La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: arezzo

Agrietour 2018: l’agriturismo, un settore in salute

Il successo di un settore che vale oltre 1,4 miliardi di euro, quello dell’agriturismo, è rispecchiato da quello della fiera di riferimento, AgrieTour, che ha chiuso i battenti ad Arezzo…

Il successo di un settore che vale oltre 1,4 miliardi di euro, quello dell’agriturismo, è rispecchiato da quello della fiera di riferimento, AgrieTour, che ha chiuso i battenti ad Arezzo Fiere e Congressi con l’edizione numero diciassette, quella che ha segnato un cambio di passo.

Un nuovo format infatti ha interessato l’intero evento fieristico che ha chiuso al pubblico per aprire, in due giorni concentrati, le porte ai tecnici e agli operatori del settore. Il risultato sta nelle parole dei partecipanti, operatori da un lato (oltre 70 da tutti i principali mercati internazionali) e aziende agrituristiche che in due giorni hanno organizzato oltre 500 incontri b2b nei quali domanda e offerta si sono incontrati e confrontati confermando che la vacanza in campagna, soprattutto all’estero, è la preferita dai turisti.

Fiore all’occhiello di AgrieTour, il workshop B2B, che ha visto un modello a partire da una selezionata e cospicua presenza di buyer provenienti da tutto il mondo interessati a scoprire l’offerta nazionale. Oltre 70 in rappresentanza dei principali mercati con novità come la Colombia per esempio. Il modello seguito è stato quello del “matching day” con presentazioni dedicate ai buyer a cura dei territori presenti in fiera e del tradizionale B2B per le aziende che per la prima volta hanno potuto pianificare gli appuntamenti prima grazie alla nuova applicazione creata dalla fiera con la quale è stato possibile non solo gestire i contatti, ma anche comunicare in forma diretta e partecipare agli eventi potendo iscriversi e aggiornali di volta in volta.

Sono stati oltre 50 gli appuntamenti organizzati in due giorni. A partire dai tradizionali convegni (oltre 10) che hanno approfondito diversi aspetti dell’attualità del settore. Sono proseguiti i master, 10 argomenti presi in esame, di approfondimento e formazione per gli imprenditori del settore, ma anche per chi ha in mente di aprire un agriturismo. Dalle tecniche di customer satisfaction a come promuovere l’agriturismo attraverso lo storytelling adeguato e ancora formazione sulla legislazione del settore o su come incrementare del 20 per cento la propria attività. Altra novità di questa diciassettesima edizione sono stati i seminari in pillole, oltre venti in due giorni, che in 45 minuti hanno preso in esame diversi argomenti approfonditi da case history e professionisti del settore. Dall’accoglienza in cantina e in azienda, alla bioarchitettura (settore ben rappresentato in fiera), passando per analisi economica e le prospettive per le fattorie didattiche.


Ad Agrietour 2018 va in scena l’ospitalità italiana (16/11/2018)

Dopo il concorso culinario che ha visto trionfare l’azienda agricola Cortivo Pancotto di  Caneva (Pn) con il Goulash di vitello con polenta rustica e frant, l’edizione 2018 di AgrieTour, il Salone Nazionale dell’agriturismo e dell’agricoltura multifunzionale ad Arezzo Fiere e Congressi, è proseguita con il convegno dedicato all’Aglione della Valdichiana a cura dell’associazione dedicata alla sua tutela e valorizzazione.

Durante il congeno, il presidente Ivano Capacci, insieme alla preside dell’Istituto Statale d’Istruzione Superiore ‘Angelo Vegni’- Capezzine Cortona Silvia Delaimo, a Gianfranco Santiccioli, Graziano Tremori, Virginia Lucherini, Stefano Biagiotti e Claudio del Re, hanno ripercorso l’operato, dalla sua nascita ad oggi, dell’associazione nata per tutelare e promuovere una delle colture più pregiate della Valdichiana.

L’appuntamento è stato anche l’occasione per conoscere in maniera approfondita le proprietà nutrizionali del bulbo chianino, nonchè le sinergie che sono in atto tra produttori, commercianti e consulenti nell’ottica di un modello di sviluppo unitario che vada in sinergia con il territorio di origine. L’aglione è stato anche il protagonista di un cooking show a cura degli studenti dell’istituto alberghiero ‘Angelo Vegni’, i quali hanno cucinato, sotto la guida dei loro docenti, un gustoso piatto di pici all’aglione, rigorosamente fatti a mano e secondo tradizione. La giornata è poi proseguita con altri appuntamenti dedicati all’agriturismo e all’agrobiodiversità in Toscana: multifunzionalità tra cultura e territorio.

Nell’anno del cibo italiano, dunque, nella nuova edizione di AgrieTour, la cucina di campagna ha fatto da padrona in quanto veicolo del turismo italiano e nazionale. Nel 2017, infatti,  le aziende agrituristiche autorizzate alla ristorazione (o agriristori) sono 11.407 (+0,7% rispetto al 2016), pari al 48,7% degli agriturismi italiani; esse dispongono di 441.771 posti a sedere (-0,5% sull’anno precedente). Al pari delle altre tipologie agrituristiche, anche la ristorazione è nel complesso più presente nelle regioni centro-meridionali, dove è localizzato il 56,3% delle aziende ristoratrici.

Gli agriristori aumentano maggiormente nel Centro (+4,6%) e di poco nel Nord (+0,2%), mentre diminuiscono nel Mezzogiorno (-1,9%).7 Un agriristoro può offrire contemporaneamente servizi di alloggio, degustazione e altre attività. Il 13,5% delle aziende è autorizzato unicamente alla ristorazione, il 72,1% offre anche servizio di alloggio, il 30,4% abbina la ristorazione con la degustazione e il 58,2% completa l’offerta con l’esercizio di altre attività (equitazione, escursionismo, sport, corsi, ecc.). La degustazione consiste in un assaggio di prodotti alimentari che non assume le caratteristiche proprie di un pasto. Si tratta, generalmente, di un arricchimento dell’offerta aziendale, che si inserisce nel circuito di ristorazione-alloggio mediante il consumo in loco di prodotti alimentari di origine aziendale.

Nel 2017 le aziende autorizzate alla degustazione sono 4.849 e rappresentano il 20,7% degli agriturismi in complesso. Rispetto all’anno precedente si registra un aumento del 4,2% a livello nazionale, sintesi di una crescita del 10,3% nel Mezzogiorno, del 4,1% nel Centro e dello 0,6% nel Nord. A livello regionale, gli aumenti più consistenti si rilevano nel Lazio e in Sardegna (rispettivamente +56 e +55 unità), mentre la contrazione maggiore si registra in Veneto (-42 unità). Fra le aziende che offrono degustazione, 115 unità (2,4%) sono autorizzate alla sola degustazione, 3.467 (77,1%) associano anche l’ospitalità, 3.738 (71,5%) combinano la degustazione con la ristorazione e 3.295 (68%) completano l’offerta con l’esercizio di altre attività.


Ad Agrietour 2018 va in scena l’ospitalità italiana

Ad Arezzo torna l’evento più importante dedicato al mondo dell’agriturismo e dell’agricoltura multifunzionale. AgrieTour, il Salone nazionale dell’agriturismo organizzato da Arezzo Fiere, si è aperto con il taglio del nastro alla presenza del governatore della Toscana Enrico Rossi e dell’assessore regionale alle infrastrutture Vincenzo Ceccarelli; durante le iniziative, i corsi e i laboratori organizzati all’interno della manifestazione si sono riuniti i maggiori esperti del settore per confrontarsi sulla crescita del turismo e delle eccellenze dell’ospitalità italiana.

Il turismo gastronomico è sempre più al centro dell’attenzione a livello mondiale, come dimostrano i dati diffusi durante la quarta edizione della conferenza mondiale del turismo organizzata a Bangkok dal Word Trade Organization, dove è emersa l’importanza e l’impatto che ha il cibo nella scelta delle destinazioni delle vacanze.  I dati Istat, aggiornati al dicembre 2017, parlano infatti di una crescita del 3% delle strutture agrituristiche in tutta Italia e la Toscana, con oltre 4500 unità, è la prima regione per offerta del settore. Nella nostra regione è Siena e la sua provincia a mostrare la maggiore offerta di strutture.  Non solo la Toscana è la prima regione per numero di presenze (3,9 milioni), di cui oltre due terzi usufruite da ospiti stranieri, ma sempre Siena e provincia si distinguono con 0,3 milioni di arrivi e 1,1 milioni di presenze.

AgrieTour è anche l’occasione di partecipare a workshop B2B, ad approfondimenti, convegni, seminari ed eventi promozionali come il Campionato italiano di Cucina Contadina presso la sala cooking show, uno dei momenti più attesi da tutti gli appassionati e amanti della gastronomia. Ai fornelli si sono sfidate le regioni Lazio, Emilia Romagna, Friulia Venezia Giulia, Veneto, Sicilia e Campania dando vita ad un viaggio culinario che si è snodato tra tradizione e innovazione.

Ombrichelli piccanti della capanna, Sagne e fascior, Riso di valle, Goulash di vitello con polenta, Pollo in tecia con fagioli in umido, Polpette all’uovo e Pastiera di farro hanno accarezzato i delicati palati dei giurati regalando la possibilità di degustare, in abbinamento ai vini di varie denominazioni, prodotti tipici delle varie zone di origine, alla scoperta della loro storia e delle loro tipicità.

Ad aggiudicarsi il primo premio è stato il Goulash di vitello con polenta rustica e frant dell’azienda agricola Cortivo Pancotto di Caneva di Pordenone. Un piatto che ha unito la carne di vitello grigio alla polenta rustica fatta con semi di mais antichi e il frant, un tipico formaggio di malga lavorato in frantumazione e unito alla panna e speziato con pepe. Il piatto ha messo d’accordo tutti i giurati per il suo sapore deciso, che unito alla delicatezza della polenta, è risultato equilibrato e armonioso.

Dal primo giorno di Agrietour è emerso che l’agriturismo e la sua multifunzionalità sono presidi e tutela del paesaggio agrario con oltre 310mila ettari con destinazione produttiva e ambientale e hanno un forte valenza sociale con la creazione di nuova occupazione con 8.159 aziende (36%) a conduzione femminile, con un incremento al Sud del 6,4% rispetto al 2015.

Gli agriturismi esprimono, poi, il loro valore nel mantenimento dell’agricoltura di piccole dimensioni dal momento che il 50% delle aziende agrituristiche opera su superfici fino a 5 ettari, in particolare mantengono attività umane nelle aree rurali (spesso svantaggiate) visto che sono 2.624 (63%) i Comuni classificati come aree interne che ospitano almeno un agriturismo e che sono 7.188 (32%) le aziende che si trovano in aree montane. Da non trascurare, inoltre, che un agriturismo su due si trova in Comuni con popolazione inferiore a 5mila abitanti. In termini di sostenibilità, infine, il 25% delle aziende agrituristiche (e delle fattorie didattiche) pratica agricoltura biologica (le aziende agricole biologiche sono il 3,6% del totale, una su ventotto).

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Le Facce di Lù. Gli artisti camminano fra noi – Intervista all’artista Luigi Viroli

“Oggi come si fa arte visiva? Quali sono le nuove proposte? E soprattutto, gli artisti camminano fra noi?” Non ditemi che non ve lo siete mai chiesti. Almeno una di…

“Oggi come si fa arte visiva? Quali sono le nuove proposte? E soprattutto, gli artisti camminano fra noi?”

Non ditemi che non ve lo siete mai chiesti. Almeno una di queste domande vi sarà sicuramente passata per la testa, che siate esperti d’arte o semplicemente curiosi come il sottoscritto.

Qualche giorno fa ho conosciuto Luigi Viroli, in arte , all’inaugurazione della sua mostra “Puzzle” ad Arezzo. So bene che un solo artista non fa la regola generale, ma sicuramente un po’ di luce sopra i miei dubbi a proposito dell’arte ultra-contemporanea l’ha fatta.

Innanzi tutto, sì: gli artisti camminano fra noi. Egocentrici o timidi, solitari o festaioli, pazzi o nor… no, gli artisti sono tutti un po’ pazzi, dai. Guardatevi intorno e scoprirete una mostra qua, un laboratorio sotto casa vostra, un po’ di colori accanto al muro del vostro ufficio. , artista aretino, non fa eccezione.

Su quali siano i lavori proponibili dopo secoli in cui l’arte ha reso estremamente complicato ogni tentativo di confronto con il passato (vedi Rinascimento), bè, la risposta è molto più complicata e c’è ancora parecchio buio. Sta di fatto che ci sono tantissimi esempi di arte di altissima qualità nel terzo millennio, penso a Banksy o a Steve McCurry. L’unica cosa che mi sento di poter dire è SIATE CURIOSI e scoprirete un sacco di cose bellissime. Spesso strane, ma bellissime.

Come si fa arte visiva oggi? Ho provato a chiederlo a il giorno dell’inaugurazione della sua mostra, in mezzo ai suoi quadri incredibilmente coinvolgenti.

Come ti sei formato?

Ho fatto di tutto nella vita. Ho studiato architettura, ho disegnato gioielli, ho lavorato in un negozio di arredamento e alla fine ho messo su uno studio privato. L’aspetto artistico mi ha sempre accompagnato per tutta la vita. In ogni momento ho dipinto, creato e scritto ciò che sentivo dentro di me.

La passione per l’arte da dove viene?

Forse dalla passione per il bello in generale. A me piace il bello che mi arriva dalla musica, dall’arte, dai vestiti anche. È una ricerca di un equilibrio che probabilmente io non ho. Dipingere è la mia psicanalisi. Quest’ultima avventura delle Facce è nata da un iPad regalato per i miei 50 anni: ho iniziato a disegnare su quello schermo delle facce stilizzate mentre parlavo al telefono. Le ho pubblicate su Facebook per gioco e la gente mi chiedeva continuamente cosa fossero. all’ennesima richiesta mi sono deciso. Ho comprato una tela al negozio dei cinesi, ho riesumato i miei vecchi acrilici e ho iniziato a trasformare le facce in quadri.

C’è qualche corrente artistica o qualche autore al quale ti ispiri?

Io sono un grande osservatore. Guardo, scruto e probabilmente anche senza volerlo recepisco cose e immagini. Non credo di avere nessuna formazione specifica. Rubo immagini dal mondo e le rielaboro. Se una cosa mi colpisce prima o poi esplode, torna fuori. Non ho una grande competenza specifica in arte. Guardo e ripropongo in diversi modi ciò che per me è bello.

Prima delle Facce di Lù cosa facevi? Per esempio, a casa dei miei ho un bellissimo quadro in 3 dimensioni di una città al chiaro di luna, fatto interamente in legno. Una cosa unica.

Sì!! È vero, quanto tempo!! Ma io ho fatto di tutto. Ora mia riporti alla memoria una cosa che avrò fatto più o meno 20 anni fa. Ho lavorato molto con le mai: sculture, quadri particolari, pitture sui mobili. Mi è sempre piaciuto creare. Quando ho in testa una cosa la faccio diventare reale.

Le Facce di Lù cosa rappresentano?

Ti ho già detto che sono nate quasi per gioco. Oggi rappresentano la ricerca di un equilibrio tra spazi, forme, linee. Per me questi quadri diventano un equilibrio nel disordine, nella anormalità.

Dal momento che disegni facce immagino che l’equilibrio ti venga dalle persone che ti stanno intorno?

Non saprei di preciso. Sono anche un grande amante della fotografia e ciò che più di ogni altra cosa amo fotografare sono le persone. Anche se in realtà sono un gran solitario e da solo raggiungo il mio equilibrio, ho sempre bisogno delle persone, delle particolarità che si portano dietro.

Continuerai con le Facce o inizierai qualche altro progetto?

Penso di sì. Mi piace che ci sia qualcosa che mi contraddistingua. Può darsi che comincerà con gli animali, ma sempre di facce si tratterà. Continuerò così perché mi diverte molto e mi stimola. Sto dipingendo personaggi famosi, come la Drusilla l’attore che si veste da donna a teatro, quello che ha fatto Strafatto. Mi diverto ed è quello che ho voglia di fare. Alla gente piace molto questa cosa delle facce perciò mi rende ancora più felice.

La mostra, allestita in via Garibaldi 111 in pieno centro di Arezzo e curata da Giuseppe Simone Modeo, andrà avanti fino al 9 dicembre.

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La consacrazione del Mengo Music Fest – Intervista a Paco Mengozzi

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso…

Si è appena concluso il Mengo Music Fest e l’affluenza record di 30mila spettatori che hanno preso parte al festival ha dato ragione dell’eccezionale lavoro fatto dagli organizzatori nel corso degli anni. Chi il Mengo lo segue da sempre, o comunque da molti anni, si sarà sicuramente accorto dei risultati raggiunti, frutto dell’impegno e dell’esperienza maturati nelle varie edizioni.

Il viaggio del Mengo Music Fest inizia nel 2004 e noi, dopo l’intervista a “I Ministri”, ci siamo fatti raccontare un po’ di cose da Paco Mengozzi, uno degli storici organizzatori.

Mengo Music Fest nel 2009

Com’è nata l’idea? Quali erano i sogni e le speranze di quel giovane di 14 anni fa?

Il Mengo nasce come una cosa del tutto spontanea. Al parco di Via Alfieri c’era il chiosco di mio babbo e un gruppo di ragazzi si riuniva lì per passare i pomeriggi parlando e bevendo birra; la maggior parte suonava in gruppi e nacque proprio su quelle sedie disposte intorno ai tavolini l’idea di suonare insieme. Chiamandosi il chioschino Mengo decidemmo di chiamare così le nostre serate.

Com’era allestito?

Una pedana con due casse e via (ride). Suonava chiunque volesse suonare. Era tutto organizzato fra amici all’ultimo minuto. Ci divertivamo tantissimo.

Come è potuto crescere fino a questo punto?

Già dall’anno successivo il numero dei partecipanti era aumentato e così quello dopo ancora. Creammo un’associazione che si chiama Music! allo scopo di dare maggiori opportunità a tutti quelli che ci chiedevano di suonare. Negli anni siamo cresciuti sempre più, soprattutto dal punto di vista organizzativo. Nel 2009 c’è stata una prima svolta in cui abbiamo ospitato I Ministri, erano anche loro agli inizi, ma già facevano la differenza. Da quella data i cantanti del panorama nazionale e internazionale si sono susseguiti sul nostro palco fino a comprendere lo Stato Sociale, Calcutta, Zen Circus, Fask, Levante, ecc. Quest’anno ha suonato anche Cosmo.

Chi sono le anime di tutto questo?

Inizialmente volontari che si erano riuniti nell’associazione Music!. Poi molti di loro sono diventati tecnici di palco, turnisti, musicisti, professionisti della musica insomma: i punti di riferimento per il festival. Ci sono anche tanti di noi che dedicano il proprio tempo al Mengo, prendendo ferie dal lavoro e si mettono qui a sudare in pieno luglio. Ovviamente ci sono gli sponsor, senza di loro non saremmo a questo livello.

Oggi cosa è diventato? Cos’è per te il Mengo? Te lo immaginavi così 14 anni fa?

È lo stesso piccolo palco con una pedana e due casse, in versione gigante. È il nostro sogno che si realizza. Sogno che richiede passione e impegno. Adesso è a tutti gli effetti un lavoro, perché l’organizzazione si protrae per tutto l’anno. È principalmente una festa dove il risultato è frutto dell’impegno di professionisti.

Tantissimi elogi e apprezzamenti su giornali e radio. Anche all’inizio dell’avventura erano tutti così entusiasti?

All’inizio non avevamo neanche aspettative. Poi dal secondo anno già la cosa si era ingrandita e l’asticella si alzava. Devo dire che il pubblico ci ha aiutato tantissimo e gli abitanti di Arezzo ci hanno sempre apprezzato, questo ci rende veramente orgogliosi.

Questa edizione la possiamo definire come la consacrazione a grande evento nazionale?

Sì dai. È l’edizione della svolta. Le serate sono state di grandissimo livello sia per le performance sul palco che per la risposta del pubblico. Siamo contentissimi. Molto è dovuto al fatto che questo è un festival gratuito, genere quasi del tutto sparito in Italia. Nonostante non ci sia un biglietto da pagare riusciamo comunque a dare un ottimo prodotto al pari di quegli eventi che invece richiedono il ticket. È importante sottolineare questa cosa della gratuità, perché è difficilissimo e faticosissimo ricercare sponsor e finanziamenti per mesi e mesi avendo come obiettivo quello di creare concerti di altissimo livello. Ci metteremo sempre tutto il cuore e l’impegno che abbiamo!

Mengo Music Fest nel 2018

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I Ministri, la rabbia, i dubbi, la fiducia… il romanticismo – Dal G8 del 2001 al Mengo Music Fest

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino…

I Ministri

Abbiamo voluto ripercorrere la storia de I Ministri legandola alla spettacolare evoluzione del Mengo Music Fest. Dagli esordi della band milanese nel 2006, passando per la svolta del festival aretino nel 2009 che li vide come protagonisti, fino a questa stupenda XIV edizione dove si sono incontrati di nuovo.

Sei album in dodici anni. A marzo è uscito il loro ultimo lavoro, Fidatevi. Ci spiegano come il tema della fiducia sia uscito spontaneo dai loro testi, che neanche lo avessero pensato come base di partenza per la scrittura del CD: come se fosse esplosa una necessità inconscia in un periodo privo di fiducia.

Al Mengo c’eravate già stati nel 2009, che impressione vi fa a distanza di tanti anni?

Allora era un contesto molto diverso da quello di oggi: i ragazzi dell’organizzazione provavano a muovere i primi passi in una situazione davvero problematica, ereditiera della parabola di Arezzo Wave. Oggi per noi il Mengo è diventato una realtà grandiosa, essenziale sia per la Toscana che, soprattutto, per l’Italia.

Da alcuni anni si stanno risvegliando i festival. Come avete vissuto la loro fase di declino e di ripresa?

Innanzi tutto, non bisogna pensare che se un festival funziona allora ha raggiunto il quorum culturale che in realtà meriterebbe il concetto di festival. In Italia siamo attaccati all’idea di dover proporre le realtà musicali “del momento”. Il Mengo, come la maggior parte delle manifestazioni, chiama band in tour che presentano sempre i loro nuovi lavori e questo, per fortuna, richiama un gran pubblico. Ma cosa succederebbe se facessero come all’estero, dove si ingaggiano artisti e band di altissima qualità anche al di fuori dei loro tour personali? Inoltre, le serate dei festival italiani sono molto schematizzate in base al genere musicale. Ieri la serata hip-hop di Gemitaiz, oggi la serata rock e blues con i Bud Spencer Blues Explosion e I Ministri. Per noi tutto questo non dovrebbe esistere. Dovrebbe essere un grande calderone, un mix di sonorità, concetti e ritmi. La musica deve coinvolge tutte le persone, non creare fedi musicali. Purtroppo, a livello internazionale siamo ancora indietro da questo punto di vista, ma ben vengano momenti magnifici di festa: ne abbiamo davvero bisogno, soprattutto dopo un periodo in cui la musica italiana ha subito una specie di stagnazione.

Quando avete iniziato avevate i vostri punti di riferimento musicali. Adesso sentite la responsabilità di essere voi quel punto di riferimento per le nuove generazioni?

È bello sapere che sei un esempio per molti, ma non la viviamo come una responsabilità o un qualcosa che ci consacra nell’olimpo della musica. L’importante è ricordarsi di lavorare con serietà e professionalità, perché in fin dei conti è ancora più bello farlo per chi, là fuori, crede in te. È importante dare un esempio di serietà e dedizione verso la musica ai ragazzi che si approcciano a questo mondo bellissimo. Una cosa interessante del rock è il fatto che può essere replicabile, perché relativamente semplice. Un concetto molto distante da quello della musica del producing o dell’elettronica, perché rifare una cosa che di base non è concreta perde il suo significato sociale e culturale: non ho mai sentito nessuno rifare i Club Dogo o Dr. Dre. Questa differenza consente al rock di avere una tradizione indistruttibile, che dura dagli anni ’60. È un collante di umanità per le persone che hanno interessi e passioni comuni. La cosa che notiamo essendo una band perennemente in tour è che nelle grandi città questo sta scomparendo. L’individualismo è diventato imperante e ha portato a valorizzare i suoi contenuti tipici, che non apprezziamo affatto. Le persone di provincia cercano davvero di coinvolgersi nelle vite di tutti, si creano momenti di aggregazione e di cultura che portano a stare bene. Sembrano discorsi fuori tempo, ma tutto questo esiste.

Mi pare proprio che stiate parlando anche di voi stessi, della vostra storia, dove il discorso politico è sempre stato caratterizzante. Siete tra le pochissime band che provano a sensibilizzare sull’attualità, anche con parole e argomenti inusuali. Quanto è importante continuare a farlo?

Lo ripeto: la musica è fatta per stare bene, non per i soldi e il successo. Anche se chiunque guardandosi allo specchio con una chitarra ha pensato “quanto sono fico, quante ragazze mi faccio”, resta comunque qualcosa di naturale e frutto dell’inesperienza, ci siamo passati tutti: inutile nasconderlo. Il nostro obiettivo è ottenere il consenso di qualcuno, non sono la fama e i soldi. Ricerchiamo soprattutto il rispetto da parte delle persone che ci stanno a fianco. Le nostre parole sono molto poco popolari, ma questi siamo noi senza calcoli e costrizioni. È anche un modo per distinguersi. Sappiamo benissimo che i nostri messaggi arrivano solo a una minoranza di giovani, ma non c’è nulla di male nelle minoranze. A volte succede che sono proprio queste che formano un pensiero che metterà in moto il cambiamento. Questo disco ci rispecchia a pieno, molto più di atri che abbiamo fatto. Ci interessano molto i giovani che ci stanno scoprendo adesso con questi messaggi e queste parole. I dischi sono tappe di un percorso lunghissimo, sono dei momenti che cristallizzano un periodo di contemporaneità veramente vissuto, sono i capitoli delle nostre vite e le nostre vite sono sincere. È fondamentale continuare a cantare le parole che ci vengono da dentro, per noi e per chi in noi si riconosce.

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Serviva davvero una band che in questo momento storico italiano prendesse posizione. Molti personaggi pubblici che potrebbero farlo non si espongono, come mai?

La nostra è una presa di posizione dalla base verso concetti di principio, più che sulle singole questioni. Oggi la gente è sempre pronta a ringhiare contro obiettivi occasionali, oggi gli immigrati, domani qualcun altro, insultando e mordendo in ogni modo possibile, soprattutto attraverso i social, usati in maniera indegna dai nostri ministri. Credo che sia frutto di tanta paura, che coinvolge tutte le classi sociali.

So che avete agganciato il G8 di Genova con la vostra partenza come band. Che rapporto c’è stato con quell’evento?

È stato un punto di chiusura di un’era e l’inizio di una nuova. Siamo cresciuti ascoltando una musica veramente alternativa cantata in italiano, ma con sonorità internazionali. Erano gli anni della ricerca di un’Italia diversa. Gli occhi e le orecchie erano puntati all’estero in ogni direzione per captare qualcosa che potesse migliorare il nostro mondo. In quegli anni tutti i percorsi musicali che seguivamo erano accomunati da una radice comune: quella dell’ideologia di sinistra. Il G8 ha messo in crisi la condivisione dei valori di questa parte politica: sono diventati pericolosi e tu all’improvviso diventavi comunicatore di qualcosa che era marchiato come terrorismo. I musicisti si sono ritrovati soli, accusati per le loro parole e le loro idee. Noi abbiamo visto Milano cambiare tantissimo dal 2001 a oggi. La nostra città aveva moltissimi centri sociali dove siamo cresciuti come band. Era un periodo in cui il rock e la musica erano profondamente legati ai centri di aggregazione di sinistra: luogo dove la cultura si muoveva e prendeva vita. Ad un certo punto hanno cominciato a chiuderli tutti e il circolo Arci è diventato “l’alternativa culturale”. Ma si trattava di una situazione molto curata dallo Stato e dal partito, non una situazione borderline, autogestita dalle persone, con nuove idee e proposte. Si è smesso di dar fiducia e di credere nella gente e questo ha portato ad un profondo e diffuso individualismo. Tutto doveva essere filtrato da un controllo di Stato e la musica è stata costretta ad autocensurarsi. Noi siamo cresciuti in quest’ambiente.

Vi siete autocensurati voi?

Nah. Quando è successa tutta questa storia noi stavamo praticamente iniziando (era il 2006) e i fatti del G8 erano in una fase di rielaborazione. Già si vedeva come qualcosa di lontano e noi fummo tra i pochissimi che per la prima volta dopo cinque anni urlavano di nuovo quella tipica aggressività che nasce dalla protesta contro le ingiustizie. Per quasi un decennio venne addomesticata la denuncia tipica del rock e al suo posto subentrò lo stile, il ben vestire, l’ordine: una visione molto estetica, innaturale. Noi invece siamo stati fin da subito molto fisici e incazzati, sia nel modo di suonare sul palco che in quello di comunicare. Eravamo molto fuorimoda quando siamo usciti e lo siamo rimasti. Costruivamo le nostre canzoni sulla rabbia e la protesta, ma anche sul dubbio: un racconto interiore di come le cose ci trascinavano dentro e ci cambiavano nostro malgrado. Però con orgoglio ti possiamo assicurare che non siamo cambiati per un cazzo.

Cosa vorrebbero lasciare i Ministri?

L’idea che la musica possa continuare a essere qualcosa che davvero serve all’essere umano e che non sia fatta solo per intrattenere. Per noi è uno stile di vita che porta anche a sacrificare noi stessi. Vorremmo che venisse riconosciuto che la musica ha ancora una valenza nelle vite delle persone, qualcosa che si deposita nei cuori e ci accompagna per sempre. Un po’ di sano romanticismo!

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I DaBoot e la mototerapia

Fra i bolidi in esposizione e gli spettacoli acrobatici su due e quattro ruote, allo Show dei motori che si è svolto al Centro affari di Arezzo dal 6 all’8…

Photo Credit: Giovanni Bellacci

Fra i bolidi in esposizione e gli spettacoli acrobatici su due e quattro ruote, allo Show dei motori che si è svolto al Centro affari di Arezzo dal 6 all’8 aprile c’erano anche i ragazzi del Team DaBoot freestyle.

Sono ragazzi che si divertono a fare acrobazie in aria con la moto da cross, saltando da una rampa che li proietta a 10 metri d’altezza e non contenti si mettono anche a fare capriole e giri della morte. L’adrenalina che trasmettono è tantissima. Il rombo dei motori e lo scoppio delle marmitte ti entra nel cervello in un misto di fascino e timore; lo spostamento d’aria che si sente fra i capelli quando sfrecciano sulle rampe fa venire i brividi e quando si alzano gli occhi al cielo per vedere il risultato della loro passione e della loro follia, dentro di te qualcosa esplode. Succede a chiunque. Anche ai ragazzi diversamente abili che vedo a bordo-pista, che, come tutti gli spettatori, in un vero e proprio stato di estasi tendono le braccia in attesa che i piloti sfreccino accanto alle loro mani per battere il cinque.

I DaBoot sono degli eroi. Proprio come quelli dei fumetti: con la maschera e la tuta. Ma non tanto per quello che riescono a fare in aria, quanto per la gioia che trasmettono ai ragazzi con disabilità attraverso la mototerapia.

Si tratta un progetto nato nel 2012 grazie a uno dei membri del team: Vanni Oddera. Consiste nel condividere la passione per la moto con i ragazzi disabili, passare una giornata assieme a loro ed immergerli nel mondo del freestyle motocross, facendoli divertire e facendo loro trascorrere una giornata da veri riders.

Vado a parlare con i tre motociclisti al termine della loro esibizione. Mi parlano delle loro esperienze e mi spiegano della mototerapia.

«Ovunque andiamo nel mondo a fare i nostri show chiediamo alle associazioni per ragazzi diversamente abili di partecipare. Si vedono lo spettacolo in prima fila, a pochi centimetri dalle moto che sfrecciano e volano. Poi, quando finiamo di saltare li montiamo in sella con noi e li portiamo in giro per la pista. Vista da lontano sembra una gita romantica, dove due persone che si vogliono bene attraversano collinette e saliscendi al tramonto»

E loro come reagiscono?

«Esplodono di gioia. Fra le vibrazioni della moto, il chiasso assordante della marmitta e del motore, la musica a tutto volume iniziano a ridere come matti, urlano e piangono di felicità. Tanti quando scendono iniziano a saltellare e a gridare “è la cosa più bella della mia vita”. Provano cose che li rendono davvero felici. Per noi è un gesto semplicissimo, non ci costa niente, ma ci riempie di orgoglio e pace»

Convincete i nostri lettori e le associazioni per disabili a provare la vostra terapia.

«Bèh, facciamo tanti show all’anno e in tutto il mondo, ormai dal 2012, e sempre più ragazzi partecipano, perché genitori e assistenti provano sulla propria pelle e soprattutto su quella dei figli i risultati, i miglioramenti. Non è una medicina scientifica, ma riusciamo a infondere gioia ed emozioni fortissime a chi è meno fortunato di noi. È una cosa che fa sentire più umani»

Il Team DaBoot raggruppa i migliori giovani italiani nella disciplina acrobatica del freestyle e permette loro di esibirsi nel mondo alle più importanti competizioni. Fra questi pazzi c’è anche Davide Rossi, casentinese di Pratovecchio. È uno dei più giovani piloti della squadra DaBoot e arriva direttamente dalla FMX school di Alvaro Dal Farra, grandissimo freestyler. Nel 2017 è stato selezionato fra i 15 top riders al mondo per competere in una delle tre gare di freestyle MX più prestigiose del panorama, i Nitro World Games organizzati a Salt Lake City da Travis Pastrana, il più grande di tutti i tempi. Mi sono fatto raccontare la sua esperienza.

«Ho iniziato a saltare nel 2012. Vengo dal motocross e dall’enduro, un background che mi ha aiutato moltissimo. Il fascino del freestyle mi ha conquistato da subito, dalla prima volta che ho visto un pilota fare evoluzioni per aria. Allora mi sono trasferito a Belluno dove ho studiato in una scuola acrobatica. E da qui è iniziato tutto. Eventi, competizioni, tappe in giro per il mondo. Adesso è come una droga. Più salto e più vorrei saltare. È un’emozione che ti riempie anima e corpo ogni volta che ti sollevi dalla rampa di lancio»

Partecipi alla mototerapia?

«Certo! Le prime volte per me era molto dura, oltre che tanto emozionante. Poi ti accorgi di imparare da loro. Ci lamentiamo per la macchina nuova o il cellulare da cambiare perché è uscito il nuovo modello. Loro, con tutte le difficoltà della vita, riescono ad essere felici semplicemente stando in sella alla moto abbracciati a noi per 10 minuti. Bisogna ringraziarli, perché davvero ci insegnano tantissimo. È un’esperienza forte. All’inizio avevo il magone. Mi rendevo conto di quanto fosse difficile per loro e per i genitori. Adesso mi sento partecipe di un momento felice della vita di alcune persone. È stupendo»

Com’è Trevis Pastrana?

«Ho gareggiato nel suo circuito. È una persona speciale. Cordiale e gentilissima. Al termine della sessione è venuto a ringraziarci per essere venuti dall’Italia, nonostante che lui ci avesse concesso il privilegio di partecipare»

Mi ricordo del primo double back flip nella storia di questo sport. Eseguito proprio da Travis. Quanto ti manca per arrivare a quel livello?

«Vediamo… Ho degli obiettivi importanti e farò di tutto per raggiungerli. Sono scaramantico, perciò non dico nulla di più. Però il 14 luglio a Pratovecchio organizzo un evento di freestyle. Siete tutti invitati!»

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‘100% Circo’, un circo dove si impara a volersi bene

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900,…

Nell’immaginario collettivo il circo è un tendone enorme a righe bianche e rosse, in cui si esibiscono animali ammaestrati, acrobati spericolati e immancabili clown. Ma dalla seconda metà del 1900, attraverso lo sviluppo del Noveau Cirque francese, il circo ha avuto una vera e propria “svolta contemporanea” che ha significato l’avvicinamento a molte discipline come il teatro, la danza, la musica.

Le innovazioni che questa nuova realtà ha introdotto sono la rinuncia agli animali, il ruolo fondamentale della musica, l’utilizzo di tecniche attoriali e coreografiche da parte dell’artista, che segue e sviluppa in ogni esibizione un tema di fondo.

Simona è la fondatrice della scuola aretina di arti circensi ‘100% Circo’, fondata nel 2015 dopo una lunga gestazione iniziata 7 anni prima e che oggi conta 120 allievi. Si è formata in Trentino, alla Biennale di circo e tutt’ora prosegue i suoi studi inseguendo un grande sogno: far conoscere il circo contemporaneo. Incuriosito da questo mondo affascinante, ho voluto saperne di più.

Se dico “circo” la gente a cosa pensa?

Ci sono dei luoghi comuni molto radicati nell’immaginario collettivo. Rispecchiano certamente ciò che è stata la storia di quest’arte così meravigliosa, ma tutto va avanti e si evolve: il mondo cambia e con esso tutto ciò che ne fa parte, compreso il circo. La gente pensa soprattutto a tendoni altissimi, grandi arene con animali ammaestrati, giocolieri, pagliacci, acrobati e l’inconfondibile motivetto “ta ta tara tara ta ta tara“. Ancora oggi se si parla con molte persone si sente dire “mio figlio non farà mai il circo come quelli che vivono in mezzo a una strada”. È un preconcetto carico di ignoranza. Il circo, come altre arti, è anche stare in mezzo alla gente, coinvolgere passanti, esibirsi per le vie della città. Come si può dire che dedizione, passione e divertimento siano cose da evitare? È assurdo.

 Invece, qual è la vostra idea di circo?

L’idea che ricerchiamo è quella di un circo innovativo sulla scia del circo contemporaneo francese. Lo intendiamo sia come arte che come sport, sia come applicazione mentale che fisica, sia come modo di vivere la quotidianità che come momento di evasione. 100% Circo ha il compito di far conoscere l’arte circense e quello ancora più importante di far esprimere e far star bene ragazzi e ragazze, grandi e piccini. Lavoriamo molto sulle dinamiche di gruppo, sul rapportarsi con gli altri, sul confidarsi e parlare. Crediamo che il circo sia un ottimo mezzo per rendere felici le persone.

Quali sono le discipline che insegnate?

Giocoleria, equilibrismo, acrobatica a terra e in aria. “Tutti all’inizio fanno tutto” perché vogliamo far sviluppare ogni abilità del corpo umano. Si parte dall’acrobatica a terra, perché è necessario trovare confidenza con gli stati di equilibrio fra i corpi, imparare a conoscersi come strutture complesse e piene di possibilità espressive. Una volta capita questa fondamentale premessa si inizia con tutti gli attrezzi di giocoleria. Una preparazione generale solida serve per destreggiarsi al meglio nell’equilibrismo su corde sospese, sfere, palloni, trampoli, monocicli. Solo dopo aver imparato ognuna di queste cose si inizia l’acrobatica aerea sul famoso trapezio e sul cerchio. Quello che può sembrare un “giochino” comincia ad affascinarti quando ti rendi conto della sua complessità. È quasi una legge della natura: la difficoltà spinge a mettersi in gioco, a migliorare, a combattere con sé stessi per crescere, per capire.

Quello che fate è solo un gioco?

Gli equilibri e le lezioni che si imparano nel circo poi si ripropongono nella vita di tutti i gironi. Il circo fa provare gioia, come la prova un bambino che si innamora di un giocattolo e, come detto prima, ti mette in strettissimo contatto con altre persone. Mi sento di dire che il circo sia terapeutico, perché è pura felicità. Attenzione però, qui non manca affatto disciplina, dedizione, serietà e applicazione. È vero che si tratta di “giochi”, ma sono situazioni che richiedono concentrazione per non rendere il “gioco” pericoloso. In questo frangente una scuola di circo deve essere dotata di ogni sistema di sicurezza in modo da scacciare più velocemente possibile le paure. Gli studenti si prendono cura di sé e dei compagni agendo come veri e propri “dispositivi di sicurezza”. L’autostima aumenta progredendo con l’apprendimento. La fiducia in sé stessi cresce ad ogni ostacolo superato. Bisognerebbe che la gente iniziasse ad associare l’idea del circo ad un’attività fortemente pedagogica e allo stesso tempo ludica. E noi siamo qui per dimostrarlo.

So che avete progetti didattici all’interno delle scuole. Come si combina la scuola sui banchi con quella sui trampoli?

Sì, lavoriamo con le scuole medie e superiori cercando chiavi di accesso che si adattino ad ogni ragazzo, ad ogni personalità. Il metodo didattico si lega a quello di materie come educazione fisica, ovviamente, ma anche letteratura, teatro e psicologia. L’integrazione, la collaborazione, lo scambio di emozioni fanno parte del progetto formativo. È molto importante mettere in contatto i ragazzi cercando di frantumare le barriere che spesso si creano fra di loro. Una delle nostre regole è che ogni lezione inizia mettendosi in cerchio per conoscerci e scambiarci idee e termina con un altro cerchio in cui ognuno lascia un feedback e si mette in relazione con il gruppo. I ragazzi hanno libera scelta sul percorso. Scelgono attrezzi e ruoli in totale libertà, perché vogliamo liberare la loro espressività in autonomia e in modo più possibile soggettivo, stimolando un approccio di tipo sperimentale. Una delle differenze fondamentali tra il circo del passato e quello contemporaneo sta proprio nell’avere introdotto finalità pedagogiche ad ampio raggio.

Letteratura, teatro, psicologia…?

Esatto. Il circo è un’arte che si intreccia ad altre discipline come la danza e la musica (oltre a quelle che ti ho già detto). È una grande valigia da viaggio dove poter mettere un sacco di esperienze e insegnamenti. Altro tabù da sfatare è che non si tratta soltanto di arte, ma anche di sport, dal momento in cui ci deve essere una preparazione fisica importante: per fare acrobazie servono forza e coordinazione. Gli studenti della nostra scuola si esibiscono a teatro in saggi e spettacoli e questo sta a significare la forte compenetrazione tra le discipline.

Gli artisti di teatro o i musicisti, per esempio, hanno il compito di comunicare con il pubblico. L’artista circense?

Il nostro artista mette nella sua performance tantissimo del suo vissuto. Esprime un viaggio che è una profonda ricerca interiore. Che poi il messaggio arrivi o meno allo spettatore a noi interessa relativamente: sappiamo che è molto difficile. Ciò che più vogliamo è che il ragazzo si sia conosciuto o ri-conosciuto durante il percorso circense. Lo spettacolo conclusivo (il saggio) rappresenta la ricerca che ogni artista fa di sé. Se pensiamo ai giullari che si esibivano instrada per il popolo, a modo loro esprimevano una situazione reale di disagio. Dobbiamo immaginare l’artista che porta al centro della scena le sue emozioni oltre alle sue capacità acrobatiche, con una regia e una sceneggiatura che supportano e definiscono la traccia dello spettacolo.

I vostri studenti come arrivano a conoscere la scuola di circo?

Soprattutto attraverso i progetti che facciamo nelle scuole: i ragazzi e i bambini osservano, provano, rimangono incuriositi e affascinati. Oppure vedono la mia macchina piena di attrezzi colorati, ormai diventata una specie di simbolo di 100% Circo, che ha come un “effetto miele”. Molti sono colpiti dalle esibizioni di aerea dove le ragazze volteggiano per aria. Rispetto a sport come calcio o nuoto, che coinvolgono un’infinità di bambini, ragazzi e adulti, il circo non ha lo stesso bacino di iscritti. Purtroppo è ancora un traguardo lontano. Bisogna continuamente dimostrare che quello che facciamo è una cosa bella. Il circo potrebbe anche essere fatto come attività congiunta ad altri sport, perché aumenta le capacità motorie e percettive a livello esponenziale: nei giocolieri e negli equilibristi lavorano entrambi gli emisferi del cervello.

A chi consiglieresti di iscriversi alla scuola di circo?

Lo consiglierei a chiunque, grandi e piccini, maschi e femmine. Fa bene al corpo e alla mente. Nella mia esperienza personale posso assicurarvi che il circo mi ha cambiata: mi ha aiutato a credere in me stessa, a non aver paura, a non mollare di fronte alle difficoltà. L’ambiente stesso è salutare, perché il corpo lavora a 360° si provano e si condividono tantissime emozioni. S’impara a volersi bene e a prendersi cura di noi. Purtroppo le persone non giocano più e questo non va affatto bene. Perciò, venite a giocare con noi!

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L’elettronica degli Whao! (con il punto esclamativo) contaminata da diverse personalità

Le orecchie si tendono e il collo si gira inevitabilmente verso il palco quando capita di sentirli suonare per la prima volta, la testa inizia a seguire il ritmo dei…

Le orecchie si tendono e il collo si gira inevitabilmente verso il palco quando capita di sentirli suonare per la prima volta, la testa inizia a seguire il ritmo dei bassi spaccatimpani in un gesto di approvazione mentre nella mente si fermano due domande: “Questa che roba è? Questi chi sono?”.

Succede così, fidatevi, quando sentiamo suonare i Whao!, qualcosa che raramente avete sentito o che non avete proprio sentito mai. Nati ad Arezzo, i Whao! si esibiscono per la prima volta nel novembre del 2014, quando ancora sono un duo, e nel giugno 2015 esce Ep. vol. 1. La band si allarga e nel dicembre 2016 esce Ep. Vol. 2 e il quartetto suonerà al completo nel 2017 al Mengo Music Fest.

A casa del Giova, che nella band è quello che fa le magie con il basso, ho incontrato i tipi che si fanno chiamare “i Whao!”: Nepo, Mattia e il Noce. Dallo stereo, i Gorillaz hanno fatto da sottofondo alla serata. Uno strato di fumo di sigaretta e piadine bruciacchiate riempiva l’ambiente già piccolo, reso ancora più intimo dallo spessore della nebbia innaturale.

 

Quanto è importante il punto esclamativo?

Il nome è un’esclamazione che in questa forma scritta non esiste né in italiano né in inglese. È un’esclamazione di stupore, una storpiatura dell’interiezione “wow” che esprime entusiasmo, eccitazione intensa, un sentimento di meraviglia. Il punto esclamativo da un sacco di forza aggiuntiva a questa parola onomatopeica, gli dà la giusta enfasi. Ci sta tutto.

 Ha una storia questo nome?

All’inizio eravamo propensi per trovare un’espressione inglese che dicesse “mi state tutti sul cazzo”. Poi però è sempre più piaciuta l’idea dell’esclamazione di stupore che ora è il nostro nome. Facendo una ricerca su internet avevamo notato che wow o Whao non erano praticamente utilizzati da nessuna band, perciò ci ha intrigato ancora di più. È una storia nata davanti al computer.

Ci spiegate che tipo di musica fate?

Ognuno di noi, nei Whao!, è riuscito a realizzare dei piccoli desideri, intimi sogni musicali che si sono potuti avverare grazie a questo progetto. I Whao! suonano pezzetti di Mattia, di Nepo, di Giova, di Noce. È un’elettronica contaminata da un mondo di altre cose e questo mondo sono le singole personalità musicali di ognuno di noi. Anzi, facciamola breve: suoniamo elettronica perché usiamo delle macchine! Ok? E come diceva sempre la mia [Nepo] professoressa di musica da camera “quando non sai cosa dire, di sempre alternativo”. A parte gli scherzi quello che facciamo è un bellissimo e serissimo gioco. È la fortuna di avere tanti giocattoli fra le mani e quindi, come i bambini, possiamo scegliere se usarli tutti insieme, alcuni o uno per volta. Uniamo mille cose, ma l’elettronica rimane la base di tutto. Oggi secondo noi riveste un ruolo importantissimo, perché dà molta freschezza alla musica. Noi abbiamo influenze per certi versi simili, ma lasciamo che le varie differenze ci contaminino a vicenda. Non condividiamo che alcuni strumenti siano più importanti di altri, come comunemente viene inteso il ruolo della chitarra. Per noi sono tutti colori che danno vita al risultato finale e ognuno è fondamentale affinché il risultato sia degno di chiamarsi “Quadro”. Anche la voce fa parte di questa miscela, perché la vediamo come uno dei colori, anche se deve mantenere la sua fondamentale importanza non facendosi mai sovrastare. La band è una tavolozza di colori che compongono in armonia il lavoro finale. Ognuno necessità dell’altro, senza che qualcuno possa fare a meno degli altri strumenti. Questo progetto è un’avventura che cresce, si evolve e si costruisce piano piano. Siamo work in progress…

All’inizio eravate basso e tastiera. Tanta elettronica, bassi a palla e poche parole. Quest’anno si è aggiunta la chitarra e la voce di Mattia e la batteria del Noce. È un cambiamento importante. A cosa è dovuto?

All’inizio eravamo io [Giova] e un altro batterista. Poi è arrivato Nepo, ma si sono creati dei contrasti che ci impedivano di portare avanti un progetto condiviso da tutti. Siamo ripartiti cambiando completamente indirizzo: prima la nostra musica era un mezzo punk-rock scatenatissimo, basso e batteria a bestia, poi da gladiatori abbiamo introdotto sintetizzatori e batteria elettronica. Fa molto Berlino anni ’90: può essere punk anche così, anche se allora non usavamo una batteria vera. Siamo cresciuti in pochissimo tempo, stavamo giocando e creando qualcosa di nuovo e gratificante e abbiamo deciso di continuare a divertirci. Ed ora eccoci qua.

Come vi siete conosciuti?

Arezzo è un microcosmo dove finisci per conoscere tutti quelli che suonano e fanno musica. Ci conosciamo da tanto, da quando il Giova suonava nei Thank You For The Drum Machine. Poi ci siamo incontrati in sala di registrazione, un po’ per caso. Insomma, il mondo è piccolo e Arezzo di più. Il Noce è bello!! Lui è sceso dal cielo!!

Cosa c’è nelle canzoni dei Whao! ?

Il cantante è Mattia, ma a questa domanda deve risponde il Giova, perché i primi pezzi usciti sono stati scritti quando eravamo in due (Giova e Nepo). Parlano di vita, di figli, di quello che succede intorno, del quotidiano. Sono punti di vista che non hanno nessuna pretesa. Sono storie scritte un po’ come una terapia, una specie di Coscienza di Zeno: il Giova “Cosini”.

Arezzo ha una buona scena musicale?

È fervidissima, nonostante ci sia un mortorio organizzativo vergognoso e i locali non incentivino i giovani ad esibirsi. Moltissimi ragazzi e ragazze si fanno il culo pur non essendoci possibilità di suonare. È molto bella questa cosa. Ci sono un sacco di progetti nuovi e belli. C’è grande volontà di fare musica, spenderci tempo e denaro. Ovviamente ci sono anche molte band che lasciano, ma crediamo sia una cosa fisiologica. Molti si arrendono nonostante siano talentuosi, perché non trovano nessuna strada da percorrere. Altri perché non hanno voglia di farsi il culo, di fare la gavetta, di iniziare a suonare davanti a 5 persone. Il mondo è pieno di musicisti bravissimi, se vuoi emergere devi dare tutto. Arezzo ha un’infinità di input e di risposte, ma è una minuscola realtà comparata al mondo. Dal nostro punto di vista, per quanto impegno ci mettiamo ci sono pochissime opportunità per farsi conoscere e crescere. Certo ci sono le eccezioni dei festival fichissimi o degli amici che ti ospitano nei locali. Purtroppo di negativo c’è anche la risposta del pubblico che non è per niente adeguata: non c’è interesse se non all’interno di chi fa già parte del mondo musicale.

 Vi ispirate a qualcuno?

Tantissima ispirazione ci arriva dai Gorillaz, che puoi sentire qui in sottofondo… secondo te è un caso? Gorillaz quindi Demon Albarn, il loro cantante, che conosce musica e note come un dio. In comune tra noi quattro abbiamo anche i Radiohead, i Blur, i Clash, i Daft Punk, insomma un po’ un casino. Molta della musica che ascoltiamo viene dall’Inghilterra, che bene interpreta il concetto della tavolozza dei colori, dove non c’è supremazia, ma solo unione. Il Noce invece si ispira al metronomo, il suo migliore amico. Anche la formazione classica ci aiuta moltissimo, per una questione tecnica di scrittura della musica.

Come gioca Nepi?

“Ah! Coma gioca Nepi!” è una cosa da social network nata nel 2010 in ambito universitario. Per far sapere al popolo social il buon esito degli esami scrivevo su Facebook proprio questa frase. Allora tutti scrivevano “Maglia?” e a quel punto io postavo la maglia di un giocatore con il numero del voto. C’è anche il lato triste di questa vicenda. “Non è sempre natale”, infatti, era l’annuncio della malinconica bocciatura. Adesso però sono dottore e ho smesso di “giocare” in università, ma non con la musica. Comunque tutto nacque da Maurizio Mosca, che per consolare Del Piero dopo una sconfitta contro l’Inter esclamò proprio così: “Ah! Come gioca Del Piero!”

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Raccolta differenziata: i comuni più virtuosi della Valdichiana

In questi giorni sono usciti i dati ARPAT relativi alla raccolta differenziata in Toscana. Per il 2015, la Regione aveva fissato un obiettivo per tutti i comuni: portare la raccolta…

In questi giorni sono usciti i dati ARPAT relativi alla raccolta differenziata in Toscana. Per il 2015, la Regione aveva fissato un obiettivo per tutti i comuni: portare la raccolta differenziata al 65%. Ma quanti ci sono riusciti?

 

Con una percentuale di raccolta differenziata del 69,83%, l’unico comune di tutta la Valdichiana che è riuscito a superare la soglia prefissata è stato Chiusi.  Nessun comune della provincia di Arezzo figura nella lista dei 60 che hanno raggiunto questo traguardo.

Ecco i dati ARPAT comune per comune, sempre relativi al 2015,  da cui si evince un maggiore virtuosismo da parte dei comuni del versante senese rispetto a quello aretino, che presente un forte ritardo rispetto agli obiettivi prefissati. Monte San Savino risulta il comune aretino con la percentuale di raccolta differenziata certificata più alta, assestandosi al 33%.

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Dasdenis: “Voglio portare la Trap ad Arezzo”

Nella lunga e sfaccettata tradizione della musica hip hop, c’è un genere musicale che si sta diffondendo rapidamente tra tutti gli appassionati: la trap, ovvero una miscela di elementi rap e…

Nella lunga e sfaccettata tradizione della musica hip hop, c’è un genere musicale che si sta diffondendo rapidamente tra tutti gli appassionati: la trap, ovvero una miscela di elementi rap e di electronic dance che utilizza suoni aggressivi e una struttura ritmica sincopata. Originata negli USA una decina d’anni fa, si è rapidamente diffusa in Europa, trovando terreno fertile tra i rapper alla ricerca di sonorità più aggressive.

Anche ad Arezzo e in Valdichiana la trap sta trovando sempre più seguaci: abbiamo parlato di questo genere con Dasdenis, che ci ha raccontato la sua musica e le sue prospettive.

Benvenuto su queste pagine Dasdenis: per prima cosa, vuoi presentarti ai nostri lettori?

“Mi chiamo Denis Stefanescu, nome d’arte Dasdenis, sono un rapper di venti anni che vive nel centro cittadino di Arezzo. Ho pubblicato alcuni video musicali con le mie canzoni negli scorsi mesi, tra cui “Brutta Compagnia” prodotto da Reizon, “Rose Rosa” con Fake e il nuovo “I soldi sono io”, quindi anche un forte legame con i rapper della Valdichiana”

Da quanto tempo sei un rapper?

“Da sempre. Fin dai tempi in cui frequentavo le scuole medie, praticamente. Ho iniziato ad ascoltare la musica rap come tutti, e sentivo che mi apparteneva molto, sentivo che era un genere che faceva per me. Ho ascoltato parecchi pezzi, però l’album che più mi ha colpito è stato “Quello che vi consiglio” di Gemitaiz. Sono arrivato a quest’album dopo aver visto i suoi singoli sul web, ma non mi bastavano: volevo roba nuova, ero curioso della sua vita, era come un amico che conoscevo da anni, ma lui di me non sapeva nemmeno l’esistenza. Mi sono chiuso in casa ad ascoltare i pezzi, ho preso spunto da lui e dal suo metodo.”

Perché proprio la musica rap? Che cosa vuole trasmettere?

“Io lo vedo come uno sfogo. C’è chi calcia il pallone e si sfoga, va a calcio e si sente realizzato. Poi c’è chi come me preferisce fare canzoni, sperimentare cose nuove. Con la musica voglio esprimere la mia vita, quello che ho vissuto e quello che sto vivendo, quello che vivrò, tracciando il mio percorso con la musica. Dagli altri arrivano sensazioni positive, questa roba non si è mai sentita nella zona, uno stile inedito. Il trap è nuovo in Toscana, un genere che non si è ancora molto diffuso.”

Che esperienze hai avuto con la musica rap? Hai partecipato a concerti, contest o eventi simili?

“Prima di partecipare ho girato come un matto per vedere concerti, sentire altri rapper. Sono andato da Gemitaiz a Firenze, sono andato ovunque per seguire i rapper preferiti… poi ho conosciuto anche i ragazzi della Toscana Sud, che ringrazio per le opportunità che mi hanno dato. Ho partecipato a Spit Fix come freestyler, ho imparato molto dagli altri ragazzi. Circa un anno fa abbiamo fatto un concerto all’Officina 7 ad Arezzo, uno dei locali più famosi della città; mi sono esibito con i miei pezzi assieme a un altro amico, c’erano circa 500 persone, è stata una bella emozione. Sentire gli amici e le persone del pubblico che cantano il tuo pezzo è una cosa che ti da soddisfazione.”

dasdenis officina


Cosa ti hanno lasciato le esperienze del freestyle? Preferisci le sfide con gli altri rapper oppure produrre i video musicali?

“I video sono tutta un’altra cosa, mi sento più preparato. Mi dedico alla sonorità del pezzo, all’immagine del video, alle qualità personali che si possono riconoscere. Per adesso sono molto contento dei riscontri, alla gente piace; ovviamente c’è una parte del pubblico a cui non piace, perché questo genere secondo me non può avere una via di mezzo, la trap fa impazzire o viene odiata. In questo territorio c’è da poco tempo, ma mi sto informando molto, ascolto molti pezzi anche fuori dall’Italia.”

Quali sono i tuoi punti di riferimento internazionali?

“Sicuramente la scena francese, ad esempio rapper come Booba, Sch, Alzono, Pnl, Niska. Conosco e ascolto molti artisti, mi ritrovo a prendere spunto da loro. La mia preferita rimane Shay, una rapper che mi fa impazzire. Ultimamente sto ascoltando molto una minigang che ha portato la trap in Romania, i Satra Benz, scrivono quello che vogliono senza pensarci due volte e fregandosene di tutti.”

Parliamo del tuo ultimo video, “I soldi sono io”. Com’è stato realizzato?

“Il pezzo è stato prodotto da Reizon, mentre il video è stato girato da Nicholas Baldini, un videomaker della mia età che è davvero bravo e può già vantare grandi collaborazioni; adesso è in Germania a girare dei video per altri artisti, sta facendo strada. Il beat è stato realizzato da un altro amico che vive in Romania, il paese da cui provengo, anche se abito ad Arezzo da tantissimi anni.”

Qual’è il significato di questo pezzo?

“I soldi sono io, come da titolo. Viviamo in un mondo in cui i soldi contano, inutile ribadirlo. Con questa canzone volevo raccontare che i soldi possono anche contare, ma in realtà io sono più importante, mi basto da solo, non ho bisogno di soldi. Finché faccio quello che mi piace, i soldi sono io.”

Quali sono state le fasi della produzione?

“Il video l’abbiamo girato in tre giorni. Il primo giorno con un furgone, abbiamo studiato tutto per bene, dalle luci alla composizione. Ho ballato perché il rap per me non è solo canto, ma anche movimento, studio tutto nei particolari e mi dedico molto alla sonorità. Il secondo giorno di riprese siamo stati in uno studio professionale con sfondo bianco, abbiamo girato i dettagli e il playback della canzone. Il terzo giorno siamo andati in una villa a Castiglion Fiorentino, abbiamo girato le scene con le attrici e gli interni.”

dasdenis video

Cosa fa nella vita Dasdenis? E come si concilia il resto della vita con il rap?

“Finora ho studiato, ho finito un corso per parrucchieri. Torno in Romania per le vacanze, poi da settembre comincio a cercare lavoro. Con la musica non posso continuare a vivere per ora, però è una passione forte, non mi ci vedrei a non fare rap. Cerco di organizzare il mio tempo e di dedicarmi al lavoro per adesso, ma il rap rimane come obiettivo.”

Che cosa ne pensi della scena musicale ad Arezzo e in provincia?

“La città di Arezzo non possiamo paragonarla a Milano, Torino o Roma, è tutta un’altra cosa. Però stanno facendo cose buone, nascono sempre nuovi artisti. A livello italiano ascoltavo molto fino a un paio di anni fa, adesso nella mia playlist lascio spazio solo a pochi novellini, ma non può mancare Vegas Jones che è il mio preferito a livello nazionale.”

Tu sei di origini rumene, canti nella scena aretina, riprendi dalla scena francese… come si mescolano tutte queste culture nel rap?

“Nel rap siamo tutti una grande famiglia, secondo me. C’è chi canta in francese, chi in inglese, chi in italiano. Tutti inseguono il loro sogno, non è facile, però è giusto che ognuno prenda la sua strada. Il rap è nato negli Stati Uniti, è normale che siano sempre avanti a noi da questo punto di vista, ma io sono rimasto a bocca aperta dalla scena italiana. Vedo ragazzi giovanissimi che stanno spaccando tutto, ragazzi che ascolto molto e mi piacciono come persone, si stanno facendo valere.”

Per salutarci, vuoi raccontarci qualcosa sui progetti futuri?

“Il nuovo singolo sta andando bene, c’è un riscontro positivo sul web, siamo molto felici. Ho ricevuto una proposta di collaborazione da parte di un ragazzo che per me è sempre stato un esempio, e sono molto felice. Sto pensando di andare avanti con i video, ormai nel 2016 il video musicale è fondamentale, più di una traccia audio. Quando sarà il momento faremo un mixtape, oppure un album o un progetto più complesso.”

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Sfumature dal Buio. Recensione de “Il Grande Buio” di Mario Caruso

L’alienazione dal lavoro e l’alienazione dal non-lavoro. Si cade sempre più spesso nell’imbuto retorico dell’esistenzialismo, alla base delle frustrazioni umane: “una forma superiore di critica”, direbbe Leo Ferré, che inquadra…

L’alienazione dal lavoro e l’alienazione dal non-lavoro. Si cade sempre più spesso nell’imbuto retorico dell’esistenzialismo, alla base delle frustrazioni umane: “una forma superiore di critica”, direbbe Leo Ferré, che inquadra la disperazione generazionale da emarginazione e da classismo individualista. Ci lamentiamo oggi dei lavori sottopagati, dell’eccessiva specializzazione delle qualifiche, degli stage non retribuiti, dei pagamenti con “visibilità”, per “farti un nome”, dei contratti a nero, degli stillicidi tramite voucher; tutto ci sembra nuovo, impossibile da comprendere per chi ha vissuto il mondo del lavoro prima di noi. Eppure dalle storie di lavoro – e di sudore – del passato, molto possiamo cogliere, molto possiamo imparare.

Mario Caruso, già chitarrista e compositore della band aretina SAMCRO, è autore di un egregio libro di narrativa intitolato “Il Grande Buio”, edito da Aletti editore, nella collana “Gli Emersi – Narrativa”. Un romanzo franco, chiaro, di una ricchezza espositiva rara. Un testo che ha molto da dire, che detiene un impianto di retaggi storico-sociali tenuti in considerazione costantemente, durante la scrittura.

Il protagonista, Moreno Alaimo, è un ragazzo che fugge da una situazione familiare difficile, confinata nella desolante provincia bolognese,  per raggiungere Firenze, una Mecca storico-artistica, nella quale – sebbene detenga velleità di pittore – pur di guadagnarsi l’emancipazione di cui va in cerca, inizia a lavorare come operaio non qualificato in una grande fabbrica che produce impianti di areazione, la Respiraplex. Il contesto storico – che viene compreso solo nella parte finale del romanzo, se non per congetture temporali – non è scontato: è il 1999. La fine del secolo. Un mondo che, sebbene cronologicamente recente, appare così distante, nelle forme, nelle coscienze, nei costumi. Attenzione però: il 1999 non è il contesto del grande autunno caldo della direzione di Valletta in FIAT, non sono le gestioni del diritto del lavoro di Luciano Lama contro l’amministrazione Romiti, della lotta per la scala mobile sul potere d’acquisto degli operai, è anche lontano da quella marcia dei quarantamila torinese, che chiuse l’epoca dei grandi dissensi collettivi e delle aggregazioni, in virtù dell’automatismo, della marginalità delle posizioni, il trionfo dell’individualismo e della scala dei consumi. Il 1999 è un anno strano per la coscienza operaia, un anno pressoché nullo dal punto di vista storico, nel quale le forme esistenziali nel mondo del lavoro hanno ormai perso la forza comunicativa degli anni settanta, e il grigiore consumistico ha invaso i moduli vitali delle persone.

Proprio in questo contesto in cui tutti sono contro tutti, in cui gli operai complottano, scherniscono, scavalcano, secondo un sistema coercitivo di sopraffazione ed odio fratricida, Moreno si ritrova a consumare la sua giovinezza nell’opportunismo dei rapporti. Si innamora di Carla (un po’ “La Ragazza Carla” di Pagliarani, sebbene più cosciente di sé, nonostante le debolezze), un’avvenente impiegata della Respiraplex. Stringe rapporti con operai e impiegati, sottolineando la totale leviatanica diffidenza e il continuo scontro tra competizioni, in un turbinio di violenze concettuali all’interno del sistema-fabbrica. Moreno conosce Jonathan e Giorgio, due figli del riflusso che ambiscono al ‘posto’ fisso, nonché Artemio Giraudi detto Cowboy, ultimo baluardo monumentale di una stagione di lotta ormai fagocitata dall’edonismo egotico della società liberista. Ogni personaggio sembra farsi carico di una nomenclatura evocativa, di simboli e riferimenti. Non c’è movimento emotivo tra lettore e personaggi, l’onniscienza della terza persona sembra calarsi anch’essa in un’epoché relativista, per la quale l’unica salvezza sembra essere l’astensione, la neutralità, il lasciar scorrere il gioco dei dadi

Nonostante una discontinuità di registro, e di toni, la scrittura di Mario Caruso è una piacevole composizione a canone di artificio in prosa e tradizione. Un romanzo “d’altri tempi”, con una serie di quadri cinematografici ricollocabili nella grande stagione dell’autorialità impegnata di Petri, Bellocchio,  della Wertmüller dei primi anni settanta, nonché Wilma Labate, il suo “Signorinaeffe” – che ben riporta il crudo distacco tra officina e quadri intermedi, ricalibrato, in un contesto storico diverso, nel rapporto tra Moreno e Carla, e tra Moreno e Jonathan.

La dinamica del linguaggio, spesso volutamente confusa, è congeniale allo straniamento delirante del protagonista, ebbro di storia dell’arte, di Machiavelli, di rinascimento e stilnovismo, un catafalco concettuale che si sbriciola nell’impatto con la crudezza della prosaicità quotidiana. L’idealismo di Moreno emerge con forza nel debordo sintattico e lessicale dell’innamoramento, della sbornia e del sogno: in questi tre momenti del racconto – dell’innamoramento di Carla, e la correlata sbronza, con annesso hangover in officina, nonché il sogno arcadico, quasi satiresco, che Moreno fa in preda all’estasi dell’amore – Mario Caruso tenta di disegnare, con la prosa, movimenti trans-artistici, che sono tratti pittorici, fraseggi musicali, curvature longilinee che forniscono alla scrittura una ritmica per nulla banale.

Accenni grotteschi che sembrano fare il verso al Nabokov politico di Bend Sinister (“I Bastardi” in italiano), il violino nel vuoto del potere, della soppressione e del grigiore e dell’appiattimento, i quali, dalla farsa amara, si tramutano in ipernaturalismo descrittivo, con tanto di arzigogoli citazionistici che sono Bianciardi e Pratolini. Insomma l’autore de “Il Grande Buio”  dimostra di saper cogliere il giusto tratto dai grandi maestri della letteratura, come il suo personaggio, Moreno, che non esita a tirare in ballo Caravaggio, Antonello da Messina, Botticelli, per contrappesare le figure che dispone sulla sua velleità di pittore.

Il libro di Caruso è un libro che merita di essere letto per più motivi. Il principale sembra essere proprio la sua capacità di rispondere alla tensione dell’oggi, del noi-ora, attraverso una vicenda che riguarda il passato. Una capacità che si configura con un superamento del “buio” che ci riguarda, fuori dal quale tutti devono uscire, nell’ossequio del quotidiano, nell’elaborazione dei lutti e dei fallimenti, nella critica attiva di tutte le nostre debolezze intestine. Un “buio” che viene superato attraverso la descrizione sopraffina del dramma, un buio che – così descritto – rivela la sua forma genuina, un “buio” che se disegnato rivela il suo perimetro e, di conseguenza, i suoi limiti, il suo termine.

Il male, così ben descritto, così ben disegnato, diventa parte di una mappa esistenziale assoluta, che rivela un oceano al di là delle sue colonne d’ercole, ed altri continenti, ed altre vite, alla fine del buio.

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Sempiternamente Warhol – riflessioni sulla mostra “Andy Warhol Forever” ad Arezzo

Qualsiasi credo moderno diventa, prima o poi, mero dato estetico. Nulla più. Ormai non c’è religione o ideologia, stato o chiesa, non esiste Verità a cui prestare giuramento. Tutto è…

Qualsiasi credo moderno diventa, prima o poi, mero dato estetico. Nulla più. 
Ormai non c’è religione o ideologia, stato o chiesa, non esiste Verità a cui prestare giuramento. Tutto è dato estetico. Tutto è principio di non contraddizione nel momento del suo assurgere a parergon, ornamento superfluo. La politica è un arabesco da cornice al racconto, la religione un ghirigoro barocco alla riflessione dell’ego, l’amore una nefanda masturbazione. 

Quando scrissi questo frammento stavo parlando del nesso inscindibile che esiste tra i Disciplinatha e i CCCP-Fedeli alla linea e dell’uso che facevano dei “colori” politici, in relazione all’espressione artistica. L’essere rossi o neri, nel punk-hc degli anni ottanta, non aveva alcun valore politico, ma solamente estetico; era un rimando, un’evocazione.

Prima del punk però, in maniera molto più massificante e a suo modo più violenta, quella stessa retorica era stata messa in crisi da Andy Warhol e dal maremoto pop che aveva instaurato negli anni sessanta.

IMG_1547In questi giorni ad Arezzo, la mostra a lui dedicata, curata da Romano Boriosi, Gianfranco Rosini e Fabio Migliorati, celebra il maestro di New York con una mostra sopraffina.

L’esposizione, locata nella Galleria Comunale di Arte Contemporanea di Arezzo, è un piccolo traguardo di oculatezza dei mezzi; a cura della Collezione Rosini Gutman, sono raccolte 50 opere che vanno a comporre un percorso frastagliato, ma estremamente coerente con l’opera di Warhol, il quale seguiva parallelamente più serie, come a sottolineare la molteplicità dei toni e degli stati artistici del suo operato. La larga affluenza che ha coinvolto la mostra ha spinto gli organizzatori a prorogare la chiusura al 2 giugno.

Largo spazio dato alle serigrafie, in primis la Marilyn, la Liz Taylor, Mao (il terrore comunista che diviene soggetto mimetico inoffensivo, pura decorazione superflua) e la parete dedicata a Mick Jagger nella quale campeggia una sgonfiatura programmata del divismo contemporaneo; questi nuovi dei, ci dice Warhol, altro non sono che allucinati lamenti del senso di eternità che, nella mente degli esseri umani contemporanei, sta lentamente scomparendo. Il divismo oggi, nell’era post-Warhol che ci troviamo a vivere, diventa tangibile. La richiesta di eternità non è automatica bensì necessitata dal Divo; è infatti Vincent Gallo che vende il suo sperma a un milione di dollari per l’inseminazione in vitro, è la rock band che diventa cosciente dei metodi di marketing del mondo della discografia, le crew hip-hop che si fanno produttrici di loro stesse, è Leonardo di Caprio che produce the Wolf of Wall Street. Ormai non c’è spazio per quell’anticonformismo che Andy Warhol adorava “conformare alle masse per poi venderlo alle stesse”. Siamo tutti ormai ingeriti da questo ciclico processo produttivo sistematico e apparentemente inarrestabile.

Una lucida sorpresa aumenta il tasso di liceità della mostra aretina; il dettaglio del San Giorgio e il Drago di Paolo Uccello, della serie Details of Renissance. L’opera d’arte riproducibile. Il capolavoro della sociologia artistica della Pop Art, che più di un qualsivoglia trattato sulla tecnica di Walter Benjamin descrive con precisione lo stato dell’arte nella contemporaneità.

Due cose deludono di questa mostra: il titolo, banalotto e inefficace, e la scelta abbastanza ingenua di apporre sotto ogni opera una citazione dell’autore; in questo modo si è perso il senso di riproducibilità tecnica dell’opera, di valore plurale dell’opera d’arte che a Warhol stava molto a cuore. Quella che si vede sotto le opere non sembra solo una citazione, ma un vessillo d’unitarietà, che di certo non si confà alla critica del soggetto – prima – e alla critica della critica d’arte –dopo – che contraddistinguono la filosofia iconostatica del New Dada wharoliano. D’altra parte l’immagine stessa di Andy Warhol e le sue citazioni da tweet pomeridiano (stessa sorte toccata a Oscar Wilde e Bukowski, per dire) hanno reso l’Artista oggetto d’arte, icona votiva pagana contemporanea.

Ci sono ampie sezioni dedicate al materiale fotografico lasciato dall’Artista newyorkese, come ad inserire anche la sua stessa immagine nel calderone autorigenerante del consumo iconografico; foto con Dalì, Dino Pedriali, Jean-Michel Basquiat, fino a dei veri e propri “autoscatti”. Attraverso la riproducibilità del soggetto-immagine nulla diventa più reificato che la Persona. Il commercio/consumo dell’immagine, della personalità, l’ascendenza sfiancata della caricatura dei simboli consegue la loro totale assenza di contenuti, rimandi, simbiosi con l’essere-nulla. La rapida e trasandata trascrizione della fonte iconografica scarnifica la proiezione reale dell’icona, la credibilità della stessa, e la imprime come mero prodotto temporale. L’entità diviene solamente tramite il suo apparire e la consunzione (tramite consumo) della sua rappresentazione. Mao, Marilyn, Mick Jagger, Madonna altro non sono che frammenti anatomici svuotati di realtà; nuove immagini votive da portafoglio, depredate di spiritualità dall’asettica e meccanica riproduzione in serie.

Debilitando dall’interno un sistematico manierismo dell’avanguardia, che stava piano piano amalgamandosi con lo scriteriato deperimento della società post-modernista, Andy Warhol ci ha regalato la più alta critica al sistema produttivo che sia mai stata fatta. Forse ha cambiato lo stesso in meglio. E noi siamo, a Lui, estremamente grati.

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Agricoltura in Valdichiana, tra tradizione e innovazione

Nel corso di AgrieTour, il salone nazionale dell’agriturismo e dell’agricoltura multifunzionale che si è svolto ad Arezzo dal 14 al 16 novembre, è stato organizzato un interessante convegno sul futuro…

Nel corso di AgrieTour, il salone nazionale dell’agriturismo e dell’agricoltura multifunzionale che si è svolto ad Arezzo dal 14 al 16 novembre, è stato organizzato un interessante convegno sul futuro della Valdichiana e sulle strategie di sviluppo economico a partire da un elemento identitario fondante, ovvero l’agricoltura.

Al convegno hanno partecipato esponenti della Banca di Credito Cooperativo Valdichiana, del Comune di Cortona, dell’Istituto Vegni, della Confesercenti e della Confagricoltori della provincia di Arezzo. Il dibattito è partito dal tema dell’agriturismo e ha fornito importanti contributi sul tema del turismo, dello sviluppo agricolo e agroalimentare, sul rispetto dell’ambiente e del suolo come valorizzazione del patrimonio territoriale della Valdichiana.

Ha aperto il convegno Andrea Sereni, presidente della Camera di Commercio di Arezzo:

“La Toscana è la culla dell’agriturismo. Il modello dell’agriturismo tutela il paesaggio, favorisce il presidio del territorio. Quello toscano, soprattutto, è un paesaggio costruito: è artificiale, frutto di secoli di rapporto tra uomo e natura, con le leopoldine e i cipressi. Valorizzare il territorio, quindi, è il modello per uscire dalla crisi. La globalizzazione uniforma i prodotti, quindi i territori devono puntare sulla qualità aggiuntiva che riescono a produrre con la loro particolarità.”

La valorizzazione del territorio è stata portata anche a EXPO2015, grazie al video che la Camera di Commercio ha presentato nei giorni scorsi: “Arezzo, Grazie mille!”

Il convegno è proseguito con l’intervento di Mario Checcaglini, direttore della Confesercenti:

“Dobbiamo sostenere le piccole imprese del turismo, che hanno bisogno di organizzarsi per reggere il mercato internazionale. Abbiamo ormai perso il 25% della produzione industriale, se non la sostituiamo con altre attività, si creano problemi sociali enormi di disoccupazione e mancanza di sviluppo. Crediamo tutti che il turismo sia l’occasione per creare ricchezza economica. Tuttavia, manca un’organizzazione nazionale e regionale all’altezza. I turisti vengono in Toscana perchè la conoscono, ma le mancanze dell’ENIT e la chiusura delle APT non hanno affatto favorito il turismo.”

L’intervento di Albano Ricci, assessore del Comune di Cortona con deleghe al turismo, alla cultura, all’agricoltura, alle attività produttive e alle politiche giovanili, ha posto l’attenzione sulla necessità di creare un “rinascimento verde” per lo sviluppo della Valdichiana:

“Se vogliamo parlare di futuro e di progresso per il nostro territorio, dobbiamo pensare a Cortona oltre le mura. Dobbiamo pensare alla cultura e alle attività turistiche in interazione con l’agricoltura, l’ambiente, la produzione artigianale. Cultura, ambiente e territorio: tre elementi indissolubili e profondamente integrati. Abbiamo la fortuna di vivere in Valdichiana, ma dobbiamo averne cura: accanto al grande valore agricolo si accompagna un grande valore artistico e culturale. Ma deve anche dare lavoro, altrimenti è solo estetica. Il nuovo rinascimento verde della Valdichiana deve avere l’agricoltura come volano, mettere al centro l’uomo e il suo rapporto con l’ambiente. Oltretutto l’agricoltura è fondamentale anche per la salvaguardia del suolo, quindi è la custode del nostro territorio.”

La presidente di Banca Valdichiana, Mara Moretti, ha ribadito l’impegno della banca a supporto dello sviluppo del territorio:

“La nostra banca è nata nel 1908 come Cassa Rurale e Prestiti di Chiusi, quindi nasce in un ambiente rurale e artigianale, legato alla nostra tradizione. Uno dei settori da riscoprire e valorizzare è l’agricoltura. Un nuovo modo di intendere l’agricoltura che deve tener conto della tutela ambientale.”

Al centro del dibattito l’intervento del prof. Pierluigi Rossi, medico in scienze dell’alimentazione e docente dell’Università di Bologna:

“Accompagno la Banca Valdichiana da alcuni anni nel dare identità alla nostra produzione agricola. Dobbiamo svegliarci, perché i consumatori adesso hanno una domanda motivata, i comportamenti alimentari sono cambiati: dalle farine ai cereali integrali. Abbiamo perso la battaglia del grano, stiamo perdendo quella dell’olio e rischiamo di perdere quella del vino. Se facciamo delle battaglie sulla quantità perdiamo, dobbiamo puntare sulla qualità. Se seminiamo delle varietà di grano che sono in produzione anche in America o in Canada, non saremo mai nel mercato, perché i nostri prodotti costeranno di più. Le varietà moderne non sono più sostenibili per noi, dobbiamo riprendere i grani antichi e puntare sulla qualità. Le varietà moderne sono più propense a creare problemi quali la celiachia e la stipsi, si forma più glutine nell’impasto e causano danni a lungo termine nei villi intestinali. La domanda di grani antichi e di cereali integrali è in tumultuoso sviluppo, dobbiamo svegliarci e cambiare la produzione.”

convegno valdichiana 2Altri interventi hanno animato il convegno, mostrandosi in sintonia con il filo conduttore degli altri protagonisti. Il presidente di Confagricoltura, Angiolino Mancini, ha criticato il Piano paesaggistico della Regione Toscana e ha rivendicato l’importanza di coinvolgere gli agricoltori nella tutela e nello sviluppo del paesaggio. Mauro Conti, direttore di BiT Spa, ha illustrato l’importanza del progetto di Sviluppo Rurale 2014-2020 e le opportunità per le imprese, che possono rivolgersi al braccio operativo delle BCC per favorire il settore agricolo e ambientale, con tecnici che aiutano gli investimenti del settore. Infine la dirigente scolastica dell’Istituto Vegni, Maria Beatrice Capecchi, ha presentato i nuovi progetti formativi del Polo Tecnico delle Capezzine, che da 128 anni risponde alle esigenze della società e dell’economia prevalentemente agricola del nostro territorio.

Le conclusioni sono state affidate al direttore generale di Banca Valdichiana, Fulvio Benicchi:

“Tutti gli interventi sono stati collegati da due temi principali: tradizione e innovazione. Passato e futuro: il passato come valore del nostro territorio, da cui dobbiamo trarre la forza necessaria per guardare al futuro della Valdichiana. Tutti vogliamo agire in sinergia, dobbiamo mettere in comune risorse, opportunità e idee per superare alla crisi e guardare al domani con maggiore sicurezza, spinti dall’entusiasmo e dalla concretezza. Questa iniziativa è stata un punto di partenza. Insieme, per crescere insieme: noi ci siamo.”

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