La Valdichiana

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Storie dal Territorio della Valdichiana

Tag: ambiente

“Filo&Fibra”, dalla lana un piano di economia circolare per San Casciano dei Bagni

C’è energia nell’aria a San casciano dei Bagni. L’energia dei nuovi progetti, quelli che sanno di coraggio, fantasia e anche un po’ di ambizione, come Filo&Fibra, la cooperativa di comunità…

C’è energia nell’aria a San casciano dei Bagni. L’energia dei nuovi progetti, quelli che sanno di coraggio, fantasia e anche un po’ di ambizione, come Filo&Fibra, la cooperativa di comunità nata da quattro concittadine che lo scorso anno hanno iniziato a interrogarsi su come fosse possibile creare opportunità di lavoro in un comune piccolo, da cui è spesso facile andarsene verso centri urbani più grandi.

La risposta, arrivata in circa sette mesi, si è così concretizzata nella messa a punto di un esempio di economia circolare, un modello di produzione e consumo alimentato dai valori di riutilizzo, condivisione ed ecosostenibilità. Termini che hanno trovato una sintesi perfetta nel progetto Filo&Fibra, come ci ha raccontato Gloria Lucchesi, tra le sue ideatrici.

«Filo&Fibra è un modello di economia circolare innanzitutto perché si basa sul recupero di materiale di scarto, cioè la lana, che nel nostro caso proviene dalle aziende di San Casciano dei Bagni. Trattandosi di un rifiuto speciale, costa molto agli allevatori smaltirlo, circa 2,50 euro al kg, e rende poco venderlo: il prezzo è sui 30 centesimi al kg per acquirenti che commerciano con le industrie di Cina e India, dove poi viene lavorato. La prima fase del progetto è stata intercettare la fornitura di lana grezza, che abbiamo acquistato al prezzo di 1 euro al kg dagli allevatori locali. Con i 2.500 kg di lana raccolti, è iniziata la seconda parte del ciclo produttivo, ovvero la lavorazione dalla quale si è ottenuto il feltro. Con questo tessuto si è iniziato a creare gli articoli che adesso si trovano in vendita nei negozi di San Casciano dei Bagni aderenti al progetto».

Ma perché tutto questo prendesse vita, è stato necessario un investimento iniziale, reso possibile anche in virtù dell’investimento messo in campo dalla Regione Toscana.

«In realtà è stata proprio la Regione ad ispirare Filo&Fibra, nel senso che grazie a un bando regionale destinato a nuove cooperative di comunità, abbiamo pensato di creare questo progetto, il quale poi si è sviluppato sul modello dell’economia circolare in modo tale da sfruttare una materia di scarto, valorizzare le competenze locali e coinvolgere il territorio. La Regione Toscana ha riconosciuto e condiviso le potenzialità di questa iniziativa, concedendoci un finanziamento di 50mila euro. Sicuramente un punto a favore di Filo&Fibra è stata l’originalità, visto che il tema prevalente degli altri progetti era il cibo e l’ospitalità».

Nata dall’idea di quattro donne, la cooperativa ha mantenuto la sua caratterizzazione femminile ed è attualmente composta da nove persone, diverse per età, competenze e percorso di studi.

«La collaborazione è il principio fondamentale su cui si sta sviluppando questa impresa, a cui tutte apportiamo un personale contributo, potendo sempre contare una sull’altra nei momenti di insicurezza, che inevitabilmente possono arrivare in questa fase di partenza di una realtà nuova per tutti».

Una novità nata con l’obiettivo di essere un’opportunità di sviluppo per il territorio, San Casciano dei Bagni e le sue frazioni, non poteva prescindere dall’integrazione con il tessuto sociale.

«Filo&Fibra ha destato fin da subito la curiosità dei nostri concittadini, talvolta insieme ad un po’ di diffidenza, ma c’è da dire che in generale i primi passi li ha mossi in un clima di entusiasmo collettivo nei borghi di Celle sul Rigo, Fighine, Palazzone e Ponte a Rigo. Lì sono già presenti le Vetrine Attive, spazi ricavati da locali in disuso messi a nostra disposizione dal Comune, che abbiamo adeguato ad ospitare l’esposizione dei nostri manufatti. Le abbiamo ultimate una domenica mattina e il pomeriggio c’era già gente a vederle: è stata una bella soddisfazione. L’interesse generale è continuamente dimostrato da chi viene a portarci i bottoni che non usa più, o magari da chi ci aiuta ad assemblare il telaio. In tanti hanno già dato il loro contributo alla causa, che realizza così il suo fine di interessare l’intera comunità».

Le potenzialità di un materiale come la lana si osservano nella varietà dei modi in cui può essere impiegato.

«Dalla prima fornitura di lana è stato ricavato del feltro con cui sono state cucite soprattutto borse, ma anche articoli di biancheria per la casa e cassette di cottura, contenitori in legno rivestiti di lana al loro interno, utili perché sfruttando le proprietà di isolante termico della lana, esse mantengono una temperatura costante ed è possibile utilizzarle per ultimare la cottura di alcuni alimenti, lasciandovi dentro i recipienti, senza il consumo di altra energia. 

Il nostro reparto di sartoria ha sinora prodotto degli oggetti che valorizzassero al meglio il tessuto a nostra disposizione, ma per il prossimo anno abbiamo intenzione di realizzare altri tipi di stoffe, che possano essere impiegate diversamente. All’interno del nuovo museo della macchina da cucire, dove sarà predisposto uno spazio di coworking, saranno inoltre presto organizzati dei laboratori creativi. Ma l’idea è anche quella di fare di San Casciano dei Bagni un centro di interesse per gli appassionati di design, con un concorso biennale a cui presentare oggetti inediti, non solo legati al mondo del taglio e cucito. Già da adesso infatti l’attenzione è rivolta al recupero e al riutilizzo del legno, per dargli nuova vita in altre forme».

In questi suoi primi mesi, Filo&Fibra ha già debuttato alla Fabbrica del Vapore di Milano, con l’iniziativa Design No Brand, sviluppata da Giacimenti Urbani, associazione impegnata nella promozione di valori quali il riciclo dei materiali e l’ecosostenibilità.

«Partendo dal presupposto che per una comunità piccola come quella di San Casciano dei Bagni è utile aprirsi al mondo, piuttosto che chiudersi nel suo territorio, vogliamo cogliere l’opportunità di far conoscere Filo&Fibra in contesti come esposizioni e fiere, momenti fondamentali per stabilire contatti e confrontarsi con altre realtà simili alla nostra».

Il rapporto con il territorio è uno degli aspetti principali di questo progetto. In che modo queste due dimensioni si valorizzano?

«Innanzitutto si rende onore al lavoro degli allevatori locali, utilizzando la lana proveniente dalle loro aziende, poi, passando alla lavorazione del materiale grezzo, si amplificano le competenze di tutti grazie alla consulenza di professionisti, come il perito tessile Antonio Mauro. Infine i manufatti sono il risultato della creatività di chi li realizza, che porta con sé e mette a frutto la cultura e la memoria storica del paese».

Come consiglio a un’altra comunità che voglia intraprendere un percorso come quello della cooperativa Filo&Fibra, quale sono gli ingredienti che non possono mancare?

«Bisogna credere in quello che si fa, trovare il modo di trasmettere nel modo giusto i valori su cui si è costruito il progetto e che rendono, come nel caso di Filo&Fibra, una realtà unica».

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Il Bosco di Ogigia: la permacultura come modello ambientale

Il Bosco di Ogigia è un progetto dedicato all’informazione e alla diffusione della permacultura e delle pratiche agricole sostenibili, intese non soltanto come tecniche da impiegare in agricoltura, ma anche…

Il Bosco di Ogigia è un progetto dedicato all’informazione e alla diffusione della permacultura e delle pratiche agricole sostenibili, intese non soltanto come tecniche da impiegare in agricoltura, ma anche come modello di vita e di rispetto dell’ambiente che ci circonda. Il racconto delle pratiche di sostenibilità che permea il progetto viene affrontato attraverso un ecosistema digitale composto dal blog, il canale YouTube e i profili su Facebook e Instagram. Il Bosco di Ogigia possiede anche un luogo fisico a Montepulciano Stazione: un appezzamento di terra nei pressi dell’abitato dove sta crescendo un bosco commestibile, un orto per l’autroproduzione e tante altre utili attività legate all’etica della permacultura.

Con il termine “permacultura” si intende “un sistema di progettazione per realizzare e gestire una società sostenibile, allo stesso tempo un sistema di riferimento etico-filosofico ed un approccio pratico alla vita quotidiana: in essenza, la permacultura è ecologia applicata”. La permacultura può essere utilizzata per progettare una grande azienda agricola, ma è perfetta anche per gestire meglio la propria economia domestica e avviare una produzione alimentare nel balcone di casa. Si tratta quindi di un modello che porta a rivalutare il proprio sistema di vita per creare una cultura sostenibile al benessere dell’uomo e dell’ambiente che lo circonda.

Il progetto del Bosco di Ogigia è stato ideato da una coppia di giornalisti romani, Francesca Della Giovampaola e Filippo Bellantoni, che affondano le loro radici proprio in Valdichiana: Francesca è infatti originaria di Montepulciano e proprio qui ha scelto di mettere in pratica le conoscenze di permacultura per creare un orto sinergico. Li ho intervistati durante lo svolgimento di un corso dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee commestibili, chiedendo maggiori informazioni sul loro progetto.

Com’è nato il progetto del Bosco di Ogigia?

Francesca: “Sono originaria di Montepulciano Stazione anche se vivo da parecchi anni a Roma. Ho acquistato questo campo che sta vicino a casa dei miei genitori, forse perché vivendo in città sentivo il bisogno di mettere i piedi nella terra. È una cosa che senti dentro a un certo punto, la voglia di recuperare il più possibile un contatto con la natura, che magari hai da bambino ma che poi per studio o lavoro la nostra generazione non ha avuto tantissime occasioni di portare avanti. Da lì è nata la volontà anche di approfondire la disciplina chiamata permacultura, che può dare risposte concrete. Si tratta di un approccio mentale più che di una tecnica agricola. Come giornalista sento di dover parlare della crisi ambientale che stiamo vivendo, contribuire a cambiare anche l’atteggiamento delle persone.”

Oltre alla passione per la permacultura, hai fatto ricerche o studi in materia?

Francesca: “Sì, continuo tuttora a studiare, mi sembra di aver appena iniziato. Sto partecipando a corsi, faccio parte di gruppi di progettazione e di confronto. La permacultura è una disciplina con tecniche e regole, è necessario mettere in relazione conoscenze agronomiche, botaniche, entomologiche. Cerca di fare sintesi tra le conoscenze ambientali che avevano i nostri nonni e bisnonni e che con il tempo abbiamo perduto.”

Qual è invece il ruolo di Filippo nel progetto?

Filippo: “Sono un giornalista e videomaker, mi occupo principalmente di produzione video, ma lavoriamo assieme anche sui contenuti. Gli strumenti sono fondamentali per raccontare le buone pratiche di sostenibilità ambientale: grazie ai social riusciamo raggiungere un grande pubblico attraverso un canale multimediale. Il nostro stile è divertente e veloce, adatto anche ai giovani, veicolato principalmente attraverso i video. Il nostro obiettivo è quello di raccontare le tematiche ambientali partendo dalle etiche della permacultura che sono tre: cura della terra, cura della persona, condivisione delle risorse. Vale per tutto, sia per i rapporti con le persone, sia per i modi con cui si fa agricoltura o si realizza un video.”

In che modo il vostro progetto aiuta a migliorare il rapporto con l’ambiente?

Francesca: “Quando lavori in permacultura devi pensare alle risorse disponibili e cercare di non sprecarle. Anche i nostri vicini di casa stanno capendo, ad esempio quando fanno le potature mi lasciano gli stralci, io accumulo materia organica che per me è molto importante, perché per riportare vita nel suolo serve materia organica. Per i vicini diventa quindi un’occasione per liberarsi comodamente delle potature, per me è un’occasione per arricchire il terreno. La prossima volta impareranno anche loro che sono delle risorse utili e magari le utilizzeranno a loro volta attraverso una compostiera. Sbagliamo a bruciare la materia organica o a considerarla un rifiuto, quando invece è molto importante.”

Com’è cominciato il Bosco di Ogigia e quali sono stati i vostri primi passi?

Filippo: “Io sono arrivato al Bosco di Ogigia grazie a Francesca, lo scorso anno ho partecipato a un corso di 72 ore sulla permacultura, mi sono appassionato al tema, ho sentito l’esigenza di mettere a disposizione le mie professionalità per cercare di fare qualcosa di utile. Stiamo costruendo una comunità, circa 70mila persone coinvolte, un pubblico importante, dà molta soddisfazione dal punto di vista giornalistico. Abbiamo cominciato con Facebook e con un blog su WordPress, poi abbiamo iniziato a fare video e il riscontro è stato ottimo. Adesso stiamo puntando molto su YouTube, il canale stra crescendo molto, è stato un impegno graduale per creare contenuti di qualità. Lavoriamo molto sull’interazione con le persone, è fondamentale creare un rapporto di scambio con il pubblico. Non è più il giornalismo di una volta che ti dice la verità dall’alto e non partecipa alla conversazione: adesso il rapporto è quasi personale, fatto di messaggi e domande, il giornalista è diventato un punto di riferimento per la comunità.”

Parliamo meglio del vostro rapporto con il pubblico, come vi ponete nei loro confronti?

Francesca: “Non è soltanto un rapporto online, ad esempio a Roma frequentiamo un gruppo di Permacultura Urbana. Ci sono tante persone che ci sostengono fisicamente, non solo sui nostri canali social. Il primo pubblico è stato quello interessato alla permacultura, poi ci sono comunità di persone che amano coltivare il proprio orto, e poi cerchiamo anche di conquistare quel pubblico che non penserebbe mai a questi temi, ma vogliamo lanciare il messaggio che è importante la conoscenza della terra e una piccola autoproduzione di cibo. Per permettere a questi messaggi di diffondersi ulteriormente, abbiamo recentemente stretto una collaborazione con Cane Secco: abbiamo raccontato la costruzione dell’orto da Slim Dogs, la sua casa di produzione, attraverso una collaborazione video. È stata principalmente una collaborazione umana, nello spirito della permacultura, per raggiungere un pubblico più giovane a cui è importante diffondere certi messaggi.”

Com’è il vostro rapporto con il territorio della Valdichiana?

Francesca: “Il Bosco di Ogigia si trova proprio qui, anche se è un progetto di respiro nazionale. Vorrei riuscire a coinvolgere di più le persone, spero che con il passaparola aumenti la sensibilità verso l’etica della permacultura e della sostenibilità ambientale. Questa è sempre stata casa mia, anche se viviamo a Roma. Torno spesso per lavorare sull’orto e fare video, o per organizzare corsi su tematiche collegate come quello dedicato al riconoscimento delle erbe spontanee commestibili.”

Tra i prossimi progetti del Bosco di Ogigia, uno dei più interessanti è sicuramente quello legato al batterio Xylella in Puglia: il documentario è in lavorazione, potete approfondire e sostenere il loro lavoro a questo link.

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Fridays For Future – Il 15 marzo 2019 di Siena e Firenze: anche la Toscana si è unita alla battaglia per il futuro del mondo

Foto di copertina di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena Sono passati cinque giorni da venerdì 15 marzo, ma ho come l’impressione che pochi si rendano conto di quello che è…

Foto di copertina di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

Sono passati cinque giorni da venerdì 15 marzo, ma ho come l’impressione che pochi si rendano conto di quello che è successo (e che sta succedendo). È successa una cosa che non si era mai vista nella storia del mondo: una manifestazione senza leader, autoorganizzata e autocoordinata a livello locale, riesce a raggiungere e unire tutto il mondo nello stesso momento. Un movimento – Fridays For Future – nato e portato avanti dagli studenti, la categoria che più di tutte è fragile: senza diritti, senza soldi, senza libertà di scelta, senza ascolto. Eppure, il 15 marzo hanno dimostrato di sapere di non essere senza potere.
Quando dico che la manifestazione è stata globale, intendo proprio questo: globale.

Mappa delle manifestazioni registrate al sito Fridays For Futre

Da Longyearbyen all’Antartide, dal Rio Grande al Novosibirsk russo, dall’Alaska alla Nuova Zelanda, gli studenti, i loro insegnanti, i loro genitori e tutto coloro che si sono voluti unire alla loro protesta sono scesi nelle piazze delle nostre città, dei nostri paesi e dei nostri villaggi per chiedere una cosa ai governi di tutto il mondo: garantire all’umanità un futuro, impegnandosi a mettere in atto misure drastiche per contenere il cambiamento climatico che già oggi miete vittime su vittime, che muoiono nel silenzio dei notiziari.

Secondo la WHO (World Health Organization), si stima che nei prossimi decenni saranno intorno alle 250.000 all’anno (nei prospetti più ottimisti) le morti aggiuntive da imputare al cambiamento climatico.

Già oggi si calcola che siano state milioni le vittime di fenomeni associati al cambiamento climatico (400.000-600.000 morti ogni anno), tra le cause principali: stenti, malattia, shock termico. Per fare un esempio che molti di noi hanno toccato con mano, ripensiamo all’ondata di calore che colpì l’Europa nel 2003 causando 70.000 vittime, di cui più di 14.000 solo in Francia. Il cambiamento climatico non è solo riscaldamento globale: nubifragi, uragani, escursioni termiche estreme sono solo alcune delle sue declinazioni. Il cambiamento climatico è una minaccia per tutti noi, per tutto il pianeta, nessuno escluso.

Questo è quello contro cui sta protestando il movimento Fridays For Future, nato dallo sciopero della quindicenne svedese Greta Thunberg e ripreso in tutto il mondo da presidi locali e auto organizzati. L’Italia si è unita tardi alle proteste, ma in breve tempo ha dimostrato di esserci, di essere cosciente dell’urgenza e della grandezza della manifestazione.

Il Climate Strike di Siena

Su La Valdichiana oggi vi voglio raccontare il 15 marzo 2019 di Siena e Firenze, e inizierò con un’intervista al comitato senese di Fridays For Future.

Foto di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

Quando e come è nato il comitato senese? Come vi relazionate con gli altri, nazionali e internazionali?

Il comitato senese è nato un po’ all’improvviso intorno al 12 febbraio. Una delle attuali organizzatrici, Elisa Furlan, studentessa di medicina al secondo anno, ha preso contatti con FFF Italia e Mondiale creando un primo scheletro che si uniformasse alle altre città italiane, europee e via dicendo. Il secondo step è stata la ricerca di appoggio da SDSN (Sustainable Developement Solutions Network) Youth Siena. Il referente, Massimo Gigliotti, entusiasta dell’idea è poi diventato uno dei tre organizzatori principali. La terza organizzatrice, sempre presente all’interno di SDSN, è Giulia Goffetti; sia lei che Massimo sono dottorandi di in scienze ambientali.

Perché è stato e sarà importante continuare ad aderire a questo sciopero globale?

Non solo è stato importante aderire a questo sciopero globale, ma è stato ed è tutt’ora fondamentale continuare perché, come dice il detto ”l’unione fa la forza”, così Fridays For Future è riuscito a far scendere in piazza migliaia e migliaia di ragazzi in tutto il mondo. Il motivo è semplice: c’è in gioco il destino dell’essere umano e della Terra stessa. Le decisioni prese dalla classe dirigente fino a ora ci hanno portati verso il punto di non ritorno, come ricorda anche Di Caprio nel celebre documentario di National Geographic. Ora dobbiamo fermarci e invertire la rotta. Se la classe dirigente si ostina a girarsi dall’altra parte faremo in modo che trovino noi a ricordarglielo. Ogni città sta proponendo e stimolando localmente dei cambiamenti; siamo certi che grazie a questa diffusione di informazioni alle elezioni europee saranno votati coloro che più si proporranno pronti a delle vere politiche ambientali che possano realmente portare a una presa di posizione dall’alto.

Foto di Michele Bettollini

Quali sono le cose importanti che sono state dette (e fatte) durante l’evento di Siena?

Durante l’evento principale del 15 marzo a Siena non c’è stata solo una manifestazione di studenti, docenti, bambini e cittadini, ma è stata una giornata di forte divulgazione. Infatti, tra un intermezzo di musica e un intermezzo teatrale, c’è stata una vera e propria lezione in piazza a cui hanno assistito circa 2.000 ragazzi, ascoltando docenti di spessore dell’Università di Siena ed esponenti delle diverse associazioni aderenti all’iniziativa, come WWF o ISDE (associazione medici per l’ambiente).
I giovanissimi della scuola elementare Peruzzi hanno letto ad alta voce il loro tema fatto in classe sul cambiamento climatico, come un vero e proprio proclama dell’evento, e hanno intonato il ”GiroTondo di Siena” ( giro giro tondo, salva il mondo, salva la Terra, niente più gas serra). Infine, per concludere l’evento ci sono state proposte concrete rivolte alla pubblica amministrazione, come per esempio riguardo alla limitazione della plastica monouso o all’incentivazione della raccolta differenziata.

Le critiche ai partecipanti sono state innumerevoli, sia da destra che da sinistra, dalle tesi di complotto alle accuse di essere un branco di fannulloni che vogliono saltare scuola. Pensate che l’iniziativa trascenda le barriere e le divisioni politiche? Perché?

Le critiche ci sono e ci saranno sempre per qualsiasi movimento o iniziativa, non è questo a farci paura. Il rischio di strumentalizzazione è alto così come è alto il pericolo che si faccia di tutta l’erba un fascio. Noi crediamo fortemente in questa iniziativa e siamo convinti che sia il primo vero movimento in grado di trascendere le divisioni politiche. FFF è un punto di convergenza per ogni singolo e per ogni gruppo; FFF nasce per salvare la Terra perché questa è la casa di ognuno di noi. L’adesione al movimento prescinde da tutto il resto.
Ci teniamo anche a far presente che, a Siena, gli eventi settimanali in preparazione all’evento del 15 si sono svolti tutti fuori dall’orario scolastico e che l’evento del 15 Marzo è stato una giornata di forte divulgazione promossa dagli enti universitari e sostenuta dal Magnifico Rettore dell’Università di Siena, poiché crediamo che il primo passo per il cambiamento sia l’informazione.

L’impegno del comitato non si ferma qui: so che avete già altre iniziative in programma, ce ne volete parlare?

Il 15 Marzo è stato un momento che ci ha permesso di dire: Siena c’è. Ora siamo pronti a spingere sull’amministrazione comunale e per azioni concrete in collaborazione con WWF, Legambiente, ISDE e molte altre associazioni. Questo venerdì 22 Marzo ci incontreremo per ripulire Piazza del Campo dai mozziconi di sigarette, che ricordo impiegano dai 5 ai 12 anni per essere degradati. Per il 30 marzo stiamo programmando un evento in collaborazione con WWF Siena per l’Earth Hour,  mentre domenica 31 lavoreremo in collaborazione con Legambiente per ripulire dai rifiuti il bosco di Lecceto. Siamo pieni di energie e sfrutteremo al meglio l’attenzione e la sensibilizzazione che siamo riusciti a ottenere riempiendo Piazza del Campo!
Per finire vorremo aggiungere un particolare: dopo il 15 marzo stiamo ricevendo decine di richieste di adesione al movimento da Siena e dintorni, stiamo crescendo esponenzialmente!

Foto di Michele Bettollini

Fridays For Future è una battaglia, una mossa strategica per il conseguimento di un obiettivo, che è quello di assicurare un futuro alle prossime generazioni, all’umanità e al nostro pianeta.
Sono convinta che la rassegnazione alla sconfitta sia una cosa che si acquisisce con la vecchiaia e la stanchezza; per questo so che, qualsiasi cosa dovesse succedere, qualsiasi atto di violenza dovesse essere perpetrato nei suoi confronti, questo movimento non si fermerà.

Sono le persone scese in piazza il 15 marzo i veri guerrieri (quasi un milione e mezzo secondo alcune fonti), non i politici, non i leoni da tastiera che dai divani delle loro case giudicano, criticano e liquidano il comportamento di questi studenti come ‘solo una scusa per saltare la scuola‘. Se l’umanità riuscirà a tenere fede all’Accordo di Parigi del 2015, se qualcosa di buono verrà fatto per le generazioni future, per i nostri figli e i nostri nipoti, non sarà certo merito di coloro che oggi dicono “tanto è tutto inutile” o “il cambiamento climatico non esiste“. Ci saranno sempre quelli che, spaventati dagli eventi che non sono in grado di capire, cercheranno il complotto, la strumentalizzazione, cercheranno un capro espiatorio e un colpevole. Eppure, quello che sta succedendo continuerà a succedere comunque, anche se non lo capiranno mai.

Foto di Francesca Cersosimo/Fridays For Future Siena

 


Gli studenti dei Licei Poliziani parlano di Fridays For Future su Radio Poliziana:

Ascolta “#FridaysForFuture e lo sciopero dei giovani contro il cambiamento climatico” su Spreaker.

 


Il Climate Strike di Firenze

Foto e testo di Francesco Bellacci

A Firenze Piazza Santa Croce è piena. È piena zeppa di giovani e giovanissimi, con le facce colorate come gli indiani d’America. Sulle migliaia di cartelloni che svettano sopra le teste si leggono slogan, moniti, frasi piene di paura e speranza, parole d’amore per una grande madre minacciata e ridotta in fin di vita. Il colpo d’occhio della manifestazione Climate Strike, lo sciopero mondiale per salvare il pianeta, è magnifico. L’atmosfera che si respira fantastica.

Il 15 marzo, Piazza Santa Croce era piena di ragazzi e ragazze. Sembravano un’affluente di quell’enorme fiume straripato grazie a una gocciolina con le treccine bionde, l’impermeabile giallo e il viso rotondo. Una minuscola molecola d’acqua che ha permesso di spezzare gli argini di contenimento di una struttura arcaica, inutile e dannosa. Questa lacrima (di gioia, ovviamente) si è messa a capo di un movimento di protesta colmo di attese, di rabbia, di fiducia, di rivalsa, che coinvolge giovani studenti di tutto il mondo. Si chiama Greta Thunberg, ha sedici anni e vive a Stoccolma. Negli ultimi mesi abbiamo imparato a conoscerla dalla TV e dai giornali per il suo enorme coraggio e la sua infinita forza di volontà, che sta mettendo nella lotta contro chi ammala il pianeta.

Il primo scienziato a studiare l’incidenza del CO2 sul clima fu lo svedese Svante August Arrhenius all’inizio del XX secolo e Premio Nobel per la chimica. Alcune ricerche pubblicate sui giornali europei indicherebbero che proprio il pioniere della teoria dell’effetto serra sarebbe l’antenato della piccola Greta. Una coincidenza strabiliante. La stessa ragazza ha raccontato il suo precoce interesse verso le problematiche ambientali, nato all’età di 8 anni. Dall’agosto del 2018 Greta ha iniziato uno sciopero che si ripete ogni venerdì: invece di andare a scuola, si reca davanti alla porta del parlamento svedese con qualche libro nello zainetto e in spalla un cartello con su scritto “Skolstrejk för klimatet”, sciopero per il cima. Questa azione di protesta è diventata famosa col nome di Fridays for Future. Da allora è riuscita a ottenere l’attenzione dei media locali e adesso è diventata il punto di riferimento per milioni di giovanissimi attivisti in tutto il mondo. Oggi, studenti di ogni lingua, paese e cultura rispondono all’appello di Greta. Un atto dimostrativo contro l’egoismo di governi e multinazionali sordi ai moniti sulla critica situazione ambientale della Terra.

Fatico a raggiungere le scale della chiesa. Da lontano riesco a intravedere gli striscioni più grandi disposti l’uno accanto all’altro, sul gradino più alto, sotto la facciata della chiesa; alcuni ragazzi coi megafoni puntati al cielo stanno in piedi sopra le panchine, ma sono resi muti dalle migliaia di voci che si sovrappongono attorno a me. Partono slogan e cori da zone diverse; si sviluppano tutt’intorno; poi muoiono, ma subito ne nascono altri e il ciclo si ripete. Lentamente mi avvicino. Fa caldo: siamo tutti appiccicati ed è una bellissima giornata di sole, di quelle che ti ricordano che la primavera è ormai vicina. La mattina seguente i giornali parleranno di un’affluenza di oltre 10.000 persone, ma dal centro di questo mare sembrano essere dieci volte tante.

È incredibile come una piccola donna sia riuscita a smuovere il mondo intero. C’era davvero un disperato bisogno di lei, ma è anche altrettanto incredibile che si sia arrivati a questo punto. A toccare un livello critico di sfruttamento delle risorse, a sfiorare il tipping point che condurrà la Terra alla morte. Il macabro individualismo e l’egoismo cieco dei governanti e delle grandi aziende stanno rischiando di compromettere la vita e il futuro delle nuove generazioni solo per rincorrere l’arricchimento sfrenato. A volte provo a mettermi nei panni di chi avrebbe la possibilità di cambiare veramente le cose con una legge, con un accordo ecologico o con un nuovo piano aziendale improntato sulla riduzione delle emissioni. Faccio una fatica immensa a immaginarmi quanta avidità ci vuole per anteporre le logiche capitalistiche al futuro di tutti gli esseri viventi.

Oggi, però, è un giorno bellissimo e si riesce a pensare solo a un futuro migliore, sicuro, felice. Inizio a girare su me stesso. Scatto alcune foto. Mi guardo intorno sorridendo, come fanno tutti del resto, e vedo: ragazze e ragazzi cantare, ridere e stringersi in abbracci; maestre delle scuole con i loro piccoli alunni, ognuno con un cartello colorato urlante rabbia innocente. Sopra di me una ragazza con i capelli ricci e il giubbotto legato in vita avvicina la bocca al megafono e tutt’intorno voci fresche la seguono in coro. Lì nel mezzo si avverte tanta complicità, vera fratellanza. Lì nel mezzo mi sento leggero, spensierato e allo stesso tempo tremendamente consapevole di quello che sta succedendo al nostro presente. Quand’è stata l’ultima volta che milioni e milioni di studenti hanno manifestato per il loro futuro in modo così appassionato e pacifico? A stare lì nel mezzo sembra che sia davvero esplosa una bellissima rivoluzione, dopo che la miccia ha bruciato svelta, appicciata dalla piccola Greta qualche mese fa. Lì nel mezzo c’è qualcosa di antico, ma profondamente rinnovato negli interpreti e nei suoi leader.

Si leggono e si sentono ovunque attacchi al movimento, tentativi per screditarlo, accuse di incoerenza rivolte ai giovani. Sono gli sforzi di chi si aggrappa ancora a un sistema che infinite volte ha dimostrato il suo fallimento in ogni direzione. Sono gli sforzi di quella classe dirigente senza ideali, piegata al dio denaro e lontana dalla razza umana. Sono gli sforzi vergognosi del capitalismo.

Verso le 10:00 il corteo si muove. Lento. D’altronde, in un giorno così non c’è fretta di finire e rimanere soli. In un giorno così si sta bene tutti insieme. Una sosta viene fatta sotto Palazzo Vecchio e una tipina con i capelli viola si mette davanti alla testa del serpentone e fa uscire dal megafono parole di rabbia contro Nardella e il PD, accusati di complicità con chi ammala la Terra per aver dato il consenso alla costruzione del nuovo aeroporto. La marcia riparte. I canti riprendono. Gli applausi rimbalzano fra i palazzi del centro. E oggi è una giornata bellissima.

Non è vero che siamo tutti un po’ colpevoli per la situazione drammatica in cui verte il pianeta. Sono le patetiche accuse di chi cerca di ferire questa bellissima rivoluzione. I colpevoli sono coloro che non credono nel cambiamento. I veri colpevoli sono quelli che seguono ancora le logiche capitalistiche.

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Legge obiettivo ungulati – Gli agricoltori chiedono maggiori tutele contro i danni dei caprioli

All’indomani del via libera, da parte della Regione Toscana, al piano di abbattimento dei caprioli per il territorio della provincia di Siena, l’Unione provinciale agricoltori di Siena ha organizzato una…

All’indomani del via libera, da parte della Regione Toscana, al piano di abbattimento dei caprioli per il territorio della provincia di Siena, l’Unione provinciale agricoltori di Siena ha organizzato una tavola rotonda per fare il punto sugli effetti della Legge Obiettivo dalla sua effettiva applicazione.

All’incontro, che si è svolto a Siena, hanno preso parte il direttore dell’Unione Provinciale Agricoltori di Siena, Gianluca Cavicchioli, il professore dell’Università di Sassari dipartimento di Medicina Veterinaria e membro Cirsemaf, Marco Apollonio, il presidente ATC 3 Siena Nord Roberto Vivarelli, Francesco Rustici presidenza Confederazione Cacciatori Toscani, Silvano Toso vice presidente vicario EPS nazionale e il dottor Paolo Banti dirigente de settore ufficio caccia della Regione Toscana, oltre a molti agricoltori e cacciatori del territorio senese.

Lo scopo della Legge Obiettivo per la gestione degli ungulati in Toscana è quello di ridurre, entro un triennio, i conflitti generati dagli ungulati selvatici rispetto agli habitat che li ospitano. La Legge tende ad aumentare le possibilità di prelievo venatorio anche mediante periodi più ampi nelle aree maggiormente soggette a danni.

Nei 20 mesi di effettiva applicazione della Legge sono stati abbattuti complessivamente 215.575 capi in tutta la Regione Toscana, così suddivisi: 184.774 cinghiali, 27.135 caprioli, 993 cervi, 2456 daini e 217 mufloni. Se da una parte questi dati sembrano confortanti per quanto riguarda gli abbattimenti, dall’altra però aumentano i danni alle colture causati proprio da ungulati e cervidi. La tendenza dei danni ha un andamento molto disomogeneo tra provincia e provincia e infatti quelle che risultano essere maggiormente colpite sono la provincia di Siena e quella di Firenze.

A Siena e provincia, nonostante l’aumento dei piani di prelievo, dei tempi di caccia e l’individuazione, insieme a ISPRA, dei distretti con obiettivi di bassa densità, il numero dei danni è causato maggiormente dai caprioli e nel 2017 i danni, in tutta la Regione, arrivano a sfiorare quasi i 4 milioni di euro.

A farne le spese più grandi sono proprio gli agricoltori che muovono fortissime critiche alla Legge Obiettivo: la popolazione della specie capriolo si sta annualmente incrementando, tantoché nella sola provincia di Siena è arrivata ad oltre 40mila capi. Nelle riserve naturali, ed in generale nelle zone a divieto di caccia, non è stato di fatto effettuata alcuna apprezzabile attività di contenimento e tutto ciò accresce i rischi di incolumità per i cittadini, i danni alle specie vegetali, alle altre specie selvatiche, all’incrementare della presenza della specie lupo e all’utilizzo delle recinzione alle colture agricole.

In base a ciò, gli agricoltori a gran voce chiedono l’applicazione dell’articolo 37 anche per i caprioli, in quanto l’attuale pratica termina il 15 marzo e riprende i 1 di giugno, ma in questo intervallo si concentrano i maggiori danni alle colture. Armonizzare gli interventi su tutto il territorio al fine di ottimizzare e non vanificare i positivi risultati ottenuti; intervenire sulle riserve naturali, ovvero coordinare le azioni da effettuare nel territorio libero, cambiare la legge 157/92 che riguarda la fauna selvatica in modo che l’attività venatoria non sia più in contrasto con la conservazione della fauna. Rivedere il decreto dei minimis, cioè se c’è un danno, gli agricoltori richiedono di essere indennizzati al 100%, invece il decreto stabilisce un tetto massimo di risarcimento in 15mila euro suddiviso in 3 anni comprensivi anche di altre provvidenze come sgravi, contributi e aiuti di credito. Infine gli agricoltori chiedono soluzioni alternative alla recinzione, in quanto contrari perché rovinano il paesaggio.

Dal canto suo la Regione Toscana, nei giorni scorsi, ha dato il via libera al piano di controllo dei caprioli in cinque zone di ripopolamento e cattura della provincia di Siena gestite dall’ATC Siena nord. Il piano di controllo prevede un prelievo complessivo di 206 capi e a seconda dell’esito del risultato verrà valutato se gli interventi potranno essere ripetuti o estesi ad altre zone di ripopolamento e cattura.

Per quanto riguarda gli altri punti messi sul banco, nel report della Regione Toscana emerge che per quanto riguarda il cinghiale, nelle aree non vocate, la caccia di selezione nel 2017 ha portato al prelievo di 8.445 capi, con un incremento dell’84,4% rispetto ai 4.581 capi del 2016. Anche il prelievo del cinghiale in “controllo”  nel 2017 è aumentato: sono stati prelevati 13.569 capi, rispetto ai 9.927 capi del periodo giugno-dicembre 2016, mentre nelle aree vocate, invece, si è registrato l’abbattimento di 60.976 cinghiali, con un calo del 19.6% rispetto ai 75.863 capi prelevati nel 2016. Complessivamente i cinghiali prelevati in Toscana nel 2017 sono stati 87.684, contro i 97.090 del 2016 e 79.330 del 2015.

Per il Capriolo, non sembra esserci stato un reale incremento dei prelievi a seguito dell’applicazione delle Legge Obbiettivo: i numeri dei capi abbattuti restano stabili così come la consistenza della specie, che nel 2017 è stata stimata in 182.575 capi, di cui 148.689 nelle aree vocate alla specie e 33.877 capi nelle aree non vocate. Dai dati parziali presentati nel report, i Caprioli abbattuti nelle aree non vocate nell’annata venatoria 2017-18 risultano essere 8.281, rispetto ad un piano complessivo di prelievo pari a 35.693 capi.

Infine la Regione Toscana, alla luce dei fatti, spiega le problematiche causate dagli ungulati sono ancora presenti ed è quindi necessario intervenire ancora in modo più efficace specialmente sulle altre specie come il capriolo e al di là delle norme e dei provvedimenti, l’elemento più importante per cercare di attenuare un fenomeno in atto da oltre 10 anni è che ogni soggetto interessato lavori per una gestione comune e condivisa del territorio.

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Dalla Valdichiana a Cambridge per un’edilizia più sostenibile: intervista a Giacomo Torelli

Innanzitutto, la presentazione: chi sei? Sono nato in Valdichiana, ad Acquaviva di Montepulciano per la precisione, dove ho le mie radici, gli amici di una vita e la mia famiglia….

Innanzitutto, la presentazione: chi sei?

Sono nato in Valdichiana, ad Acquaviva di Montepulciano per la precisione, dove ho le mie radici, gli amici di una vita e la mia famiglia. Sono cresciuto tra un picio al sugo e un bicchiere di vino, come tutti gli abitanti di questa terra meravigliosa. Ho frequentato il Liceo Scientifico di Montepulciano; in quel periodo ho trascorso molto più tempo a giocare a calcio, ascoltare musica e suonare la batteria che a studiare. Penso che quella del liceo sia stata una delle fasi che hanno formato di più la mia personalità: si entra da adolescenti e se ne esce di fatto adulti, passando attraverso la scoperta di sé stessi, dei propri interessi e soprattutto del nostro rapporto con gli altri. Sono ancora fortemente legato alla Valdichiana, ai suoi abitanti ed alle sue manifestazioni, prima fra tutte il Live Rock Festival di Acquaviva, al quale cerco di dare ancora un piccolo contributo attivo ogni anno pianificando le mie ferie in anticipo.

Qual è stato il percorso che ti ha portato dalla Valdichiana a Cambridge?

Il percorso che mi ha portato dalla Valdichiana a Cambridge passa per tre città: Firenze, Londra e Manchester.

Ho conseguito una laurea triennale ed una laurea magistrale in Ingegneria Civile presso l’Università di Firenze, dove è nata la mia passione per la ricerca. Durante gli studi magistrali ho avuto la fantastica opportunità di studiare il comportamento sismico di edifici storici monumentali quali il Battistero di Firenze e la torre Cagnanesi a San Gimignano, in collaborazione con il dipartimento di Ingegneria dello UCL (University College London). Questa collaborazione mi ha permesso di lavorare alcuni mesi come ricercatore a Londra, dove il mio interesse per il mondo dei materiali e della ricerca in ingegneria strutturale si è invigorito ancor più.

A poche settimane dalla laurea magistrale sono partito per Manchester, dove ho ottenuto un dottorato in strutture dedicandomi al comportamento termomeccanico di centrali nucleari in calcestruzzo armato soggette a condizioni estreme. Durante gli ultimi due anni di dottorato a Manchester ho anche insegnato come docente del corso di Modellazione Parametrica di Strutture all’interno del corso di laurea triennale in Ingegneria Civile.

Tutto ciò mi ha portato, lo scorso novembre, a ad iniziare a lavorare all’Università di Cambridge come ricercatore associato.

Di cosa tratta il tuo progetto e come è nato?

Il progetto a cui lavoro, recentemente finanziato per circa 1.5 milioni di euro dall’ente pubblico EPSRC (Engineering and Physical Sciences Research Council), nasce da una delle più grandi sfide che ci troviamo ad affrontare ai giorni nostri: il contenimento della minaccia del riscaldamento globale. L’idea fondamentale della ricerca è contribuire alla lotta al riscaldamento globale minimizzando l’uso del cemento su scala mondiale.

Il calcestruzzo è un materiale straordinario ed indispensabile per l’umanità, con un consumo mondiale stimato superiore ai 20 miliardi di tonnellate ed in continua crescita. In altri termini, è la sostanza più utilizzata al mondo dopo l’acqua. È un materiale composito formato prevalentemente da particelle di sabbia e ghiaia tenute insieme da un legante, la cosiddetta pasta di cemento, composta a sua volta da cemento ed acqua. Il cemento è quindi l’ingrediente chiave del calcestruzzo che vediamo pressoché ovunque intorno a noi.
A livello globale, la produzione industriale di cemento è responsabile del 7-8% delle emissioni di CO2 (diossido di carbonio) connesse ad attività umane, ovvero un’enorme porzione delle emissioni totali. Essendo le emissioni di CO2 la causa principale del riscaldamento globale, ridurre l’uso di cemento a scala mondiale rappresenta un’assoluta priorità ambientale, un’incredibile opportunità per contenere il pericolo di surriscaldamento del nostro pianeta. Il progetto si basa sull’idea di sviluppare tecniche volte alla minimizzazione dell’uso del cemento su due diverse scale: quella materiale e quella strutturale.

Ridurre l’uso di cemento a scala materiale significa progettare delle “ricette” di calcestruzzo che consentano di ottenere un materiale di alta qualità pur riducendo il quantitativo di cemento nell’impasto. In particolare, cerchiamo di minimizzare in maniera sostanziale il contenuto in cemento mantenendo inalterate quelle proprietà che fanno del calcestruzzo un materiale unico: resistenza, inerzia termica e durabilità nel tempo. Tutte queste proprietà sono strettamente connesse al rapporto tra i quattro ingredienti principali, nonché alla presenza di specifici additivi organici che, introdotti in piccole quantità nel mix, modificano le prestazioni del prodotto finale. La natura composita del calcestruzzo e la molteplicità dei processi chimici e fisici che hanno luogo nell’impasto durante la fase di indurimento del materiale, fanno del rapporto tra ricetta e prestazioni un dilemma tanto complesso quanto affascinante. Il nostro approccio al problema si basa su analisi di carattere multidisciplinare che spaziano dallo studio dei processi chimici che avvengono nella fase di indurimento del calcestruzzo, a quello dei fenomeni di danneggiamento meccanico e diffusione di umidità e calore all’interno del materiale indurito.

In parallelo, lavoriamo allo sviluppo di tecnologie volte alla riduzione dell’uso di calcestruzzo, e quindi di cemento, a livello strutturale. Ossia, cerchiamo di formulare nuovi metodi di progettazione strutturale che consentano di minimizzare il volume totale di calcestruzzo impiegato in strutture quali travature di ponti ed edifici civili, mantenendo inalterate le prestazioni delle strutture stesse. Il problema principale degli attuali metodi di progettazione, riportati nelle norme tecniche attuali ed utilizzati dagli ingegneri strutturali di tutto il mondo, risiede nella pressoché assenza del concetto di progettazione strutturale sostenibile. Le pratiche progettuali attuali hanno infatti come unico obiettivo quello di garantire la resistenza, e quindi la sicurezza, di elementi strutturali quali travi, pilasti, solai e pareti in calcestruzzo: trascurano la necessità di minimizzare l’uso di calcestruzzo. Nel nostro dipartimento sperimentiamo metodi che consentano di ottimizzare la geometria degli elementi strutturali, sfruttando a fondo le caratteristiche intrinseche del calcestruzzo e utilizzandolo solo dove strettamente necessario. Concettualmente, è un’arte simile a quella della scultura: si toglie materia nelle zone in cui la sua presenza è superflua, dove non porta alcun tipo di beneficio.

Qual è l’impatto ambientale del cemento comunemente usato nelle costruzioni edilizie?

Un dato che non lascia spazio ad interpretazioni è il seguente: per produrre di 1000 chilogrammi di cemento Portland, il cemento comunemente usato nelle costruzioni edilizie, si immettono in atmosfera 913 chilogrammi di CO2.

L’origine di queste emissioni risiede nelle metodologie produttive. In particolare le emissioni totali possono essere scomposte in due contributi di entità paragonabile:

• Le emissioni indirette, connesse ai consumi energetici di estrazione, trasporto e lavorazione delle materie prime.
• Le emissioni dirette, dovute alla al rilascio chimico di CO2 da parte delle materie prime in fase di “cottura”.

La polvere grigia che chiamiamo cemento è ottenuta in stabilimenti industriali partendo da materie prime naturali: rocce calcaree ed argillose. Una volta estratte dalla cava e trasportate in stabilimento, calcare ed argilla vengono macinati finemente e cotti fino a temperature di 1350-1400°C. La fase di cottura ha il fine di innescare reazioni chimiche che conferiscono al materiale la proprietà di “legante”, ovvero la capacità di indurire se combinato con acqua, e rilasciano CO2. Il prodotto della cottura viene poi ulteriormente macinato e miscelato a piccole quantità di agenti secondari per ottenere polvere di cemento.

Pertanto la produzione industriale di cemento ed il suo impiego per la realizzazione di elementi strutturali in calcestruzzo possono essere visti come un processo di rimodellazione artificiale di materiali rocciosi presenti in natura. Questo processo può essere realizzato solo a fronte in un significativo impatto ambientale.

In che modo si può minimizzare l’impatto ambientale dell’edilizia?

Progettisti, committenti e urbanisti hanno a disposizione una moltitudine di strumenti per rendere i nostri edifici, le nostre infrastrutture ed i nostri agglomerati urbani più sostenibili, ovvero in grado di essere realizzati, fruiti e rigenerati senza pregiudicare l’uso delle risorse del territorio alle prossime generazioni.

Attualmente, il tema centrale e preminente è quello del contenimento delle emissioni di CO2 legate ad ognuna delle fasi che compongono il ciclo di vita dell’edificio: costruzione, uso e dismissione. Negli scorsi decenni ci si è prevalentemente concentrati sulla riduzione delle emissioni connesse alla fase di uso dell’edificio, ovvero quelle associate all’energia utilizzata per il riscaldamento, il condizionamento e l’illuminamento dell’edificio stesso. Ciò ha portato allo sviluppo di tecnologie rinnovabili all’avanguardia, tecniche di isolamento termico super efficienti e componenti impiantistici ad alte prestazioni che permettono di abbattere considerevolmente le emissioni in fase d’uso. D’altra parte, credo che ci sia ancora molta strada da fare per quanto riguarda le emissioni connesse alle fasi di costruzione e dismissione dell’edificio. Tali emissioni rappresentano ad oggi il 30-40% delle emissioni globali e, in virtù del continuo perfezionamento delle tecniche di efficientemente energetico, si prevede possano presto diventare il contributo più significativo delle emissioni totali. È in questo contesto, ed in particolare in quello delle emissioni legate alla fase di costruzione di edifici in calcestruzzo, che si inserisce il progetto di ricerca a cui lavoro a Cambridge.

Un altro grande tema e quello della crescita urbanistica. Una delle piaghe maggiori dei tempi odierni è lo sviluppo incontrollato, “a macchia d’olio”, delle nostre periferie urbane. La continua migrazione verso la città fa sì che queste si espandano consumando, progressivamente, sempre più terreno vergine, in maniera del tutto insostenibile. In Europa abbiamo eccellenti esempi di risposta a questa tendenza. Londra, ad esempio, si è dotata di una cintura verde, la cosiddetta “Green Belt”, oltre la quale ha deciso di non espandersi, e continua a rigenerarsi su sé stessa, andando a riqualificare le sue aree degradate e dismesse e completandosi dall’interno. È un’idea di una crescita per implosione, anziché per esplosione, che ha portato e sta portando ad uno sviluppo organico e sostenibile della città.

Quanto è importante intervenire al fine di rendere il settore edilizio più sostenibile?

È una questione morale ed etica: l’idea che i cambiamenti climatici e le risorse del pianeta che lasceremo ai nostri figli e nipoti dipenderanno da noi dovrebbe farci riflettere. In questo senso, il settore edilizio ha un’enorme responsabilità. Pensiamo ad esempio al riscaldamento globale. Per causa nostra, il mondo si sta riscaldando ad una velocità allarmante. Se non cambieremo il nostro comportamento il surriscaldamento potrebbe portare a conseguenze gravissime come scioglimento dei ghiacci, l’innalzamento del livello dei mari, l’inondazione di città costiere, l’inaridimento delle foreste, l’estinzione di specie animali e l’aumento di eventi climatici estremi. Purtroppo è impossibile sapere con certezza come cambierà il clima nel futuro, ma possiamo prospettare un ventaglio di possibilità. Le attuali proiezioni vedono le temperature del nostro pianeta aumentare di un valore compreso tra 2°C e 6°C nei prossimi 100 anni. In altri termini, lo scenario può variare da grave, ma sotto controllo, a catastrofico, e l’effettiva evoluzione del sistema Terra dipenderà in maniera sostanziale da come ci comporteremo nei prossimi decenni.


Fonti:

http://gtr.rcuk.ac.uk/projects?ref=EP%2FN017668%2F1
Giacomo Torelli

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Raccolta differenziata: l’Olio Esausto

Alla bontà delle fritture è difficile resistere, così come amiamo condire le nostre insalate con del buon olio d’oliva (magari della Valdichiana). L’olio è un ottimo alimento, specialmente se di…

Alla bontà delle fritture è difficile resistere, così come amiamo condire le nostre insalate con del buon olio d’oliva (magari della Valdichiana). L’olio è un ottimo alimento, specialmente se di alta qualità, ma molto spesso dopo averlo usato per cucinare i nostri manicaretti non ci preoccupiamo troppo di dove va a finire. Moltissime persone, ancora oggi, lo gettano nel lavandino: niente di più sbagliato! Come andremo a vedere, versare l’olio esausto o i grassi animali liquidi nel sistema fognario può creare una serie di problemi molto gravi, che impattano sia l’economia dei nostri paesi che l’ambiente.

L’olio esausto è un agente molto inquinante: è capace, disperso nel suolo, di impedire l’assunzione delle sostanze nutritive da parte della flora e, rientrando nella catena alimentare come mangime per gli animali, ha conseguenze anche sulla nostra salute. Se versato nell’acqua, invece, ricopre tutto quello su cui si posa, dalle piante agli animali, creando una pellicola sulla superficie di corsi d’acqua, laghi o mari che può privare i pesci dell’ossigeno e causare la morte per soffocamento (abbassando drasticamente i livelli di ossigeno presenti nell’acqua) di tutte le forme di vita presenti in quell’area. Pensiamo che un litro d’olio rende non potabile circa un milione di litri d’acqua!

Sono circa 280.000 le tonnellate di oli esausti da cucina prodotte in Italia che finiscono nei nostri lavandini, e oltre il 50% di esse proviene da utenze domestiche. Liberarsene in modo inappropriato è dannoso per l’economia della comunità: i grassi si solidificano negli scarichi dei lavandini e nelle fognature andando a intasarle, causando reflussi, ingorghi e allagamenti. Questo aumenta i costi di depurazione del sistema fognario a carico delle amministrazioni locali e quindi dei cittadini, che saranno costretti a pagare tasse più salate. Senza contare che ci sono animali e parassiti che si cibano di questi grumi di olio solidificato, ponendo le basi per potenziali infestazioni e problemi per la salute pubblica.

Per questo, è estremamente importante che disponiamo dell’olio usato nella maniera corretta.
Dopo che l’olio in cui abbiamo fritto i nostri fiori di zucca si è ben raffreddato, dobbiamo versarlo in un contenitore di plastica spessa e chiuderlo ermeticamente, per prevenire perdite e cattivi odori. Quando il contenitore è pieno basta portarlo in discarica, in modo che possa essere versato negli appositi contenitori e mandato al riciclo. Sì, perché l’olio esausto può essere raffinato e trasformato in biocarburante, creando opportunità economiche per il Paese e riducendo le emissioni di CO2 nell’atmosfera.

In Valdichiana, la raccolta dell’olio esausto è gestita da Sei Toscana, che oltre ai normali servizi annessi alla discarica ha da qualche anno avviato un progetto chiamato Olly. Si tratta di box automatizzati di colore giallo che vengono collocati in punti strategici dei paesi, per aiutare i cittadini a liberarsi di questo rifiuto scomodo in maniera corretta e civile, senza doversi preoccupare degli orari delle discariche. Solitamente, per servirsene è necessario richiedere una tessera nei punti adibiti del proprio comune.

In Valdichiana e Valdorcia i bidoni gialli Olly sono presenti a Chianciano Terme, Torrita di Siena, Sarteano, Pienza e Castiglione d’Orcia.

A Cortona è possibile conferire l’olio alimentare esausto, oltre che ai centri di raccolta, anche negli appositi punti di raccolta che si trovano presso: la Casina dell’acqua e in piazza Pertini, a fianco del supermercato Coop a Camucia; a Montecchio, di fronte alla farmacia e presso il centro commerciale di Fratta.

A Castiglion Fiorentino, i punti di raccolta dell’olio esausto sono stati posizionati: in loc. Cozzano presso il supermercato Eurospin; in via Martiri di Nassirya, nel parcheggio del supermercato Conad; presso il supermercato Hurrà sulla Strada Regionale 71 e presso la Casina dell’acqua in via del Fergiolo.

A Foiano della Chiana è a disposizione dei cittadini il punto di raccolta posizionato in via Foro Boario, accanto al palazzetto dello sport.

In tutti gli altri comuni, l’olio esausto va raccolto in contenitori adeguati e portato nelle isole ecologiche o discariche, che sono un luogo attrezzato per lo smaltimento corretto e per il recupero di molti materiali; l’accesso è gratuito e il personale di servizio è sempre a disposizione per ogni tipo di informazione e di aiuto per il corretto conferimento dei materiali. Gli orari di apertura delle varie discariche sono disponibili sul sito di Sei Toscana.

Ad oggi, la Toscana detiene il primato di regione più virtuosa nella gestione dell’olio esausto: un bel risultato, che però va mantenuto e migliorato per diventare un modello per le altre regioni!


Fonti:

COOU
L’Olio Esausto – COOU
http://www.plef.org/quanto-inquina-lolio-per-alimenti-impariamo-a-smaltirlo-correttamente/
Sei Toscana
ec.europa.eu
Hazardous Waste Experts

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I benefici di una dieta stagionale con i prodotti tipici della Valdichiana

In che stagione si può raccogliere il porro? Quali sono i mesi in cui è possibile mangiare il finocchio? Tutti, verrebbe da rispondere, vedendo la disponibilità di queste verdure sugli…

In che stagione si può raccogliere il porro? Quali sono i mesi in cui è possibile mangiare il finocchio? Tutti, verrebbe da rispondere, vedendo la disponibilità di queste verdure sugli scaffali dei supermercati. In realtà, in natura sarebbe molto difficile trovarle in estate, essendo il loro tempo di raccolta l’autunno.
Non siamo più abituati a prestare attenzione ai cicli agricoli, non è più importante conoscere le stagioni per avere la certezza di mangiare. Viviamo in un tempo di abbondanza costante che ci permette di non preoccuparcene, di non sapere. È un sistema globale così comodo che pochi sarebbero disposti a rinunciarvi. Come dire di no alle spremute di arancia ad agosto o alle fragole con lo zucchero a Natale? Eppure, questa disponibilità infinita di cibo ha un prezzo. Oltre al distaccamento dell’uomo dalla natura e dai suoi ritmi, la tassa che paghiamo per questa abbondanza è nutrizionale, economica ed ecologica.

È anche vero che viviamo in un’era di globalizzazione, e da qualche parte nel mondo è sempre la stagione giusta per raccogliere qualcosa. Per questo abbiamo le arance e i pompelmi dal Sudafrica o i kiwi dal Cile. Ma abbiamo veramente bisogno di mangiare i melograni a luglio (i melograni a luglio!!) o bere spremute tutte le mattine? Comprare cibo importato costa di più in cambio di una qualità inferiore. Forse non diamo più importanza ai sapori, forse siamo troppo abituati a mangiare frutta e verdura insipide. I pomodori di gennaio, pallidi e tristi, non avranno mai lo stesso sapore di quelli cresciuti e maturati bene sotto il sole estivo. Per questo esistono le conserve: per mantenere i sapori e usare i prodotti dell’estate anche in inverno.

C’è anche la questione della località. Perché comprare l’aglio spagnolo quando in Valdichiana abbonda e può essere coltivato anche in vaso (e i boccioli sono pure edibili)? Per risparmiare 80 centesimi? Quando un prodotto importato costa meno di un prodotto locale dovremmo fermarci a riflettere un attimo su cosa stiamo pagando, quindi. Quale potrà essere la qualità di quell’aglio che costa poco, nel cui prezzo è inclusa una lunghissima filiera di trasporto?
Abbiamo la fortuna di vivere in un territorio ricchissimo, in un Paese ricchissimo e vario dal punto di vista alimentare: tutelare il nostro territorio, il nostro suolo, le sue specie tipiche e coloro che si impegnano per mantenerli sempre in salute è una cosa importante.

Tra le varie correnti alimentari contemporanee, sta riprendendo piede la più antica dieta stagionale, ovvero quella che l’umanità era obbligata a seguire prima dell’avvento dei supermercati e dell’agricoltura industriale.

Quali sono i vantaggi che si ottengono scegliendo di seguire una dieta stagionale?


Molti studi indicano che i microbi all’interno del nostro intestino non rimangono gli stessi tutto l’anno, ma sembrano variare proprio a seconda delle stagioni in modo da essere più efficienti ad elaborare certi tipi di sostanze.
Spesso, i cibi stagionali sono più ricchi di quelle sostanze che ci sono utili per affrontare il freddo dell’inverno o il caldo torrido dell’estate.
I prodotti che richiedono lunghi tempi di trasporto e immagazzinamento dovranno essere trattati per durare di più, e quindi saranno più facilmente soggetti a contaminazioni chimiche derivate dai trattamenti di conservazione.


Perché il sapore dei prodotti stagionali è sempre più ricco, più intenso. Può essere sorprendente la differenza di gusto tra un prodotto raccolto e venduto fuori stagione e lo stesso frutto mangiato nella sua stagione, coltivato nel modo più naturale e maturato bene. La conservazione prolungata in ambienti refrigerati danneggia il sapore, quindi più fresco sarà il nostro cibo più sarà buono e nutriente! Tanti prodotti vengono raccolti acerbi e fatti maturare forzatamente prima di essere messi in vendita sugli scaffali dei supermercati (succede principalmente con i prodotti esotici e importati), e anche questo impedisce che i vegetali acquistino sapore.


I prodotti stagionali e locali sono più ricchi di sostanze nutrienti perché hanno avuto il tempo di raggiungere la maturazione a terra e non hanno subito processi di conservazione industriale. Più tempo passa tra la raccolta di un prodotto vegetale e il suo consumo, più grave sarà la perdita in antiossidanti e nutrienti. Per esempio, gli spinaci e i fagiolini perdono anche due terzi del loro contenuto di vitamina C entro una settimana dal raccolto. Aggiungiamoci i lunghi tempi di trasporto e il tempo passato sugli scaffali dei negozi, e possiamo solo immaginare quanto di nutriente possa rimanere in una verdura. Lo stesso concetto vale per l’alimentazione del bestiame, e di conseguenza anche il valore nutrizionale del latte varia a seconda dell’alimentazione degli animali, che in estate mangeranno più cibo fresco e nutriente.


I prodotti stagionali sono meno costosi perché la loro produzione è meno dispendiosa: essendo spontanea richiede meno trattamenti chimici e non ci sono costi di importazione. Inoltre, richiedono meno imballaggi (che ci vengono sempre fatti pagare), tempi di trasporto più brevi e hanno meno costi logistici.


I prodotti stagionali hanno meno bisogno di pesticidi e di interventi umani per crescere bene. I prodotti stagionali sono solitamente locali o richiedono viaggi più brevi, riducendo l’inquinamento causato dal trasporto del cibo.


Mangiare cibo locale e stagionale ci può aiutare a conoscere i produttori locali, a supportare l’economia del nostro territorio e a conoscerlo più a fondo, creando una comunità più unita.


Mangiando stagionale, si è spinti a comprare in maniera più oculata e a cucinare di più. Può essere un investimento a livello di tempo, ma sicuramente un beneficio per la salute: mangiando meno cibo industriale e studiando diversi modi per cucinare una determinata verdura, la nostra dieta sarà più sana e variegata. Conoscendo a fondo una verdura se ne scoprono infiniti usi, tutti i modi per conservarla e per assaporarla abbinata a diverse pietanze.

Un aspetto da non sottovalutare è la conoscenza delle stagioni e della natura che deriva dal seguire una dieta stagionale. Essere in armonia con il proprio ecosistema ci fa essere più sani e sereni, e ci rende anche più coscienti della sua salute, della sua fragilità e della sua importanza per la nostra sopravvivenza.

Per cibo stagionale si intendono quei prodotti che crescono e maturano naturalmente nella regione in cui viviamo. Al giorno d’oggi sarebbe un sacrificio forse eccessivo rinunciare alle arance di Sicilia per qualcuno che vive in Toscana, quindi il concetto di ‘locale’ si può, in certi casi, estendere a tutto il Paese, sebbene i veri prodotti a chilometro zero siano quelli venduti all’interno della zona di produzione.

La Valdichiana è un territorio dalla forte vocazione agricola, fertile e adatto alla coltivazione di molte varietà vegetali e all’allevamento, e vanta anche numerose specie locali che vengono coltivate solo sul suo territorio, alcune delle quali sono:

Aglione della Valdichiana

Mela rugginosa della Valdichiana

Cocomero nero della Valdichiana

Susina Coscia di Monaca

Pesca cotogna toscana

Fagiolina del Trasimeno

Non dimentichiamoci poi dell’olio, del vino, dei formaggi e della carne, e di tutti gli altri prodotti regionali che è possibile consultare nell’elenco fornito dalla Regione Toscana. Un capitolo a parte meriterebbero poi le erbe selvatiche, come la cicoria, la portulaca, l’ortica, la piantaggine o il tarassaco, tutte abbondanti nei nostri giardini dalla primavera all’autunno e perfettamente commestibili!

Per chi volesse provare a seguire un’alimentazione in armonia con le stagioni, esistono diversi siti che riportano l’elenco della frutta e della verdura tipici della nostra penisola disponibili mese per mese, come ad esempio Verdure di StagioneGreenMe.


Fonti:

https://www.theguardian.com/lifeandstyle/wordofmouth/2014/aug/12/seasonal-eating-vegetables-uk-does-it-matter
https://www.medimagazine.it/perche-e-meglio-scegliere-alimenti-di-stagione/
http://www.viversano.net/tag/mangiare-di-stagione/
http://www.regione.toscana.it/piramide-alimentare-toscana/i-livelli-della-piramide/1.-frutta-e-verdura
http://www.iltempo.it/cronache/2015/12/16/news/frutta-stagionale-un-gusto-unico-996349/

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Volontariato internazionale al Lago di Montepulciano

Al Lago di Montepulciano, dal 22 maggio al 3 giugno, si è svolto il progetto di volontariato internazionale sulla sostenibilità curato da Legambiente. Anche il nostro territorio ha quindi avuto…

Al Lago di Montepulciano, dal 22 maggio al 3 giugno, si è svolto il progetto di volontariato internazionale sulla sostenibilità curato da Legambiente. Anche il nostro territorio ha quindi avuto l’opportunità di ospitare ragazzi provenienti da ogni angolo del mondo, grazie alla collaborazione tra il circolo Legambiente Valdichiana “Terra e Pace” e il centro visite “La Casetta” del Lago di Montepulciano.

Il progetto “Volontariambente” è promosso già da molti anni da Legambiente e dalle associazioni ambientaliste a livello internazionale. Consiste nell’organizzazione di una stagione estiva di campi di volontariato ambientale, all’insegna della tutela e della valorizzazione del territorio. Un’esperienza di crescita, di viaggio e d’impegno sociale a favore dell’ambiente, ma anche un modo per stare insieme e per imparare a vivere a contatto con la natura. All’interno dei campi estivi, i ragazzi vengono coinvolti in attività formative e progetti di valorizzazione della biodiversità, dell’agricoltura sostenibile e della visione internazionale.

Nell’ambito di questo progetto, il Lago di Montepulciano ha ospitato tre ragazzi poco più che ventenni provenienti da Corea del Sud, Turchia e Repubblica Ceca. Le loro attività si sono concentrate principalmente sulla creazione di un orto sinergico, per migliorare la sostenibilità ambientale ed alimentare del centro visite, e la manutenzione della struttura ospitante.

“Il campo di volontariato internazionale è un buon modo per far conoscere al mondo una riserva naturale come questa, di fondamentale importanza per tutto il centro Italia – ha dichiarato Gaetano Rispoli, responsabile del progetto per conto di Legambiente – Abbiamo elaborato con i ragazzi un progetto di sostenibilità, sia ambientale che architettonica. Dobbiamo imparare non soltanto ad aver cura di ciò che già abbiamo, ma anche impegnarci per renderlo sostenibile. L’orto sinergico al centro visite del Lago di Montepulciano contribuirà a renderlo sostenibile dal punto di vista alimentare.”

I volontari che hanno partecipato al progetto sono tre ragazzi provenienti da vari angoli del mondo, che si sono conosciuti proprio alla riserva naturale del Lago di Montepulciano.

Mi Kyeong Lee viene dalla Corea del Sud e ha 24 anni. Ha studiato in Canada, dove ha conosciuto anche ragazzi italiani, che l’hanno introdotta ai tradizionali giochi di carte italiani e alla cucina tipica. Da quell’esperienza le è nato il desiderio di conoscere in maniera più approfondita in Italia, anche perché altri amici avevano fatto un’esperienza simile nell’ambito del volontariato ambientale internazionale. Le piace la natura, e prima di arrivare al Lago di Montepulciano ne ha approfittato per visitare Roma, Firenze, Venezia e Assisi, imparando un po’ di storia italiana. Nel corso dei giorni passati alla riserva naturale si è presa cura del giardino e dell’orto sinergico, utilizzando fertilizzanti organici ed evitando i prodotti artificiali.

Anche Lenka ha 24 anni; viene dalla Repubblica Ceca, e questa è stata la sua prima volta in Italia. Uno dei motivi per cui ha scelto questo progetto è la reputazione di cui gode la Toscana. Questa è stata la sua quarta volta come volontaria, le scorse volte ha svolto attività ambientale in Repubblica Ceca e in Ungheria, sempre occupandosi di giardinaggio e botanica. Ama molto la natura: dal momento che vive a Praga, la campagna toscana ha un fascino tutto particolare. Del progetto di Legambiente apprezza particolarmente l’idea di sposare una filosofia che cerca di diminuire gli sprechi e i rifiuti, promuovendo il consumo di prodotti locali. e la possibilità di visitare nuovi posti e conoscere nuova gente.

Infine Servan Turan, ventincinquenne proveniente dalla Turchia. Anche lui ha partecipato al progetto perché voleva visitare l’Italia, ama visitare nuovi posti e conoscere nuova gente. Vive infatti “on the road”, viaggia moltissimo; ha finito di viaggiare per l’Asia, partendo dal Paese d’origine, e ora sta attraversando l’Europa. Dopo la Spagna e la Repubblica Ceca, sta percorrendo l’Italia. Il progetto di volontariato gli ha dato l’opportunità di passare dieci giorni presso la riserva naturale, contribuendo alla sostenibilità della struttura e curando l’orto sinergico. Ama particolarmente la Toscana, e dopo quest’esperienza farà tappa a Roma per proseguire il viaggio lungo la penisola. Servan ha anche un canale YouTube in cui pubblica i resoconti dei suoi viaggi, dove potrete trovare anche quelli dedicati alla Toscana!

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Guida alla raccolta differenziata – #2 CARTA

Eccoci al nostro terzo appuntamento con la Raccolta Differenziata, una buona pratica per risparmiare risorse e soldi, che però ancora stenta a diffondersi nei territori rurali come il nostro per diversi…

Eccoci al nostro terzo appuntamento con la Raccolta Differenziata, una buona pratica per risparmiare risorse e soldi, che però ancora stenta a diffondersi nei territori rurali come il nostro per diversi motivi. (Leggi: Raccolta differenziata: i Comuni più virtuosi della Valdichiana e Guida alla raccolta differenziata: #1 PLASTICA).

Oggi parliamo della raccolta della CARTA, un materiale che diamo spesso per scontato perché fa parte della nostra quotidianità apparentemente da sempre. Data la sua antichità, potremmo essere indotti a pensare che il suo ciclo di produzione sia sostenibile, se è andato avanti per così tanti secoli senza che non sorgessero problemi, ma la realtà delle cose è un po’ diversa.

La produzione della carta richiede l’impiego di molte sostanze chimiche, che fortunatamente con il passare del tempo stanno diventando sempre meno tossiche grazie alle normative nazionali e internazionali. Ad esempio, la resina utilizzata oggi è di origine vegetale e viene applicata lungo il percorso, evitando la contaminazione dell’acqua e riducendo al minimo l’impatto ambientale.
In passato, come sbiancante si usavano il cloro o il solfato di sodio, che oltre ad essere dannosi per l’ambiente erano pericolosi anche per gli operai che li maneggiavano. Oggi sono stati sostituiti con coloranti ottici, meno dannosi e meno costosi. Anche i pigmenti usati per colorarla possono essere tossici, a seconda della loro composizione.

Con l’avvento della meccanizzazione dei processi produttivi, l’uso della carta come materiale usa e getta è diventato un’abitudine molto economica. Negli ultimi 40 anni, il consumo mondiale di carta è aumentato del 400%: la maggior parte viene prodotta da alberi piantati appositamente per questo scopo in monoculture, che sono risaputamente dannose per l’ambiente, perché impoveriscono il suolo, riducono la biodiversità e privano alcune specie animali del loro habitat. Tuttavia, la produzione di carta non grava particolarmente sul problema della deforestazione, in quanto il numero di alberi nel mondo è aumentato del 297%.

La raccolta differenziata di carta e cartone in Italia è solida: nel 2015 registra oltre 3,1 milioni di tonnellate, +0,5% rispetto all’anno precedente. I dati Comieco mostrano una sostanziale stabilità della raccolta di carta e cartone al Nord e al Centro mentre il Sud continua il suo trend di crescita.

I motivi per cui si ricicla la carta sono generalmente il risparmio (di soldi e risorse) e la riduzione dell’inquinamento dato dai processi produttivi. In tutti i comuni sono presenti i cassonetti gialli per la raccolta della carta, sui quali solitamente è riportato cosa può e cosa non può essere buttato lì dentro.

VANNO NEL CASSONETTO DELLA CARTA

Giornali e riviste
Libri
Quaderni
Buste di carta
Fogli
Scatole
Cartone a pezzi
Cartoncini di ogni tipo
Sacchetti di carta
Volantini, pieghevoli e pubblicità

poliaccoppiati con prevalenza di carta, come i cartoni per le bevande (prima svuotati e sciacquati), vanno in genere nella raccolta differenziata carta, ma per esserne certi occorre seguire le indicazioni del gestore della raccolta differenziata e le indicazioni fornite dal produttore sull’imballaggio.

NON VANNO NEL CASSONETTO DELLA CARTA (ma nell’indifferenziato)

Piatti e bicchieri di carta
Fazzoletti di carta
Carta accoppiata con altri materiali (es. alluminio, plastica, tetrapak)
Scontrini (carta termica)
Carta per alimenti (es. carne, affettati)
Carta forno
Carta plastificata
Carta carbone
Carta oleata
Carta chimica dei fax
Fotografie
Carta e cartone sporchi di cibo

COME SI RICICLA

Schiaccia e spezza le scatole di cartone prima di gettarle. Ridurne il volume permette di avere più spazio nei cassonetti e di poter lavorare meglio il materiale presso l’impianto di valorizzazione.
Elimina nastri adesivi, colla, etichette, punti metallici e altri materiali dal cartone prima di metterlo nel cassonetto.
Gli imballaggi ingombranti non vanno lasciati fuori dal cassonetto, ma vanno portati in discarica. Chiamando la discarica o compilando questo modulo online, è possibile prenotare il ritiro gratuito dei rifiuti ingombranti presso la propria abitazione.

COME RISPARMIARE SPRECANDO MENO CARTA?

Ricordiamoci che sprecare carta è un costo! Non dobbiamo mai dimenticare che quando compriamo un prodotto al supermercato paghiamo anche il materiale dell’imballaggio, e che con le nostre tasse paghiamo lo smaltimento della spazzatura: più ne produciamo più ci costa). Esistono vari modi per ridurre la quantità di carta che buttiamo nel cestino ogni settimana, ecco alcuni consigli:

PENSA PRIMA DI STAMPARE

Prima di stampare qualcosa, pensa se ti serve veramente. Non stampare documenti inutilmente e stampa quello che ti serve nelle quantità giuste. Stampa cose che possano avere un’utilità duratura e che non finiscano direttamente nel cestino.
Negli uffici si possono appendere avvisi nei pressi di stampanti e fotocopiatrici per invitare chi le usa a farne un uso coscienzioso. “Hai davvero bisogno di stamparlo?” “Quanti fogli hai usato il mese scorso?”. Si possono mettere a punto sistemi per aiutare il personale a tenere traccia di quanta carta usa ciascuno di loro; molti rimangono sorpresi dai numeri effettivi e questo può motivarli a rifletterci prima di schiacciare il bottone ‘stampa’.

USA LA CARTA IN MODO EFFICIENTE

Stampa su entrambe le facciate di un foglio prima di buttarlo, e anche quando sono stampati, se rimane dello spazio bianco, puoi usarlo per prendere appunti. Adatta la dimensione del testo da stampare in modo che il testo stia nel minor numero di facciate possibili (senza comprometterne la leggibilità!) e riduci le immagini.

USA CARTA PIÙ SOTTILE

Più la carta è spessa, più costa. Usando grammature leggermente minori si vedrà un notevole risparmio sul costo della carta. Se i fogli da stampante si aggirano generalmente tra i 70 e gli 80 g/m2, scendere a 60 non comprometterà la resa.

RIDUCI LA POSTA INDESIDERATA

Con le email è facile, ma come ridurre la quantità di posta cartacea indesiderata che riceviamo e che quindi buttiamo subito via? Contatta le aziende che te la inviano, e fai richiesta di essere tolto dalle loro mailing list. Puoi provare anche a rivolgerti ad Adiconsum o al Registro delle Opposizioni. Fai richiesta di non ricevere più bollette o estratti conto cartacei quando non necessari (ad esempio per il bancomat).

RIUSA LA CARTA!

Hai una stufa? Tienila da parte e usala per il fuoco. Ti diverti con il fai da te? Riutilizza i fogli per creare qualcosa di nuovo, o per proteggere le superfici dalla pittura, o disegnaci sopra.
Negli uffici e nelle scuole possono essere disposti appositi cestini per la carta, da cui si potranno recuperare i fogli ancora usabili.

NON COMPRARE CARTA CHE NON PUÒ ESSERE RICICLATA

Evita di comprare carta termica, lucida, che abbia finestrelle di plastica, di colori appariscenti o carta adesiva.

PREFERISCI I FORMATI DIGITALI ALLA CARTA, QUANDO POSSIBILE

Tanti documenti possono essere condivisi e modificati per via elettronica, in formato .pdf o tramite strumenti come Google Docs o Evernote, oppure mandando newsletter e inviti digitali.

Oggigiorno sarebbe buon costume che tutte le strutture pubbliche e tutti gli uffici si dotassero di cestini per la raccolta differenziata, per incentivare il personale a gettare con consapevolezza i propri rifiuti. Molte persone sostengono di non fare la raccolta differenziata perché semplicemente non ci pensano, ma questa non può essere una scusa per giustificare lo spreco.

Link utili e fonti:

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Guida alla raccolta differenziata – #1 PLASTICA

La raccolta differenziata è ormai diventata una prassi dell’educazione civica, una buona abitudine che pian piano sta entrando nella vita delle persone anche nelle aree di campagna come quelle in…

La raccolta differenziata è ormai diventata una prassi dell’educazione civica, una buona abitudine che pian piano sta entrando nella vita delle persone anche nelle aree di campagna come quelle in cui viviamo. Tuttavia, può essere difficile, per chi è sempre stato abituato a buttare i rifiuti tutti nello stesso secchio senza troppi pensieri, capire come funziona e riuscire a metterla in pratica nel modo giusto.

Iniziamo questa miniserie di articoli dedicati alla raccolta differenziata parlando della PLASTICA, forse il rifiuto che più di frequente finisce nelle nostre spazzature. È anche quella che purtroppo troviamo più spesso a sporcare i luoghi pubblici, e che solitamente impiega decenni se non secoli a sparire (e anche allora, rimarrebbe comunque a contaminare il suolo e le acque).

Le regole di base per mettere in pratica una corretta raccolta della plastica sono poche e chiare, e in caso di dubbio è facile trovare le risposte:

LAVA IL RIFIUTO

La plastica può essere riciclata solo se prima è stata ripulita dai residui organici come ad esempio quelli di cibo, e dai residui chimici. Per questo è importante lavare sempre i contenitori prima di buttarli: barattoli di yogurt, bottiglie e lattine di passata di pomodoro, tetrapack contenenti fagioli, panna e simili vanno tutti lavati con abbondante acqua corrente. I rifiuti vanno buttati vuoti, quindi non devono contenere nemmeno acqua.

SEPARA I MATERIALI

Spesso, le confezioni di plastica vengono appaiate con altri materiali, solitamente la carta: è necessario separare queste due parti e riciclarle separatamente. Se abbiamo un contenitore di plastica avvolto in una confezione di carta, come succede per gli yogurt o anche alcuni prodotti del banco frigo, dobbiamo separarli e rimuovere anche eventuali rimasugli di colla. La carta plastificata (come le confezioni dei biscotti) non può essere riciclata e va nell’indifferenziato.

SCHIACCIALI!

Lo spazio costa! La maggior parte dei rifiuti di plastica sono ingombranti perché mantengono la loro forma e intrappolano l’aria. Dobbiamo quindi dedicare un paio di secondi a schiacciare e rimpicciolire il più possibile i nostri rifiuti, in modo che anche la capacità delle campane nelle aree ecologiche venga ottimizzata e vadano svuotate meno spesso. Sarebbe un risparmio per tutta la comunità!

NON ESSERE PIGRO, VAI ALL’ISOLA ECOLOGICA!

Alcuni rifiuti sono ingombranti e non entrano nelle campane. Questo non è un buon motivo per abbandonarli lì accanto, anzi: abbandonare i rifiuti per strada o fuori dai contenitori adibiti è un gravissimo gesto di inciviltà e di maleducazione. Se abbiamo rifiuti troppo grandi o che non sappiamo dove buttare, le soluzioni sono due: alzare il telefono e chiamare l’isola ecologica che verrà a prendere i nostri rifiuti ingombranti (oppure prenotare comodamente il ritiro dal sito di SEI Toscana) o portarceli noi stessi, se le campane sono piene o se non siamo sicuri sul dove buttarli. Siamo tutti stanchi di vedere materassi, televisori gabinetti e giocattoli rotti abbandonati vicino ai cassonetti, magari proprio sotto le nostre finestre, no? Il decoro e la tutela dello spazio pubblico in cui facciamo crescere i nostri figli vale cinque minuti del nostro tempo.

QUALI OGGETTI DI PLASTICA SI POSSONO RICICLARE?

La parte più complicata è sicuramente il riuscire a capire cosa va nel secchio della plastica e cosa no, perché esistono tanti tipi di plastica e non tutti possono essere riciclati. Infatti, un tipo di plastica non può essere trasformato in un altro, e per questo motivo si possono riciclare solo plastiche simili tra loro. Il concetto di base è che si possono riciclare tutti i contenitori e le confezioni, principalmente PE, PET e PVC:

– bottiglie di plastica e vetro
– buste della pasta
– flaconi dei prodotti per le pulizie e igiene personale
– vaschette in plastica, vetro, alluminio e polistirene
– tubetti del dentifricio e delle salse
– cassette e retine della frutta
– vasetti dello yogurt
– incarti trasparenti di brioches e caramelle
– barattoli di vetro e di latta
– carta stagnola
– piatti e bicchieri usa e getta
– bombolette spray (NON se il contenuto era tossico o infiammabile)

NON VANNO NELLA RACCOLTA DELLA PLASTICA

– terracotta e ceramica
– lampadine e neon
– bacinelle
– cristallo
– termometri tradizionali (il mercurio che contengono è altamente tossico se disperso nell’ambiente)
– specchi
– giocattoli di plastica dura
– vetro pirex
– tutti i contenitori di prodotti tossici o pericolosi (vernici, colle)
– schermi
– decorazioni in vetro (lampadine natalizie, oggetti in vetro soffiato)
– dispositivi elettronici con gusci in plastica

Tutte queste cose vanno portate in all’isola ecologica e consegnate all’operatore responsabile!

COME DISTINGUO LA PLASTICA RICICLABILE DA QUELLA NON RICICLABILE?

Se ci avete mai fatto caso, sugli imballaggi sono riportati dei simboli che ci dicono se si può riciclare o no, e dove va. In caso doveste avere dubbi riguardo alla raccolta differenziata dei materiali plastici, potete interpellare il COREPLA (Consorzio Recupero Plastiche).

Il Polistirolo, pur non essendo plastica, viene gestito in modo diverso da comune a comune. Alcuni indicano di disporre dei contenitori in polistirolo nel cassonetto destinato alla plastica, altri invece lo indirizzano all’indifferenziata. È importante che seguiate le linee guida del vostro comune.
Per il Tetra Pak e l’alluminio il discorso è simile, il modo in cui vanno gettati varia da un comune all’altro (esistono comuni dove l’alluminio viene raccolto in cassonetti dedicati). In ogni caso, è importante che prima di buttarlo lo laviate bene e lo schiacciate.

PER RISPARMIARE E RIDURRE GLI SPRECHI

Forse non ci abbiamo mai pensato, ma tutta quella plastica che buttiamo l’abbiamo pagata (e ne paghiamo lo smaltimento). Lo spreco si traduce sempre in una spesa, e quindi è logico che acquistare prodotti con poco imballaggio sia un doppio risparmio. Ci sono molte soluzioni a questo problema:

al supermercato potete privilegiare i prodotti sfusi (si trovano facilmente detersivi, cereali, té, caffé, cibo per animali) o a ricarica (deodoranti per la casa, prodotti per le pulizie, spazzolini). Per quanto riguarda i detersivi, esistono in commercio kit per produrre i propri cosmetici naturali a casa in tutta sicurezza, e ricette per realizzare con pochi ingredienti comuni dei detergenti efficaci per le pulizie frequenti. Questi prodotti, se fatti con gli ingredienti giusti, non hanno nulla da invidiare a quelli che troviamo sugli scaffali del supermercato.

E l’acqua? Secondo i dati del WWF, una famiglia di quattro persone spende ogni anno da 320 a 720€ con un consumo di 32 litri di combustibili fossili per bere acqua in bottiglie di plastica.
Se ne abbiamo la possibilità smettiamo di comprare l’acqua nelle bottiglie di plastica. Informiamoci se il nostro comune fornisce acqua potabile dalle fontanelle pubbliche (l’acqua del Vivo d’Orcia, ad esempio) o se mette a disposizione le casine dell’acqua diventate ormai molto diffuse (in Valdichiana sono presenti in quasi tutti i comuni di entrambe le provincie). C’è la possibilità di installare dei potabilizzatori in casa propria. In questo modo è sufficiente utilizzare bottiglie di vetro o taniche riusabili, che ci dureranno per anni tagliando di netto la nostra spesa per l’acqua e noi ci guadagneremo in salute. Possiamo imparare a portarci dietro bicchieri di plastica riutilizzabili (ne esistono di telescopici che una volta usati si possono appiattire e riporre in tasca) o thermos al posto delle bottigliette, se ne abbiamo la possibilità.

E per concludere, vi mostriamo un grafico del Sole24Ore che raffigura la variazione della raccolta differenziata della plastica dal 2014 al 2015, regione per regione. La Toscana è solo settima: possiamo fare di meglio!

Tratto da Il Sole 24 ORE del 23/03/2016, pagina 15

Fonti:
www.seitoscana.it
www.tuttogreen.it
COREPLA
www.contiamoci.com

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Bass Hustlers, gli angeli custodi del Lago di Montepulciano

Il catch & release, dall’inglese catturare e rilasciare, è una pratica di pesca per la quale non si uccide il pesce pescato, ma lo si rilascia in acqua. Questo comportamento…

Il catch & release, dall’inglese catturare e rilasciare, è una pratica di pesca per la quale non si uccide il pesce pescato, ma lo si rilascia in acqua. Questo comportamento è nato negli Stati Uniti, negli ambienti della pesca con la mosca e della pesca a spinning, e l’impatto ambientale dei pescatori che praticano questa tecnica è quasi nullo, dato che la popolazione ittica di una determinata area non viene in questo modo intaccata da un prelievo indiscriminato.

Rilasciare il pesce appena pescato non è solo una forma di rispetto ambientale, ma rappresenta una vera e propria filosofia e un approccio alla pesca diverso, dove alla gioia della cattura si aggiunge la felicità del vedere l’animale appena catturato di nuovo libero.

Lo stesso rispetto per l’ambiente e la cura della fauna ittica che si è sviluppato negli Stati Uniti è arrivato anche in Valdichiana grazie all’idea di un gruppo ragazzi di età compresa tra i 25 e i 45 anni, che si sono uniti sotto il nome di Bass Hustlers. Un’associazione sportiva di pesca, che oggi conta più di 30 soci e cinque membri riconosciuti a tutti gli effetti guardie ittiche, agenti di polizia amministrativa che cercano di vigilare sull’attività della pesca clandestina.

I ragazzi, tutti residenti in Valdichiana e profondamente innamorati del territorio in cui vivono, hanno come obiettivo quello di valorizzare la pesca, ma allo stesso tempo tutelare l’ambiente che offre la possibilità di praticare questa attività, in questo caso il Lago di Montepulciano, e far sì che il rispetto per la natura sia una priorità.

Flavio Boschi, uno dei componenti dei Bass Hustlers, ci spiega che oltre a vigilare su questa  straordinaria risorsa lacustre,  le attività del gruppo vanno dall’organizzazione di gare di pesca secondo la filosofia del ‘catturare e rilasciare’, ad attività mirate soprattuto ai bambini, in modo da  sensibilizzare sempre di più le nuove generazioni alla tutela dell’ambiente e per insegnare loro un nuovo modo di concepire la pesca.

Il referente Flavio Boschi mi spiega: “Alcuni dei nostri soci fanno delle gare di pesca a livello nazionale, ricevendo anche ottimi piazzamenti accedendo a finali italiane di campionati importanti. È doveroso aggiungere che per le gare collaboriamo con altri club, in quanto la nostra organizzazione è prettamente volta alla tutela”.

Le guardie giurate ittiche volontarie si coordinano internamente all’organizzazione mediante codici di tele-prenotazione, comunicando la loro entrata in servizio alla polizia provinciale, con la quale collaborano costantemente. A questo punto partono i vari controlli e accertamenti dell’ambiente: se le guardie ittiche capiscono che qualcosa non va, devono richiedere subito l’intervento della polizia provinciale.

Modus operandi che è stato usato anche nell’ultimo caso di bracconaggio che si è verificato proprio al Lago di Montepulciano lo scorso 31 gennaio. I Bass Hustlers avevano notato, all’entrata del Canale Maestro della Chiana, un’enorme rete da pesca; insospettiti da questa cosa hanno avvertito la polizia provinciale, che ha compreso subito di cosa si trattava, ovvero di bracconaggio ittico, pratica illegale, che prevede una razzia di pesci mettendo in pericolo tutto l’equilibro ambientale. In questo caso i volontari hanno portato avanti un’operazione di collaborazione con la polizia provinciale.

“Come associazione ci siamo dati dei compiti, che in collaborazione con il Comune vorremmo riuscire a portare a termine, come ad esempio la re-immissione di alcune specie di pesci, chiaramente attraverso l’iter burocratico, la tutela dei pesci mediante la stesura di un corretto regolamento fatto ad hoc per il lago, l’organizzazione di giornate illustrative con le scuole e la messa in ordine e l’anagrafica delle barche abbandonate e incustodite” – dice Flavio Boschi.

Come tutte le associazioni sportive, anche quella dei Bass Hustlers ha un consiglio direttivo formato dai consiglieri votati e delegati dai soci dell’associazione, quindi un presidente un segretario e un vice presidente. Tra i compiti dei Bass Hustlers c’è anche la possibilità di emettere multe a chi tiene dei comportamenti irrespettosi per il lago e per l’ambiente che lo accoglie.

“All’interno della Bass Hustlers nascono le guardie giurate ittiche in maniera volontaria, questo per temere sempre a mente quali sono i nostri ideali su cui crediamo fortemente, ovvero tutela, corretta applicazione del calendario ittico, organizzazione delle gare e degli eventi” – conclude Boschi.

Quella dei Bass Hustlers è una realtà nuova ma già indispensabile per tutto il territorio e un valido supporto per gli enti che vi operano. Quello della Valdichiana è un paesaggio variegato con equilibri talmente fragili che basta poco per cambiare tutto lo scenario, ma grazie all’operato di questo gruppo di persone, che sia di giorno che di notte vigiliano sull’intera zona, questo cambiamento può seguire il suo naturale divenire senza creare traumi a chi lo popola, il tutto mosso dall’immenso amore per la Terra.

 

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Le erbe spontanee: intervista a Caterina Cardia

Sapevate che le erbe spontanee possono essere mangiate? Anche nelle nostre campagne siamo spesso portati a considerare commestibili soltanto gli alimenti che troviamo nei supermercati oppure negli orti, e le nuove…

Sapevate che le erbe spontanee possono essere mangiate? Anche nelle nostre campagne siamo spesso portati a considerare commestibili soltanto gli alimenti che troviamo nei supermercati oppure negli orti, e le nuove generazioni rischiano di dimenticare che la natura ci mette a disposizione tante tipologie di piante selvatiche che possono essere utilizzate in molti modi. Le erbe spontanee possono essere utilizzate per preparare pietanze o bevande, ma anche come rimedi officinali per lenire dolori e malattie.

Riconoscere le erbe spontanee non è semplice: comprendere quali erbe selvatiche possano essere utilizzate a scopo alimentare è una disciplina chiamata “Fitoalimurgia”.  Approfondiamo l’argomento con Caterina Cardia, originaria di Pienza, che già da molti anni tiene corsi pratici per il riconoscimento e l’utilizzo delle erbe spontanee.

Benvenuta su queste pagine, Caterina! Come hai cominciato a occuparti di fitoalimurgia?

“Faccio questo mestiere ormai da molti anni, perché ho sempre avuto la passione del riconoscimento delle piante. Ho iniziato con la nonna, che era una persona che frequentava boschi, e grazie alla tradizione contadina ha memoria di questa scienza, anche se allora non veniva chiamata fitoalimurgia. Questo termine viene dal ‘700, coniato dall’agronomo Tozzetti, che in un periodo di profonda carestia a Siena cominciò a catalogare le erbe spontanee. Da lì è nata questa branca dell’agraria, la fitoalimurgia, ovvero la possibilità di alimentarsi tramite le piante che si trovano in natura. Questa tecnica ha compensato le carenze alimentari di vari periodi storici, nata appunto nei periodi di grande miseria e carestia. Si tratta di un sapere antichissimo, perché i primi uomini erano cacciatori e raccoglitori, non coltivatori. Un sapere tramandato dalla tradizione contadina, ripreso dalle nonne che utilizzavano queste piante normalmente in cucina e nella dieta delle famiglie contadine. La conoscenza rischiava di andare persa nel tempo, quindi ho pensato di riprenderla con tanta passione; ho iniziato con la nonna, poi con un’amica cuoca che mi ha insegnato tanto, e poi con un botanico, Augusto de Bellis, che mi ha insegnato la sistematica delle piante tramite i manuali di botanica.”

Nello specifico com’è possibile distinguere un’erba che si può mangiare da un’erbaccia?

“Prima di tutto, tramite la tradizione diretta, quindi l’insegnamento diretto. Perchè imparare a riconoscere le erbe spontanee soltanto tramite un manuale è rischioso, si può incappare in qualche errore. Generalmente quindi, si cerca qualche esperto e si chiede una consulenza. Quando abbiamo delle basi si può andare a cercare su un atlante botanico, aumentare la consapevolezza. C’è una regola antica che insegno spesso durante i corsi, ed è praticamente l’osservazione del fiore. Tutte le piante vengono catalogate dal fiore:  il fiore tipico delle piante che generalmente sono le più commestibili sono le composite. Il fiore tipico è la margherita, composto da fiori bianchi e gialli: quando si vede un fiore composto, generalmente si sa che sotto cresce una pianta commestibile. Poi può essere più buona o meno buona, però non ha tossicità.  Si cercano piante che si sviluppano a rosetta, con delle foglie che si sviluppano in cerchio attorno a un unico punto, ricordando le foglie di una lattuga. Si dubita sempre, quando si è principianti, di piante che hanno foglie molto lavorate oppure un portamento strisciante. Poi ci sono le eccezioni, ovviamente, ma lì c’è bisogno di un po’ di esperienza e di pratica per riconoscerli.”

Come possono essere impiegate le erbe spontanee?

“C’è un’infinità di piante edibili e commestibili nella flora italiana. Si utilizzano in cucina, si fanno le insalate; ci sono tutti gli agli spontanei, le cipolle e gli scalogni, ci sono i cardi, i carciofi selvatici, veramente un po’ di tutto, da queste piante poi sono state selezionate le varietà che adesso sono considerate prodotti ortofrutticoli. La lattuga che mangiamo comunemente viene da una lunga selezione delle lattughe spontanee, solo che in natura ce ne sono molte di più. Dalle nostre parti abbiamo anche l’amaranto, una pianta spontanea che viene dal Sudamerica, con cui gli inca e gli aztechi facevano il pane: si tratta di una pianta altamente nutritiva che può sostituire tanti altri tipi di alimenti. Io consumo il papavero, le foglie del papavero sono ottime! Lavoro con uno chef che le utilizza per fare il pesto, ed è buonissimo. Poi le erbe spontanee possono essere utilizzate per fare delle creme: ad esempio l’iperico, nella tradizione toscana viene utilizzato per fare l’oleolito, mettendolo a macerare nell’olio d’oliva. In questa pianta c’è un principio attivo, l’ipericina, che è un cicatrizzante e disinfettante; con questo olio le nostre nonne facevano un unguento per cicatrizzare le ustioni e lenire i dolori delle ferite. Poi ci sono tanti altri usi: i distillati, le erbe officinali spontanee, le piante con cui si stagiona il formaggio… gli usi sono tantissimi, l’argomento è enorme e interessante, il problema è che queste erbe spontanee rischiano l’estinzione.”

caterina-cardia-giardino

L’utilizzo delle erbe spontanee diventa anche un modo per tutelare l’ambiente. Si tratta infatti di piante che hanno una loro stagionalità, giusto?

“Sì, sono piante con una loro stagionalità. Molte sono sparite, per esempio il fiordaliso dalle nostre parti non si vede più, eppure è una pianta che ha delle proprietà fitoterapiche notevoli, anche commestibile. Alcune cose le abbiamo perse, ci erano state date dalla natura, ma siamo arrivati a toglierci un tesoro che era importante per tutti perché era un’integrazione notevole, magari per coltivare del grano che spesso è modificato o impoverisce la terra, attraverso colture troppo intensive. Abbiamo perso tante piante che crescevano spontaneamente, non avevano bisogno di cure particolari e che ogni mese ci davano qualcosa, perché veramente si copre quasi tutto l’anno con queste piante, anche d’inverno si trovano cose interessanti. Conoscendole potremmo risparmiare e mangiare del cibo sano.”

Un consiglio per chi vuole cominciare a riconoscere le erbe spontanee?

“Il primo consiglio è cercare qualche signora che fa ancora questo mestiere. Quando si vede qualcuno che raccoglie qualcosa in un campo proviamo ad avvicinarci, ascoltare, guardare e imparare. Dopo aver parlato con un espertio si può comprare un piccolo libro di botanica. Ci sono bellissimi manuali di Augusto de Bellis, ad esempio “Le insalate di campo del Monte Amiata” oppure il manuale “Le erbe di Valdorcia”. Se volete contattarmi ho una pagina su Facebook che si chiama “Mangia il tuo Prato” e rispondo volentieri anche nel riconoscimento delle piante. “

Ringraziamo Caterina Cardia per il suo contributo: per chi fosse interessato, è possibile effettuare corsi di riconoscimento delle erbe spontanee nel suo orto giardino. Potete contattarla anche alla mail: caterina.cardia@gmail.com

(La foto di copertina è la Viola Mammola: secondo la tradizione, la prima viola dell’anno che si incontra durante una passeggiata si mangia esprimendo un desiderio!)

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