In copertina dell’ultimo disco degli Omosumo – uscito sul finire del 2016 – c’è un’entità taurina, i cui contorni materici sono composti da masse nebulose, ornamentate da nebbie figurative, fumi e lucori eterei, avvolti da un vapore blu iperuranico: è una porzione di una serie di oli su tela firmati da Fulvio Di Piazza, che ha raffigurato, con rara aderenza, i criteri estetici del disco. «Codici sui talami fermano i semafori, volano anche gli alberi in cielo come gli angeli»: sembra un testo di Surrealistic Pillow; una lirica paesaggistica che procede per nuclei nominali estranianti, associazioni psichiche e dilatazioni percettive. Omosumo – disco che ha lo stesso nome della band – ha una dentatura psichedelica caustica ma raffinata, lontana dagli schemi della recente indietronica, pur vantando una notevole componente electro. Un disco internazionalista, che dialoga idealmente, ma perfettamente, con l’elevazione del pop elettronico di matrice anglosassone, cui abbiamo assistito negli ultimi anni; nonché con Robert Wyatt, con Peter Gabriel e con l’apparato di rock psichedelico che attraversa The Piper at the Gates of Dawn e doppia, per definizione addizionale, l’esperienza tutta italiana dei Jennifer Gentle, i quali sembrano aver aperto – lungo la scorsa decade – una rinnovata tradizione psicotropica nel nostro paese. In più ormai sembra una linea guida della ricerca musicale italiana, quella di ricorrere all’ascolto di Anima Latina di Lucio Battisti, verso cui gli accenti di DIE, capolavoro di IOSONOUNCANE, hanno rappresentato un notevole motivo di riesposizione; così pare – riempiendoli di valori aggiunti – anche per gli Omosumo.

«Orbite. Cerchi di libellule ruotano tra i fossili sulle sabbie mobili. Lucy in the Sky ora non si sente più. Ci troverai. Lucifer». Se i mostri di Syd Barrett ritrovano voci, corde, flanger e phaser entro cui tornare a materializzarsi, i suoni complessivi di questo disco sembrano frutto di un raffinatissimo lavoro di ottimizzazione sui nastri del Sgt. Pepper da parte di Tony Visconti o Brian Eno. In effetti, il mago che ha gestito le masse sonore di Omosumo è Colin Stewart, un nome enorme nel panorama discografico americano, sotto la cui perizia sono passati recentemente – tra i tantissimi – i The New Pornographers all’apice della loro produzione e lo psycho-rock dei Black Mountains.

Rispetto al precedente lavoro di questo supergruppo siculo (eh sì, perché composto da Roberto Cammarata già chitarra dei Waines, da Antonio Di Martino, ormai supergigante blu della costellazione nel cantautorato italiano con il progetto Dimartino, e dal frontman Angelo Sicurella, con l’outsider violoncellista Angelo Di Mino) che si intitolava Surfin’Gaza – più rude, più “realistico” – e che “narrava” le vicende del Gaza Surf Club (un collettivo di surfer che sfidavano lo “stato di emergenza” di Gaza e si radunavano, dall’Egitto, dalla Palestina, dagli USA e da Israele, per sfidare le onde con le tavole in nome del Surf4Peace), questo nuovo disco dimostra un percorso di cosciente ridefinizione musicale. Gli Omosumo hanno limato i precedenti rigonfiamenti pop in virtù di un più compatto approfondimento sonico, le cui linee di sviluppo procedono sia verso una più consapevole psichedelia, sia ricompongono simmetricamente una grammatica propria del codice elettronico, vagamente no-wave (qua e là echeggiano fraseggi di Suicide e The Sound). «Spazza via tutte le masse / come un soffio sopra le mosche / fiori azzurri per le strade / sei rintocchi di campane».

Gli Omosumo suonano a Montepulciano, al GB20, il 15 aprile. L’ingresso è gratuito con la tessera CAT 2017 – che può essere rinnovata sul posto. La programmazione primaverile del locale poliziano dimostra profonda attenzione alla vera scena indipendente italiana, oggi spesso confusa tra i dissesti dell’internautica e le espropriazioni dell’etichetta “indie” per definire hit da classifica. Seguiranno il 20 maggio i woodwoormiani Fuzz Orchestra. Di occasioni per sentire musica di questo tipo, non ce ne sono molte in giro. Sfruttiamole.

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