Per il terzo appuntamento di “Chianini nel mondo” andiamo a conoscere Sofia Frappi, nata nel 1991 ad Arezzo. Fin da piccola è stata appassionata di animali, soprattutto quelli marini, passione che l’accompagnava durante l’estate quando a Marina di Grosseto passava tutto il tempo in acqua. Dalle estati in mezzo al mare a costruire una carriera incentrata totalmente sulle sue passioni, ce n’è voluto di coraggio e di lavoro, ma di tempo non ne è passato molto. Sofia infatti a 30 anni vive della sua passione, studia gli squali e gli ambienti marini con alcune delle personalità più conosciute in questo campo, ha anche pubblicato un libro, che spera sia solo l’inizio di un percorso di divulgazione più grande e complesso.

Ti va di parlarci del tuo percorso di studi?

“Prima di scegliere l’università ho provato a intraprendere una carriera nel mondo dell’equitazione, mia altra grande passione; attraverso vie trasversali ho cercato di entrare nel mondo agonistico per cercare di dare vita a una carriera in quel mondo, ma non ci sono riuscita. Ho quindi deciso di dedicarmi alla mia altre grande passione: la biologia marina. In Italia non ci sono triennali specifiche, la cosa che puoi  fare è prendere una triennale in biologia o scienze naturali, che è poi ciò che ho fatto io, e poi intraprendere una magistrale in biologia marina.”

“Ho fatto a Firenze Scienze Naturali e poi sono andata a Milano dove ho frequentato il corso di studio magistrale in Marine Sciences, corso internazionale in connessione all’Università delle Maldive. Ho deciso di intraprendere questa strada anche perché, il mio sogno era di diventare un biologo marino e in Italia non ci sono grandi possibilità, ho deciso di indirizzarmi sin da subito verso l’estero. Durante la magistrale ho fatto molte esperienze all’estero e una volta laureata, durante la pandemia nel 2020, sono andata via per un annetto. Ho preso il brevetto da istruttrice di sub in Repubblica Dominicana, ho provato a lavorare ma a causa della pandemia anche all’estero nel settore turistico non è che ci fossero grandi possibilità.”

“Devo ammettere che l’idea di ritornare a studiare non mi piaceva per niente, gli anni dell’università per me erano stati pesanti, difficile e faticosi, per questo con me stessa avevo stipulato un patto “Se trovi un dottorato che ti offre tutto ciò che cerchi, studio degli squali, ricerca sul campo e stipendio, allora accettalo, sennò non farlo”. Tutte combinazioni abbastanza impossibili, ma che invece si sono realizzate quando mi hanno proposto questa ricerca. A quel punto non ho potuto dire di no, era la migliore occasione che mi potesse capitare anche a livello economico, con un professore che è un leader mondiale nella biologia marina che mi ha offerto un posto per studiare gli squali. Quindi ho accettato e ora sono da quasi un anno qui in Arabia Saudita.”

Ti va di dirci come ti sei approcciata a questa nuovo progetto di dottorato?

“Il mio progetto del dottorato in parte affonda le radici in quello della magistrale. Il punto è che in questo campo, con materie come la biologia e la genetica, tutto ciò che fai parte dal presupposto di non sapere. Quando ti approcci a qualcosa di nuovo in cui non ti senti a tuo agio, come per me possono essere le materie scientifiche, l’ansia c’è anche se cerchi di nasconderla. Ciò che ho capito è che devi avere fiducia in te stessa, una volta che comprendi questo passaggio ci sarà sempre qualcuno disposto ad aiutarti.” 

“In più all’inizio di un nuovo progetto si è sommata la difficoltà di uno spostamento e di un cambiamento di vita abbastanza importante. L’Arabia Saudita è stata chiusa al turismo fino al 2019 e ciò dice tanto della cultura del paese. Io vivo nel mio campus universitario, essendo internazionale ci sono molte più libertà a cui siamo abituati noi europei, ma in ogni caso dobbiamo adattarci ai loro usi e costumi. È traumatico è vero, però l’Arabia Saudita è bellissima e inesplorata per noi stranieri, e gli stipendi sono alti come le possibilità di ricerca, che per noi italiani sono paragonabili alla fantascienza.”

Il tuo dottorato e le tue ricerche vedono al centro gli squali, come mai questa scelta?

“È una passione che ho sin da bambina. La prima immagine di uno squalo che mi viene in mente risale alla mia prima volta all’acquario di Genova, quando guardai negli occhi uno squalo toro; mi fece molta impressione, soprattutto in contrasto all’ambiente in cui era immerso. Un enorme predatore chiuso in una scatola di vetro e pensai che quell’animale era bello e maestoso e allo stesso tempo mi metteva timore, però in sottofondo c’era sempre qualcosa che mi stonava.”

“Crescendo e studiando ho imparato che lo squalo nonostante le demonizzazioni è uno degli animali più importanti, poiché in quanto predatore in cima alla catena alimentare, fa sì che gli ecosistemi rimangano in salute. Nel momento in cui poi ci rendiamo conto di ciò che fa l’uomo, cioè perpetuare una distruzione a livello globale, spingere verso l’estinzione un sacco di specie (basti pensare che 9/10 dei grandi predatori sono diminuiti di circa il 90%), impariamo che lo squalo è sicuramente uno degli animali meno protetti e che gli animali non andrebbero protetti in base alla capacità che hanno di suscitare emozioni. Tutti gli animali sono importanti e vanno protetti allo stesso modo, con questa volontà ho deciso di fare parte di questo progetto e cercare di dare il mio contributo.” 

Il tuo progetto immagino ti consenta di non fare solo lavoro di laboratorio ma anche di andare direttamente in campo, a stretto contatto con l’oggetto di studio.

“Sì, considera che io sono una persona più di campo che di laboratorio, sono stata in Indonesia a fare la mia internship, poi sono stata alle Hawaii con una agenzia che fa studi sul comportamento degli squali, in Repubblica Dominicana, e quando sono arrivata qui la premessa per iniziare la ricerca era che avrei fatto molto più lavoro di campo che di laboratorio. Qui sono ho lavorato alle Bahamas, in collaborazione con una un’associazione che si chiama Beneath the Waves, cui fondatore è Austin Gallagher.”

“Adesso siamo nel mezzo di una spedizione che si chiama Red Sea Decade Edition: ogni tot di anni viene fatta questa spedizione per studiare determinati ambienti in determinate aree. In questo caso uno studio comprensivo di tutta la costa dell’Arabia Saudita, da Nord a Sud, dove si studia tutto dalla geologia alla biologia, la genetica, il DNA ambientale, censimento della fauna e della mega fauna. Il progetto è sostenuto dal Centro della fauna selvatica in Arabia Saudita in collaborazione con l’università del KAUST (dove sono io) e l’Università di Gedda. In più viene ingaggiata questa organizzazione americana che ha una barca di ricerca enorme, OceanXplorer, munita di sottomarini, robot, strumentazioni scientifiche, che permettono di prendere campioni ed esplorare a 3000 mt. di profondità.”

“Per viaggiare lungo la costa viene scelta un’altra imbarcazione più piccola, dove sono stata circa un mese. Lì abbiamo esplorato dei reef (dove ci sono questi monti sottomarini che formano degli atolli), che sono territori inesplorati, incontaminati, dove i pesci e gli squali non hanno idea di che cosa sia un essere umano. I delfini, per esempio, che normalmente si avvicinano, lì non lo facevano, venivano vicino al gommone, facevano le gare con noi, ma appena mettevamo una mano in acqua scappavano. Un’esperienza veramente emozionante.”

In cosa consiste la tua ricerca nel preciso?

“Io mi occupo di studiare il DNA ambientale, che viene lasciato nell’ambiente dai vari organismi. Raccogliendo sedimento o acqua nell’ambiente marino, analizzando si riesce a trovare le tracce di quegli che sono gli animali che si suppone siano passati di lì. Un’altra parte della mia ricerca è quella di genetica degli squali, per il momento con campioni che provengono dalle Bahamas. Il mio supervisor è il Professore Carlos Duarte, conosciuto a livello mondiale per i bluecarbon che sono praticamente depositi di carbonio, con radici enormi, spesse, che vanno indietro di millenni; quello stock di carbonio è importantissimo e aiuta a mitigare il cambiamento climatico, più distruggiamo questi ambienti più contribuiamo a un peggioramento del clima.”

Bahamas (prelevando campioni per il DNA ambientale con il mio supervisor Carlos Duarte)

Nonostante il lavoro del progetto e la vita abbastanza frenetica hai trovato il tempo e il modo di scrivere un libro: “Cuore Blu”. Un racconto sul mare, sugli squali e su tantissimi altri abitanti marini dedicato ai più piccoli. Come è nata l’idea e come mai hai sentito la necessità di condividere la tua passione con i lettori più piccoli?

“L’idea è nata nel periodo del Covid, forse un po’ prima; avevo ordinato un libro sugli squali del Mediterraneo e l’introduzione, veramente bella e sentita, mi ha fatto pensare: “Che spreco di informazioni, un libro specialistico nessuno lo comprerebbe a causa della complessità, ma sono sicura che queste parole, queste emozioni, farebbero avvicinare chiunque a questo mondo”. Ho immaginato quindi un modo alternativo di presentare gli squali, ma in generale tutto l’Oceano con le sue peculiarità, alla popolazione umana, e in particolare alla parte più sensibile al cambiamento e alle ricezione di informazioni, i bambini. Mi sono messa a scrivere una favola che parlasse di squali, di oceano, delle cose belle ma anche delle cose brutte, che non vanno nascoste ai più piccoli e così è nato Cuore Blu. Il target del libro però non è solo quello dei bambini o dei ragazzi delle medie, ma anche quello delle famiglie, non si finisce mai di imparare.”

Se guardi al futuro cosa vedi?

“Ho già un’idea per un secondo libro. Ma il mio più grande desiderio è quello di creare un mio spazio, un’organizzazione benefica, dove potere portare avanti i miei progetti di ricerca e potere accogliere studenti da tutto il mondo per insegnarli. È veramente difficile fare esperienze all’estero di volontariato che siano dignitose e rilevanti, spesso bisogna pagare per farle o si diventa forza lavoro sottovalutata e sottostimolata, che alla fine di tutto si ritrova in mano solo un attestato che spesso non ha valore. Una situazione che non ho mai sopportato, per questo ho necessità di riuscire a divulgare e parlare con i giovani: ora grazie al libro, poi, in un futuro più vicino possibile, spero di riuscire a farlo fisicamente.”

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Chiara Cacace

Diplomata alle Scienze Umane senza neanche essersene resa conto, ha necessitato di un anno sabbatico durante il quale ha scoperto che non può fare nulla per placare la sua volontà di scegliere sempre la via meno praticabile. Per questo aspira a fare parte del mondo dei giornalisti poiché scrivere è l’unica cosa giusta che pensa di sapere fare, ma neanche lei ci giurerebbe, quindi non illudetevi.

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