La Valdichiana

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Pierrot, Arlecchino e Colombina, più che maschere, colori – Intervista a Maria Claudia Massari

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle…

Sabato 8 Dicembre alle 17:30, al Teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena Pierrot, Arlecchino e Colombina, Una Storia di Amore e Pane, una produzione della Nuova Compagnia delle Arti – Corps Rompu. Sulla scena Maria Claudia Massari, impersonando i tre celebri caratteri della tradizione, ci racconta una vicenda ispirata da un racconto di di Michel Tournier intitolato Pierrot e I Segreti della Notte.  In un piccolo villaggio in Francia, il panettiere Pierrot ama la bella lavandaia Colombina. Questa però non è contenta del suo innamorato, che lavora quando gli altri dormono. Un bel giorno passa di là Arlecchino, imbianchino multicolore, che affascina Colombina con la sua magia di colori e vitalità. Lo spettacolo si avvale della musica dal vivo, suonata da Giovanni Rafanelli e le scene di Mauro Borgogni.

«Questo spettacolo esiste da molto tempo. Si è evoluto tantissimo negli ultimi anni» ci racconta Maria Claudia Massari, principale interprete e regista dello spettacolo «Lo spettacolo ha girato moltissimo e ci sono molto affezionata. Il pubblico di ogni età ha sempre risposto bene, forse anche perché finisce con una bella merenda». Alla fine dello spettacolo, infatti, il ciaccino sfornato da Pierrot diventa l’occasione per condividere una merenda e certificare il lieto fine della vicenda.

Maria Claudia Massari ha lungamente approfondito il teatro d’immagine: la sua formazione a Parigi, presso la Ecole Internationale de Mimodrame de Paris Marcel Marceau e Ecole de l’Acteur François Florent, determina una forte cognizione del teatro di maschera. «Lo spettacolo è un tributo ai miei maestri, Marcel Marceau, Ferruccio Soleri… le maschere sono sempre un bellissimo tema di lavoro» continua Maria Claudia Massari, che da sola, sul palco, interpreta i tre personaggi, senza l’uso della maschera fisica «Ovviamente ho lavorato in maniera non convenzionale: il mio Arlecchino è molto timido, anche se seduttore, non di certo paragonabile a quello di Soleri o di Moretti…».

Lo spettacolo si sviluppa sulla forte caratura simbolica dei colori: «Colombina ha una forte predominanza di bianco, Pierrot di blu e Arlecchino di tutti i suoi colori sgargianti. Colombina ha il bianco luminoso del giorno, contrapposto al blu notturno di Pierrot: i due sono svegli in momenti diversi, e proprio su questo contrasto si sviluppa il loro confronto. Giorno e notte, luce e buio, sole e luna. Poi arriva arlecchino che con i suoi colori creerà scompiglio, ma che alla fine dimostrerà la sua inconsistenza».

Un teatro delle maschere che secondo Maria Claudia Massari è ancora molto vivo: «Magari dovranno passare degli anni prima di capire quali maschere sono ancora vive nei nostri tempi, ma in giro si vedono spettacoli bellissimi che ne fanno uso: a Parigi abbiamo visto La Gattomachia che è un ottimo esempio di contaminazione, per quanto riguarda l’uso delle maschere oggi. Anche Andrea Brugnera è uno che a modo suo, anche quando lavora senza maschera, riesce ad averci una maschera sulla pelle:anche questo è un modo di continuare quella tradizione».

L’appuntamento è a Sarteano, al teatro degli Arrischianti, sabato 8 dicembre alle 17:30. «I bambini – dai 3 anni in su – si troveranno nel loro mondo: poi, ognuno più leggerlo a suo moto, anche gli adulti ovviamente».

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Intervista ad Amanda Sandrelli – La Locandiera: Carlo Goldoni contro il Patriarcato

Sabato 1 Dicembre 2018, La Locandiera di Carlo Goldoni, con la regia e drammaturgia di Paolo Valerio e Francesco Niccolini, va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano. Il personaggio…

Sabato 1 Dicembre 2018, La Locandiera di Carlo Goldoni, con la regia e drammaturgia di Paolo Valerio e Francesco Niccolini, va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano. Il personaggio principale Mirandolina è interpretato da Amanda Sandrelli, gli altri interpreti sono Alex Cendron e Giuliana Colzi, Andrea Costagli, Dimitri Frosali, Massimo Salvianti e Lucia Socci. La produzione è di Arca Azzurra e Teatro Stabile di Verona.

Qualora in un qualsiasi tipo di rappresentazione narrativa venga inserita la scena di una coppia eterosessuale in pieno litigio, il pubblico fruitore percepisce una forte tensione realistica. Se, al contrario, la coppia viene presentata in un atto d’amore, nei canonici segmenti condivisi dei rapporti – dichiarazione d’amore, primo bacio, cena romantica – quello che viene recepito è invece una forzatura smielata, una leziosità romantica evitabile. Questo è uno dei sintomi che rivelano la forte pulsione patriarcale che basa la nostra implicita (in)educazione di genere: assimilare i rapporti più a uno scontro, a una guerra o a un tenzone, piuttosto che a un incontro, a una risoluzione in unità di due corpi. Un retaggio che le società eurasiatiche si portano dietro da millenni: ne parlavano già gli elegiaci romani, Tibullo, Properzio, e soprattutto l’Ovidio dell’Ars Amatoria, che sintetizzava molti dei suoi precetti d’amore, basati sul conquistare una donna attraverso l’inganno, nella celebre punch-line fallite fallentes (ingannate le ingannatrici). Anche il lessico contemporaneo tragitta un’educazione relazionale e sessuale apportata all’antagonismo tra i sessi; la “conquista” e la “preda”, la “resa”, lei che “ci casca”, lui che va “a caccia”, la coguara,  il “morto di fica”, e così via. La completa disfunzione delle interrelazioni di genere, sulle quali il nostro tempo ci impone di riflettere, dimostra una cognizione sessuale sempre più diffratta. Di questa diffrazione, com’è purtroppo ovvio, a pagare di più sono le donne.

Raccontare una vicenda che abbia come protagonista una donna indipendente sembra scuota un ambiguo interesse nel pubblico. L’interpretazione di Joy da parte di Jennifer Lawrence – che le è valsa un Golden Globe e una candidatura all’Oscar Academy Award per la miglior interpretazione femminile – nel 2015 venne osannata dal mondo femminile e ridicolizzata dalla beceraggine di certa critica mansplain. Non parliamo poi di quello che è emerso dal caso Weinstein e dal conseguente movimento #metoo, negli ambiti del terribile squilibrio che viene sancito dal binomio “sesso come merce”/”posizione di potere”.

Ecco: Carlo Goldoni era abbastanza avanti già nel 1753. Non tanto perché attraverso dinamiche drammaturgiche avanguardistiche era riuscito a superare gli schemi fissi della commedia d’improvviso e la canonica composizione delle maschere fisse nello spazio scenico, traghettando la commedia cosiddetta dell’Arte alle forme moderne di commedia d’autore; ma soprattutto perché, attraverso la gestione tridimensionale dei personaggi, riuscì ad analizzare i rapporti tra uomini e donne, la valutazione del sesso nella vita delle persone e soprattutto la pervasività del principio di realtà, e dei valori pubblici, nelle alcove d’amore.

Mirandolina (evoluzione d’autore della maschera fissa di Colombina), protagonista de La Locandiera, è una donna di mezza età, avvenente e consapevole. Gestisce – come appunto suggerisce il titolo della commedia – una locanda a Firenze,  assieme al cameriere Fabrizio. Mirandolina lavora al pubblico e la sua avvenenza attira gli interessi di molti clienti uomini, tra cui il Marchese di Forlipopoli e il Conte d’Albafiorita. La Locandiera è brava a non lasciarsi sedurre, a gestire le avances con la maestria dell’inaccessibilità; ma è il Cavaliere di Ripafratta – simile a lei nell’ambito delle scelte sentimentali – che metterà fortemente in crisi la sua visione dei rapporti.

Amanda Sandrelli ha lavorato per interpretare questo personaggio nel nostro tempo. Le abbiamo fatto un po’ di domande: ecco l’intervista.

LaV: Possiamo dire che ormai sei di casa nei nostri teatri: nelle ultime stagioni hai avuto modo di apparire più volte nelle stagioni teatrali della Valdichiana. Come ti sembra recitare sui nostri palchi e come ti sembra il nostro pubblico?

Amanda Sandrelli: la Toscana, insieme all’Emilia Romagna e alle Marche sono i territori privilegiati per noi attori. Il pubblico sembra educato al teatro. In Toscana c’è una rete molto efficiente: l’offerta teatrale della Toscana, per numero di teatri funzionanti e spettatori, penso sia una delle prime regioni in Italia. Il teatro ha bisogno di educazione: e questa affermazione non vuole essere una cosa presuntuosa o borghese, è una cosa necessaria. Si sente la differenza tra un pubblico abituato a vedere un certo tipo di teatro; si vede quando il pubblico non è abituato, non è attento, non risponde all’attore. Per chi sta in palcoscenico questo è fondamentale. Ogni spettacolo è fatto sia dagli attori che dal pubblico. Quando il pubblico è educato te ne accorgi dal fatto che non squillano i telefonini, c’è silenzio, si ride e si applaude al momento giusto, c’è rispetto per un mestiere che sta dietro la preparazione di uno spettacolo.

LaV: La Locandiera è uno dei testi più celebri del nostro teatro. Viene certamente considerato per il suo peso storico, per il modo con cui ricalca illuministicamente i mutamenti sociali che nel mondo a lui contemporaneo si stavano verificando; ma oggi questo testo dimostra anche come il superamento di certe maschere fisse, ha portato Goldoni a costruire i personaggi secondo tipologie umane, non maschere ma volti comuni, iperrealistici, moderni, ancora oggi fortemente riconoscibili. Cosa ci dice La Locandiera oggi sui rapporti umani e sociali?

Amanda Sandrelli: La rilettura di Francesco Niccolini è perfetta. Questo è un testo perfetto di per sé, Francesco lo ha semplicemente avvicinato ai nostri tempi. Considera che dura un’ora e mezzo, quando in realtà La Locandiera ne dovrebbe durare tre. Il linguaggio è stato avvicinato al pubblico contemporaneo ed è quello che l’autore avrebbe voluto: Goldoni scriveva per la sua epoca, per la gente del Settecento. Ecco: in questa “spolverata” si nota ancora di più quanto i personaggi siano profondi. La Locandiera e il Cavaliere dichiarano una cosa che non è vera per entrambi: la locandiera non vuole uomini intorno, si vuole godere la sua autonomia e il cavaliere odia tutte le donne: dice che non ne ha mai conosciuta una degna di amore. Queste sono ovviamente espressioni di autodifesa. Dichiarano e affermano una forza d’animo che però nasce da una fragilità. Visto che l’amore nessuno lo ha mai deciso, ma è sempre arrivato per tutti, arriva anche per loro. Entrambi però finiscono col rifiutarlo perché non vogliono dichiararsi “perdenti” di fronte agli altri. Mirandolina alla fine decide di rinunciare al rischio, all’amore, al cavaliere che è di una classe sociale diversa dalla sua, poiché rappresenta un pericolo per la sua affermazione, ma soprattutto non si lascia andare con lui per non far vedere agli altri che ha perso. Goldoni ci mostra ancora oggi, nell’era dei social network, di quanto la parte pubblica della nostra vita diventi più importante di quella privata.

LaV: Mirandolina ad un certo punto afferma «Quei che mi corrono dietro, presto mi annoiano. La nobiltà non fa per me. La ricchezza la stimo e non la stimo. Tutto il mio piacere consiste nel vedermi servita, vagheggiata, adorata. Questa è la mia debolezza e questa è la debolezza di quasi tutte le donne…» Cosa ne pensi di quest’affermazione del tuo personaggio?

Amanda Sandrelli: Dunque, in quel monologo Mirandolina non dice la verità, non dice quello che veramente sente. È una dichiarazione di intenti, speculare a quella del cavaliere che dice di “odiare le donne”. È una presa di posizione e come tutte le prese di posizione non è mai completamente vera. Mirandolina non vuole non essere sedotta, ma vuole proteggere un’indipendenza e una liberta che in quel periodo storico era ancora più rara di quanto sia oggi. Lei è una donna del Settecento che ha più o meno la mia età, orfana, sola, che ha deciso di non sposarsi, a cui il padre ha messo accanto un servo, Fabrizio, con il quale probabilmente si intrattiene nel letto ma non lo sposa, perché non le conviene. C’è ancora oggi un pensiero diffuso, nel femminile,  quello che un uomo o un matrimonio ti possa risolvere la vita. È una cosa terribilmente sbagliata. Ti toglie la vera libertà. Mirandolina teme una libertà impossibile: nessuno di noi è libero a meno che non decida di essere solo. Nel momento in cui si ama qualcuno, allora si dipende da qualcuno. Per quanto riguarda me, io intendo oggi la libertà economica e sociale, la libertà di andarsene nel momento in cui un uomo diventa pericoloso. Continuo a pensare che questo sia il primo passo per l’emancipazione: quando le donne saranno davvero indipendenti e nessuna penserà più che un uomo sia una “soluzione” alla propria vita – così come nessuna madre e nessuna nonna lo penserà più – a quel punto anche la violenza di genere verrà sconfitta.


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“Very Abnormal People” – Storie di ordinaria violenza al Teatro degli Orti

Il 23, 24 e 25 novembre 2018, va in scena Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, presso il Piccolo teatro degli Orti a Montepulciano, sede dell’associazione ARTEdaPARTE. Lo…

Il 23, 24 e 25 novembre 2018, va in scena Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, presso il Piccolo teatro degli Orti a Montepulciano, sede dell’associazione ARTEdaPARTE. Lo spettacolo è allestito a sostegno di Amica Donna in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne (il 25 novembre).

Lo spazio nel quale verrà allestito lo spettacolo ha un’aura vocazionale fortemente underground; per struttura e capienza, la sala in Vicolo degli orti 3 di Montepulciano è predisposta per diventare sempre di più un centro di ricerca drammaturgica – e più in generale nell’ambito delle arti performative – per quanto i posti a sedere siano limitati e le misure tecniche di palco ridotte. Ma c’è un elemento potenziale enorme, nella piccola sala (tra l’altro a pochi metri dal Teatro Poliziano): in una dimensione scenica piccola si rende necessario e assoluto il gesto dell’attore: vista la totale assenza di ornamento scenografico, la centralità visuale per l’auditorio è pura e si risolve in un unico punto di fuga.

Una piccola forma di “teatro della crudeltà”, così come era inteso da Antonin Artaud, il quale quando scrisse il manifesto del théâtre de la cruauté, non volle intendere la crudeltà come estetizzazione della violenza, inserita in un impianto drammaturgico, ma come riscatto del gesto e della parola rispetto al testo. Il testo fondativo del Teatro della Crudeltà, inserito poi nella macro-pubblicazione Il Teatro e il Suo Doppio (libro fondamentale per la storia del teatro del secondo novecento) impone al gesto teatrale una riflessione sul linguaggio: Artaud ne ricercava uno “crudele”,  che connettesse la metafisica della parola agli elementi scenici. Jacques Derrida scriverà, commentando le teorie artaudiane, che il teatro della crudeltà non è rappresentazione ma «vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile» e «un trionfo della pura messa in scena». Rileggere questo libro, dopo aver osservato le prove di Very Abnormal People – storie di ordinaria violenza, non può non creare dei link tra le riflessioni sul corpo, sul linguaggio e sulla carne del teatro novecentesco e gli approfondimenti contemporanei sulla consapevolezza e la violenza di genere, l’ossessione para-sessuale della proprietà e la deflagrazione dei rapporti umani. Di crudeltà si parla, e con crudeltà artaudiana se ne parla, senza svelare l’artificio drammaturgico legato alla violenza, ma solo acuminando le sensazioni nel pubblico attraverso il potenziamento del gesto puro degli attori. La mise en scene al Teatro degli Orti di questo spettacolo diventa – purtroppo – necessaria, nel contesto storico e sociale che stiamo vivendo.

Abbiamo intervistato Ira Moering (pseudonimo di Emanuela Castiglionesi), che dirige lo spettacolo e segue gli attori nel laboratorio di espressione emozionale tenuto dalla stessa realtà associativa.

 LaV: Il tema della violenza di genere è malauguratamente ancora molto presente nei dibattiti e nelle cronache del contemporaneo. Quali sono le funzioni aggiuntive che il linguaggio drammaturgico può apportare alle riflessioni sul tema?

Ira Moering: Il problema non è il mezzo o il linguaggio che si usa, ma il messaggio che si manda. Penso che ogni canale sia buono e oggi ne abbiamo tanti a disposizione, ma per arrivare quel messaggio, deve avere un’intensità tale da scuotere le coscienze e farci fare i conti con noi stessi, con la nostra indolenza. La drammaturgia può molto, è attraverso l’Arte che si sono fatte le più grandi rivoluzioni! La letteratura, il teatro, il cinema, la musica, la pittura… arrivano dirette e spesso sono usate per combattere le ingiustizie, per parlare di pace, per raccontare storie. Noi utilizziamo il teatro e attraverso l’interpretazione di questi personaggi complessi, portiamo sia gli attori che gli spettatori a riflettere, a farsi domande, spesso a comprendere meglio storie e situazioni. In questi spettacoli che si definiscono “emozionali”, il pubblico si trova di fronte non tanto all’attore che racconta una vicenda, quanto al volto dell’amico, del parente, della compagna e l’interpretazione colpisce molto di più, la storia tocca molto più da vicino ed il messaggio arriva più intenso.

Purtroppo bisogna dire che la violenza di genere e nel caso specifico sulle donne, è una realtà dalla quale nessuno è immune; il più grande genocidio della storia dell’umanità, un vero e proprio olocausto che continua malgrado l’evoluzione, la tecnologia, la cultura ci abbiano reso così “civilizzati”. Le cronache riportano di continuo notizie di violenza, atti di estrema brutalità, di efferata cattiveria che però ci passano accanto nella quasi totale indifferenza, ormai abituati, assuefatti dalla routine di sentire ogni giorno: “Donna uccisa dal compagno!”, “Ragazza stuprata in centro!”, “Bambina seviziata e uccisa!”, “Anziana picchiata a morte!”, “Madre accoltellata insieme ai bambini!”… bruciata viva, fatta a pezzi, sfregiata, massacrata… i dettagli macabri fanno la differenza, stuzzicano il nostro lato oscuro, il nostro voyeurismo, la curiosità morbosa. Così, tanto più è complicato il caso, tanto più regge l’attenzione sulla notizia, ma poi passa e si dimentica e nulla cambia! Non ci sono leggi adeguate, punizioni esemplari, condanne pesanti… le vittime vengono lasciate sole, prima, durante e dopo…  le famiglie delle vittime vengono abbandonate al loro destino, orfani compresi, mentre i “mostri” diventano famosi.

Si giustifica ma soprattutto si giudica la vittima, i suoi comportamenti, il suo stile di vita, per trovare gli “errori” che ne hanno portato alla tragica fine. Perfino le manifestazioni, i cortei, le ricorrenze stanno diventando eventi abituali, divulgativi, quasi anacronistici. Gli Enti preposti a vigilare, tutelare, proteggere non sono sufficienti, adeguati, presenti o efficienti come dovrebbero spesso per mancanza di fondi, di personale, di spazi, etc… Intanto tutti parlano di prevenzione, ma sempre articolando i discorso al femminile, il tema dominante della propaganda è la difesa: le donne devono imparare a difendersi, ad evitare i maschi violenti, imparare a denunciarli, imparare a liberarsi da rapporti distruttivi, perché l’uomo è di natura cattivo e bisogna imparare a conviverci come con una bestia feroce. Perché non si parla mai al maschile? Le donne parlano alle donne, gli uomini parlano alle donne, ma nessuno parla agli uomini. Le associazioni antiviolenza sono solo per le donne, gli uomini non sono ammessi, neanche quelli che vorrebbero dare una mano e fare davvero la differenza, quelle maschili sono così rare che si contano a malapena. Ma gli uomini tacciono, non si schierano, non s’indignano di essere classificati come  “mostri latenti”, come “bestie”. Come si può cambiare la situazione così? Quale esempio lasciamo? Ma soprattutto perché gli uomini non rispettano le donne?

LaV: Che tipo di lavoro c’è stato alla base della costruzione di Very Abnormal People, sia per quanto riguarda l’apparato scenico sia per la preparazione degli attori?

IM: Un grandissimo lavoro! Premetto che l’idea è nata lo scorso anno, per partecipare attivamente alla lotta contro ogni tipo di violenza e di discriminazione, siamo andati in scena con “AB-Normal”, uno spettacolo, composto da monologhi sul Femminicidio, dove vittime e assassini si raccontavano in tutta la loro disperazione e tutta la loro ferocia. Un’altalena di sensazioni che ha emozionato, sorpreso, fatto riflettere e a tratti divertito con amara ironia. Lo spettacolo ha avuto forte impatto sul pubblico ma soprattutto è stata fonte di grande crescita personale per gli interpreti. Quest’anno abbiamo voluto replicare l‘evento, con un testo tutto nuovo, a tratti più cupo. Ci sono storie terribili, che vanno dalla violenza domestica allo stupro, fino al femminicidio, storie con le quali è difficile rapportarsi. Per affrontare questi personaggi è necessaria una intensa preparazione fisica e mentale, la maggior parte degli interpreti non sono attori professionisti e alcuni sono allievi, ma è una preparazione a cui si sono dovuti sottoporre anche gli attori più esperti per arrivare a dare interpretazioni credibili. Una sfida, una vera e propria prova attoriale, un grande impegno e una grande fatica che è stata affrontata da tutti con tanto entusiasmo. Da circa due mesi ogni Attore lavora in sessioni singole da due ore, andando a ricostruire ogni dettaglio caratteriale, posturale, emotivo del proprio personaggio. Un gran lavoro che, siamo certi, darà i suoi frutti e… inchioderà il pubblico!!!

LaV: Questo tipo di lavoro è parte di una progettualità più grande: quali sono le attività ulteriori (e complementari) portate avanti dall’associazione?

IM: L’Associazione “ARTEdaPARTE” nasce con l’intento di educare all’Arte, attraverso spettacoli, corsi, laboratori, stage, workshop e dare uno spazio creativo a chi non può permettersi i canali ufficiali: teatri, auditorium, sale etc per promuovere il proprio talento. Abbiamo uno spazio attrezzato, sede dell’associazione, che noi chiamiamo “Il Piccolo Teatro degli Orti”, che ha una capienza massima di pubblico di 30 persone, un palco di mt 4×4, tre faretti a LED, due diffusori audio, camerino, servizi; dove svolgiamo le nostre attività e che su richiesta può essere concesso ai nostri associati. Tra le nostre varie attività, da alcuni anni è attivo il Laboratorio di Espressione Emozionale nel quale formiamo alla costruzione scenica del personaggio con lo studio specifico delle emozioni, della mimica espressiva, della voce, della respirazione, del movimento e della postura. Una didattica rivolta sia a chi si avvicina per la prima volta al teatro, sia e soprattutto, a chi già svolge attività artistica e desidera affinare le tecniche teatrali di espressione. Una metodologia che proponiamo anche alle scuole superiori, in alternativa al classico laboratorio teatrale, perché aiuta i ragazzi a conoscere meglio se stessi e gli altri, migliorando la qualità dei rapporti sociali, andando a lavorare sullo studio delle emozioni primarie. Il laboratorio si svolge ogni venerdì dalle ore 21,15 alle 23,30 e invitiamo tutti a venire a curiosare, la prima prova è senza impegno! Lo scorso anno è nata una nuova sezione con “ARTEdaPARTE Historia”, un Gruppo che si occupa di Rievocazione Storica, proponendo performance e spettacoli di vario genere. Con l’occasione ha preso il via il I° Livello del “Percorso di Formazione e Addestramento alla Nobile Arte Cavalleresca”. Questo percorso che si sviluppa su tre livelli di preparazione, affronta la formazione del cavaliere medievale, attraverso lo studio del codice cavalleresco, della disciplina, della spiritualità e del simbolismo. Unendo la parte didattica all’attività fisica, con la guida di Istruttori di Lotta e Arti Marziali e dei migliori Istruttori Nazionali di Scherma Storica quali: A. Conti della “ASD Fiore De’ Liberi” di Roma , A. Morini e A. Nicosia della “Sala d’Arme Marozzo” di Roma; che hanno mostrato le tecniche storiche di utilizzo di bastone, spada, spada e brocchiero e spada a due mani. Il I° livello si è concluso il 30 settembre con la consegna degli attestati di partecipazione e di passaggio al livello successivo, che ripartirà in primavera. Diamo a tutti appuntamento ad Aprile per un nuovo inizio dei corsi! Su richiesta sono disponibili lezioni private o di gruppo, di recitazione, dizione, comunicazione, portamento, scrittura creativa, regia teatrale, trucco di scena. Quattro workshop specifici sulla costruzione del personaggio cattivo, del personaggio psicopatico, del personaggio innamorato e sugli schemi emotivi, rivolti a chi ha già esperienza teatrale o alle scuole di recitazione, per ampliare il pacchetto formativo. E tanti nuovi progetti…

LaV: Queste pratiche mettono insieme persone che vengono da esperienze molto diverse fra loro, distribuite sul territorio. Quali potenzialità ci sono e quali obiettivi è possibile raggiungere nella dimensione locale in cui state lavorando?

IM: Tra gli spettacoli, i corsi e le vari attività cerchiamo sempre nuove collaborazioni che permettano a tutti di condividere esperienze diverse e proporre nuovi progetti. Noi crediamo che la collaborazione, soprattutto tra le piccole realtà artistiche, sia fondamentale. E’ attraverso lo scambio e l’aiuto reciproco che si cresce e si migliora. Per questo cerchiamo di unire più persone possibili attraverso attività nuove che ne stimolino la creatività. Purtroppo, mentre alcune discipline artistiche sono ampiamente riconosciute, il Teatro sembra avere ancora un ruolo quasi di nicchia, per pochi, secondario. Noi crediamo invece che sia necessario riportare la gente a teatro, incentivando le piccole compagnie, valorizzando il talento e la creatività, formando fin dall’infanzia per creare non solo artisti, ma soprattutto, un pubblico più interessato e attento.

Stiamo lavorando con l’obiettivo di diventare scuola, progetto che abbiamo proposto e che speriamo ci venga appoggiato e sostenuto, per ampliare l’offerta di formazione artistica già presente nel territorio comunale, con l’Istituto di Musica e il Cantiere Internazionale. Il motto è: “EDUCARE all’ARTE”, valorizzare i talenti, scoprirne e formarne di nuovi, migliorare la qualità della preparazione artistica e riunire in un unico ingranaggio tanti piccoli meccanismi.

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Settimana Arthur Miller: interviste a Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma

Giovedì 15 febbraio 2018, alle 21:15, al Teatro Poliziano di Montepulciano, va in scena Vetri Rotti con Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, per la regia di Armando Pugliese….

Giovedì 15 febbraio 2018, alle 21:15, al Teatro Poliziano di Montepulciano, va in scena Vetri Rotti con Elena Sofia Ricci, Gianmarco Tognazzi e Maurizio Donadoni, per la regia di Armando Pugliese. Sabato  17 febbraio, invece, al Teatro Mascagni di Chiusi, sempre in prima serata, va in scena Uno Sguardo dal Ponte, con Sebastiano Somma, per la regia di Enrico Maria LaManna e le musiche di un inedito Pino Donaggio prestato alla colonna sonora teatrale.

Due testi di Arthur Miller a distanza di pochi giorni. Due testi che sono primariamente messaggi politici. Attenzione, “politici” in questo caso assume una significazione lontana da quella che vergognosamente è commutata da questi mesi di campagna elettorale, fatta di graffi retorici e slogan banalizzanti, complessità sbriciolate in frasi paratattiche semplificatorie.

Vetri Rotti, al Poliziano il 15 Febbraio, si svolge nella New York borghese del 1938. Il riferimento esplicito del titolo è rivolto a quella Notte dei Cristalliil violento pogrom nazionalsocialista che nella seconda settimana del Novembre del 1938 attaccò – non solo in Germania, ma anche in Austria e Cecoslovacchia – i quartieri ebrei delle città, devastando e aggredendo la popolazione ebraica.  Elena Sofia Ricci interpreta Sylvia, moglie di Philip da trent’anni, che si ritrova improvvisamente paralizzata agli arti inferiori. «La cosa che emerge da questo testo è che la paralisi di silvia apre uno scenario più interessante» mi dice Elena Sofia Ricci, a pochi giorni dalla replica poliziana «Il lavoro sulla paralisi delle gambe di Sylvia non è stato facile come mi aspettavo nel momento in cui ho letto il testo per la prima volta. Sia dal punto di vista emotivo, poiché quell’immobilismo delle gambe non è che l’aspetto esteriore di una paralisi più profonda, interiore, storica. Sia perché non è per niente facile dimenticarsi di avere le gambe.  Non muovere mai le gambe comporta una scissione interna, una rottura psicologica tra le componenti del corpo. È difficilissimo. Il lavoro che ho fatto si è concentrato solo sulla parte superiore del corpo e sulle intenzioni. Su cosa sto dicendo io e cosa sto raccontando della mia paralisi oltre quella fisica».

La paralisi viene diagnosticata come psicosomatica. Si ricorre così alla psicologia, che negli anni ’30 stava esplodendo come disciplina scientifica. «Il medico Hyman, un ebreo “sereno” rispetto alla complessità che gli altri due protagonisti vedono nella loro matrice culturale» continua Elena Sofia Ricci «cerca di spiegare la paralisi con qualche piccola e marginale conoscenza in ambito psicologico, ma Sylvia è paralizzata dalla paura, dalla complessità della colpa millenaria vissuta dagli ebrei. La paralisi è un’espressione cassandrina del dramma storico che sarà l’olocausto. Da questo spunto, lo spettacolo arriva anche a parlare dell’inversione dei ruoli, privati, in una coppia: un elemento di straordinaria contemporaneità. Nello spettacolo vediamo una donna che deve diventare uomo, all’interno della coppia. Oggi questo vediamo: uomini che vengono frustrati da queste donne così totemiche, così virili, che li rendono impotenti. L’impotenza genera frustrazione e la frustrazione genera violenza. Così nei popoli così nel  privato delle coppie».

Un dramma privato che si dispiega in dramma storico, pubblico, umano. Un topos, se vogliamo, della tradizione letteraria mondiale, ma che nel caso di Arthur Miller trova anche un significato astorico, al di fuori del tempo, che parla al presente utilizzando narrazioni localizzate molto lontano nella storiografia.

«Quando Arthur Miller ha scritto Uno Sguardo dal Ponte di certo non pensava che sessant’anni dopo ancora avrebbe suscitato delle riflessioni in questi termini, in Italia», dice Sebastiano Somma, qualche giorno prima della replica al Teatro Mascagni di un’altra pièce, scritta trentanove anni prima dell’altra, che come ambientazione ha la Brooklyn popolata da immigrati italiani, «Siamo in giro con questo spettacolo da tre stagioni e abbiamo falcato l’Italia da nord a sud» continua Somma, «Ed è stato interessante notare come in Veneto e in Friuli, regioni del nord-est che certa narrazione mediatica vorrebbe lontane dall’accoglienza e dalla recezione positiva dell’immigrazione, le persone siano ben consapevoli di quanto l’emigrazione abbia fatto parte della loro storia». Sebastiano Somma interpreta Eddie Carbone, un padre-padrone di famiglia, siciliano trapiantato a Brooklyn, travolto da una vicenda di ossessioni e sentimenti distorti, contrastivo nei confronti di una figlia che sembra troppo aperta ai costumi newyorkesi e lontana dalla visione femminile paterna. «Ovviamente nel testo originale non ci sono riferimenti dialettali, ma con Masolino d’Amico, che ha curato l’adattamento ed Enrico LaManna, regista, abbiamo deciso di caratterizzare questo personaggio con un accento siciliano, che resti ovviamente comprensibile a tutti gli italiani».

 

È indubbio che la famigerata pancia del paese esista. Ed è ancor più fuori discussione che questa pancia sia ormai un interlocutore necessario per comprendere le sorti del paese. Questi due spettacoli parlano a questa pancia: non lo fanno con le urla da salotto televisivo, con i microfoni direzionali a spilla che grattano sulle giacche. Lo fanno con narrazioni nette, procedimenti psichici e storici di rilievo universale. Due spettacoli che sono anche fondamentali per la storia del teatro contemporaneo. Perderseli, di fatto, è come perdersi un’occasione per capire.

[Le interviste integrali a Elena Sofia Ricci e Sebastiano Somma usciranno nel #2 di Valdichiana Teatro, da Marzo scaricabile dal nostro Shop. Se ti sei perso il #1 ti perdoniamo, ma ti invitiamo a sopperire alla carenza, scaricandolo da qui

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II talento della Valdichiana conquista la Foresta di Sherwood – Intervista a Giulio Benvenuti, in tour con il musical Robin Hood

“Ogni uomo, quando ne ha l’opportunità, è disposto a donare qualcosa per aiutare il prossimo”. Quando pensiamo a questa filosofia indubbiamente ci viene in mente una storia, un cartone animato,…

“Ogni uomo, quando ne ha l’opportunità, è disposto a donare qualcosa per aiutare il prossimo”. Quando pensiamo a questa filosofia indubbiamente ci viene in mente una storia, un cartone animato, che tutti noi, anche per sbaglio, abbiamo sicuramente visto, questa storia, o forse è meglio dire leggenda, è Robin Hood, il ladro che rubava ai ricchi per donare ai poveri.

La storia è narrata da un Gallo Cantastorie, alias Cantagallo, il quale ci racconta le rocambolesche avventure di Robin Hood e il suo migliore amico Little John. Entrambi vivono nella foresta di Sherwood, rubando ai ricchi per dare ai poveri. Lo Sceriffo di Nottingham tenta in tutti i modi di catturare i due impavidi amici, senza mai riuscirsi e scatenando così l’ira funesta del suo boss, il Principe Giovanni. Quest’ultimo si è appropriato del trono dopo la partenza per le Crociate del fratello, Re Riccardo. Consigliato dal perfido Sir Biss, il Principe Giovanni sta rovinando il regno, creando povertà e arricchendo le casse reali. Tra duelli, inseguimenti, gare di tiro con l’arco e romantici incontri, Robin e Little John cercano in tutti i modi di fermare il malvagio tiranno e riportare serenità al popolo intimorito.

La leggenda di Robin Hood, nel 1973, non è passata inosservata ai collaboratori di Walt Disney che han fatto sì che diventasse il ventunesimo classico della casa di produzione. Dopo Walt Disney sono stati molti i registi che hanno ripreso la leggenda declinandola ma tenendo ben saldo il valore principe che vuole tramandare di generazione in generazione, ovvero il desiderio di condivisione.

Tra i registi che hanno ripreso le avventure del coraggioso ladro gentiluomo, che si tramandano ormai da oltre ottocento anni, c’è Mauro Simone. Robin Hood, firmato Mauro Simone e prodotto da Beppe Danti con Tunnel e Medina Produzioni, è interpretato da Manuel Frattini affiancato da Fatima Trotta, giovane attrice rivelazione, nota al grande pubblico come conduttrice di Made in Sud, che svela le sue doti da performer affiancando Manuel nel ruolo di Lady Marian. Tunnel Produzioni e Medina Produzioni stanno portando in giro per l’Italia Robin Hood da ottobre 2017.

Perché vi sto parlando di questo musical? Semplice, perché nel cast, nel ruolo di Little John, il fidato compagno di avventure di Robin Hood, c’è Giulio Benvenuti, torritese doc che ha mosso i primi passi nel musical proprio grazie alla Compagnia Teatro Giovani Torrita e che lo scorso 18 dicembre abbiamo incontrato al Teatro Signorelli di Cortona in occasione della tappa toscana del musical.

Ciao Giulio, in questo momento stai vivendo un’esperienza strepitosa per la tua carriera da attore, hai un ruolo importante in una produzione altrettanto importante e che ripercorre le gesta di uno degli eroi più amati di sempre. Raccontaci qualcosa di questa bellissima esperienza che stai vivendo e come è nata la collaborazione con Tunnel e Medina Produzioni per questo musical.

“Sicuramente è un’esperienza da cui sto imparando tantissimo, soprattutto perché avere la possibilità di stare in scena con grandi artisti è un’opportunità di crescita unica. C’è sempre da imparare qualcosa e c’è sempre qualcosa da “rubare” guardando i grandi artisti all’opera. La collaborazione con la produzione, come spesso succede, è nata tramite un’audizione a cui all’inizio non ero neanche convito di voler partecipare, ma alla fine una “vocina” mi ha detto che era giusto andare e da lì è cominciato il mio viaggio nelle “Terre di Sherwood“.”

 A Giulio Benvenuti è stato assegnato il personaggio di Little John, fidato amico di Robin che lo accompagna in tutte le sue avventure. Giulio raccontami il tuo personaggio, un ruolo importante, ti aspettavi questa parte?

“Devo ammettere, che data la mia “stazza”, il ruolo di  Little John mi calza abbastanza bene ed è stato una vera scoperta. Grazie al nostro regista, Mauro Simone, improvvisamente questo “orso buono” ha preso forma e Little John non è solo l’aiutante di Robin ma è soprattutto il suo più caro amico, il loro rapporto è unico e autentico basato sulla fiducia e sul supporto reciproco”.

Giulio Benvenuti ha mosso i suoi primi passi nel musical proprio con la Compagnia Teatro Giovani Torrita, sotto la guida di importanti insegnamenti impartiti da Maria Laura Baccarini, Franco Travaglio, Manuel Frattini, Roberto Giuffrida, Fabiola Ricci. Dopo il liceo, al momento di decidere del suo futuro, Giulio non ha avuto dubbi, la sua strada era il musical e la possibilità di far diventare quella passione il suo lavoro e così è stato. Giulio si è trasferito a Roma e si è iscritto alla Teatro Golden Academy che gli ha permesso di formarsi in modo professionale. Giulio, guardando indietro, chi è la persona che più ti ha insegnato in questo lavoro?

“In tutta onestà devo dire che sono stato davvero fortunato perché nel corso di questi anni di studio e lavoro ho avuto il piacere di incontrare persone davvero speciali ed estremamente competenti. Sicuramente Fabiola Ricci è stata una figura fondamentale per la mia crescita artistica; e poi l’incontro con Laura Ruocco è stato quello che ha dato un po’ il via alla mia carriera professionale”.

Prima di interpretare Little John in Robin Hood, Giulio Benvenuti è stato interprete di molti musical e nonostante la sua giovane età può già vantare molte collaborazioni importanti come in ‘The Best of musical” diretto da Chiara Noschese, “Garbatella futbol cleb”, diretto da Michele La Ginestra, e poi ancora “C’è qualche cosa in te…” per la regia di Enrico Montesano, e ancora nel 2012 ha preso parte in “Amleto contro la Pantera rosa” diretto da  Augusto Fornari e prima ancora nel “The Wedding Singer” e nel “The Rocky Horror Experience” diretto da Fabiola Ricci. Qual è il musical che ricordi in particolar modo e perché?

“Credo sia “C’è qualche cosa in te” una commedia musicale con Enrico Montesano, che è stato il mio primo lavoro dopo l’accademia. Ricordo perfettamente il giorno della prima (tre l’altro era anche il mio compleanno!), l’ansia per il debutto, la gioia, l’emozione incredibile ai saluti finali… si direi che il detto “Il primo lavoro non si scorda mai” è azzeccatissimo”.

Ambizione, coraggio, amore e avventura, sono tutti gli elementi che possiamo ritrovare nel musical in cui tu sei attualmente impegnato, ma sono anche un po’ i principi che ti hanno accompagnato nella tua vita fino ad ora. Tutti tasselli importanti e necessari per poter riuscire a fare della tua passione il tuo lavoro, se potessi dare dei consigli ai giovani che vorrebbero avvicinarsi al mondo dello spettacolo, nel tuo caso il mondo del musical, cosa ti sentiresti di dire?

“Per i ragazzi che vogliono avvicinarsi al musical il consiglio che do, anche se forse scontato, è: STUDIATE!. Servono tanta tecnica sia nel canto che nella danza, ma non bisogna dimenticarsi della parte attoriale, perché è la più importante: ogni cosa che facciamo sul palco ha un unico obiettivo, quello di raccontare una storia, e solo i grandi attori riescono a farlo in maniera credibile…anche appesi a testa in giù!”

Robin Hood e Littel John, insieme ai suoi amici, avventori, banditi, arcieri, dame, ancelle e servitori, continueranno a girare l’Italia per tutto il 2018 e per raccontare al pubblico le vicende di un uomo che vuole diventare un eroe semplicemente aiutando i più poveri in una delle leggende più belle di tutti i tempi.

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Valdichiana Teatro: il nuovo magazine dedicato al teatro locale

Da tre anni, con il magazine La Valdichiana, seguo le stagioni teatrali del territorio. Il discorso giornalistico e divulgativo che ho sempre cercato di perseguire non si è mai limitato…

Da tre anni, con il magazine La Valdichiana, seguo le stagioni teatrali del territorio. Il discorso giornalistico e divulgativo che ho sempre cercato di perseguire non si è mai limitato a consegnare una ‘cronaca dello spettacolo’, la mera rielaborazione dei comunicati stampa delle compagnie. Tutt’altro. Da sempre, come la linea editoriale del giornale per cui ho scritto, i perni direttivi su cui ho impostato gli articolo sono stati quelli della critica e della narrazione. Ho avuto quindi la possibilità e la volontà di approfondire il teatro locale nella sua integrità, visto dall’occhio esterno del cronista e dell’aspirante critico, cercando di non ostentare giammai un’autorità ex cathedra.

Quello che ho capito in questi anni è che il reticolo umano, generato dalle istituzioni teatrali del nostro territorio, è una ricchezza sottaciuta, quasi nascosta. Le associazioni e le fondazioni che operano negli ambiti della cultura e del teatro sono, nella maggior parte dei casi, realtà meravigliose basate sulla produzione e condivisione di arte, finissime commistioni tra la professionalità e l’amatorialità. Sorgenti educative fondamentali, al pari delle istituzioni scolastiche, per l’edificazione umana delle collettività.

I teatri hanno spesso compagnie stabili che producono perle ineguagliabili. I fermenti e le proliferazioni di piacere, gli effluvi estetici che in questi anni ho avuto modo di esperire, insieme ai colleghi de La Valdichiana, hanno l’enorme difetto di decedere subito, deglutiti, nel giro di qualche settimana, nella celerità di un tempo edace, un tessuto che non lascia spazio alla storia. Un reticolo ad altissimo ritmo produttivo, che si disperde per isolamento.

Questo magazine è nato per valorizzare questa ricchezza. È gratuito. È rivolto a tutti, dagli insegnanti di liceo ai viticoltori e cantinieri, dai casalinghi alle bancarie, dalle dottoresse ai pensionati. Serve per fortificare la comunità che intorno al teatro si muove. L’obiettivo da perseguire, con questo periodico, vuole che il reticolo locale prenda coscienza della sua dimensione, dell’importanza che ricopre nelle realtà in cui opera.

Questo è un servizio che viene fatto, prima d’ogni altra cosa, all’arte. Che non esistono parole e cose già grandi di per loro, ma siamo noi a rendere grandi le parole e le cose, farle durare e dare loro spazio.

Valdichiana Teatro è il nuovo supplemento del magazine “La Valdichiana” completamente dedicato al mondo teatrale. Una pubblicazione trimestrale, gratuita e digitale, ottimizzata per l’esperienza mobile, con interviste e aggiornamenti dalle stagioni teatrali della Valdichiana e contenuti esclusivi non apparsi sul magazine. Il progetto editoriale è di Tommaso Ghezzi, il progetto grafico di Alessia Zuccarello.

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Il doppio taglio della bellezza: QUIN agli Arrischianti di Sarteano

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia…

Dall’8 al 10 docembre 2017, al teatro degli Arrischianti di Sarteano, va in scena QUIN, scritto e diretto da Laura Fatini e interpretato da Valentina Bischi. Prima produzione della Compagnia Teatro Arrischianti della stagione 2017/18, QUIN è un testo scritto nel 2014, revisionato nel 2015 e portato in scena nel prossimo weekend. Un monologo narrativo, di respiro ampissimo, che risalta le capacità sceniche di Valentina Bischi, la quale non è nuova a stare da sola su un palco scenico e racchiudere più corpi, e più anime, in uno.

Quin è la trascrizione fonetica di un termine inglese, perché?

Laura Fatini: È la storpiatura di Queen, un modo volgare e sgrammaticato di definirsi “regina”. È la storia di una ragazza che a 18 anni vince il titolo di Miss Estate 1985 nel suo piccolo paese di provincia. Inizia a fare varie selezioni per accedere al mondo dello spettacolo, incontra vari personaggi maschili che inizialmente sembrano aiutarla, poi a sfruttarla. Lei fa corsi di recitazione, ballo. portamento ma non sfonda e allora comincia a entrare nella dinamica delle feste “importanti”. Alla fine decide, per apparente semplicità di fare la escort di lusso. Ad un certo punto, però, inizia a invecchiare.

Che tecnica narrativa hai usato per raccontare questa storia, visto che tutto ci è filtrato dall’interpretazione di una sola attrice, Valentina Bischi? 

Laura Fatini: È uno stream of consciousness che non ha nulla a che fare con il tempo reale. All’inizio vediamo la vicenda alla fine. Valentina interpreta lo stesso personaggio in ambienti e tempi diversi. Valentina fa sia QUIN sia tutti gli altri personaggi. Procede per sprazzi. Il pubblico piano piano ci entra dentro. Lo spettacolo procede allo stesso modo di una memoria.

Dal punto di vista recitativo invece come ha gestito questi cambi? Non sei nuova a gestire corpi diversi in uno…

Valentina Bischi: Il testo l’ho letto un anno fa. Io e Laura ci conosciamo da tanto. Ci siamo sfiorate tante volte ma mai incontrate fino in fondo. Quando ho letto QUIN ne sono rimasta colpita. Mi sono detta che se con Laura non avevamo mai lavorato insieme prima, era giunto il momento di farlo. La difficoltà non è tanto nell’interpretazione plurale dei personaggi, ma nei cambi della protagonista e nella loro veridicità. QUIN è fragile e la sua fragilità non trova ascolto. Lei è sola. La sua condizione è evidente; il problema centrale è la sua solitudine.

Qual è stato lo spunto da cui è decollato il progetto? 

Laura Fatini: Lo spunto per la scrittura di questo spettacolo mi è arrivato da un libro che ho letto. Ricci, Limoni e Caffettiere – Piccoli stratagemmi di una vita ristretta, frutto del lavoro di un’associazione culturale, dentro il carcere di Rebibbia, nel settore feminile. In questo volume sono raccolte le strategie usate dalle donne per abitare la cella. La donna quando abita la cella lo fa in maniera diversa dall’uomo, la donna la modifica l’ambiente: usa acqua e farina per farla diventare colla per incollare le foto alle pareti, ci sono metodi per fare le mensole dal nulla, ci sono tantissime ricette di cucina e creme di bellezza. Sono rimasta stupita da come le donne in carcere facciano il ciambellone: non potendo avere un forno, utilizzano una sedia, la coprono di alluminio e mettono sotto di essa il fornelletto. La domanda che mi sono fatta è il motivo che porta delle carcerate a fare il ciambellone, o mettersi una crema di bellezza.  Il fatto è che le donne per essere vive devono creare la casa, le donne hanno la casa dentro. Sono case durante la gravidanza e ricreano una casa al di fuori di sé. All’inizio dello spettacolo QUIN è in carcere, e inizia a percepire questo stato della coscienza. Nello spettacolo si parla della bellezza e dei modi attraverso cui questa è utilizzata. Quando QUIN invecchia la sua bellezza diventa diventa un’ostacolo, lei non è più la bella ragazza di un tempo, e inizia a farsi trasparente per morire dentro. Userà, però, la bellezza per guardarsi allo specchio e finalmente riconoscersi.

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