Qualsiasi credo moderno diventa, prima o poi, mero dato estetico. Nulla più. 
Ormai non c’è religione o ideologia, stato o chiesa, non esiste Verità a cui prestare giuramento. Tutto è dato estetico. Tutto è principio di non contraddizione nel momento del suo assurgere a parergon, ornamento superfluo. La politica è un arabesco da cornice al racconto, la religione un ghirigoro barocco alla riflessione dell’ego, l’amore una nefanda masturbazione. 

Quando scrissi questo frammento stavo parlando del nesso inscindibile che esiste tra i Disciplinatha e i CCCP-Fedeli alla linea e dell’uso che facevano dei “colori” politici, in relazione all’espressione artistica. L’essere rossi o neri, nel punk-hc degli anni ottanta, non aveva alcun valore politico, ma solamente estetico; era un rimando, un’evocazione.

Prima del punk però, in maniera molto più massificante e a suo modo più violenta, quella stessa retorica era stata messa in crisi da Andy Warhol e dal maremoto pop che aveva instaurato negli anni sessanta.

IMG_1547In questi giorni ad Arezzo, la mostra a lui dedicata, curata da Romano Boriosi, Gianfranco Rosini e Fabio Migliorati, celebra il maestro di New York con una mostra sopraffina.

L’esposizione, locata nella Galleria Comunale di Arte Contemporanea di Arezzo, è un piccolo traguardo di oculatezza dei mezzi; a cura della Collezione Rosini Gutman, sono raccolte 50 opere che vanno a comporre un percorso frastagliato, ma estremamente coerente con l’opera di Warhol, il quale seguiva parallelamente più serie, come a sottolineare la molteplicità dei toni e degli stati artistici del suo operato. La larga affluenza che ha coinvolto la mostra ha spinto gli organizzatori a prorogare la chiusura al 2 giugno.

Largo spazio dato alle serigrafie, in primis la Marilyn, la Liz Taylor, Mao (il terrore comunista che diviene soggetto mimetico inoffensivo, pura decorazione superflua) e la parete dedicata a Mick Jagger nella quale campeggia una sgonfiatura programmata del divismo contemporaneo; questi nuovi dei, ci dice Warhol, altro non sono che allucinati lamenti del senso di eternità che, nella mente degli esseri umani contemporanei, sta lentamente scomparendo. Il divismo oggi, nell’era post-Warhol che ci troviamo a vivere, diventa tangibile. La richiesta di eternità non è automatica bensì necessitata dal Divo; è infatti Vincent Gallo che vende il suo sperma a un milione di dollari per l’inseminazione in vitro, è la rock band che diventa cosciente dei metodi di marketing del mondo della discografia, le crew hip-hop che si fanno produttrici di loro stesse, è Leonardo di Caprio che produce the Wolf of Wall Street. Ormai non c’è spazio per quell’anticonformismo che Andy Warhol adorava “conformare alle masse per poi venderlo alle stesse”. Siamo tutti ormai ingeriti da questo ciclico processo produttivo sistematico e apparentemente inarrestabile.

Una lucida sorpresa aumenta il tasso di liceità della mostra aretina; il dettaglio del San Giorgio e il Drago di Paolo Uccello, della serie Details of Renissance. L’opera d’arte riproducibile. Il capolavoro della sociologia artistica della Pop Art, che più di un qualsivoglia trattato sulla tecnica di Walter Benjamin descrive con precisione lo stato dell’arte nella contemporaneità.

Due cose deludono di questa mostra: il titolo, banalotto e inefficace, e la scelta abbastanza ingenua di apporre sotto ogni opera una citazione dell’autore; in questo modo si è perso il senso di riproducibilità tecnica dell’opera, di valore plurale dell’opera d’arte che a Warhol stava molto a cuore. Quella che si vede sotto le opere non sembra solo una citazione, ma un vessillo d’unitarietà, che di certo non si confà alla critica del soggetto – prima – e alla critica della critica d’arte –dopo – che contraddistinguono la filosofia iconostatica del New Dada wharoliano. D’altra parte l’immagine stessa di Andy Warhol e le sue citazioni da tweet pomeridiano (stessa sorte toccata a Oscar Wilde e Bukowski, per dire) hanno reso l’Artista oggetto d’arte, icona votiva pagana contemporanea.

Ci sono ampie sezioni dedicate al materiale fotografico lasciato dall’Artista newyorkese, come ad inserire anche la sua stessa immagine nel calderone autorigenerante del consumo iconografico; foto con Dalì, Dino Pedriali, Jean-Michel Basquiat, fino a dei veri e propri “autoscatti”. Attraverso la riproducibilità del soggetto-immagine nulla diventa più reificato che la Persona. Il commercio/consumo dell’immagine, della personalità, l’ascendenza sfiancata della caricatura dei simboli consegue la loro totale assenza di contenuti, rimandi, simbiosi con l’essere-nulla. La rapida e trasandata trascrizione della fonte iconografica scarnifica la proiezione reale dell’icona, la credibilità della stessa, e la imprime come mero prodotto temporale. L’entità diviene solamente tramite il suo apparire e la consunzione (tramite consumo) della sua rappresentazione. Mao, Marilyn, Mick Jagger, Madonna altro non sono che frammenti anatomici svuotati di realtà; nuove immagini votive da portafoglio, depredate di spiritualità dall’asettica e meccanica riproduzione in serie.

Debilitando dall’interno un sistematico manierismo dell’avanguardia, che stava piano piano amalgamandosi con lo scriteriato deperimento della società post-modernista, Andy Warhol ci ha regalato la più alta critica al sistema produttivo che sia mai stata fatta. Forse ha cambiato lo stesso in meglio. E noi siamo, a Lui, estremamente grati.

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