La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Pensieri e Parole

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni Parte 1 – Siate pignoli. Selettivi (choosy non è la parola adatta, ed è stata usata già a sproposito in abbondanza). E leggete gli…

Tempi Moderni – Lavoro e Dintorni

Parte 1 – Siate pignoli. Selettivi (choosy non è la parola adatta, ed è stata usata già a sproposito in abbondanza). E leggete gli annunci di lavoro fino in fondo.

Una premessa doverosa, circa il motivo che mi ha spinto a scrivere questa mini-inchiesta a  puntate. Nasce da un’esperienza più o meno personale piuttosto recente, oserei dire recentissima. Anche io, come tanti, ho cercato lavoro, cercando di farlo con criterio. Sì, ho preferito scegliere un settore di mia competenza e interesse e non ho cercato ovunque, come mi diceva la stragrande maggioranza della gente in questo periodo. Cercare ovunque, mandando C.V. a casaccio, per dei lavori che non mi interessavano realmente e che preferivo lasciare a gente ben più in gamba di me, e che magari ha già avuto esperienze nell’ambito, non è la strategia corretta in questo periodo, secondo me. Anche perché, dei numerosi C.V. che ho mandato in giro, anche nel mio settore, credo siano stati letti mesi dopo, se sono stati letti. E questo perché? Perché i potenziali datori di lavoro si sono trovati subissati di centinaia o migliaia di C.V., di cui… Un 90% assolutamente non pertinente, ma neanche lontanamente. E quel 10% buono, finisce direttamente cestinato, a volte non viene neanche letto, perso nella marea di email giornaliere.

Ora, questa riflessione parte anche da un’esperienza opposta. Mi sono trovata a dover scrivere un annuncio di lavoro per conto di un’azienda alla ricerca di personale. La ricerca era ben mirata, con requisiti fondamentali e preferenziali e dei target di età e lavorativi ben precisi. Non era un lavoro da Premio Nobel della Fisica, ma neanche un lavoro che richiedeva “requisiti base” e nessuna esperienza nell’ambito. In pochissimi giorni, quasi 200 C.V. sono arrivati alla casella email. L’attenta scrematura ha avuto inizio subito, per evitare di trovarsi un migliaio di C.V. da leggere in breve tempo.

La selezione ha avuto esiti a dir poco sconfortanti. Il 90% dei C.V. era da buttare. Ma il “team di selezione” dell’azienda si è rifiutato di non leggerli o cestinarli direttamente (pessima abitudine di cui parleremo nelle prossime puntate, assieme al culto tutto italiano della non risposta alla corrispondenza). Sono stati letti, uno per uno, riflettendo e cercando di capire quali fossero quelli veramente pertinenti e potenzialmente adatti alla posizione vacante, “salvando” quelli non completamente pertinenti, ma che potevano andare come seconda scelta.

La primissima e immediata constatazione è stata la seguente: l’annuncio di lavoro non è stato letto fino in fondo dai candidati. Qualcuno forse ne ha letto qualche riga, saltando a piè pari i requisiti fondamentali – passi non leggere quelli preferenziali, ma saltare i fondamentali vuol dire proprio anche fare un invio a vuoto ed essere automaticamente eliminati, soprattutto se alla fine non si hanno quei requisiti imprescindibili; altri candidati, invece, non hanno neanche letto il luogo di lavoro, mandando C.V. proprio da un’altra regione (!). E in questo momento, si evitano e si sconsigliano trasferimenti azzardati e precari, per evitare danni economici da entrambe le parti, del candidato e del datore di lavoro, nel caso ci fosse qualche problema.

Che cosa comporta quest’attitudine – al di là di un’emotiva e comprensibile disperazione per la crisi in atto? In gran parte dei casi, che la ricerca è fatta senza un metodo e una logica. Spiace dirlo, ma se molti mandano C.V. senza prestare troppa attenzione, la conseguenza è che molti di noi non avranno il C.V. letto, o perlomeno preso minimamente in considerazione. In questo, però, c’è da dirlo, non aiutano affatto i siti web dedicati alla ricerca di lavoro, in quanto hanno, nella maggior parte dei casi, dei pessimi filtri di ricerca, per non parlare dei servizi di newsletter, che molto spesso intasano la casella di email inutili, senza neanche un’offerta di lavoro che corrisponde ai criteri impostati dall’utente – per esempio, avevo messo nei criteri di ricerca “ufficio stampa”, mi è arrivato di tutto: dalla ricerca di addetti alle pulizie, ad operai addetti al confezionamento e così via. Ma perché non migliorare questi servizi, visto che sono posizioni che senza dubbio vengono ricercate da gente che esperienza nell’ambito ce l’ha ed è molto più competente di me, e sa da che parte iniziare? Un consiglio che si vuole avanzare in quest’articolo è proprio questo: di essere selettivi e mandare le proprie candidature in maniera mirata ed efficace, con vantaggi per tutti e sotto tutti i punti di vista. Tutti noi abbiamo uno, due settori di competenza, anche tre. Diciamoci la verità: un lavoro che non interessa davvero, non è destinato a durare molto. Con conseguenti danni per tutti: che il candidato poi lascia il posto di lavoro (“perché non era quello che cercavo”, “perché ho trovato di meglio”, ci sono varie motivazioni più o meno plausibili), che i datori di lavoro devono rimettersi in cerca di personale, devono ricevere un’altra ondata di C.V. del tutto simile alla prima – o più furbamente, possono tenere i C.V. buoni della prima selezione, ma anche di questo ne parleremo nella prossimamente – con il rischio sempre più alto di non trovare veramente una persona che possiede i requisiti fondamentali e una figura che vuole rimanere e crescere ulteriormente, con un conseguente calo della qualità del lavoro. Senza contare le trafile burocratiche e il tempo impiegato dal personale esperto nel formare un nuovo arrivato. Aspetti che si moltiplicano e si ripetono se il personale neo-assunto se ne va via poco dopo. È un circolo vizioso che alla fine, logora tutti: dal datore di lavoro, che finisce anche per non concedere contratti duraturi, ai candidati, che si appoggiano a queste posizioni sempre più precarie e non sanno bene dove sbattere la testa per trovare un lavoro solido e che dia un minimo di soddisfazione personale.

Essere selettivi nella ricerca di lavoro è faticoso. Non raccontiamo bugie, è faticoso, ma è uno sforzo che va fatto per uscirne qualitativamente da quest’impasse. È un lavoro certosino, che magari ci porta via parecchio tempo nel filtrare accuratamente, personalmente e manualmente gli annunci di lavoro che troviamo sul web, ma dà soddisfazioni quando si riceve una (rara) risposta da parte delle aziende, che notano il buon C.V. in linea con quanto richiesto. È faticoso leggere una massiccia quantità di annunci, ma ci si deve sforzare di farlo fino in fondo. (Dall’altro lato, parleremo anche di come scrivere un annuncio di lavoro efficace, dato che di casi deliranti e scoraggianti, ne è pieno il web). Non vorrete avere la sorpresa spiacevole di essere chiamati a un colloquio di lavoro a Roma… E voi siete di Milano, ma questo perché vi è sfuggita la sede di lavoro? Non vi piacerebbe essere chiamati per un colloquio in cui si cerca una segretaria per il reparto contabile e voi siete grafici, giusto? Forse sarà esagerato, ma essere selettivi, aiuta noi tanto quanto gli altri candidati in cerca di lavoro. Meno invii, ma più efficaci. E forse, le possibilità di trovare un lavoro soddisfacente in “meno tempo” potrebbero aumentare per tutti.

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Bravìo: le contrade devono scegliere la guida del Magistrato

Stefano Biagiotti propone “un futuro percorso di crescita condiviso” per il Bravìo di Montepulciano E’ scaduto il mandato, provvisorio, del Magistrato e del gruppo dirigente che furono incaricati, a primavera…

Stefano Biagiotti propone “un futuro percorso di crescita condiviso” per il Bravìo di Montepulciano

E’ scaduto il mandato, provvisorio, del Magistrato e del gruppo dirigente che furono incaricati, a primavera di quest’anno, a gestire il BRAVIO 2013, e le contrade, insieme all’Amministrazione Comunale, sono chiamate, in questo periodo, a rinnovarli.

Il 10 ottobre, credendo di fare cosa gradita, ho inviata, ai responsabili delle otto contrade, una mail con allegato un documento, condiviso da molte persone tra cui anche alcuni esponenti della cultura poliziana, che riassumeva delle idee di un gruppo di amici che amano il Bravìo e la ritengono la più importante manifestazione del nostro territorio, non solo per numero di presenze. L’iniziativa di inviare delle idee era quella di dare, ai Rettori, degli spunti di discussione per una crescita della manifestazione poliziana, un momento di riflessione per valutare gli errori del passato e per poter tracciare un futuro percorso condiviso di crescita.

La mail ha sortito effetti completamente inaspettati! Invece che essere motivo di discussione e riflessione, soprattutto sul futuro di questa manifestazione, è stata letta come l’autocandidatura, dello scrivente, alla più alta carica del Magistrato delle Contrade e, poiché questo non era lo spirito per il quale era stata inviata, ho deciso pubblicamente di smentire tali dicerie; dall’altro canto, data la possibilità, desidero anche tracciare il profilo della persona che, secondo il gruppo che rappresento, dovrebbe andare a rivestire tale ruolo, non prima però di riassumere brevemente quali, secondo noi, dovranno essere gli impegni che dovrà assumersi la prossima reggitoria per lo sviluppo della manifestazione.

La manifestazione Bravìo delle Botti, dopo ormai quarant’anni di percorso, ha raggiunto una notevole importanza culturale che si è sviluppata in molteplici aspetti: ludico, economico, turistico, didattico, culinario, popolare e tradizionale, di rievocazione storica, agonismo sportivo, arte, aggregazione sociale, comunicazione e promozione, associazionismo. Questi aspetti sono la realtà della manifestazione Bravìo delle Botti di Montepulciano. Il Magistrato delle Contrade è l’organismo preposto alla tutela e alla salvaguardia di tutti questi aspetti, pertanto i suoi membri ne hanno la responsabilità nei confronti della comunità e del territorio e dovranno garantire la massima trasparenza, la concertazione e la condivisione delle scelte. Il Magistrato delle Contrade al suo interno, ha come soci le otto contrade, in cui la terra di Montepulciano era suddivisa all’epoca degli statuti, insieme all’Amministrazione Comunale. Il Magistrato dovrà essere il luogo deputato per le contrade, alla concertazione e alla condivisione delle scelte, all’organizzazione e al coordinamento delle iniziative attraverso la loro partecipazione . L’Amministrazione Comunale dovrà essere garante dei regolamenti, agevolando la coesione fra tutte le contrade, sollecitando il continuo studio storico e lo sviluppo artistico, promuovendo il coinvolgimento delle Contrade e del Magistrato in iniziative di promozione e valorizzazione del territorio, nel rispetto dell’autonomia decisionale e di azione. La partecipazione alla festa di San Giovanni Decollato e di Sant’ Agnese storicamente prendeva in considerazione anche le Ville fuori le mura; tale risorsa storica ed umana va recuperata e reinserita all’interno della manifestazione restituendo ad essa la giusta importanza. La ricerca storica è fonte della nostra manifestazione, attraverso due storie: quella trecentesca e quella che si è creata a partire dal 1974. Entrambe devono essere tutelate, anzi deve essere data ad esse propulsione, in modo da rendere fruibile a tutti le verità del Bravium e consentire alla manifestazione di migliorarsi, e per dare sviluppo agli spettacoli, privilegiando il connubio tra realtà artistiche del territorio, professionalità esterne e storia, che garantisce la nostra identità. La partecipazione attiva, ma anche culturale, alla manifestazione deve essere tutelata e incrementata attraverso nuovi stimoli, identificabili quindi non solo per mezzo della ricerca storica, ma con un maggiore sviluppo di attività correlate che possono creare interesse sociale. La manifestazione del Bravìo delle Botti e la sua macchina organizzativa sono volano di promozione della nostra cittadina, attirando a sé l’interesse di decine di migliaia di persone che, con tale manifestazione, conoscono e vivono il territorio poliziano, la nostra cultura, le nostre tradizioni, contribuendo a rendere viva l’economia locale.

Il Bravio delle Botti, grazie a Reggitori lungimiranti che si sono susseguiti negli ultimi 15 anni, non è più solo una festa paesana; il Bravio, che viene consegnato oggi, è una manifestazione a livello nazionale, un marchio di valorizzazione territoriale e pertanto linfa vitale per il nostro comune; per questo l’ operato della nuova reggenza non verrà solo monitorato e valutato per la riuscita della terza settimana di agosto dal mondo delle contrade.
Il profilo del prossimo Reggitore è presto fatto: deve essere una persona che in questo momento raccoglie le istanze del mondo contradaiolo, dell’amministrazione comunale, del mondo economico che ruota intorno a questa manifestazione, deve essere una persona che non si ferma a pensare solo alla settimana degli eventi in quanto Bravìo è tutto l’anno, deve essere una persona che comprenda il ruolo di tale istituzione come volano di attività di promozione turistica, culturale e sociale insieme alle contrade, all’Amministrazione Comunale, alla pro-loco e a tutto il mondo associazionistico del nostro comune, deve essere una persona che abbia un ruolo di cemento fra le contrade, che dialoghi con l’amministrazione comunale e con tutte le altre componenti del territorio.

E’ evidente che è necessario che sia una persona non impegnata attivamente in ruoli politici, garantendo così imparzialità ed autonomia necessaria a tale incarico, ferma, coerente e soprattutto che ami Montepulciano.
Desidero terminare con un augurio, ai Reggitori e all’Amministrazione Comunale, di fare la scelta migliore, anteponendo gli interessi della collettività, e che fra tre anni, ritrovandoci intorno al tavolo a fare il bilancio della gestione, la si possa plaudire.

Stefano Biagiotti

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Atlantidump, il continente di plastica – Secondo capitolo

Atlantidump: secondo capitolo. Il diario di viaggio di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Un romanzo a puntate a cura di Alessio Banini.

Vi presentiamo in esclusiva il racconto a puntate “Atlantidump”, la cronaca umoristica delle avventure di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Come un moderno Gulliver, Leopoldo visiterà un paese sconosciuto e i suoi strambi abitanti, che hanno dato vita a una società basata interamente sulla plastica. Tra comicità surreale e satira sociale, il racconto di Alessio Banini ci accompagnerà per tutto l’autunno!

Ecco a voi il secondo capitolo di Atlantidump e una breve premessa: Great Pacific Garbace Patch!

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Atlantidump, il continente di plastica – Secondo capitolo

Quando c’è una lingua comune, tra sconosciuti, è più facile capirsi e superare le differenze. Lo ammetto: se sono tornato a casa sano e salvo, forse è merito della mia capacità di comunicare con quelle creature. Il fatto che Trashy parlasse la lingua inglese mi ridonò subito la speranza di salvezza. Inoltre, la sua parte femminile era un’ottima distrazione da quell’isola di plastica.

Durante il cammino, ebbi modo di fare la sua conoscenza e di ricevere spiegazioni sul posto in cui ero capitato.
Trashy mi spiegò che quello non era soltanto un ammasso di rifiuti, nè una discarica galleggiante, bensì un paese vero e proprio. Un’isola che non appariva nelle nostre mappe geografiche ma che si trovava nel bel mezzo del Pacifico da più di un secolo. Gli abitanti la chiamavano Atlantidump, ed era grande più o meno quanto l’Europa. Più che un’isola, insomma, era un continente: il sesto continente.

Quando sono tornato a casa, alcuni amici mi hanno fatto notare che Atlantidump possa essere stata alla base delle leggende su Atlantide dell’epoca classica e dei racconti fantastici. In realtà, suppongo che valga il contrario: ovvero che gli abitanti di Atlantidump abbiano scelto questo nome in onore di Atlantide. Anzi, a sentir parlare i tritoni più anziani, forse si tratta proprio degli stessi abitanti che si sono trasferiti sull’isola di rifiuti dopo l’inabissamento della loro patria.

Comunque sia, questo non è il luogo per tali dissertazioni. Forse il lettore sarà più interessato alle mie disavventure sull’isola piuttosto che agli usi e costumi del popolo di Atlantidump; tuttavia, ho scritto il resoconto del mio viaggio per diffondere informazioni su questo continente sconosciuto, e sovente dovrò fermarmi a illustrare i risultati delle mie scoperte.

L’isola di Atlantidump occupa una superficie di circa 300.000 kilometri quadrati. Stando ai miei calcoli, si trova al largo della California, a nord delle isole Hawaii. Come ho già detto, è una massa di rifiuti galleggianti, compressi tra di loro in modo da formare una piattaforma stabile di circa due metri d’altezza. Non mancano colline, montagne, fiumi e pianure. Plastica e immondizia sostituiscono la consueta terra a cui siamo abituati. Trashy dice che ci sia anche un vulcano, all’estremità nord, che spara in cielo un liquido nerastro simile al petrolio; ma non ho mai avuto modo di recarmi così lontano dalla capitale e non posso prendere per vera ogni parola della mia amica, che non si è mai dimostrata la creatura più saggia del suo paese.

Gli abitanti si dividono in tre grandi specie: i pinguini, le sirene e i tritoni. Le ultime indagini demografiche del regno dicono che i pinguini sono poco più di un milione; sirene e tritoni sono in numero lievemente inferiore. Ci sono anche altre specie, anche se meno diffuse: le tartarughe marine, i gabbiani e i cavallucci marini. In totale la popolazione di Atlantidump si aggira sui tre milioni e mezzo. Non ho visto nessun essere umano assieme a loro; anzi, stando alle parole di Trashy, sono stato il primo e unico umano a mettere piede su Atlantidump. Tuttavia, non ero il membro di una specie a loro ignota.
“Uno sprecone, tu sei uno sprecone.” mi disse la sirena, punzecchiandomi con il forchettone.
“Sono un uomo!”
“Un uomo?”
“Sì. È la mia specie. Tu sei una sirena, io un essere umano.”
“Tu sei uno di quegli spreconi. Quelli che vivono fuori Atlantidump.” ripetè lei, continuando a punzecchiarmi.
“Ma perchè sprecone? E basta con questa forchetta!”
Lei si ritrasse, con una smorfia. Poi si mise a punzecchiare le bottiglie di plastica lungo la strada.
“Perchè voi buttate tutta questa ricchezza e la date a noi. Voi siete spreconi, noi siamo ricchi.”

Non ci fu modo di farle cambiare idea. Neppure ai suoi simili. Per tutti gli abitanti di Atlantidump noi eravamo gli spreconi, non gli uomini. Anche nei registri storici e nei manuali geografici del regno, eravamo sempre chiamati in questa maniera.
E non è l’unica particolarità linguistica che ho scoperto, vivendo assieme a loro. Per esempio, utilizzano il termine “marca” al posto di quello di “specie”. Non dicono che le sirene siano una specie vivente, bensì una marca.
Ma queste sono sottigliezze linguistiche che potrebbero annoiare il lettore, e che preferisco rimandare a una successiva raccolta di curiosità locali.

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Mentre Trashy mi accompagnava nella capitale di Atlantidump, mi ricordai finalmente degli oggetti che mi ero portato dietro. Dapprima mi ero dimenticato di controllare le tasche, per la sorpresa di ciò che mi era accaduto; tuttavia, tra una duna di immondizia e un ponte di copertoni su un fiume limaccioso, mi misi a controllare ciò che avevo.
Nel portafoglio c’erano le carte di credito e venti dollari, oltre ai documenti bagnati. Nella tasca dei pantaloni c’era l’orologio, che fortunatamente funzionava ancora; in quella della giacca, invece, c’era il cellulare. Purtroppo aveva preso troppa acqua e non si accendeva più. La mazza da golf era sparita, risucchiata dalle profondità dell’oceano.
Mi infuriai, perchè avevo perso di vista i miei amici per recuperare quegli oggetti, e adesso mi erano inutili. Gettai il cellulare tra i rifiuti, imprecando.

A quel gesto, Trashy spalancò gli occhi per la sorpresa. Sembrava sul punto di darmi un ceffone.
“Ma sei scemo?”
“Perchè?”
“Butti via così tutta quella ricchezza?”
La sirena strisciò verso il cellulare e lo infilzò col suo forchettone. Quindi se lo rigirò tra le mani, con gli occhi luccicanti.
“Guarda quanta plastica! Ottima qualità!”
“Ormai è rotto.”
“Mi potrò comprare un nuovo costume!”
Non riuscivo a capire quella sirena, che continuava a ribadire di avere un tesoro tra le mani. Trashy mi spiegò che era una riciclatrice, ovvero una di quelle sirene che pattugliavano le spiaggie alla ricerca di nuovi rifiuti portati dalle acque, da rivendere alle industrie dei pinguini.

Quello che non ho ancora chiarito, mi pare, è che Atlantidump sia formata interamente dai rifiuti della nostra società. È un ammasso di tutta l’immondizia e tutta la plastica prodotta negli ultimi decenni dai nostri paesi e gettati nelle acque. Gli abitanti di Atlantidump hanno colonizzato questo continente ed eletto a propria patria. I nuovi rifiuti portati dalla corrente oceanica vengono utilizzati dalla loro società come forma di ricchezza e sono tenuti in gran conto, al pari delle nostre banconote.

Gli abitanti non si limitano a riciclare le merci ancora utili che a volte gettiamo via: considerano la plastica in maniera simile alla nostra terra, e trovano sempre nuovi modi di utilizzarla. A questo scopo produttivo sono delegati i pinguini, di cui vi parlerò dopo in maniera più approfondita, mentre le sirene come Trashy sono impegnate nella raccolta. Ma ci sono anche altre sirene che si affollano attorno al palazzo reale e sgomitano per diventare la nuova favorita del sovrano: non ho ancora capito perché Trashy non fosse interessata alla vita di corte, né perché preferisse cercare rifiuti sulla spiaggia.
“Non mi piace quella vita là.” mi disse, scrollando le spalle.
“Perchè?”
“È come se fosse un’altra marca. Io preferisco la plastica. Voi la sprecate, ma qui è un tesoro.”
Anche le altre sirene tenevano in gran conto la plastica, considerata la fonte di ogni ricchezza di Atlantidump. Tuttavia, non disdegnavano il potere, proprio come succede nei nostri paesi, e utilizzavano ogni mezzo per trovarsi un posto nel governo reale.

Nonostante tutte le diffidenze nei confronti di Trashy, devo ammettere che questo è uno dei motivi per cui l’ho sempre considerata un’amica: non mi è mai sembrata interessata a utilizzarmi come un mezzo per fasi strada nella corte reale. Non è un elemento da sottovalutare: io ero il primo sprecone che fosse mai apparso su Atlantidump, il membro di una specie aliena. E non mi hanno messo in uno zoo, né in un istituto di ricerca: mi hanno fatto vivere assieme a loro, come un loro pari. Per questo devo ringraziare Trashy.

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Atlantidump, il continente di plastica – Primo capitolo

Atlantidump: il diario di viaggio di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Un romanzo a puntate di Alessio Banini, in esclusiva autunnale.

Vi presentiamo in esclusiva il racconto a puntate “Atlantidump”, la cronaca umoristica delle avventure di Leopoldo Galvani nel continente di plastica. Come un moderno Gulliver, Leopoldo visiterà un paese sconosciuto e i suoi strambi abitanti, che hanno dato vita a una società basata interamente sulla plastica. Tra comicità surreale e satira sociale, il racconto di Alessio Banini ci accompagnerà per tutto l’autunno!

Ecco a voi il primo capitolo di Atlantidump e una breve premessa: Great Pacific Garbace Patch! Buona lettura!

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Atlantidump, il continente di plastica – Primo capitolo

Quando mi misi in viaggio, quella mattina, non sapevo ancora che avrei vissuto un’esperienza memorabile, degna delle avventure dei marinai del seicento. Un’esperienza capace di cambiare il nostro modo di vedere il mondo e di mettere in dubbio le nostre certezze. Un’esperienza talmente incredibile che non può essere dimenticata, o relegata alle curiosità delle riviste scandalistiche; per questo motivo, ho ritenuto necessaria la stesura di un resoconto di viaggio, in modo da informare correttamente i miei concittadini e di fornire agli accademici e ai governanti degli utili strumenti per impostare una rotta migliore al nostro futuro.

Ma andiamo con ordine: mi chiamo Leopoldo Galvani, e sono un italoamericano. Italiano da parte di madre, statunitense da parte di padre. Non sono un navigatore, anche se questa è la storia di un viaggio per mare. Mi limito a lavorare nell’azienda di famiglia, un istituto finanziario di Los Angeles che si occupa di derivati nel settore petrolifero.
Per le vacanze pasquali mi recai a San Francisco, assieme a un gruppo di amici che preferisco non citare per motivi di privacy. Dopo la Pasqua, decidemmo di utilizzare il mio yacht di famiglia per fare una visita alle Hawaii, rimandando il rientro a casa. Salpammo il 9 aprile 2010: avevamo provviste a sufficienza e le giuste conoscenze nautiche per affrontare la traversata oceanica.
Il giorno successivo cominciammo a seguire una rotta diversa da quelle consigliate, poiché volevamo goderci la solitudine del pacifico; ci trovammo così a nord delle Hawaii, al largo da altre imbarcazioni o ricognitori aerei.
Quella notte, tuttavia, colpimmo uno scoglio con lo scafo. Per amor di verità, non si trattava di uno scoglio. Era molle, piuttosto che solido, e si distrusse nell’impatto. Tenendo conto degli avvenimenti successivi, sono portato a credere che fosse un ammasso compatto di rifiuti.
Comunque sia, quella notte non ci fu modo di comprendere appieno la natura dell’ostacolo. Lo scafo si sfondò e cominciò a imbarcare acqua. I miei amici si rifugiarono sulla scialuppa di salvataggio e si allontanarono. Io mi attardai a prendere le mie cose: il portafoglio, il cellulare, lo zaino, l’orologio e la mia cara mazza da golf.
Quando tornai sulla tolda, la barca si inclinò su di un fianco e cominciò ad affondare. Venni scaraventato in acqua. Mi tenni aggrappato alle mie cose, cercando di nuotare verso la scialuppa. Non la vidi da nessuna parte. Urlai.
Era notte, era buio. C’era solo l’oceano attorno alla mia barca che si inabissava. L’oceano, e alcune bottiglie di plastica che galleggiavano attorno a me.

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Non ricordo molto della notte passata in acqua, a dir la verità. Ricordo di essermi aggrappato a qualcosa, in balia della corrente, solo e sperduto. Ho rischiato di morire affogato.
Ma la mattina successiva mi sono svegliato sulla terraferma. Lo sentii subito, appena aprii gli occhi. Non stavo galleggiando, non stavo affondando. E non stavo morendo! Il sole mi splendeva sulla faccia, la terra sotto di me era solida e compatta. Ero vivo!

Solo chi ha rischiato di morire in mare può comprendere appieno la felicità del mio risveglio. Solo chi ha passato una notte nel bel mezzo dell’oceano, di fronte all’immensità di quella massa d’acqua. Ero vivo, ed ero felice. Mi tirai su e mi misi a baciare il terreno, tra le lacrime.
Ma subito mi ritrassi, sconvolto. Non c’era la sabbia di una spiaggia, sotto di me, bensì una massa confusa di bottiglie di plastica, rifiuti e sacchetti della spazzatura. Mi ripulii le labbra e sputai a lungo, schifato. Non riuscivo a credere ai miei occhi. La spiaggia era sommersa di rifiuti! C’erano buste, suole di scarpe, siringhe, spazzolini da denti e quant’altro. La spiaggia sembrava formata interamente dall’ammasso di quei rifiuti.

Da una parte stava l’oceano, placido e immobile. Io ero seduto su un’isola galleggiante formata da plastica e immondizia, che si estendeva a perdita d’occhio. Una distesa compatta di rifiuti, fino all’orizzonte. Altro che spiagge caraibiche e paradisi naturali! Credevo di essermi salvato, e invece mi ero risvegliato in un luogo da incubo.
Scavai con le mani, cercando di capire. Gettai via le bottiglie vuote, i resti degli elettrodomestici, i sacchi pieni di cartacce e i pannolini. Dopo un paio di metri di scavo, trovai l’acqua dell’oceano. Non c’erano più dubbi: non era un’isola coperta di rifiuti, bensì una discarica galleggiante. Un’isola di plastica!

Ora capirete perchè proprio io, così estraneo alla letteratura, abbia deciso di narrare questa storia. Mi sono trovato di fronte a un’esperienza unica, che i miei concittadini dovevano conoscere. Quest’isola non può rimanere nascosta nel Pacifico: il mondo deve sapere.
Quando i miei amici mi hanno chiesto se non fossi stato vittima di un’allucinazione, dopo il mio ritorno a casa, ho mostrato loro le prove. E le mostrerò anche a voi, assieme al mio resoconto di viaggio.

Ma andiamo con ordine. Mi misi a battere i pugni a terra, maledicendo la mia sfortuna e tutte le divinità del creato. Mi ferii con un ferro sporgente, e imprecai ancora di più. Urlai verso il mare alla ricerca di aiuto. Non apparve nessuno. La sera prima stavo navigando al largo delle consuete rotte commerciali, pertanto supposi che quell’isola dovette trovarsi in un punto sperduto del Pacifico. Rischiavo di morire lì, circondato dalla plastica.

Dopo pochi minuti, però, uno figura spuntò in fondo alla spiaggia. Dapprima la scambiai per un pesce o per qualche strano animale. Poi ne riconobbi le forme umanoidi, e mi tranquillizzai. Le corsi incontro, felice di trovarmi di fronte a un mio simile che avrebbe potuto spiegarmi il senso di quell’isola e aiutarmi a tornare a casa.
Quando fui abbastanza vicino, però, la mia felicità si tramutò in stupore. La figura non era quella di una ragazza umana, bensì quella di una sirena.

Una sirena in carne e ossa, amici miei. Anche se non ci crederete, alla fine del resoconto vi fornirò tutte le informazioni necessarie e le coordinate navali per verificare la mia storia con i vostri stessi occhi.
Quella che mi giunse davanti era una sirena, dal corpo snello e longilineo, con la pelle rosa e il seno prosperoso. Dalla cintola in su, era un splendida ragazza, con tutte le forme al posto giusto e dei lunghi capelli rossi legati in una coda. Indossava una collana di palline colorate di plastica e un reggiseno di stracci rattoppati. La parte sotto la cintura, invece, era quella di un pesce, viscida e squamosa, che terminava con una pinna. La sirena era alta quasi un metro e mezzo; a volte strisciava con la parte inferiore del corpo, in maniera simile ai serpenti; altre volte si dava la spinta con la pinna e saltellava sui cumuli di rifiuti, con grande agilità. In mano teneva un forchettone lungo più di un metro, con cui spostava i rifiuti dal percorso e apriva i sacchi di immondizia.

Quando mi si parò davanti, la sirena parve sorpresa quanto me. Io le fissai il seno, pensando a cosa dire. Lei mi anticipò:
“E tu che marca di pesce saresti?”
Io mi grattai la testa, perplesso. Perlomeno, la sirena aveva parlato in inglese. Nonostante la stranezza di quella situazione, avevo modo di comunicare con quella forma di vita così diversa da me.
“Sono naufragato qui, stanotte. Vengo dalla California.”
La sirena emise un grugnito soffocato, che non riuscii a interpretare. Quindi mi punzecchiò con il suo forchettone. Io feci una smorfia, ma sopportai l’esame con dignità.
“Sembri proprio uno sprecone. Sì, sì, uno sprecone.”
“In realtà, mi chiamo Leopoldo.”
“Io sono Trashy. Vieni con me.”
“Piacere di fare la tua conoscenza, Trashy.”
Lei non rispose. Mi fece cenno di seguirla verso l’interno dell’isola. Io rimasi immobile per un po’, interdetto, mentre la sirena saltellava sulla pinna. Poi mi decisi a seguirla.

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Inchiostro sulla pelle – Ultimo capitolo

Eccoci giunti al sesto e ultimo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Se…

Eccoci giunti al sesto e ultimo appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Se avete già letto lo scorso capitolo, preparatevi al gran finale!

mattina…(19)
Seduto di fronte ad una tela bianca,
Aveva pensato di dipingerla.
Aveva nella sua testa l’ immagine del suo volto pulito che sorrideva distratto mentre lo guardava negli occhi.
Non aveva mai dipinto una donna dopo averla vista una sola volta, ma con lei le sue “abitudini” non erano mai state rispettate.
Prese il pennello,
i colori erano a destra, sopra un mobile di legno.
Si immerse nel nero per tracciarle il profilo.
Appoggiò piano la punta intrisa di colore sulla tela e… si bloccò.
Con la mano e lo sguardo perso dentro tutto quel bianco.
Non ci riusciva.
Era la prima volta che gli capitava di non sapere come raffigurare qualcuno.
Si sentì indifeso.
Si staccò.
Rimase per un po’ immobile di fronte alla sua bianca disarmante tela bianca.
Solo un punto nero.
Quando le palpebre ripresero a muoversi spostò lo sguardo, posò il pennello e lasciò la stanza.
Si chiuse forte la porta sotto l’assordante pesantezza di un insignificante puntino nero che sembrava fissarlo.
Lasciò passare qualche giorno, poi la porta si riaprì.
Entrò lui con uno specchio tra le mani e la faccia concentrata.
Prese la tela.
Con un grande sospiro la sollevò e la posò per terra.
Si guardò dietro, lo specchio.
Con dolcezza lo sistemò sopra il cavalletto, prese una sedia e si mise di fronte.
Fermo.
Eccola.
Il miglior dipinto che avesse mai fatto.
Nessun colore, nessuna sfumatura avrebbe reso giustizia all’immagine che aveva di lei nella sua mente.
Così stette per ore a fissarsi, o meglio, a fissarla.
In quel riflesso non vedeva se stesso ,ma lei, lei nella sua semplicità, nella sua risata, nei suoi occhi lucidi.
Puntava oltre, tentava di guardarsi dentro, nel profondo, dove non aveva mai visto prima.
Aspettava.
Aspettava che quello specchio prendesse vita, aspettava di vederla farsi realtà…
Senza fretta, con il sorriso di chi vede nella sua immagine quella di qualcun altro, rimase lì.
Soddisfatto.
Sicuro che dentro di se l’immagine di lei non sarebbe mai cambiata.

“non ci sarà mai una fine!”(20)
Era questa l’unica risposta certa alle mille domande che le divoravano la testa.
Passeranno i giorni, i mesi e poi anni, ma tra loro non ci sarebbe mai stato un punto. Il punto non aveva mai fatto parte di loro.
Avrebbero continuato a vivere ognuno la propria vita, avrebbero amato di nuovo e sofferto ancora per qualcun’altro.
Visto posti diversi, assaggiato il sapore di altre persone, si sarebbero persi dentro altre risate e avrebbero fatto finta di dimenticarsi l’un l’altro, credendo di non aver perso niente, di essere andati avanti mangiando le loro emozioni.
Ma come il mare allo scoglio sarebbero sempre tornati a scontrarsi, magari inconsciamente, ma l’avrebbero fatto.
Si sarebbero ritrovati ogni giorno, per la strada, nel riflesso di uno specchio, nel colore di una maglietta, nei discordi della gente.
Sarebbero stati quel pensiero che si insinua dolce quando sei distratto, quella punta d’amaro tra una faccenda e l’altra, quel sorriso spontaneo quando, senza sapere come mai, ti ricordi immagini di momenti passati insieme.
Non si sarebbero scissi mai,
non si può dividere due anime che si sono fuse.
Erano stati un libro mai letto, un discorso mai fatto, un amore mai esistito.
Erano stati una parentesi in una dimensione parallela, uno schiaffo alle convenzioni, una fuga dalle banalità.
Erano stati l’ ultima scintilla di un fuoco d’artificio, l’ultimo schiocco di dita di un musicista, la canzone di fine concerto, l’ultimo sguardo malinconico di un uomo che parte e sa di non tornare più.
-non si tratta di vedersi fisicamente, di toccarsi e parlare-
diceva lei,
quello lo lascio alle persone comuni.
Non era un rapporto concreto il loro, non lo era mai stato.
Era stato qualcosa di fluttuante, di sospeso sopra il filo della quotidianità,
sopra a tutte le convenzioni, i giudizi e il buon senso.
Un agganciarsi all’altro dal profondo.
Erano stati silenzi fatti di parole,
sguardi fatti di comprensione.
Erano stati due anime in un solo corpo.
“non ci sarà mai una fine!”
Certi legami non puoi spezzarli.
Era così.
Avevano avuto bisogno di perdersi per capire che si sarebbero rincorsi tutta la vita,
sarebbero stati due linee parallele costrette a sfiorasi in eterno senza mai incontrarsi.

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Inchiostro sulla pelle – Quinto capitolo

Eccoci giunti al quinto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire,…

Eccoci giunti al quinto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, vi ricordate cos’era successo nel quarto capitolo?

16:04(16)
“È in partenza dal binario 1 il treno diretto…”
Buttò la sigaretta, prese il trolley e salì sul treno.
Era pesante.
Si diresse verso la seconda classe, non le piaceva viaggiare in prima, preferiva stare negli ultimi posti del treno, sperava ci fosse meno gente a cui dover rendere conto anche solo con un saluto.
Non ce la faceva a mettere la valigia nel suo scompartimento, così la pose accanto a sé, tanto come aveva previsto non c’era nessuno accanto a lei.
Fuori era freddo.
Tirava un vento gelido, ma soffiava lento.
Si sedette.
Era solita guardare fuori dal finestrino e lasciare che gli occhi strisciassero stanchi tra una stazione e l’altra.
Era partito.
Si mise comoda e accese l’i-pod.
Temeva di essere assalita dai pensieri, così mise il volume della musica al massimo, sperando di poterli soffocare.
Si sentiva costretta, così aprì poco il finestrino sotto gli occhi minacciosi di una signora qualche posto più giù.
Aveva bisogno d’aria, di respirare il vento freddo, così forte da seccare anche l’ultimo ricordo, l’ultima briciola del loro ultimo discorso.
Stava bene, ma i ricordi le annebbiavano la vista facendole vedere il mondo con altri colori, troppo scuri per lei.
Il vento era amaro.
Meglio così, pensò.
Nella sua testa solo il rumore del mare.
Lo sentiva, era lì nascosto dietro lo scoglio che segretamente la fissava.
La guardava seduta in riva al mare con i piedi sommersi dalla sabbia, i capelli raccolti, e le mani che piano le accarezzavano le gambe.
Erano vicini ma incredibilmente distanti.
Chiuse il finestrino, era diventato troppo gelido anche per lei.
“Come si può diventare estranei in un secondo?” pensò.
Prese la sciarpa.
Si addormentò.

Tra la folla…(17)
La piazza era piena, la musica intrappolava migliaia di volti come fotogrammi appesi alle mura di una vecchia rocca.
Si girava intorno e nei suoi occhi rimanevano riflessi milioni di sguardi, di risate, di sospiri.
Non c’erano note fuori posto, battiti assordanti, era stata risucchiata da un vertice caotico, stava bene.
La musica le riempiva lo stomaco e le faceva vibrare la pelle, luccicare gli occhi rossi dal sale.
Non pensava a niente, era occupata nello scrutare ogni minimo movimento che velocemente si spiegava ai suoi occhi.
Spensierata scopriva di far parte di un momento che l’avrebbe segnata, uno di quei momenti che si sarebbe portata con sé con il sorriso.
La musica si faceva sempre più assordante e la gente accanto a lei sempre più vicina.
Non si discerneva una parola e l’unica via di comunicazione era visiva. Il volume alto impediva di parlare.
Dall’alto sembravano una cosa sola, una massa immane incollata per le mani, ma erano tanto vicini quanto sconosciuti.
Distratta, sovrappensiero si girò, per guardarsi le spalle, improvvisamente, silenzio.
Si bloccò.
D’un tratto intorno a lei scomparve tutto.
La musica si fece abisso e le persone fantasmi.
Era lui, tra milioni di occhi, si erano ri-trovati.
I loro sguardi si incollarono e tutt’intorno sembrò di marmo.
Non più una persona, una spinta, un po’ di birra che ti si versa sulla maglietta.
Isolati nella loro dimensione si impossessarono del tempo.
Erano solo loro due, un’altra volta.
Non sapevano cosa dire, ma forse le parole erano finite.
Rimasero congelati l’ uno nell’altra.
Come in un mondo parallelo dove non esisteva altro che il battito accelerato dei loro respiri.
Sembrò un’ infinità, ma durò poco più di un istante.
Una spinta più forte la colpì.
Distolse lo sguardo.
Si persero.
Di nuovo.
Fu come avere l’infinito nel palmo della mano e l’eternità nello sguardo.
Non si trovarono più.
Lei non lo cercò e probabilmente nemmeno lui.
Fu strano.
Ma per la seconda volta, anche se per un secondo, ebbero la sensazione di aversi.

Incontro.(18)
Era come correre su un ponte infinito e sapersi aspettare a metà.
Avere la convinzione che fatta metà strada ci sarebbero stati l’ una per l’altro.
Era come sapere che nonostante tutto loro si sarebbero ritagliati la possibilità di credere nel loro incontro.
Credere che non erano stati parole al vento, ma vento leggero fatto di parole vere.
Era un pensiero difficile da affrontare, da somatizzare.
Sarebbe stato come lasciarsi alle spalle tutto per concedersi l’inebriante sensazione di appartenenza che poche anime possiedono.
Erano entrambi sulla soglia della linea di partenza, erano fermi.
Sorpassata quella sapevano che avrebbero corso, e corso ancora.
Sorpassata quella non sarebbero tornati indietro.
Ne erano certi.
Il problema era fare il primo passo, avere il coraggio di prendere un respiro profondo e partire.
Non sapevano se ce l’ avrebbero mai fatta.
Erano due sagome ritagliate da un quotidianità banale, staccate quasi del tutto, ma con lembi ancora incollati alle convenzioni.
Guardavano lontano, cercando di discernere l’altro già partito, così sarebbe stato più semplice.
La sicurezza rende più coraggiosi.
Ma per loro non era cosi.
Non si vedeva niente.
Avrebbero dovuto rischiare per aversi, rischiare anche di partire e restare delusi, soli in mezzo ad un ponte.
Non sapevano cosa aspettarsi.
Le promesse erano state cancellate ormai, rimaneva solo la percezione che l’uno aveva dell’ altra.
Un attimo un piede quasi faceva il primo passo, ma poi rapidamente si ritirava timido.
In balia dell’incertezza cambiavano strada di continuo.
Passando sempre davanti a quella linea, soffermandosi e ripartendo per altre vie.
Ogni giorno, ogni ora, era sempre così.
Sceglievano ciò che era più facile. pur sapendo di tendere naturalmente ad altro.
Erano loro stessi il loro impedimento.
Si trascinavano nel mondo sperando forse un giorno di passare davanti a quella linea, chiudere gli occhi, correre e riaprirli l’uno dentro l’ altra.

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Inchiostro sulla pelle – Quarto capitolo

Eccoci giunti al quarto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto…

Eccoci giunti al quarto appuntamento con il romanzo breve Inchiostro sulla pelle, a cura della misteriosa Piuma Bianca, in esclusiva estiva per i lettori de La Valdichiana! Prima di proseguire, avete già letto il primo capitolo il secondo capitolo e il terzo capitolo?

8:50.(12)
Era una mattina buia.
Sembrava che qualcuno avesse spento il sole.
Si era svegliata e gironzolava per casa, come sempre in mutande e canottiera, camminava un po’.
La mattina le serviva un po’ di tempo per sé, un po’ di quel tempo che la gente considera inutile perché privo di orari, di fretta… era solo suo, aveva bisogno del suo tempo per connettersi al mondo.
Si sedette sul letto e mentre si metteva le calze pensò che forse quella mattina era così buia perché un uomo chissà dove nel mondo avesse voluto offuscare il sole, la luce.
Aveva avuto la presunzione di eliminare il risveglio, solo per avere l’idea fittizia di una notte infinita, solo sua, o meglio solo sua e della donna che dormiva ancora tra le sue braccia.
Sorrise.
Le capitava spesso di vedere le cose in un modo tutto suo, fuori dalla norma, probabilmente la maggior parte delle persone che erano sveglie come lei non avendo visto il sole avevano semplicemente pensato che il meteo avesse sbagliato ancora e sbuffando si erano vestite per iniziare una giornata, grigia, ma come tante altre.
A lei piaceva pensarla diversamente, forse solo per accettare l’ennesima giornata uggiosa.
Ma funzionava.
Ormai pronta, uscì di casa.
Uscì con il sorriso.
Dopo poco, uscì il sole.

Una giornata uggiosa.(13)
Era in giornate come queste che sentiva l’esigenza di averlo accanto a sé.
Era in giornate come queste che capiva che non avrebbe voluto nient’altro.
Questo le faceva paura.
Sdraiata sul divano se lo immaginava seduto accanto a lei, mentre le stringeva la mano, solo per rassicurarla, solo per farsi sentire vicino.
Avrebbe voluto dirgli quello che le stava succedendo.
Avrebbe voluto sfogarsi.
Avrebbe voluto che non fosse andata in quel modo.
Sarebbe voluta correre a casa pensando di trovarlo lì a braccia aperte…
Ma lui non c’era, e non ci sarebbe stato.
Spesso non faceva caso alla mancanza, al senso di solitudine, di vuoto che si era creata, ma in giornate come queste percepiva l’essenziale bisogno della sua parte mancante.
Sapeva che era un pensiero inutile il suo, non si può pensare di volere chi sai che non ci sarà,
ma non riusciva a liberarsene.
Non si spiegava come mai volesse cosi fortemente qualcosa di inesistente, di evanescente.
In fondo non c’era nessuna motivazione logica.
Come quando senti che intorno a te niente ha trovato un senso, e lo cerchi disperatamente.
Forse nemmeno lui aveva un senso, ma sentiva che era l’ unico senso che avrebbe voluto trovare.

14.05. (14)
Amava vederla fumare, era un pensiero malsano, ma era così.
Amava vedere quella nebbia sottile uscirle dalla bocca, era come concentrata mentre fumava, come se stesse prendendo una decisione importante, lo fissava senza dire una parola.
Momenti inutili, momenti fondamentali.
Così, dal nulla, si ricordò una mattina di maggio, lei seduta sulla sedia di cucina, con gli occhi ancora socchiusi, avvolta dentro una maglietta qualche taglia più grande, e lui seduto sul cornicione della finestra che distratto pensava.
Erano mesi che non gli capitava e si era abituato all’idea di non appartenerle più.
Improvvisò una smorfia che era simile ad un sorriso, ma con una ruga dissoluta.
Non si concentrò troppo, distolse lo sguardo e si mise al lavoro.
Aveva delle consegne da rispettare non poteva “perdere tempo”.
Era la prima volta che sentiva sgretolarsi il muro dentro di sè.
Non succedeva mai.
Solo quando, a volte, per sbaglio pensava a lei.
Quando la sentiva riaffiorare tra i ricordi, non aveva importanza se in istanti particolari o nella quotidianità.
Ma funzionava sempre.
Quando la mente si prendeva gioco di lui e andava a soffiare sulla polvere, facendola riapparire era sempre così.
Sbocciava nella sua mente e lui cercava di spingerla nella nicchia più remota della sua memoria. Si rifiutava di pensare a lei.
Non riusciva a capire cosa fosse stata per lui, ma sapeva con certezza che la prima volta che si erano incontrati aveva sentito nella sua testa un campanello suonare così forte da assordarlo.
“Non succede spesso,anzi quasi mai”.
-ripensava, è un allarme naturale che si accende nel momento in cui il tuo corpo percepisce prima di te che hai davanti la persona giusta, lo sguardo tra miliardi di sguardi nel quale puoi rivederti, l’anima simile nella quale scoprirti.
Non si era mai acceso prima di lei.

12.03.(15)
Era passato un po’ di tempo ormai, e si non erano più visti, per lo meno fisicamente.
E in un giorno come tanti altri, mentre aspettava il pullman, ecco la rivelazione.
Come quando ti senti dentro un tunnel e non trovi la via d’uscita, poi quando hai ormai perso le speranze con la coda dell’ occhio: eccola,eppure sembrava non esserci.
Così le successe.
Dopo tano buio aveva intravisto la luce.
La sua luce.
Pensava che fosse giusto trovare ciò che si ama e lasciare che ci uccida.
Lasciare che si aggrappi forte, che stringa tra le braccia, che si riscaldi le mani, che segua con lo sguardo la curva della schiena, che trascini i corpi giù nell’inconsistenza di un piacere effimero.
Era certa,che bisognasse puntare all’amore che ti divora,
che ti devasta, che ti brucia dentro e non sai come placarlo.
All’amore che ti fa correre,quell’amore che… non vale la pena parlare.
Pensava che il suo stato d’animo fosse giustificato, fosse la prova di una cicatrice, fosse la conferma tangibile che almeno una volta, almeno per poco lei lo avesse provato.

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Speciale Bravio: Quelli dell’Androne – Terza Parte

Pubblichiamo la terza e ultima parte dello scritto inviatoci dal lettore Simone Capitini – che ha fatto parte del Gruppo Sbandieratori e Tamburini – in cui ci racconta memorie e impressioni di questo grande…

Pubblichiamo la terza e ultima parte dello scritto inviatoci dal lettore Simone Capitini – che ha fatto parte del Gruppo Sbandieratori e Tamburini – in cui ci racconta memorie e impressioni di questo grande evento.

Continua da “Quelli dell’Androne – Seconda parte”

Prima parte: “Quelli dell’Androne – Prima parte”

Ciò che viviamo, infatti, non è una delle tante domeniche di una qualunque città in festa, non è una passeggiata buona solo a gratificare il “senso dell’appoarire”, quello che facciamo gratifica al contrario un valore che forse rimane sconosciuto a molti: il “senso dell’appartenenza”. L’appartenenza a una città e alle sue tradizioni, l’appartenenza a una comunità e alle sue radici, quelle poliziane; ma soprattutto l’appartenenza a un gruppo di persone che più che amici si riscoprono fratelli, divisi nel colore e uniti nello stesso sogno. E non importa se ad emergere sono anche scontri o dissapori, perché il bello delle cose lo si può ritrovare solamente nell’esatto equilibrio che le rende uniche: il giusto e lo sbagliato, il bene e il male, l’amore e l’odio. Non è possibile, infatti, conoscere la pienezza dell’uno senza essersi mai imbattuti duramente nella durezza dell’altro.
Ma la cosa più straordinaria è sicuramente il modo con cui tutto ciò si manifesta; un modo inaspettato, forse banale e proprio per questo quasi sconcertante, ma da sempre si ripete uguale e ogni volta sempre vero: è il formarsi di quel fastidioso nodo che chiude la gola alla voce quando, stringendoti la mano, stai per dire “in bocca al lupo”.
E mentre rimani lì a misurare il tempo con la tensione per mano e l’angoscia dell’attesa di fianco, diventa inevitabile chiedersi se sia veramente indispensabile che tutto ciò debba ripetersi ogni volta, ogni ultima domenica di agosto.
Ma ora non c’è più bisogno di domandarlo, adesso è tutto chiaro. È per mantenere una promessa fatta tanti anni prima. Per non spezzare i sogni ancora in volo di chi, con gli occhi dell’ingenuità, guardava sfilare quelle figure che sembravano i supereroi dei cartoni animati e con il desiderio di diventarlo anche lui un giorno per gli altri. È perché quella promessa, rinnovata ogni anno, possa spargere i suoi semi così che in ogni angolo di strada possano nascere nuovi eroi.
È per tutto questo e molto altro ancora, ma soprattutto perché è grazie a tutto ciò che si diventa consapevoli che è molto più nobile non tradire il bambino per l’uomo.
Ed è proprio nel momento in cui quel nodo ti ha serrato definitivamente la gola dopo quell’ultima stretta di mano, seguita da un “in bocca al lupo” quasi gridato, proprio nel momento in cui ti avvii quasi esausto a ripeterti ancora per l’ultima volta ogni singolo movimento, comprendi l’ultima grande verità: che prima ancora della gara, prima della sfida, prima di quella sana ed elettrizzante scarica di adrenalina che solo il puro senso di competizione ti sa dare, c’è soprattutto una storia. Una storia vera, sincera ma soprattutto leale: una storia di amici, di rivali, di confronti e di contrasti, di delusioni scottanti e di traguardi duramente conquistati. Una storia che sta per essere raccontata nel breve arco di tempo offerto da una misera manciata di minuti e da recitare di fronte ad una Piazza, una Piazza che ti appartiene ma soprattutto alla quale senti profondamente di appartenere. Ecco perché ogni movimento deve esser perfetto, ecco perché tutto deve finire alla perfezione: in quel momento stai raccontando la tua storia.
Un minuto, un minuto ancora, manca poco. E mentre stai lì a misurare a gocce la tensione che provi, e come te tutti i tuoi compagni, ti porti dentro la furia del vento: un anno hai atteso con il fegato in mano il momento in cui ti saresti di nuovo confrontato con quelle emozioni, quelle sensazioni, quelle paure che ti bruciavano dentro da troppo tempo.
Un ordine dalla radiolina, un boato che esplode improvviso, il portone che si apre piano, un’onda di luce di fronte alla quale non puoi che abbassare con una timida reverenza lo sguardo e poi è questione di un attimo. Tu che diventi piccolo e tutto il mondo intorno.
Ma adesso non c’è più posto per scuse o compromessi, adesso non sono ammesse distrazioni, adesso non sono ammessi errori. Perché oggi non è una domenica qualunque: oggi è l’ultima domenica di agosto.
Adesso c’è posto per un solo e unico pensiero: “Forza e Onore, ora tocca a noi scatenare l’Inferno”.

Simone Capitini

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Speciale Bravìo: Quelli dell’Androne – Seconda Parte

Pubblichiamo la seconda parte dello scritto inviatoci dal lettore Simone Capitini – che ha fatto parte del Gruppo Sbandieratori e Tamburini – in cui ci racconta memorie e impressioni di questo grande evento. Continua…

Pubblichiamo la seconda parte dello scritto inviatoci dal lettore Simone Capitini – che ha fatto parte del Gruppo Sbandieratori e Tamburini – in cui ci racconta memorie e impressioni di questo grande evento.

Continua da “Quelli dell’Androne – Prima parte”

Allora ecco che un sorriso nostalgico inizia a disegnarsi pian piano sul tuo volto, mentre ritornano alla mente le immagini di quei mesi caldi, passati a provare e riprovare, ad arrabbiarsi per poi rimanere delusi, ad entusiasmarsi fin tanto da emozionarsi, a seguire minuziosamente tutti i consigli di chi già aveva vissuto quei momenti, a pendere dalle labbra di chi ne sapeva più di te.
Sono sensazioni strane, impossibili da descrivere: per quanto ci si sforzi a trovare un perché, anche il più approssimativo possibile, nessuna risposta è data avere. L’unica cosa però che si sa per certa è che ogni anno si ripresentano puntuali, raggiungendo la loro maturità proprio nell’ultima domenica di Agosto: sono il frutto agrodolce di quel vortice di ricordi ed emozioni che ti turbina nella testa e che finisce sempre per piazzarsi lì, preciso nel tuo stomaco. Nostalgia, paura, insicurezza, ma soprattutto onore e un incolmabile senso di orgoglio, sono il sapore di quel raro frutto che in un preciso giorno dell’anno trasforma pochi fortunati in eroi di un’altra epoca.
È vero, sono proprio sensazioni strane, uniche e irripetibili, impossibili da ritrovare nella vita di tutti i giorni. Ma forse perché questo è proprio un sogno, sì un sogno e non importa che voli alto come un’aquila o che si limiti a volteggiare timido come una farfalla, perché in ogni caso sarà comunque destinato a piombare giù dal cielo come una bomba i cui effetti rimarranno indelebili nel tempo.
Ma mentre vorresti continuare a naufragare in quel dolce mare di pensieri ti ricordi, a ragione e forse con un piccolo senso di vergogna, come il tempo per favoleggiare sia ormai finito, da troppo forse, tanto da importi di ritornare con i piedi per terra. Perché non è una tesi di laurea quella che stiamo per discutere e nemmeno un colloquio di lavoro che potrebbe cambiarti la vita, non è la finale di coppa del mondo contro il Brasile, non è il concerto di Woodstock quello che sta per iniziare. Calma quindi, non esageriamo.
Allora ti senti quasi in dovere di scacciare quel fastidioso senso di euforia, troppo infantile per poter condizionare gli stati d’animo di chi è ormai troppo cresciuto per continuare a fantasticare: in fin dei conti, forse, hanno veramente ragione quanti dicono che quello che facciamo non è né più né meno di una vanitosa passeggiata, una passeggiata un po’ faticosa forse, ma pur sempre una passeggiata. Le cose importanti, quelle che contano, sono altre; questa è la realtà.
Purtroppo è vero, un’obiezione di tal genere non fa una piega, soprattutto se torniamo a fare i conti con i duri anni che stiamo vivendo; in particolar modo con quelli di un secolo che invece di essere votato in maniera pressoché esclusiva al progresso e all’evoluzione, come sarebbe stato auspicabile attendersi, pare piuttosto essere caratterizzato sempre più da crisi di tutti i tipi: economiche, sociali, politiche, ambientali, istituzionali, esistenziali e in molti casi pire di identità.
Sembra allora che per restare al passo con i tempi non convenga più perder tempo con tali futilità: occorre bensì allontanarsi il più possibile da esse, vivere con distacco quelle pericolose emozioni che in qualche modo ci fanno sentire ancora bambini. E se ciò non dovesse essere sufficiente sarà anche opportuno chiuderle in una bottiglia destinata ad essere dimenticata in cantina, non prima però di essersi ricordati di scrivere sull’etichetta una nostalgica ma scomoda verità: “elisir di giovinezza”.
Adesso è tutto più chiaro, tutto è tornato normale: finalmente c’è di nuovo il controllo di tutte le emozioni che fino a quel momento ti avevano sballottato come in un mare in tempesta, rischiando di farti perdere la giusta rotta. Adesso ti senti di nuovo padrone di te stesso, sicuro, tranquillo. Adesso il mare è calmo; almeno sembra che sia così.
I rumori della strada, il clamore della gente, l’eco inconfondibile dei ritmi che accompagnano ad uno ad uno i lenti cortei fino al termine della loro processione, uno squillo di chiarine e l’immagine di quel portone che si chiude e che non sai quando mai si riaprirà per te, finiscono inesorabili per rubarti alla realtà per restituirti ancora una volta al sogno. E tutto inizia nuovamente da capo, o forse è proprio da qui che inizia veramente tutto.
Come prima e adesso ancora ti ritrovi a muoverti tra gli sguardi dei tuoi compagni, solo che ora non serve più nascondersi dietro un sorriso, perché ogni volto che incontri è uno specchio nel quale si riflettono la tua immagine, le tue paure, le tue sensazioni, le tue emozioni.
Per questo adesso li rincorri, li cerchi: per trovare una parola d’incoraggiamento, un punto d’appoggio, ma anche una conferma e magari una qualche risposta a quelle perplessità che, nonostante tutto, ti fanno sentire maledettamente ancora un bambino.
Ma a volte è un attimo, solo un flash e tutto finalmente inizia ad avere un senso. Spesso perdiamo il nostro tempo, rischiando in qualche caso di perdere addirittura noi stessi, nella isterica ricerca di un “giardino incantato” dove poter trovare quella agognata “mela proibita”, senza renderci conto che forse, in quel giardino, ci viviamo da tempo e che probabilmente non ha senso affannarsi, arrabbiarsi per poi rimanere delusi solo perché non riusciamo a trovare quel poco che ci manca. Così facendo, del resto, si finisce solo per perdere di vista quel tanto che già abbiamo e il quale, troppo spesso, ci dimentichiamo di possedere.

Continua…

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Dietro le quinte del Bravìo delle Botti

In occasione del Bravìo delle Botti di Montepulciano, riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera aperta alla macchina organizzativa della manifestazione da parte di Stefano Biagiotti, che ci racconta memorie e impressioni di questo grande…

In occasione del Bravìo delle Botti di Montepulciano, riceviamo e volentieri pubblichiamo una lettera aperta alla macchina organizzativa della manifestazione da parte di Stefano Biagiotti, che ci racconta memorie e impressioni di questo grande evento.

Montepulciano: dietro le quinte del Bravìo delle Botti

di Stefano Biagiotti

Per molti il Bravìo delle Botti è solo una manifestazione folcloristica, costruita per i turisti della durata di poco più di una settimana, che si svolge nelle vie della città medievale e termina con la corsa che si svolge l’ultima domenica di agosto spingendo le botti per un percorso di 1800 metri.
Il Bravìo delle Botti nasce, nel 1974, per volontà di un sacerdote poliziano lungimirante, Don Marcello Del Balio, che in questa manifestazione vide un momento di aggregazione, di sana competizione, di riscoperta e di trasmissione, alle generazioni future, delle tradizioni del nostro territorio, che altrimenti sarebbero andate perse. Don Marcello, che riscoprì anche il Bruscello, comprese una cosa, e da qui la sua lungimiranza, che aggregando una comunità attorno al “chi eravamo” si poteva creare un sistema di relazioni del “chi siamo” affrontando il “chi saremo” coesi e a coorte da essere meno vulnerabili.
Il Bravìo delle Botti nasce proprio come una manifestazione in continua evoluzione perché “viva”, perché se non lo vogliamo far morire è necessario un ricambio generazionale, ma mantenendo ferme quelle che sono le tradizioni a fondamenta.
Nel corso di questi quasi 40 anni, di età, il Bravìo delle Botti si è evoluto, per molti in meglio per alcuni in peggio; intorno a questa manifestazione ruotano realtà sociali molto importanti: le 8 contrade linfa della manifestazione, il Gruppo Tamburini e Sbandieratori, attività di ricerca, di studi storici e delle tradizioni poliziane; insomma il Bravìo delle Botti è, oggi, la manifestazione più importante per la comunità di Montepulciano che insieme al Bruscello e al Cantiere hanno contribuito a far conoscere la città poliziana in Italia e nel mondo.

Il mondo del Bravìo delle Botti con le sue contrade:

  • è un’eccellenza e si colloca al centro del sistema Montepulciano;
  • è riuscito ad aggregare intorno a se molte persone, il mondo delle associazioni e le attività produttive;
  • è impegnato nella promozione e valorizzazione del nostro territorio, con iniziative come “Calici di stelle”;
  • è la macchina e il carburante che muove tutto per la realizzazione e la buona riuscita della manifestazione, dell’ultima settimana di agosto, che ogni anno richiama a Montepulciano migliaia di presenze.

 

Quest’anno lo spettacolo del “Proclama del Gonfaloniere” dal titolo “NEMO PROPHETA” doveva, a mio avviso, essere completato con “IN PATRIA” (n.d.r. Nessuno è profeta nella [propria] patria); spesso diamo per scontato che tutto è dovuto, che ci è concesso criticare, senza però sporcarsi le mani o metterci la faccia…. io invece desidero ringraziare tutti coloro che contribuiscono all’organizzazione e alla riuscita di questa manifestazione, ormai riconosciuta a livello nazionale ed internazionale: i contradaioli, i componenti del magistrato delle contrade, i dipendenti dell’amministrazione comunale, chi come Emiliano Pallassini, per l’imponente impianto luci nella piazza, o Massimo Gottardi, per i costumi, prestano la loro opera professionale, i volontari delle associazioni, le forze dell’ordine; insomma un GRAZIE sincero alla macchina del Bravìo delle Botti e l’auspicio che, guardando al futuro, si persegua sempre l’obiettivo che Don Marcello si era dato nel 1974.

 

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Speciale Bravìo: Quelli dell’Androne – Prima Parte

In occasione del Bravìo delle Botti di Montepulciano, pubblichiamo oggi la prima parte di uno scritto inviatoci dal lettore Simone Capitini – che ha fatto parte del Gruppo Sbandieratori e…

In occasione del Bravìo delle Botti di Montepulciano, pubblichiamo oggi la prima parte di uno scritto inviatoci dal lettore Simone Capitini – che ha fatto parte del Gruppo Sbandieratori e Tamburini – in cui ci racconta memorie e impressioni di questo grande evento.

Quelli dell’Androne

di Simone Capitini

All’inizio non è mai troppo chiaro, non lo è mai e in fondo non potrebbe essere altrimenti. La musica ancora in testa, tutta quella gente intorno: si salta, si balla, si improvvisano cori; in ogni dove si continua a brindare tra un bicchiere di vino e uno di sangria, non importa con cosa l’importante è stare in compagnia a ricordare quello che è stato e ad immaginare quello che sarà.
Immancabili le pacche sulle spalle, gli sguardi dei tuoi compagni ai quali si può solo rispondere con un sorriso ammiccante per tentare inutilmente di mascherare una tensione ormai fin troppo evidente. “Tensione? E perché mai?” verrebbe da dire, “In fondo siamo solo ad una festa, per quale motivo si dovrebbe essere tesi a una festa?”.
E poi i continui “in bocca al lupo”.
Ma ancora non è tutto chiaro, anzi, non lo è proprio per niente. Sembra quasi di sognare, sì, forse è proprio così: è solo un sogno.
In aggiunta ogni parte del corpo, arto o organo che sia, sembra essere dichiaratamente in sciopero per protestare contro i dieci giorni di stravizi appena trascorsi e si sa, a Montepulciano gli stravizi non sono mai pochi. Ma in fondo questo non ha importanza, è l’estate poliziana che è fatta così: una formula alchemica che fa esaltare ogni parte più nascosta in noi.
Fortuna però che c’è la domenica: giornata ideale per riposare anche se oggi sembra un proposito particolarmente difficile da realizzare.
“Ma perché non riesco a dormire? È questa dannata tensione che da ieri mi mette sottosopra lo stomaco” e poi, “come mai ‘ste campane fanno tutto ‘sto casino, mi stanno facendo esplodere la testa”, “Un momento: questo non è u sogno, non sono le campane: è la sveglia!”.
Adesso inizia a farsi tutto più chiaro. Mentre ancora frastornato dalla travolgente ed euforica serata appena trascorsa, cerchi restio di scrollarti di dosso il torpore del sonno e non solo, pian piano e a fatica ti convinci di tornare lucido il più possibile e il prima possibile: impresa sicuramente non facile con poche ore di sonno e una “settimana di eventi” sulle spalle. Ma devi farlo. Oggi non sono ammesse scuse o compromessi, oggi non sono ammesse distrazioni, oggi non sono ammessi errori. Perché oggi non è una domenica qualunque, oggi è l’ultima domenica di agosto.
Ed è proprio in queste poche ore, quelle che ti separano dall’ “inizio del Gran Finale”, proprio quelle in cui avresti maggior bisogno di non pensare a nulla che la tua mente corre veloce ripercorrendo ogni momento legato a questa data; fino a quella domenica di tanti anni fa, giorno in cui per la prima volta hai veramente capito che ciò che il Bravìo è destinato a lasciare non è solo il marchio impresso a fuoco sul legno di otto botti, ma un qualcosa di più, qualcosa che trascende la materiale percezione delle cose.

Continua…

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Ferragosto al centro commerciale?

La deregulation delle aperture degli esercizi commerciali, inclusa nel decreto Salva Italia, ed entrata in vigore il 1 Gennaio 2012, forse non si aspettava una situazione simile, il 15 Agosto…

La deregulation delle aperture degli esercizi commerciali, inclusa nel decreto Salva Italia, ed entrata in vigore il 1 Gennaio 2012, forse non si aspettava una situazione simile, il 15 Agosto 2013. Secondo le statistiche, infatti, ben otto negozi su dieci saranno aperti oggi.

Tentando di mettere a freno i miei pensieri più ribelli, anticonformisti e veementi, mi chiedo: “ma che senso ha tutto questo?”.  Non riesco a tenere a freno i miei ricordi e i miei pensieri, neanche troppo remoti, di ex-commessa in un centro commerciale. Parlo con i miei ex-colleghi, leggo e mi informo: tenere aperto tutto a Ferragosto è solo la punta dell’iceberg, di questa deregulation evidentemente mal interpretata e abusata fino all’esaurimento e all’esasperazione dei lavoratori. Non è stato difficile trovare chi ha lavorato anche il 26 Dicembre, il 1 Maggio, il 1 Novembre e così via. C’è chi parla anche di tenere aperti i centri commerciali anche il 25 Dicembre e il 1 Gennaio. E se nei vari contratti di lavoro, nei festivi dovrebbe essere prevista una certa turnazione e dei turni anche di riposo, di fatto queste turnazioni saltano soprattutto di domenica e nelle aperture straordinarie. Tutti al lavoro e centri commerciali aperti a tutti. Aperti e deserti, e soprattutto pieni di clientela discutibile – e su questo ci posso mettere l’esperienza e qualche aneddoto personale, se proprio lo volete – raramente interessata a comprare qualcosa di necessario. Molti si recano lì, perché non hanno di meglio da fare, talvolta sprecando benzina – non proprio economica nel nostro Paese – e tempo per vagare, subire passivamente masse di prodotti, e spendere soldi per prodotti di cui non sentiva il bisogno, “ma già che siete aperti…”, per poi aggiungere che la crisi non li fa andare in vacanza, che di soldi non ce ne sono. Eppure, ha sempre il carrello pieno di qualcosa, nella borsa c’è lo smartphone di ultima generazione, il tablet, con attive le ultime tariffe per poter essere sempre collegato a Facebook, anche dall’estero, perché non sia mai che, nel caso in cui riesca ad andare via qualche giorno, non faccia schiattare d’invidia gli amici rimasti a casa con foto e post di ogni genere. Ma una volta, a Ferragosto, non si andava al mare, in montagna, in campagna in qualche bella trattoria a mangiare e a divertirsi? E il 26 Dicembre, non si stava con il parentado, quello che vedi giusto a Santo Stefano, per mangiare gli avanzi del giorno prima? Il 1 Maggio non si stava a casa, in quanto festa dei lavoratori?

Questa volta lo chiedo a voi, che siate lavoratori là dentro – e in tal caso, avete tutta la mia solidarietà – o anche acquirenti che hanno una sorta di dipendenza dal centro commerciale: ma ne avete così bisogno di un centro commerciale aperto tutte le domeniche e non solo, aperto anche il 26 Dicembre, il 1 Maggio, il 25 Aprile?

Al telegiornale, nei pochi servizi dedicati a questa vicenda, si vedono i clienti ben felici di passare la domenica e le festività lì dentro, in queste strutture gigantesche, sempre più diffuse: una volta, per sfizio, ho provato a contare quanti centri commerciali fossero raggiungibili da casa mia nel giro di venti minuti di macchina. Troppi, e poi ci si chiede perché siano comunque in perdita, che i negozi all’interno parlino sempre di riduzioni di personale, salvo poi farlo lavorare sempre, al limite dello sfruttamento, di assunzioni sempre più precarie e temporanee, di retribuzioni di straordinari forfettarie (che si facciano 10 ore di straordinario o 100, capita che te le paghino uguale) e retribuzioni non adeguate per aver lavorato nei festivi, e ci sono contratti che parlano chiaro al riguardo; tuttavia qualcuno chiude più di un occhio e fa finta di niente, quando si tratta di equità nella retribuzione. Le redazioni dei telegiornali sanno bene che devono trasmettere un’immagine dell’Italia, non necessariamente aderente al reale, ma mi viene da pensare che da un lato, vista questa situazione agghiacciante e avvilente da un punto di vista sociale e umano, qualche politico palesemente in malafede, possa usarla a suo piacimento e a suo vantaggio: “Visto? Non c’è nessuna crisi, dato i centri commerciali sono sempre aperti e sono sempre pieni. Va tutto bene”. Qualcuno lo ha già fatto, parlando di ristoranti e di bar in centro a Roma sempre pieni… E sembra legittimo, ora, convincere gli italiani che avere un centro commerciale aperto 365 giorni all’anno sia fondamentale e vitale per l’esistenza di ciascuno. Quando in realtà non lo è, non è necessario e basti pensare anche solo a qualche anno fa, quando non c’erano molti centri commerciali e i negozi erano sempre chiusi di domenica, tranne forse nel periodo natalizio. Basti pensare anche al resto dell’Europa: in Danimarca, le aperture dei centri commerciali non sono dalle 9 alle 21-22, e soprattutto, sono chiusi al sabato e alla domenica, senza che nessuno abbia crisi di panico e chieda ossessivamente, chiamando in negozio: “ma domenica/il 1 Maggio/festività varie siete aperti, vero? Sennò cosa faccio io, se siete chiusi?” – parole che mi sono sentita dire personalmente. Le mie risposte, come credo quelle dei numerosi lavoratori, erano molteplici, ma avevano un messaggio sostanziale e univoco: statevene lontano da questo posto, perché c’è molto di meglio da fare.

I lavoratori nei centri commerciali, quindi, da quando questa deregulation ha preso piede, fino a diventare senza controllo, si sono visti privati del loro riposo, di un normale ritmo di lavoro, privati del loro tempo per famiglia, affetti, ma anche per sani e normali hobby. Senza scomodare religioni e dottrine politiche varie, ognuno deve avere tempo per sé. Un tempo che deve deputare alla costruzione e alla cura di sé – che non deve essere un tempo risicato per fare tutto quello che non si riesce a fare, perché si è sempre al lavoro e di conseguenza, lo si passa a crollare esausti sul letto o sul divano, salvo poi sentirsi demotivati, perché si voleva leggere, vedere un film, passare fuori a fare una passeggiata, o anche svolgere un’attività fisica, utile a scaricare le tensioni, o a vedere amici che non vede da tempo. C’è chi ha una famiglia, e magari vuole dedicarsi ai figli.

La tristezza in tutto questo, è vedere che questa stanchezza è sempre più endemica nei lavoratori, e si è trasformata in un’insofferenza comprensibile, ma soprattutto, è stata sfruttata per organizzarsi in movimenti di protesta, soprattutto sui social network. Ma non vogliono essere semplicemente un muro del pianto o uno sfogo ‘all’italiana’. L’obiettivo che hanno è molto chiaro: è far arrivare la protesta in Parlamento, affinché questa deregulation venga rimessa in discussione. Affinché si ragioni sull’utilità di avere dei grossi esercizi commerciali aperti praticamente sempre, con la conseguenze che sono note a chi non crede alle favole raccontate dai media: perdite economiche ovunque e centri commerciali vuoti, specialmente nelle domeniche estive. E i consumi non sono aumentati, ma sono in costante calo. I posti di lavoro non sono aumentati, al contrario, si sono fatti sempre più precari, e proprio perché ci sono dei costi in più, si cerca di non prendere dei nuovi lavoratori – con la costante minaccia di licenziamento, comunque neanche troppo velata, se si manifesta l’idea di voler passare almeno una domenica a casa, a riposare. Idea perfettamente legittima, prevista da contratti rispettati solo quando lo desiderano i ‘vertici? e i ‘titolari’. E c’è anche da aggiungere che praticamente nessun negoziante è stato interpellato dalla dirigenza dei centri commerciali, quando si è trattato di prendere la decisione di aprire tutte le domeniche e durante le festività.

Ma ciò che è ancora più triste, è vedere la poca solidarietà e il poco raziocinio di chi fa di questi centri commerciali un enorme parco giochi dove scaricare i propri bambini – mentre una volta si portavano al parco giochi, in piscina nella bella stagione, li si portava in giro in bici, a spasso con i nonni – che, se qualcuno ha notato, non sono esattamente felici di stare lì; la superficialità di chi li usa semplicemente come pascoli dove vagare senza meta, ma a quanto pare, con la convinzione che non se ne possa fare a meno, di entrare nel negozio di abbigliamento – abbondantemente diffuso su scala non nazionale, ma mondiale – per vedere sempre le solite magliette, fatte uguali identiche da altre marche di abbigliamento, i soliti jeans, le solite cose. L’arroganza di chi dice a questi lavoratori, che ne hanno ben donde di essere stufi di questa situazione, “ringrazia che hai un lavoro”. No, non c’è da ringraziare nessuno, se si è in una situazione simile. Questa può seriamente portare a una crisi non solo economica, ma anche morale e sociale. Ed è per questo che non dico ‘Buon Ferragosto’ a questi lavoratori, oggi. Semplicemente, voglio solo esprimere la mia solidarietà e dare un’eco, seppur infinitesimale, alla loro giusta protesta.

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