La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Categoria: Pensieri e Parole

Estate Poliziana

Torna la nostra rubrica con la seconda poesia della lettrice Roberta Pellegrini di Torrita di Siena, che questa volta dedica la sua composizione a Montepulciano. ESTATE POLIZIANA Ore 9 Il borgo…

Torna la nostra rubrica con la seconda poesia della lettrice Roberta Pellegrini di Torrita di Siena, che questa volta dedica la sua composizione a Montepulciano.

ESTATE POLIZIANA

Ore 9
Il borgo sul monte appoggiato
si mostra ancor assonnato,
apre piano la commessa
di Bacco la saraginesca,
arriva col carrello il ragazzo
in dispensa c’è ancora spazio.

La vita inizia a scorrere
nel borgo di collina
son le 11 di mattina,
trafelata suona due volte la postina
di corsa, prima che la folla gli impedisca
la consegna della cartolina.

Il ritmo lento del mattino
ha lasciato il tempo
allo scorrere continuo
di turisti festosamente colorati
che a bocca aperta
guardano ammirati
questo bel borgo toscano
patria del Poliziano
perla del Rinascimento
luogo da assaporare
in ogni momento.

E che sia d’arte o di cucina
val sempre la pena
dare una sbirciatina
al Pozzo di Pulcinella
o alla sua Piazza più bella
ai vicoli attornati
da artigiani affannati
da cuochi indaffarati
a preparar quei piatti
da tutti decantati.

Roberta Pellegrini. 20 giugno 2013

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Roberta Pellegrini fa parte dell’associazione Sagra San Giuseppe – Palio dei Somari di Torrita di Siena, della quale è l’archivista, oltre a far parte della commissione pubblicità.
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Torrita, la vecchia signora

Inauguriamo oggi la prima collaborazione da parte di una nostra lettrice per la rubrica “Pensieri e Parole“. Roberta Pellegrini di Torrita di Siena ci invia una bella poesia dedicata alla…

Inauguriamo oggi la prima collaborazione da parte di una nostra lettrice per la rubrica “Pensieri e Parole“. Roberta Pellegrini di Torrita di Siena ci invia una bella poesia dedicata alla sua città.

 

TORRITA, LA VECCHIA SIGNORA

Giace su un colle
la Vecchia Signora
dorme d’inverno
nel suo manto malfermo.

Tacciono i borghi
tacciono i suoni
sol le campane
sentono il peso
dell’inverno lungo
e sospeso.

Senti nell’aria
un rumore lontano
il suono fatto
di chi tende la mano
il sibilo leggero
della stoffa nel vento
oh …Bella Signora
è giunto il momento.

La primavera
è un ritorno alla vita
svegliati e giosci
dolce Torrita.

Rivivi ancor l’atmosfera fatata
della tua Piazza tutta addobbata
delle tua gente che odi parlare
dei passi nei borghi che senti frusciare
sorridi…Bella Signora
e la bandiera sia la tua gloria…

Roberta Pellegrini – 14 marzo 2009 

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Roberta Pellegrini  fa parte dell’associazione Sagra San Giuseppe – Palio dei Somari di Torrita di Siena, della quale è l’archivista, oltre a far parte della commissione pubblicità.

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La parola della settimana: Ciao

Ciao Ciao è una bella parola. È bella perché non è definitiva, e non è nemmeno definita. Perché ciao lo diciamo sia quando arriviamo che quando andiamo via, significa lasciarsi…

Ciao

Ciao è una bella parola. È bella perché non è definitiva, e non è nemmeno definita. Perché ciao lo diciamo sia quando arriviamo che quando andiamo via, significa lasciarsi (non per troppo tempo, non addio) ma significa anche venirsi incontro. È un augurio e una promessa.
Non è così in tutte le lingue, anzi, di solito le formule sono accomunate dalla brevità ma differiscono a seconda della fase, se è di congiungimento o di separazione. “Hello/Bye” in inglese, “Privet/Pakà” in russo… in molte altre lingue, l’equivalente di ciao tende a essere usato nel commiato.
In italiano no! L’italiano mantiene la stessa forma, senza variarla a seconda dell’occorrenza.
Come sappiamo essere poetici noi…

Pare che, in origine, la parola venga dal veneziano sc’iavo. Come schiavo, intesa come “servo vostro”. Questo saluto ci mette a disposizione dell’altro da vicino e da lontano, nel presente e nel futuro. Eppure non è tanto difficile da fare, questa promessa. Perché, in qualche modo, ci lascia anche liberi di disattenderla. Negli anni, infatti, il suo significato originale ha perso molta della sua profondità attraverso l’uso.
Se ci pensate, è forse la parola che diciamo più spesso in assoluto (eccezion fatta per le congiunzioni) e non ci fermiamo mai a riflettere su cosa si nasconda sotto questa etichetta tanto diffusa.

Se ti dico ciao sono un tuo amico, o almeno si suppone che io lo sia. Non è buongiorno, salve, arrivederci, a presto. E solo ciao.E c’è dentro tutto. C’è la gioia di vederti e quella dell’averti visto, l’intenzione che quell’incontro non sia l’ultimo, che si ripeterà con la stessa gioia e si concluderà con lo stesso proposito. Significa che sono qui per servirti, perché sono legato a te.

Ciao è più easy going di addio. Addio significa che non ci vedremo più. Mai più. Almeno, non in questa vita. Gli addii sono laceranti, definitivi e irripetibili. Anche nell’addio è insita la speranza che possa non essere vero, che esista la remota eventualità di vedersi di nuovo, un giorno. Ma le probabilità sono infinitesimali.

Per questo ho scelto ciao. Perché per un po’ non ci sentiremo. Ma ho la speranza e la convinzione che ci risentiremo presto, che vi scriverò ancora. Che sarò di nuovo qui per servirvi, se mai sentirete di avere voglia di me.

Ciao a tutti!!!

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La parola della settimana: Matrimonio

Me ne stavo tranquillamente seduta in macchina, diretta verso il lavoro. Strada dritta e musica nelle orecchie. Tempo decente, finalmente. Il sole caldo sulle mani sul volante. Come sempre quando queste…

Me ne stavo tranquillamente seduta in macchina, diretta verso il lavoro. Strada dritta e musica nelle orecchie. Tempo decente, finalmente. Il sole caldo sulle mani sul volante. Come sempre quando queste sono le condizioni, la mente parte e veleggia nei meandri delle anse dei recessi più remoti della mente. Sensazione vagamente familiare? Così ho cominciato a pensare a quanto fosse vicina la ricorrenza del mio anniversario di matrimonio. Il secondo! (Anniversario, mica matrimonio… che pensavate???)

E sempre così, sul momento, ho avuto la certezza che la parola della mia uscita della settimana seguente (o quella dopo ancora, come poi è stato) sarebbe stata proprio quella. Perché, almeno nel momento topico della mia elucubrazione automobilistica, mi appariva come una parola ‘a due facce’.

Da una parte pensavo al matrimonio sul piano personale – insomma, al mio – e a quello che comporta in termini di pazienza, sacrifici, comprensione. Gestione delle personalità. Rischi. Ma, ovviamente, anche gioie, passione, follie. Lettura nel pensiero. Sogni.

Dall’altra, invece, mi è venuto subito in mente il matrimonio come ‘tema sociale’ (se così si può dire, anche se “un mi garba punto”), il matrimonio come diritto di qualunque coppia di essere riconosciuta dalla legge…
Che poi si chiami in un altro modo – pinzimonio, comprendonio, nitrato d’ammonio – chissenefrega! Abbiamo già detto, mi pare, che le parole sono solo delle etichette che usiamo per capirci meglio (sicurisicuri?) tra di noi.

E allora mi spiegate perché c’è gente che continua a dire: “Il matrimonio vuol dire l’unione dell’uomo con la donna”? Gnè-gnè-gnè!
‘Matrimonio’ è una parola come un’altra, siamo noi a riempirla del suo significato, perciò “X vuol dire Y” è chiaramente un’affermazione del cazzo.

Anche ‘idiosincrasia’, come ho sottilmente suggerito in una precedente uscita, voleva dire – o meglio, significava – una peculiarità di temperamento dell’individuo, un’inclinazione dello spirito, mentre oggi significa – comunemente – avversione, insofferenza per qualcuno o qualcosa ed è addirittura segnalata come sinonimo di fobia. Non solo la modifica del significato, ma la connotazione che da neutro-positiva diventa addirittura negativa. Eppure non è sempre la stessa parola?

La verità è che le cose cambiano, si evolvono, si allargano, si approfondiscono e mentre tutto questo ci accade intorno, dovremmo ricordarci che le parole non sono altro che uno strumento dell’uomo. Non siamo noi a doverci adattare a loro, ma loro che devono adattarsi a noi.

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La parola della settimana: Parola

Parola Non vi siete ancora stupiti che io non abbia accennato alla parola amorein questa rubrica? No, perché è forse quella più attesa, citata, usata e abusata. Questo per dire che…

Parola

Non vi siete ancora stupiti che io non abbia accennato alla parola amorein questa rubrica? No, perché è forse quella più attesa, citata, usata e abusata.

Questo per dire che le parole – tutte le parole – non sono altro che contenitori del senso che scegliamo di dar loro. Ecco perché esistonolingue diverse che riusciamo a imparare, se ne facciamo nostre le convenzioni strutturali della trasmissione verbale (o gestuale). Non è altro che un’enorme cospirazione, se mi passate l’iperbole.

Le parole sono un’etichetta convenzionale che mettiamo su cose, sentimenti, situazioni, perché l’altro possa meglio comprenderci (e – cosa da non sottovalutare – perché noi possiamo illuderci di comprendere meglio noi stessi) attraverso un appiattimento dell’esperienza umana.

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Amore. Che significa amore? Qualcuno una volta mi ha detto che “amore” è un alibi che usiamo per giustificare gli istinti che ci trascinano prepotenti verso qualcuno, che “amore” non esiste nella forma che, come collettività, abbiamo scelto di dargli. Secondo il Byron Burns di Ronald Everett Capps: “Amore è una parola disgustosa. Non ha alcun significato. Ascolta: il mio cane è un amore. Per amor di Dio. Ho fatto l’amore ieri sera. Vedi, ho usato la stessa parola in tre modi diversi. Ora dimmi, che significa la parola amore?”

Pazzesco, vero?

Ci illudiamo che le etichette ci facilitino le cose, eppure c’è chi dice che i bambini abbiano molte meno difficoltà degli adulti nel comunicare tra di loro e, per esperienza personale, posso dirvi che più affiniamo la nostra proprietà di linguaggio, più troviamo difficile arrivare all’espressione esatta del sentimento che proviamo – o del concetto che vogliamo far comprendere.

Abbiamo tentato, come genere umano, di ovviare al problema con la poesia, con la musica; abbiamo provato metafore e similitudini; abbiamo sfruttato rumori e colori, eppure nessuno di noi – quando parla – si sente pienamente compreso.

Pensateci: vi capita mai di trovare quelle persone con cui siete a vostro agio fin dall’inizio, che sentite di conoscere da sempre? Quelle persone che sanno cosa state per dire prima che voi lo diciate? Che anticipano le vostre parole, lasciandovi in silenzio con un “Ho capito, ho capito!” appena biascicato? Ecco.

Questa è la prova lampante che la vera condivisione, la vera comprensione, vanno oltre le etichette. Anzi, non c’entrano nulla. Noi possiamo lottare per spiegarci con mille parole e poi, chissà perché, troviamo pace. Veniamo conosciuti al buio, sentiti per quello che siamo e non per quello che l’etichetta ci impone di essere.

E veniamo capiti nel silenzio.

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La parola della settimana: Straniero

Straniero Questa qui è una parola spessa, densa, presente. È una parola quanto mai attuale, in questo mondo che si globalizza, si estende e si espande sotto i nostri occhi,…

Straniero

Questa qui è una parola spessa, densa, presente. È una parola quanto mai attuale, in questo mondo che si globalizza, si estende e si espande sotto i nostri occhi, a ogni istante che passa. Il sostantivo – o aggettivo, in questo caso a seconda dell’utilizzo – introduce suo malgrado il tema bistrattato dell’accoglienza dell’umano da parte dell’umano.

Perché, pur essendo tutti “cittadini del mondo” (locuzione di taglio un po’ buonista), ciascuno di noi proviene da qualche parte, e a questa provenienza si appicciccano tutta una serie di abitudini, convenzioni, cibi, difetti, idiosincrasie (nella prima denotazione del termine), passioni, preferenze, capacità (…) che fanno di noi individui dei membri di un gruppo ‘altro’ rispetto ai nuclei formati da persone di provenienza diversa.

straniero

Mi sono appena resa conto che anche “appartenenza” avrebbe potuto essere una parola interessante, ma che ci volete fare, oggi m’è venuta questa.

Dicevamo che la provenienza è quello che ci caratterizza come individui appartenenti a un gruppo. Occorre qui fare una distinzione, che si applica, di conseguenza, anche al concetto di straniero: i gruppi cui afferiamo sono molteplici e di dimensioni sempre maggiori a seconda dei criteri di esclusività. Qui mi riferisco a gruppi più o meno omogenei dal punto di vista linguistico, per esempio. Solo per farvi capire che non sto parlando di senesi e aretini… Il discorso è un po’ più ampio: lo “straniero” che intendo io arriva per lo meno da oltre il confine della penisola e ha usi e costumi da un po’ a radicalmente diversi dai nostri; magari la pelle di un’altra sfumatura; magari crede in un altro Dio (o in altri dei, o in nessuno); mangia (o non mangia) delle cose in particolare. Parla un’altra lingua, magari con un altro alfabeto (o addirittura con dei piccoli disegni)! Insomma: è percepito, chi più chi meno, come diverso da noi.

Troppo spesso, però, confondiamo la parola “straniero” con “estraneo”, qualcosa di ‘altro’ da noi in senso stretto. Qualcuno che – non importa quanto ci accaniamo a chiarire la nostra provenienza – “tanto è straniero” e non capirà mai “come vanno le cose da noi”. Purtroppo diamo ancora per scontato che l’alterità sia una cosa negativa e che le barriere della comprensione siano lì per una buona ragione invece che per l’estrema gioia di scavalcarle. Spesso ci dividiamo in ‘noi’ e ‘loro’, senza capire che la provenienza differenzia le esperienze che abbiamo del mondo, ma non ci rende diversi come esseri umani.

Imparare da uno straniero o manifestare la propria provenienza in terra straniera è cosa unica. Il flusso ininterrotto della ricchezza non monetaria del genere umano è sempre passato, passa e passerà da tutti quegli stranieri (per noi) che hanno trovato in terra straniera (per loro) un nuovo posto dove mettere solide radici.

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La parola della settimana: Ricerca

RICERCA È buffo come ci vengano in mente tante cose diverse quando leggiamo o sentiamo questa parola. A seconda del contesto può riferirsi ai progressi che la scienza sta facendo…

RICERCA

È buffo come ci vengano in mente tante cose diverse quando leggiamo o sentiamo questa parola. A seconda del contesto può riferirsi ai progressi che la scienza sta facendo per renderci la vita migliore, oppure al sogno esotico di trovare un tesoro nella giungla. Può avere a che fare con l’esperienza di sé, con la scoperta di tutte quelle pieghe nascoste del nostro essere che non ci vergogniamo più di mostrare ai nostri occhi.

Quando sento “ricerca”, la prima immagine che ho è quella di un giovane, in laboratorio, con la pipetta in mano (e il giovane è felice, incredibilmente!); la seconda, invece, sono io durante un’immersione di ricerca e recupero (fa freddo, ma non vedo l’ora di agganciare quello scooter che – chissà perché – è finito in fondo al mare); poi mi viene in mente la ricerca della felicità (non ho visto il film di Muccino e, in realtà, la mia associazione e più concettuale che cinematografica ma, non so perché, il faccione triste di Will Smith mi perseguita).

Alla fine il bello è anche questo: che tutto sia connesso, intricato in progressioni di connessioni logiche che mi portano dai batteri a Will Smith. L’ho sempre trovato un fenomeno interessante, quello del pensiero a raffica (della libera associazione, o che dir si voglia) e, certe volte, provo a ricordarmi come mai, se qualcuno cinque minuti prima parlava di New York, a me viene in mente il nastro rosa delle scarpette che mettevo a lezione di danza a sette anni.

Provateci anche voi. Anche questa, in fondo, è una ricerca. Un’altra faccia della parola. L’occorrenza è diversa, ma la denotazione è sempre la stessa. Il processo non cambia e, nonostante la molteplicità delle letture, la connotazione è sempre positiva. È tesa verso il futuro, questa parola: ci promette implicitamente che troveremo qualcosa – qualsiasi cosa stiamo cercando – che sarà valsa la pena aver cercato.

Perché quando sentiamo “ricerca” non pensiamo mai che alla fine dell’arcobaleno la pentola d’oro sia vuota, o magari nemmeno ci sia.
Nella ricerca siamo accompagnati dalla speranza e ignari della sconfitta, della delusione, che potrebbe aspettarci a fine corsa.
La ricerca è il tempo presente proiettato verso un futuro colmo e appagante.

E lo sapete perché? Perché è difficile che se cerchiamo qualcosa non troviamo niente.
Cioè, magari non troviamo quello che stavamo cercando all’inizio, ma di certo non ci ritroveremo a mani vuote…

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