Nella fretta di dover annunciare al mondo la tragedia del volo Germanwings 9525, la maggior parte dei media si sono dimenticati di uno dei fondamenti della corretta informazione: quello, se vogliamo chiamarla così, di una progressiva “digestione” dei fatti, di una sorta di meditazione sopra le fonti e quanto scritto.

Ma nel mondo dell’informazione al momento è in corso una gara dove il primo che dà la notizia vince, e poco importa se accurata o meno, l’importante è darla: ed è irrilevante se prima ci si accanisce sui problemi accusati dall’Airbus A320 nei voli precedenti, e del fatto che fosse stato sottolineato più volte che a quanto pare quell’aeromobile passasse più tempo a terra che in volo, salvo poi passare alle ipotesi di incidente più fantasiose. Fino a quando le prime certezze e le prime prove hanno preso forma: ma nella sostanza di quella tragedia non casuale, ma accuratamente meditata, progettata e architettata dal co-pilota Andreas Lubitz, la forma con cui i media hanno esposto il tutto è estremamente sbagliata.

Sbagliata nella misura in cui ci si è lanciati nel rovistare nel passato del pilota, con processi sommari sul suo passato, giudizi superficiali sull’apparente noncuranza della compagnia aerea verso le visite mediche e i controlli al pilota. Si è corsi a elogiare il pilota “eroe”, dandogli un volto, nome e cognome, scavando nella sua vita privata; ci si è affrettati a etichettarlo come pilota “buono” e caritatevole che a quanto pare non ha voluto allarmare i passeggeri nella discesa controllata, contraddicendo la versione precedente che affermava che il pilota aveva tentato il tutto per tutto per fermare la follia di Lubitz.

Non ultimo, la forma con la quale si è affrontato questo dramma è ancora più sbagliata, perché ci si è affrettati a bollare Lubitz come ‘depresso’, e di conseguenza dargli del pazzo. Per poi piombare nel silenzio più assoluto, salvo poi tornarne a parlare qualche giorno fa, dove i media sono tornati a mescolare tragedia e indiscrezioni, che affermavano che Lubitz ci avrebbe “ripensato” un minuto prima dell’impatto sulle montagne francesi. Ci si chiede quale sia lo scopo di tornare a dire che “forse” colui che è stato etichettato come un criminale (e un criminale lo è, in tutto e per tutto) potrebbe averci “ripensato”. Come a voler dare una parvenza di umanità post-mortem al mostro.

C’è anche un altro errore di fondo: nella fretta di cercare di peggiorare l’immagine di una persona estremamente disturbata, gli si è voluto diagnosticare una depressione. Una depressione da stigmatizzare, volta a scatenare la paura nelle persone e il timore che anche i piloti possono essere depressi e che possono arrivare a gesti suicidi per colpa di questo disturbo.

La depressione è stata più volte definita la malattia, il cancro e il dolore dell’anima, e non va confusa con dei disturbi mentali come la schizofrenia o la sindrome bipolare. La depressione è un peso enorme che schiaccia l’anima delle persone a terra, le priva della forza di fare qualsiasi cosa, di uscire, di vedere e interagire con le persone. È la malattia che ti chiude in te stesso, che non ti fa trovare più il piacere di fare niente, persino quello che ami di più. Che se ti fa arrivare a gesti estremi, ti fa avere paura di disturbare qualcuno attorno a te. È un peso che lentamente le consuma, ma si può curare, perché è una malattia a tutti gli effetti. Anche la schizofrenia e il disturbo bipolare sono delle malattie, anche se più rare e difficili da combattere, e richiedono un altro tipo di percorso e di terapie. Ma l’importante è sapere che queste malattie ci sono, e sono curate molto male e sono molto sottovalutate, e sono portate a una semplificazione mediatica e sociale se non pericolosa, che porta a degli equivoci non di poco conto.

Nel caso della schizofrenia, nell’immaginario comune, una persona è semplicemente pazza. E “peccato che non ci siano più i manicomi”, perché il pazzo è un elemento di disturbo nella vita sociale. Che sia in autobus, per strada, in un qualsiasi luogo pubblico, il malato mentale disturba, ma la sua malattia non può essere curata perché, nell’immaginario comune, mancano le strutture per tenere questi malati sotto controllo. Il depresso è vittima di un equivoco ancora maggiore: perché viene o considerato un pazzo (quindi ascrivibile nella categoria degli schizofrenici) oppure semplicemente un debole, magari un po’ ipocondriaco, che vive nelle sue convinzioni, e si è comunemente convinti che la cura sia solo un “su con la vita, sii forte, passa tutto”. Ed è anche vittima di pressioni sociali notevoli: il depresso non può ammettere di non stare bene, di essere sottoposto a cure e a controlli psicologici, pena l’esclusione dai rituali della società, che reputa già una prassi strana affidarsi a uno psicologo per dei problemi di entità minore rispetto a una depressione. Perché alla fine, lo psicologo, nell’immaginario comune, è una persona che parla, e parla, e parla di teorie astruse, ma non cura, d’altronde non è un medico, è qualcuno che parla e ti mette in testa solo storie di traumi pregressi, traumi nascosti e inconfessati. Il depresso ha il peso delle aspettative altrui sulle spalle, come se l’avere un peso che lo schiaccia e lo erode dentro non fosse abbastanza. Il depresso deve essere forte, deve dimostrare di non avere problemi, di essere in grado di lavare via un po’ di tristezza con un colpo di spugna. Deve fingere di essere sorridente, deve fingere di non avere problemi, e non ne deve parlare, perché è sconveniente parlare di questi problemi. Perché poi scatta l’etichettatura da pazzo. E torniamo a sopra: il pazzo è l’elemento di disturbo, non ci sono più i manicomi, quindi va ignorato, come se non esistesse.

clickEd è anche questo che fa rabbia, nella triste vicenda della Germanwings. Rabbia al di là del non “essersi accorti” della malattia mentale (lasciamo il beneficio del dubbio, perché in realtà non si sa cosa sia successo in questi anni tra pilota e compagnia aerea) di una persona che ha a che fare con le persone come lavoro. Rabbia che si scatena nuovamente al pensiero che questo gesto sia ben lontano dall’essere solo una mattata estemporanea. La rabbia cresce quando si manifesta l’errore più clamorosodare al pilota in maniera sbrigativa del depresso, non sprecando un minuto di più per approfondire la questione, dopo aver rovistato nel torbido del suo passato con il solito sensazionalismo, alimentando un’idea errata di qualcosa che è e deve essere considerato una malattia a tutti gli effetti – e non solo una bizzarria di qualcuno bisognoso di protagonismo. Andreas Lubitz era malato sì di protagonismo, di manie di grandezza, di una malattia mentale altrettanto seria e devastante quanto una depressione trascurata. Nessuno qua è medico, e nessuno vuole mettersi al posto di un medico, ma qua c’è qualcuno che la depressione l’ha conosciuta e l’ha vista, ma l’ha anche allontanata da sé. E non si è mai riconosciuta nello stato di salute mentale del criminale omicida. Non ne ha mai visto somiglianze, tantomeno ha provato empatia, quel sentimento che provi con qualcuno di simile a te, che ha passato momenti altrettanto duri.

Non c’è spazio per l’empatia, ma solo una richiesta, che difficilmente verrà ascoltata dai malati di notizie sensazionalistiche, da coloro che rincorrono il click e la condivisione, ma se può arrivare a qualcuno sarà già una grande conquista: tutte le malattie mentali non vanno sottovalutate. Vanno curate. Non spariscono con una pacca sulla spalla. Tutti, nel nostro piccolo, abbiamo il prezioso compito di non aggravare il peso delle persone malate, ma abbiamo anche il delicato compito di far sì che non rimangano vittime della superficialità e dell’indifferenza. Bisogna agire, per quanto sia doloroso per la persona malata, per evitare gesti estremi e irrimediabili come quello compiuto da Lubitz. Se vogliamo che certe disgrazie non accadano più, bisogna tendere la mano verso di loro nel momento in cui ce li troveremo avanti, cercare di capire che cosa abbiano, ma anche guidarli verso una via di guarigione. Non saremo noi la cura ai loro mali, ma non ci si rende più conto neanche della gravità del voltare la testa dall’altra parte di fronte al disagio di una persona e del nascondere certi problemi perché socialmente sconvenienti. Noi non saremo e non avremo la cura definitiva per i malati, ma qualcosa per loro si può fare, anche solo un gesto per evitare che prendano la strada peggiore: quella verso l’autodistruzione e la distruzione della vita degli altri.

Print Friendly, PDF & Email