La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: Fondazione Orizzonti d’Arte

Valdichiana, un anno in breve: i dieci eventi più significativi del 2019

Con la fine dell’anno arriva puntuale anche il momento dei bilanci, quello in cui si tirano le somme degli dodici mesi appena trascorsi e si passano in rassegna gli eventi…

Con la fine dell’anno arriva puntuale anche il momento dei bilanci, quello in cui si tirano le somme degli dodici mesi appena trascorsi e si passano in rassegna gli eventi che più li hanno caratterizzati. Quando mancano ormai poche ore all’arrivo del nuovo anno, ecco un riepilogo delle dieci vicende più significative per il territorio della Valdichiana in questo 2019.

13 febbraio
Viene sottoscritto l’atto costitutivo della Fondazione Valdichiana Promozione, dai sindaci e dagli amministratori dei Comuni di Cortona Francesca Basanieri, di Chiusi Juri Bettolini, di Castiglion Fiorentino Mario Agnelli, di Sinalunga Riccardo Agnoletti, di Torrita di Siena Giacomo Grazi, dall’Assessore di Montepulciano Franco Rossi, il Presidente di Confindustria sez. Valdichiana Giovanni Tiezzi, il Presidente di Aion Cultura Eleonora Sandrelli, il Presidente dell’Associazione OnTheMove Nicola Tiezzi, il Presidente di Confagricoltura Arezzo Angiolino Mancini, Sara Rapini della Conserveria, Fulvio Benicchi direttore della Fondazione Orizzonti d’Arte di Chiusi, con il sostegno dell’azienda Aboca e del Console Onorario del Lussemburgo Stefano Cacciaguerra Ranghieri, in qualità di fondatori del progetto. La Fondazione Valdichiana Promozione nasce come iniziativa di collaborazione per diffondere le opportunità dei Fondi Europei per le imprese del territorio.

30 marzo
Torrita di Siena e Montepulciano diventano mete di riferimento per il ciclismo internazionale, in quanto punti di partenza e di arrivo dell’edizione italiana della gara Gran Fondo New York, un evento per appassionati di ciclismo provenienti da tutto il mondo che si ripeterà anche nei prossimi due anni.

11 aprile
Viene annunciato l’imminente inizio dei lavori al pronto soccorso dell’ospedale di Nottola, un progetto per 2 milioni e 200 mila euro messi a disposizione dalla Regione Toscana e fondi aziendali, che prevede l’ampliamento e la riorganizzazione dei locali di accesso al monoblocco.

26 maggio
In concomitanza con le elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, si vota per le elezioni amministrative in 11 comuni della Valdichiana. Un mese dopo, il 26 giugno, si insedia la nuova giunta dell’Unione dei Comuni.

9 giugno
Arriva l’alta velocità a Chiusi, con la fermata di due treni Frecciarossa stabilita inizialmente per il periodo estivo e poi prolungata fino al 7 gennaio 2020. Nel periodo tra giugno e novembre i biglietti venduti da e per la stazione di Chiusi-Chianciano Terme sono oltre 15mila.

25 settembre
Il Consiglio regionale approva all’unanimità il progetto di candidatura del paesaggio della bonifica leopoldina in Valdichiana Toscana, finalizzato alla salvaguardia del territorio attraverso varie attività di mantenimento e valorizzazione dell’area. La ratifica arriva dopo la firma del protocollo d’intesa tra Regione Toscana e Comune di Lucignano, individuato come capofila del progetto che coinvolge anche i comuni di Arezzo, Castiglion Fiorentino, Civitella Val di Chiana, Cortona, Foiano, Marciano della Chiana, Monte San Savino, Montepulciano, Sinalunga, Torrita di Siena e Chiusi, per l’inserimento del paesaggio della bonifica leopoldina della Valdichiana nel Registro Nazionale dei Paesaggi Storici d’Italia.

1 ottobre
La Valdichiana Senese riceve il titolo di Comunità europea dello Sport per il 2021. Federazione delle Capitali e delle Città Europee dello Sport (ACES Europa) premia il progetto di area che vedrà nel 2021 la Valdichiana sede di numerosi eventi e iniziative a tema sportivo. Il 4 novembre, alla presenza del Presidente del Coni Giovanni Malagò, della Vice Presidente Alessandra Sensini e del Presidente di Aces Europa Pierfrancesco Lupattelli, al Foro Italico viene conferito il riconoscimento alla delegazione formata dai sindaci e i rispettivi assessori allo sport dei comuni coinvolti.

5 ottobre
La Regione Toscana approva il finanziamento per il progetto “Vero Aglione della Valdichiana”, coordinato dalla società Qualità e Sviluppo Rurale di Montepulciano, Università degli Studi di Siena-Dipartimento di Scienze della Vita, ANCI Toscana, CIA Toscana, la società Agricoltura è Vita-Etruria e quattro produttori dell’Associazione per la Tutela e la Valorizzazione dell’Aglione della Valdichiana. Il fine è quello di certificare la provenienza del prodotto attraverso un sistema di informatico in grado di informare il consumatore finale.

21 ottobre
La cooperativa Coagria, con sede nel comune di Marciano della Chiana, sottoscrive un contratto di lungo termine con l’azienda Ferrero, per la coltivazione delle nocciole sul territorio di 50 delle circa 200 imprese agricole che riunisce. Lo sviluppo di una nuova filiera produttiva delle nocciole locale andrà ad aumentare l’impiego di materia prima di origine nazionale da parte del Gruppo Ferrero.

14 dicembre
Acea Ambiente ritira il progetto di costruzione dell’impianto di recupero di fanghi biologici delle acque reflue urbane, per il quale aveva acquistato l’area “Ex Centro Carni” di Chiusi Scalo, piano al centro di un’inchiesta pubblica richiesta dalla Regione Toscana e di un lungo e aspro dibattito sia nel territorio chiusino che nel territorio circostante.

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Orizzonti a Chiusi, ma Aperti – cos’è stato #DONNA2019

Procediamo per immagini: domenica pomeriggio, Parco dei Forti a Chiusi, fa caldo. Un nuvolo di pubblico – che sulle prime altro non faceva che sollevare lo smartphone per fissare in…

Procediamo per immagini: domenica pomeriggio, Parco dei Forti a Chiusi, fa caldo. Un nuvolo di pubblico – che sulle prime altro non faceva che sollevare lo smartphone per fissare in memoria video che non riguarderà mai – tace estasiato da un gruppo di bambini che sta raccontando (drammatizzandola) la fiaba di Cappuccetto Rosso. I codici sono bambineschi eppure efficaci. I rapporti di ascolto, convenzionalmente stabiliti dall’uso comune, vengono rovesciati: sono gli infanti che raccontano fiabe agli adulti. Adulti persi nel telefono, imbambolati dai meme, scossi e ridestati dai figli che raccontano loro fiabe. Niente di meno improvvisato: è uno spettacolo che si intitola Bambini che Raccontano nei Parchi. È la penultima rappresentazione in programma per il Festival Orizzonti 2019, diretto da Gianni Poliziani.  Alessandro Manzini ha sapientemente gestito un gruppo di 26 bambini, tutti i giorni, dal 5 all’11 agosto, dimostrando una pazienza e una capacità drammaturgica notevole: tutto ciò che Manzini elabora, per la messa in scena di fine laboratorio, muove da istanze che arrivano dai partecipanti: la scrittura è imminente, corale, complementare.  Già il pomeriggio precedente i ragazzi di un altro laboratorio avevano dimostrato la costruzione di uno spettacolo teatrale, mosso dagli spunti di drammatizzazione corporea emersi durante sei giorni di workshop intensivo, tenuto da Francis Pardeilhan. Anche in quel caso – probabilmente in misura maggiore – il dato esperienziale, di nutrimento conoscitivo, vissuto dal pubblico è stato rilevante. Sempre frutto di un percorso laboratoriale è stato anche Inferno SRL, messo in scena nel pomeriggio di venerdì, che avevamo già avuto modo di vedere in una versione teatrale – sacrificata – e che invece nella cornice open-air di Parco dei Forti trova il suo habitat drammaturgico.

Ma procediamo per immagini. Una platea che in attesa dello spettacolo si presenta come uno smisurato tappeto di ventagli, quasi da sembrare un ingabbiato allevamento di lepidotteri. Prendete infatti le temperature medie della settimana dal 5 all’11 agosto 2019 a Chiusi Città: picchi di 36 gradi nel pomeriggio  e minime che non scendevano al di sotto dei 22. Sfido chiunque a mantenere quattrocento persone chiuse in un teatro per due ore, senza aria condizionata. C’è chi ce l’ha fatta. La Stazione del gruppo LST Teatro è stata un rapimento cognitivo che ha sospeso le percezioni fattuali convincendo tutti i presenti di trovarsi altrove. È agosto di uno degli anni più caldi del secolo? I gradi percepiti sono 50? No, è un giorno di pioggia invernale: in scena una stufa a legna, i pellicciotti, una pioggia continua che sembra battere sui vetri delle finestre, gli attori che entrano dalle quinte trafelati e umettati d’acqua piovana: quella che si presenta agli occhi del pubblico è una scena totalizzante, persuasiva, che trascende lo spettatore.

La scenografia e in generale la tecnica prepotente e prorompente – gestita in parte direttamente dal Regista Manfredi Rutelli – sono un punto di forza dello spettacolo. Tecnica che non si pone come semplice orpello estetico, ma di reale peso diegetico. È infatti intorno alla pioggia, alla rumoristica fuori-scena, agli effetti mobili di alcune porzioni di scenografia che si sviluppa la vicenda de La Stazione. Il plot vede un capostazione, di un imprecisato momento storico (tra gli anni ’90 e i primissimi 2000), in un altrettanto imprecisato luogo del sud Italia, vedere rotta da un evento imprevisto la sua rigida routine; tanto rigida da fargli calcolare tempistiche precise, con minutaggio effettivo, della preparazione del caffè, del tempo che lo sportello – rotto – di una vecchia mensola ci mette a scattare verso il basso. Si tratta dell’arrivo, in stazione, di Flavia, giovane e attraente ragazza, in abiti borghesi, in fuga da una festa e da un compagno troppo possessivo e violento. Quello che vuole è tornare a Roma in treno.

Interessante peculiarità del gruppo LST è proprio il rifiuto dalla tecnica prescritta: le luci, così come le musiche (sovente eseguite da Paolo Scatena durante gli spettacoli, come abbiamo avuto modo di sentire nel pirandelliano L’Uomo, La Bestia, La Virtù) vengono determinate dal respiro del pubblico, dall’andamento della mise en scène. È una compagnia attentissima alle urgenze della platea. Allo stesso modo per La Stazione, le istanze degli spettatori arrivano evidentemente a deviare certe ritmiche di scena: applausi a scena aperta e fragorose risate impreviste, hanno evidentemente interrotto un flusso recitativo continuo. Alessandro Waldergan – fungente da termometro tensivo e da bilanciamento drammatico in più punti – occupa la scena per il 90 per cento dello spettacolo,  dentro una divisa FdS di almeno una taglia più grande. L’abito caratterizza tantissimo il personaggio interpretato da Waldergan, che procede per scatti mimetici, infondendo dapprima insicurezza, subalternità rispetto agli altri personaggi, per poi percorrere un processo di riscatto che si riverbera anche nei movimenti stessi. Il contraltare fisico è il bruto Gianni Poliziani, in giacca e papillon, fidanzato di Flavia, che cerca di recuperare la ragazza – più interessato alla brutta figura che sta facendo alla festa dell’alta società, che all’effettivo sentimento – e riportarla alla festa. Poliziani lavora tantissimo di spalle, caratterizza il bruto gonfiando i toni e il petto, forzando costantemente la parte inferiore del volto, accentuando un prognatismo volitivo funzionalissimo alle attribuzioni di scena. Silvia Frasson interpreta invece Flavia, al centro di questo triangolo di tensioni che va crescendo lungo tutta l’ora e mezza di spettacolo: a lei va la responsabilità più grande di essere stata bravissima come punto focale, la bandierina al centro della linea di gioco il secondo prima dell’annuncio dei numeri: ha mantenuto la stessa carica drammatica, pur surfando sulle ondate sceniche degli altri due personaggi. Bravi tutti, ottima regia. Non è facile tenere il palco bene in tre, lavorando in complementarità con molta tecnica di scena e soprattutto con quaranta gradi.

Il tema delle cinque giornate di spettacoli è stato “DONNA”, proprio perché di donne, sul palco, se ne sono viste moltissime. Livia Castellana e Debora Villa, ad esempio, che con due monologhi diversissimi, in due location diverse, hanno attraversato le fasi della vita di una donna, con il piglio narrativo e introspettivo che ha fatto riconoscere in molte presenti – ma anche, inaspettatamente in molti presenti – schemi esistenziali comuni. La paura di invecchiare, di restare soli, di non essere volute o voluti, respinti: sono sentimenti sineddotici di tutti gli esseri umani.

Livia Castellana ha lavorato – sotto lo sguardo registico di Gianni Poliziani – su un testo di Aldo Nicolaj intitolato “Poco Più, Poco Meno”, con alcune azzeccatissime modifiche sull’originale. La crescita della protagonista è resa da una capacità vocale indiscutibile, che procede verso il declino del corpo e la disgregazione psichica di una donna che ha perso la memoria, che si ritrova a collazionare sprazzi, colori, immagini irrelate, per ritrovare la sua identità. Notabilissime le luci che hanno trasformato la Tensostruttura di San Francesco, operate da Simone Beco, durante l’esibizione di Livia Castellana, che hanno inglobato tutta la macroarea dello spettacolo in un’unica bolla mnestica. Sempre nello stesso spazio abbiamo avuto modo di rivedere QUIN, di cui abbiamo già parlato qui. Con Valentina Bischi e la regia di Laura Fatini, che – in maniera affine, ma con un taglio decisamente più multidimensionale – ripercorre la vicenda di una sfortunata “miss” di provincia.

Continuiamo a procedere per immagini: una gremita platea che si intrattiene ad osservare spettacoli di narrazione fino a tarda notte. Nella Tensostruttura di San Francesco si sono snodati spettacoli di narrazione, in tarda serata, come a elaborare un “circuito off” interno al cartellone. Le regine della Tensostruttura sono senza dubbio state Le Coche che insieme a Silvia Frasson hanno edificato una narrazione drammatizzata della figura di Artemisia Gentileschi, artista post-carvaggesca, vissuta tra XVI e XVII secolo. Le Coche (galline, in dialetto chiusino) sono composte da Mascia Massarelli, Francesca Carnieri, Roberta Ceccarelli, Sara Provenda e Claudia Morganti, ed hanno intessuto il loro vettore creativo con il progetto “Racconto quindi Esisto” di Silvia Frasson. Un procedimento di scrittura collettiva incentrato sulla prima grande femminista della storia italiana: vittima di stupro in giovane età, ha fatto pesare le sue scelte e ha deciso della sua vita in un mondo nel quale erano gli uomini a decidere per le donne. Le Coche sono in scena con una t-shirt macchiata di acrilico policromatico, e – specularmente – l’espressività si articola in una pluralità di registri, di toni, di colori. “Artemisia Della Rabbia e Dell’Amore” – questo il titolo dello spettacolo –  risulta così avere qualità espressive di un olio su tela caravaggesco, con pennellate miste, una tavola ampissima e fortissimi contrasti tra luci e ombre.

Il Festival Orizzonti è stata quindi la festa di una comunità che ruota attorno alle pratiche del teatro, nelle sue molteplici sfaccettature. Si sono visti gli “addetti ai lavori” sopra e sotto il palco, mescolati agli ospiti del festival, alle compagnie professionali venute a portare i loro lavori (riuscitissimi il Romeo e Giulietta di Stivalaccio Teatro e Sempre Domenica di Controcanto Collettivo). Un’officina, una settimana di approfondimento, di esperienza laboratoriale che esce dai perimetri dei workshop e assimila tutte le persone coinvolte nel festival, tutti i tecnici, tutti gli organici della Fondazione Orizzonti d’Arte, tutti i presenti nella Città di Chiusi. Un festival che doveva essere chiuso, secondo molti, che avrebbe dovuto perire sotto i dardi di un debito economico, sotto il peso di un difficile rapporto creato con il resto della cittadinanza, ha invece trovato la strada per la ricostituzione, per tornare ad essere il festival principale per il teatro di prosa nel nostro territorio. Gli orizzonti, verso i quali sembra tendere questo festival, sono decisamente aperti all’innovazione, alla crescita, alla bellezza.

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“On The Road. Again” – Una Playlist Folk Rock

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo…

Si intitola “On The Road. Again” ed è lo spettacolo scritto da Marco Lorenzoni che andrà in scena al teatro P. Mascagni, venerdì 24 Maggio 2019 alle 21.15. Un modulo drammaturgico che alterna prosa e musica, scritto appositamente per voci narranti e per band, che ci porta nelle ambientazioni americane on the road delle canzoni di Woody Guthrie, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Sul palco infatti saranno presenti i “Dudes, con Matteo Micheletti alla voce, chitarra, e all’armonica, Mattia Mignarri alla chitarra solista, Andrea Fei alla batteria e Gianluca Lorenzoni al basso. Le voci che legheranno i brani con i racconti di quell’America, saranno di Martina Belvisi, Alessandro Manzini, Massimo Giulio Benicchi e Luca Morelli. La scena vedrà anche la presenza dei ballerini della scuola di danza “In Punta di Piedi”, che attraverso le performance coreutiche, aiuteranno il pubblico ad immergersi nelle strade d’America. Lo spettacolo segue una linea narrativa che lega le parole di alcuni brani che hanno raccontato quel lato polveroso degli Stati Uniti. Noi de LaValdichiana abbiamo saputo in anteprima le canzoni che saranno eseguite durante lo spettacolo e le abbiamo già messe in heavy-rotation nelle nostre playlist. Ne approfittiamo per approfondirne cinque – per non spoilerarle tutte – che invitiamo i lettori a riascoltare.

  • Bruce Springsteen – The ghost of Tom Joad

Le strade d’America sono l’èpos dei menestrelli folk-rock. Hanno scalfito l’iconografia del cantautorato mondiale come aedi novecenteschi, che tra gli accordi di settima raccontano il disagio esistenziale nelle viscere degli USA. Le loro ambientazioni ci mostrano una nazione diversa da quella abitualmente illuminata dai riflettori dell’opulenza americana: emarginazione, white trash, segregazione, convivenze forzate, povertà, fughe e attraversamenti di confine. Ben prima di Guthrie e di Leadbelly, però, erano stati gli autori modernisti – Faulkner, Caldwell, Dos Passos e soprattutto Steinbeck – ad immergersi nella melma del sottoproletariato statuinitense, dell’America povera e indistinta, meticcia, l’America delle comunità nere e dei migranti interni che dalle zone depresse del Midwest e del Southern si spostavano verso la California. John Steinbeck scrisse un romanzo nel 1939 dal titolo The Grapes of Wrath, tradotto in italiano con Furore (titolo fortemente voluto da Valentino Bompiani, forse influenzato da un altro romanzo affine, ma più vecchio di dieci anni – anche se sarà pubblicato solo nel 1947 – The Sound and the Fury/L’Urlo e il Furore di William Faulkner) che racconta proprio una storia di WASP impoveriti, i quali avevano visto il fallimento delle loro fattorie dopo la crisi del ’29, l’esproprio da parte delle banche dei loro possedimenti, e che il cataclisma delle Dust Bowl degli anni ‘30 aveva definitivamente spinto ad emigrare. Il protagonista del romanzo è Tom Joad, secondogenito della famiglia di cui si narra la traversata. Nel 1995 Bruce Springsteen scrive una canzone intitolata proprio The Ghost of Tom Joad, che darà poi il titolo al disco in cui sarà contenuta. Oltre a The Grapes of Wrath, però, la canzone prende ispirazione anche da “The Ballad of Tom Joad” di Woody Guthrie, che a sua volta è stato ispirato dall’adattamento cinematografico di John Ford del romanzo di Steinbeck. Springsteen concepì la canzone come un tributo a Guthrie stesso e la connotò degli stilemi che caratterizzavano le canzoni di protesta degli anni Trenta.

  • Bob Dylan – The Times They Are A-Changin

La title-track del disco di Bob Dylan uscito nel 1964, il terzo della sua carriera, dopo essere assurto nell’empireo della canzone folk americana con Freewheelin’, è probabilmente uno dei brani più importanti del novecento. Sul finire del 1963, Tom Wilson, produttore della Columbia Records, non aveva molta fiducia nel cantautore di Duluth. Credeva che l’interesse mediatico nei confronti del folk pertenesse soltanto ad una minima fetta di mercato discografico, composta per lo più da vecchi nostalgici bianchi del sud. Quando sentì il brano però, capì che quella formula espressiva avrebbe falcato gli oceani. Nei riverberi idealistici che ancora oggi tremano, tra le plettrate delle chitarre acustiche di tutto il mondo, è presente un tasso poetico incommensurabile. Quello di Dylan è un anatema futuribile nei confronti del passatismo (ironico che sia espresso attraverso le forme di una canzone tradizionale in giro di Sol), è un memento dello scorrere eracliteo del tempo, una ballata eterna il cui messaggio sembra vibrare da un passato ancestrale, fuori da tempo e storia. Robert Dylan – che aveva allora già cambiato ufficialmente il suo cognome anagrafico, Zimmermann, presso la Corte Suprema – scrisse il brano tra il settembre e l’ottobre del 1963, nel suo appartamento al Greenwich Village. Il 22 Novembre, poche ore dopo l’omicidio di Kennedy, eseguì la canzone per la prima volta dal vivo: «La dovetti suonare la sera stessa in cui Kennedy morì» ha avuto modo di dichiarare, «In qualche modo divenne una costante canzone di apertura e lo restò a lungo».

  • Woody Guthrie – This Land Is Your Land

Nel gennaio del 1961 Dylan entra in una stanza dell’Ospedale Psichiatrico di Greystone Park. In un lettino c’è Woody Guthrie, affetto dalla còrea di Huntington; una malattina neurodegenerativa che colpisce la coordinazione muscolare e porta ad un grave declino cognitivo e psichico. Guthrie muove la testa da destra a sinistra come un pendolo, ha la fronte sempre corrugata, le sopracciglia alzate, come ad esprimere un dubbio sempiterno. Mentre Dylan porge verso di lui una copia di Bound for Glory, l’autobiografia dello stesso Guthrie scritta nel 1943, il trovatore dell’Oklahoma, neanche cinquantenne, tiene lo sguardo fisso verso il basso, alternando agli sparuti momenti di lucidità, una profonda catatonia. Quell’incontro però rappresenta l’illuminazione per Bob Dylan, una specie di investitura poetica da parte del suo principale riferimento artistico: l’anno successivo uscirà il suo disco d’esordio.  In quella stessa stanza d’ospedale Dylan conobbe anche un vecchio amico di Guthrie, Ramblin’ Jack Elliott: da lui Dylan assimilerà la voce nasale e l’andamento antiprosodico delle vocali, che saranno la sua cifra stilistica almeno fino a Nashville Skyline, del 1969.

This Land Is Your Land è senza dubbio il brano più celebre di Woody Guthrie. La canzone che ancora oggi, negli Stati Uniti, viene urlata dai cortei di protesta, come colonna sonora di tutte le lotte progressiste. Bruce Springsteen l’ha definita “la più grande canzone mai scritta sull’America”. L’icona del ragazzo spettinato, che salta sui treni con la chitarra sulla quale è graffiata la scritta “this machine kills fascists“, è stata canonizzata in più occasioni: nel film Bound Of Glory – tratto proprio dalla sua opera, e conosciuto in italiano con Questa Terra è La Mia Terra di Hal Ashby- e in I’m Not There, il celebre film di Todd Haynes, sulla poliedrica figura di Bob Dylan, in tutte le sue articolate espressioni.

  • Creedence Clearwater Revival – Run Through the Jungle

La canzone è stata scritta dal cantante, chitarrista e compositore dei Creedence, John Fogerty. Fu incluso nel loro album del 1970 Cosmo’s Factory, il quinto del gruppo. Il titolo e i testi della canzone, così come il contesto storico in cui questa è stata pubblicata, hanno eletto da subito il brano ad inno contro la guerra del Vietnam. Certo è che gli stessi Creedence Clearwater Revival si erano già schierati in opposizione alle politiche militari degli Stati Uniti: per dirne una su tutte, nel 1969 avevano pubblicato Fortunate Son, nella quale era esplicita l’adesione ai movimenti pacifisti. Tuttavia, in un’intervista del 2016 concessa a Rolling Stone, Fogerty ha spiegato che Run Through the Jungle parla più specificatamente della proliferazione di armi negli Stati Uniti. «La cosa di cui volevo parlare era il controllo delle armi e la proliferazione delle armi» ha dichiarato Fogerty, «Ricordo di aver letto da qualche parte che ci fosse una pistola per ogni uomo, donna e bambino, in America. Trovai questa notizia sconcertante. Mi sembra che proprio da quella lettura, uno dei primi versi della canzone che scrissi fu Two hundred million guns are loaded (Sono state caricate 200 milioni di pistole). Ho sempre pensato che fosse inquietante vivere in America, che fosse una tale giungla per i nostri cittadini solo passeggiare nel nostro paese, ci sono così tante pistole private possedute sì da persone responsabili, ma anche da molte persone irresponsabili».

  • Bruce Springsteen – The River

Assieme a Bringing It All Back Home di Dylan, The River è uno dei dischi più iconici della storia del folk rock americano. Il capolavoro ‘On The Road’ di Bruce Springsteen, che ci dà un’immagine di America fatta di ruggine, in cui la ruvidità della voce del Boss esprime tutta la passione atavica della working class. La canzone che dà il titolo al disco fu registrata alla Power Station di New York tra il luglio e l’agosto del 1979. Il brano fortemente descrittivo, traccia la vicenda di un io-narrante che dall’adolescenza si ritrova a confrontarsi con la vita adulta di padre e lavoratore in colletto blu. Nella prima esecuzione dal vivo della canzone nel 1979, Springsteen affermò che lo spunto narrativo del brano arrivò dalla vicenda di sua sorella Virginia “Ginny” e da suo cognato Mickey, entrambi minorenni quando divennero genitori. La canzone è una melanconica ballata per acustica e armonica, in cui si cantano le illusioni perdute della working class americana, costretta a mettere da parte i sogni, al fine di perseguire un’agognata serenità familiare. Nel brano già si avvertono i vettori creativi che saranno precipui  nell’album successivo – forse ancora più ingombrante nel canone della storia del cantautorato internazionale – Nebraska.

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Alessandro Benvenuti: «”Un Comico Fatto di Sangue” è un monologo, ma sul palco non mi sento mai solo»

Alessandro Benvenuti torna al Teatro Mascagni di Chiusi martedì 16 Aprile 2019 alle 21.15, con Un Comico Fatto di Sangue. Lo spettacolo va a chiudere una stagione, quella del teatro…

Alessandro Benvenuti torna al Teatro Mascagni di Chiusi martedì 16 Aprile 2019 alle 21.15, con Un Comico Fatto di Sangue. Lo spettacolo va a chiudere una stagione, quella del teatro di Chiusi, che ha visto alternarsi sul suo palcoscenico alcune tra le stelle più brillanti del teatro nazionale.
Alessandro Benvenuti torna in Valdichiana un anno dopo aver rappresentato Chi è di Scena, sua ultima fatica autoriale, al Teatro Poliziano, di cui abbiamo già parlato nel periodico Valdichiana Teatro. Spettacolo leggermente più vecchio (la prima risale al 2015), ma mai approdato nei teatri del nostro territorio, è questo Un Comico Fatto di Sangue, composto in collaborazione con Chiara Guazzini. Un monologo che ripercorre  le vicende di una famiglia e delle sue tensioni interne: Un padre, una madre, due figlie e qualche animale domestico che funge da deus ex machina tragico, per i nodi formati nei rapporti tra i protagonisti.
Di seguito l’intervista.

 

LaV: Per cominciare, banalmente, ti chiedo una riflessione sul titolo, che porta in sé un’ambivalenza di fondo…

Alessandro Benvenuti: Un Comico Fatto di Sangue ha una doppia lettura: ha senso sia che si parli di un comico – e cioè di una persona fatta di sangue, nel senso che adora parlare di vita vera, sanguigna –  sia che il fatto di cui si parla sia un “fatto di sangue”, un fatto oscuro, che però è anche comico. Nell’ambiguità del titolo, in fondo, si cela tutto lo spettacolo.

 

LaV: I contesti familiari possono essere considerati dei topos nella tua produzione. Nei lavori come la trilogia Gori, ma anche in Zitti e Mosca, le famiglie sono sempre dei nuclei caleidoscopici che tu sfrutti per raccontare l’incomunicabilità, le tensioni generazionali, o anche interi quadri storici. Cosa ti attrae così tanto, dal punto di vista narrativo e drammaturgico, dei nuclei familiari?

AB: Il nucleo familiare è un laboratorio di patologie. In famiglia c’è sì amore, c’è assistenza, c’è solidarietà, ma esistono anche i legami imposti, i vizi assimilati, le disfunzioni, la melassa, la vischiosità che la famiglia produce nel tentativo di proteggere i suoi componenti, e anche sé stessa, dall’esterno. È un laboratorio meraviglioso di patologie. Io preferisco, da comico, concentrare i contenuti della mia analisi sulle patologie, perché l’amore non fa ridere o comunque fa ridere meno. È più interessante raccontare le malattie della famiglia. Se vogliamo è anche una scelta terapeutica: cerchiamo insieme di guarire dalle malattie che la famiglia ha prodotto e produce, attraverso l’ironia e l’umorismo. Cerco di superare queste vischiosità attraverso racconti che svelano le metastasi del male prodotto dalla famiglia, ridendoci sopra. Sia chiaro: io adoro il concetto di famiglia. Non ce l’ho con l’idea di famiglia, ma ne vedo anche la pericolosità. Per questo ho diffidenza nei confronti di chi difende la famiglia come se fosse la cosa più sacra che c’è. La famiglia non è una cosa sacra. Diventa sacra nel momento in cui produce il bene e allarga la mente di chi la compone, ma se questa diventa un fortino arroccato contro la modernità e contro gli altri in generale, la famiglia diviene un grumo di male, un cancro che estende metastasi in tutti gli appartenenti. Quando si difende la famiglia, si difendono spesso anche degli obbrobri. È bene parlare di famiglia, e guarirla, perché è il primo nucleo nel quale si riconosce l’essere umano. Se la famiglia è sana, ne risente anche la nazione in cui l’essere umano vive. La famiglia può essere sacra nel momento in cui capisce quali siano le patologie che essa stessa ha prodotto e riesce a sanarle.

 

LaV: Non parli solo di rapporti tra persone, ma anche tra persone e animali…

AB: Dei rapporti tra persone e animali disvelo gli aspetti più pittoreschi e più comici: perché uno si mette in casa un animale? La risposta è: perché ha bisogno di un affetto diverso forse.  Cosa produce, invece, un animale in casa, nei confronti di chi non ha bisogno di questo affetto. Io racconto con molta sincerità quello che succede tra genitori e figli e tra esseri umani e animali. Tra l’altro la collaborazione con Chiara è stata molto fruttuosa in questo. Lei ha scritto “la versione della moglie” dello spettacolo. Lo spettacolo è diviso in cinque parti, tre sono recitate e due sono lette. Quelle lette sono testimonianze documentali, pensieri e appunti lasciati dalla moglie in un cassetto, che il marito ritrova e legge al pubblico.

 

LaV: Lo snodo della vicenda si sviluppa dal 2000 al 2015: che tipo di lettura storica viene data a questo quindicennio?

AB: No, più che una lettura storica, c’è la storia che entra di soppiatto nello spettacolo, con piccoli accenni nella vicenda. Si parla ad esempio della paura dell’America per i talebani, così come si parla della crisi e della recessione, ma il succedersi degli eventi è solo un’ombra. La vicenda è tutta concentrata nei rapporti interpersonali tra un padre, una madre, due figlie e in più qualche animale domestico. La  grande Storia serve per contestualizzare il racconto, ma pur avvertendone gli aspetti e le complicanze, rimane alla finestra.

 

LaV: Un Comico Fatto di Sangue è un monologo: come si riempie il palco da soli? Quali sono i vantaggi o gli svantaggi – se così vogliamo definirli – dello stare da soli rispetto al lavorare in spettacoli corali?

AB: Ma sai, l’importante è fare una bella cosa. L’importante è che ci sia un senso in quello che si fa, a prescindere da quanti siamo sul palco. Quando scrivo uno spettacolo, parto da un bisogno intimo di raccontare qualcosa della mia vita, della mia esperienza, e cerco di coinvolgere nelle storie che racconto quanta più gente possibile. In Chi È di Scena, ad esempio, non sono solo sul palco e trovo una grande armonia con i miei due colleghi, la stessa armonia però cerco di trovarla anche in questo spettacolo, nonostante sia solo sul palco. Sento che sto parlando sì di cose che riguardano me, ma anche tanta gente che le sta ascoltando: il fatto di riderci insieme costruisce un rapporto divertente e divertito che è già di per sé coralità. Sono solo sul palco, ma allo stesso tempo non lo sono. Non si ride a caso sul nulla, o su invenzioni letterarie, si ride di cose tragiche della vita condivise, si ride delle nostre miserie, riuscendo a scherzarci sopra, a perdonarci, a trovare una pietas. Il teatro, in questo senso, assolve a questa funzione di comunicazione e di riconoscimento, sia per chi vede, sia per chi è visto.

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Due esempi di comicità nel Marzo del Teatro Mascagni

Cosa molto complessa è individuare per la comicità e per l’attore comico una tradizione di riferimento, un’unica formula attoriale o un unico linguaggio su cui sono state modellate le forme…

Cosa molto complessa è individuare per la comicità e per l’attore comico una tradizione di riferimento, un’unica formula attoriale o un unico linguaggio su cui sono state modellate le forme recitative. Il comico, da sempre, pesca da una smisurata varietà di linguaggi teatrali, mescola il tutto sfruttando elementi diversissimi tra loro, ora mutuati da pratiche recitative “alte”, magari per parodie, ora da pratiche popolari. In mancanza di un modello unico e codificato cui riferirsi, l’attore comico è costretto da sempre a crearsi uno stile unico e originale. Ma la caratura comica di un carattere non dipende solo dalla drammaturgia ma anche dall’interpretazione: l’atto scenico in cui vengono ricreati, ricostruiti, i significati. Ecco concentrato tutto il vigore comunicativo del comico, qui egli entra in diretto contatto col pubblico, con i suoi interlocutori fondamentali che egli deve divertire, divertere, come ci insegna l’etimologia, deviare dalla strada maestra del quotidiano e del banale. Il relazionarsi con il pubblico era elemento chiave delle commedie classiche: la parabasi, in cui il capocomico (o personaggio della commedia o del coro), si avvicinava al pubblico, togliendosi la maschera, e si esibiva in quella che oggi definiremmo stand-up comedy, farcita di nomi propri di personalità rilevanti del mondo politico e civile (in greco ὀνομαστὶ κωμῳδεῖν).

Oggi? Oggi il teatro comico politico si è polarizzato, la già citata stand-up comedy ha trovato un tessuto molto fertile anche in Europa (e in Italia), mentre la comicità tradizionale – in parte mutuata dalla commedia dell’arte, in parte dalle sfaccettature del teatro di varietà, o avanspettacolo – ha avuto una forte radicalizzazione televisiva, assecondando i termini del format che la ospitava e si è definita secondo canoni ulteriori. Il teatro Mascagni di Chiusi propone per i prossimi due spettacoli, due modi di fare comicità attigui ma diversi, che dimostrano perfettamente due modelli di comicità contemporanea.

Da una parte Tullio Solenghi e Massimo Lopez, giovedì 21 Marzo 2019, con lo show da loro stessi scritto e interpretato. I due sono profondamente strutturati nella tradizione dell’avanspettacolo, del teatro di varietà televisivo. Sono noti al grande pubblico per la carriera quarantennale, nella quale spicca la loro storica collaborazione (assieme ad Anna Marchesini) nel gruppo comico  Il Trio. Arrivano a Chiusi con uno spettacolo che si presta all’improvvisazione, che interferisce molto con il pubblico. Il duo ovviamente orfano della storica presenza femminile – anche ratificata da un segmento dello spettacolo in cui, senza fronzoli la si ricorda – Anna Marchesini (già celebrata sulle tavole del Teatro Mascagni lo scorso anno, con uno spettacolo diretto dal compianto Roberto Carloncelli). Come due vecchi amici che si ritrovano, Massimo Lopez e Tullio Solenghi tornano insieme sul palco dopo quindici anni! Una carrellata di sketch esilaranti, imitazioni, improvvisazioni e canzoni rigorosamente live, con l’orchestra “Jazz Company”. I due istrioni tornano sulla ribalta con emozionante e spassosa empatia.

Di tutt’altra tradizione è lo spettacolo del 29 Marzo 2019 con Alessandro Fullin, che presenta al pubblico il suo Piccole Gonne. Fullin propone un teatro narrativo, in cui gli espedienti scenici vengono dallo sketch del cabaret (Fullin stesso è stato un protagonista di Zelig), ma che si strutturano in un andamento drammaturgico da commedia brillante. Fullin con Piccole Gonne propone un “infeltrimento teatrale” di Little Women, celebre testo di Louisa M. Alcott. Il libro viene riletto in chiave ironica, giocando soprattutto con gli switch di genere, il gioco della sessualità fluida dei caratteri scenici, con personaggi en-travesti (tra l’altro rimarcando una regola aurea del teatro elisabettiano, in cui anche i personaggi femminili erano interpretati da uomini). Nello spettacolo, l’apprensiva Mrs March deve sistemare le sue quattro figlie con matrimoni all’altezza delle sue aspettative. Apparentemente Mag, Jo, Amy, Beth non hanno molto da offrire a un giovanotto americano, ma la loro madre non si darà per vinta e, coadiuvata dall’avara Zia March, riuscirà a confezionare bomboniere per ognuna delle sue protette. Lo spettacolo di e con Alessandro Fullin, nella più schietta tradizione elisabettiana, sarà interpretato da soli attori uomini. Con un’unica eccezione: sarà proprio il pubblico che dovrà scoprire chi è l’intrusa su un palco già dominato da tanta femminilità.

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La sintesi comica del presente: un’intervista a Cinzia Leone

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e…

Sabato 24 Marzo 2018, al teatro Piero Mascagni di Chiusi, Cinzia Leone sarà in scena con Disorient Express, una sintesi comica del presente. In un flusso di immagini iperrealistiche, e allo stesso tempo parodiche di  una contemporaneità così complessa, Cinzia Leone ci accompagna in un vagone ferroviario immaginario in cui l’umanità varia si concentra. Attraverso l’ellissi del linguaggio, le forzature comiche del racconto, quella che emerge è un’analisi dello stato attuale delle cose. Abbiamo incontrato la protagonista dello spettacolo, nonché autrice del testo insieme a Fabio Mureddu, pochi giorni prima della tappa chiusina.

LV: Innanzi tutto è uno dei casi in cui è curioso magari sapere il concepimento di questo spettacolo: Qual è stata la scintilla, prima della scrittura. E come poi si è svolto il lavoro…

Cinzia Leone: Disorient Express è uno spettacolo su l’eccesso di aggiornamenti. Mi è venuto in mente in un momento nel quale non riuscivo più a fermare la realtà; nemmeno a capire dove stesse, la realtà. Un giorno ero con la signora che mi dà una mano a sistemare casa: parlavamo dei personaggi storici e del fatto che, da quando c’è internet, sono riusciti a mettere in discussione l’integrità di qualsiasi personaggio. Ad un certo punto, scherzando, le ho detto: «Spero che almeno Madre Teresa di Calcutta me la lascino integra…», «Nooo!» mi fa lei «Era ‘na fija de ‘na mig****a! Le piaceva vedere soffrire la gente». Lì mi sono detta voi siete pazzi, ed ho sentito la necessità di scrivere questo spettacolo. Mi è venuto in mente un telegiornale disorientativo, che desse una notizia e contemporaneamente la smentisse.

LV: Questo spettacolo va in giro da ormai quasi tre anni: come si è evoluta questa idea nel corso del lasso temporale in cui Disorient Express è stato rappresentato?

Cinzia Leone: È uno dei casi in cui le cose le comprendo e le capisco dopo averle cominciate a scrivere. Mi sono resa conto di come l’argomento centrale di Disorient Express sia “la contraddizione della democrazia”. Sia chiaro, io sono profondamente democratica, ma è necessario analizzare la contraddizione che comporta la democrazia, per capire il mondo che ci circonda. La rete è stata lo strumento più democratico che gli esseri umani abbiano mai inventato; è però, allo stesso tempo, un luogo nel quale sette miliardi di persone possono esprimere la loro opinione. La domanda che mi continuo a porre è: perché si sono stappate le necessità da parte di tutti di esprimersi, di dire la loro, molti anche menando con violenza le loro opinioni? La risposta che mi do è perché la paura, all’interno di una democrazia in cui tutti parlano, è quella di rimanere soffocati, di non essere più ascoltati, visibili. Nel momento in cui parliamo tutti, non si vede più nessuno.

LV: Si dice che molti problemi legati all’utilizzo del mezzo della rete – e delle difficoltà che ne conseguono – siano dati dai non-nativi digitali. Poi però si scopre che ci sono anche ventenni o trentenni, di fatto cresciuti su internet, che cadono in errori inverecondi. Dal tuo punto di vista, dove sta il problema e – mi rendo conto della difficoltà – come si potrebbe risolvere?

Cinzia Leone: Ci sono delle evoluzioni storiche che presentano delle difficoltà e queste non si risolvono, si logorano nel tempo, man mano che le cose prendono una nuova forma e si radicalizzano nel sociale. Io non esprimo giudizi nei confronti di cosa viene condiviso: ognuno condivide quello che gli pare. Che siano gattini o che siano due tette. Non è questa la chiave di lettura da adottare e non è questo il problema legato alla democrazia. Io penso che queste siano contraddizioni del presente da accettare, da assecondare. La vita va avanti grazie alle contraddizioni. La vita si riproduce costantemente grazie alle sue contraddizioni.

LV: Che tipo di consiglio daresti ad un adolescente che comincia ora a voler fare teatro con l’obiettivo di far ridere?

Cinzia Leone: Il consiglio che do, non solo ai giovani, è quello di pensare. La cosa migliore per far ridere è capire: comprendere quello che vuoi raccontare, focalizzarne un aspetto. Bisogna osservare ciò che c’è intorno, elaborarlo e riproporlo in una sintesi comica. Questo è quello che mi viene da dire. Sfruttare questa caleidoscopica realtà che ogni giorno si apre ai nostri occhi, per farne motivo di osservazione. La realtà è un laboratorio sperimentale dei comportamenti degli esseri umani che continuano, nonostante tutto, ad essere incredibilmente interessanti.

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Un Omaggio ad Anna Marchesini al Teatro Mascagni – Intervista a Ingrid Monacelli

Quando Roberto Carloncelli ha preso in mano la direzione artistica del Festival Orizzonti, nel caos gestionale che lo circondava, si è ritrovato a comporre un florilegio di spettacoli legati a…

Quando Roberto Carloncelli ha preso in mano la direzione artistica del Festival Orizzonti, nel caos gestionale che lo circondava, si è ritrovato a comporre un florilegio di spettacoli legati a sue conoscenze dirette. Tra queste, c’era Ingrid Monacelli, la quale si è resa protagonista, durante lo scorso festival, nell’agosto del 2017, del fortunato ciclo di letture Donna: Femminile Singolare. Le performance, distribuite in tre giorni, inglobavano, tra gli altri, testi di Franca Rame, Stefano Benni e  Aldo Nicolaj; sopratutto però, la Monacelli interpretò in maniera magistrale Anna Cappelli di Annibale Ruccello.

È impossibile, nell’economia del teatro contemporaneo, non associare il testo di Ruccello ad Anna Marchesini che a più riprese lo interpretò lungo gli anni Novanta. Da questo spunto, Roberto Carloncelli e Ingrid Monacelli hanno lavorato, negli ultimi mesi, ad uno spettacolo che si configurasse come un vero e proprio tributo alla grande attrice orvietana. Oggi si intitola Anna: omaggio ad Anna Marchesini e va in scena al Teatro Pietro Mascagni venerdì 26 gennaio 2018. 

Abbiamo incontrato Roberto Carloncelli e Ingrid Monacelli prima del debutto e abbiamo posto loro alcune domande.

 

LaV: Secondo voi qual è il segno che Anna Marchesini ha inciso nella storia del teatro? Cosa avete imparato voi da lei?

Ingrid Monacelli:  Riusciva a rendere naturale ciò che è estremamente artificioso. Ogni suo personaggio era frutto di un lavoro sul corpo molto faticoso che poteva durare anche dei mesi, ma lei era capace di essere fluida e naturale nelle interpretazioni. Certo, era molto caricaturale, spesso molto grottesca, ma sempre con naturalezza. I suoi tempi comici erano immanenti; aveva capacità di improvvisare sul palco, a seconda del pubblico che aveva davanti. Riusciva a portare il pubblico dove voleva lei; era eccezionale in questo. Ogni volta che si trovava sul palco dava l’impressione di essere a casa sua. Il pubblico era l’ospite. Per chi fa questo lavoro quello che dovrebbe essere sempre presente è l’amore di stare sul palco, sentirsi a casa. Vedere l’amore e la passione che lei metteva nel suo lavoro è stato l’insegnamento più grande.

Roberto Carloncelli: Anna Marchesini è stata una delle pochissime attrici italiane che riuscivano a passare dalla lettura delle pagine gialle a Shakespeare. Deteneva una preparazione, a livello culturale, enorme, anche se noi l’abbiamo conosciuta nel suo aspetto prevalentemente comico. Era una persona rara. Ha lasciato secondo me questa sua particolare visione della comicità: l’umorismo velato di tristezza. Che poi è una cosa tipica di chi fa teatro comico, ma lei aveva una marcia in più. Per chi ha avuto la fortuna di vederla nell’ultima parte della sua carriera, da sola, ha fatto spettacoli incredibili.

LaV: In che misura il fatto che Anna Marchesini fosse una donna ha codificato il suo essere teatrale?

IM: Anna Marchesini è riuscita a sdoganare quella che era una brutta tradizione nell’ambito dello spettacolo: che la donna non fosse propriamente una figura comica. I comici sono uomini. Nel mondo dello spettacolo comico le figure forti sono sempre maschili. Lei è stata bravissima perché ha saputo cogliere tutti i pregiudizi sociali, rivolti al femminile, tutti i difetti delle donne – dalla nevrosi all’estrema vanità, fino alla strumentalizzazione della sessualità – ed è riuscita a costruire dei personaggi che in maniera caricaturale ridevano di loro stessi. Il valore più importante è stata la sua grande intelligenza nel sapersi prendere in giro confrontarsi con il suo essere femminile fino in fondo, a trecentosessanta gradi. Far emergere tutti i lati della femminilità ed esprimerli con la risata.

RC: Ha una rilevanza, certo. Il teatro, purtroppo, è maschile. Dalle radici della sua origine. Pensiamo che in passato le donne non potevano nemmeno entrare a teatro. Ecco, Anna Marchesini è stata una di quelle attrici che hanno fatto capire quanto la figura femminile fosse la forza motrice non solo del teatro, ma in generale della vita del mondo. Potremmo estendere questo discorso a tutti gli aspetti della società, le recenti cronache ci forniscono un quadro abbastanza preoccupante. Anna Marchesini può anche ribadire quanto le donne possano essere protagoniste, dentro e fuori dai teatri.

LaV: È stato difficile confrontarsi con una gigante del teatro come Anna Marchesini?

IM: Sicuramente confrontarsi con Anna Marchesini è impossibile. Un mostro sacro del teatro contemporaneo. Cerchiamo di fare un omaggio, un tributo, alla sua figura. Per me è sempre stata un riferimento. Lei era eccezionale per quanto riguarda il trasformismo. Riusciva a cambiare completamente connotati visivi, la voce, il corpo, i movimenti, i tic a seconda dei personaggi. Osservarla è stata una delle fonti più grandi di ispirazione per il lavoro. Ho cercato di trarre da lei soprattutto la capacità di trasformarmi, e di imparare ad avere quella stessa luce negli occhi che aveva lei quando saliva sul palco e che dimostrava il suo immenso amore per questo lavoro.

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“Il Bacio” di Ger Thijs: intervista a Francesco Branchetti

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo…

Dopo l’esperienza di Medea di Jean Anouilh, che li ha impegnati lungo le ultime due stagioni teatrali, Barbara de Rossi torna a lavorare con Francesco Branchetti con Il Bacio, un testo di Ger Thijs proposto al pubblico del Teatro Mascagni di Chiusi sabato 13 Gennaio 2017. La regia e l’adattamento è dello stesso Branchetti, il quale ha lavorato sulla traduzione dall’olandese di Enrico Luttmann.

Ger Thijs, autore de Il Bacio, è uno dei più importanti drammaturghi olandesi. È nato a Waubach, nel Limburgo, nel 1948.  Abbandonati gli studi di psicologia ad Amsterdam, segue i corsi dell’Accademia Teatrale di Maastricht. Non conclude il percorso accademico poiché all’inizio del secondo anno viene ingaggiato dalla compagnia di Elise Hoomans, debuttando nel 1970 come attore con un testo di Raymond Quéneau. Da allora ha lavorato in tutti i campi dell’attività teatrale, dirigendo anche alcune delle sue stesse opere. E’ stato anche Direttore Artistico del Teatro Nazionale Olandese. Molte delle sue rappresentazioni sono state nominate per il prestigioso Theatre Audience Award.  Scrive, inoltre, romanzi ed è editorialista per il quotidiano Volkskrant.

Il Bacio si svolge in un bosco. Un luogo quasi etereo, al di fuori della quotidianità. Lui è un comico fallito in procinto di prendere una decisione importante sulla sua carriera, lei si trova di fronte ad un bivio fisico, un movente di preoccupazione. I due personaggi, di cui mai vengono esplicitati i nomi, si incrociano durante una passeggiata nel verde. Si siedono su una panchina e iniziano a parlare. Il dialogo diventa un’esplorazione sineddotica dell’anima umana, quando è chiamata a scontrarsi con la brutalità dell’esistenza. L’andamento dell’approccio tra i due è intralciato dagli imbarazzi e dai limiti verbali dell’alterità, ma sostenuto dalla profonda comprensione sentimentale di due vite che si intrecciano, lungo l’unità temporale dello spettacolo.

Abbiamo incontrato Francesco Branchetti, prima dello spettacolo, che ha risposto alle nostre domande:

V: Come è stato dirigere Barbara de Rossi che è tornata a lavorare in teatro dopo tanti anni?

Francesco Branchetti: È stato molto bello e molto semplice. Ci siamo incontrati molto tempo prima delle prove di Medea ed abbiamo iniziato un lavoro molto certosino sul personaggio che poi ha interpretato benissimo. Abbiamo fatto un lavoro di preparazione molto lungo prima delle prove. Medea di Jean Anouilh  è stato uno spettacolo che Barbara ha fortissimamente voluto fare, e io anche. È stato un lavoro entusiasmante. Barbara, poi, è una persona dal carattere gentile e dalla professionalità straordinaria. Non ci sono state difficoltà perché si è messa completamente nelle mie mani di regista e questa sua lontananza dal palco scenico, lungo tutti questi anni, non ha pesato. Sono state prove molto lunghe, ma è stato un lavoro molto accurato.

V: Ger Thijs, autore de Il Bacio, È il massimo autore olandese uno dei più importanti viventi. Molto del pubblico forse non lo ha mai sentito nominare. Oltre a divulgare il teatro nelle sue pratiche, cosa potreste fare voi professionisti della drammaturgia, per divulgare anche la letteratura teatrale?

FB: Personalmente, da tantissimi anni mi prefiggo di presentare testi stranieri in Italia. L’ho fatto con testi olandesi, spagnoli… l’ho fatto con le opere dei maggiori autori delle drammaturgie estere. Thijs è il maggiore autore del teatro olandese contemporaneo. Noi teatranti dovremmo tentare, prima di tutto, di portarli in scena. Dovremmo farli vivere attraverso gli allestimenti. Io ho portato in scena Manfredi, Angelo Longoni, Alberto Bassetti e moltissimi altri. La drammaturgia contemporanea mi è sempre stata molto a cuore: sia quella italiana che estera. Più il teatro contemporaneo ha modo di vivere sulla scena e più il pubblico si abitua agli autori contemporanei. È ovvio che in un momento di crisi, mancano basi culturali solide su cui appoggiarsi e spesso molte produzioni puntano sui classici, i grandi titoli del repertorio. Però non è necessariamente una scommessa vincente. La scommessa su questo testo di Thijs si è rivelata felice. Il Bacio non era mai andato in scena in Italia, mentre in tutti gli altri paesi europei sì . Quindi è stato il primo allestimento italiano. Anche questa stagione saremo per quattro mesi in tournée. Quindi non necessariamente rivolgersi ai grandi classici è l’unica strada per avere successo. Si può fare molto bene anche con un testo contemporaneo.

V: Secondo te ha qualcosa da dire sui recenti dibattiti sulla sessualità, i rapporti tra uomo e donna tirati in ballo nei recenti fatti di cronaca?

FB: No, direi di no. Il nostro spettacolo vive del rapporto anche tra uomo e donna soprattutto per quanto riguarda le sfere della tenerezza, dell’affetto arriva anche alla sensualità ma in una chiave totalmente rivolta al sentimento. Affronta l’innamoramento, non tanto la fisicità. È attuale nella misura in cui in un epoca in cui è diventato difficilissimo, fidarsi e affidarsi all’altro, anche nella figura di un altro sesso, è difficile conquistarne la fiducia. Sono solito dire che oggi l’unico atto di coraggio è fidarsi dell’altro. Questo è uno spettacolo che mostra come due personggi, affidandosi nelle vicendevoli mani, trovano in un sentimento condiviso, una via di salvezza. Mostra come un atto di fiducia e di coraggio possa cambiare le cose nelle nostre vite.

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L’uomo e la sua negazione: “Human” di Baliani/Costa al Mascagni di Chiusi

Errante e infido è lo straniero, come il mare che avvolge le membra di Leandro, nella sua disperata traversata dell’Ellesponto raccontata da Ovidio nelle Heroides, verso Ero, la sacerdotessa di…

Errante e infido è lo straniero, come il mare che avvolge le membra di Leandro, nella sua disperata traversata dell’Ellesponto raccontata da Ovidio nelle Heroides, verso Ero, la sacerdotessa di Afrodite che, sulla costa di Sesto, accendeva ogni sera una lucerna, per indicare la rotta al suo amato in mare. Un profugo per amore, la più nobile tra le urgenze, il cui furore è incomprensibile se non attraverso la poesia. Inizia con questa immagine Human, lo spettacolo portato sui legni del teatro Pietro Mascagni il 18 febbraio 2017.

Perno delle molteplici storie portate in scena, ora dai monologhi ora dalle rappresentazioni, è il tema dei migranti e delle stragi del Mediterraneo. Human è il titolo riportato con parola sbarrata, come a significare un dissidio tra umanità e sua negazione: lo stesso dissidio che risalta nei commenti medi, alle cronache quotidiane sul tema degli sbarchi sulle coste italiane. Umanità e sua negazione. Lella Costa, Marco Baliani, David Manzi, Noemi Medas, Elisa Pistis, Luigi Pusceddu mettono quindi in scena la contraddizione degli esseri umani che non si comportano più come tali, che abbuiano il lume del sentimento, dell’emozione, dei diritti universali ed eterni, in virtù di un ostracismo emotivo terribile, nei confronti dei migranti.

A rotazione, appaiono quadri scenici, ognuno equilibrato tra realismo e visionarietà, di caratteri riconoscibili e topoi della cronaca: la vecchia casalinga che ostenta una visione del mondo assolutistica e ingenua, il vago realismo dei pescatori intorno Lampedusa, i ricettatori dei vestiti arenati sulle spiagge, i ragazzi superficialmente interessati alle notizie degli sbarchi tra la frivolezza delle chiacchiere. E poi il mito, come tasso aulico e sacrale del racconto: Enea, Leandro, Antigone, calchi immaginifici da Caravaggio, nonché tralci di Shakespeare e Salvatore Quasimodo: cercando una cronaca sublimata dagli strumenti del teatro classico.

Le riserve che si possono avere nel giudizio dello spettacolo riguardano l’impostazione e il linguaggio non coerente, né chiaro: un modulo di trattazione scenica non aderente al paradigma percettivo presente, attuato secondo intenti ormai storicamente superati. Si legge nel programma di sala, che sembra quasi un manifesto: «vorremmo utilizzare le forme teatrali per indagare quanto sta accadendo in questi ultimi anni» e poi «se ci fermassimo qui sarebbe un altro esempio di teatro civile e questo non ci basta: non vogliamo che lo spettatore se ne vada solo più consapevole e virtuosamente indignato o commosso, vogliamo spiazzarlo, inquietarlo, turbarlo, assediarlo di domande». In realtà, quello che emerge da Human è proprio una forma di mero teatro civile, che si “limita” a commuovere e indignare. L’impianto mimetico pretende che il pubblico si riconosca in turpi e banalizzati stereotipi, che di certo ormai non scuotono neppure i chierichetti, attraverso un pure equilibrato compromesso tra teatro di narrazione (di cui Baliani e Costa sono due dei massimi rappresentanti) e rappresentazione drammatica. Le figure neutre dei due attori protagonisti sono efficaci – ma non innovativi – solo nella loro nudità, nei parallelismi narrativi tra tradizione dei canoni letterari e presente (Migranti – Ovidio – Sofocle – Shakespeare – Quasimodo). Il carisma apotropaico – auspicato – dell’acquisizione del male e la conseguente catarsi, non arrivano mai: lo spettacolo si discioglie su sé stesso, affidando quasi completamente la forza solutiva del discorso alla potentissima estetica scenografica e ai disegni delle luci, sempre ottimi e pertinenti, anche nei punti più ardimentosi. Insomma, il dissidio dell’essere umano si risolve in un “e come possiamo noi cantare?”, domande aperte, senza alcuna risposta esatta.

Il problema è che, ad esempio, nel “vecchio” disco Un’Intesa Perfetta degli Assalti Frontali, viene usato lo stesso modulo retorico, in un brano intitolato Rap Enea: «profugo per suo destino / oggi come oggi sarebbe un clandestino / Enea ma dove vai? Enea ma dove vai? / Senza il permesso di soggiorno per te sono guai», sì di certo in maniera meno aulica, ma sicuramente convogliante gli intenti enunciati dallo spettacolo diretto da Marco Baliani, in modo più diretto ed efficace. Così come di potenza maggiore, devastante, assolutamente impareggiabile, è il film di Gianfranco Rosi Fuocoammare, attualmente candidato come miglior documentario ai premi oscar 2017. Si potrebbero citare decine di opere, sicuramente più corroboranti, convincenti ed eloquenti, sullo stesso tema e con gli stessi mezzi, usati in maniera più incisiva (basti pensare anche allo scorso Festival Orizzonti di Chiusi, sul cui tema si era incentrata la quasi totalità della programmazione).

Human è uno spettacolo di per sé buono, ma che pretende essere denuncia di cose già denunciate, sublimazione di temi già sublimati, adottante metodologie di scuotimento etico già abbondantemente usurate. Human vuole essere naturalistico e civile ma allo stesso tempo giocare con la mimetica del reale attraverso parodizzazioni vacillanti, varchi retorici che spaziano dalla citazione al racconto per interposta persona, dalla cronaca alla lirica, mancando di continuità espressiva, fortificando la forma ed evitando la sostanza. Pretende di far valere una voce oratoria e sacrale contro il trash degli enunciati della politica e del giornalismo contemporanei. Qual è l’efficacia? Dov’è l’impegno reale? Che senso ha tutto questo, quando si utilizzano certe tracce argomentative nei confronti di un pubblico che, nonostante la sacralità dei temi, rumoreggia e russa, armeggia con gli smartphone, scatta fotografie con il flash a venti metri di distanza dal palco disturbando due terzi di sala, incalza in colpi di tosse a catena che neanche le epidemie di tisi nella Parigi del 1830?

Non può esistere un teatro civile di questo tipo, nell’imperversante privatizzazione del pensiero cui stiamo assistendo. Non esiste teatro civile che declami verità con una pretesa di voce plurale in una società individualistica, rifluita nell’egotismo dei consumi e della post-umanità. Per essere efficace, ormai, un messaggio civile veicolato attraverso un linguaggio artistico deve toccare le corde intime degli spettatori, spingere verso un peso addominale privato, un imo sottodiaframmatico. Cercare la confidenza più vulnerabile degli esseri umani. Ecco, in questo, Human ha fallito, pur regalando agli spettatori splendide immagini e toccanti narrazioni.

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Nero su nero – Night Garden della Evolution Dance Theater in prima nazionale a Chiusi

«Qual è il tuo disco preferito?» chiedo ad Anthony Heinl durante l’incontro pomeridiano nel foyer del teatro Pietro Mascagni di Chiusi, poche ore prima del debutto in prima nazionale del…

«Qual è il tuo disco preferito?» chiedo ad Anthony Heinl durante l’incontro pomeridiano nel foyer del teatro Pietro Mascagni di Chiusi, poche ore prima del debutto in prima nazionale del nuovo spettacolo della Evolution Dance Theater, Night Garden, «Oh ce ne sono tantissimi» dice «Sicuramente qualcosa dei Led Zeppelin» mi fa, con la dilatazione delle formanti vocaliche propria degli americani che parlano italiano mantenendo, fortemente, il loro accento d’origine. Una risposta quasi estraniante per un coreografo come lui, attento alle più innovative trovate digitali che il nostro presente offre, tanto estraniante quanto le scelte drammaturgiche che trasferisce in scena attraverso la compagnia EDT di cui è direttore dal 2008. Sembra quasi storcere il naso quando ci si riferisce alle sue creazioni come “coreografie di ballo”: la danza non è che una porzione dell’intero scenico che la sua centrifuga creativa elabora costantemente. Heinl infatti ha una formazione di base scientifica: «studiavo fisica e chimica all’università di Boston» dice «prima di dedicarmi completamente al teatro», e la capacità alchemica di mescolare elementi e farli reagire, di misurare i dosaggi delle componenti per un equilibrio efficace, ha visibilmente permeato tutta la sua carriera di ballerino e coreografo.

Night Garden è una raccolta poetica in verso libero, con un’estrema prepotenza visuale. No, non è uno spettacolo di danza, è performance totalizzante, è quintessenza del superamento. La tecnica di palco non è affidata alle americane, né a faretti o puntatori di sala. Tutto ciò che è luminescenza all’interno nel contesto scenico viene prodotto – dal punto di vista del pubblico – direttamente dai corpi dei performer, che si muovono sulla parete scura della superficie della boccascena. Il 75% della funzionalità e del movimento è legata alla luce e non ai corpi in sé, il pubblico osserva figure eteree mobili, luminescenze, fluorescenze che si imprimono su velatini a tagliafuoco, filamenti di tessuto illuminati da neon e led, lampade in resina o UV, tutto marcato dal punto di vista illusionistico e onirico. Non si vedono i volti, non si vedono i confini esatti delle fisicità, ma solo la loro rappresentazione fosforescente.

La scelta musicale è sopraffina: AIR, Radiohead, Woodkid, Sneaker Pimps, Darkside, Joni Mitchell, ed altri, coronano la perizia immaginifica e creativa della compagnia. «Tutto inizia dalla musica» ripete più volte durante l’intervista Heinl: «la mia mente produce immagini infinite e confuse, attraverso la musica tutto prende forma».

Anthony Heinl insieme a Nadessja Casavecchia hanno elaborato una formula estremamente efficace di spettacolarità, collisione pop di esperienze divergenti, la quale carpisce perfettamente l’attenzione del pubblico più digiuno dalla danza, il pubblico apparentemente meno interessato. Con la Evolution Dance Theater hanno riunito sei danzatori provenienti dalle formazioni più poliedriche: Chiara Morciano, Chiara Verdecchia, Carim Di Castro, Lavinia Scott, Bruno Batisti ed Emiliano Serra spaziano dal classico alla breakdance, dagli esercizi degli acrobati ai ginnasti. Lo spettacolo scuote l’abitudine del guardare, producendo un potenziamento di ogni singolo movimento di palco attraverso gli effetti speciali di luce e di strumentazione scenica.  Un complesso estetico totale, inseribile ovunque, dai teatri tradizionali ai palchi dei maggiori festival techno e rock d’Europa.

 

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