Il weekend appena trascorso a Monza è stato un weekend impegnativo per la Ferrari, che era arrivata in Brianza accompagnata dalle voci che volevano (di nuovo) il presidente Luca Cordero di Montezemolo prossimo alle dimissioni. Voci che il presidente ha voluto calmare di persona, il sabato, con le seguenti parole:

Le voci su di me? Ho visto il polverone degli ultimi giorni, ma l’ho trovato eccessivo. Sono qui per lavorare, oggi, domani, i prossimi mesi. […] poi ho dato la mia disponibilità a marzo agli azionisti per restare altri tre anni e questo è tutto. Stiamo lavorando a chiudere un anno che rappresenta un e record storico per i risultati finanziari della Ferrari e con Mattiacci stiamo lavorando alla ricostruzione della squadra corse e qualche segnale, minimo e che non basta, lo vedo. (Fonte: Gazzetta dello Sport).

Questa replica non è bastata per placare quelle voci, i dubbi circa la futura permanenza di Montezemolo alla Ferrari, perché domenica, ovvero ieri, durante la gara, da Cernobbio è arrivata la stoccata di Sergio Marchionne, amministratore delegato del Gruppo FCA, neanche troppo velata – a dire il vero una vera e propria doccia gelata.

L’uscita numero uno della Ferrari non è in agenda, ma nessuno è indispensabile.

L’A.D. ha poi continuato:

La cosa importante per la Ferrari – insiste in numero uno di Fiat – non sono soltanto i risultati economici, ma è vincere. E sono sei anni che facciamo fatica. Sia Alonso sia Raikkonen sono campioni del mondo. Mi dà un fastidio enorme. Stiamo guardano da parecchio tempo le cose che non vanno bene. (Fonte: Huffington Post).

È evidente – ma questa non è una novità per chi ha seguito da vicino la Ferrari in questo campionato – che a Maranello non ci sia un’atmosfera serena. La delicata riorganizzazione del team di F1 ha portato all’allontanamento di alcune figure chiave, Stefano Domenicali e Luca Marmorini, per fare due nomi, che sono solo gli ultimi di una lista che comprende Aldo Costa (passato alla vittoriosa Mercedes), Chris Dyer, Luca Baldisserri e Luigi Mazzola. Ora, a corroborare ulteriormente la tesi che in Ferrari l’atmosfera sia tutt’altro che rosea, e che gli allontanamenti di alcuni dei tecnici e ingegneri non siano stati fatti propriamente cum grano salis, lo attestano anche queste due interviste, fatte proprio a Costa e a Marmorini da Leo Turrini nei mesi scorsi. Ma è altrettanto evidente che le parole di Montezemolo e di Marchionne rappresentino uno scontro tra due posizioni opposte: Montezemolo non è stato compreso nel nuovo Consiglio d’Amministrazione del Gruppo FCA e non vuole che la Ferrari diventi “americana”, tramite la quotazione della FCA negli Stati Uniti – un’eventualità che a suo tempo non aveva voluto neanche l’Avvocato Agnelli, che aveva infatti comprato la Ferrari per evitare che finisse nelle mani della Ford. D’altronde la difesa e l’esaltazione de “l’italianità” è sempre stato uno dei cavalli di battaglia del presidente della Ferrari. Dall’altro lato, abbiamo Sergio Marchionne, che ha bisogno che il gioiello del gruppo torni a essere anche sinonimo di successo in pista, oltre che un marchio che economicamente riscuote ancora molto successo. Marchionne ha bisogno di risultati, e può essere condivisibile. Ma fino a un certo punto.

In tutto questo, si aggiunge un avvenimento occorso durante la gara di ieri, che si è caricato di una valenza simbolica non di poco conto, che non deve spingere la dirigenza a proseguire nella politica di allontanamento compulsivo di tecnici e ingegneri dal team Ferrari: il ritiro di Fernando Alonso durante il Gran Premio d’Italia, la gara di casa. Un mesto ritiro di fronte ai Tifosi accorsi per supportare il pilota spagnolo, fino a quel momento autore di una gara faticosamente opaca, e il compagno di squadra, il finlandese Kimi Raikkonen, neppure lui particolarmente brillante sul circuito brianzolo. Ora, la natura del guasto era meccanica, nessun errore da parte del pilota spagnolo che sta dando il massimo per salvare una stagione inaccettabile per un team come la Ferrari; ma a mente fredda, rianalizzando i fatti e le dichiarazioni di questo weekend, una prima osservazione è sorta spontanea: speriamo non sia il preludio per una nuova “testa tagliata”. Il problema è che questa volta, rischia di rimetterci il cosiddetto “pezzo da novanta” – il presidente in persona.

Ma è veramente necessario continuare su questa linea? Che cosa si otterrebbe di meglio, con un nuovo presidente, nel breve termine? Ovviamente, la dirigenza avrà sicuramente i suoi piani ben definiti e dettagliati al riguardo, ma riorganizzare un team non è un processo che dà risultati nell’immediato, specie in questa F1 piuttosto “imbavagliata”, specie quando ci sono coinvolte centinaia di persone e uno dei problemi della squadra sembra essere la sinergia tra i vari reparti e la relativa comunicazione. Il ritiro di ieri deve servire come spunto di riflessione su quanto fatto fino a Monza e cosa fare per evitare alla Ferrari un’altra stagione da dimenticare. La Ferrari deve tornare a essere una squadra vera e propria, unita e con una direzione chiara da seguire tutti insieme, com’era fino al 2006, 2007 massimo. A togliere continuamente membri – ed è come smontare una macchina efficiente pezzo dopo pezzo – si ottiene il caos, e si ottiene una macchina che non funziona più come prima, che va portata costantemente dal meccanico per essere riparata. E soprattutto, al primo segno di difficoltà, deve tornare a essere una squadra che non prende decisioni affrettate, annebbiate dal caos e dalla paura di sbagliare di nuovo. Uno dei leitmotiv degli anni delle grandissime vittorie era proprio: “si vince insieme, si perde insieme”. Magari solo quello non sarà sufficiente a risollevare la Ferrari nel 2014 (più probabilmente nel 2015), tuttavia crediamo che sia un ottimo principio dal quale ricostruire un ciclo vincente. Principio che vince, non si cambia.

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