Dopo la Valdichiana, la storia di Athanase e della cooperativa Dufatanemunda è sbarcata anche in Valdorcia: il progetto di sviluppo di orti sociali in Burundi, che vi avevamo già raccontato durante l’evento al Lago di Montepulciano, ha infatti avuto il suo spazio anche a Monticchiello, uno dei borghi più affascinanti della Toscana.

Il contesto è quello del Teatro Povero, un’esperienza teatrale che da 49 anni anima le estati di Monticchiello e che vede la partecipazione dell’intero paese. Un’autodramma che porta in piazza questioni cruciali per la comunità, nato dalle esperienze della civiltà contadina e mezzadrile, che non vuole disperdere questo grande patrimonio culturale e umano nelle frenetiche trasformazioni dell’era postmoderna.

Il teatro di quest’anno è andato in scena dal 25 luglio al 15 agosto, con un titolo esemplare: “Il paese che manca”. Una riflessione sulla partenza, sull’andarsene altrove in cerca di riscatto. Un filo conduttore che lega il dramma dei profughi a quello dei piccoli borghi di provincia, svuotati dall’inurbamento e dall’industrializzazione, con il rischio dello sgretolamento del tessuto sociale. Una storia dai risolvi amari, che si conclude con la festa di compleanno dell’ultimo ventenne rimasto nel paese.

T Povero Monticchiello 2015 ph Fabio Rossi

“Il paese che manca” significa anche la perdita di servizi importanti per la comunità

Un tema, tra verità e finzione, che si lega fortemente anche all’esperienza di Athanase e dei giovani che vivono in piccoli paesi di campagna, tra sogni e speranze, incubi e paure. Athanase ci ha raccontato la sua esperienza come attore all’interno del Teatro Povero, e di come questa storia può aiutare il progetto della cooperativa Dufatanemunda:

“Dopo il convegno al Lago di Montepulciano sono stato coinvolto al Teatro Povero di Monticchiello – ci spiega – Grazie a Nicola, che ha raccontato la mia storia agli organizzatori, e loro si sono interessati, comprendendo il legame tra le rispettive vicende. Mi hanno chiesto di inserire una parte nella messa in scena, e ho partecipato volentieri.”

Nell’autodramma, Athanase interpreta sé stesso e racconta la sua storia: nella trama del “Paese che Manca”, infatti, è cruciale la volontà dei giovani che vogliono partire da Monticchiello, andare all’estero e non tornare più. I giovani che non sentono più legame con il proprio paese, sono insoddisfatti, cercano nuovi stimoli per studiare, per lavorare, per vivere una vita migliore in città o all’estero. Athanase si oppone a questa visione: lui si è trasferito in Italia nel 2000, e ama questo paese, ma sente ancora con forza il legame con il suo villaggio d’origine in Burundi.

“Che sia la guerra o il lavoro il motivo della partenza, c’è sempre la voglia di tornare. Casa tua è casa tua, sempre. Il sogno è quello di riuscire a tornare, in qualche modo, oppure di fare qualcosa di importante per il tuo paese d’origine.”

Una partenza che non è una fuga, quindi, ma una speranza di una vita migliore che non si limiti alle vicende personali, che possa trovare risvolti positivi a tutta la comunità. Athanase racconta la sua vita in Burundi, l’esperienza della guerra civile e gli studi di agronomia in Italia, fino alla cooperativa Dufatanemunda e il progetto di sviluppo di orti sociali. Si addolora per il rancore dei giovani che sembrano disprezzare il passato e il loro piccolo paese, e si batte per mantenere un legame con le proprie origini, perché la partenza può anche significare un rafforzamento dei legami con la comunità di origine, non necessariamente un distaccamento traumatico.

“Come esperienza umana, mi sono trovato benissimo. Il paese di Monticchiello è talmente piccolo che c’è un forte senso di comunità, le persone del posto raccontano il loro passato e il loro modo di vivere. È facile trovare persone di 80 anni che hanno la civiltà contadina e che hanno voglia di raccontarti la loro esperienza.”

Forse è un paragone forzato, ma Athanase trova un legame tra Monticchiello e Vugizo, il suo villaggio di origine. Non si tratta di città come Firenze o Arezzo, ma paesi legati alla storia contadina, comunità fatte da persone aperte che si conoscono, che hanno voglia di raccontare le loro esperienze e di condividere le rispettive storie. E che, in qualche modo, ti accolgono come uno di loro.

T Povero Monticchiello 2015 2 ph Elisa Sirianni

Athanase racconta la sua storia a Monticchiello

Il Teatro Povero di Monticchiello è andato in scena per oltre venti giorni, tutte le sere. Se aggiungiamo anche le prove, si tratta di più di un mese di lavoro e di impegno, per Athanase, che nel frattempo doveva continuare il suo lavoro e sistemare la nuova casa in cui andrà a vivere con la fidanzata. Un sacrificio che l’ha portato a dormire solo quattro ore a notte, ma che ha compiuto con passione e volontà, per ringraziare la comunità di Monticchiello della possibilità di condividere la sua esperienza e raccontare la storia di Dufatanemunda.

“A loro interessava la mia storia, e anche il pubblico l’ha apprezzata. Perchè è una storia vera, una storia di chi parte ma vuole tornare, di chi vuole fare qualcosa per il suo paese d’origine. È stata una bellissima esperienza e ringrazio tutti quanti”

Nel frattempo, in Burundi, la cooperativa Dufatanemunda sta portando avanti le pratiche burocratiche e i permessi per l’arrivo dell’acqua negli orti sociali, nonostante il rischio di una nuova guerra civile, facendo seguito alla raccolta fondi del Lago di Montepulciano. Dalla Valdichiana alla Valdorcia, la possibilità di far conoscere la storia di Athanase e il progetto di sviluppo in Burundi si lega fortemente con i piccoli borghi e le realtà contadine, con la voglia di fuggire via ma di costruire un legame con la comunità di origine. Ed è importante far sentire la vicinanza, creare sensibilizzazione e sostegno, facendo crescere la consapevolezza delle rispettive situazioni. Imparando a osservare le somiglianze, più che le differenze, per ritrovare finalmente quel paese che manca.

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