Polvere di Cipria – Quinta Parte

Se nella puntata precedente, la protagonista (l’imperatrice Sissi, per chi si fosse perso la rubrica) era decisamente vittima e intrappolata in un sistema lontano anni luce da lei, e la cui fragilità l’ha portata a cedere, fisicamente e mentalmente, verso un mare di malattie e disagi, questa volta voglio parlare sempre di un’icona di femminilità, ma dal carattere decisamente forte, fortissimo, e dalla personalità estremamente carismatica, tanto da permettersi di rifiutare le richieste di un dittatore, che la voleva come simbolo della propria propaganda e che è emigrata piuttosto serenamente in un paese come gli Stati Uniti, paese che peraltro l’ha accolta a braccia aperte – ma non troppo, fino agli anni ’60 – dando un ulteriore slancio alla sua carriera già ben avviata. Forse avete capito di chi si tratta… Che la casa di produzione Paramount l’avesse contrapposta alla Divina Greta Garbo, negli anni in cui il cinema sonoro cresceva sempre più, forse può essere un suggerimento che vi tornerà utile…

Marie Magdalene Dietrich – aka – Marlene Dietrich (1901 – 1992)

Una delle prime foto di Marlene Dietrich bambina che io abbia mai visto, mi ha fatto sorridere. Una famiglia prussiana, Marlene piccola vestita di pizzi e merletti, come una bambolotta, o una bomboniera. Quanto si dev’essere sentita a disagio, stratificata in quella nuvola di tessuto. Ma l’espressione del suo viso, era uguale a quella del padre, ufficiale prussiano. Da lì ha preso la sua “tempra prussiana”, elogiata da tutti coloro che hanno lavorato con lei. I registi, i colleghi le hanno sempre invidiato la resistenza fisica sul set – nelle riprese nel deserto era sempre impeccabile e non dava segni di cedimento – la professionalità di cui faceva sfoggio soprattutto come figura pubblica. La tempra prussiana che l’ha portata con tenacia a sbarcare il lunario, abbandonando gli studi musicali (violino e canto, una grandissima dote che le tornerà utile nei film sonori), e facendosi strada prima nei night-club, poi nei primi film muti, fino ad arrivare all’audizione per “L’Angelo Azzurro“, il film che la portò su un altro livello, da un punto di vista della carriera, ma anche come grazia ed eleganza. Dicono che la Dietrich, come attrice, all’inizio fosse troppo esagerata nella gestualità e nell’uso delle espressioni facciali, come se volesse essere troppo coinvolta. Poi ha imparato il giusto distacco, e ha imparato ad essere affascinante, camminando a perfezione sul filo sul quale un’attrice è costretta a camminare. Perché la sua tenacia e la sua ferrea costanza, l’hanno aiutata nel diventare un’attrice dalla femminilità che piaceva sia agli uomini, ma anche alle donne – con grande sdegno della Paramount, che cercò in tutti i modi di impedire alla Dietrich di indossare abiti da uomo e di evitare atteggiamenti ambigui. Ma Marlene, nel suo sodalizio di ferro con il regista Joseph von Sternberg, ha esaltato quella sua ambiguità, arrivando a essere la prima donna a vestire uno smoking da uomo e a baciare una donna nel film “Marocco”.

La sua coscienza di sé, la sua fermezza, era contrapposta al fuoco che era sentimentalmente l’aveva portata a intraprendere relazioni con uomini e donne – nonostante un matrimonio di facciata e una figlia, Maria, alla quale era legatissima e che si portò con sé in America – ma è stato anche quel fuoco a farla divampare d’indignazione verso quello che stava succedendo nel suo paese d’origine, la Germania. Adolf Hitler era un suo ammiratore sfegatato e neanche segreto, vedeva tutti i suoi film (anche durante la guerra), e ha cercato con insistenza di averla come simbolo e portavoce della propaganda nazista. Ruolo accettato da una donna e artista come Leni Riefenstahl, autrice e regista di lungometraggi che esaltavano l’estetica e il regime nazista, ma fermamente rifiutato dalla Dietrich, che per tutta risposta si rifugiò negli Stati Uniti – chiedendo la cittadinanza americana, per poi ottenerla – e rispose di suo pugno all’ennesima richiesta di incontrare i vertici nazisti, con un formalissimo rifiuto, dove diceva che per impegni contrattuali sarebbe stata costretta a stare lontano dalla Germania a lungo. Gli orrori del nazismo, della persecuzione degli ebrei – tra cui vi erano amici di Marlene – l’hanno portata a schierarsi apertamente con la Francia, dove a Cannes e in varie serate di galà, ha dedicato canzoni alla nazione che ha sempre amato molto, e nella quale si è sempre rifugiata, soprattutto negli ultimi anni della sua vita. Non solo, la sua fermezza l’ha portata ad accompagnare i soldati americani al fronte, intrattenendoli in spettacoli, dove molto spesso veniva cantata l’immortale “Lili Marleen” – che anche i tedeschi, sentendola, l’intonavano, dall’altra parte del fronte. Visitava le infermerie da campo, seguiva i soldati al fronte, vestita lei stessa da soldatessa; ballava con i soldati ai balli dei vertici militari, mostrandosi sempre impeccabile e di un fascino senza tempo. Era (ormai) un’americana che sperava nella vittoria dei suoi, ma che doveva anche tenere tranquilli i gerarchi nazisti, per evitare che facessero del male a sua madre – rimasta a Berlino – e ai suoi cari rimasti là. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, portò avanti con decisione la sua posizione pacifista e contro la guerra, soprattutto cantando brani che sono diventate poi un simbolo della pace, come “Where Have All The Flowers Gone“, cantandola in tedesco, e cantando anche “Blowin’ In The Wind” di Bob Dylan.

Hitler l’aveva definita una “iena”, i nazisti l’avevano considerata una “traditrice” e la frattura con il suo paese d’origine non si è mai risanata del tutto: una visita simbolica è stata fatta solo nel 1960, dove alcuni l’avevano pesantemente contestata, mentre in generale, l’accoglienza era stata più che calorosa. Da lì in poi, Marlene non ha mai più fatto ritorno in Germania, se non per essere tumulata accanto alla madre.

Marlene non è stata solo una donna affascinante, bellissima, una vera diva di come non se ne vedono più oggi: è stata una donna con un legame tormentato con la sua patria, che ha rinnegato nel momento in cui ha dato il peggio di sé, ma che ha apertamente combattuto, per far sì che venisse ristabilito l’ordine e la pace. Nondimeno, ha sempre aiutato gli immigrati tedeschi negli Stati Uniti – e per questo è stata sospettata di essere una spia o un’infiltrata dei nazisti dal governo americano fino agli anni ’60 – perché in un certo senso, forse, le hanno ricordato dei suoi primi passi da attrice nei film muti e i suoi primi passi da immigrata tedesca dall’altra parte dell’oceano. Ed è stata una donna dal carisma e dalla forza elegante, femminile e virile allo stesso tempo, che ha sempre saputo quello che voleva per sé. Il resto, è tutto affidato alla Storia e a un pizzico di leggenda.

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Alessandra Leoni

Sempre divisa tra Milano (testa) e Parma (cuore). Classe 1989 e tanta voglia di scrivere. Laureata in Linguaggi dei Media presso l'Università del Sacro Cuore di Milano e specializzanda (!?) in Giornalismo e Cultura Editoriale presso l'Università di Parma. Avida lettrice di libri, sviluppa una certa dipendenza alla musica di ogni genere. È necessario prenderla a piccole dosi.

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