La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Pensieri e Parole

Torrita Blues, le emozioni di una serata con Lucky Peterson

La nostra lettrice Roberta Pellegrini ci invia un bel racconto sulla serata del Torrita Blues con l’emozionante esibizione di Lucky Peterson: E pensare che non volevo uscire… In questo venerdì…

La nostra lettrice Roberta Pellegrini ci invia un bel racconto sulla serata del Torrita Blues con l’emozionante esibizione di Lucky Peterson:

E pensare che non volevo uscire…
In questo venerdì di inizio estate che ancora estate non è…
A Torrita c’è la seconda serata del festival blues, piazza Matteotti trasformata in un suggestivo palcoscenico tra note, musica, birra e luci,trasmette tutto il suo fascino.

A un certo punto noto, davanti alla porta del comune, una sedia, un cappello, un camicione bianco, due scarpe nere a punta che neanche nei negozi vintage si trovano, la testa reclinata in avanti, il volto nascosto sotto la tesa del cappello. Ogni tanto la testa si alza, accende una sigaretta. Tira tre, quattro tiri e magicamente torna a nascondersi sotto il cappello. Ogni tanto qualcuno gli fa visita per accertarne l’esistenza. Ogni tanto qualcuno gli porta da bere. Ogni tanto, tra un riposino e un altro, batte il tempo con le buffe scarpe a punta.

La curiosità, per una profana di musica blues, di sapere chi è quel personaggio è tanta. E così conosco il cappello di Lucky Peterson, unica tappa italiana il Torrita Blues: un veterano del Blues, un grande musicista,un mito insomma. Il mito che non ha pranzato, non ha dormito di pomeriggio, non ha fatto cena, che ha già ordinato quattro pizze per mezzanotte e che dormicchia sotto il cappello mentre sul palco suona un’altra band.

Lucky PetersonIl presidente Luca Romani annuncia l’entrata della sua band ed ecco che dopo un brano introduttivo, l’omino relegato sulla sedia si trasforma in una forza della natura, sale sul palco, appoggia le sue mani nella tastiera ed esplodono note, suoni, musica, entusiasmo e magia pura. L’omino che dormiva alla porta del comune prende la sua chitarra rossa e cantando e suonando scende dal palco e s’immerge tra il pubblico in un vero bagno di folla, percorre la piazza, si ferma al bar di Alberto, ordina una birra, la beve, tre tiri di sigaretta e la ola prosegue.

Tanta è la magia che non si capisce dove inizia la sua voce e dove finisce la sua chitarra rossa, contornato da un esercito di scatti, di gente che balla, di adrenalina pura. È in quell’atmosfera in attesa di una serata d’inizio estate che il mio occhio li ha incontrati, lui e la sua chitarra. Sei veramente un mito Lucky Peterson, te lo dice una profana del blues che ha gioito, ballato, cantato e goduto della tua arte.
Pellegrini Roberta

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La Formula Uno troppo televisiva e poco social

Che la Formula Uno abbia perso milioni di telespettatori è cosa fin troppo nota, se ne sta parlando anche fin troppo: dai 50 milioni di telespettatori persi nel 2013, al…

Che la Formula Uno abbia perso milioni di telespettatori è cosa fin troppo nota, se ne sta parlando anche fin troppo: dai 50 milioni di telespettatori persi nel 2013, al fatto che questo nuovo regolamento, che ha cambiato la categoria radicalmente in maniera poco chiara, abbia fatto perdere ulteriore interesse nella F1. È diventata una categoria fatta di DRS, KERS, gomme di pastafrolla per incentivare uno spettacolo che di spontaneo oramai ha poco. Per renderlo più “elettrizzante” hanno pensato anche a comminare penalità per una qualsiasi manovra fatta “sopra le righe” secondo lo sterminato e cavilloso regolamento, hanno pensato di introdurre la patente a punti che per educazione definiamo “discutibile”, in realtà è un ulteriore modo per scavare ancora di più la fossa al motorsport.

Ma perché vengono fatte tutte queste regole, rettifiche, integrazioni? Perché la F1 pensa solo ai diritti televisivi, ma sa anche benissimo che il telespettatore, se vede una gara noiosa, si addormenta sul divano – e la volta dopo magari ci pensa a guardare la F1. O ancora peggio per la F1, cambia canale e cerca dell’altro da vedere, fino ad arrivare a spegnere la TV e andarsene fuori casa a godersi il weekend. E per il bene degli spettatori, bisogna cercare di dare spettacolo sin da subito, in maniera frammentaria, ma continua: via con le gomme da cambiare dopo pochi giri, il DRS rotto, le Power Unit che fanno quello che vogliono, frenate elettroniche che fanno quello che vogliono, il KERS che fa le bizze. Però magari alla fine ci si ricorda a malapena chi ha vinto, chi ha sorpassato chi, “Ma c’è ancora Webber in Red Bull? Ah, no? E Massa dov’è? Ancora in Ferrari?”. Però magari, questi spettatori un po’ occasionali, qualche gara in TV l’hanno vista, ma nei loro occhi si legge una vaga perplessità di fronte a tutto questo spettacolo – che spettacolo non è…

Certo, il fatto che la F1 (per quanto riguarda il nostro Paese, ma non solo) sia passata a Sky, con qualche gara trasmessa in diretta ancora dalla RAI, non aiuta. (Potrei aprire una parentesi enorme sul fatto che, personalmente, il commento di Sky mi stia facendo rimpiangere la RAI e se posso, evito di vedermi le gare su Sky, ma questo è un altro discorso che non voglio affrontare qui, che varrebbe anche per il commento della MotoGP su Sky). Torniamo al punto: Sky è una TV a pagamento, di questi tempi è anche più difficile concedersi qualche spesa extra, magari si fa quel che si può a recuperare l’andamento di una gara… Ed è qua che la F1 sta evidentemente perdendo un’occasione grossa.

Anche se si è impossibilitati a vedere la gara in TV, ora la maggior parte della popolazione, di cui una certa percentuale è appassionata di F1, dispone di uno smartphone o di un tablet a cui connettersi. C’è chi segue l’andamento delle gare su Twitter, su Facebook, ma difficilmente gli account ufficiali della F1, o anche delle scuderie stesse sono stati predisposti per incentivare una fruizione più social-oriented delle gare. Eppure basta poco: si possono mettere snippet video della gara a disposizione in tempo reale sull’applicazione ufficiale, si può anche pensare di mettere a disposizione i momenti salienti della gara come contenuti scaricabili. Si potrebbe anche pensare di risolvere il nodo del regolamento oscuro mettendo a disposizione video e altri contenuti che chiarificano cosa sia una Power Unit, com’è fatta; che cosa voglia dire DRS, KERS e via discorrendo. Non ci vuole un documentario mastodontico sullo stile BBC o sul modello del National Geographic, perché la fruizione si è fatta sempre più frammentaria e discontinua, nel mare magnum di input e informazioni cui siamo sottoposti ogni giorno. Di un video di 10 minuti su YouTube, lo spettatore ne guarda sì e no due minuti, quindi poi passa a guardare altri video. Potrebbe valere la pena anche di fare un account ufficiale della F1 su Instagram o su Tumblr e mettervi gli scatti più spettacolari della gara del momento – che sia però anche un contributo aperto ai fan, ai fotoamatori, a tutti i fotografi presenti a scattare. Il fan va coinvolto sui social network, ed è per questo che sono ampiamente utilizzati e oramai il loro uso è consolidato nella vita quotidiana. Queste idee peregrine non sarebbero comunque risolutive e non fermerebbero la fuga di spettatori dalla F1, ma è un buon inizio per fidelizzare i fan più giovani, che di F1 magari sanno poco e guardano poco la TV, ma usano molto i social network. Forse non è una coincidenza che il primo calo di spettatori sia arrivato proprio quando Twitter e Facebook hanno fatto il loro debutto su Internet, tra gli otto e i dieci anni fa. Nel frattempo, qualche pilota ha capito che postare una foto su Facebook, scrivere in maniera più colloquiale e informale, meno ingessata, almeno permette ai fan di vedere cosa ci sia dietro un casco, dato che quest’ossessione per il management della F1 verso la televisione ha “ucciso” le personalità dei piloti.

Il modo in cui fruiamo di qualsiasi contenuto è profondamente cambiato negli ultimi anni, a velocità vertiginosa e a volte spaventosa, ma c’è chi è sopravvissuto e ha raccolto la sfida e si è saputo rinnovare, mantenendo un buon rapporto con i propri fan e clienti. Se la F1 non è in grado di capire e di approfittare della grandissima potenzialità dei social network, non ci sono ennesimi cambi improbabili di regolamento che terranno di fronte all’abbandono di questa splendida categoria al suo destino.

Si ringrazia Passione a 300 all’Ora per il contributo.

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Tesi di laurea nel cestino? No, grazie

Era già successo a Scienze Politiche, a Milano, qualche anno fa: tesi di laurea buttate nel cestino. La foto pubblicata la settimana scorsa su Repubblica.it ha nuovamente scatenato (e giustamente, ci mancherebbe altro)…

Era già successo a Scienze Politiche, a Milano, qualche anno fa: tesi di laurea buttate nel cestino. La foto pubblicata la settimana scorsa su Repubblica.it ha nuovamente scatenato (e giustamente, ci mancherebbe altro) le ire degli ex-universitari, oramai laureati. Questa volta, le tesi bellamente messe nei bidoni sono quelle di Informatica in via Comelico.

In questo post, non mi interessa che siano le tesi scritte tra gli anni ’80 e gli anni ’90, perché il principio è il lavoro che c’è stato alle spalle. Se il problema è la quantità di tesi cartacee che si sono accumulate negli anni, perché non far partire un progetto di digitalizzazione delle tesi? Sfruttare i ricercatori e i dipartimenti di informatica (di ingegneria, e così via) per avviare un progetto di biblioteca digitale delle tesi, forse è azzardato? Azzardato, ma non infattibile. E soprattutto, sarebbe un’operazione intelligente e utile.

Anche perché, fare una biblioteca digitale delle tesi, servirebbe ai futuri studenti e ai futuri tesisti per consultarle, e perché no, sfruttarle da altri tesisti come dei libri normali, per la propria bibliografia. Mi spiego: la tesi dovrebbe essere un lavoro con un certo valore scientifico, visto che dovrebbe essere curata da degli accademici e dei professionisti con molta preparazione e molta esperienza. Spesso, soprattutto negli ultimi anni (e ho visto certe cose accadere davanti ai miei occhi) i professori che seguono i tesisti, non li seguono affatto! A partire dal non presentarsi quasi mai agli incontri e agli appuntamenti dove si discute dei capitoli redatti, ma a partire più semplicemente dal leggere le tesi – e sapere di cosa parlano, l’argomento. Ho visto (e letto) tesi di qualità dubbia e mi trovo costretta a concordare che negli ultimi anni la qualità delle tesi siano precipitate. Però questo non giustifica il buttarle nel cestino, tutte, indistintamente. Che le migliori vengano digitalizzate e sfruttate dagli studenti che verranno dopo! E in questi anni, è veramente necessario spendere 100 € – almeno – per tre copie di una tesi, di cui una sola rimane allo studente, le altre due, se le tiene il relatore (forse, visto che poi magari finiscono dimenticate in un armadio)? Perché non fare una copia digitale per i relatori, avendo così solo una copia cartacea, che rimarrà allo studente?

Ma a questo punto, è veramente necessario scrivere una tesi come prova finale di una laurea? Se viene poi buttata via, neanche curata a modo dal relatore, lasciata in un angolo e nel dimenticatoio, che senso ha? A volte ci si dimentica che ci sono comunque ore di lavoro, di ricerche, di studio e di scrittura da parte di uno studente, il più delle volte abbandonato a se stesso, che è ben diverso dal lavoro in autonomia che ci si aspetterebbe giustamente dopo un primo ciclo di studi universitari. Allora che senso ha scrivere una prova finale – che poi magari risulta essere mediocre o scialba, che tratta un argomento magari già usato molte volte?

Al posto della tesi (che direi che potrebbe rimanere opzionale, se si ha veramente un argomento innovativo e di ricerca vera e propria), perché non dare come prova finale – non so, un’esperienza universitaria all’estero? O ancora meglio, un’esperienza di studio e lavoro di ricerca all’estero – che viene riportata e raccontata nella prova finale. No, non una tesi di 90 pagine, ma un elaborato della lunghezza di un saggio breve. A questo punto, chi non se la sente, potrebbe fare anche degli esami extra, che siano estremamente pertinenti con il percorso di studi. Se dobbiamo fare un lavoro che finisce nel cestino e che non viene sfruttato da chi studierà negli anni successivi, tesi no grazie. 

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Cos’è la Netnografia? Lo studio etnografico delle web communities

Curiosando per internet sui soliti siti di antropologia visitati dalla sottoscritta, la recente pubblicazione di un saggio di antropologia ha attirato la mia attenzione. Cos’è la Netnografia, di Arianna Fabbro,…

Curiosando per internet sui soliti siti di antropologia visitati dalla sottoscritta, la recente pubblicazione di un saggio di antropologia ha attirato la mia attenzione. Cos’è la Netnografia, di Arianna Fabbro, uno dei primi libri disponibili in Italia che racchiude la descrizione e l’analisi di questo nuovo tipo di studio antropologico. Cos’è la Netnografia… avevo già sentito parlare di questo termine: incuriosita, ho iniziato a cercare informazioni sul web, a leggere articoli pubblicati su vari blog e sui due siti di principale riferimento, per l’Italia, sull’argomento, www.netnografia.it e www.etnografiadigitale.it.

Il termine è stato coniato dal sociologo e antropologo Robert Kozinets nel 2010, risultato della presa di coscienza definitiva del fatto che la vita delle persone è sempre più immersa nel mondo dei social networks e dei media, e che, conseguentemente, un’infinità di notizie, opinioni e dati personali di miliardi di utenti sono disponibili online. Tweet, post di Facebook e blog di tutti i generi lasciano aperte le loro porte a chiunque voglia entrare, considerato che la maggior parte delle informazioni sono disponibili pubblicamente, e quindi possono essere analizzate.

La Netnografia, secondo la definizione del suo inventore, è «un’etnografia adattata alla complessità del mondo sociale contemporaneo»: derivata dai metodi di ricerca etnografici (l’osservazione partecipante di Bronisław Malinowski, per esempio), questa nuova forma di studio antropologico permette di comprendere la «vita al tempo della cultura tecnologicamente mediata».

L’analisi netnografica funziona così: attraverso varie tecniche, quali l’osservazione diretta delle communities online e dei focus groups digitali, le interviste faccia a faccia, via mail o chatroom, e, infine, la lettura delle opinioni e delle idee presenti sui social media, si cerca di ottenere una conoscenza della realtà virtuale che sia applicabile alla vita reale.

Uno dei principali utilizzi di questo studio è finalizzato al marketing e al potenziamento delle iniziative di business delle aziende commerciali: attraverso lo scambio delle informazioni digitali tra gli individui, una pratica che viene oggi definita passaparola digitale, le aziende creano strategie commerciali in grado di ottimizzare i loro prodotti.
Fortunatamente esiste un altro utilizzo che si può fare della Netnografia, che non viene associato al marketing e che, quindi, evita di sottrarre informazioni ai frequentatori della rete per puri fini commerciali: la Netnografia associata al societing, ossia alla capacità delle persone di generare valore sotto forma di legami socio-affettivi. Non più, quindi, consumatori, ma individui inseriti in reti di contesti affettivi, seppur virtuali. Queste social tribes sono capaci di creare spazi culturali, di condividere le esperienze e le rappresentazioni personali che gli individui possiedono del mondo; identità condivise, diffuse su internet, ma estremamente reali.

Attraverso la Netnografia ci si rende conto che le web tribes, virtuali creatrici di cultura, sono il prodotto di continui intrecci comunicativi e relazionali, collettivi. Sembra che al momento la Netnografia sia preposta puramente allo studio di strategie di commercio e business, ma potrebbe diventare uno strumento utile per comprendere, invece, come si sviluppano e si stropicciano tra loro le vite di migliaia di individui all’interno del web.

Ormai sembra essere questo, infatti, lo spazio dove si decidono e si distribuiscono le relazioni sociali; una consapevolezza che potrebbe inquietare molti. Per questo, forse, la Netnografia potrebbe aiutarci a capire ciò che già la Mediologia, ossia l’analisi letteraria dei media, ha iniziato a problematizzare; la Netnografia lo farebbe da un punto di vista antropologico, studiando qualitativamente e con interviste face to face le realtà virtuali, e di conseguenza i nuovi mondi di rappresentazione culturale contemporanei.

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“Lasciate che io stenda il mio mantello, la mia vita davanti a voi”. Montepulciano in festa per mons. Manetti

Montepulciano in festa per mons. Manetti«Lasciate che io stenda il mio mantello, la mia vita davanti a voi” ha detto il Vescovo nell’omelia di Domenico Zafarana Riceviamo e pubblichiamo il…

Montepulciano in festa per mons. Manetti«Lasciate che io stenda il mio mantello, la mia vita davanti a voi” ha detto il Vescovo nell’omelia
di Domenico Zafarana

Riceviamo e pubblichiamo il racconto di Don Domenico Zafarana dell’ingresso del Mons. Stefano Manetti nella diocesi di Montepulciano-Chiusi-Pienza

Papa Francesco, è stato subito salutato dalle Contrade cittadine che hanno offerto la sbandierata. Quindi il saluto del sindaco Andrea Rossi a nome dei sindaci della Diocesi e delle numerose autorità presenti, che non sono volute mancare a questo «storico» appuntamento che ha riguardato non soltanto una Chiesa locale ma un territorio che, seppur piccolo, è ricco di risorse umane, culturali e naturali. Nella sua omelia il Vescovo Stefano – parlando a quasi duemila fedeli e riprendendo il racconto della Passione – ha ringraziato il Signore per «il più bel dono che mi fa in questo giorno, un dono che siete voi, amata Chiesa di Montepulciano-Chiusi-Pienza».

Commentando il lungo Vangelo mons. Manetti ha precisato:

“>lasciate che io stenda il mio mantello, cioè la mia vita, la mia persona, davanti a voi e canti il mio osanna a Gesù, che è qui presente e il cui Corpo è ben visibile, perché il suo Corpo siete voi, carissimi figli e figlie».

Diversi anche i fiorentini presenti all’appuntamento, che hanno accompagnato – insieme ai famigliari – il loro «don Stefano» che, invitato dall’Arcivescovo Metropolita mons. Buoncristiani, si è insediato sulla Cattedra della Chiesa poliziana-chiusina-pientina, retta per tredici anni dal Vescovo Rodolfo Cetoloni, chiamato lo scorso agosto alla Diocesi di Grosseto. Ricordando la ventinovesima Giornata Mondiale della Gioventù il nuovo Vescovo, ordinato il 25 marzo a Firenze, ha detto, andando con la memoria al lontano 1984:

“Vi confesso che allora pensai: cosa c’entra la croce con i giovani? Mi sembrava triste. Poi ho capito che la croce non è tristezza ma gioia. Cari giovani, cari ragazzi, questo possiamo scoprirlo insieme, che la croce non è quella che sembra, ma nasconde in sé un tesoro di gioia: insieme possiamo vincere la paura della croce e fare nostro questo tesoro».

Diversi infatti erano i giovani presenti al solenne rito, preparato con cura dagli uffici diocesani e dai numerosi volontari delle varie associazioni presenti nel territorio. Anche gli ammalati dell’UNITALSI hanno collaborato fattivamente alla celebrazione per l’inizio del ministero del Vescovo Stefano, preparando e distribuendo i rametti di olivo alle migliaia di persone presenti a Montepulciano domenica scorsa.

Una celebrazione bella e partecipata durante la quale si è sperimentata, ancora una volta, la presenza di Dio nel suo popolo, guidato e condotto da coloro che, non per meriti ma per vocazione, hanno scelto di seguire il Maestro e Signore, come indica il motto episcopale di mons. Manetti: «Sequere me», «Seguimi».

Don Domenico Zafarana

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Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni #5

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni La postilla: ovvero, un appello disperato sul malcostume imperante nelle aziende italiane, altrimenti chiamato “culto della non-risposta”. Vorrei solidarietà per quest’appello che sto per…

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni

La postilla: ovvero, un appello disperato sul malcostume imperante nelle aziende italiane, altrimenti chiamato “culto della non-risposta”.

Vorrei solidarietà per quest’appello che sto per lanciare. Diffondetelo, spammatelo dove più vi aggrada, ma facciamo in modo che si senta. Che qualcuno legga e rifletta se magari sia il caso di cambiare verso, rotta, atteggiamento verso chi sta cercando lavoro. Perché poi si chiedono (vi ricordate le prime puntate?), quelli che cercano gente d’assumere, perché non trovano gente qualificata, gente con il C.V. corrispondente alle loro aspettative, e perché i giovani (e non) fuggano all’estero, in cerca di un ambiente migliore, e non solo lavorativamente parlando.

Noi giovani e meno giovani, neo-laureati e non laureati, ci siamo stufati di un’abitudine brutta, orrenda, maleducata, quando siamo in cerca di lavoro ed è un malcostume tutto italiano. E quest’abitudine brutta, orrenda e scortese è non rispondere a coloro che inoltrano il loro C.V. in seguito all’aver letto un annuncio di lavoro. Ora, un vecchio adagio diceva che chiedere è lecito e rispondere è cortesia. Forse, quelli “dall’altra parte della scrivania” non si rendono conto che chi cerca lavoro, ha una certa ansia nel sapere se avrà una qualsiasi chance di avere uno straccio di colloquio di lavoro. Se il suo C.V. è adeguato, corrisponde agli interessi dell’azienda alla ricerca di personale. No, ci siamo anche stufati di impostare la “ricevuta di lettura”, perché è un puro palliativo in un’attesa che ci fa male e mai come oggi fa male. Intanto, si spera di avere un riscontro, poi la speranza diventa frustrazione, e la frustrazione pesa nell’animo di un disoccupato – non so se il concetto di autostima, dall’altro lato della scrivania, sia conosciuto, ma questo essere ignorati ci frantuma l’autostima. Perché anche quell’impostazione fredda e automatica nella casella email è una non-risposta. Perché potreste aver aperto l’email e basta, senza neanche averla letta per sbaglio. Magari finisce direttamente nel cestino. Credete che non si sappia? Una volta in un negozio, ho dato il mio C.V. alla responsabile, e tempo trenta secondi, giusto il tempo di uscire dal punto vendita, ho visto la suddetta strapparlo e buttarlo via. E il cartello “cercasi personale” è rimasto fuori per parecchie settimane a venire. Oltretutto, c’è quel senso amaro di essere presi in giro dal mondo del lavoro, perché non è normale – e qua parlo per esperienza personale – ricevere tre risposte su duecento C.V. inviati in poche settimane. Non è normale.

E non venite a dirci che, per la quantità di email che ricevete – e qua c’è il concorso di colpa di chi gli annunci non li legge bene e “pur di provare” manda il C.V. totalmente a caso – non riuscite o non potete rispondere: esiste anche il modo di avere un template di risposta. Anzi, vi confesso un segreto che mi hanno rivelato quella buonanima di Steve Jobs e il novello filantropo Bill Gates: potete anche impostare più template di risposta. E no, non ci accontentiamo più di sentirci dire un “le faremo sapere”. Perché ci siamo stufati, di appenderci a quel “le faremo sapere” e poi più niente, perché la risposta non arriva e non arriverà mai.

Non ci fa male sapere che il nostro C.V. non è adeguato e non corrisponde alla figura che stavate ricercando. Non ci offendiamo se ci dite che magari il nostro ruolo ideale nella vostra azienda è già occupato e di riprovare più avanti, nel caso quella posizione si sia liberata. Non ci farebbe schifo se qualcuno si degnasse di dirci che magari il nostro settore d’interesse è un altro e che sarebbe preferibile (e più fruttuoso per le nostre ricerche) provare a mandare candidature lì, anziché mandare C.V. a vuoto come delle anime in pena. Anche i “no” ci aiutano, tanto quanto i “sì” e non ci faranno perdere ulteriore tempo, così come ci aiuteranno a non far perdere tempo agli altri uffici delle risorse umane a cui manderemo email per candidarci per un qualsiasi posto vacante che ci interessi. Ci farebbe piacere sapere che non siamo totalmente delle nullità, che per noi esistono speranze al di là di un raccapricciante stage non retribuito, di un contratto da sei mesi, di un contratto a progetto, che la nostra laurea vale poco più del “niente” che le hanno sempre attribuito. Ci piacerebbe leggere o sentirci dire: “sì, il suo C.V. è di nostro interesse”.

Perché poi qualcuno non si stupisca se poi le aziende, a loro volta, non riceveranno risposte dai candidati, oppure un bel giorno riceveranno un messaggio: “Mi scusi, le farò sapere, mi sono appena trasferito a Londra!”.

Basta con le non risposte, con l’indifferenza. Non facciamo un torto alle nostre bravissime nonne e alle nostre santissime madri che hanno penato parecchio per educarci bene. Grazie.

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Le Donne dell’8 Marzo

Ogni anno, in occasione dell’8 marzo, c’è sempre un gran discutere sulla Festa della Donna, sulla sua effettiva utilità rispetto al raggiungimento della parità tra i sessi. Secondo molti è…

Ogni anno, in occasione dell’8 marzo, c’è sempre un gran discutere sulla Festa della Donna, sulla sua effettiva utilità rispetto al raggiungimento della parità tra i sessi. Secondo molti è una festa sessista, secondo altri è un evento puramente commerciale, privo ormai di qualsiasi valenza sociale avesse in origine. Le informazioni riguardo alle origini e alla storia di questa festa sono molto confuse, e ammetto che io stessa non ne sapevo un granchè fino a oggi. Percui ho aperto Wikipedia e ho fatto qualche piccola ricerca, e mia grande sorpresa mi sono resa conto che tutto quello che mi era stato detto a riguardo era completamente sbagliato.

La Festa della Donna venne celebrata per la prima volta negli Stati Uniti il 23 febbraio 1909 come manifestazione in favore del diritto di voto femminile, appoggiata dal Partito Socialista americano. Negli anni successivi (1910-1911) venne ripresa anche da alcuni paesi europei quali Germania, Francia, Austria, Svizzera, Svezia e Danimarca. L’origine di questa festa si basa quindi sulle rivendicazioni sindacali nate in America e in Europa a inizio ‘900, che reclamavano migliori condizioni di lavoro per le donne, salari adeguati e il diritto di voto a prescindere anche dalla classe sociale di appartenenza.

L’8 marzo 1917, le donne di San Pietroburgo, in Russia, guidarono una grande manifestazione che rivendicava la fine della Prima Guerra Mondiale. La protesta incoraggiò la nascita di ulteriori manifestazioni, che portarono infine alla rivoluzione di febbraio e alla caduta dello zarismo.

In Italia, la Giornata internazionale della Donna fu celebrata per la prima volta il 12 marzo 1922, per iniziativa del Partito comunista d’Italia. Il periodico quindicinale Compagna riportò in seguito un articolo di Lenin, che ricordava l’8 marzo come Giornata internazionale della donna, la quale aveva avuto una parte attiva nelle lotte sociali e nel rovesciamento dello zarismo.

Penso che al giorno d’oggi, 2014, la Festa della Donna abbia veramente perso, almeno in Italia, quella valenza sociale che aveva in origine, per colpe che francamente non mi sentirei di affibbiare a nessuno se non al tempo e al cambiamento.
La discriminazione sessuale si è evoluta di pari passo con l’emancipazione della donna, spostandosi in alti ambiti e sopravvivendo in forme forse più subdole.

La Festa della Donna oggi risulta effettivamente sessista, perchè al giorno d’oggi è sessista che ci sia una festa della donna e non una festa dell’uomo. Al giorno d’oggi è sessista che la società debba dare qualcosa di più alla donna per riconoscerne il valore. È sessista l’ipocrisia che si crea in quegli ambienti che magari si prodigano sulle quote rosa, che fanno finire qualsiasi sostantivo legato a una femmina con -a mandando a quel paese l’idea di estetica fonetica propria della lingua italiana (credo fortemente che nell’evoluzione di una lingua sopravviva solo ciò che suona bene, e “ministra” suona orrendo), ma che poi nel privato non applicano questi concetti, perchè la società insegna che la donna lava i panni e che l’uomo programma il videoregistratore.

Secondo me, una festa come il Carnevale sarebbe molto più adatta a promuovere la parità dei sessi. Immaginate una festa durante la quale i ruoli vengono completamente invertiti: per qualche giorno gli uomini di famiglia dovranno fare il bucato, cucinare, rammendare i panni e lavare i pavimenti; le donne, invece, saranno assegnate al cambiare le lampadine, a fare buchi nel muro col trapano, a tagliare la siepe e a pulire le ventole del computer. Questa, secondo me, sarebbe un’esperienza costruttiva per entrambi i sessi, che ci aiuterebbe a comprenderci a vicenda e a capire che la maggior parte delle differenze di genere sono dovute a costrutti sociali piuttosto che a vere e proprie predisposizioni genetiche.

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“Suonare per il Papa, un’esperienza unica e bellissima”. Racconto di Alessandra Malacarne

“Alle quattro del mattino, quando ancora era buio, ci siamo ritrovati con estrema puntualità per la partenza. Eravamo in tutto centododici persone, due autobus. Nessuno si è lamentato per la…

“Alle quattro del mattino, quando ancora era buio, ci siamo ritrovati con estrema puntualità per la partenza. Eravamo in tutto centododici persone, due autobus. Nessuno si è lamentato per la levataccia, perché la meta e il motivo del viaggio lasciavano presagire una giornata indimenticabile: eravamo attesi a Roma per suonare all’udienza del mercoledì del Santo Padre. Siamo arrivati in Piazza San Pietro alle 7:30 e già altri gruppi erano in fila per raggiungere i posti più vicini alla Basilica. Abbiamo seguito la folla in movimento senza sperare più di tanto, perché non sapevamo che per noi chitarristi erano stati riservati dei posti proprio ai piedi del sagrato, oltre le transenne, a pochi passi da dove si sarebbe seduto il Papa: nella lettera che ci era arrivata della Prefettura della Casa Pontificia, ci era stato comunicato che al nostro arrivo avremmo ricevuto indicazioni sulla nostra collocazione, credo per ovvi motivi di sicurezza. Ci siamo rivolti alle Guardie Svizzere di postazione alle transenne e abbiamo seguito increduli il responsabile della piazza, che ci stava portando tanto vicino alla Basilica di San Pietro. Abbiamo atteso l’arrivo di Papa Francesco, previsto per le 10.00. Tra piccole prove e preparativi, il tempo è volato ed è giunto presto il momento di eseguire il nostro primo brano poco prima dell’inizio dell’udienza. Il Papa ha esordito scherzando con tutti i fedeli presenti, definendoli “coraggiosi” perché si erano riuniti nella Piazza nonostante le previsioni del tempo sfavorevoli ed ha poi cominciato la catechesi sul sacramento dell’unzione dei malati. Al termine, il Santo Padre, come al suo arrivo, è tornato a salutare i malati che erano convenuti in occasione della Giornata delle malattie rare 2014 e in questo momento abbiamo potuto eseguire il nostro secondo pezzo. Conclusa l’udienza, ancora increduli e sbalorditi per ciò che ci era stato dato di fare, ci siamo riuniti al gruppo e abbiamo proseguito la giornata con il pranzo e una successiva visita guidata ai Fori tra l’entusiasmo e la meraviglia. Per la realizzazione di questa esperienza dobbiamo ringraziare la Confraternita di Misericordia di Torrita, che si è adoperata con grande impegno”.

Musicisti in udienza dal Papa

Musicisti in udienza dal Papa

È questo il resoconto di una giornata indimenticabile che ha vissuto un gruppo di ragazzi di età compresa tra i dieci e i trent’anni, che con le loro chitarre animano la Santa Messa domenicale nella parrocchia dei SS. Costanzo e Martino di Torrita di Siena, attivi anche nelle attività formative annuali e estive, come grest e campi scuola, che mercoledì 26 febbraio ha avuto l’onore di suonare per il Santo Padre durante la solita udienza del mercoledì.

L’invito e il conseguente incontro con il Papa è nato dopo un incidente che ha spezzato la quotidianità di questa Parrocchia di Torrita di Siena, quando il 26 agosto 2012 un fulmine colpì il campanile della Collegiata, provocando danni alla struttura e mettendo a tacere le campane. Da questo nacque l’iniziativa di realizzare un concerto per raccogliere fondi per la ricostruzione e, grazie all’abilità di Nicola Andreoni, insegnante di chitarra, che ha arrangiato in chiave rock dieci brani liturgici, e alla volontà di questi suonatori della domenica, sono nati una serie di concerti che li hanno portati a suonare direttamente in Piazza del Vaticano.

“Il 23 giugno 2013 – ci racconta Alessandra Malacarne, componente del gruppo – c’è stato un primo concerto ben riuscito, che si è svolto nel teatrino parrocchiale. Per l’occasione si sono uniti al gruppo anche altri ragazzi molto bravi a suonare la chitarra elettrica. Dato il risultato positivo dell’iniziativa, la Pro Loco ha invitato il gruppo a ripetere l’esperienza al Teatro Comunale in settembre. In questa occasione alcuni genitori, dopo aver ripreso il concerto, hanno avuto l’idea di inviare al Santo Padre il filmato, che è stato spedito il 17 ottobre, chiedendo che venisse concessa ai chitarristi la possibilità di esibirsi in sua presenza”.

E così è stato, finalmente è arrivata la tanto attesa attesa risposta dalla Casa Pontificia:

“Il 6 dicembre il Prefetto della Casa Pontificia, Mons. Georg Gänswein, ha risposto invitandoci a partecipare a una delle udienze del mercoledì”- prosegue Alessandra .

Questa notizia è stata accolta con sorpresa ed entusiasmo dai ragazzi e dalle loro famiglie e subito molti amici hanno chiesto di poter condividere con il gruppo questa giornata. La Misericordia di Torrita di Siena e, in modo particolare, il Governatore Rodolfo Damigelli si sono adoperati per la preparazione e la buona riuscita dell’incontro con Papa Francesco.

“E’ stata una bellissima sorpresa e un’esperienza unica, emozionante e importante, ci siamo sentiti onorati di aver potuto suonare davanti al Papa, che consideriamo una guida fondamentale, un’ importante occasione che ci ha reso gratificati nell’anima ed ha valorizzato il servizio che svolgiamo suonando alla messa domenicale” – hanno commentato i componenti del gruppo –

Ringraziamo Alessandra Malacarne per aver condiviso con noi questa bellissima esperienza.

Credits Photo: Valdichiana Media srl

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Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni #4

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni Ultima Parte – Guardare oltre i confini italiani: cercare lavoro all’estero. P.S. Ma non vi aspettate che il lavoro magicamente vi sia “dovuto”, solo…

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni

Ultima Parte – Guardare oltre i confini italiani: cercare lavoro all’estero.

P.S. Ma non vi aspettate che il lavoro magicamente vi sia “dovuto”, solo perché ve ne andate all’estero. Si sa che l’erba del vicino è sempre più verde… Ma bisogna saperla coltivare e meritarsela. 

Un’ultima considerazione circa questa mini-inchiesta, che sarà seguita da una parte più interessante e direi anche “interattiva”, passa per quella che sembra essere una delle prospettive più gettonate ultimamente, per via della crisi economica e della crescente disoccupazione giovanile qua in Italia: quella del trovare un lavoro all’estero.

Il fatto è che questa ricerca è, a volte giustamente, a volte ingiustamente, piena di disperazione e risentimento solo verso la situazione economica (oramai il senso critico sul versante sociale da parte di moltissima gente fa accapponare la pelle e sono gentile), ma anche da una fastidiosa prosopopea.

Intendiamoci, sono la prima a essere felice di avere opportunità di lavoro all’estero. Opportunità che spesso e volentieri sono qualitativamente migliori di quelle che ultimamente vengono proposte nel nostro Paese; infinitamente migliori di quel format, che non è neanche da considerarsi lavoro, ma sfruttamento, quale lo stage non retribuito. Apro una parentesi che sia chiara per tutti: lo stage non retribuito è la rovina per noi giovani. Le aziende non hanno soldi (anche se… A volte mi viene da obiettare), cercano giovani da sfruttare, e molto spesso la formazione o ciò che si impara equivale a poco più di zero. Se si accetta di non farsi pagare, come lo si può considerare lavoro? E in seconda battuta, come si può definire esperienza, qualcosa che non ti insegna niente, non ti fa crescere, e soprattutto, ti lascia in mezzo a una strada non appena finito il periodo di tirocinio? Perché chiunque vi dica che lo stage “purtroppo non è retribuito, ma ci possono essere possibilità di inserimento al termine del periodo di tirocinio” mente sapendo di mentire. Non hanno soldi per darvi un rimborso spese, neanche uno stipendio decoroso, figurarsi se possono permettersi di assumere qualcuno, al di là del formare qualcuno. È anche per questo che si va in cerca all’estero, perché almeno quelli, nella maggior parte dei casi, sono retribuiti decentemente.

E allora, che cosa c’entra l’arroganza, la supponenza di quelli che si sentono “un gradino sopra gli altri” perché vanno all’estero a cercare lavoro, rispetto ai “fessi” che rimangono a casa? Semplicemente, c’entra perché, incidentalmente, sono pure persone che pensano che il lavoro li attenderà non appena scenderanno dall’aereo, che sia loro “dovuto”, che ci sarà una posizione di prestigio sin da subito.

Non è esattamente così, e di individui che sono andati via, pensando di fare faville, per poi tornare con la coda tra le gambe in madrepatria, ne conosco a palate. Fate sempre i conti con la realtà, andare all’estero non vuol dire che in automatico avrete il lavoro dei vostri sogni, avrete una carriera brillante e scintillante. No, come in Italia, dove possibile, così come fuori dall’Italia, un lavoro va cercato attentamente, con lo scoglio in più di dover lavorare parlando una lingua diversa dall’italiano, bisogna anche fare qualche sacrificio e accettare che è comunque una strada in salita e non è affatto una discesa, che richiede impegno e pazienza… E presuppone (parola quasi mai contemplata) un eventuale fallimento. Ho visto gente disperarsi perché ha fatto la commessa o il barista a Londra, anziché fare la manager di successo, o qualsiasi altro lavoro dei sogni. Ho visto gente disperata tornare a casa, ma perché? Perché tanti sono anche vittime di quella pigrizia mentale di cui vi parlavo nella scorsa puntata e la pigrizia mentale si nota soprattutto quando ci si confronta con l’estero. Il clima là fuori è molto più competitivo, anche più esigente, in termini di formazione e conoscenza. Bisogna preparare la scalata verso l’auto-realizzazione con cura e la consapevolezza che quello che si sa non basta mai, e anzi, oso dire con molta tristezza, che è soprattutto l’università italiana a essere estremamente scollegata dal mondo del lavoro – di rado ci torna utile quello che ci hanno insegnato in università e di rado ci viene data idea di come funzioni il mondo del lavoro.

È vero, l’erba del vicino è sempre più verde… Ma va coltivata e guadagnata. È duro ammetterlo, ma è così. Andare all’estero è un salto nel buio impegnativo, ma va preparato. E non dà certezze. Fa crescere, ma non dà un risultato garantito o scontato. Ma non vi renderà neppure dei Premi Nobel (da sempre incompresi) tutto a un tratto. Pensateci bene.

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Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni #3

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni Parte 3 – La pigrizia mentale uccide i C.V.. Fuori le ragnatele, dentro l’arricchimento personale e la conoscenza. Badate bene, tutto ciò non dipende…

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni

Parte 3 – La pigrizia mentale uccide i C.V.. Fuori le ragnatele, dentro l’arricchimento personale e la conoscenza. Badate bene, tutto ciò non dipende necessariamente da un titolo accademico.

Come sempre, prima di scaldarvi, miei cari lettori, leggete accuratamente quello che sto per scrivere. Questa volta, farò un discorso un po’ personale, che coinvolge non solo la mia testa, ma anche la vostra.

Parto sempre da quest’esperienza personale, che mi ha spinto a scrivere quest’inchiesta a puntate. Quando ero nel team di selezione delle famose centinaia di C.V. arrivati presso un’azienda, mi sono resa conto… Che la formazione si fermava praticamente alla scuola dell’obbligo, con qualche avventuroso che si spingeva all’università. Niente di male nel fermarsi al liceo (no, non voglio far parte di quelli che dicono “la laurea non serve a niente!”, anche perché sarei un po’ ridicola, dato che sto studiando in un corso di laurea magistrale), ma poi?

Poi più niente. Niente. Al di là degli hobby, “ascoltare musica”, “il cinema”, “le serie tv”, “il fitness”, “la palestra”, “il calcio”… Più niente. Neanche, per dire, un corso di lingue. Un corso di informatica base… Piccole chicche personali, che in un C.V. possono sempre colpire l’occhio di chi valuta i curriculum più adeguati.

Leggi di persone uscite dagli istituti tecnici linguistici, che hanno conoscenze “scolastiche” di inglese e francese, oppure lo spagnolo, (il tedesco già è merce rara), senza che poi abbiano provato a fare un corso di lingue al di fuori, magari di quelli serali, dopo il lavoro, per approfondire, ma soprattutto per migliorarsi. E magari, quella conoscenza “scolastica”, è bellamente evaporata, perché chiusi i libri di scuola, non ci si è più interessati a tenerla viva. Per quello che riguarda la mia esperienza, in varie città, di corsi di lingue ce ne sono per tutte le tasche e soprattutto per tutti i livelli. Sfatiamo il mito che “i corsi di lingue sono cari”. Se andate al British Institute per studiare inglese, ovvio che sì, sono decisamente più cari della media, ma vi danno anche la preparazione per uno dei certificati di lingua inglese. Vietato utilizzare la scusa stantia e noiosamente patriottica: “Ma siamo in Italia, qui si parla in italiano, a che cosa ci serve sapere bene l’inglese, il francese, lo spagnolo?”. Serve magari se avete un’attività, o lavorate per un’azienda che vuole avere credibilità anche all’estero? E la credibilità all’estero non consiste nel sentirsi “cool” quando, nella presentazione dell’azienda, vi sono usate a sproposito parole straniere. Siamo anche nel 2014, cerchiamo perlomeno di allargare qualitativamente i nostri orizzonti.

Oggi come oggi, poi, esistono veramente corsi per tutti i gusti: non guasterebbe neanche approfondire l’uso del computer, visto che la conoscenza di molti rimane “scolastica” anche sotto quell’aspetto. In un C.V., non è adeguato far sapere che del computer si usa “internet”, “posta elettronica”, “programmi di scrittura”, poi appena viene chiesto di risolvere un problema sul proprio computer, la maschera del panico fa capolino e non si sa più cosa fare. Sarebbe utile avere una conoscenza dello strumento, in modo da riuscire a domarlo in caso di problemi. Non è solo lo strumento che si accende e vi si connette a Facebook e YouTube per magia, un bel giorno potrebbe anche rifiutarsi di aprire il browser e non farvi più andare sui suddetti siti internet. Ma mi vengono in mente molti altri esempi di corsi che si potrebbero fare per approfondire le proprie conoscenze. Ci sono, per esempio, molti corsi serali che insegnano basi di contabilità, ci sono corsi per amministratori di condominio, corsi di grafica e utilizzo dei relativi programmi… Ce n’è veramente per tutti i gusti. Non c’è niente di peggio che la pigrizia mentale. La conoscenza non passa solo attraverso i libri di scuola e dell’università, non sono assolutamente un punto di arrivo, quanto un punto di partenza verso nuovi stimoli. Certo, tante volte noto che la colpa è anche di chi insegna: talvolta si ha di fronte un insegnante svogliato, che segue minuziosamente i programmi ministeriali, senza metterci del suo – o frustrato, perché pensa di sapere molto, più di tanti altri, e non usa il suo sapere da condividere, ma preferisce sbandierarlo e sbatterlo in faccia a tutti, per mettersi un gradino più in alto degli altri.

Ma se proprio non volete fare un corso, perché vi manca il tempo, i soldi… Utilizzate internet. Il già citato YouTube è ricco e pieno di video tutorial di qualsiasi genere: che siano piccoli corsi di lingue straniere, utilizzo del computer, guide per risolvere problematiche sul computer… Insomma, l’Italia è uno dei paesi leader per quanto riguarda l’uso di social network e acquisto di smartphone (e ripeto, tristemente mi tocca constatare che il più delle volte, ho a che fare con gente che vuole l’iPhone – che ha un bel costo, mi viene da dire, alla faccia della crisi – per stare attaccato a Facebook, poi però non lo sa collegare ad iTunes e non sa aggiornare le applicazioni, tantomeno scaricarle con un Account Apple), si possono utilizzare anche come svago, ma internet è una risorsa immensa per chi magari non ha i mezzi economici per affrontare un ciclo di studi. Internet stimola anche il nostro senso critico, se ben utilizzato, perché può spingerci a valutare cosa è buono e cosa non è buono, in termine di fonti di informazione e formazione. Non è solo qualcosa che subiamo. Da un certo punto di vista, non porterà alla conoscenza avanzata, ma dall’altro, perché non prenderlo in considerazione come strumento didattico?

Non lasciate che il vostro C.V. abbia le ragnatele: capisco che “c’è crisi” e “bisogna trovare un lavoro, quale che sia, chi ha tempo per imparare”, ma non lasciate che l’aspetto didattico e d’apprendimento finisca alla soglia dei 20 anni. Credo che questo sia il trucco fondamentale: non lasciarsi andare alla pigrizia mentale e avere sempre voglia, o perlomeno la curiosità, di imparare qualcosa di nuovo, pazienza se ci si mette molto di più o non si impara alla perfezione (e ricordatevi sempre che nessuno è perfetto, neanche i vostri superiori). Oppure credete che fare per 10, 15, 20 anni la stessa identica cosa, alla stessa maniera di vent’anni fa, tipo i conti o delle tabelle a mano, perché Excel non si impara proprio ad usarlo, perché “non ho voglia o tempo di imparare”, sia la via migliore? Io non penso proprio. Provateci.

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Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni #2

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni Parte 2 – A tutte le aziende: cercate gente da far crescere e da stimolare, non dei Premi Nobel a tutti i costi. E…

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni

Parte 2 – A tutte le aziende: cercate gente da far crescere e da stimolare, non dei Premi Nobel a tutti i costi. E non cercate figure che esistono solo nei libri di fantascienza.

Riprendo la mia mini-inchiesta con un altro esempio tutto personale. Per un lavoro cosiddetto “a chiamata”, per fare la hostess in fiera, avevo trovato il seguente annuncio:

“Per prestigioso cliente, si ricerca per la Fiera a XXX una hostess con ottimo cinese e ottimo russo, inglese madrelingua. Richiesta bellissima presenza, altezza 175 cm – 180 cm, taglia 40, massimo 42, numero di scarpe 37”.

E già, ti viene da pensare “ma se non avessi il 37 di scarpe? Io che sono alta 175 cm, ho il 40 di scarpe…”. Tralasciando che l’unico requisito che poteva andare era l’inglese e l’altezza. Ma dirò di più, i siti web di annunci di lavoro sono letteralmente disseminati di annunci di lavoro a dir poco scoraggianti e fantascientifici.

Non so se questo possa essere effettivamente adatto come esempio per questa puntata, essendo un lavoro a chiamata, ma rilancio con un altro annuncio da rasentare il genere fantasy.

Cercasi segretaria amministrativo. La figura dovrà avere almeno 5 anni di esperienza nel settore, massimo 30 anni. Ottime capacità organizzative, capacità di gestire appuntamenti e l’agenda dell’amministratore, conoscenza della contabilità. Conoscenza dell’inglese ottima, con buon francese e tedesco. Ottimo uso del pc, e ottima conoscenza del linguaggio HTML, PhP, JavaScript, WordPress per la stesura della newsletter e gestione del blog aziendale. Bellissima presenza e automunita”… Eccetera, eccetera. Benissimo, facciamoci un esame di coscienza collettivo: quanti e quante di noi avrebbero i requisiti richiesti? Io no di certo, ma credo che in pochissimi (e in veramente pochissime, anche per un problema ‘educativo’ e ‘culturale’ a monte) possano essere in grado di essere selezionati per l’azienda alla ricerca di una figura del genere.

Il fatto è che sempre più spesso, le aziende alla ricerca di personale hanno richieste sempre più assurde. Sarà la crisi economica soffocante, forse, che costringe tutti a tagliare sui posti di lavoro e quindi condensare in un posto, tutti i requisiti necessari, che forse sarebbero gestibili da più persone. Il fatto è che una persona, specie se alle prime esperienze lavorative, a trovarsi di fronte a un annuncio del genere, come quello sopra riportato, non può che sentirsi fortemente demotivata o scoraggiata. Sì, lasciamo perdere anche l’aberrante e svilente: “Cercasi neolaureato con esperienza”, perché è un vero e proprio cane che si morde la coda. L’università non dà esperienza lavorativa (altro velo pietoso da stendere sopra la disastrosa università italiana, totalmente scollegata dal mondo del lavoro), quindi come si può pretendere che una persona neolaureata possa avere l’esperienza richiesta per cominciare a lavorare?

Il problema è che oggi come oggi il posto di lavoro viene visto come un punto di arrivo e non come un punto di partenza, nella formazione personale. Si deve già arrivare istruiti e preparati, a quanto pare una politica di formazione interna alle aziende non è prevista (certo, è una scocciatura per la maggior parte del personale, il dover formare una nuova risorsa, ma a volte un minimo di formazione è necessaria), un percorso di incoraggiante crescita, men che meno. Per esempio, un corso aziendale di inglese, dell’uso di quello o quel software specifico. Poco o niente. O lo sai usare, o niente. Un altro tema cruciale che verrà affrontato nelle prossime puntate sarà proprio quello della mancanza di crescita personale, al di là della mera carriera lavorativa, delle posizioni ricoperte. E questo problema non è da imputarsi solo alle aziende, ma anche ai singoli, da un punto di vista sempre educativo e culturale, a quanto pare viene messo in testa che l’università dia tutto quello che c’è da dare da un punto di vista formativo e dell’apprendimento. Mentre invece, da questo punto di vista , mai “chi si ferma è perduto” fu più azzeccato. Ma ci torneremo più avanti.

Tornando al punto centrale di questa puntata, c’è anche l’impressione che tante volte si scrivano annunci di lavoro senza molta organizzazione e molta idea di quello che si sta cercando. Un suggerimento utile è quello di suddividere un annuncio di lavoro in descrizione generale della posizione ricercata, per poi mettere un elenco di requisiti fondamentali – senza i quali non si può essere selezionati per il colloquio conoscitivo – e dei requisiti preferenziali, qualcosa che non è obbligatorio, ma è cosa gradita possedere. E infine, dettagli tipo luogo di lavoro, e dove mandare il C.V.. È bene fare un elenco e scremare ciò che è davvero importante nella ricerca, ai fini della qualità del lavoro, e ciò che è secondario e che può essere appreso come un “di più”. Perché, intendiamoci, a volte manca l’autocritica e la voglia di capire se ci sono dei requisiti indispensabili e quelli di cui se ne può fare a meno, ammesso che poi non ci sia qualcuno che abbia voglia di insegnare qualcosa di nuovo alle risorse.

Ciò che si è perso davvero di vista è che il lavoro è anch’esso una fonte di apprendimento inestimabile, non è solo un punto fisso da un punto di vista materiale ed economico, ma anche mentale. E si è anche perso di vista il valore del lavoratore, da un punto di vista puramente intellettuale e formativo. Come abbiamo detto, non è sempre e solo colpa delle aziende, ma anche di chi viene colpito dal brutto male quale la “pigrizia mentale”, ma di questo, ce ne occuperemo nella prossima puntata.

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I troll bianchi contro la Algida: il ritorno del Winner Taco

La notizia del ritorno del Winner Taco è ormai vecchia, ma i commenti e le riflessioni sono quanto mai attuali. Probabilmente, siamo di fronte a un caso che farà storia…

La notizia del ritorno del Winner Taco è ormai vecchia, ma i commenti e le riflessioni sono quanto mai attuali. Probabilmente, siamo di fronte a un caso che farà storia e che sarà studiato per molti anni a venire. Forse, le implicazioni e le motivazioni ci verranno spiegate chiaramente solo dagli scienziati sociali del futuro.

Per il momento, accontentiamoci di riflettere attorno a un evento che ha segnato due generazioni: il ritorno del Winner Taco. La prima generazione è quella dei ragazzi che negli anni ’90 adoravano questo gelato, e che oggi lo ricordano con nostalgia come simbolo dell’adolescenza o dei classici “bei tempi andati”. Tempi in cui non c’erano ancora i social network, e anche internet non era poi così tanto diffuso, perlomeno nelle campagne. La seconda generazione è quella dei consumatori del 2014, che per la prima volta si sono trovati di fronte a una possibilità inaudita, almeno per il nostro mercato: la forza della rete che obbliga l’azienda produttrice a cambiare la sua strategia commerciale e a rimettere in vendita il gelato, scomparso da quasi quindici anni.

Si potrebbe romanzare quest’evento in tanti modi. Una vittoria dell’utente buono contro la multinazionale cattiva. Il trionfo della collettività interconnessa contro la casta del marketing che non capisce i veri bisogni della gente. Il popolo della rete che informa il produttore di beni e servizi, invece di farsi irretire dalle pubblicità tendenziose e causare un fallimento del mercato. Si potrebbe romanzare in tanti modi, sì, ma forse il senso di questa storia lo capiremo soltanto tra qualche anno.

winner taco roma

La realtà è che un gruppo di utenti dei social media, in maniera assolutamente disorganizzata se non per un banale effetto bandwagon (probabilmente lasciato correre dalla stessa Algida, almeno negli ultimi mesi), si sono comportati come dei troll all’interno della pagina Facebook della Algida, utilizzando come semplici influencer gli admin della pagina “Ridateci il Winner Taco”. La pagina, nata per un mix di scherzo, gioco e nostalgia, ha raccolto durante gli anni sempre più fan, che hanno contribuito a creare nuovi contenuti ironici per una battaglia civile di consumatori interessati. Fotomontaggi, video, battute scherzose o semplice dimostrazioni di interesse che si sono convogliate in una richiesta che dimostrava di essere anche una vera e propria domanda economica: il ritorno del Winner Taco e del suo famoso simbolo, l’orso bianco.

Gli utenti in questione si sono comportati come dei troll, senza però cadere in eccessi verbali, nè scatenare flame. Dei troll animati da spirito positivo, con l’ambizione di riconquistare il gelato dell’orso bianco: dei troll bianchi, insomma. La situazione per la Algida era diventata insostenibile: basta scorrere la pagina facebook ufficiale (ricordiamo i 4,6 milioni di fan contro i 9 mila circa dei “tachisti”) per immaginare i mesi d’inferno passati dai loro gestori. A ogni contenuto, ogni foto, ogni commento, comparivano immediatamente richieste di Winner Taco o joke sullo stesso tema. I troll bianchi erano gli unici utenti attivi, i contenuti postati dalla Algida sugli altri prodotti non scatenavano alcun tipo di partecipazione o di coinvolgimento, a parte quelli sul Winner Taco, ed erano loro a coinvolgere gli altri utenti sullo stesso registro! Quando sono apparsi i primi “teaser” di un possibile ritorno, l’hype è schizzato alle stelle, i “mi piace” si sono moltiplicati, e la notizia è diventata una delle più cliccate sul web. Per l’Algida, il ritorno del Winner Taco era l’alternativa a chiudere la propria pagina Facebook: non che si possa lamentare, anzi! Da questa storia ha tutto da guadagnarci.

Che cosa succederà in futuro? Difficile prevederlo. Il Winner Taco probabilmente sarà il gelato più mangiato dagli italiani, perlomeno nei primi giorni dopo il lancio, e il web sarà invaso di fotografie di troll bianchi che addentano il loro premio, come un soldato che esibisce un trofeo dopo la vittoria della guerra. Magari gli admin della fanpage verranno coinvolti dall’Algida nelle loro strategie ufficiali di marketing. E c’è pure il rischio che il Winner Taco torni nel dimenticatoio, dopo una moda provvisoria, e che possa nuovamente essere rimosso dal mercato.

Non è da escludere che azioni di questo genere possano essere replicate, per chiedere il ritorno di altri prodotti, per indirizzare il marketing o le strategie produttive di altre aziende. La forza del “movimento dei troll bianchi”, tuttavia, è stata proprio nella sua disorganizzazione, che ha permesso loro di invadere la fanpage di Algida senza eccessi e sempre con toni giocosi, che ha impedito strumentalizzazioni e ha permesso il raggiungimento del risultato. È questa il punto principale, a mio avviso: i troll bianchi sono riusciti ad agire in maniera più organizzata ed efficace di gruppi veramente organizzati e con visione strategica. Cercare di replicare questo successo in maniera più organizzata e organica rischierebbe di tradursi in un clamoroso flop.

Una cosa è certa: i troll bianchi si sono dimostrati più interessanti, e potenzialmente più utili, delle tante associazioni di consumatori che vivacchiano nel nostro Paese.

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