È ormai di parecchio tempo fa la notizia dell’abbattimento del tiglio di piazza San Domenico, a Siena. Il Comune aveva ritenuto opportuno abbatterlo perché, questo era stato comunicato, la pianta versava in condizioni strutturali critiche e non era più possibile garantire il transito pedonale sotto di essa. La notizia aveva attirato la mia attenzione perché, anche se non frequento più Siena da tanti anni, quel tiglio mi era familiare e ricordo di aver assistito a una lezione all’aperto dell’Università di Siena proprio sotto a quell’albero. La reazione generale è stata di protesta e grande dispiacere dei cittadini, ma non si può negare che quelle dell’amministrazione fossero motivazioni sensate, legittime e giustificate dalla responsabilità riguardo alla sicurezza pubblica. L’albero è stato sostituito con uno più giovane, ma la popolazione ha comunque sentito di aver perso qualcosa di caro. Abitanti, studenti, turisti vedevano tutti i giorni, era parte della città come le architetture, i monumenti e le vie, e la scomparsa del suo profilo doveva per forza causare un senso di disorientamento, come se fosse stato abbattuto un palazzo. Tuttavia, in situazioni del genere i sentimenti e il bisogno di continuità fra l’oggi e il domani si scontra con l’inevitabile cambiamento e, con più violenza, con la burocrazia. Per la legge l’albero è arredo urbano, decorazione; per la scienza è un essere vivente e senziente; per chi lo viveva nel quotidiano, come abbiamo detto, profilo dell’orizzonte familiare. E sono i bisogni della legge a prevalere, la fredda burocrazia che carica di responsabilità persone a cui è stato dato mandato di amministrare la città, persone che devono fare una scelta: segare l’albero oggi o rischiare che cada in testa a qualcuno domani? È una decisione molto semplice da prendere. Di fronte a tanta logica ovvietà, il dispiacere e le lamentele dei cittadini perdono importanza, diventano sfoghi emotivi passeggeri che presto si acquieteranno nella nostalgia del passato.
Ma siamo sicuri che sia tutto qui? Siamo sicuri che questo modo di vedere le cose sia l’unico e il migliore? Siamo sicuri che le amministrazioni non possano fare niente di meglio che agire unilateralmente e burocraticamente ‘per il bene dei cittadini’?

Qualche mese fa ero dallo psicologo e, per qualche circostanza, ho sentito il bisogno di parlargli di alcuni eventi distruttivi che hanno caratterizzato la mia infanzia, volevo raccontargli di come abbiano modellato la mia visione del mondo, i miei valori, le mie battaglie; di come io percepisca quelle forze distruttive come una minaccia onnipresente nella mia vita. Nel mio passato ci sono stati un campo, un orto, una casa, dei giardini, degli alberi a cui ero molto affezionata. In quei posti avevo imparato cosa fosse la bellezza, avevo scoperto la luce, i colori, gli odori. Gli alberi in particolare avevano un nome e un’identità, c’erano l’immenso fagus della casa dentro la tessitura, la betulla che coi suoi rami quasi mi entrava in camera, il ligustro dell’altalena. Erano qualcuno che abitava nel giardino e che andavo a visitare. Tra i luoghi che abitano i miei primi ricordi c’era l’orto di mia nonna. Lì ricordo di aver visto per la prima volta una farfalla , lì imparavo i nomi della vita che lo popolava. Sono cresciuta nella provincia comasca all’epoca della deregulation; uno dopo l’altro, i luoghi e gli alberi che hanno popolato la mia infanzia sono stati sistematicamente distrutti, abbattuti, sfigurati. Un ricordo vivido è quello delle ruspe mentre distruggono il pollaio di mia nonna, e io che le guardo dalla finestra in braccio a mia zia.

Abito a Montepulciano e vado spesso a camminare nei dintorni della mia casa: raramente mi è capitato di imbattermi in un cambiamento che non fosse distruttivo. I sentieri che intraprendevo per camminare sono stati chiusi, sono stata sgridata da dei nuovi imprenditori perché sono passata in quella che adesso, a quanto pare, è la loro proprietà privata, anche se ci passo da dieci anni e non ci sono né cartelli né cancelli. Mi hanno urlato che quella strada non porta da nessuna parte, io ho risposto che porta a casa mia, e loro mi hanno detto che comunque non ci posso più passare. Con la scusa di “ripulire”, mentre si pubblicizzano iniziative di piantumazione di nuovi alberelli qua e là nei posti ben visibili, nei posti più nascosti la vegetazione spontanea viene spogliata senza considerazione della sua età, storia, funzione ecosistemica, in numeri enormi che non vengono mai citati nei report di fine mandato dove le amministrazioni elencano le belle cose che hanno fatto. Quegli alberi e cespugli sono selvatici, crescono nei parcheggi, ai margini della strada, ai margini dei canali, lungo strade marginali, fanno sporco e danno fastidio. Ma sono vita ricchissima (per approfondire: Manifesto del Terzo Paesaggio di Gilles Clément) e, soprattutto, sono belli.
La giovane quercia su cui, una volta, ho visto salire uno scoiattolo è stata segata; il campo dove non c’era niente se non un solitario alberello è stato pettinato dall’ennesimo vitigno; cedri del Libano imponenti rimpiazzati con l’ennesimo olivo, l’ennesima via spogliata di querce e impalata di cipressi; i rovi pieni di farfalle in primavera e di lucciole in estate, estirpati per ripulire un canale (da cui però non viene mai tolta la spazzatura, quella viene abbandonata lì, tritata dai decespugliatori. Bizzarro concetto di pulizia). E non parliamo del modo in cui vengono trattati gli alberi che costeggiano le nostre strade di paese, ritualmente mutilati contro qualsiasi buona pratica per risparmiare sulla manutenzione, a prescindere dal tipo di albero (ippocastani e conifere potati come fossero tigli e platani, alberelli nuovi piantumati a fine maggio con zero irrigazione… RIP). I luoghi dove viviamo sono soggetti alla gestione aziendalistica delle istituzioni pubbliche che oggi ha rimpiazzato l’interesse sociale, una gestione burocratizzata che privilegia l’efficienza economica al bene degli abitanti. Siamo privati del bello, dell’ombra, del fresco, non abbiamo voce in capitolo, non c’è riguardo o interesse per i sentimenti che proviamo nei confronti dello spazio che abitiamo. Siamo talmente anestetizzati che nemmeno pensiamo più di avere diritto a decidere cosa ne viene fatto, troppo abituati a delegare al governo, a dare per scontato che chi ci sta sopra ne capisca di più. E per chi amministra, curarsi del sentimento popolare non è efficiente, è una scocciatura, anche se poi i voti e il potere arrivano da lì.
Lo psicologo mi ha detto che quella che provo per i luoghi che ho perso è nostalgia, e che devo accettare che le cose cambiano e che il passato non può tornare. Il suo atteggiamento mi è sembrato presuntuoso e paternalista, come se non fossi sveglia abbastanza da saper distinguere la nostalgia dall’angoscia, come se a quarant’anni non mi fossi accorta che il cambiamento è inevitabile. Il cambiamento e la distruzione non sono la stessa cosa, non sempre, non per forza. Eppure, lì per lì non ho saputo ribattere, perché non trovavo le parole per descrivere con chiarezza il sentimento che provo.
È capitato a tutti, penso, di provare a spiegare a qualcuno cos’è che ci fa stare male, ma di non sapere come descriverlo. La lingua a volte ci tradisce, perché spesso non ha mai sviluppato le parole adatte a parlare di quella cosa. Spesso neanche ci rendiamo conto di aver bisogno di una parola, quindi non la cerchiamo, non la creiamo. Il risultato è che restiamo in uno stato di ignoranza riguardo a noi stessi, incapaci di capire perché la perdita di quello che è comunemente considerato arredo urbano o indesiderabile, un albero, un edificio decadente o un campo di sterpaglie lasciato ai margini di una zona urbanizzata, possa causarci dolore.
C’è una parola per questo dolore
Durante le mie ricerche mi sono imbattuta in un termine – solastalgia. Nel 2003, il filosofo australiano Glenn Albrecht ha coniato il termine solastalgia per descrivere il dolore di chi vive la trasformazione del proprio ambiente senza averla scelta: non è nostalgia del passato, ma dolore per il presente che scompare. Da allora, la ricerca ha confermato che gli effetti psicologici causati dalla perdita di uno spazio familiare sono paragonabili a quelli di un lutto.
Siamo abituati a concepire i luoghi che abitiamo come insiemi di geometrie inanimate, ma in realtà lo spazio che viviamo è parte di chi siamo, un’estensione della nostra identità. La piazza, il parco, l’albero sotto cui giocavamo da bambini, ma anche il panorama che vediamo tutti i giorni andando al lavoro, hanno contribuito a costruire i nostri ricordi e, con essi, il senso di appartenenza alla comunità. Non a caso, ai turisti vendiamo il paesaggio, quello bello, quello che a un certo punto diventa troppo costoso per gli abitanti locali.
Perdere un luogo amato produce un vero e proprio lutto, con le stesse fasi, la stessa disorientante sensazione di vuoto.
Lo spazio pubblico come risorsa
La ricerca in psicologia ambientale mostra che l’accesso a spazi verdi di qualità riduce i disturbi d’ansia e la depressione, abbassa i livelli di cortisolo, favorisce la coesione sociale e il senso di fiducia tra vicini. Gli effetti sono più forti nelle fasce più vulnerabili della popolazione: anziani, bambini o persone che vivono sole; la sua assenza fa l’opposto. La coesione sociale è uno dei principali fattori protettivi per la salute mentale, eppure sembra qualcosa a cui viene data poca, pochissima attenzione nella pianificazione e gestione degli spazi urbani.
In Toscana si contano 142.096 ettari di suolo consumato al 2024, ovvero il 6,20% del territorio regionale. La provincia di Siena è al terzo posto in Toscana per crescita annua: +38 ettari consumati fra il 2023 e il 2024. La cementificazione cresce anche dove la popolazione è stabile o in calo, questo può voler dire una cosa sola: non si costruisce per rispondere alle necessità della popolazione, ma a quelle degli imprenditori. (Fonte: ISPRA / ARPAT Toscana, 2024)
La modifica dell’ambiente urbano è, in misura variabile, la distruzione di uno spazio condiviso che non colpisce solo chi ha sviluppato un rapporto particolare con esso, ma anche il tessuto della comunità intera. Ogni spazio pubblico è un luogo di incontro involontario, e quando questi spazi spariscono, diventano inaccessibili o inospitali, anche i legami si sfaldano. Così, le comunità diventano aggregati di individui isolati anziché che reti di persone che si parlano e si aiutano, che sono consapevoli di ciò che li accomuna. Si può partire dalla “pulizia” di un bosco, da una strada pubblica che viene privatizzata… un pezzettino alla volta la collettività si frammenta, si disorienta e smette di esistere. I vicini diventano estranei, il senso di appartenenza che ci faceva amare casa nostra si logora e ci sentiamo espulsi.
Una comunità sfibrata riduce la qualità della vita. È una comunità meno capace di reagire, di tutelarsi, di chiedere conto a chi governa.
Restituire il diritto al luogo
Il degrado dell’ambiente urbano, il suo imbruttimento, il suo spoliamento dalla flora rigogliosa è una scelta dettata da logiche economiche e amministrative. La gestione approssimativa del verde urbano, la sua sostituzione con nuove costruzioni o parcheggi sono dati oggettivi, talvolta figli di mentalità gestionali obsolete.
In Toscana esiste dal 2014 una legge regionale che vieta il nuovo consumo di suolo, e di recente è stato istituito un fondo per il contrasto al consumo di suolo, eppure i dati mostrano che la cementificazione continua. Perché?
La risposta è semplice: i Comuni dipendono economicamente dagli oneri di urbanizzazione. Questo vuol dire che, per chi amministra, costruire conviene anche quando danneggia gli abitanti. La colpa, in realtà, non è dei singoli amministratori, che si trovano a dover obbedire a un meccanismo strutturale in cui il danno alla comunità viene pagato dalla comunità stessa e non da chi guadagna il permesso di costruire. La trasformazione dello spazio è inevitabile, il cambiamento è ciò che tiene in moto l’universo, è vita, ma per servire al benessere pubblico deve essere orientato a dare potere di parola e di scelta a chi vive in quello spazio in senso comunitario e non privato.
Se l’amministrazione ritiene che un albero vada tagliato per una necessità inderogabile, o che un campo venga trasformato in un idispensabile parcheggio, è legittimo che proceda, a patto che l’opera serva davvero a migliorare la vita e la salute degli abitanti. Tuttavia, deve sempre tenere conto che quelli che va a modificare sono luoghi che hanno un valore affettivo per chi li abita, e queste persone meriterebbero almeno di ricevere una comunicazione sensibile riguardo alle motivazioni del cambiamento imminente e necessario, prima che avvenga. È doveroso che gli abitanti abbiano il tempo e il potere di esprimersi a riguardo, perché è sulla loro vita che quella scelta andrà a impattare. E devono essere ascoltati, perché le amministrazioni hanno il dovere di ascoltare tutti i cittadini, non solo quelli che muovono i voti e garantiscono favori.
In sostanza, la politica deve imparare a comprendere e accompagnare i cittadini attraverso il lutto che intende infliggere loro, proprio come facciamo con le persone, attraverso i funerali. Quando perdiamo una persona cara, tutta la comunità si stringe attorno a noi e ci accompagna in processione al cimitero; il rito serve ad accompagnare la transizione a una nuova fase della vita, a ricordarci che non siamo soli. Questa premura non è riconosciuta a chi perde i luoghi cari ad opera delle amministrazioni o degli interessi di privati, che hanno sempre potere di vita o di morte su quello che comprano, a prescindere dalla storia di un luogo e del suo legame con chi lo vive. Quello spazio è casa, è famiglia, e la sua distruzione o violazione è un lutto. Una popolazione in costante lutto, disorientata, non può essere sana. Il disancoraggio dalla terra che si vive è fonte di insicurezza, povertà e di conseguenza violenza; per questo l’interesse pubblico deve sempre prevalere sull’interesse privato, pena lo sfaldamento della società.
