Olocausto: persecuzione e sterminio totale degli Ebrei da parte del regime nazista. Per estensione, lo sterminio di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute indesiderabili” o inferiori dal regime, per motivi politici o razziali.

Shoah: termine ebraico con il quale viene indicato il genocidio degli Ebrei vittime del genocidio nazista, preferito ad olocausto in quanto vi è estraneo il concetto di sacrificio inevitabile.

Indifferenza: condizione o atteggiamento di totale disinteresse per qualcuno o per qualcosa. Noncuranza.

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Vincere l’indifferenza parlando di Olocausto e Shoah contro i rimandi di odio e violenza emanati da un periodo storico apparentemente lontano, ma che in realtà è molto vicino a noi: il giornalista e scrittore Gad Lerner e l’onorevole Rosy Bindi, insieme al sindaco di Sinalunga Edo Zacchei,  hanno dato l’opportunità alla comunità sinalunghese, grazie all’iniziativa organizzata in occasione della Giornata della Memoria al teatro Ciro Pinsuti, di riflettere su queste tematiche.

La sensazione che molti recriminano in merito a Shoah e Olocausto è che se ne parla troppo. Forse è vero, quanto è vero che fino ad ora ne abbiamo parlato troppo poco. E se fino ad oggi non ne abbiamo parlato abbastanza non è perché siamo indifferenti davanti alla storia, ma per paura, per vergogna o per entrambi.

In questo caso però la vergogna non è legata alla timidezza, ma alla mortificazione e all’umiliazione di aver perso, per le idee di altri, la propria dignità umana e la propria libertà. L’essere spogliati dei propri averi, denudati davanti a tutti, rasati, perdere ogni decenza e cercare invano di ritrovarla in una casacca o in un paio di pantaloni e in un paio di zoccoli, in un numero tatuato nel braccio sinistro o in un contrassegno colorato che identificava l’individuo (ebrei, Rom, Sinti, testimoni di Geova, asociali, omosessuali, apolidi, criminali e prigionieri politici), sono situazioni che tutti vorrebbero nascondere e dimenticare. E invece no, anche se non è semplice per un sopravvissuto rivivere la vita all’interno delle ‘fabbriche della morte’, non dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere nè paura nè vergogna di raccontare, dobbiamo creare una memoria che sia più forte di ogni tipo di odio.

‘Le realtà vissute in quei campi erano troppo brutte per essere raccontate e ricordate. C’era una sorta di vergogna.’ – dice Lerner rispondendo alla domanda dell’onorevole Bindi sul perché fino ad ora c’è stata una sorta di reticenza a parlare dell’argomento. 

Il silenzio, spesso e soprattutto in queste casi, è la cura migliore, ma non il rimedio. Il silenzio genera indifferenza e l’indifferenza, in questo caso, non è ammissibile. Parlare, raccontare, scrivere, costruire una memoria storica, anche se dolorosa e buia, è necessario e doveroso e soprattutto ci deve aiutare a non commettere gli stessi errori del passato e a vigilare sull’oggi.

‘È importante denunciare ogni forma di razzismo e di discriminazione, non solo quelle contro il popolo ebraico che tornano pericolosamente ad affacciarsi, ma anche quelle che si manifestano contro chi ha un colore della pelle diverso dal nostro, pratica una religione diversa, e magari appartiene ad una condizione sociale che riteniamo inferiore. Vogliamo aiutarci a costruire una città nella quale ci sia posto per tutti. Soprattutto per i più deboli’ – aggiunge l’onorevole Bindi.

“Io adesso sono cittadino italiano – racconta Lerner della sua vita – Non avere una città e una patria è difficile. Essere apolide è difficile”. La storia di Lerned inizia con due grandi migrazioni da parte della sua famiglia, la prima compiuta dai nonni e la seconda dai genitori:

“Io sono nato a Beirut da una famiglia ebraica che si è stabilita in Palestina fin da prima della fondazione dello Stato ebraico e dove ancora oggi vivono molti miei parenti. I miei nonni paterni erano nati in Galizia ebraica, originari di Drohobyc, emigrati poi in Palestina, mentre i miei nonni materni erano palestinesi. Mia madre è nata a Tel Aviv, per poi trasferirsi in Libano. Pochi anni dopo la mia nascita, avviene la seconda migrazione della mia famiglia. Dal Libano raggiungemmo, prima Panama, per poi arrivare  in Italia e per molti anni, io e la mia famiglia siamo stati dei veri e propri apolidi, dal momento che lo stato italiano solo dopo tanto tempo ci ha riconosciuto la cittadinanza”. Per Gad Lerner le migrazioni sono state e sono un elemento provvidenziale.

Razzismo e antisemitismo, odio e violenza contro chi viene giudicato ‘diverso’, la comunicazione che non è più capace di fare il suo lavoro, il giornalista e scrittore ha spaziato sui tanti temi ed elementi che purtroppo, nonostante tutti gli sforzi, rischiano di portare il nostro Paese verso un impoverimento culturale, facendolo diventare un terreno fertile per il ritorno di una cultura totalitaria e autoritaria. Gad Lerner poi ha commentato gli attuali fatti di persecuzione antisemita avvenuti proprio in occasione della Giornata della Memoria, a Torino, dove sul muro di casa di una 65enne di religione ebraica è apparsa la scritta ‘Crepa sporca ebrea’ o a Mondovì in cui sulla porta dell’abitazione del figlio di Lidia Beccaria Rolfi, staffetta partigiana deportata a Ravensbruck e deceduta nel 1996, è stato scritto ‘Qui abita un ebreo’:

“Purtroppo la simbologia è ancora molto potente. La storia però ci insegna che raccontare e ricordare è necessario affinché mai più si possano verificare cose del genere. Non solo, conoscere il passato ci insegna a scegliere le vie per essere umani migliori, la memoria deve presidiare il presente e ci deve fornire gli anticorpi per mantenere umana la nostra sensibilità”.

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