“Dammi feed”, “Feedami”. (Qualcuno ha fame?)

Forwardami quest’email“. (Inoltrare è troppo brutto da dire?)

La nostra mission”. (Mission: Impossible)

“Devi uscire dalla tua comfort zone”. (Che viene sempre storpiata in confort, comunque)

Anyway, oggi nel meeting abbiamo parlato di…”. (Perché se dici “comunque” e “riunione” sei troppo campanilista e poco up to date)

E poi arriva lei – lei che si vanta di essere una grande manager in carriera. Scusate, lei lo pronuncia mèenager, forse ingannata da quel qualcuno che le ha detto che le “a” in inglese si dicono tutte “e”. Iniziamo a sfatare questo mito: no, le “a” in inglese non si pronunciano “e”. Non si pronunciano tutte “ei”, o tutte “ae”. Bisogna capire e ascoltare bene le differenze di pronuncia. Così come l’ostico suono “th”, non è “ze”, non è “de”, ma per noi italiani lo è. Avete sentito per caso la pubblicità del videogioco “The Last Of Us – Remastered“? Chi si è accorto che è diventato un tremendo “Dee Laasd Of Aas Rimastered”? O la parola “love me” pronunciata “lav mi”? (E qua, con le mie origini anche milanesi, mi scappa una risata ogni volta… Perché capisco “lavami”).

La disperazione sale quando si deve affrontare la parola managementMeenaggèment. Non si chiede la perfetta pronuncia mænɪdʒmənt, sfoggiando un impeccabile British English, quanto meno si chiede di far cadere l’accento sulla sillaba giusta. Eppure, si continua a pensare che sia più cool… Ops, più bello infarcire il nostro italiano con molte parole inglesi, di cui spesso si arriva alla storpiatura, oltre che alterarne pronuncia e accenti sulle sillabe.

Per esempio, non capisco mai quando si dice “dammi feed” (già riportato sopra). Feed è nutrire. Feedback è il riscontro. C’è bisogno di storpiare e abbreviare queste parole, cambiandone il significato? Questo avviene non solo alle orecchie di un madrelingua inglese, ma anche di una persona che l’inglese lo conosce molto bene e lo ha studiato molto bene. E sappiamo in tanti quale sia il livello d’inglese insegnato qui in Italia, è uno dei peggiori paesi nell’Unione Europea.

È che il mio personale livello di tolleranza verso queste prassi è già basso di suo, e si azzera totalmente appena uno inizia a infarcire di parole inglesi il proprio vocabolario, al livello che in ogni frase ci deve essere una parola in inglese (sempre pronunciata malissimo, ricordiamocelo). Ora, se da un lato mi viene da giustificare queste (pessime) abitudini, perché nel campo del marketing e della comunicazione è impossibile da trovare qualcuno che parli un italiano che non sia altamente contaminato dal vocabolario inglese, dall’altro lato mi dico che è tutta pigrizia mentale, combinata a qualche desiderio di sentirsi tremendamente aggiornato e alla moda. Vedete, la tentazione di dire “up to date” e “fashionable” è stata tanta, ma un desiderio di cui non potete capire l’intensità. No, dire “essere fèscionFashion” non vuol dire essere alla moda. Non ha semplicemente senso. Sì, è pigrizia mentale, perché molti termini sono perfettamente tradotti in italiano e hanno un’espressione equivalente. Di espressioni intraducibili ce ne sono veramente poche – e anche se fosse, si può provare a usare un buon giro di parole. Ma capisco bene che la sinteticità dell’inglese affascini molti. Ma come tutte le cose, non bisogna abusarne, perché poi la figura da ridicolo è proprio dietro l’angolo, oltre al fatto di spiazzare persone che magari l’inglese non lo sanno bene.

Riflettiamo su questa prassi irritante e riduciamola, laddove possibile.

Che poi, sia chiaro, anche io uso correntemente alcune parole inglesi nel mio vocabolario – solo che con il passare del tempo mi sono decisa a usare quelle solo strettamente necessarie e quelle che mi sembrano oramai integrate nella nostra lingua. Però ammettete con me che il fascino di dire “multitasking” è irresistibile, rispetto a un ben più complicato e verboso “fare più cose contemporaneamente”. Multitasking. Multitasking. Multitasking. 

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