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‘La memoria ha senso se è vigilanza per l’oggi’-  Gad Lerner ricorda la Shoah

Olocausto: persecuzione e sterminio totale degli Ebrei da parte del regime nazista. Per estensione, lo sterminio di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute indesiderabili” o inferiori dal regime,…

Olocausto: persecuzione e sterminio totale degli Ebrei da parte del regime nazista. Per estensione, lo sterminio di tutte le categorie di persone dai nazisti ritenute indesiderabili” o inferiori dal regime, per motivi politici o razziali.

Shoah: termine ebraico con il quale viene indicato il genocidio degli Ebrei vittime del genocidio nazista, preferito ad olocausto in quanto vi è estraneo il concetto di sacrificio inevitabile.

Indifferenza: condizione o atteggiamento di totale disinteresse per qualcuno o per qualcosa. Noncuranza.

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Vincere l’indifferenza parlando di Olocausto e Shoah contro i rimandi di odio e violenza emanati da un periodo storico apparentemente lontano, ma che in realtà è molto vicino a noi: il giornalista e scrittore Gad Lerner e l’onorevole Rosy Bindi, insieme al sindaco di Sinalunga Edo Zacchei,  hanno dato l’opportunità alla comunità sinalunghese, grazie all’iniziativa organizzata in occasione della Giornata della Memoria al teatro Ciro Pinsuti, di riflettere su queste tematiche.

La sensazione che molti recriminano in merito a Shoah e Olocausto è che se ne parla troppo. Forse è vero, quanto è vero che fino ad ora ne abbiamo parlato troppo poco. E se fino ad oggi non ne abbiamo parlato abbastanza non è perché siamo indifferenti davanti alla storia, ma per paura, per vergogna o per entrambi.

In questo caso però la vergogna non è legata alla timidezza, ma alla mortificazione e all’umiliazione di aver perso, per le idee di altri, la propria dignità umana e la propria libertà. L’essere spogliati dei propri averi, denudati davanti a tutti, rasati, perdere ogni decenza e cercare invano di ritrovarla in una casacca o in un paio di pantaloni e in un paio di zoccoli, in un numero tatuato nel braccio sinistro o in un contrassegno colorato che identificava l’individuo (ebrei, Rom, Sinti, testimoni di Geova, asociali, omosessuali, apolidi, criminali e prigionieri politici), sono situazioni che tutti vorrebbero nascondere e dimenticare. E invece no, anche se non è semplice per un sopravvissuto rivivere la vita all’interno delle ‘fabbriche della morte’, non dobbiamo nascondere, non dobbiamo avere nè paura nè vergogna di raccontare, dobbiamo creare una memoria che sia più forte di ogni tipo di odio.

‘Le realtà vissute in quei campi erano troppo brutte per essere raccontate e ricordate. C’era una sorta di vergogna.’ – dice Lerner rispondendo alla domanda dell’onorevole Bindi sul perché fino ad ora c’è stata una sorta di reticenza a parlare dell’argomento. 

Il silenzio, spesso e soprattutto in queste casi, è la cura migliore, ma non il rimedio. Il silenzio genera indifferenza e l’indifferenza, in questo caso, non è ammissibile. Parlare, raccontare, scrivere, costruire una memoria storica, anche se dolorosa e buia, è necessario e doveroso e soprattutto ci deve aiutare a non commettere gli stessi errori del passato e a vigilare sull’oggi.

‘È importante denunciare ogni forma di razzismo e di discriminazione, non solo quelle contro il popolo ebraico che tornano pericolosamente ad affacciarsi, ma anche quelle che si manifestano contro chi ha un colore della pelle diverso dal nostro, pratica una religione diversa, e magari appartiene ad una condizione sociale che riteniamo inferiore. Vogliamo aiutarci a costruire una città nella quale ci sia posto per tutti. Soprattutto per i più deboli’ – aggiunge l’onorevole Bindi.

“Io adesso sono cittadino italiano – racconta Lerner della sua vita – Non avere una città e una patria è difficile. Essere apolide è difficile”. La storia di Lerned inizia con due grandi migrazioni da parte della sua famiglia, la prima compiuta dai nonni e la seconda dai genitori:

“Io sono nato a Beirut da una famiglia ebraica che si è stabilita in Palestina fin da prima della fondazione dello Stato ebraico e dove ancora oggi vivono molti miei parenti. I miei nonni paterni erano nati in Galizia ebraica, originari di Drohobyc, emigrati poi in Palestina, mentre i miei nonni materni erano palestinesi. Mia madre è nata a Tel Aviv, per poi trasferirsi in Libano. Pochi anni dopo la mia nascita, avviene la seconda migrazione della mia famiglia. Dal Libano raggiungemmo, prima Panama, per poi arrivare  in Italia e per molti anni, io e la mia famiglia siamo stati dei veri e propri apolidi, dal momento che lo stato italiano solo dopo tanto tempo ci ha riconosciuto la cittadinanza”. Per Gad Lerner le migrazioni sono state e sono un elemento provvidenziale.

Razzismo e antisemitismo, odio e violenza contro chi viene giudicato ‘diverso’, la comunicazione che non è più capace di fare il suo lavoro, il giornalista e scrittore ha spaziato sui tanti temi ed elementi che purtroppo, nonostante tutti gli sforzi, rischiano di portare il nostro Paese verso un impoverimento culturale, facendolo diventare un terreno fertile per il ritorno di una cultura totalitaria e autoritaria. Gad Lerner poi ha commentato gli attuali fatti di persecuzione antisemita avvenuti proprio in occasione della Giornata della Memoria, a Torino, dove sul muro di casa di una 65enne di religione ebraica è apparsa la scritta ‘Crepa sporca ebrea’ o a Mondovì in cui sulla porta dell’abitazione del figlio di Lidia Beccaria Rolfi, staffetta partigiana deportata a Ravensbruck e deceduta nel 1996, è stato scritto ‘Qui abita un ebreo’:

“Purtroppo la simbologia è ancora molto potente. La storia però ci insegna che raccontare e ricordare è necessario affinché mai più si possano verificare cose del genere. Non solo, conoscere il passato ci insegna a scegliere le vie per essere umani migliori, la memoria deve presidiare il presente e ci deve fornire gli anticorpi per mantenere umana la nostra sensibilità”.

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Il Concerto della memoria a Foiano della Chiana

«Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi…

«Coltivare la Memoria è ancora oggi un vaccino prezioso contro l’indifferenza e ci aiuta, in un mondo così pieno di ingiustizie e di sofferenze, a ricordare che ciascuno di noi ha una coscienza e la può usare». Con queste potentissime parole pronunciate dalla Senatrice Liliana Segre, la presidentessa dell’ANPI sez. Foiano della Chiana ha dato il via al Concerto della memoria, organizzato dall’Associazione partigiani, in collaborazione con Donne di carta, Slow Food Valdichiana e con il patrocinio del Comune, che si è tenuto domenica 26 gennaio.

Un evento necessario. Un pomeriggio che chiede di soffermarci su catastrofiche colpe che macchieranno per sempre il genere umano. Errori ed orrori commessi da mostri contro esseri umani. Violenze delle quali italiani fascisti e indifferenti sono stati complici.

“Il ricordo come prevenzione” si diceva fino a pochissimi anni fa. Adesso sembra sia diventato necessario “ricordare per curare”. Questo cambiamento è tangibile nel clima sociale e politico italiano ed europeo e la preoccupazione di Liliana Segre ce lo sbatte davanti agli occhi con la forza di chi sa, perché ha già sofferto: «Temo di vivere abbastanza per vedere cose che pensavo la Storia avesse definitivamente bocciato, invece erano solo sopite».

Gli allievi dei corsi di musica da camera del Conservatorio F. Morlacchi di Perugia, diretti da Acquarelli Antonella, si sono esibiti in brani e canti composti da autori legati in modo diretto o indiretto alla tradizione ebraica o all’universale canto di tutti gli esseri considerati “indesiderabili” su questa terra e per questo sterminati. La musica come mezzo per potenziare la comunicazione emotiva ed empatica. La musica che a volte penetra nella nostra coscienza con più forza delle parole. È questo il senso di ricordare l’olocausto attraverso la musica.

“Il fatto che gli eventi organizzati dall’ANPI – spiega Mariangela Raspanti, presidentessa dell’associazione – richiamino così tante persone da riempire ogni volta le sale messe a disposizione del comune, fa capire quanto sia fertile il tessuto sociale e culturale di Foiano.”

“Nei giorni scorsi – continua Mariangela – abbiamo assistito a un atto vile, vergognoso ed emblematico della grandissima ignoranza che in questo periodo avvolge il clima politico e sociale italiano. Ad azioni vili e senza pudore il pubblico dei media si sta pericolosamente abituando. Tale comportamento viene riproposto quotidianamente da politici e cittadini italiani, sicuri ormai di muoversi in un ambiente che lentamente viene privato di ogni regola morale. L’indecente scritta antisemita in tedesco “qui vive un’ebrea” comparsa sulla porta di casa di Aldo Rolfi, figlio di Lidia Beccaria Rolfi sopravvissuta ai campi di sterminio, è l’ultimo di una lunghissima serie di atti carichi di odio e violenza. La vicenda lascia chiaramente trapelare tutta l’ignoranza di un popolo che non ha mai fatto i conti con il proprio passato e che tutt’oggi non viene messo in condizioni di potersi formare secondo principi democratici, antifascisti e pacifisti, che sono i pilastri fondamentali della Costituzione italiana. Lidia Rolfi non era ebrea. Era una staffetta partigiana che venne deportata al campo di concentramento di Ravensbruck per la sua attività politica. Con questo vorrei invitare tutti a riflettere sull’importanza dell’istruzione antifascista nelle scuole, che viene garantita dai principi costituzionali, ma che non trova e non ha mai trovato un riscontro pratico, se non in rarissime eccezioni”

 

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Treno della Memoria 2019: il racconto dell’esperienza degli studenti

Il Treno della Memoria è un progetto realizzato ogni due anni dalla Regione Toscana con l’obiettivo di educare alla cittadinanza attiva, rafforzare l’identità europea e aumentare i momenti di riflessione e…

Il Treno della Memoria è un progetto realizzato ogni due anni dalla Regione Toscana con l’obiettivo di educare alla cittadinanza attiva, rafforzare l’identità europea e aumentare i momenti di riflessione e confronto con i ragazzi sulla risposta sociale da dare ai conflitti. Nel corso degli anni sono stati svolti dei viaggi per ricordare i drammatici eventi della Seconda Guerra Mondiale, diretti ad Auschwitz o altri campi di concentramento dove migliaia di persone hanno perso la vita, con la prospettiva di esercitare la memoria con un’esperienza diretta e non solamente attraverso i libri di testo o le celebrazioni ufficiali.

I viaggi vengono organizzati in prossimità della “Giornata della Memoria”, ricorrenza fissata al 27 Gennaio e dedicata alla commemorazione delle vittime dell’Olocausto. Ogni anno vengono coinvolti più di cinquecento ragazzi dagli istituti superiori di tutta Italia, e tra i partecipanti dell’edizione appena conclusa c’era anche una delegazione di studenti provenienti dalla Valdichiana. Si tratta di Lavinia Vestri, Giulia Pasqualoni, Daniel Chierchini e Giacomo Paolini dell’Istituto Redi, Giulia Conti, Noemi Pasquadibisceglie, Nico Canapini e Luca Venturini dell’Istituto Caselli, accompagnati dalla professoressa Lara Pieri.

I ragazzi sono partiti domenica 20 gennaio a bordo del Treno della Memoria, diretti ad Auschwitz, in compagnia di docenti preparati all’esperienza e al tema di quest’edizione: “Razzismi di ieri e di oggi: il buon uso della memoria”. Il treno è partito da Santa Maria Novella alla volta della Polonia, passando per il Brennero, l’Austria e la Repubblica Ceca, per un totale di circa diciannove ore. Sul treno i ragazzi hanno avuto la possibilità di parlare con dei testimoni diretti della Shoah e con dei sopravvissuti ai campi di sterminio, come le sorelline Andra e Tatiana, scampate agli esperimenti del dottor Mengele.

Lunedì 21 Gennaio i ragazzi hanno visitato il campo di Auschwitz-Birkenau, in una fredda giornata piena di emozioni. Dopo la visita guidata si è svolto un corteo verso il Monumento internazionale alle vittime del nazifascismo, dove ogni ragazzo ha pronunciato al microfono il nome di giovani deportati.

“Posso dire che se una cosa non la vedi con i tuoi occhi non la puoi capire fino in fondo. – ha commentato Lavinia Vestri, della classe quarta – Per tutti questi anni abbiamo studiato la Shoah e le atrocità che hanno colpito gli ebrei, però non avevamo capito davvero cosa volesse dire il campo di concentramento finché non l’abbiamo visto”.

Il giorno successivo i ragazzi hanno visitato il celebre campo di Auschwitz, che ha ripreso il nome polacco di Oświęcim, con il museo della memoria e il muro della morte. Il viaggio ha poi fatto tappa al Cinema Kijow di Cracovia, dove è avvenuto un confronto diretto con i testimoni dell’Olocausto, racconti video e interviste in prima persona. Un’esperienza propedeutica all’incontro del giorno seguente, presso l’Università Jagellonica, dove attraverso l’iniziativa “Europa e memoria” gli studenti italiani e polacchi hanno potuto dialogare in maniera pubblica con i sopravvissuti, in un’ampia discussione interculturale alla presenza del presidente della Regione Toscana Enrico Rossi e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea.

Giovedì 24 Gennaio il Treno della Memoria è ripartito alla volta della Toscana, con i ragazzi carichi di esperienze e riflessioni. Nei giorni successivi si sono svolte assemblee scolastiche all’Istituto Redi Caselli e incontri pubblici (come quello agli ex-Macelli nell’ambito del Mengafono) per raccontare il viaggio, supportati da immagini fotografiche.

“Grazie a questo tema è stato possibile, – ha spiegato la professoressa Lara Pieri – nell’intenso lavoro di preparazione al viaggio, non solo approfondire argomenti storici, ma anche agganciarsi a un presente in cui atteggiamenti razzisti emergono in maniera molto preoccupante.”

Dall’esperienza prenderà vita una mostra fotografica, che sarà allestita in maniera permanente all’interno dell’istituto, ma che potrà poi spostarsi nelle altre scuole del territorio, in modo che i ragazzi possano raccontare la loro esperienza tramite la scelta delle foto e le emozioni da loro suscitate. I racconti personali, infatti, coinvolgono a livello emotivo: un’esperienza diretta che i partecipanti al Treno della Memoria hanno vissuto attraverso l’incontro con i testimoni dell’Olocausto.

“Anche se si tratta di persone ormai anziane, la loro forza comunicativa ed emotiva è enorme, c’è tanto vigore nelle loro parole. – commenta la professoressa Pieri – Grazie ai loro racconti ti senti più coraggiosa, ti sembra quasi di poter cambiare le cose, in una situazione generale in cui tutti siamo passivi e non si crede più che ognuno possa fare la differenza, tanto da sentirsi vinti senza combattere. E invece nelle parole di questi testimoni c’è forza, vitalità, un’emozione che dona coraggio.”

Per finire, lasciamo la parola ai testimoni diretti di questo viaggio: un estratto del servizio realizzato per Toscana Notizie in cui sono presenti anche alcuni studenti dell’Istituto Redi che raccontano l’esperienza appena conclusa.

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“I sommersi”, dalla memoria alla salvezza

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” così diceva Primo Levi, una famosa frase che potrebbe riassumere il senso della Giornata della Memoria. Una frase che potrebbe essere considerata il…

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” così diceva Primo Levi, una famosa frase che potrebbe riassumere il senso della Giornata della Memoria. Una frase che potrebbe essere considerata il filo conduttore dello spettacolo teatrale “I Sommersi”, andato in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano e al Teatro degli Arrischianti di Sarteano proprio a cavallo della Giornata della Memoria 2014.

Un gruppo di discendenti dei prigionieri di Auschwitz fa visita al vecchio campo di concentramento, cercando di capire il senso di quell’orrore. Una volta all’interno, però, i fantasmi dei morti e dei sopravvissuti prendono il sopravvento e trasformano la visita in una macabra rappresentazione umoristica. Una sorta di meta-teatro, di rappresentazione nella rappresentazione, in cui vengono riadattati testi di Tabori, Levi, Weiss e lettere dei condannati a morte della resistenza europea.

Lo spettacolo del regista Carlo Pasquini manifesta una vicinanza particolare a quel Primo Levi di cui richiama il titolo, “I sommersi e i salvati”. La memoria è la migliore forma di resistenza contro la violenza, subita sia negli anni della Seconda Guerra Mondiale, sia in epoca attuale, con la minaccia del revisionismo e della dimenticanza. Ma c’è di più: la memoria diventa anche un’arma straordinaria contro la mancanza di senso, contro la mancanza di spiegazione di quell’orrore, che contagiava e corrompeva anche gli stessi prigionieri del lager. E quindi la memoria diventa l’unica forma di salvezza, in una vicenda in cui la mente umana fatica a trovare il senso di tutto quell’orrore. Pur con tutti i suoi filtri, la sua fallacità e le sue ambiguità, la memoria è lo strumento della salvezza.

Questo è forse il senso più profondo della Giornata della Memoria, e lo spettacolo “I sommersi” ha il merito di trasmetterlo con efficacia al pubblico. Più della rappresentazione realistica degli orrori, più delle grottesche imitazioni di vita all’interno del lager, più della mancanza di senso che ancora oggi proviamo nel pensare alla terribile esperienza dell’olocausto. Lo spettacolo riesce nel suo intento, presentandosi come una produzione di qualità capace di coinvolgere attori e interpreti del territorio, valorizzare tematiche così importanti e tener accesa la fiamma della memoria. Un plauso quindi agli attori, dai più esperti ai più giovani, ai registi e ai curatori, capaci di confezionare un prodotto all’altezza delle aspettative.

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Unica pecca dello spettacolo è forse l’eccesso di scene poco fruibili al primo impatto e uno stile autoriale che poco si adatta alla necessità di diffondere e coltivare la memoria. Credo infatti che per la riuscita della Giornata della Memoria siano necessari anche linguaggi e stili più semplici, assieme a un impianto narrativo più generalista che consenta una maggiore presa del pubblico. Se è necessario che la memoria sia condivisa da tutti, è preferibile che non rimanga confinata in quella nicchia di cultura “alta” o così spesso definita, superando quella classica diatriba tutta italiana per cui se piaci al pubblico non puoi piacere anche alla critica, e viceversa. Soprattutto per obiettivi come quelli della Giornata della Memoria, produzioni come “La vita è bella” di Benigni e “Bastardi senza gloria” di Tarantino riescono nella difficile impresa di convincere pubblico e critica, e di ricordarci che si può parlare di temi alti anche con linguaggi bassi.

Ma, in fin dei conti, è una pecca della nostra memoria e della nostra società, non certo dello spettacolo “I sommersi”, che coglie pienamente nel segno. I tempi cambiano, infatti, incessantemente. E con loro la memoria e la nostra reazione ad essa. “La vita è bella” è un film che ha ormai più di sedici anni, inserito in un contesto culturale di fine anni ’90, in cui una canzone come “Il mio nome è mai più” poteva diventare il singolo musicale più venduto in Italia. Nella Giornata della Memoria 2014, invece, la mia bacheca facebook è invasa di commenti che invitano a bruciare gli zingari, gli omosessuali sono ancora considerati cittadini di seconda fascia e gli ebrei rimangono i protagonisti principali di ogni complotto internazionale e finanziario degno di questo nome.

Forse la memoria non è sufficiente per raggiungere la salvezza. Questo è il dubbio che mi opprime dopo la visione de “I sommersi”. Forse la Giornata della Memoria non è abbastanza, forse la conoscenza non è sufficiente. Sempre più relegata tra le feste comandate, in un passato apparentemente intoccabile e inspiegabile, come se non avesse alcuna relazione con la società odierna, come se fosse appannaggio soltanto di una cultura alta, amplificandone la propria incomprensibilità. Forse, a differenza di quanto sosteneva Primo Levi, è arrivato il momento di comprendere pienamente il senso di quell’orrore. E questo spettacolo teatrale compie un passo nella giusta direzione, imponendoci di guardare al passato con gli occhi del presente.

I complimenti per lo spettacolo “I sommersi” sono poi da estendere al Cantiere Internazionale d’Arte, che ancora una volta dimostra la sua capacità di attrazione per l’intera area della Valdichiana. La partecipazione di attori del territorio, il coinvolgimento delle scuole, la messa in scena nei teatri di Montepulciano e di Sarteano, dimostrano la lungimiranza di intraprendere progetti in sinergia con le altre realtà locali.

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Per non dimenticare: “I Sommersi” in scena a Montepulciano. Intervista al regista Carlo Pasquini

Il regista Carlo Pasquini propone un allestimento ispirato alle più struggenti pagine letterarie che raccontano l’Olocausto. Sabato 25 gennaio ore 21.15 e domenica 26 gennaio ore 17.15 al Teatro Poliziano….

Il regista Carlo Pasquini propone un allestimento ispirato alle più struggenti pagine letterarie che raccontano l’Olocausto. Sabato 25 gennaio ore 21.15 e domenica 26 gennaio ore 17.15 al Teatro Poliziano. In replica al Teatro degli Arrischianti di Sarteano il 27 gennaio alle 21.30. 

“Se Dio è morto, tutto è permesso.” Sigillando in questa frase l’orrore che l’Olocausto ha rivelato all’umanità, si potrebbe anche dire che con quell’orrore si può solo giocare con macabro umorismo. Da questa riflessione scaturiscono le scelte che hanno dato vita allo spettacolo nel quale un gruppo di discendenti degli Häftlingen (prigionieri) di Auschwitz si reca in visita al vecchio campo e precisamente alla baracca 6, triste teatro di atroci vicende. Una volta dentro i fantasmi dei morti e dei sopravvissuti trasformano la “gita” in una macabra rappresentazione umoristica: una messa nera a perenne allegoria dello sterminio e del male.

E’ questo il fil rouge de “I Sommersi”, spettacolo teatrale che andrà in scena proprio nei Giorni della Memoria, a cavallo di quel 27 gennaio, anniversario dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, che lo Stato Italiano riconosce come data in cui ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte ma anche chi vi si oppose.

Per l’occasione abbiamo incontrato Carlo Pasquini, regista e autore della rappresentazione, che ci ha raccontato come è nata l’idea di mettere in scena uno spettacolo legato a una delle pagine più struggenti e buie della nostra storia e della nostra letteratura.

C.P: “L’idea di fare una rappresentazione legata all’Olocausto è nata dal fatto che le nuove generazioni sappiamo e non dimentichino cosa un popolo ha dovuto subire per essere di razza diversa”. Questa rappresentazione nasce dalla voglia di evitare l’evocazione realistica e per rappresentare l’annientamento dell’identità nei lager e per questo ho riadattato liberamente testi di Tabori, Levi, Weiss e dalle Lettere dei condannati a morte della resistenza europea”.

Così facendo il regista ricorre a una rappresentazione nella rappresentazione, ma cosa significa? Come hai strutturato lo spettacolo?
C.P: “Si può parlare anche di meta-teatro. Si parte dalla convinzione che l’orrore di Auschwitz non si può rappresentare, non sarebbe mai credibile. George Tabori, uno degli autori, ha avuto il padre sterminato ad Aushwitz e immagina un gruppo di discendenti di vittime del Lager che tentano di immedesimarsi nei genitori. Vogliono capire la vicenda che ha portato i loro antenati – stremati dalla fame – a cucinare i resti del compagno Puffi per mangiarlo”.

Tu, in questa storia, hai “giocato con macabro umorismo” sull’orrore che porta con sé tutta la vicenda dell’Olocausto, ma in che modo lo hai fatto?
C.P: “Come può un attore ridare anima a questi corpi, farli spasimare per la fame, rabbrividire, lottare per una mosca, percepirli e rappresentarli come esseri umani degradati e non come drammatiche icone”? “L’umorismo nasce, involontario, dalle dimensioni ineguagliabili di questo orrore”.

Scena da "I Sommersi"

Scena da “I Sommersi”

Che cosa è per te l’Olocausto?
C.P: “Nonostante che le tragedie, le deportazioni, le eliminazioni di massa non siano mai cessate, l’Olocausto resta paradigmatico di una natura umana nella quale il male prende il sopravvento contro la natura stessa”. Auschwitz ci dice che il male è dentro di noi, che non c’è nessun altro demone che il proprio”.

La tua produzione prosegue il percorso nato sotto forma di laboratorio durante il Cantiere Internazionale d’Arte del 2009 e questa è la prima produzione del gruppo per la stagione invernale del Teatro Poliziano. Questo progetto sta funzionando bene, in quanto ha un vasto seguito di partecipazione e di coinvolgimento diretto. Sono ben ventuno gli attori impegnati, alcuni di riconosciuto spessore ed esperienza, altri invece alle prime armi. Ecco, questo accostamento, fu definito dal Maestro Hans Werner Henze, fondatore del Cantiere, un momento pedagogico e di crescita umana dello spettacolo e di chi guarda lo spettacolo, “I Sommersi” può avere tali valori? E se sì, in che modo?
C.P: “L’arte ha sempre un valore pedagogico insito nella sua essenza, perché si pone domande originarie sull’uomo e sulla vita”. Il teatro in particolare permette ai giovani di esprimersi creativamente perché ognuno di loro ha un corpo e una voce da far suonare. Metterli di fronte ad una tragedia di queste dimensioni li obbliga a interrogarsi e a riflettere. Da questi due movimenti elementari nasce la persona e la sua crescita umana”.

Una tragedia di questo tipo dovrebbe obbligare tutti a interrogarsi e a riflettere su quello che è stato e su quello che sarà. Lo sterminio di circa i due terzi degli ebrei d’Europa, operato dalla Germania nazista, ebbe inizio nel 1933 con la segregazione degli ebrei tedeschi e che proseguì poi in tutta l’Europa occupata dal Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale, con il concentramento e la deportazione che culminò nel 1941con lo sterminio fisico per mezzo di eccidi di massa, è un fatto storico che ha cambiato la nostra visione di vedere le cose e approcciarsi a ciò che è diverso da noi o dal nostro modo di vedere le cose.

La pagina della Shoah è sempre molto viva in ognuno di noi, alimentata dalle innumerevoli stragi di innocenti che avvengono e che inconsapevolmente ci riportano alla mente quello sterminio di migliaia di persone. Basti ricordare la tragedia degli innocenti avvenuta il 3 ottobre scorso a Lampedusa, oppure le migliaia di persone che muoiono ogni giorno a causa di guerre, avvolte inutili, destinate ad andare avanti per anni senza un nulla di fatto, oppure ancora a persone che muoiono perché diverse. Il Giorno della Memoria è un momento per fermarsi a riflettere sull’origine delle violenze in ambito culturale e nelle abitudini dei singoli cittadini e delle comunità, e su come queste crescano lentamente ma in maniera costante. Con queste riflessioni si tenta di fare luce sui segnali delle violenze e delle intolleranze nascoste che, seppur in forme diverse, possano sfociare in nuove forme di Olocausto e sarebbero perfettamente inutili se rimanessero sterili e non servissero invece a capire meglio la realtà in cui viviamo per poterla conoscere, giudicare e affrontare meglio.

” Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario” diceva Primo Levi

Lo spettacolo va in scena al Teatro Poliziano sabato 25 (ore 21.15) e domenica 26 gennaio (ore 17.15), la compagnia replicherà al Teatro degli Arrischianti di Sarteano lunedì 27 gennaio alle 21.30. Il progetto si rivolge anche ai ragazzi con una matinée riservata agli studenti dei Licei Poliziani in calendario per il 25 gennaio.
Info: 0578 757007 | info@fondazionecantiere.it | Teatro Poliziano, Via del Teatro, 4 Botteghino: primo settore 12€, secondo settore 8€

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