare, cambia tutto. In ultima battuta, vorrei lasciare a chi è disperato nel dover “far notizia” (volutamente tra virgolette) gli attacchi al Sindaco, Federico Pizzarotti. Non ho sempre condiviso le scelte della giunta, ma penso che sia giusto osservare, che questa volta, ha fatto veramente del suo meglio nel gestire la comunicazione e nell’essere presente, fornendo informazioni utili, senza stare a ricamare drammi su drammi. Non stava semplicemente baloccando con Facebook e Twitter, ma il parmigiano medio fatica a capire che questi social network possono essere d’aiuto nel momento dell’emergenza, e non servono solo a postare idiozie. E allora deve attaccare e criticare da dietro uno schermo. Lascio gli attacchi a prescindere verso il sindaco a coloro che hanno il bisogno disperato di far sapere di quante pagine è il loro speciale sull’alluvione, e a coloro che hanno bisogno di drammi e non notizie da scrivere. Perché non parlare anche dell’allarme dato in notevole ritardo dalla Protezione Civile, che aveva anche sottovalutato la portata delle precipitazioni? Io ho iniziato a capire la gravità della situazione non alle 12 di lunedì, ma alle 16 circa, quando pioveva già da ore, come leggerete più avanti. Ma l’importante è prendersela con il sindaco sempre e comunque, facendolo tramite un organo di informazione che dovrebbe servire tutti i cittadini, di qualsiasi schieramento politico o idea.

Avrei da dire un po’ di cose sul provincialismo parmigiano, frammisto a boria e snobismo, ma magari lo dirò in un momento più opportuno, questo non è proprio l’occasione giusta, ma quest’atteggiamento, in questi giorni, non è comunque mancato. Ripeto che non è il momento giusto, perché ho visto un sacco di gente bravissima, in questi giorni. A prescindere dalla provenienza, dall’età, ci siamo trovati un po’ tutti colti di sorpresa di fronte a questa “Parma Voladòra” brusca e irascibile, gonfia di acqua fino a rompere il record della piena del 2000. 392 cm di rabbia, fango e detriti. Però quello che mi è piaciuto, è quello che c’è stato dopo, il darsi da fare per pulire tutto e rimettere in sesto i quartieri e le strade.

10704167_10204825003215047_2892855390032414041_nIo posso solo descrivere la crescente preoccupazione di lunedì, quando, insospettita da quel temporale che durava da troppo, ho deciso di iniziare a consultare i siti d’informazione, che iniziavano a esprimere altrettanta preoccupazione. Poi, nel pomeriggio, è partita l’escalation. Mi sono veramente insospettita quando è saltato internet del tutto, e la corrente elettrica ha iniziato a fare le bizze, ad andare a scatti. Ho acceso la tv e su TV Parma trasmettevano l’edizione straordinaria: la piena rovinosa del Baganza, il crollo del Ponte Navetta, i container nei torrenti, gli allagamenti di via Chiavari, via Po, delle altre vie prossime agli argini. Già decisa a muovermi, verso una zona più sicura, inizio a sentire che stanno chiudendo i ponti, e dovevo muovermi ad attraversarne uno.

Il Ponte di Mezzo è il ponte più vicino al centro, a via Mazzini, via che mi stavo apprestando ad attraversare, quando ho sentito distintamente il boato del torrente a una buona distanza. Sono arrivata al ponte, e non so come mai, ho iniziato a sentire paura. Per quanto mi dicessero “tranquilla che non tracima“, a vederlo, mi sono sentita come con l’acqua alla gola e ho iniziato a correre, allontanandomi dal ponte. I miei genitori stanno a Milano, e potevano solo vedere le zone più danneggiate tramite la televisione, in quei momenti, quindi mi hanno chiamato, preoccupati che Parma fosse interamente allagata e che avessi subito danni anche io. Li ho rassicurati, ma quella sensazione di ansia ci ha messo qualche ora ad andarsene.

Ripeto, io sono molto fortunata, perché non ho subito danni, di nessun tipo, a parte internet poco funzionante. E in quelle ore critiche, ho fatto la cosa migliore che potessi fare: informare le persone a me più vicine, i miei conoscenti, ma anche qualcuno che magari non riusciva a mettersi in contatto con altri in città, tramite Facebook, lasciando il profilo aperto con aggiornamenti costanti. Mi è sembrato un gesto naturale, per rassicurare tutti, senza che si spaccassero la testa per contattarmi, o intasando le linee telefoniche (gli unici operatori funzionanti erano proprio Vodafone e Wind). Adesso, posso dire che la situazione si sta ristabilendo in tempi tutto sommato rapidi, ovviamente il discorso è un po’ diverso, per il Quartiere Montanara, ma tanti si stanno rimboccando le maniche per spalare e lavare via il fango. La mia speranza è che chi ha subito dei danni, di qualsiasi entità, possa vedere almeno un risarcimento, ma i tempi saranno lunghissimi, visto che Genova, ahimè, ha faticato a vedere i soldi della prima alluvione del 2011.

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La delusione più grande: quanto ti illudono di avere un lavoro

In fondo, una giovane di 25 anni cerca ancora di sperare nell’Italia e nel suo disastrato mondo del lavoro. A 25 anni, si rincorrono ancora stage sottopagati (quando non pagati…

In fondo, una giovane di 25 anni cerca ancora di sperare nell’Italia e nel suo disastrato mondo del lavoro. A 25 anni, si rincorrono ancora stage sottopagati (quando non pagati affatto con la pretesa di essere curriculari o formativi) e pretese di lavoro assurde per una persona che si è appena affacciata nel mondo del lavoro, per poi sentirsi dire che a 29 anni si è già troppo vecchi e non possono più prenderti.

Mi sembra giusto che una persona, che ha passato i suoi ultimi 5 anni a formarsi all’università, dia qualche chance al proprio Paese, malgrado tutto quello che si dice, tutto quello che si dovrebbe fare e cambiare, ma che nessuno sembra avere la forza di fare.

Ti dicono che la laurea non serve più a nulla, eppure studi con impegno, tenendo ben in mente i sacrifici che i tuoi genitori fanno per pagarti gli studi, l’affitto e le relative spese se sei fuori sede. Per non gravare troppo sul loro bilancio, cerchi dei lavoretti occasionali, o dei lavori part-time, per non dire dei lavori veri e propri, andando incontro a tutte le difficoltà del caso, a un’università italiana ben lontana dal saper gestire e saper accettare questa piccola realtà sospesa tra due mondi. Ti dicono che l’università non sa preparare al mondo del lavoro, e anche per questo motivo cerchi di inserirti il prima possibile. Tuttavia, anche i datori di lavoro non sanno accettare degli studenti che vorrebbero anche lavorare, nascondendosi dietro il “non me lo posso permettere”, o arrivano a offrire loro – mossi da pietà – posizioni da sfruttamento. Tre, sei mesi a “fare fotocopie” e a “portare caffè”, sempre sottopagati o anche gratis – e qua, prego tutti i ragazzi e le ragazze di non accettare niente gratis, si finisce in un circolo vizioso senza fine e il primo stipendio vagamente decente lo si vede a 30 anni. Forse.

Detto questo – la cosa più brutta è quando ti illudono di aver trovato un lavoro, che addirittura è molto vicino, se non perfettamente coincidente con le tue aspirazioni. Il colloquio ti mette già nero su bianco tutto, trattamento economico, orario di lavoro, e ti chiedono di fare un lavoro di prova, prima dell’incontro finale che avrebbe sancito l’inizio ufficiale della tua attività. E allora, cosa fai? Ti lanci a capofitto nel progetto, passi giorni scervellandoti nella speranza che le tue idee vengano apprezzate. La comunicazione con i “superiori” è insolitamente veloce e rapida, e contenta di tutto ciò, consegni il lavoro, sperando in un riscontro rapido. Ma tutto tace. Né un va bene, né un non va bene, nessun commento circa pregi o difetti del tuo lavoro. Nulla. Zero. Solo una settimana dopo arriva un’email abbastanza asciutta e secca, senza saluti, ma con una domanda, a cui rispondi. Intanto sono passate tre settimane dalla consegna e nessuno si fa più vivo. Passano i giorni e non sai che fare. Provi a scrivere di nuovo, ma non ricevi nessuna reazione.

Intanto ti chiamano per altri lavori e non sai che cosa rispondere, perché sei lasciata “in sospeso”. Passa pure la data in cui avresti dovuto iniziare a lavorare da loro. Sei, in gergo, “rimasta a piedi”. Ed è anche altamente probabile, se non sicuro, che questi si sono intascati il tuo lavoro di prova, di cui non hai visto un solo commento, una valutazione, tantomeno un rimborso, un riconoscimento economico. Un “scusaci il disturbo, tieni qualcosa, perché comunque hai lavorato 10 giorni, nel bene e nel male”. E stai pure certa che si prenderanno qualche idea che hai avuto, si  prenderanno il merito di qualcosa che non è loro, ma che poteva essere anche loro.

Forse la cosa più brutta che mi potesse succedere è questa. Essere illusa e poi essere silenziosamente espropriata di un lavoro. Di qualche idea che potevo continuare a sviluppare io. Questo è quello che mi è successo con una start-up di Parma, che si vanta di “rispondere sempre” ai candidati, che si vanta di voler dare possibilità a tutti, di inserirli per farli crescere all’interno della propria attività – e sembra che chi entri non voglia quasi più uscirne. A me hanno fatto vedere l’entrata della loro magnifica fucina e lì sono rimasta, ad aspettare qualcosa che non è mai arrivato.

E se dovessero mai farsi vivi tra qualche mese e dirmi che mi vogliono a lavorare da loro? Rifiuterei, perché chissà cos’altro potrebbero avere in serbo per me. Perché prima avevano solamente bisogno di qualcuno che gli sbrigasse un lavoro nel quale, evidentemente, le loro idee erano in letargo, anziché essere sempre sveglie, come sostengono nel loro motto. E perché non provare a cavarsela pure gratis? D’altronde in Italia, chi frega se la cava sempre, alla faccia degli onesti.

Dopo questo, credete ancora che io abbia fiducia nel mondo del lavoro del mio Paese? Credete che mi possa presentare sempre affabile e servizievole, se l’ultima fregatura è stata anche quella più vicina ai miei sogni? Credete che sia troppo presentarsi e chiedere che anche un lavoro di prova venga retribuito e che abbia un suo contratto occasionale?

Credete che sia troppo? Se lo pensaste davvero, non avreste minimamente a cuore il vostro futuro, che siamo noi giovani. E pensate, esattamente come quella start-up di Parma, al vostro tornaconto e allo sfruttare idee degli altri, senza dare loro il minimo riconoscimento, perché tanto siamo giovani senza esperienza e volete continuare a tenerci senza esperienza, perché fa comodo. Per poi dirci che siamo troppo vecchi e non abbiamo imparato niente. Se questo è il modo per affossare la mia (poca) fiducia verso l’Italia, ce la state facendo. Ma se una cosa mi viene bene, è difendermi e passare al contrattacco. E da qui in avanti, sarà tutta difesa verso il mio lavoro. Perché voglio lavorare anch’io. E voglio vedere il mio lavoro riconosciuto con nome e cognome e retribuito. Non rubato.

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Quando l’inglese è abusato e bistrattato dagli italiani

“Dammi feed”, “Feedami”. (Qualcuno ha fame?) “Forwardami quest’email“. (Inoltrare è troppo brutto da dire?) “La nostra mission”. (Mission: Impossible) “Devi uscire dalla tua comfort zone”. (Che viene sempre storpiata in confort, comunque) “Anyway, oggi…

“Dammi feed”, “Feedami”. (Qualcuno ha fame?)

Forwardami quest’email“. (Inoltrare è troppo brutto da dire?)

La nostra mission”. (Mission: Impossible)

“Devi uscire dalla tua comfort zone”. (Che viene sempre storpiata in confort, comunque)

Anyway, oggi nel meeting abbiamo parlato di…”. (Perché se dici “comunque” e “riunione” sei troppo campanilista e poco up to date)

E poi arriva lei – lei che si vanta di essere una grande manager in carriera. Scusate, lei lo pronuncia mèenager, forse ingannata da quel qualcuno che le ha detto che le “a” in inglese si dicono tutte “e”. Iniziamo a sfatare questo mito: no, le “a” in inglese non si pronunciano “e”. Non si pronunciano tutte “ei”, o tutte “ae”. Bisogna capire e ascoltare bene le differenze di pronuncia. Così come l’ostico suono “th”, non è “ze”, non è “de”, ma per noi italiani lo è. Avete sentito per caso la pubblicità del videogioco “The Last Of Us – Remastered“? Chi si è accorto che è diventato un tremendo “Dee Laasd Of Aas Rimastered”? O la parola “love me” pronunciata “lav mi”? (E qua, con le mie origini anche milanesi, mi scappa una risata ogni volta… Perché capisco “lavami”).

La disperazione sale quando si deve affrontare la parola managementMeenaggèment. Non si chiede la perfetta pronuncia mænɪdʒmənt, sfoggiando un impeccabile British English, quanto meno si chiede di far cadere l’accento sulla sillaba giusta. Eppure, si continua a pensare che sia più cool… Ops, più bello infarcire il nostro italiano con molte parole inglesi, di cui spesso si arriva alla storpiatura, oltre che alterarne pronuncia e accenti sulle sillabe.

Per esempio, non capisco mai quando si dice “dammi feed” (già riportato sopra). Feed è nutrire. Feedback è il riscontro. C’è bisogno di storpiare e abbreviare queste parole, cambiandone il significato? Questo avviene non solo alle orecchie di un madrelingua inglese, ma anche di una persona che l’inglese lo conosce molto bene e lo ha studiato molto bene. E sappiamo in tanti quale sia il livello d’inglese insegnato qui in Italia, è uno dei peggiori paesi nell’Unione Europea.

È che il mio personale livello di tolleranza verso queste prassi è già basso di suo, e si azzera totalmente appena uno inizia a infarcire di parole inglesi il proprio vocabolario, al livello che in ogni frase ci deve essere una parola in inglese (sempre pronunciata malissimo, ricordiamocelo). Ora, se da un lato mi viene da giustificare queste (pessime) abitudini, perché nel campo del marketing e della comunicazione è impossibile da trovare qualcuno che parli un italiano che non sia altamente contaminato dal vocabolario inglese, dall’altro lato mi dico che è tutta pigrizia mentale, combinata a qualche desiderio di sentirsi tremendamente aggiornato e alla moda. Vedete, la tentazione di dire “up to date” e “fashionable” è stata tanta, ma un desiderio di cui non potete capire l’intensità. No, dire “essere fèscionFashion” non vuol dire essere alla moda. Non ha semplicemente senso. Sì, è pigrizia mentale, perché molti termini sono perfettamente tradotti in italiano e hanno un’espressione equivalente. Di espressioni intraducibili ce ne sono veramente poche – e anche se fosse, si può provare a usare un buon giro di parole. Ma capisco bene che la sinteticità dell’inglese affascini molti. Ma come tutte le cose, non bisogna abusarne, perché poi la figura da ridicolo è proprio dietro l’angolo, oltre al fatto di spiazzare persone che magari l’inglese non lo sanno bene.

Riflettiamo su questa prassi irritante e riduciamola, laddove possibile.

Che poi, sia chiaro, anche io uso correntemente alcune parole inglesi nel mio vocabolario – solo che con il passare del tempo mi sono decisa a usare quelle solo strettamente necessarie e quelle che mi sembrano oramai integrate nella nostra lingua. Però ammettete con me che il fascino di dire “multitasking” è irresistibile, rispetto a un ben più complicato e verboso “fare più cose contemporaneamente”. Multitasking. Multitasking. Multitasking. 

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Vi racconto il mio ultimo viaggio in Messico

Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia,…

Sono nata in un paese colorato, dalla bandiera verde bianca e rossa. Un paese dai colori pastello, così mi immagino l’Italia, dalle colline verde-chiaro toscane, alle pianure giallo-paglierino della Puglia, al verde-acqua o azzurro tenue del nostro bel mare.

Quando ho messo piede in Messico, invece, ho avuto una sensazione diversa. Un paese dai colori luminosi, accesi, mai tenui, capaci di attirare il viandante nel fascino della bellezza. Una bellezza che vorrei cercare di trasmettervi.

Scrivere racconti e articoli di viaggio è facile: il tuo corpo e la tua mente sono carichi di emozioni, suoni e immagini, e senza rendertene conto li hai fatti tuoi, ti sono entrati dentro ancora prima che tu abbia avuto tempo di rifletterci su. Il difficile sta nell’organizzarli, in seguito, e raccontarli in forma ordinata; il dramma sta nel scegliere un ricordo piuttosto che un altro. Devi tenere conto, fin da subito, che non riuscirai a parlare di tutto. Il Messico, poi, è un paese che non ti lascia andare, ti afferra, con le sue mani fatte di spezie e mercati, e che tanto avrebbe da dire.

Tre viaggi mi hanno arricchito nella “terra del mais”, come ogni tanto è chiamata questa Nazione. Un mese on the road nel 2012, tre mesi di ricerca etnografica in un municipio nello Stato di Puebla nel 2013, venti amabili giorni spesi a metà per impegni accademici e per vacanza nel 2014.

Per ben due di questi viaggi ho avuto la fortuna di partecipare al grito de independencia, celebrazione dell’indipendenza messicana, dove patriottismo e onor messicano si incontrano per le strade di ogni angolo, di ogni città, municipio, pueblito del Paese. Cosa dire di questa festa? Badate bene che si tratta di me che racconta, viaggiatrice e studiosa con la sua opinione, non di una verità assoluta, ossia nulla ch’io pretenda di possedere. La prima cosa che ho notato: i messicani amano la loro terra. La amano così tanto che quando un Governo non riesce a governare come dovrebbe, si sente ancora l’eco della revolución campesina. Per Città del Messico le manifestazioni sono all’ordine del giorno; la polizia, massicciamente spiegata con mitra e caschi antisommossa, si stanzia giornalmente lungo le vie del centro. Il Messico, in poche parole, è un paese che lotta. E quando arriva il momento del grito, si incontrano per la strada coloro che incarnano la voce del popolo, e coloro che si sentono al sicuro sotto le attività di repressione governative.

Messico

 Foto di Valeria Luongo

Festeggiare il grito è diverso a seconda del luogo: l’anno scorso ero a Cuetzalan del Progreso, municipio sulle pendici di una montagna nello Stato di Puebla; quest’anno ho partecipato ai preparativi nella piazza centrale (zócalo) di Città del Messico, e ai festeggiamenti su un’isola del Quintana Roo, Isla Holbox.

Tre diversissime tipologie: 1) Cuetzalan era un’allegra festa di paese, con banchetti di strada, fuochi d’artificio e rito dei voladores (cuetzaltechi che piroettano i loro corpi agganciati a una fune dalla cima di un palo di circa 30 metri); 2) Nello Zócalo di Città del Messico avevano eretto imponenti strutture celebrative, dove hanno avuto luogo virtuosismi militari in omaggio alle forze dell’ordine governative; 3) a Isla Holbox, meta turistica di giovani europei, la celebrazione si trovava a metà tra la rivisitazione di un mondo messicano dell’immaginario, fatto di asini e sombreri, e musica dance contemporanea.

Elemento comune: la gente. Numerosa, festaiola, carica di vita.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

La mia esperienza, la mia storia di viaggio, si svolge però principalmente nel luogo magico che è Cuetzalan del Progreso, nella quale ho vissuto le gioie e i dolori dell’investigazione di campo.

Tornare dove hai fatto ricerca è emozione pura. Si tratta del luogo dove sei stato accolto come un figlio, nel quale sei entrato a far parte del tessuto sociale e allo stesso tempo ne sei rimasto fuori; è il posto dove ti è rimasta la sensazione di trovare una situazione familiare, senza più l’ansia della ricerca, e dell’estraneità del luogo.

Ripercorrere, quindi, quelle strade, incrociare di nuovo gli stessi sguardi, ha toccato punti profondi del mio essere lì.

Messico

 Foto di Chiara Magliacane

Nuovamente ho visto queste meravigliose donne indigene che a settanta e passa anni camminano scalze per la strada, il fascio di legna legato alla fronte, belle e forti con la grazia della natura dipinta addosso. E via, così, per chilometri da Cuetzalan alle comunità che si trovano nel circondario, luoghi privilegiati per chi ci vive e, ovviamente, per chi sa dove siano. Santiago Yancuitlalpan è la mia preferita, a venti minuti di camioneta da Cuetzalan. Lì, in una capanna, si trova Panchita, circondata dalla sua famiglia. Ha 76 anni, e una treccia bianca che le arriva ai piedi, e ogni volta che i suoi occhi incrociano i miei sento un irresistibile desiderio di sorriderle. Una grande gioia nell’accoglierci all’ingresso, dopo quattro mesi di visite ogni settimana e di chiacchiere sotto la pioggia. Sedendomi sulla stessa sedia dove mi ero seduta tante volte, offrendoci lo stesso caffè, non poteva non tornare alla memoria la sfilza di lunghi pomeriggi trascorsi insieme. L’anno prima mi aveva accolto nella sua casa di legno, calce e terra, offrendomi cibo e comodità, lasciandomi rilassare su una sedia di paglia mentre la osservavo cuocere la tortilla nel focolare.

Alle volte ci dimentichiamo di quanto sia la semplicità la forma più perfetta del donare agli altri. Le parole per descrivere quella situazione sono tre: Accogliere, sorriso, sguardo. Il risultato è che non puoi andartene via senza una gioia in più all’interno di te stesso.

Terminando il mio racconto, questa la conclusione che mi appresto a dare: il Messico non è quello che traspare attraverso il turismo o le notizie giunte con i media. Il Messico, quello vero, almeno attraverso i miei occhi è fatto così.

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Quale futuro per la Ferrari?

Il weekend appena trascorso a Monza è stato un weekend impegnativo per la Ferrari, che era arrivata in Brianza accompagnata dalle voci che volevano (di nuovo) il presidente Luca Cordero…

Il weekend appena trascorso a Monza è stato un weekend impegnativo per la Ferrari, che era arrivata in Brianza accompagnata dalle voci che volevano (di nuovo) il presidente Luca Cordero di Montezemolo prossimo alle dimissioni. Voci che il presidente ha voluto calmare di persona, il sabato, con le seguenti parole:

Le voci su di me? Ho visto il polverone degli ultimi giorni, ma l’ho trovato eccessivo. Sono qui per lavorare, oggi, domani, i prossimi mesi. […] poi ho dato la mia disponibilità a marzo agli azionisti per restare altri tre anni e questo è tutto. Stiamo lavorando a chiudere un anno che rappresenta un e record storico per i risultati finanziari della Ferrari e con Mattiacci stiamo lavorando alla ricostruzione della squadra corse e qualche segnale, minimo e che non basta, lo vedo. (Fonte: Gazzetta dello Sport).

Questa replica non è bastata per placare quelle voci, i dubbi circa la futura permanenza di Montezemolo alla Ferrari, perché domenica, ovvero ieri, durante la gara, da Cernobbio è arrivata la stoccata di Sergio Marchionne, amministratore delegato del Gruppo FCA, neanche troppo velata – a dire il vero una vera e propria doccia gelata.

L’uscita numero uno della Ferrari non è in agenda, ma nessuno è indispensabile.

L’A.D. ha poi continuato:

La cosa importante per la Ferrari – insiste in numero uno di Fiat – non sono soltanto i risultati economici, ma è vincere. E sono sei anni che facciamo fatica. Sia Alonso sia Raikkonen sono campioni del mondo. Mi dà un fastidio enorme. Stiamo guardano da parecchio tempo le cose che non vanno bene. (Fonte: Huffington Post).

È evidente – ma questa non è una novità per chi ha seguito da vicino la Ferrari in questo campionato – che a Maranello non ci sia un’atmosfera serena. La delicata riorganizzazione del team di F1 ha portato all’allontanamento di alcune figure chiave, Stefano Domenicali e Luca Marmorini, per fare due nomi, che sono solo gli ultimi di una lista che comprende Aldo Costa (passato alla vittoriosa Mercedes), Chris Dyer, Luca Baldisserri e Luigi Mazzola. Ora, a corroborare ulteriormente la tesi che in Ferrari l’atmosfera sia tutt’altro che rosea, e che gli allontanamenti di alcuni dei tecnici e ingegneri non siano stati fatti propriamente cum grano salis, lo attestano anche queste due interviste, fatte proprio a Costa e a Marmorini da Leo Turrini nei mesi scorsi. Ma è altrettanto evidente che le parole di Montezemolo e di Marchionne rappresentino uno scontro tra due posizioni opposte: Montezemolo non è stato compreso nel nuovo Consiglio d’Amministrazione del Gruppo FCA e non vuole che la Ferrari diventi “americana”, tramite la quotazione della FCA negli Stati Uniti – un’eventualità che a suo tempo non aveva voluto neanche l’Avvocato Agnelli, che aveva infatti comprato la Ferrari per evitare che finisse nelle mani della Ford. D’altronde la difesa e l’esaltazione de “l’italianità” è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del presidente della Ferrari. Dall’altro lato, abbiamo Sergio Marchionne, che ha bisogno che il gioiello del gruppo torni a essere anche sinonimo di successo in pista, oltre che un marchio che economicamente riscuote ancora molto successo. Marchionne ha bisogno di risultati, e può essere condivisibile. Ma fino a un certo punto.

In tutto questo, si aggiunge un avvenimento occorso durante la gara di ieri, che si è caricato di una valenza simbolica non di poco conto, che non deve spingere la dirigenza a proseguire nella politica di allontanamento compulsivo di tecnici e ingegneri dal team Ferrari: il ritiro di Fernando Alonso durante il Gran Premio d’Italia, la gara di casa. Un mesto ritiro di fronte ai Tifosi accorsi per supportare il pilota spagnolo, fino a quel momento autore di una gara faticosamente opaca, e il compagno di squadra, il finlandese Kimi Raikkonen, neppure lui particolarmente brillante sul circuito brianzolo. Ora, la natura del guasto era meccanica, nessun errore da parte del pilota spagnolo che sta dando il massimo per salvare una stagione inaccettabile per un team come la Ferrari; ma a mente fredda, rianalizzando i fatti e le dichiarazioni di questo weekend, una prima osservazione è sorta spontanea: speriamo non sia il preludio per una nuova “testa tagliata”. Il problema è che questa volta, rischia di rimetterci il cosiddetto “pezzo da novanta” – il presidente in persona.

Ma è veramente necessario continuare su questa linea? Che cosa si otterrebbe di meglio, con un nuovo presidente, nel breve termine? Ovviamente, la dirigenza avrà sicuramente i suoi piani ben definiti e dettagliati al riguardo, ma riorganizzare un team non è un processo che dà risultati nell’immediato, specie in questa F1 piuttosto “imbavagliata”, specie quando ci sono coinvolte centinaia di persone e uno dei problemi della squadra sembra essere la sinergia tra i vari reparti e la relativa comunicazione. Il ritiro di ieri deve servire come spunto di riflessione su quanto fatto fino a Monza e cosa fare per evitare alla Ferrari un’altra stagione da dimenticare. La Ferrari deve tornare a essere una squadra vera e propria, unita e con una direzione chiara da seguire tutti insieme, com’era fino al 2006, 2007 massimo. A togliere continuamente membri – ed è come smontare una macchina efficiente pezzo dopo pezzo – si ottiene il caos, e si ottiene una macchina che non funziona più come prima, che va portata costantemente dal meccanico per essere riparata. E soprattutto, al primo segno di difficoltà, deve tornare a essere una squadra che non prende decisioni affrettate, annebbiate dal caos e dalla paura di sbagliare di nuovo. Uno dei leitmotiv degli anni delle grandissime vittorie era proprio: “si vince insieme, si perde insieme”. Magari solo quello non sarà sufficiente a risollevare la Ferrari nel 2014 (più probabilmente nel 2015), tuttavia crediamo che sia un ottimo principio dal quale ricostruire un ciclo vincente. Principio che vince, non si cambia.

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Plan 9 From Cyberspace – la dipendenza da relazioni online

L’uso di Internet è oramai consolidato nelle nostre vite – e ha portato senza dubbio a molti vantaggi e comodità nelle nostre prassi quotidiane. A partire dallo facilitare parte della…

L’uso di Internet è oramai consolidato nelle nostre vite – e ha portato senza dubbio a molti vantaggi e comodità nelle nostre prassi quotidiane. A partire dallo facilitare parte della burocrazia, alcune operazioni di acquisto e anche a partire dall’ampliare l’offerta di beni di ogni genere. Negarlo sarebbe poco onesto – Internet ha aiutato la maggior parte di noi e ci ha portato numerosi benefici. Anche da un punto di vista relazionale, ha facilitato dei legami a distanza, ha permesso a molti di noi di andare oltre certe cerchie locali, conoscendo nuova gente nell’etere (a patto però che certi legami si consolidino, diventando anche rapporti face-to-face, distanze permettendo).

C’è però da considerare anche un filone di svantaggi e di disagi che Internet ha portato, da un punto di vista relazionale. È corretto pensare che un uso smodato di Internet abbia portato a dei disagi nella psiche delle persone? O meglio, che un abuso del genere abbia esasperato certi disagi psicologici, o anche psichiatrici, portandoli direttamente in Rete? Negli ultimi anni, un filone della psicologia e della psichiatria, così come della sociologia, si è concentrato molto sui processi digitali, e su come questi sono stati in grado sia di degradare una vita tutto sommato stabile degli utenti, sia come questi abbiano peggiorato la situazione di una persona con dei disturbi pregressi.

Possiamo considerare i cosiddetti Internet Disease (Disagi causati da Internet) delle vere e proprie sindromi strutturate? Disagi che necessitano di cure mediche, se necessario? Si può dire di sì, perché vanno a confluire in alcuni disturbi psichiatrici già identificati, di natura ossessivo-compulsiva, di natura bipolare e via discorrendo.

Quest’editoriale è basato su alcune osservazioni avvenute in queste anni in Rete – osservazioni non solo derivate da Facebook – il social network più utilizzato dagli italiani – ma anche, in tempi meno recenti, dall’ora dimenticato MySpace, dove erano stati riscontrati i primi casi di individui che hanno poi manifestato disagi causati da Internet. Pur non essendo psichiatra, ma avendo studiato basi di Psicologia della Comunicazione, Sociologia, Antropologia e come questi si rapportano al mondo digitale, con gli anni è stato più facile notare individui dai comportamenti problematici in Rete.

Partendo dallo PIU Problematic Internet Use (Uso Problematico di Internet) – si scoprono molte declinazioni di quest’abuso che diventa dipendenza: vi sono dipendenze da gioco d’azzardo online, acquisti compulsivi online, dipendenza da pornografia online, dipendenza da social network orientati a un preponderante egocentrismo fatto di selfie, monologhi, un parlare e un uso di chat continuo. Sono tutte dipendenze che scattano nel momento in cui c’è una forte eccitazione positiva: si provi a pensare quando ci si riesce ad aggiudicare un’asta online, quando si vince una mano di poker online, quando si ricevono complimenti positivi per il fiume di foto quotidiane (dove si è sempre presenti, di rado sono foto ambientali) postate nel proprio profilo. Un’altra dipendenza pericolosa, perché non solo dannosa per chi ne soffre, ma per chi viene coinvolto per un lasso di tempo significativo, è la dipendenza da relazioni online.

Si ribadisce che sentire i propri amici online, laddove poi ci sia una relazione face-to-face, non è per nulla dannoso, così come non c’è niente di male nel conoscere della gente tramite un forum o una chat, sempre purché ci sia poi un riscontro nella vita offline. Ma ci sono persone che, con i loro disturbi e la loro “valvola di sfogo” su Internet, intrappolano persone normali in relazioni online dannose, che possono avere conseguenze a volte irreversibili sulla psiche dei malcapitati. E molto spesso, queste relazioni malate non escono dalla Rete.

Parliamo quindi di un disturbo che si basa su una dipendenza. Solitamente queste persone riescono anche a essere molto popolari su Internet, ma come fanno? Perché attirano l’attenzione per la quantità di foto, l’apparente vivacità della loro vita – che a ben vedere, in realtà non così vivace, per la loro loquacità online e… Per la loro perenne presenza online, a qualsiasi ora. Ci si sente automaticamente invogliati ad aggiungere queste persone nella propria cerchia di conoscenze. E la trappola scatta subito, perché di relazione vera e propria non si parlerà mai, per quanto la carica emotiva delle conversazioni online sia molto elevata, tanto quanto una conversazione fatta di persona. Questo perché? Perché fondamentalmente nella Rete si possono creare ideali di principe azzurro o principessa, che un incontro reale smonterebbero e farebbero svanire all’istante. L’individuo dipendente quindi gioca sull’emotività del suo interlocutore, ne cerca una perfezione illusoria e lo vuole comunque tenere sia a distanza, ma anche sotto controllo. Ma non solo: è anche in grado di convincerlo delle sue ragioni e di giocare sulla sua empatia. Come? Si è appena parlato dell’emotività. Molto spesso, queste persone disturbate si trasformano in Sob Story Teller (Autore di Storie Strazianti), le cui “confessioni shock”, che dicono di non aver mai detto a nessuno, in realtà tutta la loro cerchia di contatti ne è al corrente, sono basate su lutti continui e sempre improvvisi e… Su traumi infantili, o adolescenziali, subiti, o peggio ancora, di malattie gravi – come leucemie, tumori, operazioni delicate imminenti. Questo tipo di comportamento è una sorta di sviluppo “digitale” della Sindrome di Münchhausen, e molto spesso è tutto inventato, ma nel frattempo, l’individuo disturbato è riuscito ad attirarsi il conforto e la simpatia dei suoi contatti, continuando a inventare disturbi e malattie di ogni tipo. Molto spesso, quando lo smascheramento da parte dell’interlocutore è vicino, questi soggetti mostrano anche sbalzi d’umore, una certa aggressività verbale, fino a quando non tornano docili e dolci, una volta riacquistato il controllo sul loro interlocutore. Come se si avesse avuto a che fare con due persone totalmente diverse in pochissimo tempo. Se vengono smascherati del tutto, questi soggetti spariscono nel nulla, cancellando tutti i loro profili sui social network – come se non fossero mai esistiti. E la persona coinvolta può rimanerci traumatizzata, in maniera più o meno lieve, in base al coinvolgimento emotivo che ha avuto.

Sarebbe riduttivo definire queste persone delle pure e semplici drama queen. Perché dietro questi comportamenti ci sono dei disturbi più o meno gravi, che le famiglie di questi individui non hanno saputo cogliere e curare in tempo, mettendo sotto protezione soffocante questi soggetti, come se fossero bambini da proteggere e da coccolare sempre e comunque, senza contraddirli e senza cercare di indagare ulteriormente circa i loro comportamenti. A volte, questi individui dipendenti da relazioni online hanno una vita agiata, con un posto di lavoro fisso, senza particolari problemi, con un supporto eccessivamente amorevole da parte della famiglia. E agiscono lontani dalla vita reale, in questo caso. Perché è facile comportarsi così e inventarsi tutto nelle relazioni online? Perché in Rete non si hanno fatti per provare le loro bugie o comunque smascherarli immediatamente – quindi possono agire indisturbati. Nella vita reale si tende a non contraddire queste persone, per paura di essere giudicati delle persone spregevoli e indelicate. Ma chiudere una persona con dei problemi relazionali e psicologici di varia entità in una stanza, a relazionarsi con un computer, non è esattamente una delle scelte più sagge che si possano fare; perché i danni più grossi sono anche e soprattutto a carico di chi si è fatto coinvolgere sentimentalmente – e non lo si mette in dubbio, in buonafede – da queste persone. E molto spesso, chi poi viene “sedotto e abbandonato” da questi soggetti problematici, non ha il coraggio di raccontare a nessuno quello che ha passato, preso da vergogna, rimanendo a livello più profondo ferito da una vicenda simile e talvolta in difficoltà nel relazionarsi con altre persone in maniera serena.

Per saperne di più, si consiglia caldamente di vedere qualche puntata di una serie TV – reality in onda su MTV, intitolata “Catfish: False Identità”. Può rendere l’idea, visivamente parlando, di quanto descritto in quest’articolo.

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Quale vorresti che fosse casa tua?

Non so voi, a me capita spesso di rimanere affascinata dalle case. Girando con la macchina, passeggiando lungo il marciapiede o, semplicemente, scorrendo delle foto su internet. Immagino quale potrebbe…

Non so voi, a me capita spesso di rimanere affascinata dalle case. Girando con la macchina, passeggiando lungo il marciapiede o, semplicemente, scorrendo delle foto su internet. Immagino quale potrebbe essere il quotidiano dentro questa o quella casa. C’è una veranda assolata con un dondolo sullo sfondo e un tavolo di legno, con un centrotavola decorato a fiori? La mia mente subito inizia a giocare con immagini di bambini che si rincorrono nel giardino, mentre i grandi si attardano a tavola con l’ultimo bicchiere di amaro, e la nonna, già stanca, che si è accomodata placidamente sulla sedia a dondolo, le mani giunte dolcemente in grembo, osservando  la sua famiglia con gli occhi che brillano.

Le case, almeno per me, hanno un fascino particolare. Ogni tanto capita di imbattermi in case davvero particolari, di quelle che fanno venire l’acquolina in bocca, specialmente quando sono circondate dalla natura incontaminata. In questo articolo vi propongo una rassegna fotografica di alcune tra le case e costruzioni che più hanno colpito la sottoscritta. Qual è la casa che, invece, piace di più a voi?

casa

Casa ispirata al Nord, in Colorado

“Sebbene si possa girare tra piaceri e palazzi, sii sempre umile, non c’è posto come casa propria.” 
JOHN HOWARD PAYNE

casa

 Casa sull’albero, notti sotto le stelle.

“La casa è quel posto dove, quando ci andate, vi accolgono sempre.” 
ROBERT LEE FROST

 

casa

 Un’entrata regale in mezzo al bosco.

“Se sei saggio, costruisci una casa e fonda un focolare.” 
PTAHHOTEP

casa

 Bellissima foto fatta da Matt Forbes.

“La mia casa è piccola ma le sue finestre si aprono su un mondo infinito.” 
CONFUCIO

casa

 Princes Street gardens in Scotland.

“A cosa serve una casa se non hai un pianeta decente in cui metterla?” 
HENRY DAVID THOREAU

 Hotel-Montana-Magica casa

Hotel La Montana Magica in Chile: chi non affitterebbe una stanza in questo paradiso?

“Ogni casa ha il suo odore inconfondibile. Qualcosa che ti eccita e ti spaventa. Come quando torni a casa dalle vacanze e rimani sul ballatoio, con la porta aperta e le valigie a terra. Indeciso se profanare quella strana penombra.” 
ALFREDO ACCATINO

casa

Un interno degno del riposo più dolce.

“Questa è la vera natura della casa: il luogo della pace; il rifugio non soltanto dal torto, ma anche da ogni paura, dubbio e discordia.” 
JOHN RUSKIN

casa

 Cottage sull’isola.

“«Seconda [stella] a destra e poi dritto fino al mattino», rispose Peter. «Che indirizzo bizzarro!». Peter era mortificato. Per la prima volta si rese conto che, forse, il suo era un indirizzo bizzarro.” 
SIR JAMES MATTHEW BARRIE

casa

 Per vivere cullati dalle onde.

“Senza destare l’attenzione una buona barca bada a se stessa. Nel vento si tiene in equilibrio senza tentennare; tra i flutti si tiene a galla senza affndare.”

RAY GRIGG

casa

Da Treehouses in the world, di Pete Nelson

“Le case dei vecchi hanno un odore particolare. Niente di poco pulito, voglio dire, soltanto che spesso si sente l’odore dei ricordi, di porte rimaste chiuse per molto tempo, una sorta d’intimità pesante e nostalgica.” 
JONATHAN COE

 

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Gli annunci di lavoro ingannevoli: una pratica ignobile sempre più in aumento

La crisi, come ben sappiamo, ha lasciato a casa molti lavoratori italiani. E ne ha bruciati molti “alla partenza”, dato che molti neo-laureati sono ancora in cerca di lavoro anche…

La crisi, come ben sappiamo, ha lasciato a casa molti lavoratori italiani. E ne ha bruciati molti “alla partenza”, dato che molti neo-laureati sono ancora in cerca di lavoro anche a distanza di qualche anno. La crisi ha portato e porta tutt’ora sconforto e disperazione in molti; tuttavia, la disperazione può essere una cattiva consigliera e far cadere in trappole da cui è difficile uscire, lavorativamente parlando, perché può portare a far accettare posizioni lavorative che rasentano lo sfruttamento. Anzi, sono sfruttamento vero e proprio. Non ci si sente di dire che sia giusto che “pur di lavorare” si sia disposti a tutto. Non più, se “pur di lavorare” bisogna arrivare a imbrogliare anziani e persone con contratti ingannevoli ed essere ingannati a propria volta. 

Purtroppo, e qui non ci siano dubbi circa la posizione di quest’editoriale, c’è chi se ne approfitta della disperazione dei disoccupati, utilizzando una pratica ignobile che è la creazione di annunci di lavoro che si rivelano essere vere e proprie truffe. Ed è giusto saperlo.

Di che cosa si tratta? Molto spesso, nei siti di ricerca di lavoro come InfoJobs.it, ma soprattutto su kijiji.it – si parla con cognizione di causa, dato che una buona fetta di tempo è stata passata a monitorare quel sito – ci si imbatte in annunci che cercano genericamente personale ambo i sessi, tra i 18 e 55 anni per mansioni di segreteria, back office e logistica. La prima cosa che desta sospetti è il carattere vago della ricerca e soprattutto che non ci siano requisiti particolari e che non sia richiesta esperienza. Destano ancora più sospetto i tempi di risposta rapidissimi: com’era stato spiegato in questa rubrica, i tempi medi di risposta – o peggio, oramai si arriva direttamente alla non risposta – nel mondo del lavoro in Italia sono lunghissimi; in questi casi, le risposte sono velocissime, fatte da numeri nascosti o sconosciuti, dietro i quali vi è una segretaria molto disponibile e gentile che fissa il colloquio di lavoro per i giorni immediatamente successivi alla telefonata. 

Attenzione agli ambienti di questi uffici presso i quali ci si reca: sono uffici improvvisati. Spogli, giusto qualche tavolo sparso, mura con qualche poster attaccato qualche giorno prima. Sono popolati da gente sorridente, ben vestita che accolgono il malcapitato, lo fanno sedere a uno di questi tavoli e parlano, parlano e parlano in maniera vaga. Parlano di lavoro in team, di predisposizione al contatto dei clienti, gestione dei clienti, ma non dicono cosa si andrà a fare, non parlano delle mansioni ricercate nell’annuncio. Qualcuno ha provato a chiedere se quel lavoro non fosse in realtà un lavoro porta a porta. Ovviamente la risposta è stata “assolutamente no”, come se si fosse insultato qualcuno. Subito dopo verrà proposto al malcapitato un “giorno di prova” – ed è lì che si palesa la truffa. Ci si trova sballottati in giro per la città – o anche in qualche città vicina – in macchina con una coppia di “superiori” vestiti elegantissimi e ci si trova a scarpinare, palazzo per palazzo, a suonare citofono per citofono, per vendere contratti truffaldini dell’Enel, di Sky e contratti di telefonia. Queste truffe per lo più coinvolgono anziani o persone esasperate che finiscono per abboccare. Naturalmente, la giornata di prova è assolutamente gratuita – e talvolta si è costretti a firmare un foglio in cui non si sarebbe percepito alcunché – ma comunque i compensi, per gli scellerati che decidono di andare oltre il giorno di prova, sono tutti vincolati ai contratti che si sono riusciti a stipulare. E molto spesso non sono mai arrivati, tra una scusa o quell’altra. Però vengono promessi guadagni esorbitanti e viene ripetuto fino alla nausea che il lavoro funziona. Viene promesso un fisso al mese più incentivi, che non ci sarà mai, così come il contratto di lavoro firmato non verrà mai più visto e non verrà mai fornita una copia da tenere con sé. Così come, molto spesso, non vengono versati i contributi all’INPS. E i pagamenti non sono mai puntuali, avvengono, se avvengono, almeno 45 – 60 giorni dopo. Si cerca di lavare il cervello ai malcapitati, si cerca di tenerli in strada più a lungo possibile, lontani dall’ufficio, dove da lì in poi non si incontreranno più nessuno di quelli con cui si aveva avuto a che fare al colloquio. Ci si trova in un inferno dove si sfruttano i disperati, dove ci sono debiti, anziché grandi utili, dove ci sono mandati, sub-mandati e sub-sub-mandati, dove quei pochi contratti strappati a gente ancora più debole e fragile vengono annullati, per essere attivati con qualche altro codice utente a vantaggio della società, in modo tale da dimostrare l’inefficienza del neo-manager che vaga ogni giorno, che ci sia freddo o caldo, per i palazzi di svariate città. E pur di non pagare questa gente disperata che ha ceduto al “pur di lavorare”, gli aguzzini si inventano false denunce arrivate dai clienti a cui si è riusciti a strappare un contratto che metterà nei guai pure loro. E quindi, con lo stipendio del disgraziato, si devono pagare i legali e le penali. 

Quel che è peggio, è che queste società spariscono improvvisamente, gli uffici improvvisati tornano a essere stanze vuote, cambiano città, o cambiano semplicemente zona, e riaprono, con un nome diverso. O hanno il coraggio di tenere lo stesso indirizzo e numero di telefono e di cambiare nome e di dire che loro non avevano niente a che fare con l’agenzia o società precedente. A volte queste società non sono intestate nemmeno a loro, agli squali approfittatori, e di questi approfittatori non si saprà mai molto. Né il numero di telefono reale, né dove abitano quando hanno finito di rovinare la vita delle persone che tengono sotto scacco. 

Diffidate da chi cerca di difendere i propri ex-aguzzini, preso da una bizzarra Sindrome di Stoccolma verso i carnefici, dicendo “poverini, non c’è niente di male a fare i venditori porta a porta”. Invece sì, c’è qualcosa di molto perverso in questo giro losco e c’è una malvagità che non conosce limiti. E occorre sapere che la legge italiana negli ultimi anni ha cercato di tutelare consumatori e reali aziende oneste e pulite autorizzate alla vendita a domicilio, in particolare con la legge n.173 del 2005. 

Riportiamo quanto scritto in questo documento, che potrete trovare in forma integrale qui.

In passato la vendita a domicilio è stata regolamentata dall’art. 36 della L. n. 426/1971 e dall’art. 55 del D.M. n. 375/1988. Questa disciplina è stata successivamente recepita, in buona parte, dal D. Lgs. n. 114 del 1998, portante la riforma della disciplina del settore commercio. L’articolo 4, comma 1, lettera h), n. 4 di tale decreto annovera la “vendita presso il domicilio dei consumatori” tra le forme speciali di vendita, dettandone poi la disciplina all’articolo 19. 

I contenuti essenziali possono essere sintetizzati nei seguenti tre punti: 

1. La vendita al dettaglio o la raccolta di ordinativi di acquisto presso il domicilio dei consumatori, è soggetta a previa comunicazione al Comune nel quale l’esercente ha la residenza, nel caso di persona fisica, o la sede legale, nel caso di società (utilizzando l’apposito Modello COM 7). L’attività può essere iniziata decorsi trenta giorni dal ricevimento di detta comunicazione. Nella comunicazione deve essere dichiarata la sussistenza dei requisiti previsti all’articolo 5 del medesimo decreto n. 114 del 1998 e il settore merceologico.

2. Il soggetto, che intende avvalersi per l’esercizio dell’attività di incaricati, ne comunica l’elenco all’autorità di pubblica sicurezza del luogo nel quale ha la residenza o la sede legale e risponde agli effetti civili dell’attività dei medesimi. Gli incaricati devono essere in possesso dei requisiti di carattere soggettivo. L’impresa rilascia un tesserino di riconoscimento alle persone incaricate, che deve ritirare non appena esse perdano i requisiti richiesti. Il tesserino di riconoscimento deve essere numerato e aggiornato annualmente, deve contenere le generalità e la fotografia dell’incaricato, l’indicazione a stampa della sede e dei prodotti oggetto dell’attività dell’impresa, nonché del nome del responsabile dell’impresa stessa, e la firma di quest’ultimo e deve essere esposto in modo visibile durante le operazioni di vendita. Le disposizioni concernenti gli incaricati si applicano anche nel caso di operazioni di vendita a domicilio del consumatore effettuate dal commerciante sulle aree pubbliche in forma itinerante. Il tesserino di riconoscimento è obbligatorio anche per l’imprenditore che effettua personalmente le operazioni disciplinate dal presente articolo. 

3. Alle vendite presso il domicilio dei consumatori si applicano altresì le disposizioni di cui al decreto legislativo 15 gennaio 1992, n. 50, in materia di contratti negoziati fuori dei locali commerciali. 

Chiunque si presenti alla vostra porta, nel tentativo di vendervi un contratto alternativo a quello che avete fatto, senza alcun tesserino di riconoscimento, senza neanche identificarsi, che non rende nota l’azienda o la società per cui lavora, non va fatto neanche continuare, ma va allontanato dalla propria abitazione. Se si riesce, occorrerebbe avvisare il Comune di riferimento, nella speranza che si possano effettuare eventuali verifiche – sempre che i truffatori non abbiano già cambiato nome dell’azienda e sede. La vendita a domicilio è estremamente regolamentata e molti di noi non lo sanno e pensano che sia qualcosa che si fa con un colpo di bacchetta magica.

Gli unici “poverini” sono quelli che si lasciano coinvolgere in questo giro, accettando di disintegrare la propria dignità “pur di lavorare, fare qualsiasi cosa”. Il problema è che non è più lavoro, ma sfruttamento, che è molto diverso dal lavorare. Non accettate nulla che abbia a che fare con queste truffe, al primo sospetto, alla prima campanella d’allarme, allontanatevi. Ma non abbiate paura di dire nome dell’agenzia, indirizzo, tutti i riferimenti possibili a chi di dovere e a chi è stato contattato per cadere nella stessa trappola. Non abbiate paura, ci sono molti siti e gruppi su Facebook che servono per denunciare queste attività. Non vorreste mai che qualcuno di vicino a voi cada nella trappola, giusto? Allora parlatene e fate sapere a tutti chi sono i disonesti e chi ha cercato di approfittare di voi. Il lavoro è una cosa, lo sfruttamento è un’altra. E va fermata, può essere fermata, se si fa scudo comune verso certe pratiche ignobili e inaccettabili

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Cento candeline per Salvatore Mureddu. Tanti Auguri!

La signora Giani Graziella di Chianciano, una nostra lettrice, ci scrive per fare gli auguri a suo suocero, Salvatore Mureddu che domani, 3 agosto, copie cento anni.  La signora Graziella…

La signora Giani Graziella di Chianciano, una nostra lettrice, ci scrive per fare gli auguri a suo suocero, Salvatore Mureddu che domani, 3 agosto, copie cento anni.  La signora Graziella ci racconta chi è Salvatore e dei suoi dieci anni trascorsi in Africa come prigioniero. Originario di Fonni, un piccolo paesino del nuorese, Salvatore è in buona compagnia, perchè tra il mese di luglio e di agosto di quest’anno a Fonni, sono in tre a compiere cento anni. E allora noi de La Valdichiana ci uniamo alla nuora Graziella e facciamo tanti auguri a Salvatore e a tutti i centenari di Fonni.

“Mio suocero è originario di Fonni (NU), un piccolo paese della Barbagia adagiato sulle pendici settentrionali del Gennargentu, ad un’altitudine di 1.000 metri, è il paese più alto della Sardegna con l’unica stazione sciistica.

Salvatore Mureddu  ha lasciato la Sardegna  il 13 aprile del 1935 quando partì militare per Trieste assegnato alla 5° compagnia del 152° reggimento fanteria della Brigata Sassari. Nel 1937 fu inviato in l’Eritrea e lì rimase con l’esercito italiano fino a che non fu fatto prigioniero degli inglesi (6 giugno del 1941) e trasferito in Somalia: “là il caldo si faceva sentire perché la media era dai 40° ai 50°, in pieno giorno sembrava che il sole ballasse, tutti eravamo in pantaloncini e a dorso nudo perché il vestiario era pochissimo”. In seguito i prigionieri furono trasferiti in Uganda e poi alla fine della guerra, dalla base navale inglese del porto di Mombasa  partì il 14 dicembre del 1946 per ritornare in Italia e sbarcò a Napoli il 27 dicembre del ’46 e da lì s’imbarcò di nuovo per la sua terra dove ritornò esattamente il 3 gennaio del 1947 e “dopo 122 mesi ho rivisto la mamma e le sorelle, il babbo ormai non c’era più

Ha dedicato la vita alla pastorizia e con essa ha cresciuto cinque figli. Totalmente indipendente, ha guidato sino a 95 anni, va all’ufficio postale e alla banca a fare i pagamenti, va a fare una spesa minuta, legge e ha sempre letto molto, fa le parole crociate e tutti i giorni il solitario con le carte, gioca anche molto bene a carte. Grazie all’apparecchio acustico segue alla tv i programmi di informazione e di intrattenimento, per cui è anche aggiornato sugli eventi nazionali. Inoltre guarda le partite di calcio con interesse e partecipazione, all’occorrenza aiuta la moglie nelle faccende della casa”.

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Quello che ho imparato da Tiziano Terzani

Sarà stato il 2005, 2006 quando ho letto il primo libro di Tiziano Terzani, Un Altro Giro Di Giostra. Ricordo che se n’era andato nel 2004 e che di colpo…

Sarà stato il 2005, 2006 quando ho letto il primo libro di Tiziano Terzani, Un Altro Giro Di Giostra. Ricordo che se n’era andato nel 2004 e che di colpo tutta la stampa italiana si era accorta di lui, parlandone con un certo clamore. Come sempre, in Italia, da vivo non ti calcolano minimamente, da morto tutti ti conoscono, ti adorano e ti compiangono. Però lui in vita, da giornalista, era stato considerato come tale da Der Spiegel, un quotidiano tedesco, che gli aveva dato in mano le chiavi di un sogno, del suo sogno: essere corrispondente in Asia, e più precisamente, il primo contratto che ricevette fu quello di corrispondente nel Sud-Est asiatico. 

Il mio percorso nel conoscere i libri di Terzani è andato a ritroso. Sono partita dagli ultimi libri, dedicati tutti alla ricerca del Sé e di una cura, la cura, non tanto la cura del cancro (di cui ha sofferto negli ultimi anni di vita), quanto una cura che esorcizzasse la paura della morte, che estinguesse il terrore di non essere più “sotto i riflettori”, terrore nato dalla mania di protagonismo della vita occidentale. Un Altro Giro di Giostra e La Fine è Il Mio Inizio mi hanno regalato momenti di riflessione, perché in fondo quasi dieci anni fa ero solo una ragazzina che non conosceva così tanto l’universo di pensieri e culture che animavano l’Asia, pensavo che quanto datomi dalla civiltà occidentale fosse sufficiente; quei libri mi hanno regalato lacrime, perché per la prima volta mi avevano fatto pensare alla morte – a quell’avvenimento che aspetta e sorprende, talvolta, ogni essere vivente. Per la prima volta mi hanno fatto pensare: “E quando succederà a me, cosa farò? Cosa dirò? Chi ci sarà con me? Mi spaventerò?”. Poi ho smesso di pensare ossessivamente ed egoisticamente alla mia dipartita, ma ho allargato la prospettiva e ho guardato in maniera più universale al Tutto, al mondo che mi circondava. Guardavo alla natura – e proprio in quegli anni ero andata in Sudafrica, in mezzo alla savana, e lì avevo assistito al grande ciclo della vita e della morte nel regno animale – e vedevo come la natura accettasse quest’alternanza, come l’inizio e la fine continuassero a danzare tra loro, armonicamente e senza grandi traumi. Con naturalezza. Era l’uomo occidentale che aveva fatto della morte uno spauracchio e che aveva spinto i suoi simili a vivere la vita rincorrendo un’illusione di eternità e di perenne protagonismo, che lo ha portato a un rapporto distruttivo in primis con i suoi simili – da allora ritengo che in Occidente si sia sempre più malati, non tanto nel corpo, quanto nella psiche e nell’anima, e che si debba fare qualcosa per guarire – ma soprattutto con la natura stessa, che nel pensiero comune va dominata, in quanto l’uomo è un essere superiore che deve dominare tutto ciò che, in apparenza, non ha un intelletto pari al nostro. È stato proprio da Tiziano Terzani e quei due libri che il mio modo di vedere certi avvenimenti è cambiato completamente. E continua la sua trasformazione e la sua crescita, perché quei libri sono stati in grado di scatenare in me una scintilla meravigliosa, la scintilla che non dovrebbe avere nome, età, limite. E quella scintilla si chiama curiosità

Ma è stato anche un altro libro di Terzani a scuotere quelle fondamenta del mio bagaglio culturale, o meglio, quelle che pensavo fossero le fondamenta sicure del mio sapere. Ed è stato Un Indovino Mi Disse. L’avevo letto in un momento in cui avevo paura di esternare certi miei limiti alle persone che pensavo comprensive verso i miei confronti, verso di Me. Invece, vedevo come la fragilità e l’umiltà di ammettere un proprio limite venissero rifiutati, per viaggiare sullo stesso binario di convinzioni e di abitudini definite non solo incrollabili, ma anche “giuste”. Giuste rispetto a chi? A che cosa? Perché avere il desiderio di non viaggiare in aereo deve essere stupido e devi essere costretto a metterti sull’aereo per arrivare in Asia? Esistono ancora altri modi di muoversi, altri modi di viaggiare che ti fanno vedere il mondo con altre prospettive e altri occhi. Perché muovendo un passo dopo l’altro, anziché viaggiando a velocità irraggiungibili da noi umani, sopra le nuvole, possiamo goderci ogni centimetro di terra attorno a noi. Possiamo vedere tutto, essere sorpresi e meravigliati dall’imprevedibile. 

E perché pensare che quell’area più misteriosa della nostra esistenza, fatta di indovini, maghi (non fattucchieri di quelli che troviamo in televisione) filosofie e religioni diverse sia inutile ai fini della nostra esistenza o superflua, o semplicemente qualcosa di stupido, quando abbiamo la scienza e la tecnologia a darci sicurezza e le risposte che cerchiamo? Ma soprattutto chi mi dice che il modo in cui ho vissuto fino adesso è il modo “migliore” rispetto al resto dei miei simili?

Credo che sia questo l’insegnamento più grande che mi ha dato Tiziano Terzani a livello più personale e intimo, di non dare niente di questo mondo per scontato, di non classificare un pensiero, una cultura come “peggiore o migliore rispetto a…”. Ma soprattutto, mi ha insegnato a guardare dentro di me e a percepirmi come parte di qualcosa di molto più grande, il che ha anche placato certe paranoie che hanno cercato di inculcarmi negli anni. Ho imparato a farmi guidare dalle emozioni, ma anche a mettere certi avvenimenti in “scala”, a non drammatizzarli più del dovuto, rispetto ai problemi veri e realmente drammatici. Ho imparato a limare la violenza dentro di me, a reagire di fronte alle difficoltà con grinta ed entusiasmo. Ora di fronte a molte difficoltà mi sento molto più in pace con me stessa e più sicura nell’affrontarle con la giusta disposizione d’animo. È da qualche anno che ho un rifiuto netto, ho un’irritazione verso i modi violenti di chi si indigna per un nonnulla, nei modi arroganti di chi ti deve far sentire sempre meno importante di lui, di chi si deve far importante ed è nevrotico nella sua mania di controllo di qualsiasi aspetto della sua vita. E non c’è niente di peggio che la calma per farli arrabbiare ancora di più. Ma si arrabbiano loro, mica io.

Come era solito dire, la pace è dentro di noi, se la vogliamo. La nostra ricerca deve partire da dentro di noi. Io ho iniziato questo percorso di ricerca interiore per diventare una persona e una giornalista migliore. Perché se riesco a mettere delle fondamenta buone dentro di me, anche verso gli altri, verso il mio lavoro e le mie passioni potrò essere una persona migliore.

Come giornalista, l’ho sempre reputato uno dei miei modelli e non l’ho mai negato. A volte mi guardo attorno – c’è chi pensa che diventerò una grande giornalista professionista come Quello e Quell’Altro giornalista in televisione. E magari Quello e Quell’Altro mi è capitato di incontrarli e vederli all’opera. E li ho visti anche scendere a compromessi, li ho visti ossequiosi verso individui non di mio gradimento, o mettere in pratica prassi da cui mi ero sempre difesa. E questo mi ha sempre reso piuttosto disillusa, oltre che indignata. Per questo, credo che questa frase di Terzani sia la mia guida e penso che lo sarà sempre in questo percorso:

Ho fatto questo mio mestiere proprio come una missione religiosa, se vuoi, non cedendo a trappole facili. La più facile, te ne volevo parlare da tempo, è il Potere. Perché il potere corrompe, il potere ti fagocita, il potere ti tira dentro di sé! Capisci? Se ti metti accanto a un candidato alla presidenza in una campagna elettorale, se vai a cena con lui e parli con lui diventi un suo scagnozzo, no? Un suo operatore. Non mi è mai piaciuto. Il mio istinto è sempre stato di starne lontano. Proprio starne lontano, mentre oggi vedo tanti giovani che godono, che fioriscono all’idea di essere vicini al Potere, di dare del “tu” al Potere, di andarci a letto col Potere, di andarci a cena col Potere, per trarne lustro, gloria, informazioni magari. Io questo non lo ho mai fatto. Lo puoi chiamare anche una forma di moralità. Ho sempre avuto questo senso di orgoglio che io al potere gli stavo di faccia, lo guardavo, e lo mandavo a fanculo. Aprivo la porta, ci mettevo il piede, entravo dentro, ma quando ero nella sua stanza, invece di compiacerlo controllavo che cosa non andava, facevo le domande. Questo è il giornalismo.

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Il “freddo” concerto di Antonello Venditti a Siena

La nostra lettrice Roberta Pelligrini, venerdì 11 luglio, ha assistito al concerto di Antonello Venditti a Siena, nella suggestiva Piazza del Campo. Di seguito i suoi pensieri e la sua…

La nostra lettrice Roberta Pelligrini, venerdì 11 luglio, ha assistito al concerto di Antonello Venditti a Siena, nella suggestiva Piazza del Campo. Di seguito i suoi pensieri e la sua recensione al concerto.

“Spesso le decisioni si prendono all’ultimo minuto e all’ultimo minuto abbiamo deciso io e la mia amica Sandra di andare al concertone di Venditti. Partenza da Torrita alle 8,00. Arrivate in una imposteggiabile Siena abbiamo seguito la fiumara umana che sfociava in Piazza del Campo, ferme al palo davanti alle scaline dell’Onda.

Ce n’era di gente, di tutte le età, i nostalgici e i ragazzi, c’era una luna che illuminava quella meraviglia di Palazzo Comunale, sembrava di far parte di una cartolina e stranamente c’era anche un po di caldo, dato le temperature autunnali di questa estate diversa.

Venditti, eccolo, lui e il pianoforte, forse a volte un po’ polemico, ha tentato un feeling con il pubblico, ma vuoi per i personaggi ingessati posti sulle seggioline rosse davanti al palco, protetti da energumeni ragazzi del servizio di sicurezza, vuoi perchè quando parlava e raccontava la sua vita l’audio non collaborava affatto, la piazza è rimasta un pò freddina come la temperatura.

Nella prima parte lui e il pianoforte mi hanno fatto chiedere, ma perchè son qui e come me tanti altri; in molti hanno abbandonato il posto in piedi duramente conquistato, poi poi… il palco si è animato di musicisti e di ricordi di vita adolescenziale..

Struggente l’interpretazione di Lilly così attuale con tutti i suoi anni, cantava la piazza “Sara”, si alzavano i toni con “Sotto il segno dei pesci”, un nodo di nostalgia con “Ci vorrebbe un amico” dedicata al suo e nostro grande Lucio Dalla,ci stringevamo forte sulle note di ”Ricordati di me” urlavamo a squarciagola il must più must attualissimo per il periodo “Notte prima degli esami” personalmente anche per la recente scomparsa di Faletti (a cui una dedica si stava come il cacio sui maccheroni) rimanevamo un po allibiti quando il Venditti nazionale scendeva nei meandri di una sinistra degli anni 70 con i suoi raffronti all’odierna politica per poi riempirci il cuore e l’anima con “Settembre” con quel sax che avvolgeva Piazza del Campo di un’atmosfera irreale.

E allora, e allora all’una di notte con la piazza che andava via via diradandosi ero in attesa si in attesa di sentirla quella canzone che ha traghettato una generazione di adolescenti in una generazione di adulti, quella canzone che quando la senti ti prende nell’anima e ti trasporta in un mondo magico..sarei venuta anche a piedi per sentire quel sax, quelle parole, quei ricordi..e allora niente Venditti è sceso dal Palco i musicisti hanno iniziato a riporre gli strumenti, gli ingessati si son alzati dalle seggioline rosse, io Sandra ci siamo avvicinate al palco nella speranza che l’artista riscaldasse per un altro istante la notte senese, ma Alta Marea l’ho sentita da un cd”.

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Bravìo delle Botti, la primavera del Poggiolo promette bene

La nostra lettrice Lucia Tremiti ci invia un contributo relativo alla XI edizione del Bravio dei Piccoli Spingitori delle Botti di Montepulciano, vinto dalla contrada del Poggiolo: A Montepulciano con…

La nostra lettrice Lucia Tremiti ci invia un contributo relativo alla XI edizione del Bravio dei Piccoli Spingitori delle Botti di Montepulciano, vinto dalla contrada del Poggiolo:

A Montepulciano con la XI edizione del Bravio dei Piccoli Spingitori delle Botti, giunta al VII “memorial Luzzi”, la Contrada di Talosa si distingue sempre pregevolmente organizzando la manifestazione nel migliore dei modi. L’evento, con il patrocinio del Comune di Montepulciano ed il sostegno del Magistrato delle Contrade, si è collocato nelle due serate di sabato 28 e domenica 29 giugno richiamando numerose persone. I tanti turisti presenti si sono certamente fatti una cultura sul Bravio delle Botti.

La prima manche é stata una gara a cronometro dove i piccoli spingitori, dai nove ai tredici anni, partendo dall’Arco del Paolino, spingendo una botte adeguata alla loro età, si sono portati sul sagrato della Cattedrale percorrendo 200 metri per lo più tutti in salita. La seconda parte della gara, durante l’ultima serata, si è rivelata un’impegnativa gincana con penalità a cronometro sulla Piazza Grande per salire in velocità verso il traguardo sempre sul sagrato.

primavera poggioloCosa dire poi dei due spingitori della contrada del Poggiolo: Giovanni Guarino e Jacopo Parissi? I due super-cugini, come sono stati definiti sul social network, si sono dimostrasti tenaci, volenterosi e forti. Queste qualità del resto non sono di poco conto in quanto gli hanno permesso di essere vincenti ed apprezzati da chi li ha magistralmente allenati e da chi ha creduto in loro sin dallo scorso anno.

È infatti la seconda volta consecutiva che i due ragazzi concedono alla loro Contrada una vittoria portando in sede il mini-bravio dipinto anche per questa edizione dalla poliziana Laura Cozzani. L’artista, presentando il panno agli intervenuti, ha spiegato il perché della scelta di aver dipinto un cavallo, certi colori e figure. Trovo sia lodevole il fatto che tutte le otto Contrade, al di là del risultato raggiunto, siano state premiate: per i piccoli è importante riscuotere il meritato successo dopo tanto impegno.

Vorrei infine terminare proprio con le parole di Laura Cozzani: “A 40 anni dalla prima edizione del Bravio delle Botti di Montepulciano ci troviamo a celebrare, durante il piacevole evento organizzato dalla Contrada di Talosa, una manifestazione che va al di là del tempo e della gara: nel ricordo dell’antica corsa di cavalli il momento di aggregazione, rivisitato in chiave moderna, è diventato lo spingere delle botti, culmine di innumerevoli ore di collaborazione, passione e impegno di tutti coloro che partecipano alla vita di contrada. La delicatezza delle relazioni, dei rapporti umani, risente anche di ciò che sembra lontano da noi e che invece ci invade anche a nostra insaputa. Ognuno può godere della vitalità sprigionata durante questi incontri sociali. I bambini sono maestri di “vita di relazione” e l’adulto, concedendosi ad un attento ascolto, è chiamato a ricordare che: <la semplicità è cogliere un filo d’erba dalla complessità ed ogni volta sentire in quel filo d’erba l’essenza del mondo>”.
Lucia Tremiti

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