Sabato 25 gennaio 2020 va in scena al Teatro Poliziano di Montepulciano Platonov – Un modo come un altro per dire che la felicità è altrove, una commedia da Anton Čechov con la riscrittura scenica di Marco Lorenzi e Lorenzo De Iacovo. Lo spettacolo è realizzato dalla compagnia di ricerca teatrale Il Mulino di Amleto, che gli spettatori poliziani hanno già potuta ammirare nel 2018, in occasione della replica de Il Misantropo di Molière. Come allora, anche per questo Platonov  la regia – così come la già citata riscrittura – è di Marco Lorenzi. Lo abbiamo incontrato a pochi giorni dalla replica in Valdichiana.

Ok Boomer, il meme che ha imperversato negli ultimi mesi del 2019, ci mostra un conflitto generazionale dai molteplici sottotesti, ma che muove da una matrice ben precisa: il mondo che i padri hanno lasciato ai figli è devastato, è in crisi, è rovinato dall’inquinamento, è prossimo alla fine per colpa dell’egoismo scriteriato, dello sviluppo insostenibile che è andato crescendo da cinquant’anni a questa parte. L’espressione la usano i ventenni, e la veicolano con lo strumento espressivo più efficace che conoscono: internet.

Nel 1880 un precoce e irrequieto Anton Pavlovič Čechov, stabilitosi da pochissimi mesi a Mosca, dopo aver concluso gli studi ginnasiali a Taganrog, aggregò tutta la sua irriverenza, tutte le sue tensioni giovanili, tutto il disprezzo per la cittadina di provincia da cui veniva, e tutti i suoi interrogativi sul futuro, in un testo teatrale monumentale senza titolo: spedì quindi l’enorme plico di 230 pagine all’attrice Marija Ermolova, una superstar della compagnia stabile presso il Teatro Maly di San Pietroburgo, con tanto di dedica e profonda fiducia nel grande successo che una lettrice così importante gli avrebbe garantito. Anton attese una risposta per mesi e quando questa giunse si configurò come una prima grande bastonata nella carriera del futuro autore e drammaturgo: «Ho letto il suo manoscritto. Dovrebbe occuparsi d’altro, cambiare mestiere», rispose la Ermolova. L’amarezza fu tanta da convincere Čechov a distruggere il manoscritto e abbandonare la scrittura di testi teatrali: per cinque anni, infatti, si occuperà esclusivamente di racconti. L’opera fu riscoperta solo dopo la morte del grande autore russo e venne messa in scena solo a partire dagli anni ’20 del novecento. I titoli utilizzati furono principalmente due: Bezotcovščina (Orfano di Padre) e Platonov

Quanto i vent’anni di Čechov nel 1880 sono assimilabili ai vent’anni del 2020? Ne abbiamo parlato con Marco Lorenzi, che sul testo di Platonov ha operato un particolarissimo lavoro di riscrittura scenica.

Comincerò facendoti una domanda sulla metodologia de Il Mulino di Amleto. Quello a cui assistiamo, quando si vedono i lavori a cui la compagnia ci abituato con spettacoli quali Il Misantropo, La Tempesta e molti altri, tutti fedelmente eseguiti dal punto di vista testuale ma rimodulati dal punto di vista scenico: qual è il processo di lavoro nel confronto con i testi classici?

Marco Lorenzi: Il lavoro che facciamo di rilettura sulla grande drammaturgia classica lo riassumiamo in una formula: “affrontare i testi classici come fossero contemporanei e i contemporanei come fossero dei classici”. Quello che cerchiamo di fare – in tutto il processo creativo dalla rilettura del testo al concetto dello spazio scenico, al lavoro in sala prove – muove da un assunto ben preciso: gli autori classici hanno avuto la capacità straordinaria di leggere l’universalità dei caratteri umani. Al di là delle piccole trame che hanno pensato, sono diventati patrimoni dell’umanità per la lettura che hanno dato della vita degli uomini e del mondo intorno a loro. È incredibile come l’essere umano, analizzato nell’ottica di Molière per esempio, sia sempre contemporaneo a sé stesso. Le neuroscienze oggi attestano la stessa cosa: dal punto di vista emotivo ed emozionale la nostra evoluzione è molto più lenta dello sviluppo tecnologico. Dal punto emotivo siamo similissimi a Platone o Socrate. Questa capacità dei grandi autori di entrare dentro il nucleo dell’essere umano è perennemente contemporanea. Parliamo di esseri umani che reiterano una condizione. Questa cosa è ancora più chiara soprattutto se si ha una capacità o volontà di entrare dentro i meccanismi di certe drammaturgie del passato e volerle leggere bene. Quello che invece invecchia e passa facilmente con il tempo, sono le forme. Shakespeare, Molière, Čechov, ma anche Sarah Kane, descrivono questa profonda conoscenza dell’essere umano con le tecniche e le forme del loro tempo. Queste forme invecchiano. Quello che facciamo noi, quello che fa Il Mulino di Amleto, in fase di creazione è, una volta individuata questa noce, il che-cosa alla base del testo, andiamo a cercare quelle forme, del nostro tempo, equivalenti a quelle indicate nell’originale. Forme che possano essere comunicative per la forma della vita di oggi.

E come reagisce a questo tipo di lavoro il “pubblico di Netflix”, abituato ormai in maniera pervasiva ad altre forme di narrazione?

ML: Partiamo dal presupposto che se noi cercassimo una concorrenzialità verso Netflix partiremmo sconfitti. L’efficacia del linguaggio della serialità cinetelevisiva è completamente differente. Il teatro vive di presenza. Ha questa peculiarità stratosferica per cui una cosa che accade tra esseri umani che sono contemporaneamente nello stesso spazio. Senza illuderci che stiamo guardando una mimesi della realtà, uno spaccato di vita reale, sappiamo benissimo tutti che ciò che accade in scena ne è una suggestione, un simbolo, una metafora se vogliamo, in cui il pubblico è coinvolto, insieme all’attore, da una o più domande che ci riguardano. Questo è il motivo per cui lo spettatore, nel nostro processo creativo, non è un referente dello spettacolo, ma è un agente, è continuamente preso in considerazione. Molto spesso viene chiamato in causa direttamente. Non è lo spettatore di una storia da vedere comodamente seduti, non è un lineare sviluppo di trama da seguire: per questo tipo di narrazione pura ci sono altri – e più efficaci – mezzi di comunicazione. Il pubblico dei nostri spettacoli si ritrova partecipe di quello che fondamentalmente è un meccanismo rituale: ci ritroviamo insieme, a teatro, in quella che è una comunità temporanea, formata da attori e spettatori, a interrogarci su quello che vuol dire essere umani. La reazione dello spettatore – mi viene da dire – è che si trova quasi sempre piacevolmente spiazzato di fronte a un Čechov rappresentato con questi metodi.

Platonov è un testo scritto da un ventenne. Lo si capisce soprattutto dalla riflessione sul talento e sull’aspettativa nei confronti del futuro. Sembra parlare più ai ventenni di oggi che a quelli del tardo XIX secolo. Nel testo, a un certo punto, appare questa battuta, affidata proprio al protagonista, che ben riassume la tematica: «Ricordate quando voi vedevate in me un Lord Byron, e io sognavo di diventare ministro o un Cristoforo Colombo? Sono maestro elementare, Sòfia Egòrovna, nient’altro». C’è a tuo parere una tacca di rappresentazione generazionale di quelli che banalmente chiamiamo giovani d’oggi?

ML: I temi in Platonov sono tantissimi. È un testo sconfinato: l’originale è composto da 230 pagine. Un’enciclopedia. Sicuramente tra le tematiche più forti, intorno alle quali poi abbiamo costruito il riadattamento del testo e la reazione dello spettacolo, sono stati il rapporto generazionale e il concetto di eredità, tra padri e figli. Un’eredità che ovviamente non è solo intesa da un punto di vista economico, ma anche morale, valoriale, sociale. Sono gli insegnamenti di cui una nuova generazione si sente sprovvista, a causa di una generazione precedente, di padri, che è fuggita. Questo fa sì che ci sia una generazione fragile e smarrita. Questa è una cosa che ci riguarda terribilmente. Un altro tema molto forte in Platonov intrecciato al tema precedente – ovviamente per quanto riguarda la lettura che ne diamo noi – che si esplicita nel rapporto tra Platonov e Sofja, è riassunto da una battuta estraniante: «ma perché non viviamo come avremmo potuto?». Questa è la domanda gigantesca che riguarda la nostra attualissima incapacità di credere nel presente e raccontarci continuamente che la felicità sarà domani, o che la nostra felicità è stata nel passato e mai nel presente. La felicità, da sempre, è sempre altrove.

Se questo materiale ha resistito al giudizio del tempo, probabilmente ha toccato nervi emotivi negli esseri umani che, purtroppo o per fortuna, rimangono scoperti…

Siamo ancora quegli esseri umani che racconta Čechov, cambiati forse nella forma che diamo alle nostre giornate, ma non nei contenuti.


Foto di Manuela Giusto

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Tommaso Ghezzi
Tommaso Ghezzi

Nato a Sinalunga nel 1989. Dopo la maturità classica si è laureato in filologia e critica delle letterature all’Università di Siena. Docente di italiano e storia, è stato speaker radiofonico presso l'emittente Radio Incontri InBlu. Da sempre suona e scrive canzoni, organizza eventi di matrice culturale (soprattutto musicale), ha collaborato come attore in varie realtà teatrali tra Montepulciano, Sarteano e Chiusi. Alcuni suoi testi letterari sono stati pubblicati in antologie di poesia e prosa creativa.

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